Febbraio 14th, 2018 Riccardo Fucile
ERANO SPECIALISTI NEL FARE LA MORALE AGLI ALTRI, ECCO COSA DICEVANO
Il MoVimento 5 Stelle ha annunciato sulla sua pagina Facebook che sta procedendo con i controlli per
mettere fuori dalla porta quelli che non hanno donato tutto quello che avrebbero dovuto.
Per ora sono emerse irregolarità da parte di Andrea Cecconi, Carlo Martelli, Maurizio Buccarella, Ivan Della Valle e Emanuele Cozzolino. Sono questi i cinque nomi, ma Beppe Grillo ha parlato di “dieci o dodici persone” due in più della lista delle Iene, di coloro che hanno “esagerato un po’ nel rimborso spese. Il Garante del M5S ha detto di voler regalare a costoro un libro dal titolo “Come smettere di fare schifo quotidianamente” che dovrebbe contenere “10 consigli che comunque loro non seguiranno“
Carlo Martelli si dimezzava lo stipendio?
Ad eccezione di Ivan Della Valle, che non è candidato alle prossime politiche, tutti gli altri quattro “sotto osservazione” sono stati messi in lista.
Questo significa che hanno ottime probabilità di essere eletti ed entrare nel prossimo Parlamento. I primi due portavoce ad essere scoperti sono stati Andrea Cecconi e Carlo Martelli, che hanno anche annunciato di aver firmato un documento nel quale si impegnano a dimettersi il giorno stesso della loro elezione. Ma non è così semplice perchè — come sanno tutti tranne il Vicepresidente della Camera Luigi Di Maio — le dimissioni dovranno essere approvate dalle rispettive Camere.
Il MoVimento 5 Stelle ieri (13 febbraio 2018) prometteva controlli severi per espellere tutte le “mele marce” che saranno senza dubbio punite. Non si sa come, visto che la possibilità di tornare in Parlamento e starci altri cinque anni non sembra una punizione poi così terribile.
Questi controlli il M5S avrebbe dovuto farli prima, se non durante tutta la legislatura almeno prima dell’apertura della lotteria dei click delle Parlamentarie, esattamente un mese fa. Ed invece la “selezione ferrea” operata da Di Maio in persona e dallo Staff di Rousseau di “mele marce” ne ha fatte passare parecchie.
Perchè anche se non c’è nulla di penalmente rilevante nel comportamento dei parlamentari pentastellati beccati a non versare nel fondo del microcredito è impossibile far finta di non vedere l’elefante nella stanza rappresentato da quello che gli stessi andavano predicando.
Ad esempio il buon Carlo Martelli — come tutti i 5 Stelle — ci ha fatto una testa così sul fatto che loro sono “più onesti” e “più trasparenti”. Pensate, il M5S durante la campagna sul referendum costituzionale ha addirittura presentato un DDL per “dimezzare lo stipendio di tutti i parlamentari”.
La firmataria del provvedimento era quella Roberta Lombardi che anche se non è implicata nella vicenda “rimborsopoli” avrebbe molte cose da chiarire sui suoi rimborsi.
Martelli, come tutti i pentastellati, era uno che amava fare la morale agli altri ricordando ad esempio come “i soldi degli stipendi dei parlamentari del #M5S tornano ai cittadini”. Forse non è proprio così vista la situazione in cui è coinvolto Martelli.
Sempre nel 2015 Martelli pubblicava indignato le foto delle vacanze di Matteo Renzi con i soldi degli italiani. Ed è curioso che Martelli sia stato beccato a non rendicontare correttamente quello che ci faceva lui coi soldi dei cittadini.
E cosa dire di questa frase, forse profetica, di Martelli che nell’ottobre 2014 accusava Renzi di “versare il nulla nel niente”. Evidentemente c’è un problema di versamenti generalizzato in Parlamento
Maurizio Buccarella faceva la morale ai parlamentari PD che non rispettavano il regolamento
Purtroppo non possiamo parlare di quello che scriveva sugli “altri” Andrea Cecconi, perchè il deputato marchigiano ha oscurato la sua pagina Facebook. Online ci sono però ancora le dichiarazioni di fuoco dei suoi compagni di sventura. Prima delle elezioni del 2013 Maurizio Buccarella faceva la morale al Partito Democratico dove — secondo il regolamento interno — i parlamentari non possono fare più di tre legislature. Ed è interessante che proprio Buccarella sia stato beccato a non rispettare il regolamento interno del suo partito.
Il senatore, che di mestiere fa l’avvocato, sostiene di aver revocato bonifici di “restituzione” per 12mila euro perchè aveva intenzione di cambiare conto corrente in quanto aveva intenzione di chiudere il conto nei mesi successivi.
Fa sorridere che nel 2013, assieme ai suoi colleghi senatori del M5S, Buccarella abbia esposto un cartello nel quale invitava gli altri senatori (quelli della Casta) a restituire anche loro. Non era una cosa difficile da farsi, spiegavano i pentastellati “se possiamo farlo noi, potete farlo anche voi!“. Evidentemente era più difficile del previsto visto che nemmeno “loro” lo hanno fatto.
