Febbraio 26th, 2018 Riccardo Fucile
IL SENATORE DI FORZA ITALIA TWITTA LA FOTO TAROCCATA DI UN RAGAZZO DI COLORE CONTRO IL NOSTRO PAESE, GIA’ SMASCHERATA DA TEMPO DA BUFALE.NET
“Altro che scappare dalla guerra: fanno la guerra a noi!”. 
E sotto la foto di un ragazzo nero con un cartello “VIA LITAGLIANI DAL’ITAGLIA LA TERA E DI TUTTI”.
È il tweet indignato di Lucio Malan, senatore e candidato di Forza Italia alle elezioni del 4 marzo. Peccato che l’immagine pubblicata dal politico di centrodestra sia un evidente fotomontaggio, una delle tante bufale diffuse in rete per solleticare gli istinti più bassi degli elettori e giusificare le prese di posizione più retrograde e razziste.Che si tratti di un fotomontaggio risulterebbe abbastanza evidente anche agli occhi meno esperti.
Basta comunque una banale ricerca su Google Immagini per trovare l’immagine originale, contenuta tra l’altro anche in un articolo del Giornale che racconta di una protesta dei migranti contro il centro di accoglienza Arci di Perugia risalente all’ottobre 2016.
Una fotogallery di Perugia Today contiene varie immagini di quella stessa protesta. Inoltre, la fake news “Via litagliani dal’Itaglia” era stata già smascherata dal sito Bufale.net lo scorso dicembre.
Nel momento in cui scriviamo, nonostante siano passate 11 ore dalla pubblicazione e vari utenti abbiano immediatamente segnalato a Malan l’errore, il tweet è ancora al suo posto, avendo ricevuto oltre ottanta mi piace e altrettanti retweet e raggiungendo così migliaia di persone.
Tra i commenti, accanto a quelli che prendono di mira la bufala, ce ne sono di più che la danno per buona e la usano come spunto per insultare i migranti, il governo, il Pd, la sinistra, la presidente della Camera, insomma il solito armamentario populista e intollerante.
Il ministro Minniti avrebbe già dovuto provvedere a denunciare Malan per violazione della legge Mancino (art 1 comma 1).
(da agenzie)
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Febbraio 26th, 2018 Riccardo Fucile
SCONTRO SU UNA FESTA DI SETTEMBRE
«Il cachet di Jo Squillo alla Festa del riso pagato con le risorse che dovevano servire per 500 pacchi alimentari per i poveri». È la denuncia del Pd di Trecate, che sulla vicenda dà battaglia da settimane, chiede una commissione d’inchiesta e ha raccolto le firme per convocare il Consiglio comunale (che non si riunisce dal 29 novembre).
L’istanza è stata depositata il 5 febbraio: i venti giorni di legge per provvedere scadevano sabato. Per quel giorno, alle 9 del mattino, in effetti è stato convocato il Consiglio, che però la stessa maggioranza ha disertato.
All’appello c’era solo il presidente Andrea Crivelli accanto a cinque dei sei esponenti di minoranza (i tre del Pd, lista «Nel cuore di Trecate» e 5 Stelle). Assenti il sindaco e gli altri 9 consiglieri che lo sostengono.
Senza numero legale la seduta è stata aggiornata alle 14 di oggi, quando era già fissata in seconda convocazione. «È stata una farsa» tuona Marco Uboldi, Pd. Che spiega: «Da tempo chiediamo chiarezza sulle spese della festa “Riso gorgonzola e antichi sapori” del 23-24 settembre. Questa maggioranza, incapace di governare la città , è invece bravissima a nascondersi e sfuggire alle responsabilità ».
«L’appuntamento è solo rimandato di un paio di giorni, non potranno sottrarsi in eterno», aggiunge il capogruppo Filippo Sansottera.
Ma la discussione della mozione non è certa neppure oggi: è al ventunesimo posto di un ordine del giorno di 21 punti, tra i quali il bilancio.
Il sindaco Federico Binatti minimizza: «Da tempo avevamo deciso la data del 26 febbraio per portare in Consiglio il bilancio. Quando è arrivata la richiesta di convocazione urgente abbiamo visto che i venti giorni scadevano il 25. Così la riunione è stata fissata in prima convocazione per il 24 e in seconda per il 26. Non cambia nulla: ne discuteremo al ventunesimo giorno anzichè al diciannovesimo. Non c’è alcuna volontà di sottrarsi».
L’accordo con l’azienda
La questione sollevata dal Pd parte dall’aggiudicazione alla Markas di Bolzano dell’appalto per la mensa scolastica, un affare da 9,1 milioni per 12 anni. L’offerta includeva come miglioria 500 pacchi alimentari all’anno da destinare ai bisognosi e 22 servizi di catering in occasione di eventi (cene, rinfreschi, aperitivi, coffee break, merende). Solo quattro sono stati fruiti nel 2017.
