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DI BATTISTA SUGGERISCE AL BAR I MINISTRI A DI MAIO

Maggio 26th, 2018 Riccardo Fucile

BOCCIA SPADAFORA E MASSOLO, GIOCA DI SPONDA CON SALVINI, SUSCITA DUBBI TRA I PARLAMENTARI CHE SI CHIEDONO: “A CHE TITOLO INTERVIENE?”

Mentre nel parlamento e nel paese si scatena una guerra sul nome di Paolo Savona, Alessandro Di Battista e Luigi Di Maio parlano di ministri e di veti al bar.
Uno dei nomi sul tavolo, racconta il Corriere della Sera, è il nome di Vincenzo Spadafora, che ieri ha fatto sapere che non sarà  nella squadra di governo dopo l’articolo del Fatto sulle sue intercettazioni con Balducci
La sua poltrona comincia a traballare nella sera di giovedì. Al Treebar, un locale al Flaminio, zona nord di Roma, si incontrano Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista. Interrompendo per qualche ora gli infiniti preparativi sui bagagli per la partenza direzione San Francisco, prevista per il 29 maggio, Di Battista si confronta con il leader politico dei 5 Stelle.
Oggetto della discussione è la composizione della squadra di governo.
Diversamente da quel che si può pensare, Di Battista non ha dismesso i panni del pasionario dei 5 Stelle. E avverte Di Maio dei rischi che si correrebbero nel promuovere Spadafora a ministro.
Opinione che sarebbe condivisa da molti nel Movimento, Beppe Grillo compreso. Di Maio difende quello che da tempo è diventato il suo braccio destro. E la cosa sembra finire lì.
Ma poi, aggiunge il quotidiano, scoppia la grana dell’articolo del Fatto e nelle chat dei parlamentari parte il dibattito su Spadafora.
Intanto balla anche un altro nome, quello di Gianfranco Massolo, già  osteggiato da Elio Lannutti con accuse complottistiche:
Contro di lui si è mosso, a pochi giorni dalla sua partenza per l’America, quell’Alessandro Di Battista che al ruolo di ministro ha rinunciato ancor prima del voto, non candidandosi e paventando un addio lungo un anno.
«A che titolo interviene?», cominciano a chiedersi alcuni eletti, lamentando il troppo ascolto che “Dibba” trova ancora in Luigi Di Maio.
Massolo è troppo establishment secondo l’ala più radicale del Movimento. Ed è un agnello da sacrificare sull’altare della sfida da portare avanti contro il presidente della Repubblica Mattarella. Marciando uniti insieme a Salvini.
Così, nell’ultimo colloquio con il capo dello Stato, Conte avrebbe riempito la casella Esteri con un nome nuovo, anticipato da Repubblica: quello di Luca Giansanti.

(da “NextQuotidiano”)

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DUE MULTE SU TRE NON VENGONO PAGATE: EVASORI A CASA NOSTRA

Maggio 26th, 2018 Riccardo Fucile

POI CI LAMENTIAMO PERCHE’ I TEDESCHI CI CRITICANO PERCHE’ VOGLIAMO CONTINUARE A VIVERE SOPRA LE RIGHE, A NON PAGARE LE TASSE E A FARE CONDONI