Ivan Della Vallle e la forza del Microcredito dell’onestà
Si arriva poi al caso dell’unico dei cinque che non è ricandidato. Ivan Della Valle ha annunciato ieri su Facebook il suo addio al M5S ricordando le sue numerose battaglie contro la Direttiva Bolkenstein. Non ha dato alcuna spiegazione circa “il recente caso mediatico sulle rendicontazioni M5S ha visto coinvolti diversi parlamentari tra cui il sottoscritto”. Della Valle si limita a una riga in cui scrive “Non mi soffermo sui problemi finanziari e personali che mi hanno portato a tutto questo, non sono scusanti”. Un po’ poco.
Anche perchè Ivan Della Valle avrebbe tanto da raccontare.
Ad esempio di quando nel 2016 attaccava Renzi che “vi prende in giro con le menzogne” mentre “ogni giorno i nostri FATTI lo fanno vergognare”.
Quali? L’unico “fatto” che i parlamentari del M5S (essendo all’opposizione) potevano rivendicare: il cosiddetto “microcredito a 5 Stelle” finanziato con i versamenti volontari dei parlamentari pentastellati. E sarebbe interessante sapere l’entità degli ammanchi nei versamenti di cui è accusato Della Valle
l povero Della Valle ad agosto 2016 se la prendeva con gli “onorevoli” che hanno votato contro la proposta del M5S per ridurre del 50% gli stipendi.
Lo stesso mese Della Valle riceveva dalla Camera dei Deputati uno stipendio netto pari a 4.864,00 euro trattenendone “la metà ” ovvero 3.259,42 euro. Peccato che quella cifra corrisponda al 67% dello stipendio netto e no alla metà . Ma in questa situazione, c’è da dire, Della Valle non è certo il solo, anzi
Emanuele Cozzolino e i privilegi della casta
Last but not least il deputato veneto Emanuele Cozzolino. Anche lui su Facebook conferma che “a fronte di problemi personali” ha mancato di versare 13mila euro. Cozzolino ci tiene a ribadire che una parte di quei soldi “sono rimasti sul conto” mentre un’altra parte — che in nome della trasparenza non si sa a quanto ammonti — è stata utilizzata “forse con leggerezza” in un “momento di difficoltà personale”.
Anche per Cozzolino come per tutti gli altri è iniziata la gogna ed è stato sommerso di insulti da parte di attivisti ed elettori del 5 Stelle. Lo stesso genere di insulti che generalmente venivano riservati agli appartenenti della tanto odiata casta.
Appena due giorni fa, il 12 febbraio, Cozzolino scriveva “tagliare gli sprechi significa smettere di pagare assicurazioni dei parlamentari per punture d’insetto, insolazioni, guida in stato d’ebbrezza. Significa ridurre gli stipendi dei parlamentari, come abbiamo già fatto per i nostri”. Il MoVimento 5 Stelle vuole tagliare sprechi, privilegi e costi della politica. Però non riesce a farlo con i propri.
Basta fare un rapido giretto su Tirendiconto?? per accorgersi che il buon Cozzolino ha usufruito in più occasioni dei rimborsi previsti per l’assistenza sanitaria integrativa per i parlamentari e i loro familiari. Un privilegio che Riccardo Fraccaro (M5S) ha sempre detto che il MoVimento avrebbe abolito. Ma i 5 Stelle sono fatti così: contestano una cosa ma poi la usano.
Come fa la casta.
Appena un paio di mesi fa Cozzolino era a fare volantinaggio per le elezioni e distribuiva volantini che raccontavano “come sarebbe col movimento 5 stelle al governo” dove nel primo paragrafo si legge che i cittadini possono controllare come vengono spesi i contributi che il Parlamento versa ai pentastellati semplicemente “controllando i siti web”. Evidentemente non era così.
Ed evidentemente i controlli non sono stati sufficienti, perchè forse è mancato qualcosa: l’onesta e la trasparenza.
(da “NextQuotidiano”)
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Febbraio 14th, 2018 Riccardo Fucile
BLITZ NOTTURNO DI UN GRUPPO DI ARTISTI IN VARIE CITTA’ ITALIANE: “NON SI USINO LE STORIE DEI PROFUGHI PER LA GUERRA ELETTORALE”
Tranquilliziamo subito quelli che a malapena leggono i titoli degli articoli o che si soffermano a guardare frettolosamente le foto: Jasvir, Michael, Anayet, Mamhut, Zhang, Rahaman, Viltus e Ali non sono candidati.
I manifesti che in questi giorni vedrete in molte strade d’Italia sono solo una provocazione: legata alla campagna elettorale, certo, visto che il tema dell’immigrazione è attuale e oggetto di polemiche tra le coalizioni.
Negli spazi destinati ai manifesti che i partiti non occupano più, visto che i social hanno sostituito la propaganda fatta di faccioni sulle strade, da questa notte compaiono grandi fotografie. Ragazzi con la pelle nera o con gli occhi a mandorla, donne col il velo sul capo o giovani papà che hanno rischiato la vita per fuggire dalla guerra. Primi piani realizzati da un gruppo di artisti che da anni sono impegnati anche nel sociale: c’è scritto “Vota per me” e questo potrebbe trarre in inganno i i soliti frettolosi.
Il messaggio ha bisogno di un po’ di attenzione: «Questa è la nostra risposta alla violenza verso i migranti che già prima dei fatti di Macerata ha caratterizzato la campagna elettorale. Una campagna in cui tutti i partiti hanno strumentalizzato in una direzione o nell’altra il ruolo degli extracomunitari, scegliendo la semplificazione come caratteristica fondamentale del loro linguaggio».
