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TUTTI IN CORSA PER I VOTI DEI MODERATI

Dicembre 28th, 2017 Riccardo Fucile

I MODERATI SONO OVUNQUE E ALLORA TUTTI I LEADER DIVENTANO RASSICURANTI

Il convitato di pietra della prossima campagna elettorale non è un’idea, ma uno stato d’animo: il malcontento.
Chi più riuscirà  a rappresentarlo, o a sanarlo, sarà  il vincitore, si dice. Come mai allora ovunque si guardi, a destra come a sinistra, tutte le forze politiche lanciano messaggi mirati soprattutto ad ottenere i consensi dell’area moderata?
In primissima fila ai blocchi di partenza, non a caso spicca la figura di Silvio Berlusconi, l’unico leader che ha attraversato (quasi) intatto il ventennio.
E’ nella sua versione proporzionale, ma fa da perno all’unica coalizione che può raggiungere una maggioranza. Silvio e il partito che guida da sempre sono entrambi ridotti nelle forze: Silvio ha venti anni in più, ha varcato gli ottanta, e Forza Italia quasi venti punti in meno rispetto ai fasti del passato.
Ma entrambi sono, in questa loro semplice resistenza all’usura, diventati la prova materiale (e psicologica) che non tutto cade, o si deteriora.
Questo atto di sopravvivenza , in tempi che hanno consumato ideologie, idee, partiti e reputazioni, vale da solo un programma politico. Curiosamente, infatti, il Silvio che oggi torna a raccogliere consensi indossa abiti totalmente diversi da quelli del primo Silvio.
La discesa in campo nel 1994 fu un atto di sfida, la promessa/minaccia di un Prometeo che voleva riscrivere il panorama della politica italiana — e ci riuscì, rompendo il panorama tardopost-guerra-fredda che durava in Italia da troppo tempo. Il sistema dell’epoca non lo amò molto — come poi si è visto.
Ma non è stato alla fine cancellato.
E oggi torna come la nemesi di sè stesso: Silvio oggi è leader rassicurante (per la sua stessa durata). Promette tranquillità , continuità , non si è fatto attrarre da sovranismi, da guerre contro l’Europa, ma nemmeno dalla favola del populismo che accontenta tutti gli altri leader a destra. Il re dei moderati, insomma.
E qui incontriamo Matteo Salvini, erede ma solo per via formale, di quella Lega con cui Silvio ha costruito in passato le sue fortune.
Passato il tempo in cui la sua attività  politica sconfinava nel goliardismo, con provocazioni più atte ad attirare l’attenzione mediatica che a costruire un partito, Salvini guida una Lega che del passato ha perso persino il nome Nord con cui si identificava.
La Lega è sempre forte lì dove è nata e governa, il Veneto e la Lombardia, ma a Salvini è sempre stata stretta questa regionalissima identità  — le patrie locali un po’ lo fanno soffocare, si ha l’impressione. Da quando ha mosso i suoi primi passi, molti di questi passi hanno calcato suolo e suggestioni estere: la Russia di Putin, l’identitarismo dei francesi lepenisti, l’ironia separatista inglese di Farage, e l’America di Trump.
Salvini ama i grandi temi, e ne ha trovato uno perfetto alla fine: il rifiuto dell’immigrazione come grande collettore di ogni suggestione identitaria, bianca, e indipendentista.
Ovviamente a Salvini è rimasto il gusto di scuotere, e dunque di spararle grosse — ma alla fin fine in questa vigilia elettorale le parole più gravi le ha già  messe nell’armadio — di rompere con l’Europa non si parla molto, e di campagne contro i migranti non si sente tanto.
Del resto Salvini ha davanti una partita ben più grande: quella di declinare il malcontento in chiave tale da attirare anche una parte dei moderati di destra che sta oggi con Berlusconi. E questo sì che sarebbe un colpo: come va ripetendo da un po’, «se batto Silvio anche di un solo voto faccio il premier».
Il Principe dello «scontento» è per ora, comunque, il più giovane dei politici che calcherà  la scena elettorale.
Luigi Di Maio è il candidato premier del movimento che ha per primo intercettato e aiutato a coagulare lo scontento in forza politica. Sono stati i pentastellati il maglio che ha spaccato la struttura (già  esanime) della Seconda Repubblica.
Il loro programma appare dunque, fin da questo inizio, quello destinato al maggior successo. Le cifre dei poll gli danno numeri da primo partito. Alla lettura dei quali sorge tuttavia una domanda: ma perchè un movimento dedito ad aprire il sistema «come una scatoletta da tonno», presenta come proprio candidato a Palazzo Chigi Luigi Di Maio, giovane con abiti ed abitudini, nonchè idee molto istituzionali, o magari meglio ancora dire moderate?
Il punto di caduta per i pentastellati nella campagna elettorale è dunque, un po’ come per la Lega, il giusto equilibrio che saprà  trovare fra scontento e moderazione: dopotutto, una cosa è aizzare con i «vaffa», altro è governare.
L’area moderata, chiamata riformista e moderna, è dichiaratamente anche il bersaglio di Matteo Renzi in questa che sarà  la sua prima campagna elettorale nazionale: come ricorderete l’ex premier è riuscito ad arrivare a Palazzo Chigi prima che in Parlamento. L’idea con cui si è presentato in politica è quintessenzialmente moderata — rompere con il passato ideologico della sinistra tradizionale. A questa idea ha sacrificato molto. Ha subito la sconfitta del referendum, ha perso Palazzo Chigi ed ha rotto (o ha subito la rottura, come preferite) un partito forte e di lunga tradizione quale il Pd.
Ora che c’è un nuovo Pd renziano, è l’ora per Matteo Renzi di mettere alla prova davvero la sua capacità  di attrazione nonchè la sua capacità  di formare il destino della nazione. Sullo stesso banco di prova anche per lui: l’area moderata.
Direttamente, prendendone i voti. O indirettamente, magari, come tutto lascia pensare dalle scelte del Pd, in una grande coalizione fra le forze di Berlusconi e quelle di Renzi. Che sarebbe poi la creazione di un grande fronte moderato al centro.
Le forze radicali sono invece quasi tutte raccolte intorno a nuclei minori. Liberi e Uguali, movimento dei fuoriusciti dal Pd non pare goda al momento di grandi favori elettorali. In ogni caso, la nuova formazione ha scelto come guida un ex magistrato, una figura superistituzionale come l’ex presidente del Senato Grasso.
Cos’è questa scelta se non una forma di rassicurazione contro gli strappi per chi vota a sinistra?
Moderati ovunque, insomma. Sotto la coltre pesante di scontento, appare la richiesta di non portare il Paese a sbattere.
Ma se questa è la domanda segreta delle urne, va a finire che vero vantaggio nella campagna elettorale lo godrà  il governo Gentiloni che ha chiuso le Camere ma non si è dimesso, e che, secondo molti auspici, potrebbe essere pronto a continuare anche dopo il voto. Dopotutto, è il governo che finora, poll alla mano, pare abbia più rassicurato il Paese.

