Febbraio 19th, 2018 Riccardo Fucile
L’AUTORE DELLE VERGOGNOSE DICHIARAZIONI SU ALDOVRANDI E CUCCHI HA UNA SOCIETA’ IMMOBILIARE IN ROMANIA E DAL SAP RICEVE 4.000 EURO AL MESE DI RIMBORSI SPESE PER ANDARE AI CONVEGNI DELLA LEGA… MENTRE IL SINDACATO HA PERSO 3.502 ISCRITTI
Gianni Tonelli non è solo il sindacalista-poliziotto candidato di Salvini in Emilia che promette di «portare la polizia in Parlamento».
La sorpresa è che anche un imprenditore, almeno così risulta dal registro delle imprese della Romania, dove è registrata dal 2008 la Immobiliara Gianni Tonelli Srl.
«Sì è la mia», conferma all’Espresso il segretario del Sindacato autonomo polizia, meglio noto con l’acronomo Sap.
Tuttavia giura di non averci mai fatto affari.
«Ho deciso di avviare quell’attività in un momento di sconforto qui in Italia e mi sono preso un anno sabatico».
La società è ancora registrata, e persino la brochure del 2014 di Confindustria italiana in Romania la inserisce tra le aziende associate. «Non ho avuto nè la voglia nè il tempo di andare lì a chiuderla».
Eppure Tonelli, 55 anni e romagnolo, con l’immobiliare era a un passo dal concludere un bel colpo: cinque palazzine da due piani da realizzare in via Cehov 68 a Timisoara. L’istruttoria era andata avanti fino alla presentazione del piano alla commissione tecnica, con tanto di progetto prelimiare firmato nel 2009. Ma poi qualcosa si è inceppato, perchè non c’è traccia della decisione del consiglio comunale che avrebbe dovuto approvare il progetto definitivo.
C’è una domanda però a cui, probabilmente, Tonelli dovrà rispondere.
Il ministero dell’Interno da cui dipende sapeva della sua seconda attività ? Se la risposta è affermativa allora non c’è alcun problema perchè vorrà dire che rientra, come prevede la norma, nei casi previsti da disposizioni speciali, al contrario incapperebbe nel divieto delle medesima legge, articolo 50, che vieta «espressamente agli appartenenti ai ruoli della polizia di stato e dell’esercito l’esercizio di attività professionali, commerciali, industriali…».
Sicuramente Tonelli sarà in grado di chiarire.
Così come ha spiegato all’Espresso la questione dei rimborsi spese ricevuti nel 2016. Risulta infatti dalla documentazione del Sap una cifra che oscilla tra i 3 e i 4 mila euro al mese. «Certo, ma sono soldi che ho anticipato io per svolgere la mia funzione di sindacalista, le assicuro che il mio sindacato ha i conti in regola, a differenza di altri.
E se è vero che spediamo di più è perchè lavoriamo il triplo. Badi bene, viaggio con un auto del 1999 che ha 700 mila chilometri e il mio conto corrente non è affatto più ricco».
E anche quando gli facciamo notare che alcune delle date indicate sulla lista dei rimborsi concidono con le sue presenza a meeting della Lega Nord, non nega, anzi: «Sono stato presente a moltissimi incontri, anche con i 5 Stelle e Fratelli d’Italia, ero invitato come segretario del Sap per parlare dei problemi della polizia».
Sarà .
Intanto nel 2017 il Sap ha perso iscritti in percentuale maggiore rispetto agli altri: le disdette sono state 3.502. «Vero, ma alla fine il saldo con i nuovi iscritti è quello che conta e poi noi del Sap abbiamo avuto il coraggio di fare pulizia», si difende Tonelli, che nonostante la candidatura resta segretario del sindacato poliziotti fino al 4 marzo, poi dovrà dimettersi. Prontissimo a varcare il portone di Montecitorio. O forse quello del Viminale? «No ma quale ministero, scherza? Io non ho chiesto niente a nessuno, sono quei per difendere i miei colleghi da inefficienze e umiliazioni. Non dimentico da dove vengo».
In realtà Tonelli il poliziotto operativo l’ha fatto per poco.
Ha iniziato a militare nel Sap a Bologna: quando deflagrava il caso della Uno Bianca, era già un sindacalista impegnato. Noto per le sue posizioni oltranziste, ordine e disciplina, ha recuperato le forze dopo un lungo sciopero della fame per protestare contro l’apertura di un procedimento disciplinare nei suoi confronti. Per il sindacalista era un attacco alle sue battaglie, i poteri forti che lo volevano zittire.
Di Tonelli si ricordano anche le dichiarazioni sui casi Aldrovandi e Cucchi. Dalla parte dei poliziotti che hanno applaudito i colleghi condannati per il pestaggio del ragazzo di Ferrara. E per salvare l’onore della divisa, di Cucchi disse che «se uno ha disprezzo per la propria salute, se conduce una vita dissoluta, ne paga le conseguenze».
(da “L’Espresso”)
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Febbraio 19th, 2018 Riccardo Fucile
E LA MANGIATOIA LEGHISTA CONTINUA A ELARGIRE BONUS AD PERSONAM
Da una parte perde 40.127.470 euro in 12 mesi a causa delle migliaia di treni soppressi; dall’altro
elargisce centinaia bonus ad personam, ma solo ad alcuni dipendenti “indicati” dai vertici dell’azienda.
È la surreale realtà di Trenord, la società ferroviaria posseduta al 50% da Regione Lombardia tramite la holding Ferrovie Nord Milano e Ferrovie dello Stato, alla quale il Pirellone il 10 gennaio 2015 ha prolungato senza gara — tramite una “scrittura privata” — il contratto di servizio fino al 31 dicembre 2020 per complessivi 2,55 miliardi di euro.
Un affidamento fortemente criticato dall’Anac di Cantone che nella delibera del 20 dicembre 2017 non ha ravvisato alcuna chiara motivazione di “economicità ” a giustificazione della scelta di conferire quel ricco contratto senza gara.
