Gennaio 16th, 2018 Riccardo Fucile
SITO NON RAGGIUNGIBILE, MOLTI NON RIESCONO A VOTARE… DIVERSI CANDIDABILI NON SI TROVANO IN LISTA, ALTRI CHE NON L’HANNO MAI CHIESTO RISULTANO VOTABILI A LORO INSAPUTA
Immaginate di essere una forza politica che da cinque anni chiede di andare al voto in nome del Popolo italiano.
Immaginate anche di essere un partito il cui valore fondante (e unico tratto distintivo) è la democrazia partecipata in Rete.
Insomma: i vostri iscritti e attivisti possono decidere la politica del partito con un click. Perchè la democrazia dal basso è il principio cardine del vostro partito. Ed è in Rete che scegliete la vostra classe dirigente, i vostri candidati.
Non serve avere molta immaginazione: quel partito esiste già , dal 2009: è il Movimento 5 Stelle.
E dal 2009 non riesce a organizzare una votazione online senza inconvenienti.
Anche oggi in occasione delle annunciatissime Parlamentare a 5 Stelle è successo un disastro. Ieri sul Blog metteva le mani avanti riguardo possibili ritardi dovuti — come al solito — allo straordinario afflusso di votanti. Insomma se fosse successo qualcosa al sito di Rousseau sarebbe stato a causa del grande successo dell’iniziativa.
C’è però da dire che i gestori della piattaforma sanno esattamente quanti sono gli aventi diritto e che quindi non è impensabile prevedere (lo fanno tutti i siti di una certa importanza) di aumentare le risorse disponibili in occasione del voto per evitare che gli utenti-votanti si trovino davanti una bella pagina di errore.
Evidentemente questo non è stato fatto e il sito ha iniziato a subire i primi rallentamenti “a causa della notevole affluenza”.
Successe anche in occasione delle Gigginarie (e allora i votanti furono appena 40mila su 150mila iscritti).
Se la Casaleggio fosse una società che organizza concerti forse annunciare un “sold out” farebbe sicuramente buona pubblicità . Ma le votazioni online sono la controparte virtuale di quelle “fisiche”. Parleremmo ancora di successo clamoroso se le operazioni ai seggi andassero a rilento e se qualcuno andando a votare trovasse il seggio chiuso o spostato? Sicuramente no.
Qualche voce critica ipotizza, come già è stato fatto più volte in passato, che in realtà il sito sia non raggiungibile “di proposito” per poter truccare le votazioni.
Non c’è alcuna prova a sostegno di questa tesi. Tanto più che Grillo ha dimostrato in passato di avere il potere e l’autorità di annullare d’imperio l’esito di una consultazione senza dover fornire alcuna spiegazione.
Al di là dei rallentamenti dovuti all’affluenza il glorioso sistema operativo a 5 Stelle ha problemi ben più seri.
Non i bug del sito, mai risolti, ma alcune difficoltà che stanno sperimentando i candidati. Il più celebre dei quali è Andrea Mazzillo, già assessore al Bilancio del Comune di Roma che ha scoperto poco fa di “non essere in questo momento nella lista dei candidati alle parlamentarie 2018 del MoVimento 5 Stelle”.
Che sia dovuto ad un disguido o semplicemente Mazzillo non è stato inserito nella lista dei candidabili?
L’ex assessore non è l’unico ad scoperto di non essere in lista. Ad esempio altri utenti segnalano che a Napoli e Oristano ci sono “personaggi segnalati per mancanza di requisiti” per i quali si può votare.
Insomma pare che molti di coloro che hanno iniziato la procedura per la candidatura ma poi non hanno inviato i documenti necessari siano stati messi tra i votabili. Altri, come Paolo Palleschi, si sono trovati esclusi pur essendo in possesso di tutti i requisiti.
Qui il fallimento non è dovuto all’enorme afflusso ma all’incapacità del sistema di scremare le richieste, alcune delle quali avvenute per errore.
Ad esempio da parte di chi ha cliccato per sbaglio ma poi non ha inviato i documenti e quindi non sarebbe dovuto essere nemmeno preso in considerazione dallo Staff.
Diversi attivisti hanno scoperto che il loro nome non risulta tra i candidabili.
C’è chi chiede di sospendere le votazioni in attesa di sanare gli errori.
Ma dobbiamo essere realistici: con quindicimila candidati tutti onesti e tutti ugali che problema c’è se qualcuno non riesce a candidarsi?
Se non fosse che questo “disguido” costituisce un vulnus abbastanza grave sarebbe da preoccuparsi. Ma nel sistema della democrazia diretta da Grillo si tratta di ordinaria amministrazione.