(da “La Stampa“)

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SI DIEDE FUOCO ALL’INPS PER RECLAMARE GLI ASSEGNI DI DISOCCUPAZIONE

Dicembre 28th, 2017 Riccardo Fucile

DOPO MESI DI COMA NULLA E’ CAMBIATO PER CONCETTA CANDIDO

“Sono stufa di stare in ospedale”, ma Concetta Candido, 46 anni, non è stufa di lottare. Esattamente sei mesi fa si era data fuoco davanti a uno sportello della sede di Torino Nord dell’Inps.
Voleva essere ascoltata, voleva avere i soldi che le spettavamo dalla Naspi, l’indennità  di disoccupazione.
Quel 27 giugno prima di uscire di casa lo aveva scritto su Facebook: “Vado a farmi sentire”,.
Non ci era riuscita e aveva trovato un’altra strada con una bottiglietta di alcol e un accendino. Le conseguenze sono state pesantissime per lei: mesi di coma, poi un ricovero in ospedale che non è ancora finito, la faccia sfigurata dal fuoco.
Operazioni, trapianti di pelle, interviste, addirittura un libro per raccontare la sua storia: nella vita di Concetta sono cambiate tante cose ma il suo problema non è risolto.
Da maggio Concetta riceve la Naspi “ma sugli arretrati non arrivano le risposte”, spiega suo fratello Giuseppe che da sei mesi cerca di trovare una soluzione per districare una matassa di cavilli che – dice – “hanno portato mia sorella all’esasperazione”.
Concetta, che faceva le pulizie in un locale di Settimo Torinese era stata licenziata il 13 gennaio.
La sua titolare non le aveva liquidato nemmeno il tfr che oggi la donna ha recuperato con una causa davanti al giudice.
Quella settimana lei era in mutua. Il 24 gennaio aveva fatto domanda all’Inps per ottenere la disoccupazione e gli uffici di corso Giulio Cesare le avevano risposto ad aprile: richiesta negata perchè mancava un documento che attestasse che Concetta era guarita ed era di nuovo abile al lavoro.
“Questo è quel che dice la legge ma basterebbe il buonsenso”, dicono i fratelli Candido che lottano da sei mesi contro la burocrazia. “Non so quante volte sono andato all’Inps i per venire a capo di questo furto legalizzato: perchè nessuno sa della necessità  di questi documenti prima di trovarsi invischiato nella procedura. Sbagliare è facilissimo”.
L’Inps non nega i soldi alla lavoratrice licenziata ma li posticipa facendo partire la pratica da maggio. Proprio quel ritardo ha spinto Concetta verso un gesto estremo.
“Ho cercato di capire se sarebbe bastata una sua autocertificazione sulle sue condizioni di salute di un anno fa, per ottenere subito gli arretrati, ma non si poteva fare. L’unica ipotesi, ammesso che poi vada a buon fine, è chiedere al medico che le aveva firmato il foglio della mutua di certificare che dal 20 di gennaio dell’anno scorso mia sorella era tornata abile al lavoro”.
Ma questa volta è il medico a non voler firmare il documento. E Concetta resta prigioniera della burocrazia proprio come si era sentita sei mesi fa
A Natale è tornata a casa con un permesso speciale dell’ospedale dove è ricoverata per la convalescenza
Su Facebook ha pubblicato un video in cui canta finalmente insieme alla sua famiglia. “Ho una gran voglia di tornare a casa anche se sono ancora molto stanca”, dice a tutti, e soprattutto a Giuseppe che le è stato vicino tutti questi mesi. “In ospedale cerca di darsi da fare, aiuta la sua vicina di letto che è anziana e ha bisogno di assistenza”.
Le cure e il recupero però sono lunghi e per Concetta sarebbe ancora troppo pericoloso tornare a casa.

(da “La Repubblica”)

