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ANCHE GUIDO BAGATTA DICE NO A DI MAIO: ERA STATO INDICATO COME MINISTRO DELL SPORT NELL’IPOTETICO GOVERNO M5S

Febbraio 27th, 2018 Riccardo Fucile

IL GIORNALISTA DECLINA ELEGANTEMENTE LA PROPOSTA

Di Maio raccoglie anche oggi un altro No nella sua affannosa ricerca di una squadra di “presentabili” da indicare come ipotetico futuro governo a Cinquestelle, nel tentativo di rendere credibile quella che appare più che altro una operazione di imagine per i media.
Era una “disponibilità ” data quasi per certa quella del giornalista Guido Baratta, ma l’annuncio ufficiale che tardava ad arrivare non era stato ritenuto un buon segno dagli addetti ai lavori.
E infatti ecco l’ennesimo buco nell’acqua
“Non nascondo che ci sia stato un piacevole confronto con Luigi Di Maio, che ringrazio per la stima e la fiducia dimostrata nei miei confronti. Insieme abbiamo però deciso che per una serie di problematiche legate alla mia attività  di giornalista ed imprenditore non ci sono, al momento, le condizioni — specialmente temporali — per ipotizzare un impegno istituzionale così importante”.
Così Guido Bagatta, in merito alla notizia diffusa dalla stampa sulla possibilità  che possa essere proposto dal MoVimento 5 stelle come ministro dello Sport.
Un modo elegante per dire “no, grazie”.

(da agenzie)

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QUANDO VIRGINIA RAGGI SE LA PRENDEVA CON GLI ALBERI CADUTI PER COLPA DI MARINO

Febbraio 27th, 2018 Riccardo Fucile

DOPO LA NEVICATA A ROMA SONO CADUTI CIRCA CENTO ALBERI, ALCUNI SI SONO SCHIANTATI SULLE AUTO PARCHEGGIATE, ALTRI HANNO BLOCCATO LA CIRCOLAZIONE

A Roma oggi la neve non c’è più. La neve che è caduta copiosa nella notte tra domenica e lunedì però ha lasciato il segno, soprattutto sulle alberature della Capitale. Nella giornata di lunedì sono stati 107 gli interventi della Polizia Municipale per alberi caduti in città . I Vigili del Fuoco sono hanno effettuato 65 interventi a Roma e in provincia a causa di alberi caduti sulle macchine in sosta.
Molti anche i rami caduti a causa del peso eccessivo della neve, in Via Cristoforo Colombo, in via Giovanni Conti, in zona Montesacro, in via dei Gracchi a Prati e in via Tullio Levi Civita a San Paolo.
Il vento forte e la neve hanno causato il crollo di una quercia in viale Tito Livio, a Roma nord.
L’albero si è abbattuto su un’auto parcheggiata invadendo completamente la strada. Si potrebbe pensare che i crolli degli alberi siano dovuti alla nevicata, ma chi ha buona memoria ricorda senz’altro che si tratta di ordinaria amministrazione.
Facciamo un esempio, novembre 2017 alcuni alberi caduti per il maltempo causano l’interruzione della linea 8 del tram. Qualche settimana prima un albero era caduto su un taxi a Prati, fortunatamente senza ferire nessuno.
Ieri l’assessora all’ambiente Pinuccia Montanari parlava di “circa quindici alberi caduti e quaranta interventi attivati” spiegando che “gran parte delle operazioni di rimozione riguardano rami spezzati”.
L’assessora Montanari rendeva noto alla cittadinanza che nell’occasione “sono state attivate sei ditte incaricate del monitoraggio e la manutenzione degli alberi ad alto fusto”. L’attività  di monitoraggio degli 86mila alberi è frutto di una gara della Giunta Marino che risale al 2015.
La sindaca Virginia Raggi ha deciso di rientrare in anticipo dal Messico ma nel novembre 2014 la Raggi, all’epoca consigliera d’opposizione, attaccava il sindaco Ignazio Marino scrivendo che era inaccettabile che la verifica sulle alberature “si faccia sempre DOPO il crollo”.
E per fortuna oggi come allora non ci sono stati nè feriti nè morti. A differenza di quando la Raggi si lamentava per un pino caduto in via dei Fori Imperiali ieri a Roma ne sono caduti un centinaio.
Roma Today riferisce che sono numerose le vie invase dai tronchi d’albero. Anche le auto danneggiate o distrutte dagli alberi e dai rami non sono poche:   in via Chiovenda tre vetture parcheggiate sono state centrate da un albero.
Altre macchine in sosta sono state colpite anche in via Lutazio Caro e via Valadier nel quartiere Prati. Danni alla proprietà  privata che dovrà  essere il Comune a risarcire. Lungo la via Tiburtina, nella tratto di strada che costeggia il cimitero del Verano, sono crollati 4 grossi pini. A quanto pare le radici non hanno retto il peso della neve e gli alberi si sono schiantati al suolo bloccando la circolazione.
Patrizia Prestipino ha postato su Facebook le foto di un pino caduto in zona EUR, un grosso tronco ha colpito una macchina parcheggiata.
La situazione, come sempre a Roma, è disastrosa, ma c’è sempre chi, come il consigliere M5S Pietro Calabrese, riesce a vedere il lato positivo e ci fa sapere che “ha fatto più Virginia in 2 giorni a 10mila km di distanza che loro in 20 anni incollati alle poltrone di Roma”.
Per fortuna che ora nella Capitale c’è la sindaca che si collega in videoconferenza con il Centro operativo della Protezione Civile.
Altrimenti sai quanti alberi sarebbero caduti?

