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M5S, DI MAIO PARTE DA OTTO PARLAMENTARI IN MENO, AMMANCO DI 795.000 EURO

Febbraio 14th, 2018 Riccardo Fucile

RESI NOTI I NOMI DEI (PRIMI) PARLAMENTARI GRILLINI CHE HANNO PRESENTATO BONIFICI FALSI, ALMENO SEI SARANNO SICURAMENTE ELETTI

Luigi Di Maio parte da -8. Nel senso che, non appena le Camere saranno elette, il capo politico avrà  otto parlamentari in meno poichè, come ha detto lo stesso candidato premier, si sono “autoesclusi”.
Sei per aver falsificato la rendicontazione dei fondi destinati alle piccole e medie imprese (quattro dei quali saranno quasi certamente eletti) e due perchè impresentabili.
Quindi, non è ancora il 4 marzo, non si è andati alle urne ma in Parlamento è come se esistesse già  il gruppo Misto, nato e alimentato dal Movimento 5 Stelle alle prese con lo scandalo bonifici fasulli e persone che sarebbe stato meglio non presentare.
Luigi Di Maio, in un video, dopo giorni di rabbia, delusione e controlli incrociati tra i dati del Ministero del Tesoro e quelli dichiarati dai deputati e dai senatori, ha annunciato gli “autoesclusi” dal Movimento, che poi sono gli stessi che una volta eletti in Parlamento andranno a ingrossare il gruppo Misto, la compagine parlamentare che non fa capo ad alcun partito.
La legge parla chiaro: se si viene eletti non basta aver firmato il foglio di cui tanto ha parlato Di Maio e dove si legge che il firmatario rinuncia all’elezione. Circostanza che appare molto improbabile, ma se così fosse fa scuola il caso del senatore grillino Giuseppe Vacciano al quale per cinque volte il Parlamento ha respinto le dimissioni.
Comunque sia l’ammanco è pari a 795mila euro.
M5s ha versato realmente 23,4 milioni di euro e non 24,2 milioni come si era detto prima che scoppiasse il caso rimborsopoli.
Andando ai nomi, a coloro che hanno fatto il bonifico, lo hanno pubblicato sul sito della rendicontazione ma poi lo hanno annullato, dunque non è mai arrivato nelle casse del Tesoro, i record man dei mancati rimborsi in realtà  sono un deputato e un senatore che hanno terminato il secondo mandato e, secondo le regole M5s, non sono dunque ricandidati: Ivan Della Valle, che non ha dato l’autorizzazione per accedere agli atti e che avrebbe un ammanco di 270mila euro, e Girolamo Pisano, anche lui ha chiesto il rispetto della privacy, non avrebbe versato 200mila euro.
Passiamo poi ai candidati con relativo posto che occupano nel listino proporzionale, almeno quattro di loro saranno certamente eletti. Maurizio Buccarella per 137mila, secondo nel listino Puglia 2 Senato (la prima è Barbara Lezzi, anche lei finita nell’occhio del ciclone ma è stata assolta poichè non c’era dolo).
Carlo Martelli, non ha dato l’autorizzazione per l’accesso agli atti e non dovrebbe aver donato circa 81mila euro: è capolista al Senato per il Piemonte 2; Elisa Bulgarelli non ha donato per circa 43mila ed è terza nel listino proporzionale in Emilia Romagna; Andrea Cecconi ha un ammanco di 28mila ed è capolista alla Camera nel listino Marche 2; Silvia Benedetti ha un ammanco di 23mila ed è capolista alla Camera nel listino Veneto 2 e infine Emanuele Cozzolino non ha restituito 13 mila euro ed è terzo nel listino del Veneto 1.
A questi si aggiungono i due “impresentabili”, già  esclusi dal Movimento.
Il primo è Emanuele Dessì, secondo nel listino Lazio 3 alla Camera, per un post in cui si leggeva “ho menato tre ragazzi rumeni” e un video che lo ritraeva mentre ballava con un componente del clan Spada. Il secondo è il candidato massone Catello Vietiello in corsa nel collegio uninominale di Castellamare di Stabia.
Forse chi è terzo nel listino non nutre molte speranze di essere eletto, ma tutti gli altri sì. E Di Maio, quando i numeri in Parlamento saranno determinanti per un’eventuale fiducia, partirà  almeno da meno 6 e forse anche da meno otto.

