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UN PEZZO DI LEGNO A SUPPORTO DELLE ROTAIE UNA DELLE CONCAUSE DELLA TRAGEDIA DEL TRENO TRENORD A PIOLTELLO

Gennaio 27th, 2018 Riccardo Fucile

UNA TAVOLETTA DI LEGNO ERA STATA SISTEMATA COME UN TAPPULLO

Un pezzo di legno infilato sotto la rotaia dove la giuntura è usurata e senza alcuni bulloni e dalla quale si è staccato il pezzo di binario potrebbe essere una delle concause dello svio, assieme anche alla traversina che nel tempo si sarebbe sgretolata, che ha provocato il deragliamento del treno Trenord che viaggiava da Pioltello a Segrate.
Secondo questa tesi, racconta oggi Repubblica, è questa la pista che seguono gli investigatori per ricostruire le ragioni del deragliamento del treno a Pioltello che giovedì mattina ha causato tre morti. Il macchinista ha spiegato agli inquirenti: «Non ho notato niente di anomalo, non ho sentito nessun rumore, nessuna vibrazione, altrimenti avrei azionato il freno d’emergenza».
I magistrati hanno effettuato nuovi rilievi sui tre chilometri di tratta che l’11 gennaio erano stati esaminati dalla macchina per la diagnostica senza che nulla fosse rilevato. Il “punto zero” è stato fotografato con la tecnica della fotogrammetria (che consente di avere immagini in 3D): il segmento interessato alla rottura è stato quindi tagliato e portato in laboratorio, così come è stata messa in sicurezza la scatola nera.
I pm hanno ispezionato poi la locomotrice e i vagoni, in particolare la terza carrozza, la prima a scarrocciare, dove all’alba di giovedì hanno perso la vita Pierangela Tadini, 51anni, Giuseppina Pirri, 39 anni, e Ida Maddalena Milanesi, 61 anni. Le autopsie sulle vittime saranno eseguite la prossima settimana, un “accertamento irripetibile” che potrebbe portare, come atto dovuto, all’iscrizione nel registro degli indagati dei dirigenti di Rfi, senza escludere quelli di Trenord, la società  proprietaria del treno.
Chi ha messo la tavoletta, scrive il Corriere, potrebbe aver valutato che si potesse risolvere il problema con la sostituzione dei giunti che era prevista per le prossime settimane. Quelli nuovi erano già  pronti lungo la massicciata.
«Si chiama manutenzione correttiva, una scorta d’emergenza pronta sul posto, così in caso di necessità  si ha già  il pezzo pronto», ha spiegato a Radio 24 Umberto Lebruto, direttore produzione di Rfi.

(da “La Repubblica”)

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QUANDO IL M5S DAVA DEL MAFIOSO AD ALFONSO SABELLA

Gennaio 27th, 2018 Riccardo Fucile

L’EX MAGISTRATO: “ORA TUTTI APPLAUDONO LE OPERAZIONI CONTRO IL CLAN SPADA, QUANDO DICEVO CHE A OSTIA C’ERA LA MAFIA TUTTI RIDEVANO”