Gli artisti che hanno scelto le foto lanciare un grido sulla discussione politica hanno fatto scattare la scorsa notte il loro primo raid. Incappucciati, armati di colla e manifesti, sono entrati in azione nelle strade di Trieste, Cagliari e Olbia. Nei prossimi giorni si sposteranno a Roma, Milano, Bologna, Forlì e Treviso.
La rete si allarga, non solo perchè il tema è sentito ma anche perchè le storie raccolte da Gianluca Vassallo (ideatore di questo nuovo progetto di “guerrilla art”) sono identiche a quelle di chi si ritrova ad avere paura a Macerata, di chi è costretto a vivere nelle panchine della stazione centrale di Milano, di chi annega sognando Lampedusa e di chi muore di fame e di freddo vicino al dormitorio di Torino. «Attraverso le facce e le storie dei migranti cerchiamo di riportare al centro del dibattito pubblico la verità delle vite e la dignità degli individui – sottolinea il fotografo
Gli spazi elettorali disertati dai politici diventano metafore, metafore del lavoro nei campi, del lavoro operaio, delle minuterie vendute agli angoli delle città , dell’assistenza agli anziani, della memoria dell’oppressione individuale e collettiva, metafora della fame di futuro».
(da agenzie)
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Febbraio 14th, 2018 Riccardo Fucile
AVEVA SCRITTO: “QUANDO STARETE MEGLIO SAREMO FELICI DI OSPITARVI IN SICILIA”… C’E’ CHI INVECE PREFERISCE UN INFAME TERRORISTA
Aveva inviato dei tulipani rossi alle persone rimaste ferite nella sparatoria di Macerata. Un pensiero
corredato da un invito: “Quando starete meglio saremo felici di ospitarvi nella nostra Sicilia“.
Adesso, però, per quel gesto viene minacciato di morte. “Se inviti ancora quei bastardi a casa nostra, i fiori li metteranno sulla tua cassa da morto“, c’è scritto su in biglietto indirizzato ad Antonio Rubino che ha denunciato l’episodio alla Digos che sta indagando.
Nel giorno della manifestazione di Macerata, avevano inviato un mazzo di fiori ai sei migranti rimasti feriti nel raid xenofobo di Luca Traini.
A corredo un biglietto che recitava: “Avremmo voluto essere in piazza per difendere voi, noi stessi e la nostra bandiera nazionale dalla violenza razzista, perchè un fatto del genere non accada più. Le autorità locali hanno chiesto di evitare. Questi fiori valgono come segno della nostra vicinanza e della nostra volontà di riscattare l’Italia dalla barbarie in cui vorrebbero portarla. Quando starete meglio saremo felici di ospitarvi nella nostra Sicilia culla di civiltà e città dell’accoglienza per abbracciarvi di persona”.
(da agenzie)
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Febbraio 14th, 2018 Riccardo Fucile
AFFINCHE’ VALUTI LA LEGITTIMITA’ DEL REATO DI AIUTO AL SUICIDIO
Nè assoluzione nè condanna per Marco Cappato, accusato di avere aiutato Dj Fabo a morire in Svizzera con il “suicidio assistito”.
La Corte d’Assise di Milano ha infatti deciso di trasmettere gli atti alla Consulta affinchè valuti la legittimità costituzionale del reato di aiuto al suicidio nel processo all’esponente dei Radicali e tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni, Marco Cappato, imputato per la morte di Fabiano Antoniani, 40 anni, noto come dj Fabo, in una clinica svizzera col suicidio assistito il 27 febbraio 2017. I pm chiedevano l’assoluzione; in subordine avevano proposto l’eccezione di illegittimità costituzionale.
Il processo a Cappato davanti alla Corte presieduta da Ilio Mannucci Pacini (a latere Ilaria Simi De Burgis e sei giudici popolari) era iniziato lo scorso 8 novembre. Ed è scaturito prima dall’autodenuncia dello stesso Cappato ai carabinieri di Milano il 28 febbraio 2017, il giorno dopo la morte nella clinica Dignitas di Antoniani, e poi dalla decisione del gip Luigi Gargiulo, che respinse la richiesta di archiviazione della Procura e ordinò l’imputazione coatta per l’esponente radicale spiegando che l’imputato non solo aiutò Fabo a suicidarsi, ma lo avrebbe anche spinto a ricorrere al suicidio assistito, «rafforzando» il suo proposito.
Nel corso del dibattimento ci sono stati molti momenti toccanti, dolorosi e angoscianti come la proiezione in aula dell’intervista che Fabo rilasciò a Le Iene un paio di settimane prima di andare, accompagnato in auto da Cappato, nella struttura vicino a Zurigo. «Andrò via col sorriso perchè vivo nel dolore», diceva, prima di essere colpito da una delle tante crisi respiratorie, Antoniani, cieco e tetraplegico dopo un incidente stradale nel 2014. Davanti a quelle immagini anche il procuratore aggiunto Tiziana Siciliano, come tanti in aula, si era commossa.
«Sono assolutamente convinto della mia scelta – diceva ancora Fabo – la mia vita è insopportabile, è una sofferenza immane».
Poi la testimonianza della madre, Carmen Corallo, che prima che Fabo schiacciasse con la bocca il pulsante ebbe la forza di dirgli: «Vai Fabiano, la mamma vuole che tu vada».