(da “Huffingtonpost”)

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SPESE PAZZE LIGURIA, SEQUESTRATI I CONTI CORRENTI DI 16 EX CONSIGLIERI REGIONALI

Febbraio 14th, 2018 Riccardo Fucile

E’ SOLO UNA TRANCHE DELL’INCHIESTA … C’E’ ANCHE UN CANDIDATO PD ALLA CAMERA E L’ATTUALE CAPOGRUPPO DI FRATELLI D’ITALIA IN REGIONE

La Guardia di finanza, su ordine della procura di Genova (pm Terrile) sta sequestrando i conti correnti bancari di tutti i politici implicati nell’inchiesta per peculato che si riferisce agli anni tra il 2009 e il 2010.
Si tratta, come è noto, di una delle tranche di un’inchiesta più articolata, che ha già  portato ad alcune condanne e che rischia, qualora venissero condannati, di far perdere il posto a esponenti politici di spicco, come il candidato della Lega Nord e assessore regionale Edoardo Rixi.
In questa tranche dell’inchiesta sull’uso difforme dalla legge dei fondi a disposizione dei gruppi consiliari, uno dei politici sotto indagine è Vito Vattuone, che a sua volta è candidato alle elezioni politiche di marzo nel Pd.
Ecco l’elenco dei politici a cui verranno sequestrati i conti correnti:
Michele Boffa – Partito Democratico
Ezio Chiesa — Partito Democratico poi Liguria Viva
Luigi Cola – Partito Democratico, ex sindaco Cogoleto
Giacomo Conti —Rifondazione Comunista
Gino Garibaldi – Popolo della Libertà 
Antonio Miceli – Partito Democratico
Cristina Morelli — Verdi
Luigi Morgillo — Forza Italia e Popolo della Libertà 
Minella Mosca – Partito Democratico
Vincenzo Nesci – Rifondazione Comunista
Pietro Oliva – Popolo della Libertà 
Franco Orsi – Popolo della Libertà , attuale sindaco di Albisola
Matteo Rosso – Popolo della Libertà  ora Fratelli d’Italia
Alessio Saso – Popolo della Libertà 
Vito Vattuone Partito Democratico
Moreno Veschi – Partito Democratico
Non verranno invece sequestrati i conti agli indagati Gianni Plinio (Popolo della Libertà  ora CasaPound) Gabriele Saldo (Popolo della Libertà ) e Carlo Vasconi (Verdi), che nel frattempo hanno restituito le somme contestate.
Le somme sequestrate vanno da un massimo di 55 mila euro per un esponente di Forza Italia-Pdl a un minimo di 950 euro per un esponente del Pd.

(da “il Secolo XIX”)

