Destra di Popolo.net

BUONISMO DI FINE ANNO: LE PAGELLE DELLA POLITICA

Dicembre 30th, 2017 Riccardo Fucile

I LEADER POLITICI DI CUI L’ITALIA SI ACCONTENTA

In famiglia sono un po’ tutti a dirmi di smorzare l’abituale aggressività  in previsione delle feste di fine anno, che ci vorrebbero un po’ più accomodanti. Magari buoni.
Anche se l’esercizio rischia di non venirmi bene, ci provo lo stesso.
Comincio con le ripetute disponibilità  espresse da Rocco Siffredi di candidarsi in Parlamento nelle liste di Silvio Berlusconi. Si chiamano affinità  elettive. Ossia quelle comunanze spirituali da cui deriva un’irresistibile attrazione tra le persone. Sicchè è davvero commovente assistere al sorgere della liaison tra il vecchietto pitturato a festa e il maturo pornodivo, all’insegna del lontano ricordo mitologico di erezioni decennali. Cosa c’entri questo con la politica non è chiaro, ma forse potrebbe sciogliere il dubbio un vecchio detto siciliano: “cummannari è megghiu ca futtiri”. Un sostitutivo — il comando — assai meno impegnativo e faticoso per antichi lovers in disarmo.
Voto: 6+ per solidarietà  generazionale
Ancora, come non provare tenerezza per Maria Elena Boschi, che dice con quella vocina da topino di Cenerentola il proprio sincero disagio quando le si imputa di essersi affannata tra authority e banche, non tanto per salvare Banca Etruria (istituto verso cui lei non avrebbe motivi personali d’interesse), quanto per tutelare gli orefici aretini dalle grinfie di Banca Vicenza (notoriamente in Veneto gli aretini vengono cucinati in saor). Il problema è che la ragazza non ha proprio le basi giuridiche per intendere il concetto di conflitto d’interesse. D’altro canto cosa ci si può aspettare da una giovane praticante dello studio fiorentino Tombari? E che costei proprio non c’azzecchi con il diritto lo conferma pure il suo buffo traccheggio sulle querele contro Ferruccio De Bortoli.
Voto: 6- per simpatia verso i cartoon della Disney
Proseguendo, come non commuoversi allo straziante spettacolo di Matteo Renzi, il cui abbraccio viene scansato da tutti i possibili alleati consapevoli della sfiga che procura? Ormai all’appuntamento elettorale nessuno vuole ballare il tango con lui, come la Jessica Biel del film “Matrimonio all’inglese”. E se la fanciulla sfuggirà  la messa al bando grazie all’invito del gentleman Colin Firth, la stessa parte interpretata da Denis Verdini produce un effetto sensibilmente diverso
Voto: 6 — — per stima (a Colin Firth)
Di seguito, grande solidarietà  per Luigi Di Maio, che si è procurato un guardaroba da perfetto bancario, secondo look partenopeo (l’abito antracite che fa fine e non impegna), per le sue inconcludenti scorribande negli States e per assumere uno standing presidenziale che le regole stilate da Beppe (politicamente) Grullo e David (er penombra) Casaleggio vanificano sul nascere. Visto che da soli non si va da nessuna parte, specie se innaffiati di Rosatellum. Per cui sarà  presto necessario ricorrere a eBay per piazzare i tristissimi completini diventati inutili. A meno di non inserire un link “mercatino dell’usato” nella piattaforma Rousseau.
Voto: 6 ½ per solidarietà  sartoriale
Infine un pensiero commosso a Matteo Salvini, costretto dai casi della vita a fare il lumbard quando la fisiognomica ne tradisce le evidenti origini lucane, che lui vorrebbe confessare per raccogliere voti in Terronia; ma che viene trattenuto dal timore di rigetti in Padania. Lo stesso destino infausto del suo predecessore Umberto Bossi; con quei suoi marcati tratti somatici da contadino salentino e l’affidamento fiduciario delle cure da tesoriere a un quasi conterraneo: il calabro Francesco Belsito. In entrambi i casi un gioco delle parti dagli effetti stravolgenti su psiche fragili.
Voto: 6 per fregolismo involontario

Pierfranco Pellizzetti
(da “il Fatto Quotidiano”)

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L’ASSESSORA DELLA RAGGI CHE SI DIMENTICA DI PRESENTARE GLI EMENDAMENTI

Dicembre 30th, 2017 Riccardo Fucile

LA SINDACA: “LINDA, GLI EMENDAMENTI NON E’ CHE SONO DEI FOGLI CHE SI APPROVANO DA SOLI”