Alfonso Sabella è intervenuto questa mattina ai microfoni di ECG, il programma condotto da Roberto Arduini e Andrea Di Ciancio su Radio Cusano Campus, l’emittente dell’Università  degli Studi Niccolò Cusano.
Magistrato, già  commissario del X Municipio a Roma, ha detto la sua su come il Clan Spada si è preso Ostia: “Non sono sorpreso di quello che è successo ieri. Nel 2015 quando dicevo che Ostia mi ricordava Corleone mi prendevano in giro. Io ho sempre distinto Ostia dal resto di Roma nella misura in cui dicevo che Roma fondamentalmente una città  corrotta, Ostia è fondamentalmente una città  mafiosa. Le mafie sono presenti a Ostia con tutte le caratteristiche tipiche delle organizzazioni mafiosi del Sud. Si diceva solo una settimana fa che era stata creata una fantasiosa mafia litorale, commercianti e sindacati negavano che esistesse la mafia a Ostia. Fa comodo dire che la mafia a Ostia non esiste. Mi dispiace che oggi la politica non intervenga su questo aspetto. Non è possibile delegare tutto alla magistratura. Appena arrivato a Ostia ho subito chiuso la palestra di Roberto Spada e schiodo Vito Triassi dalla spiaggia. Dopo ad aver fatto queste operazioni, mi trovo ad essere indicato come mafioso.
Nella relazione che il Movimento 5 Stelle ha presentato in pompa magna in Campidoglio il 7 settembre 2015, quel giorno c’erano tutti, la Raggi, Frongia, De Vito, i mafiosi venivano considerati Ciotti, Sabella, Federica Angeli.
Agli Spada veniva dedicata mezza paginetta. La politica deve avere il coraggio di fare scelte impopolari, non si può parlare di mafia e fare l’applauso alle forze di polizia dopo che tu ti sei tirato indietro e sei stato dalla parte sbagliata per tanto tempo”.
Alfonso Sabella è amareggiato: “All’epoca sono rimasto totalmente solo, si parla di due anni fa, non di una vita fa. Nel mio tentativo di riportare la legalità  a Ostia sono stato osteggiato da tutti. Ora sono amareggiato, perchè scopro che la realtà  è quella che avevo immaginato. A Ostia l’odore di mafia era forte, molto forte, l’avevo avvertito nel primo momento in cui c’ho messo piede. Sono stato seguito, pedinato. Un paio di volte sono andato ad Ostia armato, avevo un autista del comune che aveva paura, un paio di volte mi sono portato la pistola. Non perchè volessi fare lo sceriffo, ma perchè sono stato pedinato, miei collaboratori furono minacciati, il direttore del municipio si trovò i vetri dei finistrini spaccati, Silvia Decina si vide tirare dalle finestre cicche di sigarette accese e oggetti vari, la direttrice dei servizi sociali ha subito un tentativo di violenza sessuale, sto parlando del periodo che va da marzo ad agosto del 2015. Ora sono molto amareggiato nel vedere chi si spella le mani ad applaudire le forze di polizia, quando due anni fa stava chiaramente dalla parte sbagliata. E’ arrivato l’inizio della fine della mafia a Ostia ma delegare il problema solo alla magistratura tra qualche anno ci saranno delle altre realtà  criminali se lo Stato non prenderà  il controllo del territorio”.

(da “NextQuotidiano”)

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GHALI, IL RAPPER ITALO-TUNISINO CANTA “CARA ITALIA”: “MI HAI VISTO NASCERE, MI HAI CRESCIUTO, SEI LA MIA DOLCE META'”

Gennaio 27th, 2018 Riccardo Fucile

“NON PARLARMI PIU’ DI CONFINI E NON TI PARLERO’ PIU’ CON DIFFIDENZA, NON SENTIRTI INFERIORE E IO MI SENTIRO’ ALL’ALTEZZA, NON VEDERMI COME UN NEMICO E IO TI VEDRO’ COME UNA SORELLA, UN’AMICA, UNA MAMMA”

Tra le critiche più ricorrenti ai rapper della nuova scuola c’è quella di non avere contenuti. “Cantano banalità . Versi stupidi. Sempre le solite cose”.
Un refrain ripetitivo e a volte anche fuori luogo che ci ha accompagnato fastidiosamente nell’ultimo anno. Poi ti accorgi che l’esponente principale di questa “nuova scuola” se ne esce fuori con un pezzo più che singolo è uno stato d’animo. E tutto il castello di critiche di colpo casca al primo verso della canzone.
“Cara Italia” di Ghali è un inno al nostro Paese. Un ritratto che l’artista italo-tunisino ha voluto scrivere in un momento storico e culturale delicato per l’Italia quanto al tema dell’ integrazione.
“Cara Italia. Ti dedico questa canzone che ho ideato tornando dal mio primo viaggio in America. Non hai nulla da invidiare a questi grandi paesi che vediamo nei film. Spero però che tu non ti offenda per aver risaltato i tuoi difetti, sappiamo tutti che sei bellissima ma questo serve a migliorarsi”. Così ha scritto in un post su Instagram il rapper.
Incollare l’etichetta di “nuovi cantautori” ai rapper è sbagliato e forse esagerato.
Però una cosa è certa: spesso nei loro testi ritroviamo una quotidianità  per noi ormai sconosciuta. Un aspetto molto diffuso soprattutto tra gli artisti delle seconde generazioni. “Ho scritto sei la mia dolce metà  perchè è davvero così. Tu mi hai visto nascere, mi hai cresciuto e ora che in ogni tuo angolo gridano il mio nome come posso voltarti le spalle? Tu che sei la dimora dei miei desideri, il letto dei miei sogni” scrive ancora nel post su Instagram Ghali.
Nel pezzo spunta anche una citazione a Gaber. Tra passato e futuro l’artista italo-tunisino è il simbolo del cambiamento. Di un nuovo vento che sta per scombussolare un po’ tutto. “Ti chiedo solo tre cose: NON PARLARMI più di confini e non ti parlerò più con diffidenza. NON SENTIRTI inferiore e io mi sentirò all’altezza. NON VEDERMI come un nemico e io ti vedrò come una sorella, un’amica, una mamma”.
Cara Italia” è più di una canzone . È un manifesto contro i luoghi comuni. È un messaggio di integrazione e distensione.