Oggi i vertici della società sono indagati, insieme a quelli di Rete Ferroviaria Italiana, per il deragliamento del regionale 10452 a Pioltello del 25 gennaio scorso, costato la vita a tre passeggere e il ferimento di altre 46 persone.
Sulle cause dell’incidente — e sulle relative responsabilità — sta indagando la magistratura e non si può puntare il dito nè su Trenord (proprietaria del treno e responsabile della sua manutenzione), nè su Rfi (alla quale spetta l’onere della manutenzione dei binari).
Tuttavia, una cosa è certa: dopo l’incedente di Pioltello, l’attenzione mediatica ha reso evidente a tutti ciò che i pendolari urlano da anni: l’inefficienza del servizio offerto dall’azienda pubblica.
La difesa d’ufficio sostenuta per anni dai politici regionali — i quali hanno sempre definito quello lombardo un sistema di trasporti d’eccellenza se paragonato quello offerto ai pendolari di Lazio o Campania — oggi non regge più.
Dopo Pioltello, la tesi “comparativa” è miseramente crollata.
È bastato sentire le storie di quanti percorrevano la tratta Cremona-Milano. L’ultimo lampante esempio di inaffidabilità , risale a mercoledì 8 febbraio 2018, quando il Milano-Bergamo delle 19:05 si è fermato per un guasto dopo cinque minuti dalla partenza da Centrale, e per tre ore ha tenuto “imprigionati” i passeggeri nelle carrozze senza elettricità nè riscaldamento.
Meno di un mese prima, invece, sempre alla stazione Centrale, un regionale diretto a Tirano fermo al binario 8 aveva preso fuoco per un cortocircuito al sistema di riscaldamento.
Ora però a corroborare il giudizio “empirico” dei pendolari, ci sono i numeri. Sono quelli contenuti in un documento interno dell’azienda che Business Insider Italia ha potuto visionare in esclusiva.
Un report segreto che elenca mese per mese il numero delle soppressioni di convogli; gli indici di puntualità dei treni; le condizioni di viaggio dei vagoni; le ricadute economiche sui conti di Trenord per i “posti non offerti” (calcolate dalla stessa azienda).
Dati e cifre che certificano performance inefficienti, lontane anni luce dagli standard previsti dal Contratto di servizio.
Ma vediamo cosa svela il documento: nel mese di gennaio 2018 (quello dell’incidente di Pioltello) su 1694 treni effettuati in media da Trenord ogni giorno, si sono verificate 59 soppressioni totali; 86 soppressioni parziali e 27 locomotori sono stati sostitutiti perchè guasti.
E ancora: il 92,46% dei convogli è arrivato a destinazione con oltre sette minuti di ritardo, mentre quelli che hanno viaggiato con oltre 5 minuti di ritardo sono stati l’89,65%. Ben 29 treni hanno accumulato un ritardo maggiore ai 30 minuti, mentre 46 sono arrivati oltre i 15 minuti. Il tutto, calcola Trenord, ha causato la decurtazione di 5.731 posti ogni giorno (da qui i mancati guadagni). Tutto ciò è accaduto ogni singolo giorno di gennaio 2018.
Prendendo in esame l’intero mese, si scopre che sui 52.514 treni effettuati, ne sono stati soppressi totalmente 2.164, parzialmente 3.001, mentre i locomotori sostituiti sono stati 366, per una decurtazione totale di 177.655 posti, per un mancato guadagno — calcola l’azienda — di 2.086.947 euro. Tutti soldi (pubblici) andati in fumo per l’inefficienza del servizio.
Se guardiamo gli stessi dati riferiti a tutto il 2017, si scopre così che l’azienda pubblica non ha incassato la bellezza di 40.127.470 euro, a causa della soppressione di 2.539.713 posti a sedere.
Solo a dicembre 2017, ha perso per strada 4,5 milioni; altri 4,5 li ha polverizzati a giugno, quando i treni (anche quelli nuovi) si fermavano a causa del caldo; ma l’amara ciliegina per i pendolari — e per tutti i contribuenti lombardi — è stato agosto 2017, quando l’azienda ha totalizzato “mancati guadagni” per ben 5.327.529 euro
Il danno economico per le casse pubbliche è doppio, visto che a norma di Contratto di servizio, qualora su una determinata linea il 5% dei convogli non rispetti nell’arco di un mese l’indice di affidabilità previsto per ritardi e soppressioni, scatta il bonus per i pendolari, ai quali viene riconosciuto uno sconto sugli abbonamenti.
Così Trenord, non solo non incassa non vendendo i biglietti dei treni soppressi, ma deve anche pagare le penali ai viaggiatori. Una continua emorragia di denaro pubblico.
Ma non è finita. Anche quei convogli che sono riusciti a partire e ad arrivare, non se la sono passata affatto bene (e di conseguenza anche i pendolari che trasportavano): su quei 52.514 treni di gennaio 2018, 18.476 hanno viaggiato con un guasto definito “medio” e ben 12.865 con un guasto “grave”. Il 44% dei convogli ha effettuato servizio con una o più toilette guaste; 36 su 100 avevano una o più porte rotte; il 39% delle carrozze non è stata pulita prima di entrare in servizio, mentre 31 treni su 100 hanno effettuato servizio con le “ruote sfaccettate”, cioè ovalizzate.
Quest’ultimo dato merita una parentesi anche in riferimento all’incidente di Pioltello: essendo Rfi controllata da Fs ed essendo Fs co-proprietaria di Trenord, è più che probabile che Rfi conosca i numeri del report che vi stiamo raccontando.
Quindi parrebbe non essere una coincidenza che Ennio Amodio, il legale di Rfi nell’indagine sulla strage, abbia richiamato l’attenzione degli inquirenti proprio su una “possibile ovalizzazione delle ruote con la conseguente loro usura” tra le cause del deragliamento.
Tradotto: Rfi sapendo che 31 treni su 100 di Trenord a gennaio hanno viaggiato con le ruote non in perfette condizioni, ha indirettamente invitato i magistrati a verificare se questa non possa essere una delle cause del disastro. Quando si dice l’amore tra partner industriali.
