Destra di Popolo.net

CANDIDATO M5S IN AFFITTO A 7,7 EURO AL MESE NELLA CASA POPOLARE ATER

Febbraio 2nd, 2018 Riccardo Fucile

DOPO LE AMICIZIE PERICOLOSE CON SPADA E I POST RAZZISTI, ALTRI GUAI PER IL CANDIDATO GRILLINO AL SENATO

Non bastava il video in cui l’aspirante senatore 5S Emanuele Dessì balla con Domenico Spada, esponente dell’omonimo clan di Ostia condannato a sette anni e mezzo di carcere per estorsione e usura.
E neppure il post razzista su Fb in cui l’autore confessava di aver picchiato – “è la terza volta che mi capita nella vita” – un ragazzo romeno che aveva osato insultare la sua famiglia.
Ora a creare un forte imbarazzo nei vertici del Movimento è soprattutto un particolare, rivelato nei giorni scorsi da Repubblica e rilanciato ieri sera da Piazza Pulita su La7. Ovvero che il candidato nel listino proporzionale del collegio Lazio3 abita in una casa popolare, di proprietà  dell’Ater, ricevuta in affitto dal comune di Frascati dove Dessì vive e per due anni ha fatto pure il consigliere comunale, pagando un canone irrisorio: 7,75 euro al mese, pari a 93 euro l’anno.
Un caso sospetto di “scroccopoli” , lo potrebbe definire la sindaca Virginia Raggi, che proprio sulle assegnazioni dubbie di alloggi popolari ha costruito una gigantesca campagna mediatica.
Sul quale però ora Alessandro Di Battista – dopo aver fatto inizialmente quadrato – chiede di fare chiarezza: “La foto con Spada non conta nulla, lo stesso ministro Delrio premiava un pugile della stessa famiglia in un’altra foto. Credo sia dovere indagare a proposito dell’affitto, bisogna andare a fondo”, ha dichiarato in trasmissione il frontman del Movimento.
A non apparire del tutto chiaro, del resto, è come quella casa sia finita a Dessì. Perchè è vero che ne avrebbe i requisiti: dalle sue dichiarazioni al fisco risulta infatti che l’esponente 5S è senza reddito, guadagna cioè zero euro, pur risultando amministratore di una piccola ditta di traslochi e, per sua stessa ammissione, istruttore di pugilato nelle palestre.
Ma è pure vero che quel contratto di locazione gli è stato trasmesso quasi per via ereditaria: inizialmente intestato alla nonna che lì viveva con la figlia, ossia sua madre, è poi passato a Dessì come se non si trattasse di un bene pubblico, ma di una proprietà  privata.
E il suo recente trascorso in consiglio comunale a Frascati certo non aiuta a dissipare i sospetti.
Il 31 gennaio scorso Dessì ha dichiarato in consiglio comunale a Frascati di guadagnare in nero: “Già  il 21 luglio 2015, intervenendo come consigliere di minoranza sulle rette degli asili nido, aveva candidamente ammesso di essere un evasore: «Cioè tu dichiari 5 mila euro, prendi a scapito di chi c’ha una busta paga perchè sei sicuramente una persona che lavora in nero come me, perchè io sono di questi, e mi autodenuncio pubblicamente ogni volta che ne ho modo fino a che la finanza finalmente mi multerà …»”

(da agenzie)

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LAZIO, NEL CENTRODESTRA SCOPPIA IL CASO DI STEFANO, CANDIDATO CON CESA E FITTO: HA DUE RINVII A GIUDIZIO