(da “il Fatto Quotidiano“)

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LISTE PD: GENTILONI, ORFINI, MADIA E BONINO A ROMA, RENZI A FIRENZE, BOSCHI A BOLZANO

Gennaio 27th, 2018 Riccardo Fucile

CASINI A BOLOGNA, ANNIBALI A PARMA, LORENZIN A MODENA, FEDELI A PISA

A leggere le candidature è Lorenzo Guerini. È notte fonda al Nazareno quando arriva l’ok alle liste, dopo trattative infinite e lo strappo con la minoranza dem.
Paolo Gentiloni sarà  candidato al collegio Roma 1 per la Camera e in due listini proporzionali nelle Marche e in Sicilia. A Roma 2 correrà  Marianna Madia, mentre Matteo Orfini sarà  a Torre Angela. Nella Capitale anche Emma Bonino per il Senato.
Matteo Renzi sarà  candidato, come annunciato, nel collegio uninominale di Firenze al Senato e in due listini plurinominali, in Campania e Umbria. Maria Elena Boschi corre nel collegio uninominale di Bolzano alla Camera, Beatrice Lorenzin sarà  candidata alla Camera nel collegio di Modena, Valeria Fedeli al Senato nel collegio di Pisa.
Pier Ferdinando Casini correrà  nel collegio uninominale di Bologna per il Senato. Per Lucia Annibali spazio nell’uninominale Camera a Parma, Dario Franceschini alla Camera a Ferrara, a Reggio Emilia Graziano Delrio (Camera) e a Ferrara (Senato) Sandra Zampa. Confermata la candidatura di Pier Carlo Padoan a Siena e quella di Marco Minniti a Pesaro.
Correrà  a Nardò invece Teresa Bellanova. Benedetto Della Vedova sarà  candidato al collegio di Prato alla Camera. Beppe Fioroni è in lista a Viterbo al Senato.
Saranno candidati Cesare Damiano e Barbara Pollastrini, che in un primo momento erano stati esclusi.
Spazio a Riccardo Nencini nel difficile collegio di Arezzo, Gianni Cuperlo a Sassuolo, Gianni Pittella a Potenza.
Torna il costituzionalista Stefano Ceccanti mentre tra le new entry c’è il portavoce di Renzi prima e Gentiloni poi, Filippo Sensi.
In Campania sarà  candidato Giuseppe De Mita, nipote di Ciriaco, ma anche Piero De Luca, figlio del governatore campano, sarà  candidato per il Pd come capolista alla Camera nel Collegio Campania 2 e nell’uninominale a Salerno.
Il fedelissimo di Vincenzo De Luca, Franco Alfieri, che fu al centro del caso ‘fritture di pesce’ da offrire agli elettori nella campagna per il referendum, è invece candidato nel maggioritario nel collegio di Agropoli, città  di cui è stato sindaco.