Il pagamento
Grazie a un accesso agli atti si è scoperto che l’amministrazione – senza atti di giunta ma solo con uno scambio di lettere con la ditta – ha «monetizzato» il resto, compresi i pacchi per i poveri, valutando il tutto 11.950 euro, somma che Markas ha pagato per il compenso degli artisti invitati alla Festa del riso: Jo Squillo, Johnson Righeira e Papa Winnie. Secondo le stime del Pd i servizi «barattati» valevano oltre 40 mila euro.
(da “La Stampa“)
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Febbraio 26th, 2018 Riccardo Fucile
UNINOMINALE PUGLIA 4 AL SENATO: LA NEOGRILLINA ERA STATA CANDIDATA AL COMUNE DI CASTELLANA GROTTE NEL 2012… IL MS5 CHIUDE UN OCCHIO “LO AVEVA COMUNICATO”, MA CAMBIA POCO, ALTRI PER LO STESSO MOTIVO SONO STATI ESCLUSI
Patty L’Abbate, oppure Pasqua L’Abbate, candidata all’uninominale Puglia 4 con il MoVimento 5
Stelle al Senato, durante l’incontro con i candidati delle altre coalizioni sul locale Canale 7, aveva dichiarato di non essere mai stata candidata con altri partiti. E invece eccola che sorride dal manifesto di Io Sud-PLI alle elezioni comunali di Castellana Grotte nel 2012.
Il regolamento del M5S parla(va) chiaro: il candidato “non dovrà aver mai partecipato a elezioni di qualsiasi livello, nè aver svolto un mandato elettorale o ricoperto ruoli di amministratore e/o componente di giunta o governo, con forze politiche diverse dal MoVimento 5 Stelle a far data dal 4 ottobre 2009”.
Patty L’Abbate è quindi un’altra incandidabile per le regole del MoVimento 5 Stelle e in Puglia va a far compagnia ad Antonio Tasso, che Luigi Di Maio ha deferito ai probiviri per l’espulsione per la condanna in primo grado nel frattempo prescritta per violazione del copyright.
Alle elezioni comunali di Castellana Grotte Patty L’Abbate aveva preso 41 voti e non era stata eletta.
La candidata era stata presentata qualche tempo fa da Di Maio come “specializzata in economia dell’ambiente e con un dottorato di ricerca in economia e gestione delle risorse naturali. Si occupa di ciclo di vita dei prodotti, di contabilità ambientale e di impronta ecologica. Vanta una serie di pubblicazioni scientifiche nel settore della sostenibilità ambientale, eco innovazione ed economia circolare”.
Nel 2012 aveva utilizzato una frase di Luigi Einaudi per presentare la sua candidatura: “Giustizia non esiste là dove non vi è libertà ”.
In una pubblicità pubblicata sui giornali all’epoca invece la scelta era ricaduta su Gandhi: “Sii tu il cambiamento che vuoi vedere nel mondo”.
Qualche tempo fa il Foglio si è occupato di lei e del suo curriculum: la candidata lavora al Politecnico di Bari. Collaboratrice, si legge sul sito dell’università pugliese dove, appunto, collabora al dipartimento di Ingegneria civile, ambientale, del territorio, edile e chimica. Non una docente universitaria, neppure una ricercatrice, ruolo per cui c’è un inquadramento specifico e distinto, come dimostra anche la semplice ma chiara grafica del sito Didatech.
Relatrice a un convegno sulla decrescita felice, L’Abbate veniva presentata come “docente universitario” e membro di Isib.
Cosa sia l’Isib non è molto chiaro. Se si cerca su Google appare l’Institute of Biomedical Engineering del Cnr, dipartimento soppresso il 23 dicembre 2014 e fra i cui collaboratori non risulta alcuna L’Abbate, oppure una pagina vuota del sito di Mdf, che rimanda alle domande frequenti.
In mattinata arriva il salvagente dei vertici del MS5: “la sua precedente candidatura e’ stata debitamente comunicata al MoVimento”, una deroga che però non è stata concessa ad altri e che farà discutere.
(da “NextQuotidiano”)
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Febbraio 26th, 2018 Riccardo Fucile
I VALORI DEI 15 POZZI DI CAIVANO CHE AVEVA FATTO SEQUESTRARE ERANO NELLA NORMA… NON HA CHIESTO UN’ASPETTATIVA AL CORPO DEI CARABINIERI COME PRASSI E STILE AVREBBERO VOLUTO
Luigi Di Maio ha finalmente iniziato ad annunciare i nomi dell’eventuale governo a 5 Stelle che guiderà se il MoVimento vincerà le elezioni del 4 marzo.
Il primo nome lo ha fatto ieri, durante la trasmissione di Lucia Annunziata in mezz’ora in più su RaiTre: è il generale di Brigata dell’Arma dei Carabinieri Sergio Costa. Il generale sarà il prossimo ministro dell’Ambiente, «un servitore dello Stato» che molto ha fatto nella lotta all’inquinamento nella Terra dei Fuochi.