In generale, nel 2017 Trenord ha registrato 745.440 guasti, di questi 460.883 sono risultati “aggredibili” — e quindi risolti -, mentre gli altri 284.557 — tra guasti gravi e medi — sono risultati “non risolti”. Morale, i treni non hanno potuto circolare oppure hanno continuato a viaggiare in condizioni pessime.
Business Insider Italia ha chiesto a Trenord informazioni sui dati contenuti nel report. La risposta è stata che le cifre ufficiali dell’azienda sono quelle pubblicate sul sito di Regione Lombardia.
Il problema è che i dati riportati dal Pirellone, sono quelli riferiti dalla stessa Trenord, visto che nel sistema dei controlli non è prevista un’entità terza che verifichi le performance del fornitore pubblico.
Di fatto Trenord deve controllarsi da sola, comunicare poi a Regione Lombardia (sua proprietaria) se ha rispettato o meno gli obblighi previsti dal contratto di servizio, e infine il Pirellone, in base alle informazioni ricevute da Trenord, multa la società per eventuali inadempienze. Il tripudio del conflitto di interesse.
Dal report esce l’istantanea di una società inefficiente, con enormi problemi di gestione per i quali non riesce ad assicurare gli standard previsti di quel Contratto di servizio che aveva ottenuto senza gara.
Una dèbacle frutto dell’insufficiente manutenzione su una flotta con età media assai alta, nonostante i 100 milioni di euro che ogni anno Trenord versa a Trenitalia e alla sua controllante Ferrovie Nord Milano per il noleggio di materiale rotabile.
Una situazione che non migliorerà , nonostante la giunta di Roberto Maroni abbia proclamato che il Pirellone investirà 1,6 miliardi per acquistare 160 treni nei prossimi anni.
La realtà è che a oggi Regione lombardia per l’acquisto di nuovi convogli ha messo a bilancio solo 26,5 milioni di euro per il triennio 2018-2020, gli altri soldi sono un annuncio.
Ci si aspetterebbe quindi che il management guidato dall’ad Cinzia Farisè sia quantomeno preoccupato della china della società e, soprattutto, che abbia in mente di tutto, tranne distribuire premi a destra e a manca. Invece non è così.
A dicembre 2017, un mese prima di Pioltello, «la società ha elargito tra i 100 e i 150 bonus “ad personam”, compresi tra gli 800 e i 2.500 euro, al di fuori di ogni accordo sindacale», denuncia Adriano Coscia, segretario regionale del sindacato Orsa.
«E non è il primo anno che avviene questa elargizione ad esclusiva discrezionalità dell’azienda. Nello stesso ufficio c’è stato chi ha preso una cifra e chi un’altra, a parità di inquadramento e mansioni. Come sindacato non siamo mai stati coinvolti, tanto che ancora oggi ignoriamo quali siano stati i criteri di scelta dei beneficiari», conclude Coscia.
Non si tratta di una sorpresa, visto che già a inizio 2017 la consigliera regionale M5s Iolanda Nanni aveva sollevato la faccenda in Consiglio regionale con l’interrogazione 2870 del 2 gennaio 2017 dal titolo “Erogazione di premialità individuali effettuate da Trenord”.
Anche allora si chiedeva conto dei soldi elargiti solo ad alcuni dei 4.100 dipendenti dell’azienda, secondo le libere volontà dei vertici di piazzale Cadorna, al di fuori di ogni accordo sindacale. Nanni aveva chiesto informazioni anche su 107 promozioni decise unilateralmente da Trenord.
Nello stesso documento, la consigliera proponeva anche che i fondi utilizzati per i bonus andassero «non per la premialità ad personam o una tantum, ma per la manutenzione dei treni e per gli acquisti di materiali urgenti», e a titolo esemplificativo, ricordava come «i treni viaggiassero con i finestrini “pellicolati” poichè mancavano i vetri per riparali».
L’assessore regionale ai Trasporti, Alessandro Sorte, aveva risposto piccato qualche mese dopo: «L’attribuzione di assegni personali mensili ad personam è uno strumento, pur rientrante nel pieno del diritto dell’azienda, che mira a riconoscere e premiare prestazioni eccellenti e comportamenti virtuosi dei propri dipendenti».
Aggiungeva inoltre che «le risorse economiche destinate a premi, promozioni e valorizzazione di dipendenti rientrano nel budget annuale destinato al costo del lavoro e che tali risorse non sono in alcun modo in contrasto con quelle destinate ad altri processi aziendali, quali ad esempio il processo manutentivo».
Dodici mesi e un incidente ferroviario dopo, i bonus sono rimasti, così come i finestrini pellicolati.
(da “Business Insider”)
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Febbraio 19th, 2018 Riccardo Fucile
LO STILE DI VITA POCO FRANCESCANO DELLA SENATRICE GRILLINA
Barbara Lezzi è una delle parlamentari a 5 Stelle finita al centro del caso “rimborsopoli”.
Alla senatrice leccese le Iene hanno contestato il mancato pagamento di un bonifico di restituzione da 3.500 euro. Lei si è giustificata dicendo che il bonifico contestato sia stato rifiutato dalla banca.
Le Iene invece sostengono che — in base a quanto dichiarato dalla banca dell’esponente pentastellata — in realtà quel bonifico sia stato revocato.
Luigi Di Maio ha salvato la Lezzi che non sarà costretta a dimettersi (del resto è capolista in Puglia) e rimarrà nel M5S dopo aver pagato una “penale” versando al fondo tre mensilità .
Quando Barbara Lezzi diceva che era “costretta a versare le sue eccedenze”
Di sicuro il caso della Lezzi non è eclatante quanto quello di altri 5 Stelle sorpresi ad intascarsi anche 100 mila euro di “restituzioni” che avrebbero dovuto versare invece sul conto del MISE per il Microcredito.
La Lezzi sostiene di essersi messa in regola con le rendicontazioni (ma da TiRendiconto risulta ferma a ottobre 2017) e rivendica con orgoglio tutte le donazioni fatte nel corso della legislatura.