La fidanzata, Valeria Imbrogno, poi, ha raccontato che per Fabiano ciò che era più insopportabile era la cecità e fece anche lo «sciopero della fame e della parola» coi suoi cari per non essere fermato.
I pm Siciliano e Sara Arduini avevano chiesto l’assoluzione mettendo in luce che Cappato aiutò Fabo «a esercitare un suo diritto, non il diritto al suicidio ma il diritto alla dignità » nel morire. In subordine, avevano chiesto la trasmissione degli atti alla Corte Costituzionale per la valutazione della legittimità del reato di aiuto al suicidio, previsto dall’articolo 580 del codice penale. Sulla stessa linea erano anche le richieste dei difensori di Cappato.
L’associazione Luca Coscioni ha definito la trasmissione alla Consulta «un’occasione senza precedenti per superare un reato introdotto nell’epoca fascista» e consentire alle «persone capaci di intendere, affette da patologie irreversibili con sofferenze, di ottenere legalmente l’assistenza per morire senza soffrire anche in Italia, senza bisogno di dover andare in Svizzera». L’associazione già ieri, in un documento, elencando gli esiti possibili del processo di Milano, sottolineava come proprio il rinvio alla Corte Costituzionale potesse fare chiarezza su un reato, di cui lo stesso Cappato era accusato, ritenuto ormai superato.
La pronuncia della Corte Costituzionale, oltre a incidere sul processo a Cappato, potrebbe indicare una strada in una materia, quella del “fine vita”, che pone molti interrogativi etici e giuridici e solo con la recente legge sul testamento biologico ha trovato una prima risposta da parte della politica.
(da “La Stampa”)
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Febbraio 14th, 2018 Riccardo Fucile
IL FATTO CHE SIA VICEPRESIDENTE DEL SENATO FA CAPIRE CHE PER L’ITALIA NON C’E’ SPERANZA
Come molti sanno, il presto 62enne Maurizio Gasparri è la prova vivente di come la Teoria
dell’evoluzionismo di Darwin abbia non poche falle nel sistema.
Luttazzi diceva che Gasparri è l’unico convinto che le sliding doors dei supermercati si aprano solo per coincidenza quando ti avvicini, e verosimilmente non era una battuta.
Costante vittima di se stesso, dotato di una voce drammaticamente borbottante nonchè intriso di una sfavillante incapacità trasversale che lo accompagna pressochè ogni giorno, Maurizio “The Man” Gasparri — anche se non sembra — è vicepresidente del Senato.
E già solo questo fa capire come l’Italia non abbia speranza alcuna di redenzione. Studiosi di ogni Paese si arrovellano da anni attorno a due dilemmi.
Il primo: quando Gasparri insiste sul fatto che sua moglie lo ritiene affascinante perchè “somiglio ad Al Pacino”, scherza o asserisce il vero?
Il secondo: Gasparri ha mai detto qualcosa di sensato? Pare di no, anche se nel settembre del 2017 lo studioso Stanislas Thelonius Bottazzi dell’Università dell’Ohio ha scoperto — dopo lunghissime ricerche — dei fonemi gasparriani mediamente sensati. Poi però si è scoperto l’arcano: a parlare non era Gasparri, ma Neri Marcorè che lo imitava.
Sabato sera, dopo che Pierfrancesco Favino aveva magistralmente interpretato a Sanremo il monologo tratto da La notte prima delle foresta di Bernard-Marie Koltès, Gasparri ha dato ulteriore prova della sua attività faticosamente mono-neuronica: “Penoso #Favino”, ha cinguettato.
Gli ha fatto eco, in un parossismo di niente, Matteo Salvini, non per nulla suo alleato. Per un tizio che ha dato il nome a una legge (chiaramente orrida) che lui stesso pare non aver neanche letto e men che meno capito, tali mirabili elargizioni di scibile non stupiscono.
Del resto, proprio su Twitter, Gasparri sa dare il meglio di sè. Che peraltro non esiste. Qualche esempio.
Parlando di Giorgia Meloni, Maurizio “The Man” scrive: “È figlia della destra e proprio per quello le chiesimo la disponibilità ”.
Di fronte allo zimbellamento generale (uno dei tanti) per quel verbo sbarazzino, lui dà coraggiosamente la colpa a uno stagista e lo caccia.
Un utente gli manda poi la foto di Jim Morrison, spacciandolo ironicamente per un criminale clandestino: Gasparri ci casca come una pera cotta e dice che è “una vergogna”. Quando poi gli fanno notare che quello lì è (stato) una delle rockstar più note al mondo, si vanta di non conoscerlo.
Insulta quindi una fan di Fedez (da lui chiamato “cosodipinto”), irridendola per il peso e scrivendo: “Meno droga, più dieta, messa male”.
Per molto meno un politico verrebbe cacciato, ancor più con la faccia (e lo sguardo) che si ritrova Gasparri, ma in Italia è tutto un ridere. Ah ah ah.
Nel frattempo “The Man” crede alla bufala delle rapite Greta e Vanessa, secondo la quale avrebbero fatto sesso con gli aguzzini, e sintetizza così: “#VanessaeGreta sesso consenziente con i guerriglieri? E noi paghiamo!”.
Mentre il Tso tarda colpevolmente ad avere luogo, Gasparri litiga con il Puffo Brontolone, sul serio: non è una battuta.