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ISTAT: AUMENTANO LE FAMIGLIE SINGLE E CALANO LE NASCITE

Dicembre 28th, 2017 Riccardo Fucile

SPESA PER HOTEL E RISTORANTI A LIVELLO PRE-CRISI

Famiglie single in aumento a causa dell’invecchiamento della popolazione, ma anche di separazioni, divorzi e arrivo di stranieri.
Inoltre continua il calo delle nascite, con 2.342 bebè in meno rispetto al 2016, ma la speranza di vita, dopo una battuta d’arresto, riprende a crescere e passa da 80,1 a 80,6 anni per gli uomini e da 84,6 a 85,1 per le donne.
Sono queste le tendenze e i dati che emergono dall’Annuario Istat 2017, che sottolinea anche il progressivo calo della voglia di partecipare, di informarsi e di parlare di politica, con un aumento dell’astensionismo.
Oltre sei milioni di italiani, poi, sperano in un lavoro, e le retribuzioni orarie contrattuali lo scorso anno siano cresciute solo dello 0,6%: “un nuovo minimo storico“.
Sul fronte della salute il 66% dei decessi in Italia è dovuto a malattie del sistema circolatorio e tumori, che si confermano le due principali cause di morte.
Gli italiani hanno anche riaperto i cordoni della borsa, almeno per dormire e mangiare fuori.
Nel 2016 “tornano ai livelli pre-crisi” le spese per servizi ricettivi e di ristorazione (+4,8%, da 122,39 a 128,25 euro)”. Viene così recuperato il terreno perso negli ultimi cinque anni, riagganciando i valori del 2011. La discesa della spesa, ricorda infatti l’Istat, era iniziata nel 2012.
L’incidenza di povertà  assoluta è più elevata fra i minori (12,5%) e raggiunge il suo minimo fra le persone di 65 anni e più (3,8%).
Famiglie con una sola persona
Aumentano da 20,5 a 31,6% e si riducono quelle di cinque o più componenti (da 8,1 a 5,4%). Nel giro di vent’anni, spiega l’Istituto di statistica, il numero medio di componenti in famiglia è sceso da 2,7 (media 1995-1996) a 2,4 (media 2015-2016). Il fatto che quasi una famiglia su tre è dunque composta da una sola persona è conseguenza di “profonde trasformazioni demografiche e sociali che hanno investito il nostro Paese: il progressivo invecchiamento della popolazione, innanzitutto, ma anche — spiega l’Istat — l’aumento delle separazioni e dei divorzi, così come l’arrivo di cittadini stranieri che, almeno inizialmente, vivono da soli”.
Anche il Sud, dove c’è il più alto numero di componenti per famiglia, mostra una graduale riduzione della dimensione familiare: da un numero medio di componenti pari a 3,1 (media 1995-1996) a un numero medio pari a 2,6 (media 2015-2016). Dal confronto territoriale sulla dimensione familiare (media 2015-2016) emerge che la ripartizione geografica con la quota più elevata di famiglie unipersonali è il Centro (34,4 per cento); il Sud, invece, registra la percentuale più bassa (28,25). All’opposto, per le famiglie con cinque o più componenti, è il Sud a mostrare la quota più alta (7,5%), mentre il Nord-ovest evidenzia quella più bassa (4,25%).
Continua il calo delle nascite, ma torna ad aumentare la speranza di vita
Nel 2016 si sono riempite 473.438 culle, 12.342 in meno rispetto all’anno precedente. E il calo delle nascite continua a essere affiancato dalla posticipazione dell’evento: le gravidanze avvengono, infatti, in età  sempre più avanzata.
Nello stesso anno il numero dei decessi, invece, cala rispetto al picco dell’anno precedente e raggiunge le 615.261 unità  (32.310 morti in meno rispetto all’anno precedente).
La speranza di vita alla nascita (vita media), dopo una battuta d’arresto, riprende a crescere e passa da 80,1 a 80,6 anni per gli uomini e da 84,6 a 85,1 per le donne.