(da “NextQuotidiano”)

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TRENI IN TILT INTORNO A ROMA: “MANCANTI O ROTTI I SISTEMI PER SCALDARE GLI SCAMBI?

Febbraio 27th, 2018 Riccardo Fucile

SECONDO IL CORRIERE CI SONO SOLO META’ DELLE RESISTENZE ANTIGHIACCIO NECESSARIE

Tutta colpa delle “scaldiglie“. Cioè i sistemi installati negli scambi ferroviari per evitare che ghiaccino e impediscano il corretto passaggio dei vagoni.
Intorno alla stazione Termini gli scambi sono circa 300 e la metà , secondo il Corriere della Sera, è sprovvisto di scaldiglie.
In altri casi ci sono ma non hanno funzionato a dovere.
Così lunedì Rete ferroviaria italiana ha dovuto mandare squadre di operai a cercare di risolvere la situazione.
Cosa che ha finito per causare ritardi fino a 8 ore e la soppressione del 20% dei treni a lunga percorrenza e del 70% di quelli del traffico regionale.
Non ha aiutato il guasto a un treno Italo sulla direttissima Roma-Firenze all’altezza di Orte, in provincia di Viterbo, che ha ridotto la circolazione a un unico binario creando una lunga coda di convogli in entrambe le direzioni.
Il giorno dopo, la situazione resta critica: martedì sarà  garantito solo l’80% dei treni alta velocità  e il 50% dei treni del trasporto regionale nel Lazio. Inoltre tutti i treni alta velocità  in arrivo e partenza da Roma fermeranno nella stazione Tiburtina.
Lunedì sera il ministro dei Trasporti Graziano Delrio ha fatto sapere di aver chiesto “con la massima urgenza un dettagliato rapporto in riferimento ai rilevanti ritardi registrati oggi nella circolazione dei treni, nel nodo di Roma e nel Centro-nord del Paese, che hanno causato notevoli disservizi e disagi ai passeggeri”, anche “al fine di poter valutare eventuali responsabilità  anche delle imprese ferroviarie che eserciscono il servizio”.
Il ministero chiede delucidazione “sulle cause che hanno, di fatto, generato tale situazione, con riferimento ai vari sottosistemi della rete ferroviaria, nonchè alle attività  e ai comportamenti delle medesime imprese”.
In particolare Delrio vuol sapere “se siano state attuate le corrette azioni manutentive e se e quali misure siano state adottate preventivamente, in ragione delle già  note previsioni meteorologiche, ai fini della tutela dei viaggiatori”. Si vedrà  dunque se la risposta del gestore della rete confermerà  i problemi alle scaldiglie.
Silvano Spada, esperto di sistemi ferroviari interpellato dal quotidiano di via Solferino, aggiunge comunque che oltre alla condizione della rete va valutato lo stato del materiale rotabile: “Per i convogli bisogna assicurarsi che il sistema di innalzamento/abbassamento del pantografo funzioni correttamente: se questo non accade, i vagoni si fermano”.
Occorre poi che i cavi ad alta tensione siano adeguatamente ricoperti di grasso antigelo.
Il Codacons presenterà  oggi un esposto a 104 procure in tutta Italia. “Dopo le indagini chieste dal Ministro dei Trasporti Delrio, sul caos ferroviario che nelle ultime ore ha devastato il paese sarà  la magistratura ad intervenire — si legge nel comunicato — Il Codacons chiede di aprire inchieste sul territorio per accertare cause e responsabilità  dei pesantissimi disagi ferroviari che hanno interessato tra ieri e oggi il paese”. “Le Procure dovranno indagare per interruzione di pubblico servizio verificando le inefficienze dei gestori ferroviari — afferma il presidente del Codacons Carlo Rienzi — E’ intollerabile che maltempo e basse temperature possano mettere in ginocchio l’intero settore dei trasporti su rotaie, coinvolgendo migliaia di incolpevoli passeggeri che hanno subito disagi assurdi”.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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“NON CI SARA’ UN GOVERNO SOVRANISTA GUIDATO DA SALVINI, I CAMERATI DI CASAPOUND SI METTANO IL CUORE IN PACE”

Febbraio 27th, 2018 Riccardo Fucile

NEL CENTRODESTRA FORZA ITALIA CHIUDE, MA ANCHE LA MELONI E FITTO SONO ALTRETTANTO DURI: “NESSUN DIALOGO”… DI STEFANO SEMBRA JANNACCI QUANDO CANTAVA “VENGO ANCH’IO”