Anche sul Blog di Grillo ci sono persone che si lamentano del processo di selezione che avrebbe escluso (non si sa per quale motivo, è la trasparenza baby) un “numero esagerato di candidati che ha ottemperato alle formalità e certamente con fedine e carichi pendenti negativi”.
Di converso sono stati accettati coloro non hanno completato la documentazione o addirittura non hanno avanzato la propria candidatura.
Ed ecco quindi che il dramma kafkiano del candidabile “a sua insaputa” che invita gli utenti a non votarlo è la ciliegina sulla torta.
Almeno uno, di onesto c’è, ed è quello che lancia un accorato appello: NON SONO CANDIDATO, NON VOTATEMI! Che sia questo il vero significato del principio dell’uno vale uno?
Alla fine se sono tutti onesti non è meglio sorteggiare a caso che far votare senza alcuna cognizione di causa? Se vieni selezionato dal Sistema Operativo a 5 Stelle ti devi far votare. Che sia questa la singularity pronosticata da Gianroberto Casaleggio?
Il sito, la macchina, che prende il sopravvento sull’umano.
(da “NextQuotidiano”)
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Gennaio 16th, 2018 Riccardo Fucile
I SOLITI PSICOPATICI FRUSTRATI NON SI DANNO PACE CHE LARISSA IAPICHINO SIA ITALIANA CAUSA “IL COLORE DELLA PELLE”… CERTO, I LORO MITI ARIANI SONO IL FISICATO FONTANA E L’ADIPOSO SALVINI
Larissa Iapichino è una figlia d’arte, suo padre è Gianni Iapichino, ex campione italiano di
salto con l’asta. Sua madre è Fiona May, campionessa mondiale e atleta olimpionica per la Nazionale italiana. Dal 1994 Fiona May è italiana. Larissa invece, classe 2002, è italiana da sempre.
Per quelli per cui la cittadinanza è un discorso di sangue però Larissa non è abbastanza italiana avendo uno dei genitori di origine straniera (Fiona May è nata in Regno Unito).
Qualche giorno fa a Padova Larissa ha stabilito la miglior prestazione italiana allieve nel pentathlon. Saltando una misura di 6.12 nel lungo Larissa ha superato il suo record personale (5.94) ed è diventata la 6 ª allieva italiana di ogni tempo in questa specialità . Insomma la figlia di May e Iapichino sta dimostrando di avere classe da vendere e se continuerà su questa strada gli esperti scommettono che potrà diventare una grande campionessa.
Per ora è presto, Larissa ha solo 15 anni e ha ancora tutto il tempo per crescere.
Nel nostro Paese, dove il candidato alla presidenza della Regione Lombardia Attilio Fontana si improvvisa difensore della razza e dove il Segretario della Lega Nord ha più volte parlato di invasione, sostituzione etnica e della necessità “di una bella pulizia di massa, via per via, quartiere per quartiere” ad alcuni attenti osservatori non è sfuggito che Larissa Iapichino, nonostante il cognome e la nazionalità forse tanto italiana non è.
Il motivo? Sempre il solito: il colore della pelle. Come se il cronometro o il metro usato per misurare la distanza del salto ne tenessero conto. Come se il colore della pelle fosse importante per stabilire qualcosa.
Ecco che nei commenti a Repubblica spuntano, nemmeno senza troppo pudore, quello che ci tengono a ribadire che una persona nata in Italia da genitori italiani sarà italiana solo sulla carta.
Siamo oltre la discussione sullo Ius Soli, perchè Larissa è italiana “per sangue” come direbbero i razzisti.
Ma non c’è abbastanza sangue, ad esempio, per giustificare il diritto a dirsi italiana. Non è certo un mistero che le coppie miste siano malviste da tutti coloro per cui la definizione minima di italiano è colui (o colei) che ha due genitori “nati in Italia da genitori a loro volta italiani”.
Molti invero scherzano sulle argomentazioni dei razzisti del nuovo millennio. Ma c’è chi fa dannatamente sul serio: come chi spiega che “la natura ha donato al popolo italiano un suo specifico colore di pelle”. E la natura non si fa certo ingannare da un documento d’identità (nè ne tiene conto a dire il vero).
C’è chi ha letto troppo i post di Diego Fusaro e pur complimentandosi con la giovane atleta rileva che la notizia è “rovinata dallo sciacallaggio di Repubblica che la sfrutta per fare la propaganda neoliberista alla libera circolazione delle persone”.
Altri sono portatori di un razzismo diverso.