(da “Huffingtonpost”)

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LA NOTTE PORTA SCOMPIGLIO: ALLE 4 IL PD APPROVA LE LISTE, LA MINORANZA NON PARTECIPA

Gennaio 27th, 2018 Riccardo Fucile

RENZI: “UN’ESPERIENZA DEVASTANTE”… ORLANDO: “COMBATTEREMO, MA CON LISTE SBAGLIATE”

La notte porta scompiglio. Alla fine il Partito Democratico riesce ad approvare le liste elettorali, ma Matteo Renzi ammette: “È stata una delle esperienze più devastanti che abbia vissuto”.
La minoranza consuma lo strappo, è presente ma non partecipa al voto.
Andrea Orlando lamenta il fatto che “non c’è stata nessuna trattativa o braccio di ferro, perchè i nomi li sentiamo solo ora, non li abbiamo neanche letti”.
Parla anche a nome di Gianni Cuperlo e Michele Emiliano. Più duro Michele Emiliano: “È stata premiata la fedeltà  al capo”
Renzi rivendica il lavoro fatto: “Dobbiamo fare una grande battaglia: la squadra avversaria è meno forte di noi”. Orlando non si tira comunque indietro: “Il Pd deve vincere e combatterà  qualunque sia la decisione presa. Ma riteniamo che il modo scelto non sia giusto”.
È l’esito di una giornata infinita, 24 ore di stracci dentro il partito.
La Direzione è convocata alle 10.30, poi alle 16, quindi alle 20 e infine alle 22.30. Poi smettono di dare orari e trattano ad oltranza. Matteo Renzi compare poco dopo la mezzanotte e chiede pazienza: “Le liste non troveranno la totale condivisione, ma è giusto che un’assemblea democratica possa dare la propria valutazione”.
La minoranza chiede ancora tempo, poi è Paolo Gentiloni ad arrivare al Nazareno, e sono già  le 2.30. Fino alle 4 del mattino, quando il via libera c’è, ma anche la protesta vibrante della minoranza interna. Le liste sono approvate: ci saranno ventiquattro ore per i ricorsi.
All’ultimo rientrano in corsa Cesare Damiano e Barbara Pollastrini che saranno candidati, ma non Andrea Martella, coordinatore dell’area Orlando.
Appaiono soddisfatti gli esponenti delle aree Martina e Orfini, che avrebbero confermato lo stesso numero di parlamentari.
Tra gli alleati, si scioglie il dubbio su Beatrice Lorenzin, che correrà  per la Camera a Modena, mentre a Riccardo Nencini viene affidato il difficile collegio di Arezzo, per il Senato.
Matteo Renzi correrà  nel collegio Firenze 1 Camera e nei listini di Umbria e Campania. Paolo Gentiloni nell’uninominale a Roma, nel plurinominale nelle Marche e in Sicilia.
Moltissime conferme tra i renziani ma anche alcune new entry.
Nelle liste ci sono il costituzionalista Stefano Ceccanti e il portavoce di Gentiloni, già  portavoce di Renzi, Filippo Sensi.
Roberto Giachetti sarà  all’uninominale in Toscana, a Sesto Fiorentino. Lucia Annibali, l’avvocatessa sfregiata dall’acido, nell’uninominale a Parma.
In Campania compare in lista il nome di Franco Alfieri, che fu al centro del caso “fritture” da offrire nella campagna per il referendum.
E’ confermata la candidatura del presidente del gruppo S&D Gianni Pittella in Basilicata e di Maria Elena Boschi nel collegio di Bolzano.

(da “Huffingtonpost”)

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ENERGIE PER L’ITALIA? NO, ENERGIE PER PARISI: PENSAVANO FOSSE AMORE, INVECE ERA UN CALESSE