Fu proprio Costa, laureato in Scienze Agrarie con master in Diritto dell’Ambiente, a scoprire con la sua inchiesta l’esistenza della Terra dei Fuochi in Campania e la discarica dei rifiuti nel territorio del Parco Nazionale del Vesuvio.
Ieri Costa ha fatto sapere, dopo la dichiarazione del candidato premier grillino che «Da servitore dello Stato, qualora il premier incaricato ritenesse di indicarmi come possibile Ministro dell’Ambiente, mi renderò disponibile».
Costa non è l’unico generale del Corpo Forestale ad essere entrato nell’orbita del MoVimento 5 Stelle. Maurizio Cattoi, candidato all’uninominale a Fano e Senigallia alla Camera, è un generale in pensione del Corpo Forestale dei Carabinieri.
Come Cattoi anche Costa viene dalla Forestale ed è molto critico nei confronti della riforma Madia che ha soppresso il Corpo.
In un’intervista al Corriere del Mezzogiorno del marzo 2015 il futuro ministro sosteneva che la riforma Madia avrebbe finito per favorire gli ecomafiosi e che lo scioglimento del Corpo Forestale avrebbe finito per mettere a rischio il lavoro di indagine sulla Terra dei Fuochi.
Non è che accusa per difendere la sua carriera?
«Sono un generale, male che mi vada farei il questore. Anzi, mi si spalancherebbero le porte per una carriera da dirigente generale che nel Corpo forestale non esiste. La verità è che qui non ci guadagno io, ma i criminali dell’ambiente».
Questa è una sua ipotesi o ha prove certe?
«Certe proprio no, ma diciamo che è più di una ipotesi. Un nostro informatore ci aveva già avvertito».
E cosa vi aveva detto?
«Ci ha raccontato che, il giorno in cui è stato annunciato lo smantellamento del Corpo forestale, personaggi vicini alle ecomafie operanti tra Napoli e Caserta hanno acquistato dolci e spumante per festeggiare la notizia. Brindare non è un reato, per carità . Ma è un segnale, no?».
Addirittura Costa raccontò di aver saputo da “un informatore” che alcuni personaggi vicini alle ecomafie che operano in Campania avevano “acquistato dolci e spumante per festeggiare la notizia”.
Costa però ammetteva di non avere “prove certe” sul fatto che dallo smantellamento del Corpo forestale ci avrebbero guadagnato i criminali dell’ambiente.
E del resto i criminali possono festeggiare quanto vogliono, anche quando non capiscono cosa significa la riforma Madia.
Del resto quale prova migliore per confutare la tesi “complottista” del generale del fatto che in questi tre anni Costa è rimasto al suo posto e ha continuato a fare il suo lavoro?
La ragione per cui la Forestale è stata accorpata all’Arma dei Carabinieri (e ai Vigili del Fuoco) si chiama spending review. E non sembra che il Governo che ha fatto approvare la legge sugli ecoreati possa essere accusato al tempo stesso di favorire le ecomafie.
Anche perchè le capacità e le competenze degli ex-forestali sono state fuse con quelle dei Carabinieri dell’ex-NOE (Nucleo Operativo Ecologico) quindi non sembra credibile la preoccupazione di Costa riguardo la “perdita della specializzazione” del Corpo.
A differenza del generale Cattoi, Costa è ancora in servizio.
Ed è questo il primo problema. Il futuro ministro dell’Ambiente al momento dell’annuncio di Di Maio risulta ancora essere tra gli effettivi del Corpo. Una posizione che molti hanno definito “irrituale”.
L’Arma dei Carabinieri infatti ha appreso della candidatura di Costa a Ministro dell’Ambiente direttamente dai giornali.
Vittorio Sgarbi, candidato a Pomigliano D’Arco non ha perso tempo e ha detto che si tratta di “un fatto assai grave che un generale dei Carabinieri, istituzione a garanzia di tutti i cittadini, prima del voto, con una esplicita dichiarazione, per pura propaganda elettorale, contro ogni regola e galateo istituzionale”.
Il Generale prima di accettare la candidatura avrebbe dovuto prendere un’aspettativa o quanto meno sospendersi dal servizio, in modo da non “contaminare” il suo ruolo istituzionale con quello politico.
Il MoVimento 5 Stelle, sempre così attento a far rispettare agli altri le regole, però evidentemente non ha ritenuto importante consigliare a Costa di informare i vertici del Corpo.
Tant’è che in serata il Comando generale dei Carabinieri ha diffuso una nota ufficiale nel quale sostanzialmente prende atto della discesa in campo di Costa: «Il Generale di Brigata Sergio Costa, comandante della Regione Carabinieri Forestale Campania ha fornito la propria disponibilità ad assumere un incarico di governo, qualora chiamato a farlo. Nel contempo ha richiesto di essere posto in licenza per evitare che la sua personale decisione possa condizionare le attività di servizio. Il Comando Generale dell’Arma ha autorizzato la concessione della licenza a partire da oggi, alla luce della normativa vigente».