Larissa è accettata in quanto “nuova italiana” (per la verità è tutta italiana senza essere nuova) perchè “fa il bene al paese”.
Insomma è utile, serve, porterà medaglie, ci farà divertire.
Quali sono i nuovi italiani “sbagliati”? Gli “opportunisti migranti” quelli che vengono qui per lavorare e trovare da mangiare. Quelli “portatori di cultura incivile” come l’Islam. Insomma anche per i razzisti ci sono stranieri “utili” e altri invece dannosi.
I primi non danno fastidio, gli altri ci stanno antipatici non per il colore della pelle (anche se..) ma perchè sono diversi da noi.
(da “NextQuotidiano”)
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Gennaio 16th, 2018 Riccardo Fucile
UN 20% DEGLI AUTO-CANDIDATI E’ COMPOSTO DA OPPORTUNISTI CHE NON HANNO MAI AVUTO A CHE FARE CON IL MOVIMENTO, DI MOLTI ALTRI NON SI CONOSCE IL PASSATO
«Ci sono gli impresentabili e quelli che abbiamo chiamato i “fantasmi”. I fantasmi sono coloro di cui non c’è traccia sul web o sono gli opportunisti che mai hanno avuto a che fare con il M5S e vogliono usarlo come un taxi. Neanche un’interazione da Facebook o da Twitter con il blog di Grillo o il sito ilblogdellestelle.it. Formalmente non abbiamo potuto escluderli».
Quanti erano? «Su 15 mila autocandidature circa il 20%».
Per varcare le inaccessibili e oscure procedure di selezione dei candidati 5 Stelle organizzate dalla Casaleggio Associati, abbiamo ottenuto l’aiuto di una fonte dello staff parlamentare, che ha lavorato su tre regioni italiane, passando in rassegna circa 700 candidature. «Di queste ne abbiamo respinte un centinaio» spiega.
Oggi e domani ci saranno le Parlamentarie.
Una selezione che riguarda solo il listino proporzionale bloccato. Sui collegi uninominali deciderà il capo politico Luigi Di Maio.
Alle primarie di oggi parteciperanno i sopravvissuti della triplice scrematura avviata dopo la chiusura delle autocandidature di inizio gennaio.
L’incredibile mole di nomi e curriculum è passata prima dalle mani della Casaleggio che ha analizzato i certificati penali, poi da quelle dei collaboratori parlamentari che hanno diviso le liste per regione.
«L’ultimo passaggio c’è stato oggi (ieri, ndr), alla Casaleggio, con un gruppo di legali».
Davide Casaleggio, spiega la fonte, «non darà i nomi degli esclusi, ma solo le percentuali. Siamo sicuri che appena usciranno le liste ci saranno un botto di polemiche. Per questo hanno chiesto di farci trovare pronti fino a domani. Ci hanno detto “Saranno due giorni di fuoco”. Molti non sono riusciti a candidarsi perchè la piattaforma Rousseau è andata in tilt il 3 gennaio. Chiederanno spiegazioni e non avranno risposte».
Lorenzo Borrè, l’avvocato delle mille battaglie legali contro Beppe Grillo, è già pronto a organizzare i ricorsi di massa. «Nel M5S si sono messi l’animo in pace».
Saranno poche le informazioni che Casaleggio e i vertici daranno sui circa 15 mila candidati (a partire da questo numero, che è ufficioso). Anche perchè, conferma la fonte, molti nomi, tra quelli depennati, confermano l’idea che il M5S sia un carro su cui sta salendo chiunque, una calamita di personaggi al limite dell’incredibile.
Gli «impresentabili» che erano l’incubo dei 5 Stelle puntualmente si sono materializzati: «La Casaleggio ci ha incaricati di verificare i profili ed evitare tutte le stranezze. Mitomani che credono alle scie chimiche, che parlano di sirene come Carlo Sibilia, o di chip sotto la pelle. Abbiamo escluso candidati che avevano post in cui si parlava della cura contro i tumori con l’acqua».
Un caso limite, paradossale, «è stato un candidato accusato di aggressioni a un attivista 5 Stelle».
I selezionatori hanno così dovuto, per intere giornate, passare in rassegna giornali, siti, agenzie e, specialmente, i social network, trovando di tutto: «Prima abbiamo analizzato i vizi formali, chi per esempio era stato consigliere per due legislature con un altro partito (adesso la deroga vale solo per un mandato, ndr). Poi abbiamo escluso chi aveva post omofobi, razzisti, fascisteggianti oppure chi insisteva con foto di donne nude».