CasaPound tifa per un governo «sovranista» a guida leghista. «Se ci porta fuori dall’euro e dall’Unione Europea e blocca l’immigrazione, siamo pronti a sostenerlo. Dovrebbe essere un governo che non ha Tajani premier e Brunetta all’economia, ma Salvini premier e un Bagnai all’economia», precisa Simone Di Stefano.
Intanto per sostenere un esecutivo di questa natura CasaPound dovrebbe eleggere qualche parlamentare e non sembra che il movimento sia in grado di superare lo sbarramento del 3%.
Ma quello che conta è il messaggio che il destinatario non disdegna per niente. Il leader leghista lascia la porta aperta. Gli interessa far capire ad un potenziale elettore di CasaPound che, se non vuole sprecare il suo voto, c’è la Lega nazionale.
Non è chiara la convenienza dell’endorsement fatta da Di Stefano, che guida una sua lista non coalizzata al centrodestra. Si tratta però di un riavvicinamento.
Con le bandiere della tartaruga, CasaPound partecipò alla prima manifestazione del Carroccio a Roma, in Piazza del Popolo, il 28 febbraio del 2015. Durò poco la liason: a novembre dello stesso anno i neofascisti non andarono alla manifestazione di Bologna, voluta da Salvini, sul cui palco salirono Berlusconi e Meloni.
Adesso il riavvicinamento che imbarazza Forza Italia.
«I gruppi di estrema destra – spiega Maria Stella Gelmini – sono lontani dalla nostra cultura. Noi guardiamo ai moderati, agli indecisi».
In privato gli azzurri dicono che quelli di Matteo sono giochi elettorali: cerca di imbarcare dalla destra cattolica (a Milano ha giurato sulla Costituzione e il Vangelo con un rosario in mano) a quella neofascista .
«Non ci sarà  un governo sovranista guidato da Salvini, per cui i camerati di CasaPound si mettano il cuore in pace», sostiene uno dei più stretti collaboratori del Cavaliere.
Gli azzurri non lo dicono, ma alla fine se questi «giochi elettorali» dovessero servire a vincere qualche collegio in più, soprattutto al centro e al sud dove si gioca l’esito elettorale, allora ben vengano.
I più infastiditi sono quelli di Fratelli d’Italia. Meloni si è sempre tenuta alla larga da CasaPound che rappresenta un concorrente.
Ancora peggio se una parte di quei voti di estrema destra andassero alla Lega che fa di tutto per caratterizzarsi come la nuova e vera destra italiana. Fratelli d’Italia poi non vuole che si continui a parlare di fascismo e antifascismo. E di essere schiacciato su posizioni di destra radicale.
«I problemi veri e seri – dice Fabio Rampelli – sono altri».
Chi prende con forza le distanze è Noi con l’Italia che ha ingaggiato una battaglia interna al centrodestra contro Salvini premier.
«Chiusura netta senza se e senza ma. Il centrodestra moderato e liberale – afferma Raffaele Fitto – non può dialogare nè oggi nè in futuro con forze politiche distanti e distinte totalmente da noi come CasaPound».
Gli altri partiti parlano di «corrispondenza di amorosi sensi fra destra fascista e Lega sovranista» (il ministro della Giustizia Andrea Orlando).
Un ex alleato come Fabrizio Cicchitto mette in evidenza «la bella compagnia nel centrodestra e la pericolosa copertura che Berlusconi sta dando a Salvini».
Michele Anzaldi del Pd dice che «un governo Salvini-CasaPound è uno scenario da film horror: voti Berlusconi e ti trovi Casapound».

(da “La Stampa”)

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LE BALLE CERTIFICATE DI LUIGI DI MAIO SUGLI ELETTI CHE RINUNCERANNO ALL’ELEZIONE

Febbraio 27th, 2018 Riccardo Fucile

GIA’ IL MODULO DI RINUNCIA ANNUNCIATO E’ UNA PATACCA, MA MOLTI CANDIDATI ADDIRITTURA SI SONO RIFIUTATI DI FIRMARLO… E TECNICAMENTE NON E’ POSSIBILE RINUNCIARE ALLA PROCLAMAZIONE