Febbraio 2nd, 2018 Riccardo Fucile

E’ UN EX ASSESSORE PD COINVOLTO IN VICENDE GIUDIZIARIE AI TEMPI DI MARRAZZO

Due processi in corso per concorso in falso, abuso d’ufficio e truffa.
E poi storie (presunte) di tangenti, lauree comprate, festini, viaggi a Montecarlo, assunzioni clientelari e persino un amico-collaboratore scomparso da 9 anni.
Fra leggende metropolitane, testimonianze e atti giudiziari, Marco Di Stefano torna alla ribalta e diventa protagonista del nuovo caso politico nel centrodestra nel Lazio.
A quanto risulta a ilfattoquotidiano.it, il deputato uscente (ex) Pd compare nella lista ufficiosa dei candidati alle regionali per Udc-Noi con l’Italia, la cosiddetta “quarta gamba” della coalizione che fa capo a Lorenzo Cesa e Raffaele Fitto e che sostiene la corsa alla presidenza di Stefano Parisi.
“Il processo che mi vede accusato solo di concorso in falso e non di corruzione andrà  in prescrizione fra pochi giorni — precisa in serata Di Stefano a IlFatto.it — Le polemiche sono avanzate da persone che evidentemente vedono in me un pericolo per le loro mire elettorali”.
Le vicende giudiziarie dell’ex assessore regionale al Demanio ai tempi di Piero Marrazzo stanno mettendo in forte imbarazzo non solo gli esponenti locali del partito fittiano — che si vedrebbero pure minacciati dalla “forza” elettorale di Di Stefano — ma anche gli alleati, in particolare Forza Italia e Fratelli d’Italia.
La candidatura di Di Stefano sarebbe stata imposta dai vertici nazionali, ma l’accesa discussione in atto in questi giorni la rende, evidentemente, ancora sub-judice, in vista del termine ultimo di presentazione delle liste, fissato per sabato 3 febbraio.
DI STEFANO, PROCESSI E ACCUSE
Al momento, Di Stefano risulta rinviato a giudizio in due procedimenti.
Nel primo è accusato di aver corrotto un’insegnnte per essere promosso a un esame sostenuto in un’università  telematica. In cambio, secondo l’accusa, fece poi avere alla docente una consulenza all’Agenzia regionale “Sviluppo Lazio” ricompensata con circa 13mila euro.
Il secondo rinvio a giudizio è relativo ai due immobili acquistati tra il 2009 e il 2010 dalla società  dei costruttori Antonio e Daniele Pulcini (anch’essi a processo). Entrambi furono affittati alla Lazio Service a canoni, secondo la Procura, molto elevati ed ampliamente fuori mercato.
Gli stessi sono stati poi ceduti all’Enpam, Ente nazionale di previdenza ed assistenza medici, ed i costruttori Pulcini hanno ottenuto una plusvalenza di oltre 38 milioni di euro: i due immobili sarebbero stati destinati alla compagna di Di Stefano, Claudia Ariani, e al direttore responsabile di Lazio Service, Tonino D’Annibale.
Ma non solo. Perchè il nome di Di Stefano è tirato in ballo anche nell’inchiesta sulla scomparsa di Alfredo Guagnelli, ritenuto destinatario di una tangente da 300mila euro sempre da parte dei costruttori Pulcini:
Considerato vicino al parlamentare, di Guagnelli non si hanno notizie ormai da 9 anni: dal 2014, dunque, la procura di Roma ha aperto un’indagine contro ignoti per omicidio volontario.
Di Stefano, ascoltato due volte come testimone, aveva definito Guagnelli “un semplice amico con cui condividevo momenti di vita privata e mai la mia attività  politica”. Fra i suoi accusatori anche l’ex moglie Gilda Renzi, che negli anni ha detto   davanti ai pm — ma anche intervistata dalla stampa —   di aver intascato una tangente di 1,6 milioni di euro, di aver nascosto i soldi in Svizzera e, addirittura, di sapere dove si trova Guagnelli. “Ma mia ex moglie si è rimangiata tutte le sue dichiarazioni, che infatti non hanno avuto alcun seguito giudiziario” precisa ancora Di Stefano.
ULTIME ORE CONVULSE
Di Stefano dunque è al centro di un vero e proprio scontro politico che rischia di coinvolgere tutta la coalizione a sostegno di Parisi, già  impegnata a chiudere le liste e a neutralizzare la concorrenza di Sergio Pirozzi.
In attesa di conoscere la posizione di Andrea Augello e della sua Cuori Italiani, pare che alcuni candidati della lista dello Scarpone abbiano deciso di ritirarsi in extremis, poco allettati all’idea di funzionare da semplici portatori d’acqua al sindaco di Amatrice il quale — ben che vada — sarebbe l’unico del lotto a entrare in Consiglio regionale.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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IL M5S E LE COPERTURE CHE NON COPRONO, I SOLDI NON CI SONO

Febbraio 2nd, 2018 Riccardo Fucile

A UNA SETTIMANA DALL’ANNUNCIO I CONTI DELLE COPERTURE NON TORNANO… MANCANO SEMPRE DETTAGLI E NUMERI PRECISI E LE CRITICHE ARRIVANO ANCHE DA GIORNALI AMICI