Gennaio 26th, 2018 Riccardo Fucile

CON BUONA PACE DI CHI CI AVEVA CREDUTO HA SCARICATO IL SUO PICCOLO PARTITO

Storia esemplare per capire cosa è diventata la politica in Italia, cosa non si fa pur di promuovere se stessi e sistemarsi incuranti dei destini altrui. O cosa si fa. Per esempio un partito.
Fresca è la notizia che Stefano Parisi, persona stimata e dal curriculum più che rispettabile, ex candidato sindaco di Milano, ex tante cose, da Confindustria a Fastweb, sarà  il candidato che il centrodestra ha scelto per contendere a Nicola Zingaretti la poltrona di governatore del Lazio.
LA QUINTA GAMBA MANCATA
La vicenda, per chi ne ha seguito lo sviluppo, è stata un po’ laboriosa. Parisi era stato chiamato da Berlusconi con l’incarico di riorganizzare Forza Italia.
Poi la nota volubilità  del Cavaliere insieme alla resistenza dei notabili azzurri aveva relegato il manager ai margini della scena. Vista la malaparata, invece che tornare a occuparsi delle sue cose (tra l’altro è il fondatore di Chili, la tivù on demand in cui recentemente ci hanno investito anche i Lavazza, quelli del caffè) ha deciso di farsi un partito: Energie per l’Italia.
§Doveva essere la quinta gamba gamba del centrodestra, che come si sa di gambe ne ha una pletora. Ma siccome Parisi stava cordialmente sulle balle a una discreta fetta della coalizione, le gambe restarono quattro.
ADDIO ENERGIE
Ma il manager non si perde d’animo, è uomo tenace, dunque altro che farsi da parte: Energie per l’Italia avrebbe corso da sola.
Ora, poichè il centrodestra è spasmodicamente impegnato a non disperdere voti che possano solo insidiarne la supremazia che tutti i sondaggi gli assegnano, bisognava sminare il caso.
Di qui, dopo sofferte discussioni, la decisione di farne il proprio candidato alla Regione Lazio. Che fa a quel punto Parisi? Saluta Energie e la lascia al suo destino.
La lista non correrà  più alle elezioni del 4 marzo, con sommo scorno di coloro che ci avevano creduto, pur trattandosi in fondo di una formazione in quanto a capienza versione Smart.
«È una scelta difficile», commenta il nostro che evidentemente qualche scrupolo se l’è fatto, «perchè tanti di voi hanno lavorato per costruire le liste e la nostra presenza alle elezioni, divenuta ora incompatibile con la mia candidatura».
Traduzione: mi spiace, avete lavorato, ci avete magari messo tempo ed entusiasmo, avete persino sognato uno strapuntino in parlamento. Ma io vado altrove. È stato bello, arrivederci e grazie.
Del resto, cos’hanno a pretendere questi creduloni? Pensavano fosse amore invece era un calesse.
Per portare il loro leader altrove.

(da “Lettera43“)

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NEL CENTRODESTRA IN LAZIO ORA SI DIFFONDE IL PANICO: SI RISCHIA DI FINIRE QUARTI

