Destra di Popolo.net

L’IRA DI DI MAIO CONTRO GRILLO: “LE INTESE UNICA VIA PER GOVERNARE”

Gennaio 20th, 2018 Riccardo Fucile

MANDATA ALL’ARIA LA TELA CHE DI MAIO STAVA TESSENDO

Beppe Grillo il disfattore piomba sulla scena politica dopo una lunga vacanza e manda all’aria la delicata tela che nell’ombra Luigi Di Maio faticosamente sta tessendo.
Ma quanto c’è di calcolato nelle parole del comico? Il primo a chiederselo è proprio il giovane capo politico, mentre inerme osserva il papà  nobile calamitare su di sè l’obiettivo delle telecamere e lo ascolta rivendicare la purezza delle origini, contro ogni contaminazione di palazzo.
La misura dell’imbarazzo di Di Maio sono le parole quasi giustificative usate subito dopo, su La7: «Non credo che il Presidente della Repubblica chiamerà  per chiedere ai partiti di risolvere il problema del governo: sarebbe irrituale. Darà  il mandato a chi ha in qualche modo già  composto una maggioranza, per questo io dico che la sera delle elezioni capiremo come stanno le cose e lancerò un appello».
Ribadisce quello che ha quotidianamente detto nelle ultime settimane e anticipato a Grillo prima del viaggio a Washington dove è maturata la svolta: «Caro Beppe è la legge elettorale che ci costringe ad aprire agli altri partiti, perchè da soli non avremo la maggioranza».
Ieri è stata un giornata storica che ha aggiunto un altro tassello al disimpegno di Grillo. Non solo perchè nel logo depositato compare la scritta “ilblogdellestelle” che in questi giorni sostituirà  il blog di Grillo come piattaforma politica del M5S.
Ma anche perchè il comico cede il simbolo di cui era padrone nella prima associazione, nata nel 2012, alla terza creata ad hoc venti giorni fa di cui è solo garante, e dove Di Maio è capo politico.
Un trucco per rispondere al ricorso accolto dal Tribunale di Genova con cui l’avvocato Lorenzo Borrè sta provando a scippare logo e associazione al fondatore. Ma nonostante una giornata così, Grillo e Di Maio non si accorgono della distanza che sono capaci di scavare a ogni dichiarazione.
Le parlamentarie sono andate in tilt? «Se ci sono stati errori recupereremo», spiega il garante. «Errori non ce ne sono», dice invece il capo politico.
Di Maio è il leader prescelto di un Movimento che venera Grillo. Si deve caricare di questa consapevolezza e della pazienza di dover subire l’improvvisazione del comico, anche se si rivela un freno alla sua azione.
Così è stata letta quella di ieri, al netto di Grillo che viaggia sempre su spartiti lontani dalla politica classica.
Di Maio è spiazzato come lo sono i parlamentari riuniti a Pescara, nel giorno del debutto di Villaggio Rousseau, scuola di formazione sul programma del M5S e ritrovo di candidati che con ansia aspettano il responso delle urne del web.
Qui ci si esercita nell’arte tutta grillina di esegesi del Grillo-pensiero, funzionale a chi vuole mostrare la difficile convivenza dei due Movimenti. Uno che si raccoglie attorno allo spirito anarchico di Grillo, alle sue urla, ai suoi Vaffa, a quel «tutti a casa» intonato in coro in ogni piazza cinque anni fa, quando il protagonista indiscusso era solo lui, non c’era un candidato premier e Di Maio era un candidato qualsiasi soltanto vestito più elegantemente degli altri.
L’altro Movimento è quello che Di Maio ha plasmato, nella sua ambizione di governo, dove non c’è spazio per i Vaffa, dove le liste dei candidati sono frutto di dossieraggi tra militanti sui territori, dove la maturazione politica è l’inevitabile approdo al compromesso.
«Io sono dimaiano prima ancora che nascesse Di Maio» scherza il deputato Sergio Battelli. Giulia Grillo, alquanto meravigliata, specifica: «Noi siamo sempre stati contro le alleanze se comportano scambio di poltrone ma se sono tematiche e a tempo non vedo perchè no». Se ci sono i dimaiani, in questo duello Nicola Morra non può che essere sulla sponda opposta, dove è convinto di essere in compagnia di Grillo: «Non avevo dubbi – scrive a commento della frase del comico – Al minimo dubbio, nessun dubbio…»

(da “La Stampa”)

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SICILIA, LA CARICA DEGLI ESCLUSI M5S, DI MAIO CORRE PER CERCARE DI TAMPONARE LA DIASPORA

Gennaio 20th, 2018 Riccardo Fucile

UN CANDIDATO ACCUSA: “ESCLUSO PER AVER DENUNCIATO UN IMPRENDITORE CHE FACEVA ESTORSIONI AI SUOI DIPENDENTI”