Rischia di scatenare la Terza guerra mondiale insultando l’Inghilterra durante i Mondiali (“Fa piacere mandare a fare… gli inglesi, boriosi e coglioni”) e la Merkel (“impietoso il paragone tra orrenda Merkel e giovani argentine inquadrate poco fa”), continuando peraltro ad atteggiarsi comicamente per un figaccione che può dare lezioni di eleganza e bellezza.
Si potrebbe andare avanti a lungo, ma non ne vale la pena.
In fondo parliamo solo di Gasparri. In fondo parliamo solo del vicepresidente del Senato.
Cosa vuoi che sia, nel perenne Paese di sottosopra.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 14th, 2018 Riccardo Fucile
L’ADDIO DI BORRELLI E’ UN TERREMOTO
«Perchè uno dovrebbe passare a un altro gruppo per motivi di salute? Non poteva dimettersi?».
A Luigi Di Maio spunta una smorfia nervosa: «È un disastro…». Il candidato premier è incredulo quando gli leggono il comunicato del capo delegazione Laura Agea: David Borrelli ha lasciato il gruppo degli europarlamentari e contemporaneamente ha abbandonato per sempre il M5S, «obbligato da motivi di salute».
Borrelli non è uno qualsiasi nel M5S: primo consigliere grillino eletto, a Treviso nel 2008, è il numero tre dell’associazione Rousseau, ed è assieme a Max Bugani il braccio destro di Davide Casaleggio, uno che si sentiva al telefono con il padre Gianroberto un paio di volte al giorno. Era nel cuore della macchina della propaganda e del potere del M5S. Borrelli non aveva anticipato nulla a nessuno e come se niente fosse, a mezzogiorno, ha scritto un post su Facebook. Poi, è scomparso. Ha chiuso il telefono e si è reso irrintracciabile.
Le domande che si rincorrono dopo si ripetono uguali. Perchè lascia pure il M5S? Perchè non ha scritto lui il comunicato? Di Maio è asserragliato nella sede del comitato elettorale, con tutto lo staff. Non hanno una risposta chiara. I sospetti che voglia lasciare proprio ora perchè è al secondo mandato, cioè l’ultimo per i 5 Stelle, si sprecano. Finchè le troppe coincidenze cominciano a sbrogliare il giallo.
Le Iene, ancora loro. Il programma Mediaset è sulle tracce di Borrelli. Qualcosa non tornerebbe del totale dei versamenti che il gruppo dei grillini europei ha dichiarato di aver versato nel fondo per la microimprenditorialità del Mise: 606 mila euro. Era un impegno preso volontariamente.
Gli europarlamentari infatti sono esentati dalla regola che impone ai 5 Stelle il taglio dello stipendio. Di loro iniziativa avevano deciso di devolvere la quota fissa di mille euro per le piccole e medie imprese, un settore che Borrelli ha avuto sempre a cuore. Ma in quella cifra ci sarebbe un buco.
Le Iene stanno cercando Borrelli per chiedergli una spiegazione. Il grillino non è solo il fedelissimo di Casaleggio, ma anche il capo-ombra della squadra europea: fu lui a tentare il blitz segreto per portare – e avere così accesso a maggiori fondi – il M5S dal gruppo degli euroscettici, di cui era copresidente in condivisione con Ukip, ai liberali filo-Ue dell’Alde. Nigel Farage chiese e ottenne la sua testa. Sempre a lui, poi, il M5S aveva affidato l’organizzazione di Italia a 5 Stelle a Rimini e quindi i contributi raccolti per la festa di settembre.
Pubblicata la notizia del suo addio, La Stampa è stata contattata da una fonte che ha chiesto l’anonimato. Si tratta di un suo ex collaboratore veneto. «Andate a vedere le due case che possiede, a Bruxelles e a Strasburgo. Poi chiedetegli delle ristrutturazioni della sede della sua società , la Trevigroup, in via Castagnole a Treviso».
Nella casa a Bruxelles ha anche il suo ufficio e vive con la compagna Maria Angela Riva, da cui aspetta un bambino. Fu per lei che Borrelli finì nella bufera, a ottobre: si scoprì che, per averla con sè, la fidanzata era stata assunta da un’altra europarlamentare grillina, Isabella Adinolfi. E sarebbe stato sempre questo il motivo di recenti screzi con Casaleggio.
Attraverso la biografia di Borrelli si può leggere gran parte della storia del M5S. Licenza di terza media, pizzaiolo, poi tecnico informatico, il blog di Grillo lo lancia come «il consigliere più povero d’Italia». Borrelli però è un ambizioso.
Scala il M5S e diventa l’anello di congiunzione tra Casaleggio Sr e il mondo delle pmi venete. È membro del pensatoio di Confapri, l’associazione delle piccole imprese fondata dal futuro assessore di Roma Max Colomban e da Arturo Artom, due nomi chiave nel mondo imprenditoriale della galassia dei Casaleggio.
Nel 2014 viene accusato di stalking dall’ex senatrice Paola De Pin che parla di sue pressioni a favore delle imprese venete. Due anni dopo l’ex collaboratore del M5S Caris Vanghetti dimostra, intrecciando i dati, che molti soldi del fondo per la microimpresa finiscono alle aziende associate della Confapri. Una vera e propria lobby grillina. Nel frattempo Borrelli diventa europarlamentare e la sua società raddoppia il fatturato.