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METAMORFOSI A CINQUE STELLE: DA NON PARTITO A COSI’ FAN TUTTI

Febbraio 14th, 2018 Riccardo Fucile

SI MOLTIPLICANO I CASI DI OMOLOGAZIONE AL MODUS OPERANDI DELLA ODIATA KASTA … TRA NOMINATI E CENTRALISMO AZIENDALISTA

Fenomenologia del candidato grillino. O, forse, con la separazione tra il blog di Beppe Grillo e quello “delle Stelle”, è arrivato davvero il momento di usare il termine “pentastellati”. Guardare le biografie di coloro che il Movimento 5 Stelle porterà  in Parlamento dopo il 4 marzo dice molto delle tendenze che lo percorrono, e dei mutamenti che lo interessano.
A partire dalle avvisaglie, molto marcate, di un’istituzionalizzazione che lo renderà  via via più simile agli altri partiti.
Un processo, certo non lineare e problematico, e che – va da sè – viene sdegnosamente negato da un gruppo dirigente le cui fortune elettorali sono riposte in un voto d’opinione fondato su una macro-issue, quella anticasta e anti-partiti (degli altri…).
Eppure l’istituzionalizzazione costituisce ormai un puro dato di fatto, e lo mostrano anche le modalità  di selezione delle candidature per le elezioni politiche del 4 marzo – le celeberrime “parlamentarie” – già  pilastro dell’ideologia grillina e casaleggiana delle origini e (supposta) applicazione del principio dell’«uno vale uno».
E per l’occasione, in maniera ancora più pronunciata – con tanto di ennesima valanga di ricorsi da parte degli attivisti esclusi – si conferma la veridicità  di una celebre massima di George Orwell, contenuta nel romanzo-allegoria della rivoluzione bolscevica La fattoria degli animali, parafrasabile in questi termini: «Tutti i pentastellati sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri».
Il «capo politico» Luigi Di Maio (che ha raccolto 490 preferenze) si è pienamente e ampiamente avvalso della facoltà , accordatagli dal regolamento interno, di risistemare le liste, e di includere o eliminare coloro che erano stati incoronati dal voto online simbolo della “democrazia diretta” made in 5 Stelle.
A cui, come è stato reso noto ben due settimane dopo lo svolgimento, ha partecipato soltanto un terzo degli iscritti.
E così fan tutti, giustappunto.
Un (significativo) segnale di istituzionalizzazione. O di omologazione, direbbero piuttosto i grillini duri e puri, al modus operandi delle detestate “macchine partitocratiche” nemiche, come pure un tentativo di levarsi di torno i candidati più imbarazzanti, estremisti o strampalati, in una stagione nella quale – di nuovo, l’istituzionalizzazione – la volontà  esibita della presa del palazzo d’inverno (alias Chigi) non ammette più voci dal sen fuggite intorno a microchip sottocutanei impiantati negli inermi consumatori dalle cattive multinazionali o la fede nell’esistenza delle scie chimiche nè, tanto meno, delle sirene.
Sicuramente le fake news rimangono utilissimi strumenti propagandistici, e verranno fatte circolare come avvenuto finora, ma dai social dei candidati sono stati scientificamente “sbianchettati” numerosi post e tweet non confacenti al nuovo corso. Perchè l’ormai ex non-partito è alla frenetica ricerca di presentabilità  e accreditamento, instancabilmente perseguiti dagli azionisti di (ultra)maggioranza del Movimento Davide Casaleggio e Di Maio con i loro tour tra capitali estere e incontri con le comunità  degli affari.
Di qui, anche il mega-sistema di delazioni interne e dossieraggi autoprodotti – una sorta di hobbesiana “guerra civile” di tutti contro tutti – instaurato dai vertici per scoprire gli scheletri negli armadi dei candidabili, dando il via alle epurazioni degli impresentabili e garantendo, al tempo stesso, la promozione dei “veri credenti” (e fedelissimi) nella svolta post-Grillo.
Un vero e proprio clima da Grande fratello o “medio fratellino” (in tutti i sensi, visto che uno degli spin doctor più importanti è Rocco Casalino, ex concorrente del reality show), in linea con la propensione per il Panopticon virtuale e l’invocazione della trasparenza assoluta che stanno nel dna culturale (e sottoculturale) del Movimento.
E che, a dispetto dell’ampiezza – la calunnia, si sa, «è un venticello» che si tramuta facilmente in un tornado – non ha comunque evitato candidature come quelle di Emanuele Dessì (l’uomo “che ballava con gli Spada”, e se ne sta in una casa popolare a 7 euro di affitto al mese, risultando a reddito zero ma avendo contemporaneamente incarichi in due società ) e di Sara Cunial (secondo la quale la vaccinazione è un “genocidio”).