Il Messaggero racconta oggi che continua ad esserci una certa maretta tra la Giunta Raggi e la maggioranza grillina in Campidoglio, a causa della manovra di bilancio e dei fondi ai quali ha attinto l’amministrazione, provenienti dal fondo di riserva del Comune pari a 11 milioni di euro. In tutto ciò c’è stato anche il tempo per una gaffe dell’assessora ai trasporti Linda Meleo, che avrebbe dimenticato di presentare gli emendamenti sui trasporti:
La vicenda della delibera sul prelievo dal fondo di riserva è segno che gli scricchiolii sugli scranni continuano ad esserci. Così come certi malintesi: per esempio raccontano che l’assessore Linda Meleo si fosse dimenticata di presentare gli emendamenti per quanto riguarda i trasporti.
Una leggerezza, poi recuperata in extremis, che però ha mandato su tutte le furie Virginia Raggi «Linda gli emendamenti non è che sono dei fogli che si approvano da soli», le ha detto la sindaca — ma anche l’assessore al bilancio Gianni Lemmetti. Per questi e per altri motivi, la maggioranza chiede alla giunta un cambio di passo e riunioni mirate prima di prendere decisioni impattanti. L’esempio dell’utilizzo dei fondi di riserva, un tesoretto messo da parte per le emergenze, ne è l’ultima riprova.
La Meleo è ormai da tempo entrata in conflitto con il presidente della Commissione Trasporti Enrico Stefà no, in passato suo pigmalione in Giunta.

(da “NextQuotidiano”)

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L’ORDINANZA ANTI-PROSTITUZIONE DELLA RAGGI, MA L’AVVOCATURA SCONSIGLIA

Dicembre 30th, 2017 Riccardo Fucile

MULTA DA 206 EURO PER I CLIENTI, MA QUALCOSA NON QUADRA

Arresto fino a tre mesi oppure oblazione di 206 euro: a questo potrebbero andare incontro i clienti delle prostitute di Roma secondo un’ordinanza a cui lavora la sindaca Virginia Raggi, sfruttando l’articolo 650 del codice penale (“Chiunque non osserva un provvedimento legalmente dato dall’Autorità  per ragione di giustizia o di sicurezza pubblica, o d’ordine pubblico o d’igiene”).
Una via che sarebbe la stessa perseguita da Dario Nardella a Firenze e che però l’Avvocatura del Campidoglio sconsiglia alla prima cittadina, visto che è facilmente impugnabile davanti al tribunale amministrativo regionale: lo strumento dell’ordinanza prevede una durata stabilita nel tempo e una situazione di urgenza che nei fatti non ci sarebbe: lo stesso problema dell’ordinanza anti-botti di Capodanno.
L’ordinanza di Nardella infatti è stata modificata con l’aggiunta di un limite temporale di sei mesi.
Nel caso del “modello Firenze” la denuncia penale scatta non per l’atto sessuale a pagamento (che non è reato) ma per l’inosservanza di un’ordinanza comunale.
Tutto però può essere estinguibile, a fini del casellario giudiziario del cliente, se si paga una multa di 206 euro.
I vigili, a cui spetterà  applicare la disposizione, hanno in mano un dossier sulle vie del sesso: dalla Colombo alla Palmiro Togliatti passando per la Salaria. Altrimenti, scrive oggi Il Messaggero, il Comune ha in mente un piano B: ovvero passare dal nuovo regolamento di polizia urbana.
Che già  prevede la lotta a questo fenomeno aggrappandosi a motivi di viabilità , sicurezza dei residenti e igiene. La gestazione del regolamento in questione però sembra ancora abbastanza travagliata.
Il documento deve passare prima dalla giunta, per essere poi approvato dal consiglio comunale.

(da “NextQuotidiano”)

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IL SEGRETARIO DELLA LEGA DI VERCELLI INSULTA AUTISTA DEL 118 CHE SOCCORRE SUO PADRE: “MAROCCHINO DI MERDA”

Dicembre 29th, 2017 Riccardo Fucile

IL PARAMEDICO, DA SEI ANNI ALLA CROCE ROSSA, NON E’ POTUTO ENTRARE IN CASA: “TI FACCIO LICENZIARE”… L’INFAME DENUNCIATO ALLA PROCURA