Nel novembre del 2013 Sergio Costa, all’epoca comandante del Corpo Forestale dello Stato fece sequestrare 13 pozzi e 15 fondi agricoli a Caivano, nel cuore di quella zona che è nota come “Terra dei Fuochi”.
Le analisi successive al sequestro, riferisce un’agenzia dell’epoca, avevano rilevato la presenza di sostanze considerate altamente tossiche e nocive per l’ambiente e la salute umana. Il provvedimento di sequestro preventivo d’urgenza, su un’area di 43 ettari, venne eseguito da ufficiali di polizia giudiziaria del Corpo Forestale del comando provinciale di Napoli.
Le acque delle falde e i terreni erano inquinati, spiegarono all’epoca dal Corpo Forestale.
Pochi misero in dubbio l’operazione, visto che a condurla fu proprio Costa, il generale che sequestrava tonnellate di ortaggi contaminati e faceva chiudere i pozzi abusivi.
Il sequestro dei pozzi e dei “cavolfiori gialli” diede la stura ad una serie di titoloni come “ortaggi al cloroformio”, “Cernobyl campana” e ovviamente “verdure avvelenate”.
Il tutto era iniziato nel febbraio 2013 con un esposto di alcuni ambientalisti che avevano notato la presenza di cavolfiori con un’anomala colorazione delle foglie. Il Corpo Forestale seguì quella “traccia” per arrivare ai 15 pozzi inquinati (in totale ne vennero sequestrati ventuno).
Come andò a finire quella storia? In pochi lo sanno perchè dopo il clamore mediatico, dopo gli appelli a non consumare la verdura e gli ortaggi coltivati a Caivano quasi nessuno (tranne Il Napolista) si occupò di raccontare cosa successe dopo.
Quei pozzi e quei terreni sono ancora sotto sequestro? La risposta è no.
Un decreto del 2 novembre 2016, ha disposto in via definitiva il dissequestro dei suoli agricoli di Caivano. Questo perchè le perizie e i tribunali sono giunti alla conclusione che gli elementi chimici presenti nei suoli agricoli e nelle acque dei pozzi irrigui sono parte del “fondo naturale“.
Ovvero i cosiddetti “contaminanti” sono tipici degli ambienti vulcanici della piana campana, «ed anzi rappresentano un aspetto della particolare fertilità di questi ecosistemi agricoli».
All’epoca del sequestro molti tecnici cercarono di spiegarlo, ma il clima era quello della caccia alle streghe — come ricorda un articolo di Repubblica — e non c’era spazio per sentire la voce della ragione.
Il costo dell’operazione gestita da Costa e del clamore mediatico sulla “Cernobyl campana” si è abbattuto sugli agricoltori: nessuno voleva più comprare gli ortaggi provenienti da Caivano.
Riferisce Repubblica che uno studio condotto dall’Istituto nazionale di economia agraria per conto del governo «ha evidenziato come il danno economico sia ricaduto, nell’area di crisi, soprattutto sulle piccole aziende, non in grado di autocertificare i propri prodotti, con un calo dei prezzi di vendita dal 25 fino al 75%».
Ora quel Generale potrebbe essere il nuovo Ministro dell’Ambiente perchè come ha detto Di Maio ieri: «Di Terra dei Fuochi ce n’è una in ogni Regione. Per questo riteniamo che il ministero dell’Ambiente sia centrale per il governo italiano».
(da “NextQuotidiano”)
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Febbraio 26th, 2018 Riccardo Fucile
LA LEADER DI +EUROPA ORMAI ACCREDITATA DEL 4%: “IO NON SONO IN VENDITA, CI VOTERANNO TANTI INDECISI, IL FUTURO E’ L’EUROPA”
“Io premier candidata da Silvio Berlusconi? Siamo passati dai retroscena giornalistici alla pura
fantascienza. Non ne so nulla, nè ho voglia di partecipare a questo gioco. Questa cosa non esiste. Piuttosto convinciamo gli italiani indecisi”.
Emma Bonino, ospite di Circo Massimo su Radio Capital, condotto da Massimo Giannini e Jean Paul Bellotto, smentisce con forza la possibilità che sia lei la candidata premier che il leader di Forza Italia ha in mente.
“Evidentemente Berlusconi se la suona e se la canta tutta da solo”, aggiunge sconfessando anche l’ipotesi che il centrodestra la vorrebbe presidente del Senato nella prossima legislatura.
Sulla sua apertura a un governo Gentiloni bis di larghe intese con Forza Italia ma senza Lega e cinquestelle, precisa: “Ho solo detto che le larghe intese le abbiamo già avute nel governo Letta, che era composto anche da ministri berlusconiani. Io non auspico questa prospettiva, continuo a fare campagna elettorale per vincere e avere un risultato netto”.