Il Nord-Est è l’area geografica con la speranza di vita più alta anche nel 2016 mentre il Mezzogiorno è caratterizzato da una vita media più bassa. L’Italia resta uno dei paesi più vecchi al mondo, con 165,3 persone con 65 anni e più ogni cento con meno di 15 anni.
Grado di soddisfazione degli italiani
“Nel 2016 — si legge nel rapporto — il quadro della soddisfazione generale della popolazione di 14 anni e più mostra segnali di miglioramento rispetto al 2015: su un punteggio da 0 a 10, le persone danno in media un voto pari a 7″.
Guardando alla situazione economica, “continua a diminuire la quota di famiglie che la giudicano in peggioramento rispetto all’anno precedente”.
L’Istat riporta anche i dati sulla povertà , già  diffusi in estate: “nel 2016, le famiglie in condizione di povertà  assoluta sono 1,6 milioni, per un totale di 4,7 milioni di individui poveri (il 7,9% dell’intera popolazione). Le famiglie che vedono peggiorare le loro condizioni rispetto all’anno precedente sono quelle numerose, soprattutto coppie con 3 o più figli minori (da 18,3% del 2015 a 26,8% del 2016).
Caro vita
Vivere nelle grandi città  costa caro. “Le famiglie residenti nei comuni centro dell’area metropolitana spendono in media 2.899,21 euro”, ovvero “491 euro in più” a confronto con i comuni fino a 50 mila abitanti (2.407,82 euro). Insomma nel 2016 lo scarto, calcolato in esborso medio mensile, tra le famiglie dei centri urbani maggiori e quelle dei municipi medio-piccoli è di quasi 500 euro (+20,4%).
Salute e patologie —
Le malattie del sistema circolatorio e i tumori si confermano le due principali cause di morte in Italia: il 66% dei decessi è attribuibile a queste patologie. L’ordine di rilevanza è tuttavia inverso per maschi e femmine: le malattie del sistema circolatorio occupano il primo posto nella graduatoria delle cause di mortalità  per le donne, con un quoziente di 396,6 per 100mila abitanti, mentre sono al secondo posto nella graduatoria maschile (325,7 per 100 mila), dopo i tumori che per gli uomini rappresentano la prima causa (337,1 per 100 mila) e per le donne la seconda (248,9 per 100 mila). Emerge ancora il divario Nord-Mezzogiorno per l’offerta ospedaliera.
Nel periodo 2013-2015 il numero di medici di base è leggermente in calo (-1,2%) e pressochè stabile il numero di pediatri (-0,5%).
Cresce il numero di posti letto nelle strutture di assistenza residenziale (4,4% in più dal 2013 al 2015) mentre si riducono i posti letto ospedalieri, soprattutto quelli in ‘regime per acuti’.
Permangono le differenze della rete d’offerta ospedaliera tra le regioni: i posti letto ordinari per mille abitanti restano superiori al Nord rispetto al Mezzogiorno. Negli ultimi 5 anni le dimissioni ospedaliere per acuti sono in continua discesa nonostante l’invecchiamento della popolazione.
Tuttavia, la riduzione dei ricoveri procede a ritmi decrescenti (-4,3% tra 2012 e 2013 e circa -3% negli anni successivi), segnale di una progressiva stabilizzazione del fenomeno. Quanto agli stili alimentari, sono sempre nel solco della tradizione: le abitudini degli italiani si mantengono legate al modello tradizionale: il pranzo costituisce nella gran parte dei casi il pasto principale (2 terzi della popolazione di 3 anni e più) e l’81,7% della popolazione di 3 anni e più fa una colazione che può essere definita adeguata. Stabile rispetto al 2015 la quota di popolazione di 14 anni e più che dichiara di fumare (19,8%).