Gennaio 26th, 2018 Riccardo Fucile

FDI RISCHIA DI RITROVARSI CON DUE SOLI CONSIGLIERI, MA L’IMPORTANTE E’ CHE UNO SIA IL COGNATO DELLA MELONI

Una volta risolto il problema del candidato del centro destra alla presidenza della Regione Lazio con Stefano Parisi, per la coalizione se ne apre un’altro che sta inquietando non poco le truppe laziali e romane dei Fratelli di Giorgia Meloni e di Forza Italia.
Parliamo delle liste di candidati alle poltrone della Pisana che   Nicola Zingaretti e la pentastellata Roberta Lombardi hanno già  ampiamente definite mentre il centro destra dovrà  ancora presentarle entro pochi giorni.
Certo, il ritardo c’è, ma una volta scelto il presidente in pectore le macchine dei due partiti si metteranno in moto anche se fra i possibili candidati di quelle, per ora, ipotetiche liste il panico va diffondendosi.
Infatti a Roma e nel Lazio sono già  in agitazione, potremmo dire in fibrillazione, parecchi candidati che si erano “generosamente” proposti, ma che cominciano ad avere qualche dubbio sulle loro chances di successo e di eleggibilità .
Il problema esiste e si chiama Sergio Pirozzi il quale, per quanto emarginato da i sondaggi di alcuni istituti, è convinto addirittura di vincere con la sua lista dello Scarpone, ma se anche così non fosse e si collocasse solo al terzo posto dopo Nicola Zingaretti   e Roberta Lombardi, finirebbe per acchiappare voti, e quindi seggi consiliari, soprattutto a destra mettendo in difficoltà      i Fratelli della Meloni che sono stati i più fieri oppositori alla candidatura del sindaco di Amatrice.
Ovviamente a destra si ostenta ottimismo per la candidatura di Parisi che, peraltro è tutto il contrario della destra “de noantri”, e di Matteo Salvini, sia per storia personale che per orientamento politico, liberista europeista e moderato.
Semmai più vicino allo stesso Nicola Zingaretti, che ai populismi dilaganti. Ma in politica capita che il diavolo e l’acqua santa si sposino pur di raggiungere l’obiettivo.
Solo che quando si tratta di liste, candidature e poltrone tutti ( a destra in maniera più accanita a sinistra in modo più soft) diventano belve, soprattutto gli esclusi e quelli   che rischiano di non venir eletti.
Questa situazione crea una certa agitazione nel centro destra soprattutto fra i Fratelli d’Italia che nonostante con Giorgia   rivendichino addirittura la maggioranza   di una coalizione che prevede anche nel Lazio la presenza della lista di Salvini,   cominciano a temere che la lista di Pirozzi gli possa creare qualche guaio serio.
Perchè Forza Italia a Roma e nel Lazio galleggia sul prestigio del presidente della Unione Europea   Antonio Tajani, ma quelli della Meloni sanno che Pirozzi pescherà  anche nel loro elettorato, con il risultato che a livello regionale rischiano di portare alle Pisana non più di due consiglieri.
Ovviamente navighiamo sull’onda delle ipotesi e in fondo l’obiettivo di Meloni e del suo mentore Rampelli è quello di portare a casa due o tre seggi, uno dei quali per il coordinatore regionale dei Fratelli Francesco Lollobrigida cognato di Giorgia, già  assessore alla mobilità  con Renata Polverini.
Ma fuori dagli entourage famigliari è evidente che per Parisi, fresco fresco da Milano, non sarà  così facile accontentare tutti. Anche perchè dalla stampa locale si nota un certo subbuglio per le candidature di Frosinone e Latina.
Come succede in questi casi Parisi si affiderà  agli esperti e sciamani locali del voto, sempre che   tenga conto delle faide Romano/Laziali della destra che hanno già  portato alla sconfitta nella Capitale.
E qui forse l’onda montante di una possibile vittoria del centro destra a livello nazionale, potrebbe infrangersi     sugli scogli di divisioni e conflitti tutti di bottega.
Zingaretti, la Lombardi e probabilmente Pirozzi ringraziano.

(da “Cinque Quotidiano”)

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FORZA ITALIA, POCHI VOLTI NOTI E TANTE CONFERME: ECCO LE LISTE DELLA NOMENKLATURA AZZURRA