C’è stato un tempo però in cui la Lezzi ricordava agli elettori che «Noi siamo costretti a versare le nostre eccedenze e tutti sanno quanto prendo».
Accadeva durante un comizio a Brindisi.
Dal palco la Lezzi ribadiva che il M5S voleva davvero “il risparmio della politica” spiegando che non era vero che i pentastellati prendevano ventimila euro al mese come sostenevano certi “perbenisti buoni a nulla”: «noi ne prendiamo quattordici e chi sa usare il computer può vedere le nostre buste paga. Chi sa usare il computer può leggere i nostri rendiconti».
Non sembra quindi corrispondere al vero l’affermazione riguardante il fatto che gli eletti a 5 Stelle si dimezzano lo stipendio come spiegava Alessandro Di Battista a sua mamma.
E rimane ancora da spiegare come mai la Lezzi a fronte di una tale disponibilità economica abbia revocato un bonifico da 3.500 euro.
Ma c’è di più.
Ad esempio chi ha il computer può leggere che la senatrice Lezzi spende oltre duemila euro al mese per l’affitto a Roma e almeno seicento euro al mese per la spesa al supermercato.
Si scopre anche che la Lezzi si fa rimborsare oltre mille euro al mese di trasporti.
In nome della mobilità sostenibile la Lezzi però nei mesi di settembre e ottobre 2017 ha pagato circa 350 euro al mese di affitto di un’autovettura per la quale ha messo in conto 500 euro di rimborsi chilometrici.
Curiosamente i rimborsi chilometrici e per il carburante rimangono una delle voi di spesa più consistenti anche in molti dei mesi precedenti (dove non figura il noleggio della macchina).
La Lezzi concludeva quel comizio dicendo che «Chi dice il contrario mente, allontanatelo, fate attenzione perchè mandano chiunque a ledere l’immagine del MoVimento 5 Stelle».
E chissà cosa succederebbe se a ledere l’immagine del MoVimento 5 Stelle non fossero i soliti malintenzionati troll del PD o giornalisti di parte ma quegli stessi deputati e senatori che avrebbero dovuto rappresentare il M5S e i suoi valori.
(da “NextQuotidiano”)
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Febbraio 19th, 2018 Riccardo Fucile
SMENTITO DALLA TAVERNA: “QUEL MODULO DI RINUNCIA NON SERVE A NULLA”
La rinuncia al seggio o alla candidatura o a chissà cosa di Emanuele Dessì è stata “ricusata” dalla Corte
d’Appello perchè doveva essere presentata prima della formalizzazione delle candidature e ormai è troppo tardi.
A dirlo è Paola Taverna, senatrice e candidata del MoVimento 5 Stelle, da Massimo Giletti a Non è l’Arena durante un’intervista.
L’ammissione di Paola Taverna fa quindi pulizia di tutte le curiose tesi grilline sulla possibilità di rinuncia alla candidatura degli impresentabili tramite modulo autoprodotto che aveva costituito un’altra balla da campagna elettorale: era stata prodotta il 4 febbraio scoso — quindi prima dell’intervento di Ainis citato sempre da Di Maio — e secondo il prestigioso costituzionalista Giggetto l’aspirante impresentabile avrebbe dovuto sottoscrivere un modulo in cui c’è scritto di inserire il “nome e cognome dell’impresentabile” (autoinsultandosi da solo, in pratica) solo per soddisfare lo spirito di Torquemada che a fasi alterne e mai nei confronti dei propri esponenti ogni tanto ritorna nel MoVimento 5 Stelle.
«Noi abbiamo presentato alla Corte d’Appello una formale rinuncia per Dessì e la Corte d’Appello l’ha ricusata perchè questa deve venire presentata prima della presentazione formale delle liste; al momento stiamo cercando di capire se ci sono possibilità per procedere a una formale rinuncia, sembra di no», dice con grande sincerità la Taverna.
La quale però prima di affrontare questo argomento era tornata a sostenere che le Iene avrebbero dovuto parlare di Rimborsopoli prima della presentazione formale delle liste, così i 5 Stelle avrebbero potuto cacciare i candidati che non si erano comportati correttamente.
Una sciocchezza, perchè ai 5 Stelle sarebbe bastato fare un accesso agli atti e riscontrare i versamenti sul conto del microcredito con i bonifici caricati su Tirendiconto.it — come hanno fatto successivamente — per verificare loro stessi se tutto stesse procedendo bene con i rimborsi.
Era infatti compito loro controllare per tempo, non certo dei giornalisti o dei programmi televisivi: sono loro a non averlo fatto (nonostante un accesso agli atti della parlamentare M5S Patrizia Terzoni di qualche anno fa) e sono loro a doversi prendere la responsabilità di questo e di altri controlli che sono mancati e che li hanno infilati in questa situazione.
Resta quindi in vigore però la legge italiana, che non prevede una procedura simile e anzi istituisce che delle candidature si occupino le camere di appartenenza come prevede in primo luogo la Costituzione, che all’articolo 66 stabilisce: “Ciascuna Camera giudica dei titoli di ammissione dei suoi componenti e delle cause sopraggiunte di ineleggibilità e di incompatibilità ”.
D’altro canto un paio di giorni fa lo stesso Dessì ha rilasciato un”intervista al Messaggero dalla quale si comprende che il candidato al Senato nel Lazio ha dimostrato proprio di avere una grandissima voglia di rinunciare alla candidatura:
Ma alla fine una volta eletto lascerà davvero il Senato?
«Il 5 marzo vedrò l’esito delle elezioni. Se il M5S sarà andato bene nella mia Frascati, qualche domanda me la farò. Un giro al Senato per vedere l’arredamento di lusso ci sta, dai».