E critica il leader della Lega che in piazza Duomo sabato scorso ha giurato da premier sul Vangelo: “Salvini che si appropria del Vangelo è una volgarità “.
Bonino non crede che le indiscrezioni giornalistiche vengano messe in giro per sabotare la sua lista, partita con difficoltà , ma che ora viene accreditata quasi al 4%. “Non credo che la crescita di +Europa nei sondaggi crei agitazione nel Pd, faccio parte della coalizione quindi bisognerebbe rallegrarsi se gli alleati vanno bene. I saldi comunque sono già finiti, e io non sono in vendita”.
Il vero problema, per la leader di +Europa, resta quello di convincere gli indecisi: “Le sgangheratezze di questa campagna elettorale non accennano a diminuire, ultima è la candidatura di un generale dei carabinieri da parte di Luigi Di Maio. Da un lato c’è un blocco sovranista, con Lega e M5s, e dall’altro un blocco un po’ tentennante sull’Europa ma senz’altro più consapevole che il nostro destino umano e politico è all’interno dell’Ue”. Gli italiani non hanno ancora chiaro che la competizione è tra questi due blocchi, ma “questa coscienza si sta facendo strada nell’elettorato”.
Quanto al programma economico di +Europa, piuttosto distante da quello del Pd e basato su misure di austerità e congelamento della spesa pubblica per ridurre il debito, Bonino commenta: “Mi hanno paragonato alla Thatcher, ma il nostro è un piano realistico che fa i conti con le finanze del Paese. Continuare sulla strada dell’indebitamento significa che prima o poi lasceremo ai vostri figli l’Italia in bancarotta”.
(da “Huffingtopost”)
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Febbraio 26th, 2018 Riccardo Fucile
“IO SONO PAGATO PER RISOLVERE I PROBLEMI NON PER FARE SHOW SULLE SPALLE DELLA POVERA GENTE, QUESTI DUE NON HANNO MAI LAVORATO”
«Ecco la differenza tra andare a fare il cialtrone in campagna elettorale e informarsi veramente su ciò che succede», dice il ministro parlando degli show davanti ai cancelli di Embraco e Ideal Standard
In un intervento a L’Aria che tira il ministro dello Sviluppo Carlo Calenda se la prende con Matteo Salvini e Alessandro Di Battista: il deputato del MoVimento 5 Stelle durante una diretta a Embraco, che sta vivendo una crisi industriale, ha detto: «Io potrei pure oggi alzare il telefono e chiamare Calenda, ma a che serve?».
La risposta del ministro, in studio con Myrta Merlino, è piuttosto netta: «Serve a dimostrare la differenza tra andare a fare il cialtrone in campagna elettorale e informarsi veramente su ciò che succede. Gliel’ho detto e l’ho detto anche a Salvini, venite al ministero, le porte sono aperte. Sia Embraco che Ideal Standard sono crisi assai complesse, questi sono due ragazzi che non hanno mai avuto un’esperienza lavorativa a parte la politica, che si confrontano con vicende complesse e che pensano che la politica sia farsi il selfie con gli operai dell’Ideal Standard».
E ancora: «Io sono pagato per risolvere i problemi, ci posso riuscire o non riuscire. Ma io sono pagato per fare questo, non per fare questi show sulle spalle degli operai. Li trovo, lo dico con grande chiarezza, una cosa indegna».
(da “Huffingtonpost”)
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Febbraio 26th, 2018 Riccardo Fucile
COME PER LA POLITKOVSKAYA RESTA SENZA NOME IL MANDANTE DELL’OMICIDIO… E’ IL MODELLO CRIMINALE CHE PIACE TANTO AI SOVRANISTI ITALIANI CHE SBRODOLANO PER UN REGIME DI COMUNISTI RICICLATI
«Non dimentichiamo. Non perdoniamo». E’ questo lo slogan che meglio racchiude il significato
del corteo che ha sfilato per le vie del centro di Mosca per ricordare Boris Nemtsov.
Una manifestazione organizzata a tre anni dagli spari su un ponte a due passi dal Cremlino che hanno strappato l’oppositore all’agone politico e alla vita. Ma anche a tre settimane dalle presidenziali che con ogni probabilità confermeranno Vladimir Putin sulla poltrona più importante della Russia.
Il termometro segna 15 gradi sotto lo zero, una temperatura polare, ma non abbastanza da impedire a migliaia di persone di scendere in piazza per chiedere giustizia.
Per chiedere che sia fatta luce su un delitto che molti ritengono di matrice politica e dietro cui si intravede la longa manus del luogotenente di Putin in Cecenia, Ramzan Kadyrov.
Secondo la polizia, i dimostranti erano 4.500, ma l’ong Belij Schyotcik (Contatore bianco), specializzata nelle stime dei partecipanti alle manifestazioni pubbliche, ritiene che almeno 7.600 abbiano marciato da Strastnoj Boulevard a viale Sakharov tra tricolori russi e bandiere dei partiti d’opposizione.