Gennaio 26th, 2018 Riccardo Fucile

PIU’ LARGHE INTESE CHE PARTITO DEL NORD

Il filo politico è, paradossalmente ma non troppo, il ridimensionamento del “partito del Nord”. Perchè la principale preoccupazione di Silvio Berlusconi è di avere, il minuto dopo il voto, un gruppo di fedelissimi, pronto a rompere l’asse con Lega per fare le larghe intese.
Si spiega così, l’ultima tensione nella compilazione delle liste sulla Liguria, un “modello di un centro-destra” fondato sull’alleanza con la Lega.
Cadono due nomi della giunta di Giovanni Toti, Marco Scajola nipote di Claudio ma fedelissimo del governatore e Ilaria Calvo. Non da oggi Toti è considerato ad Arcore, se non un “traditore”, uno che si è messo a giocare una partita autonoma per il dopo Berlusconi, tutta basata sul rapporto con Salvini.
Indimenticato l’episodio in cui era sotto il palco di Pontida sotto i cartelli “Salvini premier” il giorno della rentrèe di Silvio Berlusconi a Fiuggi.
Ecco la tensione. Col governatore che ha fatto pesare sul tavolo contrattuale il suo peso elettorale.
Dice una fonte vicina al dossier: “Gli assessori no, ma non si poteva neanche paracadutare gente non gradita a Toti, altrimenti seggi sicuri rischiavano di diventare un Vietnam”.
La mediazione, al momento, è rappresentata dalla candidatura di Angelo Vaccarezza, capogruppo in consiglio regionale, Manuela Gagliardi, vicesindaco di La Spezia e, soprattutto, dalla candidatura in regione del direttore di Panorama Giorgio Mulè, uomo azienda, in ottimi rapporti con Toti.
Resta il problema del seggio assegnato alla quarta gamba, dove era stato destinato, in un primo momento Lorenzo Cesa, non proprio un filo-leghista ed espressione di un partito, l’Udc, all’opposizione di Toti.
Complessivamente, da Nord a Sud, le liste accontentano e tutelano molto la nomenklatura uscente, all’ennesimo giro in Parlamento e molta della quale era stata già  eletta col Porcellum, secondo criteri di fedeltà  al Capo.
Nessun europarlamentare, di quelli che avevano dato la disponibilità , sarà  candidato: gente con parecchie preferenze, come Alberto Cirio (Piemonte), Lara Comi (Lombardia), Salvo Pogliese (Sicilia).
Via anche gli assessori regionali. O consiglieri comunali tipo Pietro Tatarella, tra i più votati a Milano.
Spiega un critico: “Si tratta di figure che hanno il problema di tutelare il proprio pacchetto di voti, e che si porrebbero il problema di spostarsi sulla grande coalizione”. Complessivamente le principali novità , almeno le più note, sono tutte provenienti dall’azienda.
Oltre a Mulè, saranno candidati Adriano Galliani e Alberto Barachini, ex giornalista di Tgcom24 e ora nuovo portavoce di Silvio Berlusconi.
In Lombardia è al sicuro tutta la vecchia guardia: Gelmini, Romani, Centemero, Ravetto, Antonio Palmeri (il guru internet di Arcore), Michela Vittoria Brambilla.
Una delle novità  Alessandro Cattaneo, ex sindaco di Pavia e Licia Ronzulli, ex europarlamentare e ora ombra di Silvio Berlusconi, che sarà  candidata anche in un listino in Puglia.
Sono lontani i tempi della grande discesa in campo del partito azienda, o della fase dei Colletti, Melograni, intellettuali che davano il senso di un nuovo progetto nascente. Qualche nome della società  civile è sparso qua e là : Paolo Barelli, presidente della federazione Italiana nuoto è il volto nuovo nel Lazio, dove saranno affiancherà  i big, da Anna Grazia Calabria, a Renata Polverini a Francesco Giro a Maurizio Gasparri.
Proprio attorno alle liste del Lazio aleggia una certa preoccupazione, e l’assenza di forti novità  la conferma. Perchè la candidatura di Parisi può avere un effetto disastroso sui collegi.
L’unico famoso è il vulcanico patron della Lazio, Claudio Lotito.
Al momento sembra essere candidato in Campania, con la quarta gamba, nel complicato meccanismo di “quote” e compensazioni.
E sempre in Campania è stato catapultato Vittorio Sgarbi, altro vulcanico, nel collegio dove non vuole correre nessuno: contro Luigi Di Maio a Napoli.
In cambio del sacrificio Sgarbi presente in ogni campagna elettorale, e annunciato qualche mese fa come assessore alla Cultura in Sicilia, avrà  un paracadute sicuro in qualche altra regione.
In quota Forza Italia è invece candidata Sandra Lonardo, la lady Mastella che qualche anno fa dichiarò che si sarebbe “dedicata ai panettoni” — ha messo su una attività  — perchè la politica porta solo preoccupazioni.
Gli altri capilista, sempre a palazzo Madama, sono Domenico De Siano, il coordinatore regionale e Cosimo Sibilia, uscente e vicepresidente della Figc, fino a qualche settimana fa grande sostenitore di Tavecchio.
Alla Camera tre listini per Mara Carfagna, dietro la quale correranno, in posti di elezione sicura, gli uscenti Carlo Sarro, Paolo Russo e Luigi Cesaro, il famoso Gigino ‘a purpetta, recentemente indagato per voto di scambio.
Al momento, in lista, non c’è il nome del figlio Armando, capogruppo in regione di Forza Italia, indagato anche lui. Un posto blindato anche per Nunzia De Girolamo.
Tra i candidati vicini invece a Francesca Pascale c’è l’imprenditore Leonardo Ciccopiedi, imprenditore alberghiero amico anche dei Mastella: è stato lui stesso sul web a confermare l’ipotesi in nome del fatto che Berlusconi cerca “nomi nuovi”.
A proposito di nomi nuovi che latitano, capolista a Palermo è Renato Schifani, che aveva lasciato Forza Italia per passare col partito di Alfano e poi tornare a casa.
Capolista a Trapani Tonino D’Alì. Mentre nella Sicilia orientale si registra la più numerosa quota rosa. Capolista al Senato Gabriella Giammanco, alla Camera Stefania Prestigiacomo, ex ministro e in Forza Italia dal ’94.
In lista i nomi di Mariella Muti, ex soprintendente e docente universitario, Nicoletta Piazzese, giovane avvocato, Daniela Armeria, una manager.
Unica valanga rosa, di liste zeppe di professionisti della politica, che vivono di politica, nella fedeltà  eterna al Capo. Con un grande passato dietro le spalle.