Spesso li hanno scovati andando a ritroso. Perchè, forse in vista di una candidatura, per tutto il 2017 le bacheche non riportano massaggi imbarazzanti. «Però basta andare al 2015, e trovi diversi candidati che condividevano frasi di Matteo Salvini. C’è il terrore che possano essere troll del Pd che piazza questi personaggi per screditare il progetto. Soprattutto tra i fantasmi del web, che non hanno altre tracce sul web».
La paranoia, già alta nel M5S, è diventata metodo.
(da “La Stampa”)
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Gennaio 16th, 2018 Riccardo Fucile
NON CORRERA’ IN UN COLLEGIO MAGGIORITARIO MA NEL LISTINO PROPORZIONALE CHE EVITA IL CONFRONTO DIRETTO CON UN AVVERSARIO
Goffredo De Marchis su Repubblica di oggi racconta che il Partito Democratico sta
sciogliendo la riserva sulla candidatura di Maria Elena Boschi nel modo che tutela di più la sottosegretaria alla presidenza del Consiglio del governo Gentiloni.
Ovvero: MEB non correrà in un collegio maggioritario (si parlava addirittura di un suo confronto con Claudio Borghi ad Arezzo), ma andrà nel listino plurinominale:
Qualcuno dirà che scappa. Qualcun altro che il Pd è costretto a farla scappare, dopo il boomerang della commissione Banche.
Il fatto è che Maria Elena Boschi non correrà in un collegio maggioritario.
Sarà candidata solo nel listino plurinominale che garantisce l’elezione ed evita il confronto diretto con gli avversari.
Niente duelli per la sottosegretaria che gli altri partiti aspettavano al varco per contrapporle un big e dimostrare la sua debolezza.
A tredici giorni dal termine per la presentazione delle liste (28-29 gennaio), questo è l’orientamento di Matteo Renzi e dello stato maggiore che lavora con lui alla composizione delle liste.
Come è sempre avvenuto, le certezze sulle candidature arriveranno la notte prima dell’ultimo giorno utile. Non manca il tempo per un ripensamento. Ma la pedina Boschi ha già fatto il giro d’Italia sulla piantina dei collegi che hanno in pochissimi.
A cominciare dalla Toscana. Arezzo esclusa, Lucca esclusa, si era immaginata una competizione aperta nelle zone di Massa o Grosseto.
Ipotesi alla fine cassata. Poi erano spuntati i collegi in Campania, ma il pericolo rimaneva vicino ai livelli di guardia.
Alla fine, nessun collegio è sembrato abbastanza al riparo da uno scontro all’ultimo sangue che finirebbe per danneggiare la sottosegretaria e soprattutto il Partito democratico.
Molto meglio la ritirata con la garanzia, nella stessa Toscana, di un collegio proporzionale dove la lista è bloccata. In questo modo anche la campagna elettorale della Boschi sarà meno esposta, meno in prima persona. Se passa la linea sull’ex ministra della Riforme, sarà un nodo in meno da sciogliere.
E pensare che le polemiche su Boschi si erano praticamente sopite, prima che il PD decidesse di fare la commissione banche.
(da “NextQuotidiano”)
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Gennaio 16th, 2018 Riccardo Fucile
LA MANCANZA DI ALLERTA DELL’AMMINISTRAZIONE.. PESA LA VICENDA DELL’APPL DIMENTICATA
Filippo Nogarin, sindaco di Livorno, è indagato per omicidio colposo in relazione all’alluvione del 10 settembre scorso.
Lo ha annunciato lui stesso ieri su Facebook aggiungendo di essere stato interrogato dai pubblici ministeri che si occupano dell’indagine: «Io so di aver operato nel massimo rispetto delle leggi e delle procedure, ma è chiaro che davanti alla morte di 8 persone gli investigatori debbano approfondire ogni dettaglio ed esaminare la condotta di ciascuno degli attori in campo quella notte e non soltanto»
L’interrogatorio, davanti al procuratore capo Ettore Squillace Greco, e ai tre sostituti, Antonella Tenerani, Giuseppe Rizzo e Sabrina Carmazzi, è durato cinque ore. Alla vigilia dell’evento, la Regione aveva diramato l’allerta arancione — non quindi, quella rossa, di massimo grado — e il sindaco di Livorno non aveva ritenuto opportuno avvertire la cittadinanza. Marta Vincenzi, sindaca PD di Genova, nel novembre 2016 è stata condannata a cinque anni per l’alluvione del 2011.