Ha insultato l’autista del 118 che stava soccorrendo suo padre.
«Marocchino di m…», gli ha detto, assieme ad un’altra sequela di insulti, Giampiero Borzoni che a Vercelli è segretario della Lega Nord nonchè consigliere comunale.
La vicenda, accaduta nella notte tra il 19 e il 20 dicembre, è finita sul tavolo dei carabinieri e in un fascicolo in procura.
L’operatore del 118, infatti, ha denunciato il segretario del Carroccio per ingiurie. Assistito dal suo avvocato Franco Bussi ha portato la registrazione degli insulti ai carabinieri e ha raccontato quello che gli era successo.
Da sei anni il giovane, R. A., di origini nordafricane, fa l’autista per la Croce Rossa a Vercelli.
Ma la scorsa settimana gli è successo qualcosa che non avrebbe mai potuto immaginare: quando si è presentato a casa del padre del segretario della Lega, infatti, si è sentito apostrofare dal figlio: “Marocchino di m… lascia stare la barella”, e altre offese.
«Voleva dirmi come fare perchè lui è infermiere», ha spiegato l’autista ai carabinieri, che per evitare altri problemi è dovuto rimanere sulla porta di casa: nell’alloggio è potuto entrare solo il collega che ha portato a termine il soccorso.
Secondo quanto denunciato dal giovane soccorritore, Borzoni avrebbe continuato la sua “performance” anche più tardi, al pronto soccorso.
“Ha minacciato di farmi licenziare”. Per questo alla fine il ragazzo ha deciso di presentare una denuncia.
Dopo la quale Borzoni ora si scusa: “Avevo mio padre grave – dice – chiedo scusa per aver perso le staffe nella concitazione del momento. Sono frasi dette senza alcun intento razzista. Non c’è razzismo nè nell’attività  politica della Lega, nè a livello personale.   Non ho voluto che entrasse in casa perchè non mi fidavo del suo operato. Avrei potuto denunciarlo io per il suo comportamento ma poi, a mente fredda, ho deciso di non farlo».
“Il segretario deve vergognarsi – dicono i coordinatori cittadino e provinciale Pd di Vercelli, Gian Paolo De Dominici e Michele Gaietta – perchè ha anteposto le assurde convinzioni razziste alla necessità  di prestare soccorso veloce ed efficace a un suo familiare. Il capogruppo della Lega prenda le distanze”.

(da agenzie)

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M5S CAMBIANO LE REGOLE, AMMESSI ANCHE CANDIDATI ESTERNI, MA CHI DECIDE? SEMPRE LA PREGIATA DITTA

Dicembre 29th, 2017 Riccardo Fucile

LA MULTA DA 100.000 EURO CONTRO I CAMBI DI CASACCA (CHE NESSUNO PAGHERA’ MAI)

Il nuovo codice di comportamento del M5S prevede anche una multa da 100mila euro contro i cambi di casacca dei futuri parlamentari 5 Stelle (iniziativa demagogica visto che nessuno la pagherà  mai nella realtà )
E un filtro di qualità  sulle candidature, con l’ultima parola che spetta a Di Maio-Grillo.
È quanto scrive l’Adnkronos.
Lo scopo sarebbe quello di evitare fughe verso altri partiti dopo i numerosi casi registrati nelle file grilline durante la XVII legislatura. In tutto il Movimento ha perso per strada 21 deputati e 19 senatori.
Non solo: assieme alle nuove regole per le candidature e al nuovo codice di comportamento per gli eletti arriverà , per il M5S, anche un nuovo cambio del “non Statuto”.
Lo si apprende da fonti pentastellate. L’ultimo modifica del carta fondativa del Movimento risale al settembre del 2016, quando furono introdotte pesanti modifiche in materia di sospensione ed espulsioni degli iscritti con l’introduzione, tra l’altro, di un collegio dei probiviri.
Le nuove regole includono anche un filtro di qualità  sulle candidature nel M5S, per evitare il rischio di “imbarcare di tutto”, come disse lo stesso Beppe Grillo.
La decisione è nelle mani del candidato premier Luigi Di Maio, che, sentito il garante Grillo, potrà  stabilire se tra gli aspiranti parlamentari grillini ci siano condotte contrarie al codice e ai dettami del movimento.
Ed esprimere, in tal caso, parere contrario e vincolante. Questo, viene spiegato da fonti autorevoli, per arrivare alla formazione di un gruppo parlamentare coeso ma attuare anche una scrematura di qualità .
Tra le regole in arrivo, anche la possibilità  di candidature dalla società  civile per i collegi uninominali.
Potranno candidarsi, secondo quanto apprende l’Ansa, anche persone della società  civile, non iscritte al M5S, che si sono distinte sul territorio per la loro professionalità  e competenza e che si sono avvicinati al Movimento.
La modifica verrebbe incontro alle tante richieste di professionisti e imprenditori che, con il vecchio regolamento, non avrebbero potuto scendere in campo.