Luigi Di Maio: un uomo chiamato contratto.
Se Silvio Berlusconi ha rispolverato quello “con gli italiani” sulla scrivania di Vespa il Capo Politico del MoVimento 5 Stelle ne ha prodotti più d’uno.
C’è il contratto “aiuta famiglie” che impegna tutte le forze politiche a varare leggi a favore della famiglia. E poi c’è il contratto “anti voltagabbana” con il quale Di Maio si è impegnato a far votare dal suo gruppo parlamentare una legge che introduca il vincolo di mandato in Costituzione. Di Maio ritiene così di poter “vincolare” i suoi deputati ma dimentica qualcosa: ovvero tutti quei deputati e senatori che, pur eletti nel M5S, sono già  da oggi fuori dal partito.
Perchè non è possibile rinunciare alla proclamazione, anche se Di Maio sostiene il contrario
Di Maio lo ha ribadito qualche giorno fa a Sky: il MoVimento 5 Stelle “allontana” tutti quei candidati che “hanno detto una bugia”.
Di fatto però quei candidati rimangono in lista e il 4 marzo potranno essere votati dagli elettori che li troveranno all’uninominale o nel listino del proporzionale.
Per Di Maio non è un problema: «Tutti coloro che erano in posizioni eleggibili nei candidati delle liste plurinominali mi hanno già  firmato un modulo per rinunciare alla proclamazione altrimenti gli facevo danno d’immagine».
Il Capo Politico del MoVimento si riferisce qui ai deputati e ai senatori uscenti che hanno fatto i furbi sulle rendicontazioni e sui bonifici.
Gli altri, continua il leader pentastellato, sono in collegi uninominali perdenti, quindi non saranno eletti. Quindi, secondo Di Maio «non esisteranno gli ex 5 Stelle, per i conti che mi sono fatto io».
Ovviamente i conti di Di Maio sono sbagliati.
Vale la pena di ricordare di quando il M5S riteneva fosse possibile far rinunciare alla candidatura e ritirare così gli “impresentabili” dalle liste.
Ora Di Maio sostiene che gli eletti potranno invece rinunciare alla proclamazione. Ovvero una volta eletti non entreranno nemmeno alla Camera o al Senato perchè hanno firmato il modulo approntato dal M5S.
C’è però il piccolo dettaglio che la proclamazione è un passaggio tecnico e automatico che avviene in conseguenza del fatto che un candidato ha ricevuto un numero sufficiente di voti per essere eletto.
Il MoVimento 5 Stelle potrà  anche provare a denunciare chi non rinuncerà  all’elezione per “danno d’immagine” ma di fatto il risultato sarà  che perderà  in tribunale.
Perchè dal momento che non è possibile rinunciare alla proclamazione quel contratto è nullo. L’unico caso in cui l’elezione non può essere convalidata è qualora il parlamentare ricada all’interno delle prescrizioni della Legge Severino.
Gli “ineleggibili” del M5S non hanno violato alcuna legge dello Stato ma solo il regolamento interno del partito.
Tutti quelli che non hanno firmato il modulo di rinuncia alla proclamazione
A ribadirlo su Facebook è Emanuele Dessì, uno degli “impresentabili” a cui Di Maio ha fatto firmare il contratto. In un commento Dessì, per il quale il M5S ha pure provato a ritirare la candidatura, scrive che «non esiste nessuna legge che prevede la rinuncia all’elezione, il voto dell’elettorato è costituzionalmente “indisponibile”».
Il che tradotto significa che se Dessì vorrà  andare “a farsi un giro in Senato” potrà  farlo senza violare alcun contratto ed anzi essendo legittimato a farlo dalla volontà  popolare che votando M5S ha votato anche lui in quanto candidato.
Dessì ricorda tra l’altro di non essere stato nè sospeso nè tanto meno espulso dal MoVimento. Gli è stato tolto il simbolo del M5S ma lui continua a fare campagna elettorale per Roberta Lombardi usando il simbolo del MoVimento 5 Stelle.
Sulla pagina Facebook di Salvatore Caiata campeggiano tutti i simboli del MoVimento 5 Stelle e il candidato “autosospeso” (e cacciato da Di Maio) continua a far campagna elettorale per il partito di Di Maio.
Il 23 febbraio Caiata ha fatto capire in modo sufficientemente chiaro che non ha alcuna intenzione di ritirarsi nonostante si sia scoperto che è indagato a Siena.
Anche Catello Vitiello, uno dei massoni del M5S ha fatto sapere che non rinuncerà  all’elezione e che non ha firmato alcun contratto: «Mi trovo costretto a ribadire ancora una volta, sperando che sia l’ultima, che non ho mai firmato e mai firmerò alcuna rinuncia all’elezione».
Anche lui dovrebbe essere fuori dal MoVimento ma continua ad usarne il simbolo. Non si sa se Di Maio (o chi per lui) lo denuncerà  per “danno d’immagine”.
Cosa succederebbe se il giudice chiedesse al M5S chi ha concesso l’uso del simbolo a Vitiello? Essendo candidato all’uninominale è stato scelto personalmente da Di Maio, e sarebbe assai spiacevole scoprire che è stato proprio il Capo Politico a creare quel danno d’immagine al partito.
Ma a quanto pare nemmeno i candidati al proporzionale avrebbero firmato alcunchè. Stando a quanto riferiscono alcune persone vicine ad Andrea Cecconi il deputato non avrebbe firmato nessun modulo di rinuncia (lo avrebbe fatto invece Carlo Martelli). Anche Silvia Benedetti, capolista in Veneto e tra i “furbetti” dei rimborsi non ha sottoscritto il contratto di rinuncia alla candidatura.
Giulia Sarti aveva fatto sapere di non sopportare l’idea di entrare a far parte del gruppo Misto spiegando che «o la questione verrà  risolta prima della eventuale proclamazione, oppure rassegnerò immediatamente le dimissioni dalla Camera».
E dal momento che la questione non sarà  risolta prima della proclamazione alla Sarti (e agli altri) toccherà  intraprendere la tortuosa strada delle dimissioni, che dovranno essere votate dalla camera di appartenenza.
Forse è anche per questo che l’avvocato Maurizio Buccarella ha firmato invece il modulo di rinuncia, ben sapendo che non ha alcun valore giuridico.
Di Maio però sembra convinto di aver fatto la mossa giusta, questa mattina ai microfoni del Gr1 Rai ha ribadito che «Quelle persone non entreranno neanche in Parlamento, perchè la maggior parte di loro ha già  firmato un modulo per rinunciare alla proclamazione e se non rinunciano, gli farò causa per danno d’immagine al Movimento. Mi dispiace ma Berlusconi non potrà  fare i suoi giochetti».
E sembra già  di sentire gli eletti rispondere ci vediamo un Tribunale, sarà  un piacere.