A Livorno — secondo il Comune -ci sono 3.408 edifici in aree a rischio idrogeologico: 2.324 sono in aree a pericolosità elevata, 1.084 a pericolosità molto elevata.
Quasi tutte in zone eleganti e in regola con i permessi.
Ricorda oggi Ferruccio Sansa sul Fatto che tutto accadde nella notte tra il 9 e il 10 settembre a Livorno: tutti i fari sono puntati sulla Liguria e su Genova, dove è prevista la parte più forte del rovescio, ma alle 21,39 il centro funzionale di monitoraggio della Regione Toscana lancia il primo allarme alla Protezione Civile livornese; alle 5,40 il momento dell’esondazione del Rio Maggiore.
Dalle 2 alle 4 di notte cade la pioggia che cade di solito in 5 mesi (anche se nel 2011 in Lunigiana ne era caduta di più) e fa una strage
Alle 4,30 del mattino i torrenti esplodono. Accade nei quartieri borghesi, vicino al mare, dove il Rio Maggiore scorre interrato contro le pareti esterne delle abitazioni. Così viene cancellata la famiglia Ramacciotti: Simone (37 anni) e la moglie Glenda (36). Poi il padre Roberto (65 anni) che si getta nel fango per salvare il nipote Filippo che aveva appena festeggiato i 4 anni. Ma si muore anche nel quartiere della Collinaia.
L’acqua entra nella stanza di Filippo Meschini — 30 anni, salvo per miracolo — e della povera moglie Martina. A poche decine di metri Raimondo Frattali, 70 anni, sparisce nel fango. A Montenero -la collina di Livorno, quella del Santuario della Madonna — la pioggia imbeve la terra, la disfa. Così muore Roberto Vestuti di 74 anni. Mentre la pioggia provoca un incidente frontale che uccide Matteo Nigiotti di 22 anni
Le previsioni parlavano di rischio dalle 8 alle 13: Nogarin ha sempre sostenuto di aver saputo dell’alluvione alle 6,39 di domenica, i pm vogliono chiarire chi fosse al comando della Protezione Civile tra le 3 e le 4 di notte.
Nei giorni precedenti all’alluvione era arrivato anche al Comune di Livorno un’allerta arancione, ma dall’Amministrazione non era partito nessun tipo di allarme alla popolazione.
Per Nogarin si tratta della quarta inchiesta dall’inizio del suo mandato: la prima volta fu nell’aprile del 2016, per la gestione dell’Aamps, la società per la raccolta e la gestione dei rifiuti poi finita in concordato, costata al sindaco anche una seconda inchiesta.
Un’altra è dell’ottobre 2017 e riguarda la Spil, la Società porto industriale di Livorno. Qui l’accusa sarebbe di turbativa d’asta.
Qualche tempo fa Filippo Nogarin ha ammesso di aver dimenticato di usare l’app per l’allerta meteo predisposta dalla Regione Toscana e consegnatagli da Luca Soriani, funzionario della Protezione Civile del Comune di Livorno.
Il sindaco in precedenza aveva dichiarato al Tirreno di non aver mai ricevuto le credenziali per l’accesso. Poi ha ammesso di aver ricevuto tutto a suo tempo ma di essersene dimenticato. Come ricostruì all’epoca Il Tirreno, dal suo ufficio è poi spuntata la dichiarazione di avvenuta consegna del manuale utente e delle credenziali di accesso del Centro Funzionale Regionale Toscana, firmata dal sindaco il 9 dicembre 2016.
La questione dell’app non è al centro della vicenda dell’alluvione a Livorno: il suo utilizzo non avrebbe sicuramente salvato nessuno.
Il 15 settembre scorso durante la conferenza stampa con il governatore Enrico Rossi la protezione civile aveva spiegato a cosa servisse la app del Centro Funzionale Regionale, che fa scattare sul telefonino una sirena ogni volta che i pluviometri e gli idrometri misurano un livello di guardia superato. E l’allarme, con relativa sirena riprodotta dalla app, risulta essere scattato — sempre secondo quanto riferito dagli ingegneri del Cfr — alle 21. 39 di sabato 9 settembre e poi altre volte durante il diluvio che ha provocato morti e devastazioni. Ma Filippo Nogarin la sirena non l’ha mai sentita, perchè non si era “loggato” e quindi la sua app non era attiva.
Nogarin nell’occasione disse di aver scaricato soltanto quel giorno la App e anche di non aver ricevuto nessuna busta con credenziali per l’account: «Non ho mai ricevuto nessuna busta contenente le credenziali per accedere all’account, nè ho mai partecipato a nessuna presentazione ufficiale, se non nel mondo dei sogni della Regione. Ma se anche avessero fatto la presentazione, perchè non avvertirmi? Insomma, non inviate la solita mail, una delle 1500 che ricevo ogni giorno. Se è una cosa a tutela dei cittadini, alzate il telefono. Chiamatemi».