(da agenzie)

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NEW YORK TIMES: “IN YEMEN BOMBE PRODOTTE IN ITALIA USATE SUI CIVILI”

Dicembre 29th, 2017 Riccardo Fucile

ON LINE UN REPORTAGE SULLA VENDITA ALL’ARABIA SAUDITA DI ARMI PRODOTTE IN SARDEGNA

«Bombe italiane, morti yemenite»: così titola il New York Times, che ha pubblicato online un video reportage sulla vendita all’Arabia Saudita di armi prodotte in uno stabilimento della Sardegna dall’azienda RWM, di proprietà  della tedesca Rheinmetall Defence.
Bombe della serie MK8, identificabili dalle matricole A4447: il quotidiano ha trovato tracce di queste bombe in almeno 5 attacchi in Yemen,contro i combattenti Houthi sciiti.
In un bombardamento, gli ordigni hanno colpito una casa disabitata ma in un altro caso è stata sterminata un’intera famiglia, madre, padre e quattro figli, sorpresa dal bombardamento nel sonno.
Le accuse in sette minuti  
Il servizio dura poco più che sette minuti: nel primo fotogramma si vede una bomba che esplode e la voce che ricorda come «lo Yemen sia immerso in un violento conflitto» da anni.
E nel fotogramma successivo, un’istantanea presa dall’alto mostra un idilliaco paesino della Sardegna, circondato da due spiagge.
«L’Italia -riconosce il NYT- non è l’unico Paese che invia armi all’Arabia Saudita. In base alla nostra inchiesta c’è stato un aumento sostanziale dell’export nel settore solo nel 2017». Il video mostra le immagini delle visite ufficiali a Riad della premier britannica Theresa May e del presidente americano, Donald Trump. E dopo le immagini di container e camion, scorrono i volti del premier Paolo Gentiloni e del ministro della difesa, Roberta Pinotti. il quotidiano newyorkese sottolinea che l’inchiesta ha richiesto mesi di indagini.
L’Italia, secondo il quotidiano newyorkese, «sta approfittando» di una guerra per rafforzare la sua industria bellica, ma è lecito chiedersi «se il governo stia violando leggi nazionali e internazionali». Di sicuro quello che emerge è «un’istantanea sulla melmosa rete che alimenta i conflitti internazionali».
Il viaggio dalla Sardegna  
Il New York Times ha seguito per mesi il viaggio delle armi, dalla produzione alla consegna. Prima tappa allo stabilimento manifatturiero della RWM Italia in Sardegna, a Domusnovas, nella provincia di Carbonia-Iglesias.
Mauro Pili, ex presidente della regione Sardegna ed ex sindaco di Iglesias, denuncia da anni quelli che chiama i carichi della morte, in partenza dal porto di Cagliari; insieme ad altri «politici locali» ha documentato centinaia e centina di carichi, da quando il conflitto è iniziato.
Per anni le consegne sono state fatte con aerei cargo che decollano dall’aeroporto di Elmas; ma negli ultimi mesi sono state caricate su navi in partenza dai porti dell’isola. Il reportage documenta i camion che spostano i container, a volte addirittura scortati da veicoli della polizia e dei vigili del fuoco come previsto in caso di movimentazione di materiale infiammabile ed esplosivo. Una enorme nave vista a dicembre nel principale porto sardo risulta «molto simile» a quella fotografata a Gedda una settimana più tardi.
Embargo del Parlamento europeo
L’Italia, si chiede il New York Times, sta violando la legge?
Il quotidiano ricorda che il governo italiano ha sempre insistito sul fatto che la vendita di armi all’Arabia Saudita è legale, resistendo al pressing delle opposizioni (tra cui M5S) che hanno messo in guardia dal fatto che le armi potessero essere usate contro i civili.
Il quotidiano fa notare come la legislazione italiana in materia di export di armi sia tra le più rigorose d’Europa, perchè proibisce la vendita di armi a Paesi in conflitto.
La vendita di bombe potrebbe violare anche i trattati internazionali che proibiscono la vendita di armi a Paesi che compiono conclamate violazioni dei diritti umani.
Il Parlamento europeo a novembre ha votato per la terza volta l’embargo di armi a Riad, ma non sono mai state intraprese azioni nel Consiglio europeo, per la presenza di altri Paesi grandi esportatori, come Gran Bretagna e Francia.
Raddoppiato il numero di addetti  
La società  nel frattempo, nonostante le numerose proteste della popolazione locale, ha raddoppiato il numero degli addetti, ha raccontato un ex dipendente.
Il governo italiano ha garantito licenze per la vendita di quasi mezzo miliardo di euro in armi, di cui la maggior parte riguardano le bombe MK80, quelle ritrovate in Yemen.