Dove si trovano i soldi per realizzare i venti punti per la qualità  della vita del programma del MoVimento 5 Stelle?
Ce lo siamo chiesti la settimana scorsa evidenziando come i numeri sparati da Di Maio, che assicura che le coperture ci sono eccome, siano parecchio strani.
Per tacere del fatto che nella paginetta dove vengono elencate le “coperture” del programma economico e finanziario manca una cosa fondamentale: i dettagli.
Certo, ci sono i numeri, e molti anche, ma appaiono e scompaiono in modo alquante sorprendente.
C’è chi ha detto che le coperture del M5S sono un gioco delle tre carte dove voci di spesa diventano risparmi a seconda delle convenienze. Non è così. Ci sono anche tanti conti che non tornano.
Ad esempio sul reddito di cittadinanza il M5S scrive che dovrebbe costare tra i 15 e i 17 miliardi di euro.
Un fact checking de LaVoce.info però ha calcolato che il costo complessivo della manovra sarebbe di circa 29 miliardi di euro se davvero, come scritto nel Ddl presentato dal MoVimento, si vuole tener conto dei criteri Eurostat per il calcolo della soglia di povertà  relativa.
Ci sono poi altre cifre “strane”.
Ad esempio per i 5 Stelle l’abolizione — loro la chiamano prudentemente “superamento” —   della Fornero costerà  circa 11 miliardi di euro.
Le stime però parlano di un costo di circa 20-25 miliardi di euro l’anno.
A questi vanno aggiunti anche quelli per la riduzione delle aliquote fiscali, che secondo il M5S costerebbe 13 miliardi di euro mentre secondo i calcoli fatti da Roberto Petrini per Repubblica le tre aliquote ridotte e la no tax area a 10mila euro (oggi è a 8mila) verrebbero a costare 30 miliardi di euro.
Sabato scorso su Repubblica Roberto Petrini ha messo in fila i costi della manovra a 5 Stelle.
A fronte di una spesa dichiarata da Di Maio che si aggira tra i 70 e gli 80 miliardi di euro Repubblica calcola che il costo reale è intorno ai 125 miliardi di euro.
Ma anche tenendo buone le coperture del MoVimento 5 Stelle (30 miliardi dalla spending review e 40 dai tagli alle agevolazioni fiscali) secondo Repubblica mancherebbero all’appello circa 40 miliardi di euro, vale a dire la metà  di quello che serve per attuare nella realtà  il programma di governo di Di Maio.
Che le coperture elencate dal MoVimento destino qualche perplessità  lo conferma anche un articolo pubblicato domenica 28 gennaio dal Fatto Quotidiano.
Il pezzo a firma di Stefano Feltri elenca alcune delle criticità  già  rilevate da Repubblica, ad esempio il costo del reddito di cittadinanza (per il Fatto 20 miliardi) e   il gettito derivante dalla spending review.
Come è noto il M5S si richiama al Piano Cottarelli, che prevede però anche corposi tagli alle assunzioni nella Pubblica Amministrazione. però al tempo stesso propone l’assunzione di qualche migliaio di dipendenti pubblici.
Diecimila agenti delle forze dell’ordine per garantire la sicurezza nelle città  (ai quali si spera sia previsto di dare una dotazione di mezzi adeguata) e “altre 10mila per rafforzare le commissioni territoriali che valutano le domande di diritto d’asilo”.
Oltre a questi ventimila agenti ci sono poi da assumere 5mila amministrativi nei Tribunali e 1.400 magistrati “per rendere più efficiente e rapido il comparto”.
Feltri nota poi che sembra che la voce delle tax expenditures venga contata come copertura due volte.
La prima per coprire il superamento della Fornero la seconda per finanziare i tagli dell’Irpef.
In buona sostanza Feltri rilevava che “si tratta di tax expenditures da finanziare tagliando altre tax expenditures, ma non si sa quali“. Senza contare che una parte consistente delle coperture (10-15 miliardi) sarebbe finanziata con ulteriore deficit.
Curiosamente il M5S ha sentito la necessità  di replicare solo al fact checking di Repubblica.
Questo nonostante i dubbi sollevati dal Fatto non fossero certo meno importanti.
La risposta è a cura di Lorenzo Fioramonti, il docente dell’Università  di Pretoria candidato con il MoVimento.
Fioriamonti scrive ad esempio che “La riforma dell’Irpef del M5S costa invece poco oltre 13 miliardi, ma comunque Repubblica non considera che noi riassorbiamo in essa gli 80 euro che ci danno quasi 10 miliardi di coperture già  pronte”.
A parte che è interessante che l’idea di coprire un taglio delle tasse eliminando un taglio delle tasse non si capisce come sia possibile.
Perchè   la no-tax area fino a 10mila euro costa da sola 14 miliardi di euro.
A questo va aggiunta la riduzione delle aliquote che viene a costare — sempre secondo i calcoli de LaVoce.info — 10 miliardi: totale 24 miliardi di euro.
Fioramonti poi insiste sul punto che il M5S non è per l’abolizione completa della Fornero ma solo per un suo “superamento”.
Il fatto che a fronte di una spesa necessaria di oltre 20 miliardi il M5S proponga di spenderne poco meno della metà  fa capire la portata di questa rivoluzione.
Il nodo principale rimane quello della spending review.
Fioramonti ammette che “alcuni tagli potrebbero essere considerati non equi dal M5S”. Il che vale a dire che il M5S non ha intenzione di applicare alla lettera il piano Cottarelli, proprio come non lo hanno fatto altre forze politiche (che strano!).
Eppure su 7,2 miliardi di risparmio che aveva proposto il Commissario 5 sono già  stati fatti. Resterebbero solo le spese più impopolari.
Il M5S avrà  la forza e il coraggio di farle?
Capitolo tax expenditures: la Corte — scrive Fioramonti —   nel 2016 “aveva individuato ben 799 voci di sconto o esenzione fiscale, per un valore di 313 miliardi” e che quindi trovare 40 miliardi sarà  semplice.
Ma Repubblica risponde che «Il dato che cita M5S è del 2011, allora fu la Commissione Ceriani a contare 720 voci. Le ultime stime dell’Ufficio valutazione del Senato e del Tesoro parlano di 468 misure “tagliabili” che valgono 54,5 miliardi. Voler ricavare 40 miliardi sarebbe una impresa da maghi».
Il mistero delle coperture è destinato a restare.
E scoprirlo dopo le elezioni potrebbe non essere piacevole. Nel complesso sembra che ci sia davvero qualche “buco” nelle coperture, lo ha visto LaVoce, lo ha visto Repubblica e lo ha notato anche un giornale non certo “nemico” dei 5 Stelle come il fatto.
Che siano tutti contro Di Maio?