(da “Huffingtonpost”)

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BERLUSCONI BOCCIA I CANDIDATI LIGURI DI TOTI, L’IRA DEL GABIBBO BIANCO

Gennaio 26th, 2018 Riccardo Fucile

IL “MODELLO LIGURIA” PREVEDEVA DI SISTEMARE GLI ASSESSORI SCAJOLA E LA COLLEGA CAVO IN PARLAMENTO, SILVIO VUOLE PARACADUTARE CESA E LA RONZULLI… LA RUOTA DI SCORTA DI SALVINI C’E’ RIMASTO MALE

Giovanni Toti, il ‘modello Liguria’, gli assessori regionali Marco Scajola e Ilaria Cavo da una parte; Silvio Berlusconi, i suoi fedelissimi, le logiche di partito più che di coalizione e i paracadutati Lorenzo Cesa e Licia Ronzulli dall’altra.
E’ scontro aperto in Forza Italia.
La sfida si gioca al telefono tra Roma, piazza De Ferrari, sede della Regione, e Arcore. Qui, durante un confronto tra Berlusconi e Niccolò Ghedini, sono state stoppate le candidature degli assessori liguri di Forza Italia Scajola e Cavo.
Ad Arcore è stato detto no alle candidature per chi ora ricopre un incarico amministrativo. In questo veto c’è chi vede un preciso attacco alle possibili mire di futura leadership di Forza Italia da parte del governatore ligure.
Un attacco non tanto o solo direttamente da Berlusconi, la cui leadership almeno a parole non è mai stata messa in discussione dal suo ex delfino, quanto dai suoi fedelissimi che vedono con timore il crescente successo di Toti e la sua vicinanza a Matteo Salvini.
Le diplomazie sono al lavoro per cercare una mediazione che eviti una dolorosa rottura tra l’unico governatore di Forza Italia e il partito.
Toti in queste ore ha minacciato di far saltare il banco. Il punto di caduta potrebbe essere la candidatura di Angelo Vaccarezza, capogruppo di FI in Consiglio regionale, considerato vicino a Toti, e una donna alla Spezia, Manuela Gagliardi, vicesindaco della città  strappata al Pd
Nessuna discussione su Roberto Bagnasco, berlusconiano e amico del governatore e sui capolista Sandro Biasotti e Roberto Cassinelli, forzisti della prima ora ma fin dall’inizio allineati alle scelte di Toti.
Un gesto per tenere a freno Toti potrebbe essere quello di assegnare l’ultimo collegio disponibile all’ex direttore di Panorama Giorgio Mulè, uomo vicino a Marina Berlusconi, collega di Toti e amico da sempre.
Ma resta il tema del collegio assegnato all’Udc, rappresentato in Liguria da uomini che si sono opposti all’avventura di Toti.
Il governatore avrebbe preferito un uomo vicino alla sua amministrazione e a Maurizio Lupi. Se da Roma il partito blinderà  un collegio con un nome sgradito la resa dei conti, si sussurra nel centrodestra ligure, ci sarà  nelle urne il 4 marzo.

(da “La Repubblica”)

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