(da agenzie)

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ROMA RISCHIA DI FARE LA FINE DI NAPOLI SULLA MONNEZZA

Dicembre 28th, 2017 Riccardo Fucile

FORTINI, EX AMA, LANCIA L’ALLARME: RISCHIO EMULAZIONE PER LA MANCATA RACCOLTA DI RIFIUTI

Sulla vicenda dei cassonetti bruciati “il rischio è l’emulazione. Nel municipio X non si raccoglie la spazzatura e scatta la rivolta con blocchi del traffico e incendi. L’azienda dei rifiuti interviene. Il quartiere Y, vedendo il risultato, agisce allo stesso modo. A Napoli si arrivò a picchi di 400 segnalazioni al giorno. Non solo cassonetti bruciati, ma anche spostati per bloccare la circolazione, per richiamare l’attenzione”.
Lo afferma, in un’intervista al Messaggero, Daniele Fortini, ex presidente dell’Ama a Roma ed ex ad della società  di rifiuti partenopea Asia, secondo cui Roma rischia di fare la fine di Napoli.
“Tra il 2007 e il 2008 a Napoli era un fenomeno molto diffuso che fu difficile arginare. Anche senza pensare alla malavita ed altri interessi, dietro il rogo di cassonetti e rifiuti c’è comunque il malessere del cittadino che non comprende perchè non venga raccolta la spazzatura”, osserva Fortini.
“Dietro c’è disagio ed esasperazione, questo è evidente, se è vero che a Roma ci sono zone in cui da dieci giorni non si raccolgono i rifiuti”.
Nel X Municipio, nella notte di Santo Stefano sono stati bruciati quattro cassonetti, in quella di Natale due campane per la raccolta del vetro, prima ancora cinque cassonetti nel centro di Ostia. In totale, da quando è iniziata l’emergenza 100 cassonetti a fuoco. Si era pensato all’inizio a una serie di azioni dolose in concomitanza con le elezioni, ma i roghi sono proseguiti anche a urne chiuse.

(da “NextQuotidiano”)

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CHI HA TROLLATO AMA E ANAC?

Dicembre 28th, 2017 Riccardo Fucile

L’AMA CAMBIA LE GARE PERCHE’ GLIELO IMPONE L’ANAC IN UNA SERIE DI LETTERE… CHE PERO’ SONO FALSIFICATE DA UNA MANO MISTERIOSA