Duemila persone hanno invece manifestato a San Pietroburgo e altre hanno reso omaggio a Nemtsov a Ekaterinburg e Nizhny Novgorod.
Segno che in Russia l’opposizione, per quanto frammentata, esiste e resiste.
Gli avversari di Putin erano tutti presenti: c’erano Ilya Yashin e Dmitry Gudkov. Ma anche Aleksey Navalny, che nell’ultimo anno ha trascinato in piazza migliaia e migliaia di persone contro il governo e – escluso dalle elezioni per i suoi guai giudiziari che molti ritengono di natura politica – chiede ora ai russi di non andare a votare.
E ancora Ksenya Sobchak e Grigory Yavlinsky, che sono invece candidati alle presidenziali, ma non hanno nessuna possibilità di battere Putin.
Tanti moscoviti che partecipano al corteo hanno però già deciso di non andare a votare. Qualcuno accoglie l’invito di Navalny. Altri, pur non apprezzando Navalny, ritengono inutile recarsi alle urne per elezioni dall’esito scontato.
«Nemtsov riusciva a unire l’opposizione, a compattarla», ci dice Mikhail, 32 anni, convinto che il dissidente sia stato fatto fuori perchè «era troppo pericoloso per Vladimir Putin». Alle sue spalle un gruppo di manifestanti urla: «Kadyrov è la vergogna della Russia». Sono infatti in tanti a pensare che dietro l’omicidio ci sia lo zampino del leader ceceno.
Come nel caso della giornalista Anna Politkovskaya, anche per Nemtsov resta un mistero chi sia il mandante dell’assassinio. La scorsa estate cinque ceceni sono stati condannati per il delitto. Si tratta degli esecutori materiali. E a rafforzare i sospetti su Kadyrov c’è il fatto che alcuni di loro erano militari del battaglione di polizia Sever, un vero e proprio corpo di guardia personale del presidente ceceno.
«Chi l’ha ordinato?» recita un cartello con un grande punto interrogativo su una sagoma umana completamente nera e quindi anonima. «Se non si conoscono i nomi dei mandanti è perchè manca la volontà politica», sostiene Pavel, 43 anni, convinto che «la pista cecena» sia «la più probabile».
«Ma sappiamo tutti – sottolinea poi – che in Russia non si fa nulla se non lo vuole una persona, e questa persona è Vladimir Putin». La folla intanto continua a scandire i suoi motti contro il Cremlino: «Russia senza Putin», «La Russia sarà libera». «Gli eroi non muoiono», grida qualcun altro.
Nemtsov fu vice premier all’epoca di Yeltsin, del quale era considerato un potenziale successore. Dopo l’ascesa al potere di Putin, nel 2000, divenne uno dei più agguerriti avversari del leader russo. Si era schierato contro l’annessione della Crimea e quando l’hanno ucciso stava lavorando a un rapporto sulla presenza di truppe russe nel conflitto ucraino.
Finito il corteo, centinaia di persone sono andate sul ponte sul quale Nemtsov è stato ucciso per deporre un mazzo di fiori in memoria del dissidente. Mentre la polizia coi megafoni invitava la gente ad andare via per non intralciare il passaggio. L’opposizione vorrebbe che il ponte, vicino al Cremlino, fosse dedicato a Nemtsov. Ma forse, ancora una volta, manca la volontà politica.
(da “La Stampa”)
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Febbraio 26th, 2018 Riccardo Fucile
NEL GALLES DELLE MINIERE, LA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE E’ ORMAI FALLITA: IL 23% VIVE IN POVERTA’
Abbiamo individuato città che secondo l’Eurobarometro (ma non solo) sono tra le più povere. O meglio lo sono diventate, schiacciate da un mondo in continua evoluzione e dal cambiamento dei processi produttivi che le ha lasciate indietro.
Non siamo andati in Bulgaria (fanalino di coda per reddito pro capite della Ue) o in Romania, a cercare queste testimonianze: ma nel cuore dell’Europa più solida, lungo l’asse Parigi-Berlino locomotiva della Ue, e appunto, nel Regno Unito, che pur con un piede fuori dalla Ue resta un Paese in crescita.
È in questa realtà che le diseguaglianze, sociali, culturali ed economiche, sono ancora più marcate.
I perdenti della Brexit viaggiano sul convoglio che ogni giorno attraversa su e giù il Galles meridionale. Il 46enne Peter lo prende alle 6,30 del mattino per andare a friggere patate in un fast food di Cardiff e la sera fa il percorso inverso, stesso buio, stesse file di tetti grigi interrotte qua e là dalla statua di un minatore, stessi boschi fangosi arrampicati fino alla stazione di Merthyr Tydfil che non funzionerebbe a pieno ritmo senza quell’Ue a cui nel 2016 Peter e gli altri hanno detto no.