La Sicilia dove il MoVimento 5 Stelle si prepara a fare il pieno di eletti rimane un problema. E a un giorno dall’annuncio dei candidati nel listino le proteste per le parlamentarie si moltiplicano. Mentre è un caso il presunto viaggio di Luigi Di Maio per decidere le candidature smentito da Cancelleri.
Ieri Repubblica ha raccontato di un grande patto per i collegi stretto mentre le parlamentarie erano ancora aperte tra Luigi Di Maio e Giancarlo Cancelleri alla presenza di due attivisti, Adriano Varrica e Marco Trapanese.
Varrica è uno dei candidati al Comune di Palermo che si era ritirato all’epoca dello scoppio delle firme false (senza avere nulla a che fare con l’inchiesta)
Ed ecco i candidati che avrebbero avuto il via libera dal cerchio magico.
Alla Camera, a Palermo città , lo stesso Varrica, candidato forte del gruppo che fa capo a Ugo Forello e all’ala del movimento che incrocia “Addiopizzo”, Antonino Lombardo voluto da Ignazio Corrao, Caterina Locatini per Giuseppe Siragusa e Davide Aiello per Luigi Sunseri.
Al Senato, Luigi Sunseri avrebbe indicato Antonella Campagna, Giampiero Trizzino avrebbe imposto Marco Trapanese e Cinzia Leone.
Nomi che, dunque, sarebbero passati sulla testa dei candidati alle parlamentarie che, per altro, secondo le diverse voci di dissenso che si levano dalla base del movimento, si sarebbero svolte con diversi profili di poca trasparenza: dal termine di scadenza delle votazioni (chiuse in anticipo) alla presenza in lista di persone che non avevano presentato i documenti in tempo o di persone che non sapevano neanche di essere candidate nè avrebbero potuto esserlo ma la cui presenza sarebbe servita solo a disperdere voti per rafforzare i consensi di altri.
Cancelleri nel pomeriggio ha smentito con un video su Facebook di aver partecipato al summit e Repubblica ha confermato tutto il contenuto dell’articolo a firma di Alessandra Ziniti, tranne il dettaglio della data dell’incontro, che si sarebbe svolto lunedì invece di martedì: «Possiamo rispondere all’onorevole Cancelleri confermando che non si tratta affatto di una bufala. Si è trattato di un incontro riservato, e come tale non è stato reso noto nè pubblicizzato. C’è un errore nel nostro articolo ma è solo sul giorno. L’incontro è avvenuto lunedì proprio alla festa di cui Cancelleri parla, a cui Di Maio ha partecipato, come ci ha confermato una persona vicina al Movimento. Giusto per essere chiari, visto che lei dice di non sapere gli spostamenti dell’onorevole Di Maio, glieli diciamo noi. Di Maio è partito da Roma alle 17.25 di lunedì 15 gennaio ed è atterrato a Palermo alle 18.30 ed è poi ripartito la mattina dopo. Nessuna fake news, solo giornalismo».
Ma non finisce qui. Perchè oggi è invece partita la carica degli esclusi a 5 Stelle, capitanata da Emanuele Dalli Cardillo, avvocato e candidato sindaco per il M5S ad Agrigento nel 2015: «Sì, a luglio ho inviato un’email ai probiviri in cui denunciavo l’inopportunità  della candidatura di La Gaipa. Riportando anche le voci sui problemi giudiziari dell’imprenditore. Ma le segnalazioni, sul conto di La Gaipa, sono state decine», aveva detto lui all’epoca dello scoppio del caso del candidato alle Regionali sospeso dopo essere stato arrestato per estorsione (in seguito ha chiesto di patteggiare una pena di due anni) perchè aveva chiesto indietro i soldi dello stipendio a un suo dipendente, Ivan Italia, a sua volta attivista a 5 Stelle.
Oggi Dalli Cardillo si sfoga proprio con Repubblica: «Avevo avvisato Cancelleri dell’estorsione che Fabrizio La Gaipa aveva fatto a un dipendente del suo albergo, tra l’altro un attivista 5 stelle. Lo avevo avvisato un mese prima della consegna delle liste per le Regionali. Non mi ha ascoltato. E per giunta adesso mi hanno escluso delle parlamentarie senza alcuna motivazione».
Ma d’altro canto il M5S aveva già  detto di voler escludere i “delatori”, e probabilmente l’avvocato è incredibilmente finito in lista nera per questo.
E poi c’è la carica degli esclusi.
La dottoressa palermitana Anna Maria Maggio, attivista da tempo e candidata alle parlamentarie, non si è trovata nella lista il giorno della votazione: «Sono stata epurata e non so perchè – dice a Repubblica Palermo – non ho mai fatto politica nè sono stati iscritta ad alcun partito. Mi sono avvicinata al Movimento prima del 2014. Mi sono occupata di sociale nella quinta circoscrizione e ho lavorato nel gruppo del Movimento di Palermo per il sociale. Sono stata delusa e sono amareggiata: ho aderito a questo Movimento perchè credo al valore della giustizia e vedevo nei 5 stelle un’occasione di cambiamento. Adesso mi sento smarrita: mi hanno messo alla porta e non mi sono state date spiegazioni. È tutto molto confuso e poco chiaro: noi parliamo spesso di trasparenza, ma vedo che nel Movimento non ce n’è»
Esclusi anche Vitaliano Catanese e Monica Modica, mentre ha partecipato alle Parlamentarie Chiara Di Benedetto, compagna di Mauro Giulivi — che ha fatto ricorso dopo la sua esclusione dalle candidature alle Regionali — e unica “superstite” (dopo il ritiro di Loredana Lupo) di quella pattuglia di eletti e attivisti che è finita nei guai anche per essere solo stata sfiorata dal caso delle firme false (lei non è mai stata indagata): Giulia Di Vita non ha partecipato, Claudia Mannino ha lasciato e Riccardo Nuti è fra i 33 grillini ricorrenti a Genova.

(da “NextQuotidiano”)

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I CANDIDATI VIP DEL PD

Gennaio 20th, 2018 Riccardo Fucile

NELLA QUOTA “SOCIETA’ CIVILE” RENZI PIAZZERA’ ANNIBALI E SIANI, IN FORSE BURIONI, IPOTESI CHIRICO E ROCCA

Goffredo De Marchis riepiloga oggi su Repubblica la carica dei candidati VIP che il segretario del Partito Democratico Matteo Renzi vuole portare in parlamento. Nella rosa di nomi, per ora provvisori, c’è di tutto:
Comunque il segretario fa a tutti lo stesso virtuoso esempio: Maurizio Martina. Il ministro dell’Agricoltura farà  la sua corsa nell’uninominale a Bergamo la sua città , in un collegio proibitivo. Bisogna seguirne l’esempio. «Del resto, in cambio del paracadute del proporzionale, è giusto che i principali dirigenti del partito facciano la gara diretta contro gli avversari. Nessuno rinfaccerà  a nessuno rovesci o capitomboli se la gara è dura o impossibile», è la tesi di Matteo Orfini. Infine resta in stand by la posizione di Paolo Gentiloni. «Decideremo all’ultimo secondo utile», spiega Renzi.
La disponibilità  a correre nel maggioritario c’è. Una valutazione sull’opportunità  però è in corso. Ieri si è discusso a lungo anche di questo. Beatrice Lorenzin avrà  un collegio uninominale garantito a Prato. Emma Bonino correrà  a Pisa, probabilmente contro Nicola Fratoianni di Liberi e uguali.
La Toscana, bacino di voti abbastanza sicuro, diventerà  anche il rifugio proporzionale della ministra Pinotti. La quota società  civile che Renzi si è riservato prende forma. Lucia Annibali, l’avvocata sfigurata dall’ex compagno, sarà  in lista per il Pd: ha deciso. Confermati Carla Cantone e Paolo Siani.
Infine, balla ancora il nome di Burioni e quello di un paio di giornalisti:
Si cercherà  di convincere Burioni e la risposta è attesa per oggi dopo un colloquio finale. Si fanno anche i nomi di due giornalisti: Annalisa Chirico e l’inviato del Sole 24 ore Christian Rocca. Ma sono nomi sui quali si sta lavorando per verificare che si combinino con i desiderata dei territori. Entro lunedì i segretari regionali manderanno le loro liste. Correranno sicuramente Giuliano Da Empoli, stretto collaboratore del leader, e il professor Nannicini.