«Grazie alla rete Confapri, le aziende comprano da lui i software gestionali». La vita privata di Borrelli spesso si intreccia alla sua attività politica. «L’ufficio di rappresentanza da europarlamentare in Italia, pagato con i soldi dell’Ue, è la casa dell’ex fidanzata fatta declassare da uso abitativo a commerciale» spiega la fonte. Paga anche una collaboratrice a Treviso: Valentina Gerosa, moglie del candidato sindaco del M5S, Domenico Losappio.
«Se dovete cercarlo – suggerisce la fonte – andate in Argentina. Anni fa ci ha lavorato e ci torna spesso da europarlamentare».
(da “La Stampa”)
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Febbraio 14th, 2018 Riccardo Fucile
FLAT TAX, PENSIONI E FAMIGLIA, ECCO I CONTI SENZA AVERE LE COPERTURE
E’ sull’insostenibile leggerezza della flat tax al 15% che si sorregge l’intero programma economico della
Lega: un piano di legislatura da almeno 110-120 miliardi di euro a cui ne vanno aggiunti 26,4 per sterilizzare l’aumento dell’Iva (aspetto che peraltro non viene menzionato).
Certo, di spunti interessanti ce ne sono molti, come l’obbligo di retribuire stagisti e apprendisti professionali: “lavoro sfruttato” di cui nessun altro partito sembra preoccuparsi.
C’è un duro attacco alla direttiva europea Bolkenstein che minaccia gli stabilimenti balneari nostrani e per questo la Lega chiede “l’abolizione o un periodo transitorio di almeno 30 anni per la salvaguardia del diritto al lavoro”.
C’è il riferimento al salario minimo, ma proprio come nel caso del Pd manca l’indicazione della soglia ipotizzata.
Per molti aspetti il programma di Salvini riguarda quello del Pd, in particolare sul fronte famiglia: 400 euro al mese a famiglia per ogni nuovo nato fino ai 18 anni; in più però ci sono asili nido gratuiti per i redditi fino a 60mila euro.
A livello di istruzione superiore, invece, la Lega è ancora più a sinistra: promette maggiori investimenti in ricerca e sviluppo per trattenere i migliori cervelli.
Non si dice, però, a quanto dovrebbe ammontare la spesa che oggi vale l’1,2% del Pil (in Germania è al 3% e la media Ue arriva al 2%).
Il problema — come per il Pd — è che mancano tutti i riferimenti alle coperture.
Dal punto di vista economico, il programma è ambizioso, ma alimenta diversi dubbi circa la sua sostenibilità .
Proprio a cominciare dalla flat tax al 15%. A fronte di una base imponibile di circa 800 miliardi, il gettito Irpef dello scorso anno è stato pari a 167 miliardi: con la proposta della Lega scenderebbe a 120 miliardi (la progressività è in qualche modo garantita da detrazioni per 3mila euro per ogni componente del nucleo famigliare nei redditi fino a 35mila euro e da detrazioni per 3mila euro per ogni figlio a carico nei redditi fino a 65mila euro).
L’abolizione delle detrazioni attuali dovrebbe venire compensata dai 3mila euro della Lega, il nodo però riguarda i 47 miliardi di minor gettito.
Le coperture sono vaghe: si fa riferimento all’emersione del nero, ma immaginare una qualsiasi cifra è un azzardo.
La Lega però sostiene che la flat tax sia destinata a generare maggiori consumi e quindi un aumento del gettito Iva. A cascata, poi, il partito è convinto che l’aumento della domanda generi più occupazione anche perchè tra i capisaldi del programma c’è l’abbattimento del cuneo fiscale: un progetto identico a quello del Pd, ma ogni punto costa circa 2,5 miliardi di euro (anche questi senza coperture).
Certo, una qualche copertura potrebbe arrivare dalla maxi sanatoria nei confronti dei creditori di Equitalia: degli oltre mille miliardi di arretrati, la Lega sostiene che quelli veramente esigibili siano 650 miliardi.
Salvini punta a recuperarne 60 miliardi di due anni, ma dalla maxi sanatoria sarebbero esclusi quanti hanno accumulato debiti superiori ai 200mila euro (comprensivi di sanzioni, interessi e more).
Pensioni. Il superamento della Fornero con il ritorno alla pensione di anzianità per chi ha più di 40 anni di contributi “è un diritto”: un’operazione del genere, però, costa almeno 15 miliardi di euro.
Banche. Separare le attività commerciali da quelle d’affari, riforma del sistema di vigilanza e controllo; tutela del risparmio e dei conti correnti fino a 200mila euro. Alle banche viene anche imposto di ridurre i costi massimi per l’utilizzo di bancomat e carte di credito: c’è un regolamento Ue che gli istituti italiani continuano ad aggirare. Contestualmente, però, si vuole abolire il limite al pagamento in contanti.
Infrastrutture. La Lega promette 22 miliardi di investimenti in 5anni per “per attrezzare i nostri Porti con aree retro portuali capaci di garantire lo sdoganamento delle merci in loco”; previsti anche investimenti per potenziare l’alta velocità . Come verrà fatto non si sa.
Minibot. Sono probabilmente la proposta più al “limite” della Lega che propone di saldare tutti i debiti della pubblica amministrazione.