E, dunque, per usare una terminologia anche neotelevisiva (o transtelevisiva), nel M5S fioccano i “nominati”.
L’orizzontalizzata “democrazia telematica” cede il passo a logiche da partito (tendenzialmente) personale e da partito azienda, con una spruzzata di simil-leninismo.
Una formazione che, peraltro, aveva realizzato una porzione delle proprie fortune sull’ideologia grillina – e idea assai vincente – del rifiuto degli “specialisti snob” nel nome della disintermediazione (chiunque può acquisire tutte le nozioni che servono a colpi di clic, e navigando semplicemente su Internet), da cui anche l’ostentata narrazione dei “portavoce”, cittadini esattamente uguali agli altri e volutamente “qualunque”, fino all’ostentata esaltazione dell’incompetenza.
Una riedizione, in salsa postmodern e digitale, della mitologia della “cuoca di Lenin”.
E oggi, invece, il M5S che sente (indiscutibilmente) di avere la propria occasione, si accorge che le competenze servono.
Ed ecco che la “quota riservata” e imposta dal capo politico diventa il modo per attrarre l’ultimo oggetto del desiderio: giustappunto l’esperto o, se si preferisce, il famigerato tecnico.
Un controsenso rispetto agli anni del grillismo antisistema senza se e senza ma, ma il Movimento postideologico è intriso di paradossi postmoderni.
E, soprattutto, da autentica anguilla politica, sguscia e si riposiziona, e ha ora intrapreso la strada di una faticosa (ma inevitabile) istituzionalizzazione: i tempi sono cambiati, e quindi gli esperti urgono.
Di qui, la caccia grossa di questi mesi per arruolarne il più possibile, con risultati che sono arrivati, specialmente da certi ambienti accademici – da Paolo Pietro Biancone, esperto di finanza islamica, al cervello in fuga Lorenzo Fioramonti (ambedue economisti), sino al giurista “benicomunista” Giuseppe Mastruzzo.
E con diversi incidenti di percorso, poichè svariati dei candidati «supercompetenti» (così li ha definiti Di Maio) avevano, come facilmente prevedibile, qualche trascorso o precedente in altri partiti.
Naturalmente, i tecnici per eccellenza di quello che è un communication-oriented party sono coloro che della comunicazione e della visibilità  fanno una professione: ed ecco, allora, che i giornalisti Gianluigi Paragone (con un passato lautamente leghista) ed Emilio Carelli (ex direttore di Sky Tg24) vanno ascritti a questa tipologia di candidatura. Al pari delle altre neostar pentastellate, il comandante Gregorio De Falco (quello della famosissima frase indirizzata al fuggitivo della tragedia della Costa Concordia Francesco Schettino) e il leader Adusbef (nonchè volto noto tv, e già  senatore dell’Idv) Elio Lannutti – sin dagli esordi, infatti, i pentastellati hanno pescato consensi nell’ambito di certe associazioni consumeriste, puntando sulla formula di un nuovo-vecchio collateralismo.
La popolarità  come sublimazione del consenso – altro elemento in comune con i competitor – nell’epoca della crisi della rappresentanza rimpiazzata dalla rappresentazione, spalanca le porte al modello della celebrity, come nel caso degli sportivi (l’olimpionico di nuoto Domenico Fioravanti o il velista Andrea Mura).
Fama o anche “famosità ”, poichè capita che i pentastellati, piuttosto sensibili al paradigma complottista, preferiscano figure non di primissimo piano, vittime – presunte o reali – di torti subiti ad opera degli esponenti dei “poteri forti” e del “pensiero unico” (etichette pressochè interscambiabili nel lessico grillino).
La nuova classe dirigente pronta per acciuffare un seggio di quel Parlamento che un tempo si sarebbe dovuto «aprire come una scatoletta di tonno» (Grillo dixit) vede così moltiplicarsi il numero dei “tecnici”.
Che si affiancano a quello che, a dispetto di ogni possibile smentita, si sta configurando come un ceto di disciplinatissimi neoprofessionisti della politica (a partire dallo stesso leader Di Maio, e dai numerosi assistenti parlamentari e “portaborse” promossi candidati), un altro inequivocabile indizio di istituzionalizzazione.
Tutti insieme appassionatamente sotto le insegne stellate del vero partito della nazione presente sul mercato politico, che è anche un po’ un partito aziendal-personale, e dove il centralismo democratico si rivela surrogato, appunto, da quello aziendalista della Casaleggio Associati.