(da “Huffingtonpost”)

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IN CERCA DI VOTI PER PAOLO

Dicembre 29th, 2017 Riccardo Fucile

GENTILONI CANDIDATO A ROMA, IN PUGLIA E IN PIEMONTE… RENZI A FIRENZE, LOMBARDIA E CAMPANIA

All’indomani dello scioglimento delle Camere, cominciano a prendere forma le candidature di punta del Pd. In primis quelle di Paolo Gentiloni e naturalmente di Matteo Renzi.
Obiettivo: mettere al sicuro il premier, preservarlo dalla ‘pugna’ della campagna elettorale che lui condurrà  da Palazzo Chigi, a distanza dalla mischia.
Insomma: cercargli voti certi, perchè nella sua storia politica Gentiloni ha dimostrato altre carature che non quelle di ‘macina-consensi’.
Ora il suo indice di popolarità  è alto, più di Renzi. Anche Sergio Mattarella vorrebbe preservarlo per il dopo voto, se non ci sarà  un netto ricambio di maggioranza in grado di governare.
E allora l’ipotesi che trapela dal quartier generale del segretario del Pd è che Gentiloni sia candidato al collegio di Roma 1, uno dei due municipi dove i Dem hanno vinto la sfida contro il M5s alle comunali dell’anno scorso.
Dunque collegio abbastanza sicuro per il partito, anche se tutto o molto dipende da quali saranno i candidati degli avversari.
Se ci sarà  o meno ‘non belligeranza’ da Forza Italia oppure da ‘Liberi e uguali’ nei confronti del premier saldo in carica.
In più, Gentiloni sarebbe capolista di un listino proporzionale in Puglia e in Piemonte. Il che gli garantisce l’elezioni in caso di sconfitta al collegio.
Puglia: terra di Michele Emiliano, che guarda caso proprio oggi ha accolto l’appello del premier ritirando il ricorso al Tar e sbloccando di fatto la trattativa sull’Ilva di Taranto.
In questa regione la candidatura di Gentiloni assumerebbe ancor più il valore testimoniale di “sinistra di governo”, parole dello stesso premier.
Perchè in Puglia il capo del governo sfiderebbe proprio Massimo D’Alema, esponente di punta di ‘Liberi e uguali’, da poco anche ‘pasionario No tap’ contro il gasdotto di Melendugno, nel Salento.
Sinistra di governo contro quella del no, è il succo della campagna Dem tutta basata sul voto utile. Gentiloni serve a questo scopo.
Anche in Piemonte il senso della sua corsa nel listino proporzionale sta tutto nella ricerca di una rivincita Dem contro il M5s che l’anno scorso ha ‘soffiato’ a Piero Fassino il comune di Torino.
Anche per Renzi collegio sicuro a Firenze, sono i programmi abbozzati al Nazareno. E poi il segretario potrebbe essere capolista di listino in Campania e in Lombardia, regione dove le energie del partito saranno particolarmente concentrate in quanto il 4 marzo si corre anche per le regionali.
Candidato governatore: Giorgio Gori, renziano di ferro ora alla ricerca di un’alleanza con il movimento di Pietro Grasso. Via alquanto complicata, perchè, da quello che trapela, ‘Liberi e uguali’ potrebbe allearsi con Nicola Zingaretti, governatore uscente e ricandidato per il Lazio, ma non con il renziano Gori.
Quanto al sottosegretario alla presidenza del Consiglio Maria Elena Boschi, i rumors tra i Dem la danno alla fine candidata.
Nonostante la bufera scoppiata prima di Natale in commissione banche, di nuovo sul caso Etruria. Nonostante i dubbi anche nella cerchia renziana, al di là  delle dichiarazioni ufficiali.
Anzi, a maggior ragione: lei non vuole abbandonare il campo. Per il resto, al Pd restano vigili sui sondaggi: da qui al 15 gennaio, quando saranno decise le candidature, verranno monitorati per avere in campo “i nomi più forti”, è il dictat di Renzi.
“Dunque, si parte davvero. Voteremo il 4 marzo. Da un lato ci sono le promesse mirabolanti di Berlusconi e Salvini, il tandem dello spread e del populismo. Dall’altro Di Maio e Grillo, che vogliono referendum su euro e vaccini, promettendo assistenzialismo e sussidi – scrive oggi Renzi su Facebook – E poi ci siamo noi. Che in questi anni abbiamo lavorato tanto e sbagliato qualcosa ma che siamo una squadra credibile e affidabile”.
Il segretario è convinto che la sua campagna elettorale non configgerà  con quella di Gentiloni. Renzi si dedicherà  a fare la “punta di attacco contro M5s e Lega”, dice una fonte a lui vicina.
“Gentiloni invece farà  campagna dal governo, rappresentando il ‘Pd forza tranquilla’ che fa le cose e non protesta soltanto. Starà  lontano dalla mischia. Tra Matteo e Paolo c’è una divisione dei compiti: stessa squadra”.
Si vedrà . C’è che per esempio l’intenzione di Renzi è di ignorare Grasso e tutta la squadra di ‘Liberi e uguali’.
“Per noi sono come Rifondazione: di nicchia”, dice un renziano della prima ora. Insomma anche qui si tende a evitare il corto circuito, confermando il gelo dei rapporti. Forse a questo punto è l’unico modo per non mettere in difficoltà  Gentiloni, per niente interessato ad attaccare gli ex Pd. Ma reggerà ?
Il segretario e i suoi ormai sono convinti che poter fare campagna elettorale dal governo, con un premier che invece di salutare si è sistemato ancor più saldo a Palazzo Chigi, sia una manna dal cielo. Soprattutto dopo gli ultimi sondaggi che danno il Pd al 23 per cento.
Una condizione di evidente vantaggio rispetto agli altri partiti, avallata dal Quirinale. In nome della stabilità  e per via di una legge elettorale che salva la forma (al Colle il presidente è soddisfatto che ce ne sia una nuova, uniforme per Camera e Senato) ma non la sostanza (quasi certamente non garantirà  maggioranza, soglia alta al 40 per cento per chiunque in campo).
Questi sono i nastri di partenza. Nell’attesa di vedere chi taglierà  il traguardo. E soprattutto chi, tra Forza Italia e Pd, arriverà  primo.
Con tutta probabilità , il premier uscirà  da una di queste due forze.