(da “NextQuotidiano”)

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BOOM GIOVANI AGRICOLTURA: NASCONO 300 IMPRESE AL GIORNO

Febbraio 2nd, 2018 Riccardo Fucile

UN TERZO DELLE NUOVE AZIENDE AGRICOLE E’ DI UNDER 35, SIAMO PRIMI IN EUROPA

Chi l’ha detto che i giovani vogliono soltanto fuggire verso altri lidi? C’è una buona fetta di loro che ancora si mette in gioco, in Italia.
Senza nulla togliere al problema della ‘fuga dei cervelli’, che anzi è quanto mai urgente affrontare con riforme radicali che vanno dall’Università  al mercato del lavoro, i dati della Camera di Commercio di Milano, MonzaBrianza e Lodi sono un inno all’imprenditoria che nasce e cresce in casa: nello scorso anno in Italia sono nate circa 300 imprese giovanili al giorno lungo tutta la penisola (circa 110mila), pari al 30,5% di tutte le imprese iscritte nel 2017.
Roma (8.276), Napoli (7.073), Milano (5.594) e Torino (3.312) i territori con il maggior numero di imprese giovani iscritte nel 2017, ma sono al Centro Sud i territori dove i giovani pesano di più sul totale delle nuove imprese, Nuoro (44%), Crotone (42,2%), Reggio Calabria (41,9%), Vibo Valentia (41,1%) ed Enna (41%).
La schiera dei giovani che fanno impresa in Italia supera quella dei partenti: “Stando agli ultimi dati Istat disponibili”, dicono dalla Camera di Commercio, “nel 2016, sono stati circa 61mila i giovani emigrati, tra 18 e 39 anni, che hanno trasferito la propria residenza all’estero, mentre si contano circa 114mila imprese giovanili (18 – 34 anni) che hanno aperto un’attività  in proprio nel 2016”.
I giovani in Italia fanno impresa soprattutto nel settore del commercio (circa 21 mila iscrizioni), dell’edilizia (10.369), nell’agricoltura (9.850) e nel comparto dell’alloggio e ristorazione (6.124).
Ci sono alcuni esempi portati alla Villa Reale monzese in occasione del Tavolo Giovani #internazionale 2018 Cultura: nuovi modi di vivere la cultura: c’è il Museo di Arte Urbana Aumentata e la galleria d’arte online che espone giovani talenti.
E ancora la piattaforma del cinema on demand con le proiezioni richieste direttamente dagli spettatori e la “caccia al tesoro” per scoprire i beni culturali della città .
Tra le altre start up presenti, anche chi propone percorsi esperienziali per scoprire l’arte attraverso il gioco, itinerari di cicloturismo alla scoperta di paesaggi e beni culturali non abitualmente esplorati, la rete online di negozi che supporta le Non Profit del territorio e trasforma lo shopping in donazioni, il teatro come strumento per scoprire luoghi e storie dimenticate.
Dati confermati anche dalla Coldiretti, che vede un particolare dinamismo nel suo settore di appartenenza: “L’Italia con 53.475 imprese agricole italiane condotte da under 35 è al vertice in Europa nel numero di giovani in agricoltura, con un aumento del 9% nel terzo trimestre 2017”, dice un’analisi dell’associazione in occasione dell’apertura della Fiera Agricola di Verona.
“La presenza degli under 35 – sottolinea la Coldiretti – ha di fatto rivoluzionato il lavoro in campagna dove il 70 per cento delle imprese giovani opera in attività  che vanno dalla trasformazione aziendale dei prodotti alla vendita diretta, dalle fattorie didattiche agli agriasilo, ma anche alle attività  ricreative, l’agricoltura sociale per l’inserimento di disabili, detenuti e tossicodipendenti, la sistemazione di parchi, giardini, strade, l’agribenessere e la cura del paesaggio o la produzione di energie rinnovabili”.