Sono aumentate di quasi l’81% le multe rifilate agli automobilisti negli ultimi 10 anni a seguito della violazione del codice stradale.
È quanto calcolato dalla CGIA che mette anche a fuoco come il numero di automobilisti che le hanno pagate è sceso drasticamente.
Nel 2016, ultimo anno in cui i dati sono disponibili, appena il 39 per cento di chi ha ricevuto una contravvenzione per aver lasciato l’auto in divieto di sosta o per non aver rispettato i limiti di velocità  ha eseguito il pagamento.
Il rimanente 61 per cento non lo ha proprio fatto e, ipotizza la CGIA, forse lo ha eseguito solo in seguito, approfittando dell’introduzione della rottamazione delle cartelle avvenuta in più riprese in questi ultimi 2 anni.
La CGIA fa sapere che nel 2016 gli oltre 8 mila Comuni italiani hanno disposto quasi 2,5 miliardi di euro di multe per la violazione del codice della strada, anche se poi hanno riscosso circa 1 miliardo (cioè il 38,8 per cento).
Rispetto a 10 anni prima, la situazione per le casse comunali è peggiorata moltissimo. Nel 2006, infatti, a fronte di 1,3 miliardi di multe comminate, a onorarle era stato quasi il 60 per cento dei destinatari della sanzione.
«La farraginosità  del sistema — segnala il coordinatore dell’Ufficio studi. Paolo Zabeo — rende molto difficile l’opera di riscossone. C’è la   necessità  di efficientare e velocizzare l’attività  di recupero nei confronti di chi non paga entro i limiti di legge, anche se è necessario che molte amministrazioni comunali si ravvedano. Gli automobilisti, e in particolar modo coloro che usano gli automezzi per ragioni di lavoro, non sono un bancomat. Pertanto, l’utilizzo degli autovelox o dei T-red, ad esempio, andrebbe regolato con maggiore attenzione, tenendo conto delle fasce orarie della giornata che, come si sa, presentano flussi di traffico molto differenziati». E’ altresì vero che il massiccio utilizzo degli autovelox avvenuto in questi ultimi anni ha contribuito, assieme alla diffusione negli autoveicoli di sistemi di sicurezza sempre più efficienti, a ridurre drasticamente il numero di feriti e di morti nelle nostre strade. «Sicuramente — segnala il Segretario della CGIA Renato Mason – il massiccio utilizzo dei rilevatori elettronici di velocità  e gli alcol test hanno dissuaso molti automobilisti a correre a velocità  elevate che, ricordo, è una delle principali cause degli oltre 3 mila incidenti stradali mortali registrati in Italia nel 2016. Tuttavia, l’applicazione degli autovelox fissi e mobili andrebbe coordinata meglio, intensificandone la presenza solo nelle strade dove l’incidentalità  è nettamente superiore alla media».
A livello regionale, infine, la percentuale della riscossione delle contravvenzioni stradali comminate dai Vigili urbani dei Comuni del Sud si attesta al 27,5 per cento, con punte minime del 23,2 per cento in Campania e addirittura del 18,4 per cento in Sicilia.
Sale al 34,2 per cento nel Centro, per attestarsi al 42,9 per cento nel Nordovest e al 56 per cento nel Nordest.
Le amministrazioni comunali più virtuose sono quelle ubicate nella Regione Friuli Venezia Giulia (65,2 per cento di riscossione), nella Provincia Autonoma di Bolzano (74,2 per cento) e, in particolar modo, nel Molise (74,5 per cento).

(da “La Stampa”)