Le parole di Dessì sono facilmente interpretabili: com’era altamente prevedibile, il candidato aspetta i risultati del M5S in quel di Frascati perchè se i grillini andranno bene sosterrà , a ragione, che il popolo abbia votato il M5S perchè c’era lui in lista. Esattamente come i candidati dei collegi uninominali che il M5S nel frattempo ha cacciato perchè massoni potranno dire di aver vinto il collegio nonostante Di Maio e quindi la volontà popolare li vuole in parlamento.
E chi è Giggetto per imporsi nei confronti della volontà popolare?
Nessuno, appunto.
Ecco quindi che le rinunce in Corte d’Appello che ha sbandierato Luigi Di Maio senza che i candidati ne abbiano ancora presentata una sono un modo per vendere la pelle dell’orso prima di averlo preso.
(da “NextQuotidiano”)
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Febbraio 19th, 2018 Riccardo Fucile
UN DOSSIER SUI PROGRAMMI ELETTORALI METTE IN LUCE LA GRANDE IMPOSTURA
C’è la norma scassa-bilanci, l’abolizione della legge Fornero che vogliono Lega e 5 Stelle, che da sola costa 140 miliardi di qui al 2035 e, in media, 10-15 l’anno nei prossimi 5 anni.
E ci sono altre proposte acchiappa-voto che singolarmente valgono un’intera manovra se non due: dalla flat tax del centrodestra al reddito di cittadinanza dei 5 Stelle, agli investimenti fuori dai vincoli europei del Pd.
In totale, ma il conto è certamente fatto per difetto perchè – confermano gli economisti – molte proposte non sono sufficientemente dettagliate, si arriva alla cifra iperbolica di mille miliardi di euro. In dettaglio: 5-600 miliardi di debito da tagliare e altri 400 abbondanti legati a misure di ogni tipo. Numeri che da soli rendono bene l’idea di quanto esagerate siano le promesse dei partiti.
Crescita miracolosa
L’impegno più rilevante, davvero titanico viste le cifre in ballo, riguarda il debito pubblico. Forza Italia lo vuole tagliare di 30 punti in 5 anni, il Pd in 10 anni, mentre sempre in 10 anni l’M5S punta addirittura a scendere di 40 punti.
In soldoni parliamo di qualcosa che ai valori correnti oscilla tra 514 e 686 miliardi. Ovviamente il tutto senza mettere nuove tasse: si scommette quasi esclusivamente su una ripresa dell’economia come l’Italia non conosce da decenni, su un bilancio con un avanzo primario sempre più rilevante e su un’inflazione fissa sopra al 2%, conteggiando poco o nulla sul fronte delle privatizzazioni. Tutte «ricette incerte», le ha bollate nei giorni scorsi il Sole 24 Ore.
A spingere di più sulla crescita, secondo gli obiettivi di finanza pubblica raccolti dall’Osservatorio sui conti pubblici della Cattolica guidato da Carlo Cottarelli, sono innanzitutto Lega e Forza Italia.
Gli azzurri nei tre scenari che presentano ipotizzano un Pil nominale che nel 2018 sale del 2,5% e a fine legislatura (2022) tocca il +4 se non addirittura il +5% mentre la Lega arriva a +4,7. A sinistra invece Leu (+4,3) sorpassa il Pd e il suo cauto +3,5%. Per gli esperti di Fi il rapporto debito/Pil dal 129,9% di quest’anno dovrebbe scendere al 112,8% nel 2022 (ed al 105,7% nello scenario più spinto) restando comunque ancora lontano da quota 100. La Lega si ferma invece al 120,3%, il Pd arriva al 118,4% (ed al 100,6% nel 2029 come promesso) e Leu al 114,4%. Non pervenute invece le stime del M5S.
Chi offre di più
Sulla carta tutti (salvo la Lega) puntano formalmente a ridurre il deficit, ma la realtà dei programmi ci consegna uno scenario completamente differente.
Secondo le stime di Roberto Perotti della Bocconi pubblicate da Repubblica l’insieme delle misure proposte da Forza Italia e Lega, da Pd, 5 Stelle e Leu potrebbe arrivare a costare anche 420 miliardi di euro (minimo 280).
I programmi del centrodestra, in particolare, arrivano a pesare sino a un massimo di 300 miliardi (310 di costi e appena 10 di coperture, Berlusconi dice invece solo 110miliardi), soprattutto per effetto dell’introduzione della flat tax che nell’immediato produrrebbe 64 miliardi di minori entrare, addirittura 72 secondo altre stime (Brunetta parla invece di 50 «tutti coperti» e la Lega di 66).
Poi c’è il reddito di dignità , che a seconda delle soluzioni costa 26 o 45 miliardi (29 secondo Daveri de lavoce.info), l’aumento delle pensioni a mille euro (24 miliardi) e l’eliminazione dell’Irap (altri 22 miliardi).
Maxisconti e nuovi bonus
Il pacchetto del Pd si ferma a quota 56 miliardi (39,7 di maggiori spese e 16,7 di minori entrate), mentre per il responsabile economico del Pd Tommaso Nannicini il totale si fermerebbe “appena” a 35. In questo caso la voce più critica riguarda la riduzione strutturale del cuneo a favore del lavoro stabile che potrebbe arrivare a costare anche 12 miliardi (1,8 al massimo per il Pd).
Il sostegno alle famiglie (bonus da 240 euro/mese) vale invece 9 miliardi, gli investimenti fuori dalle clausole europee ben 18 e 2,75 miliardi il raddoppio dei fondi per il reddito di inclusione. Sul fronte delle entrate il taglio dell’Ires farebbe perdere 2,9 miliardi, 1,8 l’estensione del bonus da 80 euro.
Il programma del M5S comporta invece oneri per 63 miliardi (108 di spese e/o mancate entrate con coperture per 45).
Differenti i numeri che forniscono i grillini che indicano costi per 78,5 miliardi e coperture per 79, col risultato miracoloso che il loro sulla carta sarebbe l’unico programma a produrre un avanzo (0,5 miliardi).
La norma cardine in questo caso è il reddito di cittadinanza valutato 15 miliardi a fronte dei 29 stimati da Baldini e Daveri su lavoce.info. Poi, tra gli interventi più onerosi, ci sono i costi dell’azzeramento della Fornero (11-15 miliardi), gli aiuti alle famiglie (14,5) e la riforma dell’Irpef (16).