(da “NextQuotidiano”)

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BECCATO IN FOTO, IL M5S PAGHERA’ LA MULTA PER IL VAN IN DIVIETO DI SOSTA

Gennaio 20th, 2018 Riccardo Fucile

IERI GRILLO, CASALEGGIO E DI MAIO AVEVAMO PARCHEGGIATO IN DIVIETO DI SOSTA MA NESSUN VIGILE AVEVA SANZIONATO IL MEZZO… IN SERATA IN COMUNE SI SONO SVEGLIATI E HANNO COMMINATO LA MULTA

Il parcheggio allegro dell’auto del M5S in Viminale si risolve nel migliore dei modi: ieri alla sagra del deposito del simbolo si sono presentati anche Beppe Grillo, Davide Casaleggio e Luigi Di Maio, con un bel van che è stato lasciato davanti alla fermata di un autobus vicino agli uffici.
Un giochino da 85 euro di multa in violazione dell’articolo 158 del codice della strada, in teoria; nella pratica nessun vigile è passato in quell’oretta e più e, fa ridere ma è drammatico, non è passato nemmeno l’autobus.
Ma, fa sapere oggi Simone Canettieri sul Messaggero, i grillini pagheranno la multa:
Ma in un batter d’occhio l’aneddotica del politico pizzicato dove non potrebbe parcheggiare emerge dalla schiuma del web.
E allora i grillini ricordano a tutti, in un slancio di benaltrismo, che «prima c’era Marino con la sua mitica Panda rossa». E nello stesso tempo viene riesumato dall’oblio il camper delle primarie di Matteo Renzi, che nel settembre del 2012, parcheggiò due volte in doppia fila il giorno del debutto, prima a Pontassieve, poi a Verona.
Intanto prima di andarsene, visto che c’è, il van si sposta finalmente dalla fermata dell’Atac per passare alle strisce pedonali. Il M5S fa mea culpa e concilia. L’autista non si è accorto che il divieto era di fermata e non solo di sosta, fanno sapere i grillini: «Chiediamo scusa, siamo ben lieti di pagare la multa». Che in serata appunto viene comminata.
Perchè sul posto l’agente della municipale che avrebbe dovuto presidiare un’area sensibile come quella del Viminale non c’era o forse non ha visto. Come in un remake del Vigile di Alberto Sordi.

(da “NextQuotidiano”)

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QUEI FAVORI DI EQUITALIA A POLITICI E IMPRENDITORI: DA LOTITO A CIRINO POMICINO

Gennaio 20th, 2018 Riccardo Fucile

FIGURA CENTRALE LA SORELLA DI GIANNI ALEMANNO, RINVIATA A GIUDIZIO PER ABUSO D’UFFICIO

Non c’è solo Gabriella Alemanno, ex vice direttrice dell’Agenzia delle Entrate e sorella di Gianni, l’ex sindaco di Roma, rinviata a giudizio tre giorni fa con l’accusa di abuso d’ufficio. Tra le persone coinvolte nell’inchiesta sull’ex direttore Regionale di Equitalia Sud, Alessandro Migliaccio, condannato tre giorni fa a due anni di carcere con rito abbreviato, secondo quanto emerge dalle carte dell’inchiesta, ci sono anche il presidente della Lazio, Claudio Lotito; il senatore Roberto Della Seta; il giudice del Consiglio di Stato Oberdan Forlenza; e l’ex ministro Dc Paolo Cirino Pomicino. Nessuna di queste persone è iscritta sul registro degli indagati, ma tutti hanno avuto contatti ripetuti con Migliaccio.
Ad esempio – annotano i finanzieri – Lotito e Migliaccio «intrattengono numerosi contatti aventi a oggetto posizioni con Equitalia per 100 milioni di euro».
In particolare – si legge nelle carte dell’indagine – «nel febbraio 2014 Lotito chiede a Migliaccio informazioni per alcuni suoi amici».
Lotito: «il 28 è il termine ultimo, per capire questo, ma voi cosa togliereste?» e Migliaccio risponde: «Gli interessi di mora, e poi gli interessi di ritardata iscrizione al ruolo». Migliaccio evidenzia: «E’ una valutazione, dipende da ciò che si ha in cassa». E Lotito: «senza garanzie no?» Migliaccio risponde: «sempre senza garanzie da noi… Non vi preoccupate, se poi è persona sua ci mancherebbe altro… Ce l’abbiamo la garanzia».
Il senatore Roberto Della Seta, invece, dopo aver sanato la propria posizione debitoria con Equitalia con l’assistenza di Migliaccio ed in virtù della disponibilità  ricevuta chiede allo stesso Migliaccio di ricevere il proprio cugino, titolare della società  Taikner, per esaminare la propria situazione, trovandosi nei panni di chi «vuole risolvere e non ci riesce».
Secondo gli inquirenti, in sostanza, all’interno di Equitalia tra il 2013 e il 2014 sarebbe stato organizzato un vero e proprio «sistema» per favorire politici e imprenditori di alto livello nella gestione delle pratiche con l’Agenzia.
Figura centrale nell’inchiesta è ovviamente Gabriella Alemanno, rinviata a giudizio per aver aiutato una sua conoscente a «risolvere», almeno temporaneamente, i suoi problemi con Equitalia.
A processo anche la donna che avrebbe usufruito del suo aiuto, ed altre 4 persone a seguito delle indagini, condotte dalla Guardia di Finanza e coordinate dal pm Stefano Rocco Fava. La dirigente avrebbe contatto telefonicamente, in due circostanze, Migliaccio chiedendo di intervenire sulla posizione esattoriale della sua amica.
Quest’ultima avrebbe poi incontrato di persona il direttore, chiedendogli di sospendere il debito pendente.
In una seconda occasione, la stessa imputata avrebbe insistito anche per evitare che alcuni stipendi che le erano dovuti finissero direttamente nelle casse dell’Agenzia. Entrambe le richieste, secondo la procura, sarebbero state accolte dall’ex direttore, che avrebbe sospeso le due cartelle esattoriali pendenti per circa 67 mila euro complessivi. Successivamente, lo stesso imputato avrebbe parzialmente chiuso la procedura di recupero presso «terzi», consentendo alla debitrice di regolarizzare la sua posizione anche attraverso una dilazione.
Dall’inchiesta emerge anche una curiosità : per qualche misteriosa ragione sono finite nelle cartelle esattoriali che Equitalia attribuisce anche a se stessa alcune multe per accesso senza permesso in via dei Serpenti, dove abita l’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, all’epoca in carica.
E le multe le ha prese proprio l’auto presidenziale.