È tra le valli dell’ascesa e del declino della rivoluzione industriale che il gran rifiuto britannico assume tonalità plumbee: con il 23% della popolazione in condizione di povertà , la spesa pubblica destinata a un ennesimo taglio del 7% entro il 2019, il 14% dei genitori impossibilitati a comprare un cappotto per l’inverno ai figli e il 30% dipendenti dai sussidi, questo spicchio di Regno Unito figura tra le regioni più depresse d’Europa, un buco nero dove i 250 milioni di sterline versati ogni anno da Bruxelles come fondi strutturali hanno fatto la differenza.
O almeno, avrebbero dovuto farla. Perchè invece qui, in barba a qualsiasi previsione, 6 abitanti su 10 hanno votato «leave».
«Non so se ho fatto bene o male ma qualcosa dovevo fare, quando mio padre era in fabbrica mangiavamo carne due volte alla settimana mentre adesso i salari sono sempre più bassi e bastano appena per l’affitto e i miei ragazzi si sono dovuti trasferire a Manchester», ragiona Peter approcciando la banchina e puntando a una birra nella centrale High street, un negozio di beneficenza dopo l’altro, Croce Rossa, Esercito della Salvezza, Cancer Care.
In realtà , nell’ex regno del carbone che insidiava a Cardiff il ruolo di capitale e attraeva manodopera globale come una Chicago ante litteram, gli immigrati attuali, polacchi, bulgari, ungheresi, non arrivano al 3% e lavorano quasi tutti nel nuovo impianto di lavorazione della carne, un «ufficio» poco ambito dai nativi. Ma tant’è.
«Il Galles si è pronunciato per il leave nonostante ricevesse dall’Ue assai più di quanto versasse e, se nella Cardiff che ha assorbito tutti gli sforzi della riconversione industriale hanno prevalso i “remain”, la differenza è venuta proprio dalle aree più povere, quelle che già destinano un quinto del budget a tamponare le diseguaglianze e pagheranno la quota più alta di un conto stimato intorno allo 0,5% del Pil», nota il politologo dell’università di Cardiff Rod Hick.
È un cortocircuito semantico prima ancora che politico. Lungo i binari del tempo perduto, dove il Novecento ha lasciato un’aspettativa di vita 7 anni più bassa che in Inghilterra e il pediatra Paul Davis del David’s Hospital di Cardiff studia il rapporto tra sottosviluppo famigliare e autismo infantile, il bisogno di un capro espiatorio è lievitato con il divario tra occupazione e benessere: mentre la prima cresceva con il moltiplicarsi di contratti low cost l’altro diminuiva, riversando sugli sportelli delle almeno 157 banche del cibo gallesi famiglie indigenti ancorchè lavoratrici, infermieri, insegnanti con capo chino per la vergogna, chiunque non avesse diritto all’assegno sociale ma arrivasse a fine mese con il frigo vuoto.
«Siamo passati dai fasti del ferro, del carbone e dell’acciaio al crollo dell’occupazione, della ricerca e degli investimenti, è come se dopo una sbronza ci fossimo risvegliati 30 volte più poveri di Londra e fuori tempo massimo per far crescere una borghesia imprenditoriale» spiega Adam Price, leader del partito di centro-sinistra e nazionalista gallese Plaid Cymru che da alcuni anni incalza lo storico primato laburista nelle valli dove l’Ukip è servito da megafono contro l’Ue per tornare insignificante all’indomani del referendum.
Price, figlio di un minatore, indica sulla mappa Cynon, Rhymney, Ebbw, comunità leggendarie che, come Merthyr, saldavano il sudore alla politica e donarono molti figli alle brigate anti-franchiste.
Nomi che oggi, ad eccezione della ex miniera Rhondda trasformata in museo di grido, non compaiono neppure nell’indice delle guide turistiche: «Il no a Bruxelles è il rifiuto di una popolazione che si sente abbandonata dalla politica nazionale “City-centrica” e che ha colpito a caso, male. Ricordo gli scioperi degli Anni 80 quando l’Europa ci mandava pasti caldi, Bruxelles si è spesa per noi molto più di Westminster, ma sono storie che qui non racconta nessuno».
Non si trova un cartello che menzioni l’Ue lungo la ferrovia, che è poi l’unica arteria delle valli altrimenti punteggiate di grandi e isolati villaggi. Non se ne trovano a Port Talbot, ultimo avamposto dell’acciaio, dove il consigliere di Plaid Cymru Nigel Hunt mostra quartieri bordeline in cui si sovrappongono il 4% della popolazione cittadina, il 10% del business, il 20% dei comportamenti anti-sociali e Westminster vorrebbe costruire una gigantesca prigione.
E non se ne trovano a Merthyr Tydfil, sotto l’orologio della stazione, all’ingresso di antichi pub come The New Crown che oggi serve il bacalau dei nuovi gestori portoghesi e ospita concerti live frequentati da over 40 perchè i giovani se ne vanno, s’iscrivono all’università e non tornano più.