Invece era andata diversamente.
Come ricostruito dal quotidiano di Livorno, Soriani aveva confermato di aver consegnato alla segreteria del sindaco la App e smentito il sindaco.
Alla fine aveva ragione lui.
(da agenzie)
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Gennaio 16th, 2018 Riccardo Fucile
SI CERCA DI RICOSTRUIRE IL PASSAGGIO DI 740 MILIONI DI EURO DAL FINANZIERE CINESE A BERLUSCONI
Dodici pagine per tracciare l’origine di 300 milioni di euro. Le prime tre tranche con cui,
lo scorso anno, il finanziere cinese Yonghong Li ha gettato le basi per la scalata all’Ac Milan, società per 31 anni nelle mani di Silvio Berlusconi.
È la conferma dell’inchiesta che la procura di Milano ha aperto sulla vendita della società rossonera.
Da circa venti giorni i pm hanno puntato il faro sull’origine di parte dei 740 milioni serviti per ottenere la maggioranza del club.
A luglio, era stato lo storico legale dell’ex Cavaliere, Niccolò Ghedini, a presentare spontaneamente in procura i documenti che attestavano la regolarità dell’operazione, certificata da due importanti banche internazionali.
Ma, come impone la legge in materia di lotta al riciclaggio, anche Banca d’Italia ha svolto le sue verifiche.
E proprio le conclusioni alcuni mesi fa sono state inviate al Nucleo di polizia valutaria di Milano, che ha poi firmato il primo rapporto ufficiale sull’affaire Milan.
Questo iter è previsto dalla legge nei casi in cui si «sospettano o si hanno ragionevoli motivi per sospettare che siano in corso o che siano state compiute o tentate, operazioni di riciclaggio o di finanziamento del terrorismo».
Sulla vendita del Milan, ci sono irregolarità o procedure anomale già accertate?
Al momento i passaggi di denaro tracciati vengono bollati – come ha riportato ieri l’agenzia Agi – sotto la dicitura di «segnalazioni di operazioni sospette (Sos)».
Le Sos sono i rapporti che banche, intermediari finanziari, operatori sono obbligati a consegnare all’Uif, l’Unità di informazione finanziaria della Banca d’Italia, quando sospettano operazioni di presunto riciclaggio.
In questo caso, i 300 milioni sono stati versati dall’attuale proprietario del Milan, attraverso finanziarie di Hong Kong.
Questo non vuol dire che si possano già ipotizzare reati. Le conclusioni spetteranno al lavoro di verifica che svolgerà il procuratore aggiunto di Milano, Fabio De Pasquale, sul cui tavolo a dicembre è stato consegnato il rapporto. Il dato, però, contrasta con le dichiarazioni del procuratore capo, Francesco Greco, che sabato aveva sostenuto come non ci fosse alcuna attività investigativa in corso.
La notizia dell’invio delle carte alla procura, arriva due giorni dopo quanto anticipato da La Stampa.
Una informazione che ha scatenato polemiche politiche durissime partite dagli uomini più seguiti dall’ex Cavalier Berlusconi, e commenti sui quotidiani vicini al centro destra.
Su questo tema, ieri, l’Ordine dei giornalisti della Lombardia ha preso posizione, smentendo ricostruzioni sugli autori degli articoli. «L’indicare con nome e cognome un collega qualificandolo come “presidente” (o, in alternativa, “capo”) del Tribunale dei giornalisti lombardi e sollecitandolo ad assumere decisioni (le dimissioni, ndr) e iniziative in proposito in relazione non alla sua attività disciplinare ma a quella strettamente professionale – scrive l’Ordine – è scorretto sotto ogni punto di vista e soprattutto, ad oggi, rappresenta una pressione sfornita di ogni presupposto di fatto e di diritto».
(da “La Stampa”)
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Gennaio 16th, 2018 Riccardo Fucile
ARRIVA IN ANTICIPO A CASALE PER PARLARE CON I FAMILIARI DELLE VITTIME DELL’AMIANTO, DANDO UNA LEZIONE DI STILE A QUALCUNO
Più persone che sedie: Ettore Coppo già vice sindaco di Casale dà il via così all’incontro con Massimo D’Alema che è arrivato con mezz’ora di anticipo perchè voleva incontrare i rappresentanti di Afeva.