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NEL CONTRATTO M5S-LEGA SOLO FAVORI AGLI EVASORI FISCALI

Maggio 26th, 2018 Riccardo Fucile

TRA CONDONI VERGOGNOSI “SALDA E STRALCIA” E RIDUZIONE DEGLI ACCERTAMENTI

Come ridurre l’evasione fiscale? Che cosa dovrebbe fare un governo che volesse ridurre l’evasione fiscale?
Gli studi statistici sull’Italia indicano come potenzialmente efficaci le politiche di riduzione della pressione fiscale, di incremento dell’efficacia dell’accertamento e come deleteri i condoni.
E le analisi sull’organizzazione dell’amministrazione fiscale italiana indicano l’esistenza di cospicui margini per l’incremento di efficienza.
Di tutte queste possibilità , il contratto di governo, nella migliore delle ipotesi, ne esplora solo una.
La riduzione dell’evasione fiscale è affidata alla “flat tax”, o meglio all’imposta a due aliquote, i cui effetti regressivi sono già  stati documentati.
Nel contratto si dice che ne conseguirebbe “maggiore base imponibile tassabile, grazie anche al recupero dell’elusione, dell’evasione e del fenomeno del mancato pagamento delle imposte”.
Se il gettito dell’Irpef si riduce di 50 miliardi, allora la base imponibile che dovrebbe emergere (immaginando un’aliquota effettiva del 15,5 per cento) per compensare interamente la perdita è di circa 322 miliardi, ovvero il 38 per cento in più di quella oggi dichiarata (circa 843 miliardi).
Già  la metà  di questa cifra sarebbe comunque un incremento ben poco credibile.
Ambiguità  sugli accertamenti
Sugli accertamenti bisogna fare alcune premesse. Secondo l’ordinamento italiano, la regola è che spetta all’amministrazione provare che il contribuente ha evaso.
Tuttavia, la “prova provata” dell’evasione è difficile da reperire. Per questo, in tutte le legislazioni fiscali dei paesi avanzati , è prevista la possibilità  di utilizzare delle presunzioni che, normalmente, non invertono l’onere della prova ma che, in taluni casi, lo fanno.
Da noi questa inversione dell’onere della prova avviene, ad esempio, con gli accertamenti bancari —in cui la portata della presunzione è stata peraltro limitata dagli interventi della Corte costituzionale e del legislatore- e con il redditometro.
Il contratto prevede “l’abolizione dell’inversione dell’onere della prova, da porre sempre a carico dell’amministrazione finanziaria” nonchè “l’esclusione del ricorso a strumenti presuntivi di determinazione del reddito nei casi di piena e comprovata regolarità  fiscale del contribuente” e “la riduzione dei tempi di accertamento nei casi di attiva e costante collaborazione del contribuente nell’assolvimento degli adempimenti contabili e di versamento”.
Ad un’interpretazione letterale, sembrerebbe un intervento abbastanza limitato posto che i casi di vera e propria inversione della prova (ovvero in cui l’amministrazione finanziaria si avvale di una presunzione legale relativa) sono, come si è visto, di carattere eccezionale.
Anche la previsione dell’esclusione di strumenti presuntivi e di riduzione dei tempi di accertamento per i contribuenti “virtuosi” non sembra discostarsi molto dai regimi premiali già  introdotti (per esempio, dall’art. 9-bis, comma 11 del decreto-legge 24 aprile 2017, n. 50, relativo agli ISA).
Tutto sommato, quindi, le conseguenze sull’efficacia dell’attuale azione di accertamento sarebbero ben limitate.
Se, invece, si volesse intendere che l’abolizione delle presunzioni si estende anche ad altri casi fino a prevedere un ostacolo generalizzato al loro utilizzo allora l’efficacia dell’azione di accertamento risulterebbe sensibilmente diminuita.
Ma, soprattutto, nel “contratto” ci sono pochi e generici riferimenti alla riorganizzazione dell’amministrazione fiscale finalizzata al miglior uso dei dati, se si esclude la frase secondo cui va “creato (sic!) un fisco digitale in linea con i più innovativi strumenti di elaborazione e comunicazione dati” che non vuol dire nulla e non affronta i nodi fondamentali (privacy e organizzazione della filiera dei dati).
E, a dimostrazione della scarsa sensibilità  al tema, si chiede l’abolizione dello spesometro che, se correttamente gestito e utilizzato, potrebbe essere la base per una nuova azione di prevenzione dell’evasione nelle transazioni business-to-business.
Condono o non condono?
Ultimo, ma non meno importante, nel contratto si prevede l’instaurazione della “pace fiscale” con i contribuenti, favorendo “l’estinzione del debito mediante un saldo e stralcio dell’importo dovuto, in tutte quelle situazioni eccezionali e involontarie di dimostrata difficoltà  economica”. Una pace fiscale che, però, andrebbe attuata escludendo “ogni finalità  condonistica”
Delle due, l’una: o si sta parlando di un vero e proprio condono, come sembrerebbero indicare i termini “saldo e stralcio” e il riferimento a generiche “difficoltà  economiche” (nonchè alcune dichiarazioni giornalistiche), oppure si intende un provvedimento limitato ad alcuni soggetti, come sembrerebbero indicare gli aggettivi “eccezionali e involontarie” e, appunto, l’esclusione della finalità  condonistica.
Di nuovo, nel primo caso gli effetti sull’evasione sarebbero deleteri, (e a poco varrebbe dire, per l’ennesima volta, che si tratta dell’ultimo condono a cui seguirà  poi una svolta nei rapporti tra fisco e contribuente) nel secondo caso nulli.
Tralasciando le affermazioni prive di reale significato relative all’introduzione del “carcere vero” per i soliti “grandi evasori” — dove si ignora la storia patria sull’efficacia delle sanzioni penali e il fatto che, per definizione, i grandi contribuenti che possono essere grandi evasori in Italia sono ben pochi — e l’immancabile riferimento al conflitto d’interesse — che non funziona bene neppure dove è già  stato introdotto e comunque è incoerente con l’abolizione di alcune detrazioni fiscali per spese documentate previste con la flat tax — il quadro non è certo confortante.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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LE MOTIVAZIONI DELLA CONDANNA DI BELPIETRO E NUZZI: “LO SCOOP SULLE COOP BASATO SU MATERIALE FALSO”