(da “L’Espresso”)

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LA FARSA DI ROBERTA LOMBARDI SUI SUOI RENDICONTI

Febbraio 14th, 2018 Riccardo Fucile

TUTTA COLPA DI UN SUO COLLABORATORE CHE HA CANCELLATO I CRO DEGLI ULTIMI DUE BONIFICI… MA NON MOSTRA LE DATE DI QUANDO LI AVREBBE FATTI

Roberta Lombardi è “più forte delle fake news”. O almeno così racconta ai suoi elettori. Le “fake news” sarebbero quelle pubblicate oggi da Repubblica (e ieri da Nextquotidiano) sulle rendicontazioni della deputata candidata alla Presidenza della Regione Lazio.
La Lombardi contesta la ricostruzione data dai giornali circa gli ultimi bonifici pubblicati su TiRendiconto.
Si tratta delle “restituzioni” dei mesi di ottobre e novembre 2017 che la Lombardi a rendicontato sul sito successivamente al 9 febbraio.
Il nervosismo è palpabile, ma non si può parlare di fake news. Perchè su TiRendiconto — ovvero il portale della trasparenza — pentastellata i bonifici di restituzione si presentano senza il codice di riferimento operazione (CRO) o il Transaction Reference Number (TRN).
Non è una bufala o una mistificazione giornalistica. Il bonifico di novembre 2017, come da file caricato dalla Lombardi su TiRendiconto, è effettivamente senza il CRO/TRN. Perchè il CRO sia stato cancellato non è dato di saperlo.
Ma dire che il CRO non c’è è la verità .
Questa mattina la Lombardi per dimostrare di essere più forte delle fake news ha caricato il “bonifico originale” spiegando di non aver nulla da nascondere e che “dietro lo sbianchettamento dei miei dati personali non c’è niente, solo l’eccesso di zelo di un mio assistente”.
E calcolando che a novembre la Lombardi ha “rendicontato” 7.295,36 euro di spese per i collaboratori lo zelo è più che giustificato.
Però l’unico dato personale della Lombardi è il numero di conto di addebito dell’ordinante (e non è certo l’unica ad oscurare il suo IBAN per motivi di privacy).
Il CRO/TRN invece non è certo un informazione personale ed infatti nelle precedenti rendicontazioni (ad esempio settembre 2017) è sempre in bella vista.
Oggi Lombardi ha deciso di “chiudere questa farsa” pubblicando appunto il “bonifico originale” dove si vede chiaramente che “il CRO c’è”.
Ma quello è un TNR (ma la Lombardi non è certo tenuta a conoscere la differenza)   quello non è il “bonifico originale”. Perchè la Lombardi omette di inquadrare (sarà  un eccesso di zelo anche questa volta) la data di esecuzione.
Nella foto (e nel documento caricato sul sito a 5 Stelle) mancano la data di esecuzione dei due bonifici, le date relative alla valuta, al giorno e l’ora in cui i versamenti sono stati fisicamente inseriti nel sistema.
Come ricorda Repubblica «siccome dal primo febbraio 2014, per accreditare una somma in euro, è necessario inserire nell’ordine la data di esecuzione, il fatto che sugli ultimi due non ci sia, fa dubitare che l’operazione sia andata a buon fine».
Il che non è una fake news è un dubbio legittimo alla luce degli elementi che la Lombardi stessa ha fornito in nome della trasparenza.
Ora sempre in nome di quella trasparenza la Lombardi ha sì fornito un TRN ma continua ad omettere le date.
Perchè lo fa? Se davvero vuole “chiudere la farsa” perchè lasciare fuori un elemento così importante per fare chiarezzza una volta per tutte?
Forse non vuole far sapere quando ha effettivamente pagato le “restituzioni” di ottobre e novembre?
Cosa succederebbe se si scoprisse che il bonifico è stato fatto dopo che i giornali hanno iniziato a interessarsi del caso come sembra di evincere dalla data 11/02/2018 impressa nella schermata?
Non è chiaro come mai la Lombardi non abbia risposto a queste obiezioni durante il video di ieri nel quale giustificava il ritardo con il fatto che è in campagna elettorale (ma non ha uno staff pagatissimo?).
Se davvero Roberta Lombardi non ha nulla da nascondere perchè non mostra le date? Ieri ha detto che «noi abbiamo sempre fatto le restituzioni dei tre mesi precedenti, quindi sono perfettamente in linea con i tempi».
Su rendiconto però ci sono solo ottobre e novembre e manca dicembre 2017.
Forse la pentastellata non si rende conto che sono le sue omissioni ad alimentare i dubbi (legittimi) e non sono i giornali a creare “fake news”.