È la prima volta a Casale per il combattente della sinistra che avrebbe dovuto essere rottamato da Renzi e che adesso si ritrova sotto il cappello di Liberi e Uguali.
Nella sala l’età media è piuttosto alta ma «si sa sono loro che vanno a votare, bisogna convicerli i giovani» dicono quei tanti che sono rimasti in piedi in fondo alla sala.
È stato un Massimo D’Alema che ha parlato di povertà e spesa sanitaria, di integrazione e di «barbari che parlano di razza bianca».
Non ha mancato di citare le promesse elettorali di Berlusconi e «del suo giovane emulo» Renzi che per nome ha citato una volta solamente «manca solo che promettano che sarà tre volte Natale come nella canzone di Dalla».
La nuova legge elettorale? «Funziona che voti la Bonino ed eleggi la Boschi: il partito grande ingloba quello piccolo»..
La sala ha dispensato applausi
(da “La Stampa”)
argomento: Liberi e Uguali | Commenta »
Gennaio 16th, 2018 Riccardo Fucile
SPUNTA OVUNQUE, MA LUI HA AVVERTITO CHE NON SI CANDIDA, AL MASSIMO PUO’ ACCETTARE DI ESSERE NOMINATO
Dove mandiamo oggi Calenda? 
Nel mondo avvizzito della politica qualcuno che sappia tenersi in piedi da solo e farsi notare nella nebbia fitta delle idee è immediatamente trasformato in ambulanza.
Pronto soccorso quotidiano. Da qualche settimana Carlo Calenda, il ministro per le Attività produttive, dà un po’ di luce al buio del Pd.
E il suo nome sbuca ovunque sia possibile, per qualunque incarico.
Calenda ha fatto un figurone nella crisi dell’Ilva, ha bastonato a meraviglia Michele Emiliano, l’oppositore pugliese di Renzi.
Poi è passato ad assestare due sganascioni a Virginia Raggi, la sindaca grillina. Ottimo.
È stato avvistato dalle parti di Emma Bonino, impegnata a trovare una via di fuga e sottrarsi alle norme che le imponevano di raccogliere le firme di cittadini elettori per presentare il suo simbolo.
E si dice che Calenda sia stato l’artefice del soccorso Tabacci.
Due giorni fa era a Milano per lanciare la candidatura di Giorgio Gori.
Per il suo futuro non ha che da scegliere: ministro, o presidente del Consiglio o sindaco di Roma.
Oppure, e a prescindere, qualunque altra necessità : Rai, Lega Calcio, Monopoli di Stato? Lui c’è.
Calenda è oggi quel che ieri è stato Raffaele Cantone. Ricordate il presidente dell’Autorità anti corruzione?
Portato a braccio ovunque, come una madonna pellegrina.
Calenda, che è furbo, ha già avvertito che non si candida.
Al massimo può accettare di essere nominato.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 16th, 2018 Riccardo Fucile
MINNITI FA RIUNIONI, LA SITUAZIONE E’ FUORI CONTROLLO… E’ ORA CHE LO STATO FACCIA MALEDIRE A QUESTA FOGNA IL GIORNO DI ESSERE VENUTI AL MONDO, SENZA SE E SENZA MA
Di sabato, alle 23.30, il Lungomare di Napoli è un immenso fiume di ragazzi di ogni età . Da una parte il mare e lo spettacolo mozzafiato della collina di Posillipo, che luminosa si «addormenta» nel Golfo, dall’altra le pizzerie e i ristoranti pieni zeppi di famiglie.
Nel «mondo di mezzo» centinaia di giovani passeggiano in gruppi. Soffia vento freddo, ma finalmente non piove. In tanti decidono di passare qualche ora a Chiaia, il salotto «buono» della città e in lontananza si sentono i clacson delle auto incolonnate lungo via Caracciolo, in cerca di un «buco» per parcheggiare.
È un giorno esattamente come gli altri. Poi il caos. Improvviso, ingestibile, inspiegabile. Le urla delle donne sono da sceneggiata e le frasi inequivocabili: «Uccideteli», gridano. Sono loro ad accendere gli animi di un gruppo di almeno trenta ragazzi che non aspetta altro e inizia ad inseguire, tra folla, tre giovani colpevoli di aver rivolto un sorriso di scherno ad una giovane, poco più che bambina, molto appariscente, che indossa una pelliccia fucsia.
La donna-boss
Colpevoli di aver preso in giro la «regina» del gruppo che come una donna-boss incita alla vendetta senza pietà : «Ti spezzo le gambe», urla da lontano. Eccolo il «branco» di baby-gang. Ecco come si muove, come agisce, come ferisce e come, con spavalderia, sfida le forze dell’ordine e poi sparisce del tutto, mischiandosi alla gente impaurita.