(da “Huffingtonpost”)

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LE PENSIONI DEI MANAGER LE PAGANO OPERAI E PRECARI: COME STANNO LE CASSE DELL’INPS

Dicembre 29th, 2017 Riccardo Fucile

CI SONO CATEGORIE CHE VIVONO SULLE SPALLE DI ALTRE

Dopo anni di conti sul filo, nel 2017 il patrimonio dell’Inps è sceso sotto zero, a meno 7,9 miliardi.
I soldi sono finiti e così, nella legge finanziaria, spunta il maquillage per riportare i conti in territorio positivo e poter continuare a garantire grasse pensioni a chi, durante la carriera, ha versato pochissimo e compromesso sempre più il futuro delle giovani generazioni.
Il sistema delle pensioni è in equilibrio o no?
Da un lato il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, assicura che «il sistema previdenziale italiano è sostenibile nel lungo periodo ed è in equilibrio».
Dall’altro c’è la Commissione Europea che presenta un rapporto sulla sostenibilità  dell’Inps da far tremare le vene e i polsi. I risultati del dossier di Bruxelles sono terrificanti: dice che l’Italia è il paese messo peggio (insieme all’Austria) e che ogni anno la spesa per le pensioni pubbliche supera i contributi versati di ben 88 miliardi di euro.
Se fosse vero, l’Italia sarebbe in default già  da un pezzo. Fortunatamente si tratta solo di un colossale equivoco, che lo scorso 26 novembre il Corriere della Sera prende per vero: il giornale lancia l’allarme pensioni, praticamente intonando il de profundis per l’Inps e per l’Italia intera. L’Espresso, che si è andato a leggere i bilanci dell’Inps, vi racconta qual è effettivamente lo stato di salute della previdenza italiana
Partiamo rassicurando pensionati e futuri pensionati: non è vero che ogni anno la spesa delle pensioni supera quella dei contributi versati per 88 miliardi di euro.
Quelli, in realtà , sono i soldi che ogni anno lo Stato trasferisce all’Inps per l’assistenza agli italiani in difficoltà , fra cui l’indennità  di accompagnamento, la quattordicesima ai poveri, il contributo ai giovani e tutta una serie di aiuti che lo Stato, attraverso provvedimenti legislativi, decide di assegnare a favore delle categorie più svantaggiate.
Nel 2016, ad esempio, lo Stato ha trasferito oltre 104 miliardi di euro per coprire quelle spese, di cui 86 utilizzati per l’assistenza e la restante parte (circa 17 miliardi) per l’accompagnamento agli anziani.
L’Inps, in questa partita, fa solo da intermediario tra Stato e cittadino, accollandosi compiti che non hanno molto a che vedere con il proprio core business, cioè il pagamento delle pensioni agli anziani, la riscossione dei contributi dei lavoratori e la gestione al meglio di quei quattrini.
Dunque, la situazione delle pensioni italiane non è così drammatica come viene dipinta dalla Commissione Europea, ma qualche problema c’è davvero. Ad esempio, nel 2017 il patrimonio dell’Inps chiuderà  in passivo di 7,9 miliardi di euro e toccherà  allo Stato dare una mano.
Tutto deriva dalla pessima annata 2016, quando i lavoratori hanno versato nelle casse dell’Inps circa 314 miliardi, mentre i pensionati hanno incassato poco più di 320 miliardi: all’appello mancano 6,2 miliardi. Per pagare tutte le pensioni l’Inps ha dato fondo alle riserve, cioè al proprio patrimonio che, in base alle previsioni, dovrebbe attestarsi a meno 7,9 miliardi di euro nel 2017.
Ad affossare il sistema sono quattro categorie che, per via di pregressi privilegi concessi soprattutto dal vecchio sistema di conteggio retributivo della pensione (che si basava su una stima calcolata in base agli ultimi anni di lavoro e non teneva conto dei contributi versati), ingollano più soldi di quanti ne abbiano accumulati negli anni.
Ad esempio, i manager dell’ex cassa Inpdai, confluita nell’Inps nel 2003 perchè aveva accumulato un buco da 600 milioni, incassano pensioni fino al 40 per cento superiori rispetto ai contributi versati. I dirigenti non sono gli unici a vivere al di sopra delle proprie possibilità .
Oltre a loro, ci sono altre tre categorie: gli artigiani, i coltivatori, i dipendenti degli enti locali (comuni, province e regioni) si stanno mangiando – e si continueranno a mangiare – sia i risparmi di operai, precari, nonchè i quattrini di riserva, che dovrebbero servire per coprire la cassa integrazione — utile in caso di crisi aziendale -, la malattia e la maternità  dei dipendenti dell’industria. «Più che uno squilibrio generazionale, c’è un’ingiustizia fra categorie», spiega Gian Paolo Patta, membro del Civ, il Consiglio di Indirizzo e Vigilanza dell’Inps che ogni anno verifica la sostenibilità  dell’Ente.