(da “NextQuotidiano”)

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IL RICORSO DEL GENERALE PAPPALARDO PER ANNULLARE LE ELEZIONI DEL 4 MARZO

Febbraio 14th, 2018 Riccardo Fucile

APPELLO AL TAR PER FERMARE LE ELEZIONI

È giunta l’ora delle decisioni irrevocabili per il Movimento Liberazione Italia: ecco l’appello al TAR per fermare le elezioni e mandare il Rosatellum in Corte Costituzionale
Un’ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra patria: l’ora delle decisioni irrevocabili.
Per questo il Movimento Liberazione Italia del generale Antonio Pappalardo ha presentato un ricorso al tribunale amministrativo regionale del Lazio per chiedere l’annullamento delle elezioni.
Pappalardo, in qualità  di fondatore del MLI, e il signor Giuseppe Pino, ex commissario di polizia hanno deciso di proporre ricorso contro il consiglio dei ministri e la presidenza della Repubblica per “l’annullamento della convocazione dei comizi per l’elezione della Camera dei deputati e il Senato della Repubblica” e delle elezioni del 4 marzo.
Le ragioni, chiederebbe Mark Renton? I ricorrenti chiedono di mandare la legge elettorale Rosatellum alla Corte Costituzionale per un giudizio di legittimità .
Questo perchè, secondo l’interpretazione già  data in altre occasione da quelli del MLI, il parlamento che ha legiferato sarebbe incostituzionale perchè eletto con legge dichiarata incostituzionale, e ciò nonostante la stessa Consulta abbia invece dichiarato il parlamento eletto pienamente legittimato a legiferare (il generale se ne intende: pranza al Senato).
Secondo i ricorrenti, quindi, i parlamentari “stanno commettendo un gravissimo delitto contro la personalità  dello Stato consistente nell’usurpazione del potere politico”, e rischiano una pena dai 6 ai 15 anni.
E ovviamente il presidente della Repubblica, in quanto eletto da quei parlamentari, è illegittimo e sarebbe passibile di arresto secondo la nota interpretazione pappalardiana (che d’altro canto ha già  portato all’arresto Mattarella qualche tempo fa).
Le trenta pagine del ricorso si concludono quindi con la richiesta di annullamento dei provvedimenti impugnati (cioè la proclamazione delle elezioni) e il rinvio alla Corte Costituzionale della legge elettorale, oltre alla richiesta di sospensiva per le elezioni proclamate il 4 marzo perchè il tutto sarebbe un danno al Popolo Sovrano.
L’iniziativa è audace e sarà  certo foriera di interessanti conseguenze.
Anche perchè com’è finito il ricorso al TAR per l’ineleggibilità  di Sala di alcuni attivisti grillini ce lo ricordiamo tutti: i ricorrenti hanno perso e hanno dovuto pagare migliaia di euro di spese.

(da “NextQuotidiano”)

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MATTEO RENZI CORONA SOGNI: INCONTRARE LAURA PAUSINI

Febbraio 14th, 2018 Riccardo Fucile

“RENZI NEWS” INDICA UN OTTIMO MOTIVO PER VOTARE RENZI

La pagina Facebook per intenditori del renzismo Matteo Renzi News, già  finita nelle cronache dell’Internet per manifesta e involontaria comicità , ieri ha aggiunto un altro motivo ottimo per votare Renzi:
Giusto per dirti la cosa più stupida… se non fosse stato per le 500 euro di Renzi io non sarei riuscito a coronare uno dei miei sogni più grandi, cioè incontrare Laura Pausini ed andare ad un suo concerto. Sembrerà  stupido ma per me conta molto e se non fosse stato per quei soldi sarebbe rimasto un sogno.”
Ora, mettiamoci tutti qui tranquillamente a ragionare tra di noi e diciamocelo: chi non vorrebbe che i soldi delle nostre tasse venissero spesi in bonus allo scopo di consentire a un 18enne di coronare il suo sogno, ovvero andare al concerto di Laura Pausini? Nessuno, è chiaro.
Si chiama bonus cultura apposta: serve a incontrare Laura Pausini.
Ah, a proposito: a Roma il comune grillino ha portato la mostra dei Pink Floyd.
Tutti i gusti son gusti, no?