Maggio 26th, 2018 Riccardo Fucile

AD APRILE SONO STATI CONDANNATI A DIECI MESI DI CARCERE

Uno «scoop giornalistico basato su materiale falso».
Così la Corte d’appello milanese definisce l’inchiesta giornalistica apparsa in prima pagina per giorni nel 2009, sul quotidiano Libero.
«Così la Coop ti spia», il titolo dello “scoop”, e all’interno conversazioni tra dipendenti del marchio della grande distribuzione delle cooperative rosse. In appello, per questa vicenda, sono stati condannati ad aprile, l’ex direttore del quotidiano, Maurizio Belpietro, e l’autore degli articoli, l’attuale presentatore Mediaset, Gianluigi Nuzzi. Dieci mesi per entrambi. E se non fosse morto, anche il fondatore di Esselunga, Bernardo Caprotti sarebbe stato condannato.
È durissima la motivazione della sentenza (sezione quinta, presidente Ivana Caputo, relatore Franco Matacchione).
Nel luglio 2009, due titolari di una agenzia di investigazioni, dopo aver illecitamente intercettato il responsabile di una filiale Coop, avevano chiesto alla agenzia di distribuzione della Lombardia, di essere pagati.
Coop si rifiutò e i due investigatori decisero di rivolgersi a Libero.
Fu «Belpietro che si metteva urgentemente in contatto con Caprotti – ricostruiscono oggi i giudici – . Riferendogli che quegli informatori avevano ottenuto importanti informazioni che lui voleva sfruttare giornalisticamente. E chiedeva a Caprotti di farli lavorare in Esselunga».
Cosa «che poi avvenne con un contratto di collaborazione da 216 mila euro». Successivamente, ai due investigatori venne fatto firmare un contratto milionario.
Ma perchè tutto questo avvenne?
Secondo i giudici, lo «scoop era necessario per aumentare le vendite di Libero, per Caprotti, invece, demolire mediaticamente un concorrente».
Belpietro e Nuzzi, per dimostrare la bontà  della loro inchiesta, pubblicarono anche la fattura che dimostrava che Coop pago l’operazione di spionaggio illecito.
Ma sul punto, i giudici ricordano come “la scelta di pubblicare il giorno dopo la fattura falsa, pone in rilievo la piena consapevolezza di Belpietro e Nuzzi di non avere nulla sottomano che i fatti esposti fossero veritieri”.
Oltre alla condanna, gli imputati dovranno risarcire Coop e il dipendente spiato.