(da “La Repubblica”)

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LOTTA EVASIONE, RECUPERATI 20,1 MILIARDI, MA 6,5 ARRIVANO DALLA ROTTAMAZIONE DELLE CARTELLE

Febbraio 2nd, 2018 Riccardo Fucile

11 SONO VERSAMENTI DIRETTI IN SEGUITO A CONTROLLI, 7,4 ARRIVANO DAI RUOLI… MA L’EVASIONE E’ DI 110 MILIARDI, SI RECUPERA SOLO IL 15%

“Il quadro tracciato è quantomeno incoraggiante“, esulta Pier Carlo Padoan. “Il sentiero stretto sta portando i frutti attesi. La riscossione è in crescita, non è un fenomeno una tantum, ma strutturale”.
Nel 2017, ha comunicato l’Agenzia delle Entrate, l’attività  di recupero dell’evasione fiscale ha portato nelle casse dell’Erario 20,1 miliardi, un aumento del 5,8% rispetto al 2016 quanto il risultato si era fermato a 19 miliardi.
In totale, va ricordato, l’evasione sottrae allo Stato oltre 110 miliardi di euro l’anno.
Sui 20,1 miliardi di recupero, poi, 6,5 miliardi sono il risultato della rottamazione delle cartelle.
Operazione che viene ricondotta dunque sotto la voce “lotta all’evasione” anche se ad aderire al pagamento a rate sono state persone che avevano ricevuto una cartella esattoriale per i motivi più disparati.
E altri 400 milioni sono l’ultima coda della voluntary disclosure, ovvero l’emersione di soldi non dichiarati allo Stato a fronte di un pagamento molto ridotto, in media il 6% delle cifre regolarizzate.
Su 20,1 miliardi, 11 sono versamenti diretti dei contribuenti in seguito a controlli.
Grazie alle lettere di compliance inviate per chiedere a chi non aveva versato il dovuto di “ravvedersi” sono stati incassati 1,3 miliardi di euro.
Il resto, 7,4 miliardi (+54%), arriva da ruoli, cioè gli elenchi inviati dalle Entrate all’ente riscossore, che dallo scorso luglio non è più Equitalia ma l’Agenzia delle Entrate — Riscossione (per la Sicilia c’è Riscossione Sicilia).
E di quei 7,4, 6,5 miliardi sono appunto il risultato della definizione agevolata i cui termini sono stati più volte riaperti per massimizzare gli introiti. Secondo l’Ufficio parlamentare di bilancio si è trattato di un condono che “consentendo ai contribuenti di estinguere il debito di imposta al netto di sanzioni e interessi di mora finisce per premiare i contribuenti meno meritevoli e per questa via può contribuire a indebolire il senso di obbedienza fiscale della platea dei contribuenti”. In disaccordo la Corte dei Conti, secondo cui condono “è una espressione impropria perchè qui non si condona una parte del dovuto”.
La cifra ufficiale sulle somme recuperate è più bassa rispetto a quella data come sicura da Maria Elena Boschi: la sottosegretaria alla presidenza del Consiglio nel settembre 2017 aveva affermato che “dagli 11 miliardi del 2014 siamo passati ai 23 miliardi di quest’anno”. Oggi, via facebook, sostiene di “aver sbagliato per difetto” perchè “i miliardi sono 25,8“.
Ma la cifra si raggiunge considerando anche quelle riscosse per Inps, Inail e enti locali, che sono estranee alle statistiche presentate annualmente dalle Entrate.
Non a caso lo stesso Partito democratico poco prima aveva twittato: “Nuovo record nel recupero dell’evasione fiscale in Italia, superati i 20 miliardi”. Mentre Democratica titola: “Recuperati 20 miliardi”.
Altri 5,7 miliardi sono frutto della riscossione per altri enti creditori: Inps, Inail, ministeri, Comuni. L’Agenzia delle entrate-Riscossione ha incassato da ruoli 12,7 miliardi, contro gli 8,8 riscossi nel 2016 da Equitalia.
Il comunicato dell’Agenzia dà  conto anche del gettito spontaneo, pari a 412,6 miliardi nel 2017 a fronte dei 405 del 2016.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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GERMANIA, I METALMECCANICI IN SCIOPERO PER LA SETTIMANA DI 28 ORE SU BASE VOLONTARIA