(da “NextQuotidiano”)

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“TROPPI ATTI VANDALICI”: L’AZIENDA DI BIKE SHARING GOBEE LASCIA L’ITALIA

Febbraio 14th, 2018 Riccardo Fucile

LA SOCIETA’ DI HONG KONG ERA PRESENTE DA ALCUNI MESI A ROMA, FIRENZE E TORINO… “DANNEGGIATE IL 60% DELLE BICI”

Gobee bike, società  di Hong Kong di bike sharing, presente da alcuni mesi a Firenze, Roma e Torino, lascia l’Italia e l’Europa.
Motivo, il vandalismo contro le proprie flotte di biciclette, che ha reso economicamente insostenibile la prosecuzione delle attività .
A renderlo noto, lo stesso colosso asiatico, con una mail inviata a tutti i propri utenti. Gobee bike ringrazia i Comuni «che hanno riposto fiducia nel progetto» e comunica di aver già  chiuso gli account degli iscritti, provvedendo a rimborsare ogni eventuale credito.
«Con tristezza annunciamo ufficialmente alla nostra comunità  di utenti la fine del servizio di Gobee bike in Italia, oggi 15 febbraio 2018 – si legge nel messaggio del colosso di Hong Kong – Lo scorso autunno Gobee bike ha iniziato la sua avventura in diverse città  europee. Abbiamo dovuto affrontare una serie di ostacoli, e purtroppo, tra tutte queste sfide, una in particolare ha rappresentato un problema che non potevamo superare: nelle ultime settimane i danni alla nostra flotta hanno raggiunto limiti che non possiamo più contenere con le nostre forze e con le nostre risorse».
Durante i mesi di dicembre e gennaio, spiega ancora la società , «le nostre biciclette sono diventate il bersaglio di sistematici atti di vandalismo, trasformandosi così in oggetti da distruggere per puro divertimento. Mediamente, il 60% della nostra flotta ha subito danneggiamenti, vandalismi o è stato oggetto di fenomeni di privatizzazione. Per questi motivi non c’è stata nessun’altra opzione se non procedere al termine del servizio a livello nazionale e continentale. Una decisione sofferta dal punto di vista morale, umano e finanziario».
Una bella immagine per il nostro Paese.

(da agenzie)

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IL DEPUTATO M5S CON 46.000 EURO SPESI IN PASTI

Febbraio 14th, 2018 Riccardo Fucile

MATTIA FANTINATI AMMETTE: “ALLA VOCE VITTO HO MESSO ALTRE SPESE PER COMODITA’ E LEGGEREZZA”

«Non ho pasteggiato a caviale e champagne». A un certo punto della telefonata Mattia Fantinati, originario di Nogara, una laurea in ingegneria gestionale con una specializzazione in Supply Chain Management alla Bocconi, ma soprattutto una legislatura appena conclusa con i Cinquestelle, si altera.
È stato proprio lui il primo fra i M5S a intervenire al Meeting di Rimini, ha sempre avuto un ruolo di primo piano e forse anche per questo è arrabbiato e alza il tono della voce. Non ci sta il deputato a passare per uno che ha trascorso la legislatura da un ristorante all’altro.
Dal sito «tirendiconto.it» risulta però che ha speso in vitto, ovvero in pranzi e cene, 46.391 euro.
Onorevole, è lei ad avere il primato fra i parlamentari pentastellati?
«Non lo so».
La cifra riportata dal sito è sbagliata?
«Non ho mai verificato».
Però dai resoconti risulta questa numero.
«Guardi, la voce vitto è una voce tecnica. All’interno della quale sono state inserite altre spese. Le ripeto, non ho pasteggiato a caviale e champagne. Ho solo inserito all’interno del vitto altre cose».
Quali?
«Ho utilizzato parte di quel budget per alcune consulenze con professionisti. Alcune spese le ho messe lì per comodità  e leggerezza».
Ma questa prassi era consentita o è stato lei ad aggirare l’ostacolo?
«A un certo punto ci hanno detto di specificare ogni cosa. Infatti, si può notare che negli ultimi due anni sono più preciso e regolare».
Riavvolgiamo il nastro. In questi cinque anni dove ha abitualmente pranzato o cenato?
«Dice sul serio o sta scherzando? Se vuole può chiedere ai commessi della Camera che mi hanno visto o alla buvette o alla mensa dei dipendenti. Eppoi con i vostri potenti mezzi potete controllare dove mangiavo, a che ora la facevo e quanto spendevo».
Quanto ha speso mediamente per i pranzi e per le cene?
«Per carità , perchè insiste? Posso capire che sia molto più interessante sapere dove mangi. Ma sono davvero questi i problemi degli italiani? Io vorrei parlare di lavoro, immigrazione, di programmi».
Ritorniamo sui 46.391 euro di cui si parla nel rendiconto.
«Basta, sono soldi privati. Perchè non ponete la stessa domanda a qualsiasi altro parlamentare di qualsiasi altro gruppo? A giudicarmi saranno gli attivisti dei cittadini che dovranno trarre le loro conclusioni».