(da “La Stampa”)

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GLI ITALIANI SPENDONO 19 MILIARDI L’ANNO IN DROGA E PROSTITUZIONE

Gennaio 20th, 2018 Riccardo Fucile

I DATI DELLA CGIA DI MESTRE: GLI ITALIANI RIVERSANO UN FIUME DI DENARO IN ATTIVITA’ ILLECITE… (MA IL PROBLEMA SONO GLI IMMIGRATI, OVVIO…)

Ammonta a 19 miliardi di euro all’anno la spesa degli italiani in attività  illegali. Lo sostiene l’Ufficio studi della Cgia di Mestre. In particolar modo per l’uso di sostanze stupefacenti (14,3 miliardi), per i servizi di prostituzione (4 miliardi) e per il contrabbando di sigarette (600 milioni di euro).
Un’economia, quella ascrivibile alle attività  illegali, che non conosce crisi: l’ultimo dato disponibile (2015) segnala che il valore aggiunto di queste attività  fuorilegge (17,1 miliardi di euro) è aumentato negli ultimi 4 anni di oltre 4 punti percentuali.
«Lungi dall’esprimere alcun giudizio etico – afferma il coordinatore dell’Ufficio studi degli Artigiani di Mestre Paolo Zabeo – è comunque deplorevole che gli italiani spendano per beni e servizi illegali più di un punto di pil all’anno. L’ingente giro d’affari che questa economia produce, costringe tutta la comunità  a farsi carico di un costo sociale altrettanto elevato».
Dal settembre del 2014 il valore aggiunto «prodotto» dalle attività  illecite è stato addirittura inserito nel calcolo del pil in molti paesi europei, tra cui l’Italia.
«Tra le attività  illegali – dice il segretario della Cgia Renato Mason – l’Istat include solo le transazioni illecite in cui c’è un accordo volontario tra le parti, come il traffico di droga, la prostituzione e il contrabbando di sigarette e non, ad esempio, i proventi da furti, rapine, estorsioni, usura».
L’elevata dimensione economica generata dalle attività  controllate dalle organizzazioni criminali trova una conferma indiretta anche dal numero di segnalazioni pervenute in questi ultimi anni all’Unità  di informazione finanziaria della Banca d’Italia. Sono le operazioni sospette «denunciate» alla struttura di via Nazionale da parte di intermediari finanziari (per circa l’80% banche e uffici postali, ma anche liberi professionisti, società  finanziarie o assicurazioni).
La Cgia segnala che una volta ricevuti questi «avvisi», la Uif effettua degli approfondimenti sulle operazioni ritenute più a rischio e le trasmette, arricchite da una accurata analisi finanziaria, al Nucleo Speciale di Polizia Valutaria della Guardia di Finanza e alla Direzione Investigativa Antimafia.
Solo nel caso le segnalazioni siano ritenute infondate, la Uif le archivia.
Tra il 2009 e il 2016, le segnalazioni sono aumentate di quasi il 380%. Se nel 2009 erano poco più di 21 mila, nel 2016 hanno raggiunto la quota record di 101.065. La tipologia più segnalata è stata quella del riciclaggio di denaro che per l’anno 2016 ha inciso per il 78,5% del totale delle segnalazioni.
Sempre secondo la Uif, nel 2016 la totalità  delle operazioni sospette ammontava a 88 miliardi di euro, a fronte dei 97 miliardi di euro circa registrati nel 2015.
«I gruppi criminali – conclude Zabeo – hanno la necessità  di reinvestire i proventi delle loro attività  nell’economia legale, anche per consolidare il proprio consenso sociale. E il boom di denunce avvenute tra il 2009 e il 2016 costituisce un segnale molto preoccupante. Tra l’altro, dal momento che negli ultimi 2 anni si registra una diminuzione delle segnalazioni archiviate, abbiamo il forte sospetto che l’aumento delle denunce registrato negli ultimi tempi evidenzi come questa parte dell’economia sia forse l’unica a non aver risentito della crisi».
A livello regionale la Lombardia (253,5), la Liguria (185,3) e la Campania (167) sono le realtà  che nel 2016 hanno fatto pervenire il più elevato numero di segnalazioni (ogni 100 mila abitanti).
Su base provinciale, infine, le situazioni più a rischio (oltre 200 segnalazioni ogni 100.000 abitanti) si registrano nelle province di confine di Como, Varese, Imperia e Verbano-Cusio-Ossola.
Altrettanto critica la situazione a Rimini, Milano, Napoli e Prato.
Più sotto (range tra 170 e 199 segnalazioni ogni 100 mila abitanti) le province di Treviso, Vicenza, Verona, Bergamo, Brescia, Novara, Genova, Parma, Firenze, Macerata, Roma, Caserta e Crotone.