Se l’operaio paga la pensione del boss
La gestione principale dell’Inps si chiama Fpld, Fondo Pensione Lavoratori Dipendenti, e nel 2016 ha chiuso con un leggero avanzo (690 milioni) grazie ai quattrini che gli operai riescono ad accantonare sia per la pensione (oltre 9,2 miliardi), sia per la Gestione Prestazioni Temporanee che sono i risparmi per la cassa integrazione e le indennità  di maternità  e malattia, che equivalgono a 3,4 miliardi.
Peccato che quei soldi siano stati tutti spesi per la pensione degli ex fondi (trasporti, elettrici, telefonici) e per l’ex fondo Inpdai, quello dei manager e dei dirigenti d’azienda, che nel 2016 segna una voragine di 4,3 miliardi. Proprio i manager negli anni hanno accumulato un debito di 38 miliardi che crescerà  sempre di più: «Diventeranno 138 miliardi nel 2035», dice Patta, leggendo un documento prodotto dall’Inps a proposito delle previsioni patrimoniali delle varie casse gestite dall’Inps.
Ma il record assoluto di disavanzo lo produrranno gli artigiani. Nel 2016 chiudono con un rosso di 5,2 miliardi, che si aggiungono ai 61,3 miliardi accumulati negli anni «e che nel 2035 diventeranno ben 220 miliardi di passivo», spiega Patta. Altre gestioni amministrative in affanno sono quelle dei commercianti, dei coltivatori diretti e dei dipendenti pubblici.
Chi tiene in piedi la baracca dell’Inps?
Oltre alle tute blu, in soccorso all’ente corrono i parasubordinati, cioè i precari, i meno tutelati di tutti, che nel 2016 hanno creato un tesoretto da 6,7 miliardi, che nel 2025 diventerà  di 190 miliardi. Un bel gruzzoletto che i collaboratori possono ammirare solo con un potente binocolo perchè, stando alla nuova legge pensionistica (la controversa Legge Fornero), andranno in pensione superati i settantanni e con assegni piuttosto modesti, soprattutto per chi, nei primi anni di carriera, avrà  versato contributi a singhiozzo per colpa di un arido mercato del lavoro. Sacrifici che vengono chiesti alle nuove generazioni proprio per coprire gli squilibri prodotti in passato e nel presente.
Fra le casse più compromesse c’è quella dei lavoratori degli enti locali, che nel 2016 registra un risultato negativo di 7,1 miliardi e un buco patrimoniale di 12,9 miliardi che, nel 2025 diventeranno oltre 157 miliardi. «Sull’attività  di comuni, province e regioni non c’è alcuna attività  ispettiva e l’Inps non ha mai dato ascolto alla nostra richiesta di verificare se, effettivamente, le amministrazioni locali versano i contributi ai dipendenti», spiega Patta.
Dunque, complessivamente il sistema, che si sostiene grazie agli accumuli di operai, parasubordinati e degli accantonamenti speciali, come quello per la cassa integrazione e per la malattia, produce ogni anno dei debiti che vengono coperti con delle anticipazioni dallo Stato. Nel 2016, ad esempio, le casse pubbliche hanno girato all’Inps 3,9 miliardi.
«In circa settant’anni di attività  lo Stato ha versato all’Inps circa 100 miliardi di anticipazioni, che con la Finanziaria 2018 verranno cancellati», racconta Patta, aggiungendo che, in questo modo, il governo Gentiloni intende riportare in segno positivo il bilancio dell’Inps e ridurre il debito pubblico, rimediando a un pasticcio nella stesura del bilancio dello Stato. Infatti da un lato la Tesoreria segnava quei cento miliardi anticipati all’Inps tra le spese definitive. Dall’altro lato l’Inps continuava a indicare quel prestito fra i debiti.
«Dal momento che il bilancio dell’Inps fa parte di quello dello Stato, il debito pubblico risultava più alto di 100 miliardi». Il governo Gentiloni, con una norma inserita nella Finanziaria 2018 (quella in fase di approvazione in questi giorni), ha cancellato 88,8 miliardi di debito nei confronti dell’Inps. La mossa consentirà  anche di alleggerire i conti in rosso che ogni anno l’Italia presenta a Bruxelles. E dal 2019, grazie alla cancellazione dei debiti, il patrimonio dell’Inps tornerà  in territorio positivo. Magie di Stato.