«C’è stata una fase in cui la disoccupazione sfiorava il 25%, ora va molto meglio, siamo al 7,3%, ma la stima comprende i nuovi contratti “a zero ore”, quelli per cui firmando ti metti a disposizione e aspetti: sulla carta si lavora ma già vediamo allungarsi la fila davanti alle banche del cibo» nota Lesley Hodgson dell’associazione Focal Point, un raccordo tra il territorio e quelli che lei non chiama stranieri perchè «sono parte della vita quotidiana», dice gustando il cappuccino ordinato da «Brachi», cognome italiano degli Anni 50 diventato sinonimo di caffè.
Per le strade, a dire il vero, lo spaesamento è palpabile, un senso diffuso di essere altrove, contare poco, faticare molto.
«Non abbiamo saputo spiegare alla gente che le infrastrutture da cui dipendono i collegamenti tra le valli, a partire dalla preziosa superstrada A465, sono state pagate dall’Europa» concede Maureen Howells, referente per la povertà e le diseguaglianze di cinque ministeri.
Il governo locale, una coalizione di laburisti e liberaldemocratici, ha messo su una task force per le valli, sperando che non sia troppo tardi. Un po’ in effetti, lo è. Dal suo ufficio ai piani alti dell’Assemblea nazionale il leader dell’Ukip gallese Neil Hamilton sa di non poter sedurre una terra di sindacalisti purosangue, ma aspetta sul ciglio del fiume i petali della rosa rossa, passata dall’80% del 1974 al 33% attuale. «Una volta liberi dalla burocrazia di Bruxelles faremo del Galles un paradiso fiscale dove i ricchi vengano a investire e non ci sia più bisogno di assegni sociali» fantastica. Le prospettive politiche del partito di Farage non sembrano oggi più consistenti di quelle del suo fondatore, ma la Brexit è un’eredità ingombrante.
Romba un aereo, gli scolari con gli zaini sulle spalle ridono naso all’insù: il cielo sopra Merthyr, protagonista di tanti versi di Dylan Thomas, è lo stesso, ma Londra è lontanissima.
(da “La Stampa”)
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Febbraio 25th, 2018 Riccardo Fucile
“GRAZIE PER I TUOI SIMPATIZZANTI CHE SUL BUS INSULTANO MIO FIGLIO DI 12 ANNI CHIAMANDOLO NEGRO DI MERDA”… BOOM DI CONDIVISIONI… GRAZIE GABRIELLA, GLI INFAMI NON PASSERANNO
Gabriella Nobile, mamma adottiva di due bambini africani, ha scritto una lettera aperta a Matteo
Salvini pubblicata sul suo profilo Facebook nella quale racconta che i suoi “simpatizzanti” insultano uno dei due sull’autobus, mentre la seconda ha paura di essere “rimandata in Africa”:
Caro Salvini
Sono una mamma adottiva di due splendidi bambini africani. Volevo ringraziarla perchè sta regalando ai miei figli dei momenti di terrore davvero fuori dal comune. Mia figlia di 7 anni prima di andare a letto mi chiede : “ma se vince quello che parla male di noi mi rimandano in Africa?“. E piange disperata.
Mio figlio invece , prende l’autobus per andare agli allenamenti di calcio quasi tutti i giorni e da circa un paio di mesi mi racconta di insulti che è costretto a subire da suoi gentili simpatizzanti. Dire ad un bambino di 12 anni, che oltretutto veste la divisa dell’Inter : sporco n…. , n….. di merda , torna a casa tua , venite qui rubare e ammazzare le nostre donne …….credo che sia la palese dimostrazione di come questo paese, grazie a persone come lei , stia lentamente scivolando nel baratro.
Nei suoi ipocriti slogan “ prima gli italiani “ c’è tutta l’ignoranza di colui che non ha ancora capito che l’italiano e’ colui che ama l’Italia non che ci e’ nato !
Come io sono mamma perchè amo i miei figli e non perchè li ho partoriti.
Faccia la guerra a coloro che ci hanno ridotto al collasso. Benpensanti italici che hanno impoverito di cultura e di valori questo bellissimo paese facendo guerre contro i poveri , gli immigrati , i gay , i rifugiati ….. tutto per una sola bieca motivazione. Distogliere l’attenzione dalle malefatte ( e non uso termini peggiori perchè sono una Signora) che imperterriti continuate a perpetuare a chi in questo paese ci crede davvero.
Le auguro di trovarsi un giorno in vacanza in Africa , di perdersi ….. e di essere costretto a dover chiedere aiuto ad un nero!!
Lo status a quanto pare è stato cancellato da Facebook perchè “attacca qualcuno per razza, etnia e nazionalità ”, probabilmente perchè la donna ha utilizzato la parola “negro” nel post. La donna ha allora ripubblicato il post cancellando la parola “negro”: per adesso il post resiste.
(da agenzie)
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