Una strategia del terrore che a Napoli sta seminando il panico.
Dieci ragazzi accoltellati dall’inizio di dicembre ad oggi, altri due con il setto nasale rotto e uno, Gaetano, 15 anni, con una milza spappolata a calci e pugni da un gruppo di dieci minorenni.
Il Corriere del Mezzogiorno ha deciso così di provare a stanare quei ragazzini in azione, di capire come riescono ad entrare in contatto con gli altri gruppi di giovani e come scelgono le loro vittime. È bastato aspettare e passeggiare tra loro con una birra tra le mani, avanti e indietro per il Lungomare.
A caccia di risse
Ogni occasione è buona per far scoppiare la rissa e lo si capisce da come si scrutano gli uni con gli altri, come se la strada fosse un ring dove battersi.
Ed è stato così sabato sera alle 23.45, lungo la strada che dovrebbe essere la cartolina della città , il biglietto da visita per i turisti, il porto sicuro per i cittadini.
In trenta si sono scagliati contro tre ragazzini, solo perchè hanno osato sorridere a una loro amica. È vietato. Nella legge del «branco» è vietato. Ma in realtà è vietato tutto, anche abbassare lo sguardo e camminare, anche chiedere scusa, anche indossare un capo firmato, perchè loro vogliono picchiare e farlo davanti a tutti, come in un film, peggio che in «Gomorra».
Così riescono ad accreditarsi agli occhi degli adulti, dei boss, del «branco» e a quelli delle loro ragazzine che durante la caccia all’uomo di sabato sera hanno continuato ad incitare alla «guerra».
E picchiano anche davanti alle forze dell’ordine, senza paura di essere presi perchè nessuno può fermare la furia di trenta ragazzini, che agiscono come uno squadrone militare.
Uno alla volta e da tutte le parti così da far perdere l’orientamento alle vittime, così da infliggere più danni possibili e nel più breve tempo possibile: non è un attacco improvvisato. Sono degli specialisti.
La caccia
Gli «agnelli sacrificali» del Lungomare questa volta sono tre amici di San Giovanni a Teduccio, periferia est di Napoli. Uno di loro è alto, un bel ragazzo, capelli rasati ai lati e ciuffo «gelatinato» all’ultima moda. Si incrociano per loro sfortuna con un altro gruppo, molto numeroso. Cinque ragazze e tutti ragazzi tra i dieci e quindici anni, almeno così sembra. Omologati: jeans stracciati, scarpe nere, bomber, sciarpe scure. Si guardano e scatta l’azione.
I tre capiscono subito che si mette male e fuggono verso la zona della «colonna spezzata». Lì c’è una camionetta dell’Esercito con due militari di «strade sicure»: hanno i Kalashnikov al collo, armati di colpo in canna.
Chiedono aiuto ma il «branco» ha deciso: «Quei tre devo abbuscare », essere picchiati. E così il gruppo avanza compatto e si fa sempre più rumoroso e numeroso. Accerchia la camionetta dove si sono rifugiati le tre vittime. Mentre due di loro, petto in fuori, cercano di affrontare i militari che si frappongono al «branco», gli altri colpiscono i ragazzi più volte con pugni al volto.
Tattica da guerriglia
È una tattica: due distraggono e due colpiscono. «Ti spezzo le gambe, ti ammazzo, non farti più vedere». Lo fanno anche la seconda volta, e il rumore dello schiaffo è fortissimo. Il sangue freddo dei due militari dell’Esercito scongiura però il peggio.
Via radio sono stati chiamati i rinforzi, mentre cercano di calmare gli animi, ma è impossibile: «Ti dobbiamo uccidere», urlano contro il ragazzo impaurito che dice di non aver fatto nulla. I carabinieri arrivano in pochissimi attimi, ma uno del «branco» era un po’ più indietro di vedetta, lancia immediatamente il segnale: «’E guardie, ‘e guardie , sciogliete, sciogliete».
E miglior termine non poteva scegliere. Tutti in fuga in direzioni diverse: sciolti nel nulla. Dissolti. Le vittime, con ancora i segni sul volto dei violenti schiaffi e pugni incassati, raccontano quello che hanno visto e subìto: «Erano tanti, non abbiamo fatto niente, veramente non abbiamo fatto nulla».
Ma a Napoli si può essere uccisi, finanche, da innocenti.
(da “il Corriere del Mezzogiorno”)
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