Nel programma si sottolinea che “non si tratta di una moneta parallela perchè i trattati Ue lo impediscono”, ma di un “pezzettino di debito pubblico” che diventa un “credito per il cittadino che lo possiederà . I minibot — si spiega — verrebbero assegnati senza formalità e volontariamente a tutti i creditori dello Stato in qualsiasi forma”.
Se non stupisce la totale assenza al tetto del deficit e alla riduzione del debito, colpisce l’attenzione della Lega all’ambiente: nel programma si spinge sulla green economy; sull’auto elettrica e sull’economia circolare. “Uomo e ambiente — si legge — sono facce della stessa medaglia. Chi non rispetta l’ambiente non rispetta se stesso”.
(da “Business Insider”)
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Febbraio 14th, 2018 Riccardo Fucile
“LA MAFIA VUOLE UCCIDERMI, LA POLITICA MI FA FUORI, QUALCUNO OGGI HA BRINDATO”… UNA PAGINA INDECOROSA PER IL CENTRODESTRA
I mafiosi volevano ammazzarlo alla vecchia maniera: i massi piazzati in mezzo a una strada di montagna, l’auto blindata costretta a fermarsi e un commando di killer che spunta dai boschi per fare fuoco a colpi di fucile. Gli è andata male. Anzi malissimo. Perchè da quell’agguato Giuseppe Antoci è uscito illeso.
E da quel giorno di maggio 2016 della battaglia solitaria condotta dal presidente del parco dei Nebrodi hanno cominciato a parlare tutti. In tutta Italia.
Michele Emiliano lo ha scelto come numero due alle primarie del 2017. Matteo Renzi lo ha voluto prima alla Leopolda e poi al vertice del dipartimento Legalità del Pd. Doveva essere uno dei volti nuovi dei dem al Sud. La faccia antimafia di un partito che combatte la cosche.
Parole. Perchè alla fine il suo nome non è stato nemmeno incluso nelle liste per le politiche del prossimo 4 marzo.
Nel collegio di Messina gli hanno preferito il rettore Pietro Navarra, nipote di Michele, considerato lo storico boss mafioso di Corleone.
“Io non avevo ambizioni personali ma certo, dopo averne tanto parlato, la mia mancata candidatura ha fatto brindare un po’ di gentaglia”, dice Antoci al fattoquotidiano.it.
Un brindisi che adesso sarà con tutta probabilità replicato. Sì, perchè, il governo regionale di Nello Musumeci ha commissariato il parco dei Nebrodi.
Tradotto: Antoci è stato rimosso.
La logica è quella dello spoils system: via manager e dirigenti nominati dal vecchio governo di centrosinistra, dentro quelli nuovi, fedeli alla destra. Come negli Stati Uniti d’America.
Ma i Nebrodi non lontanissimi dall’America. Qui la cacciata di Antoci è un segnale chiaro, netto, evidente. Che ha fatto arrabbiare 22 sindaci dei comuni della zona. “Siamo preocupati, perchè dopo anni di commissariamenti abbiamo finalmente visto ripartire l’ente che è diventato volano di sviluppo e attrattiva turistica”, hanno scritto al governatore.
“Cosa nostra vuole uccidermi, ma per adesso non ce l’ha fatta. La politica, invece, mi ha fatto fuori. Questo è un messaggio. Mi chiedo indirizzato a chi”, dice invece Antoci.
“Sapevo che mi avrebbero cacciato. Io non sono interessato a incarichi o poltrone: da presidente del parco dei Nebrodi ho un rimborso mensile da 700 euro. Mi chiedo solo se capiscono che così mi espongono. Espongono me e la mia famiglia“, spiega nel giorno in cui la giunta regionale si è riunita per azzerare i vertici degli organismi pubblici vigilati dagli assessorati.
“Ringrazio il presidente Musumeci che, attraverso la mia rimozione mi ha fatto comprendere, in maniera inequivocabile, da quale parte sta”, commenta pochi minuti dopo la sua cacciata. Il suo incarico sarebbe scaduto tra sei mesi, ma hanno deciso di defenerstrarlo in anticipo.
“Mi chiedo che fretta ci fosse“, sorride amaro l’ormai ex presidente del parco.
“Non c’è nessun caso Antoci. Abbiamo commissariato tutti i presidenti dei parchi utilizzando la legge sullo spoils system varata dal precedente governo di centrosinistra. Se ho ringraziato Antoci per il suo lavoro? Ho ringraziato tutti gli ex direttori con apposito comunicato”, replica Musumeci sentito da ilfattoquotidiano.it.
E il protocollo di legalità inventato dall’ex numero uno del parco dei Nebrodi che polverizzato gli affari miliardari di Cos nostra coi terreni demaniali? “Ha fatto bene a vararlo: adesso lo utilizzeremo anche noi”, promette il governatore.
D’altra parte non potrebbe che essere così visto che il 26 settembre scorso quel regolamento è diventato legge dello Stato. Dati alla mano, si tratta probabilmente della più importante legge antimafia dopo quella approvata nel 1982 su input di Pio La Torre. Il deputato comunista aveva capito che per fare male ai boss bisognava togliergli le “roba“, cioè confiscargli le ricchezze accumulate: un’intuizione fondamentale. Pagata con la vita. Lo stesso conto che Cosa nostra voleva presentare al presidente del parco dei Nebrodi, colpevole di aver avuto un’idea semplice ma efficace quasi quanto quella di La Torre.