(da “La Repubblica”)

argomento: Giustizia | Commenta »

“DATEMI RETTA, SALVINI ROMPERA'”: DA GIORNI BERLUSCONI E’ INFORMATO DELLO STRAPPO IN ARRIVO CON LA SCUSA DI SAVONA

Maggio 26th, 2018 Riccardo Fucile

SALVINI HA PAURA DI GOVERNARE QUANTO E’ ABILE A FOMENTARE ODIO E CREARE CONSENSO… PREFERISCE MONETIZZARE ANDANDO AL VOTO CHE ESSERE GIUDICATO UN INCAPACE PAROLAIO

Una telefonata rivelatrice, quasi profetica.
Qualche giorno fa Matteo Salvini ha chiamato Silvio Berlusconi, per spiegargli la sua linea sui ministri.
Innanzitutto, la sua difesa a oltranza di Paolo Savona, il ministro dell’Economia che Sergio Mattarella non vorrebbe al governo.
Una difesa ribadita anche in queste ultime ore: “Basta ordini, non sceglieremo un nome che piace alla Germania”, è ripartito alla carica Salvini.
Il rischio è quello della rottura del patto di governo, con la minaccia di ritorno al voto.
Berlusconi, però, lo sapeva e aveva già  avvisato i suoi consiglieri: “Salvini romperà , datemi retta. Invece del governo avremo il voto anticipato”, aveva detto dopo la telefonata con il leader leghista lasciando, scrive Francesco Verderami sul Corriere della Sera, “esterrefatti i dirigenti forzisti”.
E Berlusconi, “galvanizzato dalla possibilità  di ricandidarsi”, gli aveva risposto di essere pronto alla sfida nonostante molti tra gli azzurri, Gianni Letta su tutti, siano ancora contrarissimi alla fine della legislatura.
Dato che i sondaggi gli sono favorevoli anche per la dabbenaggine di Di Maio che sembra disposto a cedere su tutto pur di andare al governo, Salvini eviterebbe la cosa di cui ha più paura: che gli elettori si accorgano che è solo un parolaio incapace di governare. Meglio monetizzare i consensi e andare al voto a ottobre, con una campagna elettorale improntata come sempre sulle “colpe degli altri”.

(da agenzie)

argomento: elezioni | Commenta »

PIERO DETTORI, LO SCANDALO DI UN UOMO DELLA CASALEGGIO A PALAZZO CHIGI

Maggio 26th, 2018 Riccardo Fucile

L’EX RESPONSABILE DEL BLOG DI GRILLO DIVENTERA’ CAPO DELL’UFFICIO DEL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO

A raccontarlo oggi è Repubblica in un articolo a firma di Carmelo Lopapa: Pietro Dettori, ex responsabile del blog di Beppe Grillo, dal maggio scorso responsabile editoriale dell’Associazione Rousseau, diventerà  capo dell’Ufficio del presidente del Consiglio a Palazzo Chigi.
Ieri Dettori era nella sala del governo di Montecitorio, ovvero nella stanza in cui sono passati i presidenti del Consiglio di questi 70 anni di Repubblica, da Fanfani a Moro, da Andreotti a Craxi, da Berlusconi a Gentiloni.
Al fianco di Beppe Grillo per tutto lo «Tsunami tour» del 2013, uomo di fiducia di Gianroberto Casaleggio (e anche del figlio Davide), Dettori ha lasciato l’anno scorso il suo impiego da social media manager alla Casaleggio associati.
Già  in passato ha partecipato in prima linea alle trasferte dei garanti a Roma e viene considerato dai vertici dei 5 Stelle come un punto fermo.
È stato uno dei perni negli ultimi quattro anni dello «staff» del blog – spesso curava in prima persona la gestione dei post e dei profili Twitter e Facebook – prima di migrare all’associazione Rousseau.
A prendere non benissimo la nomina è Michele Anzaldi, che mette nel mirino Casaleggio: “Un imprenditore privato, senza incarichi pubblici e senza mai essere stato eletto, gestirà  Palazzo Chigi con un suo fedelissimo. Un conflitto di interessi senza precedenti. Ecco quale sarebbe l’autonomia e l’indipendenza dell’avvocato Conte”.