Il programma di Leu, infine, prevede spese per 30 miliardi (soprattutto per ridurre il peso delle tasse ai redditi più bassi e aiutare i meno abbienti) e saldo zero, visto che sarebbe interamente coperti da un recupero equivalente (e sempre virtuale) dell’evasione.
«Ogni promessa è debito», avvertono i megacontatori fatti installare dall’Istituto Bruno Leoni nelle stazioni di Roma e Milano. Ed è il caso di dire che mai ammonimento è stato più attuale dal momento che fa certamente impressione leggere che il nostro debito pubblico cresce di ben 4.469 euro ogni secondo che passa. Tant’è che proprio nella settimana in cui si andrà a votare tornerà a sfondare quota 2300 miliardi.
(da “La Stampa”)
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Febbraio 19th, 2018 Riccardo Fucile
MA CHE BELLA FAMIGLIA ITALICA “TRADIZIONALE” DA TUTELARE DALL’INVASIONE
Facevano prostituire la figlia di nove anni: con l’accusa di violenza sessuale e sfruttamento della
prostituzione minorile sono stati arrestati dai carabinieri il padre e la madre della piccola vittima. I fatti si sono svolti in un paese del palermitano.
Oltre alla coppia sono stati arrestati i due uomini con cui la bambina ha avuto rapporti sessuali a pagamento. Le indagini sono state condotte dai carabinieri della compagnia di Partinico. Per i 4 indagati il gip ha disposto i domiciliari.
L’inchiesta è iniziata dopo la denuncia di un uomo che ha visto in aperta campagna la piccola appartarsi con uno dei due indagati e compiere per due volte atti sessuali. Il testimone ha raccontato che alla scena avrebbe assistito il padre della bambina.
Dalle indagini è emerso che anche la madre organizzava gli incontri a pagamento che alcune volte avvenivano nell’abitazione della coppia. La minore, ascoltata con l’aiuto di esperti di psicologia infantile, ha confermato le parole del testimone e ha raccontato tutto agli investigatori. La piccola, che è stata allontanata dalla casa dei genitori e affidata a una casa famiglia, ha detto che per ogni prestazione sessuale veniva pagata 25 euro.
Il racconto della bambina, raccolto dagli investigatori, comincia così: “Vivo con mamma e papà . Sono figlia unica. Mio padre fa l’agricoltore. Il primo agosto l’ho accompagnato a raccogliere i pomodori nel campo. Lui si era messo d’accordo con un amico di famiglia che ci aspettava all’interno della sua macchina. Ha aiutato papà a prendere i pomodori, poi si è steso in macchina”. I fatti sono accaduti in un contesto di forte degrado: “Quel giorno – prosegue la bambina – io ero in macchina con lui… non era la prima volta. Era successo più volte e ogni volta mi offriva soldi. Spesso è successo anche con mamma”, racconta ai carabinieri la vittima che il gip ha ritenuto pienamente credibile. “Io non volevo avere rapporti con lui – prosegue – ma lui insisteva: poi quando andava via ci dava dei soldi, li dava a me perchè diceva che mi voleva bene. Questo è successo prima che facessi dieci anni”. La piccola racconta che il padre avrebbe saputo successivamente dei primi incontri e che avrebbe detto a lei e alla madre che erano state brave.
La piccola vittima racconta con molti particolari anche gli incontri col secondo cliente, spiegando che anche la madre si prostituiva. “Lasciava i soldi a me, mi dava 30 euro. A casa c’era anche mio padre che dormiva perchè era stanco – racconta – se penso a queste cose sento tristezza. Glielo dicevo a mia madre che non mi piacevano quelle cose. Non lo so però come è che mi ritrovavo a farle, ma non sono arrabbiata con mia madre perchè lei non mi ha fatto niente di male”. Ai domiciliari sono finiti la madre della bambina, di 43 anni, e il padre, di 58, oltre ai due clienti, rispettivamente di 63 e 79 anni. La bambina è stata allontanata dai genitori.
(da agenzie)
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Febbraio 19th, 2018 Riccardo Fucile
OPERAZIONE DDA DI REGGIO CALABRIA E DI FIRENZE: IL REGISTA E’ L’IMPRENDITORE SCIMONE, 64 AZIENDE COINVOLTE
Trentasette misure cautelari, fra fermi e catture. Oltre 100milioni di beni sequestrati, più 64 aziende sparse su tutto il territorio nazionale, ma con intere
ssi, sedi e controllate anche in Slovenia, Gran Bretagna e nei Paesi dell’Est. È la mappa dell’imprenditoria di ‘ndrangheta e dell’imprenditoria a cui sta bene la ‘ndrangheta quella emersa dalle operazioni “Martingala” e “Vello d’oro”, eseguite questa mattina da Guardia di Finanza e Dia e scaturite dalle inchieste delle procure distrettuali di Firenze e Reggio Calabria.
Dalle indagini è emersa una rete di aziende impegnate nei settori più diversi – dalla grande distribuzione all’acciaio, dalle costruzioni agli appalti pubblici – tutte considerate di diretta espressione dei clan dei tre “mandamenti” della ‘ndrangheta del reggino, i Nirta-Strangio per la zona jonica, gli Araniti per Reggio città , i Piromalli per la fascia tirrenica.
Tutti quanti potevano contare su imprenditori di fiducia che operavano non solo in regione, ma in tutta Italia, soprattutto in Toscana, e all’estero.
Aziende di ‘ndrangheta in tutto e per tutto – spiegano fonti investigative – che non hanno incontrato difficoltà alcuna nel relazionarsi con soggetti economici del centro e nord Italia, nonostante il chiaro profilo criminale e l’opacità sulla provenienza dei capitali in ballo.