(da agenzie)

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NEL MUSEO DELLE CERE DEL CENTRODESTRA ORA E’ ESPOSTA ANCHE LA QUARTA GAMBA MENTRE VOLANO PAROLE GROSSE TRA MELONI E SALVINI

Gennaio 19th, 2018 Riccardo Fucile

DOPO UN MERCATO DELLE VACCHE DURATO GIORNI, I CENTRISTI OTTENGONO 30 COLLEGI… RISSA SUL LAZIO, LA MELONI A SALVINI: “IN LOMBARDIA HAI DECISO TU, NEL LAZIO DEVI SMETTERLA DI FARE CASINO CON PIROZZI”

A metà  pomeriggio il Grande Venditore annuncia che il mercato si è chiuso: “Tutte le forze del centrodestra, nelle sue componenti storiche hanno firmato il programma di governo che cambierà  l’Italia”.
Compresa la cosiddetta “quarta gamba” di Noi con L’Italia che, dodici ore prima, aveva minacciato la rottura nel salotto di palazzo Grazioli.
Perchè, alla fine di un lungo mercanteggiamento, si è trovato un accordo, nel Gran Bazar del centrodestra: una ventina di collegi a carico della coalizione, a cui aggiungerne una decina solo a carico di Forza Italia.
Sorridente Silvio Berlusconi, dà  la notizia, nel suo video su facebook, registrato a palazzo Grazioli, dove sono tornati ad attovagliarsi, come un tempo, tutti quelli che lo volevano seppellire, politicamente parlando, s’intende.
Arcore, palazzo Grazioli, con le foto di Meloni e Salvini e Fitto che esce infuriato la sera prima perchè “con tredici posti andiamo da soli”.
Sembra la cronaca di amarcord scenografico. Poi il video dell’ex premier che annuncia il programma comune, appena firmato, come se fosse il candidato per palazzo Chigi: quattro paginette di titoli, dall’azzeramento della Fornero alle pensioni per le mamme, a un piano Marshall per l’Africa.
È l’illusione ottica di una coalizione consapevole che non andrà  mai al governo con questa legge elettorale (per questo promette l’irrealizzabile come sulla Fornero), ma fa finta di dare una parvenza politica al mercato dei posti.
“Tredici”, “quaranta o rompiamo”, “trenta”, “si chiude a trenta” con la quarta gamba. In nottata è intervenuto anche Gianni Letta per far ragionare un po’ tutti:
“Dobbiamo trovare un accordo, altrimenti perdiamo parecchi collegi del Sud, soprattutto in Sicilia e Puglia. Conviene a tutti”.
E poi Gasparri, Tajani, tutti impegnati a trovare una quadra di numeri. Col passare delle ore Fitto e Cesa abbassano le pretese, Berlusconi concede posti, anche di tasca sua, perchè in fondo conviene a tutti. Salvini ci sta: “Io arrivo a quota x, gli altri se li carica Silvio”.
Alla fine tra quelli che Silvio “si carica” ci sarà  anche Sandra Lonardo, lady Mastella. Qualche tempo fa, disse in un’intervista: “La politica è solo amarezze, ora produco panettoni”.
A marzo sarà  candidata in Campania in quota Forza Italia, perchè nel Gran Bazar è entrato anche Clemente Mastella, col suo pacchetto di voti.
E anche a testa alta, con la chiusura dei suoi guai giudiziari.
In Sicilia un pacchetto di posti sono per Saverio Romano, tornato stabilmente nel centrodestra, dopo la sua fase verdiniana.
Alle elezioni regionali, la sua lista di “cuffariani”, portò a Musumeci un non irrilevante 7 per cento.
In Puglia, Raffaele Fitto, che ruppe con Berlusconi in nome di un centrodestra democratico, ha ancora un radicamento pesante, di almeno 150mila voti.
Dei 21 almeno cinque sono i suoi. Sempre in Puglia dovrebbe essere candidato Gaetano Quagliariello, il cui movimento Idea ha raccolto amministratori un po’ ovunque.
Nel Lazio c’è, Cesa, il vero azionista di maggioranza che alla quarta gamba ha portato il simbolo dell’Udc.
Trovato l’accordo sui posti, cruciale per i collegi del sud, arriva la firma sul programma, e non viceversa. E arriva anche lo giubilo per “l’unità  ritrovata”, che contagia anche Salvini: “Berlusconi? Lo vedrei vede ministro degli Esteri” dice a Otto e Mezzo, ricambiando la cortesia al Cavaliere che il giorno prima lo vedeva bene al Viminale. Evviva.
E intanto prosegue l’infinita vicenda del candidato del Lazio, diventata ormai una rissa.
Giovedì sera, a palazzo Grazioli, sono volate parole grosse, tra Giorgia Meloni e Matteo Salvini, il quale continua a sostenere Sergio Pirozzi.
Il senso, detto in modo sobrio: “Sulla Lombardia hai deciso tu. Sul Lazio, la devi smettere di fare casini con Pirozzi”.
Per l’ennesima volta, il Cavaliere ha preso tempo chiedendo di affidare tutto a un sondaggio. Perchè la questione non è irrilevante.
Col Sindaco di Amatrice in campo, qualunque candidato di centrodestra perde. Fosse solo un danno regionale sarebbe sostenibile ma il problema, in un giorno di election day, è l’effetto sui collegi: “Ne rischiamo venti, venticinque”, spiega chi se ne intende di numeri.
Pare che parecchi candidati hanno fatto sapere che, in queste condizioni, non hanno intenzione di correre. “Con Pirozzi si vince”, “no, è sopravvalutato”: ci fosse qualcuno che parla anche di idee, programmi, politica, in questo Gran Bazar che tra qualche giorno chiuderà  anche nel Lazio.

(da “Huffingtonpost”)

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ABOLIRE LA FORNERO VUOL DIRE TROVARE 20 MILIARDI L’ANNO PER 12 ANNI E PERCEPIRE PENSIONI RIDOTTE DAL 20% AL 50%

Gennaio 19th, 2018 Riccardo Fucile

ALTRO CHE LE CAZZATE DI SALVINI SUI “NONNI CHE POSSONO GIRARE E SPENDERE”… AL MASSIMO POSSONO SEDERSI CON LE PEZZE AL CULO NEL GIARDINETTO DAVANTI A CASA