(da “L’Espresso”)

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I DISABILI SALUTANO QUESTO PARLAMENTO DI CUI NON SENTIRANNO LA MANCANZA

Dicembre 29th, 2017 Riccardo Fucile

STANZIAMENTI RIDICOLI PER 4 MILIONI DI ITALIANI CHE ATTENDONO UNO STATO CIVILE

Il mio amico Tommaso, padre di un ragazzo disabile grave di 21 anni, ci ha sperato fino all’ultimo.
La differenza tra chi vive sempre la disabilità  e chi può occuparsene, come chi scrive, se ne ha voglia e tempo, è tutta qui.
Si può essere furiosi, indignati per quello che accade ma non è possibile perdere la speranza che qualcosa cambi.
§Per un genitore deve esistere sempre la speranza che qualcuno e qualcosa cambi. Soprattutto se si è genitori di un figlio disabile.
Ora che la legislatura a guida Partito democratico è terminata un bilancio deve doverosamente farsi. E’ un bilancio che serve a Tommaso ed alla speranza che qualcosa possa accadere per suo figlio.
In questi anni costantemente ho provato ad intercettare, interpretare, approfondire con assoluta equidistanza e senza pregiudizi gli sforzi (?) che il governo stava facendo per garantire a Tommaso ed alla sua famiglia una speranza.
La scuola dell’inclusione dei disabili, la legge sull’autismo, il Dopo di noi, i caregiver (i familiari che si assistono le persone con disabilità  o malate) hanno rappresentato goffi tentativi di dare risposte ad un universo che non riesce ad averle.
Leggi e stanziamenti assolutamente inadeguati ai bisogni degli oltre 4 milioni di disabili italiani hanno rappresentato la colonna sonora stonata dei governi a trazione democratica.
Tommaso ed io più volte in questi anni ci siamo confrontati da posizioni distinte, chi ha bisogno e chi vorrebbe che questa esigenza diventasse scelte politiche, fatti concreti.
Ogni volta terminavamo le nostre discussioni con una prospettiva diversa ma duramente frustrata da leggi scritte sempre con la clausola solenne della invarianza di oneri accessori per lo Stato.
Ogni volta ci confrontavamo su cosa significasse uno stanziamento di euro 20 milioni per i caregiver (soldi a cui chi ne ha diritto non può accedere visto che la legge non è stata approvata in tempo) o della manciata di soldi destinati al Dopo di noi e sempre abbiamo concluso che così per i disabili e le loro famiglie non si poteva andare avanti.
Se si provano a leggere i numeri con attenzione, se ci esercitiamo alla lettura del bilancio dello Stato, delle manovre finanziarie (compresa l’ultima che ha dedicato su oltre 20 miliardi di euro complessivi solo 20 milioni ai caregiver) lo sconforto è grande.
Ma ho imparato in molti anni che questo stato d’animo deve cedere il passo alla rivendicazione costante e tenace della difesa dei più deboli.
Arrivederci al prossimo Parlamento ed al prossimo governo: di questo i disabili non sentiranno mai la mancanza.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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