Febbraio 2nd, 2018 Riccardo Fucile

IL SINDACATO IG METAL, ALLA LUCE DELLA FORTE CRESCITA DELL’ECONOMIA TEDESCA E DELLA DISOCCUPAZIONE MAI COSI’ BASSA, CHIEDE ANCHE AUMENTI SALARIALI PER 4 MILIONI DI DIPENDENTI

Una giornata di “scioperi di avvertimento” che ha coinvolto le fabbriche di Volkswagen e Ford. Con adesione del 100%, secondo il sindacato.
Che ha annunciato nel corso della settimana astensioni dal lavoro in un totale di 275 aziende.
Dall’8 gennaio interruzioni del lavoro di alcune ore hanno colpito 785 siti industriali, tra cui quelli di gruppi come Siemens, Daimler e Porsche.
Succede in Germania e ad incrociare le braccia sono i metalmeccanici rappresentati da IG Metall, che ha proclamato lo sciopero dopo il fallimento, il 25 gennaio, delle trattative con i rappresentanti dei datori di lavoro.
E’ lo scontro più duro da quanto nel 1984 la sigla sindacale indisse sette settimane di scioperi per ottenere la riduzione della settimana lavorativa da 40 a 35 ore.
Ora, alla luce della forte crescita registrata dall’economia tedesca (pil a +2,2% nel 2017) e della disoccupazione eccezionalmente bassa, quella conquista non basta più.
I sindacalisti chiedevano, oltre ad aumenti salariali per 3,9 milioni di dipendenti del comparto metalmeccanico, la possibilità  per i lavoratori di passare su base volontaria dalla settimana di 35 ore a una di sole 28 ore e al part time per due anni se devono occuparsi dei figli o dei lavoratori anziani.
I datori di lavoro hanno offerto un aumento del 6,8% ma hanno rifiutato l’accorciamento degli orari, chiedendo di poter almeno richiamare i lavoratori in caso di picchi di produzione.
Inoltre non accettano di compensare parte dei minori introiti di chi dovesse scegliere la settimana corta.
Ora l’Unione dei datori di lavoro del settore metallurgico vuole tornare al tavolo delle trattative. Anche se il presidente dell’Unione Rainer Dulger, parlando alla Bayrische Rundfunk. ha criticato gli scioperi di una giornata affermando che “sono un metodo, pianificato in anticipo, per guadagnare nuovi iscritti e farsi pubblicità “.
L’istituto Diw, riporta Reuters, ha calcolato che gli scioperi potrebbero costare alle aziende un totale di 62 milioni di euro al giorno di mancati ricavi, assumendo che circa 50mila lavoratori si fermino ogni giorno.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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A DI MAIO SI E’ RISTRETTA LA PIAZZA: LA CAMPAGNA ELETTORALE SI CHIUDERA’ A PIAZZA DEL POPOLO

Febbraio 1st, 2018 Riccardo Fucile

SCELTA PRUDENZIALE RISPETTO ALLA SAN GIOVANNI DEL 2013

Il Movimento 5 stelle ha scelto. Sarà  Piazza del Popolo la cornice per la chiusura della campagna elettorale. I pentastellati stanno già  predisponendo tutti i passi formali, ma, a quanto risulta all’Huffpost, la decisione è presa.
Quello in una dei luoghi più suggestivi di Roma è in realtà  un ritorno. Lì si chiuse la corsa infruttuosa di Marcello De Vito verso il Campidoglio.
Ma soprattutto fu l’ultima tappa della cavalcata che portò Virginia Raggi a diventare prima cittadina di Roma.
Un precedente che sorride alle truppe guidate da Luigi Di Maio, che sarà  il gran mattatore di una giornata che vedrà  confluire il suo tour istituzionale con quello che parallelamente Alessandro Di Battista condurrà  nelle piazze.
Ad oggi non è certa, ma la presenza di Beppe Grillo per il gran finale sembra scontata, “anche se come valore aggiunto — spiegano — non sarà  il centro della giornata”.
Certo non si può non notare come la scelta sia prudenziale.
Cinque anni fa, nel 2013, fu piazza San Giovanni ad accogliere l’episodio finale dello Tsunami tour dell’ex comico. Una spianata che può accogliere un numero assai più ampio di persone, e che si riempì all’inverosimile, fino a debordare nelle vie limitrofe.
La previsione per il gran finale, dunque, stavolta si attesta su cifre più contenute.
Anche per la strategia di DI Maio – meno animale da palcoscenico di Grillo – orientata a rivolgersi a interlocutori mirati e settorializzati, e al contatto porta a porta in teatri e cene di fund raising con gli attivisti.
Con il palco situato verso un terzo della piazza, la location in fondo a via del Corso garantirebbe un buon colpo d’occhio anche con la presenza di qualche decina di migliaia di persone.