Circa venti miliardi l’anno da trovare di qui al 2030.
Come dire un’intera manovra finanziaria, o due volte il costo del bonus 80 euro.
E pensioni più basse dal 20% fino al 50%-
È l’impatto che avrebbe lo smantellamento della riforma delle pensioni varata a fine 2011 dal governo Monti.
Cavallo di battaglia del leader leghista Matteo Salvini, stando a quanto annunciato da Renato Brunetta la proposta di cancellare quella che è passata alle cronache come legge Fornero è stata recepita anche dagli alleati del centrodestra, nonostante Silvio Berlusconi si dicesse convinto che occorre salvaguardarne alcune parti.
Ma l’ha sposata in toto pure il candidato premier M5S Luigi Di Maio, secondo cui “chi ha fatto 41 anni di lavoro deve andare in pensione” senza altri requisiti.
Promesse che, a meno di non compensare la maggior spesa con aumenti di tasse o corposi tagli, rischiano di far deragliare il debito pubblico.
Non solo: potrebbero trasformarsi in una beffa per i pensionati, che vedrebbero alleggerirsi di molto l’assegno visto che in un sistema a ripartizione come il nostro sono i contributi di chi lavora a pagare le prestazioni previdenziali.
“Prima si va in pensione”, avverte Guido Ascari, docente di Economia all’università  di Oxford, “più basso sarà  il tasso di sostituzione“.
Cioè il rapporto tra la pensione e l’ultimo stipendio incassato. “Per questo è logico che l’età  sia agganciata all’aspettativa di vita: si vuole garantire il più possibile una pensione adeguata“.
La demografia è impietosa: stando all’ultimo studio Ocse sul tema, Pensions at a glance 2017, l’Italia è seconda su 35 Paesi (dietro il Giappone) per percentuale di cittadini over 65 ogni 100 persone in età  da lavoro.
Oggi il rapporto, noto come “indice di dipendenza” visto che i pensionati vengono di fatto “mantenuti” da chi produce, è del 38% contro una media Ocse del 27,9%. E nel 2050 è destinato a salire intorno al 70 per cento.
Se attualmente gli italiani in pensione sono poco più di 16 milioni, la Ragioneria generale dello Stato in un rapporto dello scorso giugno ha calcolato che nel 2050 saranno 17,8 milioni.
E la spesa pensionistica, stando alle previsioni macroeconomiche utilizzate dalla Commissione europea per analizzare la sostenibilità  delle finanze pubbliche, salirà  al 17% del pil dal 15,5% attuale: 337,2 miliardi contro circa 270.
Nel frattempo i lavoratori saranno diminuiti dagli attuali 23 milioni a soli 21,6 milioni su una popolazione totale ridotta a 59,1 milioni di persone.
Visto che la nostra previdenza pubblica è basata su un sistema a ripartizione, la crescita dei pensionati rispetto agli attivi tende naturalmente a ridurre l’ammontare del trattamento pensionistico.
In vista di questa evoluzione verso un Paese di anziani, già  a partire dagli anni ’90 il sistema pensionistico pubblico è stato radicalmente ripensato: nel 1992 il governo Amato ha alzato di 5 anni l’età  pensionabile (a 65 per gli uomini e 60 per le donne) e portato da 15 a 20 anni la contribuzione minima per l’assegno di anzianità , oltre a costituire un sistema di previdenza complementare.
Nel 1995 la riforma Dini ha introdotto il metodo contributivo, cioè il calcolo della pensione sulla base dei contributi versati e non dell’ultima retribuzione.
Nel 1997 Prodi ha inasprito i requisiti per la pensione di anzianità  (quella che si poteva chiedere dopo aver totalizzato 20 anni di contributi) e tra 2004 e 2005 il governo Berlusconi ha stabilito che già  dal 2008 sarebbero stati necessari almeno 35 anni di contribuzione e 60 di età  per lasciare il lavoro.
Nel dicembre 2007 il secondo governo Prodi (all’Economia c’era Tommaso Padoa Schioppa) ha eliminato lo “scalone”, cioè appunto l’innalzamento da 57 a 60 anni dell’età  anagrafica richiesta, introducendo un sistema di quote costituite dalla somma di età  e anni lavorati. Nell’agosto 2009 il governo Berlusconi ha deciso che dal 2015 l’età  di pensionamento avrebbe dovuto essere periodicamente adeguata all’incremento dell’aspettativa di vita.
Il decreto legge 201/2011, “la Fornero” appunto, ha esteso e anticipato l’entrata in vigore del meccanismo di adeguamento.
Così oggi per andare in pensione occorre avere un minimo di 20 anni di contributi versati e un’età  di 66 anni e 7 mesi, ma dal 2019 si potrà  lasciare il lavoro solo dopo averne compiuti 67.
Escluse dall’incremento solo le 15 categorie esentate a valle del negoziato tra governo e sindacati.
Le pensioni di anzianità  invece sono state abolite, sostituendole con la “pensione anticipata” che quest’anno si può chiedere se si sono totalizzati 42 anni e 10 mesi di contributi e si hanno almeno 63 anni e 7 mesi di età . I requisiti, anche in questo caso, vengono aggiornati ogni due anni per effetto dell’aumento della vita attesa.
Negli anni sono state poi aperte alcune “uscite di emergenza”. Oltre agli otto interventi di salvaguardia per gli esodati (stando ai dati Inps sono state accettate ad oggi oltre 140mila richieste), dall’anno scorso i disoccupati con almeno 30 anni di contributi versati, i caregiver di parenti con handicap e i lavoratori che hanno fatto attività  gravose e pagato i contributi per 36 anni possono chiedere l’anticipo pensionistico gratuito (Ape social). Nelle prossime settimane, con un ritardo di quasi un anno rispetto alla tabella di marcia, è attesa poi la partenza di quello a pagamento (Ape volontaria) a cui si potrà  accedere indebitandosi con una banca
La situazione attuale deriva dunque da una lunga serie di riforme e abolire solo la legge del 2011 non eliminerebbe l’aspetto più contestato, cioè il requisito dell’età  che ogni due anni viene ritoccato all’insù per star dietro all’aumento della vita media.
Ipotizziamo comunque di voler fare tabula rasa rispetto ai nuovi requisiti in nome del principio, enunciato dal leader del Carroccio, che “andare in pensione dopo 41 anni è un sacrosanto diritto“.
Principio condiviso da Di Maio, che il 10 gennaio ha inserito di diritto la Fornero tra le “400 leggi da abolire” per sostituirla con la regola che “si va in pensione dopo 41 anni di lavoro a dispetto dell’età ”.
Se a quel punto tutti scegliessero la pensione anticipata, che cosa succederebbe? Risponde, anche in questo caso, il rapporto della Ragioneria sulle “tendenze di lungo periodo del sistema pensionistico e socio-sanitario” aggiornato al 2017: da un lato assisteremmo al “significativo peggioramento del rapporto fra spesa pensionistica e pil”, anche perchè nei prossimi anni molti nuovi pensionati godranno ancora di assegni calcolati con il metodo retributivo.
L’effetto positivo della Fornero è stimato in 1,4 punti di pil nel 2020, pari a quasi 24 miliardi. Poi è previsto in diminuzione allo 0,8% del pil intorno al 2030 — 13,6 miliardi circa — e in seguito decrescerà  fino ad annullarsi nel 2045. Nel prossimo decennio i risparmi medi ammontano quindi a circa 20 miliardi l’anno.
Cancellando la legge, quelle risorse andrebbero recuperate attraverso tasse o tagli.
L’altro aspetto riguarda i redditi dei pensionati. In base alle simulazioni dell’Ispettorato generale per la spesa sociale il risultato sarebbe “un abbattimento crescente nel tempo dei tassi di sostituzione fino a raggiungere, alla fine del periodo di previsione (2070, ndr), 12,8 punti percentuali per un lavoratore dipendente e 10 punti percentuali per un lavoratore autonomo, con conseguente peggioramento anche dell’adeguatezza delle prestazioni pensionistiche”.
Il tasso di sostituzione lordo, che oggi per i dipendenti privati in pensione di vecchiaia è del 71%, scenderebbe in base alle simulazioni della Ragioneria al 67% nel 2030, al 53% nel 2040 e crollerebbe sotto il 50% dal 2060.
Vale a dire che chi ha un salario lordo di 1500 euro al mese ne riceverebbe dall’Inps 795 se andasse in pensione tra 20 anni e meno di 750 se avesse iniziato a lavorare da poco e contasse quindi di mettersi a riposo tra quarant’anni.
Con le norme attuali l’assegno sarebbe invece, rispettivamente, di 894 e di 910,5 euro. Con la “quota 41” proposta da Lega e M5S, gli importi risulterebbero quindi ridotti di più del 12% per chi va in pensione del 2040, di oltre il 21% per chi lascia il lavoro nel 2060.
I sessantenni potrebbero sì “fare i nonni, girare e spendere“, come auspica Salvini, ma al netto di un’eventuale pensione integrativa di soldi in tasca ne avrebbero ben pochi.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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I MERCATI TIFANO LARGHE INTESE CON GENTILONI PREMIER