(da “NextQuotidiano”)

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GIORGIA MELONI SCLERA A OTTO E MEZZO, COLPITA DA SINDROME DA ACCERCHIAMENTO: “SIETE TUTTI CONTRO DI ME”

Febbraio 27th, 2018 Riccardo Fucile

ABITUATA A INTERVISTATORI PRONI, NON REGGE ALLE DOMANDE DELLA GUERRITORE E DI ZUCCONI

Bagarre a Otto e Mezzo (La7) tra Giorgia Meloni, candidata di Fratelli d’Italia alla presidenza del Consiglio, e l’attrice Monica Guerritore sul tema dell’immigrazione. Guerritore osserva: “Io penso che il suo discorso tocchi le corde più basse delle persone”.
E la leader di FdI sbotta: “Mi scusi, ma non le consento di dire questo. Si chiama giustizia sociale, ma quali corde basse? Come vi permettete? Io sto facendo un ragionamento sensato e invece mi insultano”.
§La polemica coinvolge anche il giornalista Vittorio Zucconi, che critica le posizioni dell’ex ministra del governo Berlusconi.
Meloni, contrariata visibilmente, lamenta di essere continuamente interrotta anche dalla conduttrice, Lilli Gruber.
Poi critica il ministro dell’Interno ma solo perchè le somiglia: “Ora considerate tutti Marco Minniti Otto von Bismarck, un grande statista. Ma quello che Minniti ha timidamente fatto negli ultimi mesi io lo propongo da tre anni”.
E ancora una volta, interrotta dagli interlocutori, perde le staffe: “Ma posso finire? Fatela voi, allora, la trasmissione. Lo sport di La7 è diventato “tutti contro la Meloni”. Io partecipo solo a trasmissioni dove ci sono 3 o 4 persone che mi parlano sopra”. “Qui si sta un po’ montando la testa”, replica Zucconi.
“No, io non mi monto la testa” — ribatte la presidente di FdI — “Sono l’unica che si confronta con chiunque”.
“Ma guardi che non è un comizio”, osserva Guerritore.
“Va bene” — risponde Meloni — “sto qui e vi ascolto, così vengo illuminata dai vostri interventi”
Pessima figura.

(da agenzie)

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FICO PRESIDENTE DELLA CAMERA, LA MOSSA DEL M5S GUARDA AL PD

Febbraio 27th, 2018 Riccardo Fucile

PER LA FARNESINA DI MAIO VALUTA NATHALIE TOCCI, FEDELISSIMA DELLA MOGHERINI… AL LAVORO L’ECONOMISTA TRIDICO, L’EX VOLTO MEDIASET BAGATTA VERSO LO SPORT (TUTTO IN TEORIA)