(da “Huffingtonpost”)

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SE SI PRESENTANO CON IL M5S NON SONO “RICICLATI”, MA “CANDIDATI POST-CONSUMO A CUI VA DATA UNA SECONDA POSSIBILITA”: LO HA DECISO DI MAIO

Febbraio 1st, 2018 Riccardo Fucile

TUTTE LE BALLE DI DI MAIO SUI CANDIDATI RICICLATI DEL M5S: IL CANDIDATO PREMIER SI ARRAMPICA SUGLI SPECCHI PER GIUSTIFICARLI

«Avete visto i giornali di oggi?», scrive Luigi Di Maio su Facebook prima di lanciare l’ennesima diretta dove commenta le notizie del giorno.
Da quando il MoVimento 5 Stelle, o meglio da quando Luigi Di Maio ha presentato le candidature all’uninominale sul M5S sono piovute decine di critiche.
Dopo la lotteria delle Parlamentarie, con le numerose esclusioni senza motivo tutti si aspettavano due cose.
La prima era la pubblicazione dei risultati, del numero di clic, ricevuti da ogni aspirante candidato. La seconda è che almeno per quanto riguarda l’uninominale, dove Di Maio si era impegnato in prima persona, la selezione fosse “ferrea”.
Della prima non si sa più nulla, Di Maio aveva promesso i dati “in settimana” durante una puntata a Porta a Porta. Era la settimana scorsa.
Per la seconda la faccenda è più interessante. Il Capo Politico ha presentato una squadra di “supercompetenti“.
Come l’ha definita oggi una “supersquadra” (i superlativi sono sempre in saldo in campagna elettorale) composta da «sessanta o settanta persone che hanno non solo curriculum enorme, ma una storia professionale che ne ha fatto servitori del paese a vario titolo, nel mondo dell’imprenditoria, delle forze armate…».
E senza dubbio nella squadra del M5S ci sono persone competenti, così come ce ne sono negli altri schieramenti politici.
Dov’è il valore aggiunto? La selezione in teoria, che garantisce che tra i candidati non ci siano riciclati o persone che salgono sul carro del M5S per sperare in una poltrona.
Succede che però tra supercompetenti della supersquadra ci siano diverse persone che con la “vecchia politica” ci hanno avuto a che fare.
Di Maio non ci sta e si lamente che «da vari giorni si parla dei riciclati nel M5S. Io lo voglio dire agli attivisti, a tutto il movimento, non vi fate infinocchiare».
Se si parla di “riciclati” è perchè ci sono. E questo proprio secondo la definizione che il MoVimento 5 Stelle ne ha sempre dato.
Ora già  qui si potrebbe ricordare a Di Maio che i supercompetenti (in questo caso i selezionatori) hanno candidato un ammiraglio che solo grazie ai giornali si è scoperto non solo che si era stato candidato sei mesi fa ma addirittura che è ancora consigliere comunale a Ortona grazie al PD.
Oppure Nicola Cecchi ex PD, sostenitore del Sì al Referendum costituzionale che fino a qualche settimana fa sfotteva Di Maio dicendo che non aveva mai lavorato in vita sua e che ora si trova candidato a Firenze contro Renzi. Un sostenitore, anche molto acceso. Come Paolo Turati, che ha nascosto in fretta e furia il suo passato da estimatore di Forza Italia.
Francessco Mollame nel collegio uninominale al Senato è stato candidato nel 2008 sindaco a Partinico con l’Mpa di Raffaele Lombardo. Non solo: Mollame è stato assessore nel 2013 per Gianfranco Bonnì sindaco contro il M5S. Non proprio una posizione defilata.
C’è poi Gaspare Marinello, anche lui al Senato (ad Agrigento) che aveva corso per le amministrative a Sciacca nel 2009. Di Maio liquida il caso parlando “di uno che è stato candidato 10 anni fa con la coalizione di centrodestra alle amministrative”.
Ed è un peccato che fino a poco tempo fa non avere esperienze politiche pregresse fosse uno degli elementi dirimenti per poter partecipare attivamente alla vita politica nel MoVimento.
Ci sarebbe anche quel codicillo che vieta le candidature a chi “ha   partecipato a elezioni di qualsiasi livello, nè aver svolto un mandato elettorale o ricoperto ruoli di amministratore e/o componente di giunta o governo, con forze politiche diverse dal MoVimento 5 Stelle a far data dal 4 ottobre 2009“.
Ecco come ad esempio Di Maio liquida il caso di Vittoria Casa, candidata all’uninominale a Bagheria: “c’è una che otto anni fa è stata coordinatrice del PD a livello comunale”.
Innanzitutto la Casa è stata Segretario del PD di Bagheria. In secondo luogo è stata tre volte assessora, l’ultima con il sindaco Giuseppe Lo Meo nel 2012. Non proprio un profilo da pentastellata modello.
Per tutti costoro Di Maio chiede clemenza al popolo grillino.
Si inalbera, chiedendosi se «questa gente qui non avrà  mai più un occasione di mettersi in gioco in politica» a causa di esperienze fatte nel passato. Naturalmente fare politica non è obbligatorio, ci si può limitare a fare attivismo.
Paradossalmente questo è quello che il MoVimento ha sempre detto quando ha dovuto parlare di casi del genere.
Ora la musica è cambiata e Di Maio si rivolge a quelle perosne che «sono entrate nel MoVimento dopo aver conosciuto i partiti ed aver iniziato ad evitarli».
Gente come il fidato braccio destro di Di Maio, Vincenzo Spadafora, che è passato dalla Margherita di Rutelli a Forza Italia (grazie ai buoni uffici di Mara Carfagna) e che ora si trova candidato all’uninominale in Campania per il M5S.
Dopo aver detto che   tutti questi “supercompetenti” sono «persone che vengono dal territorio e hanno capito che l’unica speranza è il M5S» Di Maio ci racconta che il MoVimento candida Alessia D’Alessandro “una persona che parla sei lingue” e che da anni vive in Germania.
Innanzitutto la D’Alessandro di lingue dice di parlarne cinque e non sei. In secondo luogo in che modo una persona che negli ultimi anni ha vissuto all’estero possa essere espressione del territorio questo rimane un mistero.
Continua Di Maio, il vero supercompetente del M5S, spiegando che la candidata «ha un curriculum enorme e che ha lavorato in Germania e che sta facendo la consulente per la CDU che è il partito che sostiene la Merkel».
Se si va a guardare il curriculum si scopre però che dopo la laurea (triennale e specialistica) la D’Alessandro ha ricoperto per la bellezza di dieci mesi la posizione assistente al marketing presso il Consiglio Economico della CDU. Che è un’organizzazione imprenditoriale storicamente legata alla CDU.
Questo però non significa che la D’Alessandro abbia lavorato per il partito della Merkel. E a smentire Di Maio è stato lo stesso Wirtschaftsrat der CDU che ha affidato all’agenzia tedesca DPA una nota in cui ridimensiona il ruolo della candidata pentastellata: “Abbiamo l’impressione che la sua posizione alla Wirtschaftsrat sia stata esagerata dal suo partito nei media italiani”, ha detto il think tank tedesco.