Anche all’estero i clan non hanno incontrato difficoltà di sorta, creando società cartiere in Slovenia e altri Paesi dell’area balcanica e dell’Est Europa, mentre la Gran Bretagna sarebbe stata utilizzata per meglio occultare la provenienza illecita dei fondi alla base degli affari, grazie alle maglie larghe del diritto inglese in materia.
Per questo, la procura di Firenze, diretta dal procuratore Giuseppe Creazzo, ha chiesto e ottenuto l’arresto di 14 persone, 11 in carcere e 3 ai domiciliari, perchè a vario titolo accusate di associazione per delinquere, estorsione, sequestro di persona, usura, riciclaggio e autoriciclaggio, attività finanziaria abusiva, trasferimento fraudolento di valori, aggravati dal metodo mafioso.
Per quattro di loro, le contestazioni arrivano anche da Reggio Calabria, dove la Dda, coordinata dal procuratore vicario Gaetano Paci, ha disposto il fermo di 27 persone, tutte considerate diretta espressione o orbitanti attorno a diversi clan di ‘ndrangheta.
Per loro, le accuse sono a vario titolo di associazione mafiosa, riciclaggio, autoriciclaggio, reimpiego di denaro, beni e utilità di provenienza illecita, usura, esercizio abusivo dell’attività finanziaria, trasferimento fraudolento di valori, frode fiscale, associazione a delinquere finalizzata all’emissione di false fatturazioni e reati fallimentari.
“Tutto ruota attorno all’imprenditore calabrese Scimone, vero e proprio regista di un sistema incredibilmente complesso di società cartiere che emettevano false fatturazioni che permettevano di ripulire il denaro” spiega il procuratore capo Federico Cafiero de Raho.
Vere e proprie società lavatrici, individuate tutte grazie al lavoro della Dia di Reggio Calabria, all’epoca diretta dal capocentro Gaetano Scillia, che prima di andare in pensione si è occupato dell’indagine.
“Un altro filone, curato dalla Guardia di Finanza – continua Cafiero de Raho – è lo sviluppo dell’indagine Cumbertazione, che già in passato aveva fatto emergere le importanti ingerenze dei clan in importanti lavori pubblici nell’area di Gioia Tauro”, inclusa la Salerno Reggio Calabria.
I proventi di lavori, appalti e subappalti illeciti, spesso strappati con la tecnica del “nolo a freddo”, come di grandi speculazioni commerciali sarebbero stati ripuliti e resi utilizzabili grazie ad un complesso sistema di società cartiere, che grazie alle false fatturazioni, davano una patente di liceità al denaro e lo rendevano utilizzabile per ulteriori investimenti.
Ulteriori dettagli sulla mastodontica inchiesta saranno forniti durante la conferenza stampa convocata per le 11 al Palazzo di giustizia di Firenze a cui il procuratore nazionale parteciperà insieme al procuratore capo di Firenze, Giuseppe Creazzo e al procuratore vicario Gaetano Paci, che proprio da Cafiero de Raho ha ereditato la guida di Reggio Calabria.
(da agenzie)
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Febbraio 18th, 2018 Riccardo Fucile
IN FDI ORA IL TIMORE NON E’ TANTO UN ACCORDO TRA BERLUSCONI E RENZI, MA TRA SALVINI E IL M5S… E AL CENTRO-SUD SALVINI GIOCA SPORCO
Indice alzato, sguardo austero, orecchini tricolore. Un grande disegno di Giorgia Meloni accoglie
militanti e candidati di Fratelli d’Italia al cinema Adriano di Roma. Una manifestazione convocata per dire forte e chiaro che le larghe intese non s’hanno da fare. “Io non tradisco”, recita il foglio che gli aspiranti deputati e senatori hanno letto all’unisono, assieme alla loro leader.
L’antico senso dell’onore si declina nel rispetto del patto di coalizione siglato con Silvio Berlusconi e Matteo Salvini.
Un giuramento, come risposta alle tentazioni di “inciucio” degli alleati, che disertano il cinema e tengono le mani libere in vista di negoziati post-voto.
“Questa manifestazione è dannosa se vuoi fare l’inciucio”, dice la Meloni dal palco, in risposta alle critiche di Berlusconi all’iniziativa di oggi.
Pochi minuti prima, aveva detto ai cronisti: “Non so perchè Salvini e Berlusconi abbiano scelto di non partecipare alla nostra manifestazione. Mi lascia perplessa questa assenza. Giudicheranno gli italiani”.
Militanti e dirigenti vedono un doppio rischio inciucio. Si teme, il giorno dopo il voto, di essere abbandonati sia dai forzisti, impegnati a flirtare con il Pd, che dal Carroccio, se Salvini decidesse di approcciare i 5 Stelle.
All’ingresso del cinema di piazza Cavour ci sono due banchetti, uno per i candidati al Senato, l’altro per gli aspiranti deputati. Mettono nero su bianco la loro indisponibilità a sostenere un governo che non sia di centrodestra. “I parlamentari non hanno intenzione di andare a casa anzitempo, serve controllo”, dice un alto esponente di FdI. In fila, i candidati si osservano tra di loro. I “traditori”, tra le fila del partito con la fiamma tricolore nel simbolo, non sono ammessi. “Tu hai una faccia che non mi piace”, dice sorridendo uno di loro, rivolgendosi al signore che lo precede.
Il timore è portare voti e seggi preziosi ai partiti che a bocce ferme cercheranno l’intesa con i nemici.
Ma c’è anche insofferenza, per i tentativi della Lega di cannibalizzare l’elettorato della destra al centro sud. Lo specchio del conflitto tra i due partiti “lepenisti” sono i social network.
La Lega cerca di acchiappare i voti di FdI, facendo rimbalzare su Facebook le stesse parole d’ordine.
Negli ultimi mesi, un buon numero di post della Meloni è stato “sostanzialmente copiato” e rilanciato a stretto giro sulla bacheca di Salvini.
Al centro, i temi dell’immigrazione, della famiglia e della difesa dei valori tradizionali. Con un’unica differenza: vocaboli chiave in grassetto e punti esclamativi in abbondanza, per colpire l’immaginario degli elettori.