Il protocollo Antoci, infatti, altro non è che un accordo stipulato nel 2014 con l’allora prefetto di Messina, Stefano Trotta. Una norma che prevede l’obbligo per i concessionari dei terreni demaniali — cioè gli affittuari degli appezzamenti di proprietà delle Regioni — di presentare il certificato antimafia. Sembra una cosa ovvia, ma fino a quel momento nessuno lo aveva mai chiesto, soprattutto per i terreni che valgono meno di 150mila euro.
Risultato? La Regione Siciliana ha scoperto che almeno 4mila ettari dei suoi terreni erano in mano a soggetti riconducibili alle più importanti famiglie di Cosa nostra: migliaia di metri quadrati di boschi e pascoli affittati da decenni a personaggi vicini ai clan.
“Il nostro protocollo — spiega Antoci — ha mandato in fumo affari per 5 miliardi di euro ai boss. E soltanto in Sicilia. Ora che è applicato nel resto d’Italia polverizzerà 40 miliardi di profitti per le mafie”. Sì perchè quella che è stata stata ribattezzata “mafia dei pascoli” di arcaico ha mantenuto solo il nome. Da anni gestisce enormi appezzamenti di terreno pubblico, ma per guadagnarci si è specializzata nei progetti europei. Quei terreni di proprietà della Regione siciliana, infatti, hanno fruttato nel frattempo circa due milioni e mezzo di euro di fondi europei all’anno: in pratica un affare a sette cifre con un margine di rischio praticamente minimo e senza un euro d’investimento.
È in questo modo che in passato, e cioè prima che venisse richiesta la certificazione antimafia anche per i terreni che valgono meno di 150mila euro, Gaetano Riina, fratello del più famoso Totò, è riuscito ad incassare 40 mila euro di fondi targati Bruxelles, mentre Salvatore Seminara, considerato il reggente di Cosa nostra ad Enna, si è visto riconoscere una sovvenzione pari a 700mila euro.
Grazie al protocollo di Antoci, insomma, Cosa nostra si è vista chiudere i rubinetti da Bruxelles. Mentre le indagini sui sequestri sono diventate più snelle.
“Il prefetto di Messina salutando la città , diceva che in un anno e mezzo ha firmato 57 interdittive antimafia. Tutto grazie al nostro protocollo. Ed è sempre grazie al nostro protocollo che le richieste di sequestro sono diventate molto più veloci: basta sommare le false dichiarazioni antimafia ai curriculum dei concessionari dei terreni e il gioco è fatto”, racconta l’ormai ex presidente del parco dei Nebrodi. È per questo motivo che i boss lo vogliono morto. Per il momento non ci sono riusciti.
A farlo fuori, invece, è arrivata la politica: dal Pd che non lo ha candidato, al centrodestra di Musumeci che lo ha rimosso.
Le larghe intese anti antimafia in Sicilia funzionano benissimo.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 14th, 2018 Riccardo Fucile
STAFANORI AVEVA CACCIATO LA DIRETTRICE LANG ACCUSANDOLA DI CORRUZIONE, ALLA FINE DELLE INDAGINI LEI E’ STATA SCAGIONATA E ACCUSATO E’ FINITO LUI
Il commissario straordinario di Farmacap Angelo Stefanori è al centro di una nuova indagine da parte
del pm Nadia Plastina.
Scrive oggi Repubblica Roma in un articolo a firma di Giuseppe Scarpa che gli investigatori questa volta hanno puntato il faro sui conti di Farmacap e la sua gestione. Stefanori avrebbe dovuto presentare il bilancio consuntivo 2016 dell’azienda entro il 10 aprile 2017. Ma ha fallito l’obiettivo.
Così adesso la procura lo ha iscritto nel registro degli indagati per abuso d’ufficio.
Il caso Farmacap è una metafora perfetta di come il MoVimento 5 Stelle sta amministrando Roma: Stefanori ha cacciato la direttrice generale Simona Laing, nominata da Marino, accusandola di corruzione e parlando di un falso nel bilancio.
I NAS hanno indagato: le accuse erano tutte false. Lei impugnerà il licenziamento e a pagare saremo noi romani.
Ora però la situazione si fa più difficile per Stefanori: dopo l’avviso di garanzia per calunnia e minacce nei confronti della stessa Laing
L’ex numero uno era stata oggetto di una montagna di querele da parte di Stefanori per corruzione, che si sono rivelate totalmente false.
Così, il 3 aprile 2017, l’attuale gestore dell’azienda che riunisce le farmacie comunali è riuscito a far saltare la poltrona della dg. Laing, durante la sua gestione, aveva avuto il merito di risanare i conti, al collasso, dell’azienda speciale.
E a settembre del 2016 aveva contribuito a far arrestare il predecessore di Stefanori, Francesco Alvaro accusato di truccare gli appalti.
Indifferente alla catena di successi collezionati dalla dirigente, la sindaca Raggi aveva memorizzato il suo numero sul cellulare con il nome “Non Rispondere” (emerge dagli atti dell’indagine su Marra).
Poi la svolta decisiva: la prima cittadina nomina Stefanori. Lo stesso che, dal giorno del suo insediamento, ha fatto una guerra senza quartiere alla Laing, fino al licenziamento.
Stranamente dal Campidoglio non è arrivata una sola parola di commento riguardo quanto sta accadendo a Farmacap.
(da “NextQuotidiano”)
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