(da “NextQuotidiano”)

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GENOVA, DUE CONSIGLIERI DELLA LEGA LASCIANO IL PARTITO: “SALVINI ERA VENUTO ALLE CASE POPOLARI DI BEGATO, TANTE PROMESSE, NON HA FATTO NULLA”

Febbraio 1st, 2018 Riccardo Fucile

“DELUSI DA UN PARTITO CHE STA MANCANDO DI COERENZA PER RACIMOLARE VOTI AL SUD”… “NON SONO CAPACI NEANCHE DI FAR TORNARE UN UFFICIO ANAGRAFE”

Potrebbe essere un (doppio) caso isolato. Oppure no. Potrebbe essere il sintomo di un processo di malcontento interno latente.
Lega, e non più Lega Nord, dallo scorso inverno. Ed è questo uno dei motivi che hanno spiento Daniele Bonuso e Corrado Falasco, consiglieri municipali del Carroccio in Valpolcevera, a uscire dal partito e andare nel gruppo misto (dove hanno trovato Massimo Pantini, ex Fratelli D’Italia, poi cooptato dal presidente Pd Federico Romeo nella squadra di governo con una delega al decoro urbano e riqualificazione urbana).
Bonuso, 25 anni, e Falasco, 61, non erano nella Lega da moltissimo tempo, un paio d’anni al più, ma abbastanza da definirsi delusi della piega presa dal partito e dagli atteggiamenti di Salvini.
“A Pontida aveva urlato dal palco, mai più schiavi di Forza Italia. E ora?” osserva Daniele Bonuso, che parla anche a nome del compagno.
“Abbiamo preso la nostra decisione con grande difficoltà  — continua Bonuso — ma ci siamo resi conto che non possiamo far finta di niente con gli elettori. Durante la campagna elettorale Salvini è venuto a Certosa e a Begato, sono state promesse azioni di cambiamento eppure non sta succedendo nulla. Non ci sono novità  neppure sul ritorno dell’anagrafe a Bolzaneto, che è una battaglia che abbiamo intenzione di proseguire”.
“Nei prossimi anni, con i lavori per la gronda, la vallata cambierà  radicalmente — aggiunge il consigliere ex Lega — noi siamo intenzionati a vigilare ma non da dentro un partito che cambia nome per racimolare qualche voto a sud”.

(da “Genova24”)

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