Il primo atto che darà  un’indicazione sulle possibili convergenze di governo sarà  l’elezione dei presidenti di Camera e Senato.
Una faccenda da sbrigare subito dopo la convocazione delle aule parlamentari, fissata per il 23 marzo. Saranno già  passati quasi venti giorni dal voto, utili alle prime manovre dei partiti che sognano Palazzo Chigi.
Nelle trattative di governo finiranno i nomi di chi potrebbe sedere sugli scranni più alti di Montecitorio e di Palazzo Madama e ogni scelta, ogni apertura e ogni chiusura, avrà  un significato politico preciso.
Qualche messaggio in tal senso se lo stanno già  inviando Pd e M5S.
Ieri, il segretario dem Matteo Renzi, parlando al forum de La Stampa, ha detto di essere favorevole all’adozione di un metodo più largo di elezione dei presidenti delle Camere. A monte ci potrebbe essere anche un mossa tattica: nel tentativo di neutralizzare le ambizioni di governo di Luigi Di Maio, i dem potrebbero proporgli la guida di Montecitorio, dove per questi cinque anni il grillino ha già  ricoperto il ruolo di vicepresidente.
La condivisione della nomina potrebbe anche preludere all’avvio di un ragionamento di governo assieme al Pd, visti i recenti segnali inviati dai 5 Stelle alla sinistra – LeU ed Emma Bonino compresi.
Ma è difficile, se non impossibile, che Di Maio rinunci alla partita per Palazzo Chigi, visto che ha posto come condizione per qualsiasi tipo di partecipazione di governo del M5S che sia lui a vestire i panni del presidente del Consiglio.
E poi i 5 Stelle hanno già  qualcuno che stanno coccolando come presidente della Camera in pectore: Roberto Fico. È uno dei leader, anche se messo in minoranza nell’era Di Maio, ormai fuori dai vertici e dal perimetro della squadra del candidato premier.
E poi, è consapevolezza diffusa nel M5S: «Fico piace alla sinistra». Sarebbe anche una carica di prestigio, che gratificherebbe il deputato e premierebbe la sua storia di pioniere del Movimento.
A cercare un parallelo nel passato, viene in mente Pietro Ingrao, che vestì i panni del presidente della Camera quando era portavoce di un pensiero non più maggioritario nel Pci.
Intanto Di Maio, in una sorta di reality del mandato di governo in anticipo sui tempi, continua a distillare informazioni su come sarà  composta la squadra dei suoi eventuali ministri, che presenterà  al presidente Sergio Mattarella e svelerà  dopodomani pomeriggio a Roma.
«Saranno tecnici ma con il cuore – dice il leader -. Gente non solo di testa ma anche del fare, che ha le mani nei settori di cui si occuperà ».
Confermato che ci saranno «pochissimi» big interni, tra i quali Alfonso Bonafede alla Giustizia, e dopo l’annuncio del generale Sergio Costa all’Ambiente, questa sera Di Maio farà  i nomi di chi è stato designato ai ministeri di Lavoro-Welfare, Agricoltura e al nuovo dicastero della Pubblica amministrazione che si chiamerà  della Sburocratizzazione e della Meritocrazia.
Al Lavoro, salvo sorprese, andrà  Pasquale Tridico, economista di Roma Tre, già  nell’orbita del M5S, mentre Guido Bagatta, giornalista, ex volto Mediaset, fa sapere che sta riflettendo sull’offerta del ministero dello Sport.
Per la Salute si fa il nome di Pierpaolo Sileri, chirurgo, candidato con i grillini all’uninominale, e per lo Sviluppo economico è stato sondato Andrea Roventini, professore alla Sant’Anna di Pisa e tra gli invitati, un anno fa, del convegno organizzato dal M5S su «Lo Stato innovatore».
Ha creato grande suspense, invece, l’anticipazione di Di Maio sui tre superministeri, Esteri, Interno e Difesa, che saranno riservati a tre donne. In realtà , i 5 Stelle non avrebbero ancora deciso chi andrà  a ricoprire quei ruoli.
Sul tavolo hanno una rosa di nomi per ogni ministero e in queste ore stanno facendo le ultime valutazioni. Ieri è spuntata come ipotesi per la Farnesina Nathalie Tocci. Romana, laureata all’University College di Oxford, 40 anni, dal 2017 direttrice dell’Istituto Affari Internazionali, è special adviser dell’Alto rappresentante Federica Mogherini sulla nuova strategia di politica estera dell’Unione europea.
Un profilo in continuità  sulla politica estera, che va nella direzione indicata da Di Maio venti giorni fa alla Link University di Roma, ed esperta molto stimata – confermano dal M5S – dai deputati grillini uscenti della commissione Esteri della Camera.
Tocci rispecchia anche l’altro indizio importante lasciato da Di Maio: «I nostri ministri non appartengono alla storia del M5S». Non tutti almeno. «Molti – aveva spiegato una fonte del M5S due giorni fa – sono di area centrosinistra».

(da “La Stampa”)

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LA SORPRESA DEL VOTO POTREBBE ESSERE LA LISTA DEI CERVELLI IN FUGA “10 VOLTE MEGLIO”

Febbraio 27th, 2018 Riccardo Fucile

IN DUE SETTIMANE HA RACCOLTO 25.000 FIRME PER CANDIDARE UNA LISTA DI GIOVANI CON DOPPIE LAUREE E STORIE PROFESSIONALI IMPORTANTI… I SONDAGGI LI ACCREDITAVANO DI UN 1,5%