La storia la racconta oggi Ilaria Sacchettoni sul Corriere della Sera: all’inizio dell’anno l’AMA, municipalizzata dei rifiuti romana, prepara un bando per la realizzazione di servizi cimiteriali in tre quartieri della città .
I bandi ricercano varie figure professionali che vanno dall’ingegnere al perito industriale, dal geometra all’architetto.
Ma quando tutto è pronto dall’Autorità  Anticorruzione arriva una lettera che pretende (e non invita, come di solito fa ANAC) che si blocchi tutto.
AMA viene diffidata dal conferire incarichi diversi rispetto a quelli degli ingegneri, come recita una sentenza del Consiglio di Stato che ribadisce come la progettazione delle opere cimiteriali sia appannaggio soltanto di questi ultimi.
La lettera è firmata da presidente e segretario nonchè protocollata: a Lorenzo Bagnacani non resta che adeguarsi.
Per scrupolo, dopo averlo fatto AMA fa sapere ad ANAC che è tutto ok e che i cambiamenti richiesti sono stati effettuati.
E qui arriva il colpo di scena. ANAC cade dalle nuvole e fa sapere di non aver mai indagato sui bandi AMA per i servizi cimiteriali. La lettera è un falso. Ed è anche ben fatto, visto che replica tutta la struttura delle tipiche lettere dell’ANAC, se non fosse per la diffida minacciata nel testo che non fa parte delle formulazioni tipiche dell’Autorità  Anticorruzione.
A questo punto scatta l’indagine dell’ANAC e dell’AMA, le quali scoprono che anche altre lettere false sono state inviate con la firma dell’Autorità  Anticorruzione: ad esempio una sull’aeroporto di Fiumicino contesta la gara aperta a varie figure professionali: anche qui la lettera rimarca che soltanto gli ingegneri hanno diritto a quel posto. Non solo.
Negli archivi dell’ANAC spunta anche una lettera anonima che risale ad anni prima nella quale si utilizzavano gli stessi argomenti sugli ingegneri e gli appalti che riguardavano le opere pubbliche.
La storia finirà  presto in procura, ma sarà  difficile fare luce sulla vicenda con i pochi elementi in possesso.
Se non quello della fissazione per gli ingegneri.

(da “NextQuotidiano”)

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IL RISTORANTE DELL’ANNO

Dicembre 28th, 2017 Riccardo Fucile

SI MANGIA INSIEME AI POVERI E SI PAGA UN EURO A TESTA

Le mense dei poveri sono mense da poveri. Sono necessarie. Sono gestite con vero spirito di carità  e dedizione. Ma sono posti dove i poveri si sentono poveri. Trattati con gentilezza, ma poveri.
Per questo l’ idea di Ernesto Pellegrini, che è stato celebrato patron dell’ Inter , e di sua figlia Valentina, è la differenza.
à‰ un ristorante. Come gli altri. Ha un indirizzo, ottimo indirizzo: via Gonin a Milano. Ha un arredo curato. E soprattutto ha il menu.
Tre. Ci si va con la famiglia. Con un amico. Con la fidanzata. Il 60% dei 350 clienti sono famiglie.
E quando ci si siede, in questo magnifico ristorante, non ci si sente più poveri
Ci si sente clienti. E infatti, c è il conto. Alla fine. 1 euro, ma i bambini gratis.
I clienti del ristorante di Ernesto e Valentina sono persone che stanno combattendo la vita. Disoccupati che cercano lavoro. Padri separati. Madri single.
E da poco i Pellegrini, che sono imprenditori veri, hanno trovato il modo di mettere insieme una rete tra Comune e Associazioni e Privati, perchè in questo ristorante si possa anche trovarsi di nuovo un lavoro. Offerte di lavoro insieme al menu.
E questo ristorante così bello ha un nome. Come tutti i ristoranti. Si chiama con il nome di un amico d’infanzia di Pellegrini, morto povero.
Si chiama «Ruben».
Sembra poco. Ma è tanto.

(da “La Stampa”)

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WEAH, L’ULTIMO DRIBBLING VINCENTE: LA LIBERIA HA UN NUOVO PRESIDENTE BOMBER