Gennaio 19th, 2018 Riccardo Fucile

GLI ANALISTI ECONOMICI PREOCCUPATI PER LE PROMESSE FOLLI DEI PARTITI CHE FAREBBERO ARRIVARE IL DEBITO A CIFRE STRATOSFERICHE

Un parlamento “sospeso“, cioè senza che nessuna coalizione riesca ad ottenere la maggioranza.
E dunque alla fine un governo a larghe intese da Forza Italia al Pd. Oppure la vittoria del centrodestra. Che, però, probabilmente non riuscirebbe a governare vista l’eterogenea composizione della coalizione.
L’arrivo del Movimento 5 stelle a Palazzo Chigi o di un’inedita maggioranza “anti-establishment“, con la Lega cioè che dà  il suo appoggio esterno?
È “il peggior scenario per i partner europei e per i mercati finanziari”.
Ed è altamente improbabile, anche grazie alla nuova legge elettorale.
Una norma, il Rosatellum, che è stata fortemente voluta dal Pd. Ma che curiosamente penalizza lo stesso Pd, mentre garantisce le fortune del centrodestra.
È questo il risultato dei due report sul voto italiano commissionati per i potenziali investitori e condotti dagli analisti di Credit Suisse e di Citigroup.
Rapporti che si fanno segnalare sul fronte economico soprattutto per due concetti: anche con la vittoria del M5s un possibile aumento dei tassi avrebbe scarso impatto per gli investitori stranieri. Mentre le proposte fatte fino a questo momento dai leader di tutti i partiti farebbero comunque aumentare il debito pubblico.
“Le elezioni generali del 4 marzo in Italia sono viste da alcuni investitori come il rischio più rilevante in Europa quest’anno, dato il supporto relativamente alto ai partiti anti-establishment e anche alla luce del debito pubblico costantemente elevato“, è l’incipit del lavoro dei ricercatori dell’istituto elvetico.
Un’analisi che gira soprattutto intorno a un interrogativo: le forze anti-establishment — cioè il M5s — possono davvero imporsi? E se lo faranno, dovremmo prepararci all’Italexit o a una sorta di default del debito dopo il voto?
Risposta: “È improbabile che i partiti anti-sistema dominino la scena politica post-elezioni, e c’è una probabilità  molto piccola di Italexit o di inadempimento del debito, anche se” i pentastellati riuscissero “effettivamente di formare un governo”.
5 Stelle al governo? Meno del 5% di possibilità 
Un’ipotesi, quella dei 5 Stelle a Palazzo Chigi, che per Credit Suisse ha meno del 5% di possibilità  di concretizzarsi dopo il 4 marzo.
Il motivo? Lo stesso contenuto nei sondaggi più recenti: l’appeal dei pentastellati tra gli anziani. “I senatori — notano gli analisti svizzeri — sono votati solo da cittadini con più di 25 anni: un handicap per il M5s. È quindi probabile che i seggi vinti dal M5s saranno inferiori all’effettivo sostegno che riceveranno dalla popolazione: se prendiamo gli ultimi sondaggi, per esempio, il M5s potrebbe avvicinarsi al 25% dei seggi pur essendo vicino al 30% dei voti”.
Le chance del partito guidato da Luigi Di Maio, tra l’altro, sono diminuite dopo l’approvazione del Rosatellum.
“Nel complesso, la probabilità  di un governo guidato dal M5s — probabilmente il risultato meno favorevole al mercato — è diminuita ulteriormente con la nuova legge elettorale”. Anche per Citigroup il movimento fondato da Beppe Grillo è un po “penalizzato dal Rosatellum” e rappresenta il “peggior scenario per i partner europei e per i mercati finanziari”.
Credit Suisse, invece, ipotizza anche l’arrivo dei pentastellati al governo in coalizione con altri partiti. Un’opzione duplice. La prima vede i 5 Stelle fare parte di una “coalizione delle sinistre“, insieme al Pd e a Liberi e Uguali.
“In questo caso — annotano gli analisti — Matteo Renzi dovrebbe dimettersi ma il Pd resterebbe comunque una garanzia per i mercati”.
Quale sarebbe risultato più disastroso? La seconda opzione: una “coalizione anti sistema” guidata dal M5s e con il sostegno della Lega. Netto il commento contenuto nel report: “Riteniamo che questo rimanga un evento di probabilità  molto bassa: meno del 5%”.
Gentiloni e larghe intese rassicuranti per i mercati
Chi ha dunque più probabilità  di svegliarsi vincitore la mattina del 5 marzo? Nessuno. Secondo l’istituto di credito elvetico, infatti, con la nuova legge elettorale è impossibile per tutti avere la maggioranza.
“L’unica coalizione che potrebbe aspirare a una maggioranza assoluta è la centrodestra“, si legge le rapporto. Ipotesi che viene quotata al 25%. È dato al 50%, invece, un parlamento “appeso“, e la “formazione di una grande coalizione trasversale” con il Pd, Forza Italia e gli altri partiti di centro.
In questo senso un “governo del Presidente“, potenzialmente sempre guidato da Paolo Gentiloni, sarebbe per Credit Suisse “un’opzione sufficientemente rassicurante per i mercati”.
“L’Italia — annota il rapporto — non sarebbe l’unico paese a vivere un periodo prolungato di incertezza politica: i Paesi Bassi, Spagna, Belgio e ora la Germania stanno avuto bisogno o hanno ancora bisogno di tempo di tempo per formare un governo, con poche conseguenze sul stabilità  economica dei rispettivi paesi”.