Dal nulla (o quasi) spunta un’alternativa per gli indecisi: il partito degli startupper milionari e dei cervelli in fuga.
Si chiama “10 volte meglio” e il suo presidente è Andrea Dusi, un veronese poco più che quarantenne che ha fondato una società  da 40 milioni di fatturato e l’ha poi venduta ai franco irlandesi di Smartbox.
Due anni dopo si dà  alla politica, in Italia. Come braccio destro ha Stefano Benedikter, un 33enne che nel 2013 ha fondato Dagon, società  da mille dipendenti in 11 paesi che promuove progetti di sviluppo in Africa. Fatturato: oltre 10 milioni di dollari.
Ha vissuto e lavorato in oltre 30 Paesi al mondo, e ora vive a Roma con la famiglia e un figlio. E anche lui, chissà  perchè, si dà  alla politica.
In lista altri personaggi dal cv invidiabile, mentre non c’è stato tempo per raccogliere le firme di candidati eccellenti che avevano aderito e partecipato alla stesura del programma, come la vice direttrice generale dell’Oms Flavia Bustreo e la nipote di Rita Levi Montalcini.
L’idea è scaltra quanto semplice: candidare la “meglio gioventù” con poche speranze di farla entrare in Parlamento, ma sapendo quanto è facile differenziarsi dai partiti tradizionali battendo il tasto delle competenze.
Non è totalmente nuova, se solo si pensa ai Monti boys o a Fermare il declino di Oscar Giannino, però con le lauree: il presidente di “10 volte meglio”, per dire, ne ha ben due — italiana e olandese — ed è iscritto a filosofia.
La notizia è che i sondaggi per questa formazione dicono che l’ingresso in Parlamento non è solo un miraggio, poco ci manca che diventi meta: la scorsa settimana la davano allo 0,5%, ora all’1,5. Non così lontani dalla fatidica soglia del 3% che per certi ingegni — come vedremo — diventa però del 6.
In ogni caso, quell’1% è già  tantissimo per un partito-startup.
In soccorso ai cv arriva un minimo di esperienza politica in prestito da Alternativa Libera, gli ex Cinque Stelle che da gruppo autonomo ha portato avanti battaglie per la legalità  e la trasparenza dagli effetti non trascurabili nella legislatura appena conclusa. Di Al in lista c’è Marco Baldassarre, leccese di nascita ma aretino d’adozione corre in Puglia, una delle 10 regioni in cui “Dieci volte Meglio” ha presentato le sue liste. Perchè, spiega il fondatore e capolista Andrea Dusi, “noi le firme le avevamo raccolte in tutte le regioni. Non abbiamo reti come Potere al Popolo o CasaPound che ci possono dare una mano, così in due settimane con i banchetti avevamo raccolto tutte le firme necessarie. Purtroppo poi abbiamo avuto problemi in alcune regioni dove c’è stato anche una sorta di ostruzionismo nei nostri confronti, alla fine per noi adesso la soglia da superare è quella del 6%”
Dusi parla di programmi con l’entusiasmo rigenerante dell’uomo della Silicon Valley: lavoro, turismo, istruzione.
“Sono i pilastri sui quali è possibile innescare un cambiamento radicale che la politica non è in grado neppure di vedere perchè non ha una visione. È questo che ci ha spinti a lasciare il settore privato nel quale siamo riusciti a realizzare cose importanti per mettere il nostro tempo e le competenze al servizio della cosa pubblica. In fondo chiedo solo che gli elettori guardino questi curricula. Perchè la competenza, in Italia, sia ancora un valore”.
D’accordo, sondaggi alla mano, quante speranze avete di passare?
“All’inizio — risponde   — ci davano lo 0,1, settimana scorsa termometropolitico.it ci dava allo 0,5 e ora lo 0,9 con una forchetta fino allo 1,5%. Se andiamo avanti così l’obiettivo del 6% è alla portata e allora davvero questa piccola lista può diventare l’ago della bilancia delle elezioni. E portare anche 20 deputati alla Camera”. Siederanno a destra o sinistra? “Sono etichette”. Il partito degli startupper sta con chi gli fa fare start: “Semplice, stiamo con chi ci fa realizzare il programma”.
Giovane e ricco — si sparla di 20 milioni derivanti dalla vendita della sua società  — ma chi glielo fa fare al signor Dusi?
“Io e il mio socio abbiamo deciso di vendere perchè volevamo impegnarci in un’iniziativa no profit, Impact School con l’Università  di Verona e lavorando con i ragazzi mi sono accorto che non sopportavo la loro rassegnazione verso un futuro già  scritto: stare in Italia e non avere aspettative o emigrare”.
Così ad agosto prende in mano il telefono inizia a chiamare professionisti disponibili a salire sul bus dei cervelli in fuga.
Aderisce, tra gli altri, Mattia Crespi che lavora a Palo Alto per l’Institute for the future, in pratica un ricercatore predittivo di macrofenomeni sociali, economici e ambientali.
C’è lo startupper Lorenzo Polentes che ha vinto una ventina di premi internazionali. Tutta gente che se non è scappata dall’Italia sicuramente vive o ha vissuto la maggior parte del proprio tempo all’estero “è da lì che si capisce che il nostro Paese è dieci volte meglio”.

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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I MILLENIALS VOGLIONO PROPOSTE RADICALI: VOTO INDIRIZZATO A SINISTRA E M5S, SOLO IL 40% DI LORO VOTERA’