Dicembre 28th, 2017 Riccardo Fucile

PER L’EX ATTACCANTE DEL MILAN SI ATTENDE SOLO LA PROCLAMAZIONE

Da oggi George Weah, l’ex stella del Milan degli anni Novanta, non guarderà  più a quel Pallone d’oro vinto nel 1995 (unico africano ndr), come il più grande successo della sua vita.
La presidenza della Liberia, il Paese dove è nato e da dove ha spiccato il volo verso l’Europa da ragazzo di strada, vale molto di più.
E al terzo tentativo è ormai prossimo ad ottenerla, essendo nettamente in vantaggio nei conteggi anche nel ballottaggio.
A 51 anni, «King George», come era soprannominato quando seminava il panico tra i difensori avversari di mezza Serie A, è prossimo ad un traguardo a cui non aveva mai rinunciato nonostante due brucianti sconfitte contro Ellen Johnson Sirleaf, presidente uscente e Premio Nobel per la Pace nel 2011.
Dodici anni fa «The Analyst», uno dei più diffusi quotidiani in Liberia, a pochi giorni dal voto titolava sulla sua prima pagina: «Qualification vs Popularity (Preparazione vs Popolarità )».
Lui, che non era neanche riuscito a finire il liceo per seguire la carriera da calciatore dopo la chiamata di Arsene Wenger (attuale allenatore dell’Arsenal) al Monaco, incarnava la seconda: la popolarità .
Ma allora, in un Paese uscito da più di dieci anni di guerra civile con la confinante Sierra Leone e 250mila morti interrati non bastò e vinse la Sirleaf, meno popolare ma laureata ad Harvard e appoggiata da tutte le istituzioni internazionali.
Questa volta, invece, il ballottaggio non ha sta dando scampo al suo sfidante, Joseph Boakai, l’attuale vice-presidente e braccio destro della Sirleaf che, tuttavia, in campagna elettorale non lo ha mai sostenuto in modo netto.
La vita di Weah potrebbe essere divisa in un racconto epico composto in tre atti. L’inizio: nella contea di Grand Kru, una delle più povere del Paese nel centro della Liberia.
I genitori non erano in grado di prendersi cura di lui e lo lasciarono ai nonni che vivevano a Clara Town, uno dei peggiori slum di Monrovia, la capitale della Liberia.
Al contrario dei suoi coetanei sfoga la sua rabbia sui campetti da calcio e ad emergere ci mette poco. Dalla modesta lega liberiana passa in Camerun fino a Milano via Francia.
Qui si apre il secondo capitolo della sua vita fatto di successi e milioni in tutta Europa. Il ritiro nel 2002, gli anni in America, la sua grande passione dopo l’Italia, dove investe le sue fortune in immobili, ma soprattutto in istruzione, laureandosi in Gestione d’impresa alla DeVry University in Florida. Poi il ritorno in patria e l’inizio del grande sogno ormai prossimo ad essere coronato: la presidenza.
Come ambasciatore Unicef ha viaggiato la Liberia intera con un pallone in mano per convincere gli ex bambini-soldato a reintegrarsi in società . Certo i passi non erano più quelli della «pantera nera» di una volta, ma numeri ed oratoria lo hanno trasformato in un eroe nazionale da seguire ed emulare. Gli anni delle sconfitte politiche, dove è riuscito solo a vincere un seggio da senatore, sono serviti a Weah per capire che la politica non è come un campo da calcio e che le alleanze contano più che i compagni di squadra.
Così al terzo tentativo ha deciso di giocare duro scegliendo al suo fianco Jewel Howard Taylor, la moglie di Charles Taylor, ex Presidente della Liberia, incriminato a 50 anni di reclusione dalla Corte penale Internazionale dell’Aja per crimini contro l’umanità  commessi durante la guerra civile degli anni Novanta.
Una scelta che ha spinto i suoi detrattori ad accusarlo di essere la marionetta di un «sanguinario» pur di diventare presidente. Accusa rinforzata dopo che all’inizio di quest’anno, Taylor, dal carcere di Durham in Inghilterra, dove sta scontando la sua condanna, in video-conferenza è apparso a un comizio politico sostenendo la candidatura di Weah e della moglie. Un’alleanza, secondo gli analisti, decisiva per assicurare la vittoria a «King George».
Terminati i festeggiamenti il compito che spetta a Weah è ben più difficile di vincere un campionato. Il piccolo Paese dell’Africa occidentale, stabilizzato dalla presidenza Sirleaf, sta ancora scontando economicamente l’epidemia di Ebola che ha causato oltre 4800 morti tra il 2014 ed il 2015.