Anche secondo Citigroup gli investitori tifano larghe intese. Ma per la società  statunitense, è improbabile che si crei una grossa coalizione dopo le politiche.
“Secondo- ricorda il rapporto — le attuali intenzioni di voto, la coalizione potrebbe avere una maggioranza molto esigua di seggi”.
Citigroup: il centrodestra vince ma non governa
È per questo motivo che Citigroup punta, invece, sulla vittoria del centrodestra, capace di ottenre il 40% dei voti conquistando circa il 52% dei seggi.
“I sondaggi più recenti confermano ciò che pensavamo da tempo, l’ottuagenario Silvio Berlusconi (che tempo fa era famoso per essere stato definito dall’Economist come ‘non idoneo’ a guidare l’Italia) è tornato a essere il vero re dei leader politici italiani (e il più grande azionista di una possibile grande coalizione).
La domanda chiave da parte nostra è: I mercati sono pronti per un ritorno di Berlusconi?. La risposta potrebbe essere: no”, è la riflessione contenuta nel report della società  americana.
Che anche se scommette sulla vittoria delle destre, profetizza una repentina crisi della maggioranza.
Il motivo? “Le differenze tra i leader di partito, le rispettive agende politiche (e la magra maggioranza) potrebbero impedire rapidamente alla coalizione di governare, per non parlare della spinta per le riforme che gli investitori finanziari si aspettano dall’Italia”, spiegano gli esperti.
Fortemenete colpiti dal fatto che il Pd abbia varato una legge elettorale a uso e consumo del centrodestra.
“L’ex premier Matteo Renzi — ipotizzano — potrebbe aver preferito essere più forte in un partito più piccolo che più debole in uno più grande. Potrebbe aver deciso di cambiare le leggi di conseguenza. Mentre Silvio Berlusconi è molto inclusivo e un maestro delle coalizioni, Matteo Renzi è stato divisivo (almeno fino ad ora). Ha alimentato diverse uscite dal Pd negli ultimi anni e non è stato in grado di creare coalizioni con partiti più piccoli”.
“Un aumento dei tassi avrebbe scarso impatto per gli investitori stranieri”
In ogni caso, comunque, gli analisti predicano tranquillità . Anche se anche in Italia si affermassero i partiti “anti establishment” e i tassi di interesse sul debito pubblico si impennassero, gli investitori internazionali non ne risentirebbero. Perchè solo il 25% dei titoli di Stato in circolazione è in mano loro, mentre tre quarti del totale sono nei portafogli delle famiglie italiane.
È questo, in soldoni, il ragionamento di Credit Suisse rispetto alle possibili conseguenze macroeconomiche del voto del 4 marzo.
L’impatto, nota il rapporto, si farebbe sentire ovviamente sulla zavorra che già  grava sui conti pubblici, quel debito/pil che ha superato il 130% piazzando la Penisola tra i Paesi messi peggio al mondo.
Ma “andrebbe a beneficio degli investitori italiani”, che detengono una grande quantità  di Btp e Cct e ne ricevono i relativi rendimenti. Questo, argomenta l’istituto, “implica un ridotto rischio di default, perchè significa che il problema del debito italiano è più di redistribuzione domestica della ricchezza che una questione di posizione finanziaria complessiva del Paese”.
In concreto? “Il Movimento 5 Stelle, se al governo, potrebbe chiedere di ripudiare il debito — come suggerito in passato — ma le conseguenze del default ricadrebbero in primo luogo sui risparmiatori italiani e questo sarebbe politicamente insostenibile oltre che economicamente discutibile”.
Il quiz Citigroup: “Le proposte dei partiti si somigliano tutte. E tutte aumentano il debito”
Più pessimista Citigroup, che ricorda come l’Italia sia “difficilmente definibile un Paese riformato e — ancora peggio — rischia di aver perso l’eccellente opportunità  offerta da Mario Draghi attraverso la Bce”.
E lancia un allarme: “Se la comunità  finanziaria è preoccupata soprattutto dall’M5S per le sue posizioni anti establishment, crediamo che molti avrebbero difficoltà  a capire chi propone quale delle seguenti promesse economiche”.
In pratica: mentre i mercati hanno paura di una vittoria pentastellata, le altre forze politiche fanno promesse molto simili.
E senza mai spiegare da dove prenderanno i soldi.
Segue una lista di 11 annunci arrivati nelle ultime settimane dai leader dei diversi schieramenti: dall’abolizione della riforma Fornero alla cancellazione del Jobs Act, dal reddito di cittadinanza a quello di dignità , dalla flat tax al 15 o al 23% fino al referendum sull’euro.
“Risposte alla fine del report”, promette la didascalia. “Nessuno dei leader che hanno fatto queste proposte suggerisce come finanziarle, ma l’ovvia risposta è che i politici italiani stanno tutti implicitamente facendo campagna per tornare al finanziamento del deficit corrente con il debito pubblico”, al di là  dei piani teorici messi a punto per ridurlo. “Una soluzione che difficilmente sarebbe accolta con favore dai partner Ue e dagli investitori — specialmente alla vigilia della fine dell’incarico di Mario Draghi alla Bce”.

(da “Il Fatto Quotidiano“)

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