Febbraio 27th, 2018 Riccardo Fucile

500.000 DICIOTTENNI ANDRANNO ALLE URNE PER LA PRIMA VOLTA

Non hanno grandi aspettative nei confronti della politica. Tanto che andrà  alle urne solo il 40% di loro. E di questi solo uno su due ha le idee chiare su chi votare. Il 60%, invece, diserterà  il voto.
Parliamo dei diciottenni, ovvero i ragazzi nati tra il 1999 e il 2000, circa 500mila persone che il 4 marzo andranno a votare per la prima volta.
Ma l’esordio alle elezioni politiche riguarda anche i giovani tra i 18-23 anni, che nel 2013 erano ancora minorenni: qui la platea si allarga fino a 2 milioni e mezzo di persone. “I 18enni sono alla ricerca di sensazioni forti per questo motivo su di loro fanno presa le formazioni fortemente a sinistra o a destra. Oppure il Movimento 5 Stelle. Chi parla chiaro e chi estremizza il messaggio.
Tra loro, dunque, ci sarà  chi voterà  Liberi e Uguali (Leu) e Potere al popolo, ma pure in misura minore Lega e Casa Pound. La maggior parte sceglierà  M5S.
Meno bene i partiti tradizionali come il Pd e Forza Italia”, spiega Alessandro Amadori dell’Istituto Piepoli.
Se si passa all’età  appena superiore, fino ai 23 anni, secondo Roberto Weber (Ixè) il voto si orienterà  molto verso l’M5S, ma tengono Pd, LeU ed Emma Bonino.
Nel centrodestra sprofondano Forza Italia e FdI.
“I giovani sono orizzontali: orientano il loro voto in base alle opinioni degli amici e della loro comunità . Ma anche la famiglia è importante”, spiega Weber.
Ma i ragazzi del Duemila sono davvero così lontani dalla politica?
“Assolutamente sì”, risponde Antonio Noto (Noto sondaggi), “non la vedono come un elemento che può cambiare loro la vita, hanno un tasso di fiducia nei partiti molto basso”.
Secondo il sondaggista, i millennials alle urne non pensano che la loro scelta possa cambiare le cose. Molti di loro decideranno negli ultimissimi giorni. Ma non si tratta di apatia completa: se metà  dei millennials si disinteressa completamente alla politica, l’altra metà  la segue, anche se a distanza.
Secondo tutte le ricerche, però, occorre fare una distinzione tra i 18enni e i 25enni (che votano anche per il Senato). “I primi, giovanissimi, hanno appena finito le superiori, vivono in famiglia, hanno un atteggiamento positivo dovuto anche al fatto di non essere ancora toccati dai problemi della precarietà  lavorativa: il loro è un voto di speranza. Più si alza l’età , più aumentano rabbia e frustrazione e voto di protesta, nella maggior parte per i Cinque Stelle. L’elettorato maggioritario di Beppe Grillo ha tra i 25 e i 45 anni, dove arriva a punte anche del 41%”, racconta Maurizio Pessato di Swg
Oltre ad amici e parenti, è il web il primo canale da cui i ragazzi traggono informazioni. Solo dopo arriva la tv. Non pervenuti i giornali. I giovanissimi vanno poco sui siti di informazione generalisti e, quando lo fanno, è solo per rimando da articoli postati sui social. Usano il web in modo verticale, facendo ricerche specifiche su argomenti che li interessano.
Uno studio dell’Espresso pubblicato qualche settimana fa offre indicazioni interessanti sull’indice di gradimento dei leader.
Il preferito dai 18enni è Matteo Renzi, seguito da Luigi Di Maio, Silvio Berlusconi e Matteo Salvini. Ma al 44,6% del campione non piace nessuno.
“Il vero problema dei giovani è che contano poco, perchè sono pochi”, dice Dario Tuorto, sociologo dell’università  di Bologna che per il Mulino ha appena pubblicato L’attimo fuggente, una ricerca sui comportamenti di voto dei giovani nella storia d’Italia (basata soprattutto su indagini campionarie).
Durante la Prima Repubblica i partiti si contendevano i giovani perchè era in quel blocco sociale in fermento che si potevano pescare i voti decisivi a cambiare i rapporti di forza.
Nel 1968 i giovani iniziano ad allontanarsi dalla Dc (che nella fascia 18-30 prende il 4,8 per cento in meno che in quella 31-60) e alle elezioni del 1972 si spostano in massa sul Pci che raccoglie preferenze dell’8,6 per cento superiori tra i giovani rispetto agli adulti e anziani, secondo i dati elaborati da Tuorto.
Poi arriva la Seconda Repubblica: nel 1994 il centrosinistra inizia a perdere voti tra i giovani e nel 1996 c’è lo sfondamento del centrodestra che nella fascia 18-30 ottiene il 10 per cento di preferenze in più rispetto alla fascia 31-60.
Nel centrosinistra il distacco non si fermerà  mai, i giovani votano Ds, Margherita e poi Pd meno degli adulti, qualcosa del voto perduto viene intercettato dalle forze di sinistra radicale (anche An ha successo a destra), fino al terremoto del 2013.
I giovani votano il centrosinistra meno degli adulti (-8,2 per cento) ma abbracciano in pieno la novità  del Movimento Cinque Stelle: 11,8 per cento in più nella fascia 18-30 rispetto a quella 31-60. “Il voto ideologico a sinistra dei giovani, negli Anni Novanta, era l’ultimo canale di trasmissione tra genitori che si erano formati nella a fase dei movimenti e figli che seguivano la tradizione. Oggi c’è un voto nuovo, che rispecchia un conflitto generazionale e forse anche l’interesse per nuove forme di politica, ma è certo che se il Movimento Cinque Stelle avesse una connotazione ideologica non sarebbe così votato”, spiega il professor Dario Tuorto
Nella Prima Repubblica le preferenze degli adulti erano congelate, frutto anche di esperienze polarizzanti del dopoguerra, ma i giovani intercettavano per primi i grandi cambiamenti e si posizionavano: anticipano il voto conformista per la Dc, poi lo spostamento a sinistra (anche come reazione al boom economico dei primi Anni Sessanta) e sono i primi a perdere fiducia nel partito di massa novecentesco e a essere sedotti da Silvio Berlusconi. Poi scompaiono, per riemergere soltanto con l’arrivo del Movimento Cinque Stelle. Ma neppure Luigi Di Maio, candidato premier M5S, li ha messi al primo posto nel suo programma elettorale. Ci ha provato Liberi e Uguali di Piero Grasso, lanciando l’idea di cancellare le tasse universitarie (in realtà  un aiuto alle famiglie), il Pd nel programma propone incentivi per andare a vivere da soli, ma poi in tv e suoi giornali parla solo di pensionati, pensionandi e lavoratori dipendenti. Tutte categorie in cui di giovani ce ne sono ben pochi.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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