(da “La Stampa”)

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L’ANNO NERO DEI BAMBINI VITTIME DI CONFLITTI

Dicembre 28th, 2017 Riccardo Fucile

IN SIRIA E IRAQ USATI COME SCUDI UMANI, IN SUD SUDAN RECLUTATI DAI GRUPPI ARMATI, IN CONGO 350.000 VITTIME DI MALNUTRIZIONE GRAVE

Cosa succede a un bambino quando finisce coinvolto in una guerra? Chi si deve occupare di loro? Quali diritti vengono loro negati?
Il diritto internazionale e il senso di umanità  dovrebbero prevedere la tutela di queste vittime, anche nei conflitti armati più cruenti.
Ma invece di essere protetti, i bambini sono diventati gli obiettivi principali dei conflitti mondiali. Uccisi, vittime di stupri, rapiti, venduti, mutilati e reclutati per combattere, usati come scudi umani e lasciati a morire di fame: il 2017 è stato un anno terribile per i bambini coinvolti nei conflitti armati.
Lo dice l’ultimo rapporto Unicef secondo cui, in questo momento, nessun luogo è sicuro per loro: le parti in guerra hanno palesemente ignorato le leggi internazionali per la protezione dei più vulnerabili.
«I bambini sono stati obiettivi e sono stati esposti ad attacchi e violenze brutali nelle loro case, scuole e parchi giochi» ha dichiarato Manuel Fontaine, direttore dei Programmi di emergenza dell’Unicef. Attacchi che continuano ogni anno. Ma – ha detto Fontaine, «non possiamo diventare insensibili. Violenze di questo tipo non possono rappresentare una nuova normalità ».
Secondo il rapporto 2017 di Unicef nei conflitti odierni i bambini sono diventati obiettivi in prima linea utilizzati come scudi umani, uccisi, mutilati e reclutati per combattere: stupro, matrimonio forzato, rapimento e riduzione in schiavitù sono diventate tattiche normali nei conflitti in Iraq, Siria, Yemen, Sud Sudan e Myanmar.
Oltre alle conseguenze dirette dei conflitti, milioni di bambini soffrono di quelle indirette ma non meno gravi: malnutrizione, malattie e traumi visto che accesso a cibo, acqua e servizi igienici e sanitari vengono loro negati, danneggiati o distrutti durante i combattimenti.
L’Unicef è tornata a chiedere a tutte le parti in conflitto di rispettare gli obblighi del diritto internazionale per porre subito fine alle violazioni contro i bambini e all’utilizzo delle infrastrutture civili come scuole e ospedali.

(da agenzie)

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EMMA BONINO: “IO, ZIA D’ITALIA, UNICA A DOVER RACCOGLIERE LE FIRME, E’ RIDICOLO”

Dicembre 28th, 2017 Riccardo Fucile

ATTACCA IL ROSATELLUM: “UN PASTICCIO DISCRIMINATORIO”

“E’possibile che dopo cinquant’anni di Radicali io debba dimostrare di esistere? Sono la zia d’Italia e mi chiedono di andare in giro proprio per l’Italia a raccogliere le firme e poter così presentare la mia lista”. Per Emma Bonino, intervistata dal Corriere della Sera, “con la nuova legge elettorale stiamo davvero sfiorando il ridicolo”.
“Per legge è stato combinato un pasticcio discriminatorio, ma adesso è giusto che chi lo ha combinato lo risolva, in modo trasparente e legale”, afferma Bonino. “Una strada era già  stata trovata, un emendamento esplicativo del Pd che però è stato ritirato in parte in commissione Bilancio della Camera, proprio quella parte che serviva. Ci è stato detto che Brunetta – racconta – aveva minacciato di bloccare la legge di Bilancio e quindi di mandare il Paese in esercizio provvisorio con relativo aumento dell’Iva se fosse passato l’emendamento. Da mettersi a ridere o a piangere, a scelta”.
“Renzi aveva detto che non ci sarebbe stato problema, che tutto era a posto, emendamento compreso”, prosegue Bonino.
“Mi è stato detto che Renzi renderà  noti i candidati dei collegi uninominali in una direzione del Pd intorno al 20 gennaio. Noi mica possiamo aspettare il 20 gennaio per fare un apparentamento con il Pd. A quel punto ci rimarrebbero soltanto nove giorni di tempo per raccogliere le firme”.
Se non verrà  risolto questo “pasticcio paradossale”, ribadisce, la lista ‘Più Europa con Emma Bonino’ correrà  da sola, “e cominceremo a raccogliere le firme dal 3 gennaio, come prevede la legge”.

(da agenzie)

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