Dentro FdI, la preoccupazione maggiore è una convergenza Lega – M5S. “Sono entrambi partiti che parlano alla pancia del Paese. La Lega condivide i nostri temi, ma non ha un’ideologia che sostenga il suo progetto”, spiega un militante.
“Siamo noi il vero partito dell’unità nazionale. Nel centro Italia, la Lega ha una presenza forte, punta sui nostri temi per sfondare in queste regioni”, dice Marco Marsilio, deputato e oggi candidato al Senato nel Lazio.
“All’articolo 1 del loro statuto hanno ancora l’indipendenza della Padania”, commenta arrabbiato un altro esponente di FdI.
Una riedizione del patto del Nazareno, che metta assieme Partito democratico e Forza Italia, è per molti dei presenti un’ipotesi più lontana.
La certezza che Berlusconi e Renzi non siederanno di nuovo allo stesso tavolo non può esserci. “Ma dopo tutto quello che è successo…”, dice Lucia Arizzi, candidata al Senato in Lombardia, riferendosi alla brusca rottura dell’accordo tra i due leader in seguito all’elezione di Sergio Mattarella al Quirinale.
“In ogni caso, meglio soli che male accompagnati. Noi non tradiamo”, assicura una dirigente di FdI. Per Adolfo Urso, già vice ministro alle Attività produttive con Berlusconi e in corsa per uno scranno a Palazzo Madama, “noi possiamo essere determinanti per il risultato. Ma i nostri voti sosterranno soltanto una maggioranza di centrodestra. Non c’è un piano B”.
Dentro la sala, Giorgia Meloni improvvisa una danza sul palco, mentre la platea scandisce il suo nome. Qualcuno urla dei nostalgici e folcloristici “vinceremo!”. Altri gridano “fuori fuori!” quando il discorso della leader tocca il dossier immigrazione. Alla fine, si va tutti insieme a deporre una corona di fiori all’altare della patria, in onore dei martiri delle foibe. Il suggello al patto d’onore contro gli aspiranti traditori.
(da “Huffingtonpost”)
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Febbraio 18th, 2018 Riccardo Fucile
RENZI APRE A GENTILONI, PRODI REGISTA DI GARANZIA PER UNA SOLUZIONE ALLA TEDESCA
La foto di giornata immortala una campagna, diciamo così, duale.
Come se il partito (il Pd di Renzi), e il governo (di Gentiloni) viaggiassero su binari diversi, pur all’interno di un canovaccio elettorale comune.
Ma è diversa la proiezione sul futuro.
Ecco Matteo Renzi, nel corso della sua intervista a In Mezz’ora in più: la sua immagine è quella del Pd, un partito in affanno e in rincorsa di consensi, inevitabilmente legato al passato della sua stagione, mai fino in fondo elaborata.
E di un leader che ha la consapevolezza che, anche nel caso di larghe intese, la partita su palazzo Chigi riguarda, in primo luogo, il capo dell’attuale governo: “Il premier potenziale? Lo deciderà il presidente della Repubblica. È chiaro che chi ha fatto il presidente del Consiglio come Paolo Gentiloni potrà giocare le sue carte per il futuro. Noi non litigheremo mai, anche perchè a sinistra litigano già abbastanza”.
Da tempo è stata archiviata la retorica (ricordate il congresso con spirito di rivincita?) del “segretario del Pd che secondo lo statuto è candidato premier”.
Ma qui c’è qualcosa di più: c’è l’associazione del nome (Gentiloni) al “futuro”.
È un salto, certamente imposto dalla debolezza certificata dagli indici di popolarità e fiducia verso l’attuale premier e ma anche dalla pressione “ambientale”.
Perchè è evidente che la discesa in campo di Romano Prodi al fianco di Gentiloni ha un significato e un “peso” che va ben oltre i voti che può spostare il Professore sulla lista Insieme.
È un ulteriore elemento di garanzia, per il dopo voto, dellla soluzione “tedesca”, capace di arginare i “populisti” auspicata dall’establishment e le cancellerie europee auspicano, anche per l’Italia.
Prodi ha impresso a questa campagna elettorale noiosa e senza picchi di grande politica, un balzo temporale in avanti, in termini di schema, come già fossimo al 5 marzo.
Mettete in fila le foto, degli ultimi tre giorni: Gentiloni con la Merkel, Prodi con Gentiloni, Renzi che per prima volta prefigura un “Gentiloni dopo Gentiloni”.
Un doppio binario, dunque, come naturale conseguenza del processo politico che ha preso forma in questo anno: la fatica del Pd, l’agenda del governo.
Poco dopo, al suo fianco c’è Marco Minniti, ministro di peso e vera “novità ” del governo post 4 dicembre: snocciola dati, racconta dello sviluppo operativo dei suoi dossier in Italia e negli incontri internazionali, parla di cybersecurity, immigrazione, sicurezza.
Se ne ricava l’impressione che in qualche modo il governo sia andato avanti, appropriandosi dell’elemento concreto rispetto all’afonia del Pd, politica e identitaria. È la storia di un rapporto irrisolto — e la dichiarazione di oggi su Gentiloni non lo risolve del tutto — tra Renzi e questo governo e con ministri che si sono imposti con una propria personalità e una propria agenda.
Vissuto all’inizio come un ostacolo sul terreno del voto anticipato, ora come una gabbia che ne limita e ne condiziona lo spazio di azione il 5 marzo, qualora vi fossero le condizioni delle larghe intese, rischia di diventare anche il baricentro di un nuovo assetto politico del centrosinistra dopo il voto, una volta registrato un risultato poco entusiasmante per il Pd: un nuovo centrosinistra, più inclusivo, ulivista, con una leadership più in grado di unire e di ricucire gli strappi di questi anni.
Ma a quel punto, a urne chiuse, saranno i fatti, prima ancora delle scelte, dei posizionamenti e delle trame dell’oggi a dire quale dei binari ha un futuro.
O se, semplicemente, è deragliato il treno per tutti.
(da “Huffingtonpost”)
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