(da “il Corriere della Sera”)

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SALVINI FAN DI DE ANDRE?’ LASCI PERDERE, L’OPERA DI FABRIZIO E’ CONTRO LA SUA POLITICA

Febbraio 14th, 2018 Riccardo Fucile

“SALVINI SCIACALLO, IGNORANTE E INCOERENTE, NON SEI DEGNO DI PRONUNCIARE IL SUO NOME ‘”

“Grande, unico Fabrizio. Per una volta dico Grazie alla Rai”: è un messaggio chiaro e preciso, quello riguardo al film di Rai Uno Fabrizio De Andrè – Principe Libero che rimbalzato su Facebook di bacheca in bacheca, ma a lanciarlo non è stato un semplice estimatore della poesia di Faber, bensì il leader della Lega, Matteo Salvini, che nelle ore di messa in onda della pellicola ha fatto sapere ai suoi follower di amare incondizionatamente l’artista scomparso.
Il suo post è diventato ben presto virale, ottenendo però l’effetto contrario da quello voluto dal politico: sotto al suo messaggio, infatti, a spiccare non sono stati tanto i commenti di apprezzamento, quanto quelli degli avversi dell’europarlamentare, che hanno voluto dargli una lezione sulla musica di De Andrè: “Ignorante e incoerente, l’intera sua opera è contro di te”.
Il film Principe Libero ha riscosso un gran successo di pubblico, battendo nettamente la concorrenza nel Prime Time di martedì 13 febbraio. Tra gli spettatori estasiati che non sono riusciti a staccarsi dal piccolo schermo, evidentemente, c’era anche il capo della Lega, che ha espresso il fascino del film sui social, forse non pensando di scatenare un vespaio di polemiche.
“L’intera opera poetica di Fabrizio De Andrè è una limpida, ostinata e struggente dichiarazione d’amore per gli ultimi, gli emarginati e le vittime dell’ingiustizia sociale” gli fa sapere ad esempio un utente su Facebook, ottenendo il plauso degli altri internauti.
“In sostanza: chi ascolta e comprende De Andrè non può che ritenere Salvini un avversario politico”. Un pensiero tagliente da digerire per il leader politico, ma ci sono stati altri utenti che hanno usato parole ancora più dure: “Non sei minimamente degno di pronunciare quel nome, anche perchè sui valori contenuti nelle sue canzoni – come il rispetto per gli ultimi, la dignità  incondizionata e il senso di appartenenza ad un genere e non ad una razza -, tu ci sputi continuamente sopra”.
“Se solo Faber fosse ancora vivo, probabilmente le direbbe, con quella sua particolare ironia, che lei è un misto d’incoerenza e ignoranza. Se ne faccia una ragione” scrive ancora un altro estimatore sul profilo social di Salvini.
“Se fosse vivo De Andrè si vergognerebbe di averti come suo fan” critica infine un oppositore del leghista, prima di dargli un consiglio: “Ascoltati ‘Oh mia bella Madunina’ e non dissacrare un mito anarchico di sinistra, sempre dalla parte dei più deboli. Mica come te, pronto a sciacallare su qualsiasi fatto di cronaca. Sciacquati la bocca quando lo nomini. Sei pericoloso, tu e i tuoi servi!”
“Lascia stare Fabrizio, dai… Davvero, Matteo… Per favore. Abbi pietà ” gli scrive più ironicamente un ragazzo, e una donna chiosa: “De Andre lascialo stare. Uno come lui preferirebbe insulti da gente come te, ma non complimenti”.
Il politico – che poco prima dell’inizio del film su Faber era in onda su La7 per un confronto a Otto e mezzo con Laura Boldirini – non ha risposto alle accuse di opportunismo ricevute sul social di Zuckerberg. Del resto, De Andrè è sempre stato uno dei miti anarchici e tentare di farlo diventare un mentore di chi guarda a destra non è stata una mossa vincente per Salvini.

(da “Huffingtonpost”)

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