(da “NextQuotidiano”)

argomento: governo | Commenta »

CROSETTO CON IL PIEDE IN DUE SCARPE: LA MANCATA NOMINA ALLA DIFESA, LE DIMISSIONI TEORICHE E GLI INCARICHI DA 300.000 EURO

Maggio 26th, 2018 Riccardo Fucile

LA LITE CON LA MELONI PERCHE’ VOLEVA FARE IL MINISTRO… LE DIMISSIONI NON ESECUTIVE E IL CONFLITTO DI INTERESSI PER IL SUO RUOLO A CAPO DELLA CONFINDUSTRIA SETTORE DIFESA CHE RIMANE

Motivi personali. Guido Crosetto lascia il Parlamento dopo lo stop alla sua corsa in quota Lega verso il ministero della Difesa, conseguenza del rifiuto di Fdi ad entrare in maggioranza
Sarebbe questa la vera ragione dietro il giallo delle dimissioni, arrivate dopo un vertice di fuoco nel partito.
Stop definitivo che sarebbe arrivato proprio da Giorgia Meloni, coerente con la scelta fatta di rimanere all’opposizione con Fi. Scelta di fronte alla quale però l’ex sottosegretario avrebbe provato fino all’ultimo a salvare le ambizioni personali.
Al culmine del confronto, avvenuto alla vigilia dell’investitura di Conte, mentre Crosetto provava a far pesare il suo ruolo di cofondatore, la leader di Fdi gli avrebbe risposto che se non intendeva rinunciare, poteva anche uscire dal partito.
Il resto, le dimissioni e il calcio dell’asino a Berlusconi, sarebbe da attribuire al temperamento sanguigno del piemontese.
Tuttavia come si sa, le dimissioni presentate a Montecitorio per «motivi personali» passano, dopo un iter di diversi mesi, per un voto dell’aula che quasi sempre le respinge.
Nel frattempo Crosetto sarà  condannato, si fa per dire, a ricoprire la carica pubblica.
E a rimanere in conflitto di interessi, data l’incompatibilità  fra il mandato parlamentare e la carica di presidente dell’Aiad, preziosa costola di Confindustria nel settore difesa e aerospazio con fatturato da 15 miliardi, che Crosetto guida dal 2014.
Carica dalla quale l’onorevole aveva annunciato l’autosospensione nel gennaio scorso per incompatibilità , dopo la nomina a coordinatore di Fdi.
Dunque solleva più di un interrogativo la diffusione in questi stessi giorni degli inviti a un convegno organizzato dall’Aiad, in cui il parlamentare compare in qualità  di presidente ancora in carica dell’associazione confindustriale, controllata al 51% da Leonardo.
In sostanza Crosetto, che in un’intervista al Messaggero ha invitato Berlusconi a farsi da parte, non si sarebbe fatto da parte da nessuna delle sue cariche in attesa di vedersi spalancare un posto da ministro poi svanito.
La carica all’Aiad tra l’altro prevede un lauto appannaggio da 300mila euro.

(da “il Giornale”)

argomento: Fratelli d'Italia | Commenta »

SALVINI ALLE CORDE IN VENETO: I LEGHISTI NON VOGLIONO L’ALLEANZA CON DI MAIO

Maggio 26th, 2018 Riccardo Fucile

E SONO CORRISPOSTI DAI LEADER GRILLINI: “MAI CON LA LEGA”

Per ora Matteo Salvini è riuscito a far sparire il problema, ma la contraddizione nella Lega è evidente. Una parte importante, e agguerrita, del partito vede il Movimento 5 Stelle come il nemico, puro fumo negli occhi.
È Italia Oggi ad alzare il tappeto e scoprire la polvere del Carroccio. È il Veneto la “fronda anti-grillina” del partito, una bomba ad esplodere alla prima occasione buona.
Nella regione governata (anzi dominata) da Luca Zaia, i 5 Stelle hanno dichiarato guerra alla Lega per la legge elettorale regionale, ma è solo l’ultimo pretesto.
In consiglio regionale sono apparsi cartelli “Chi l’ha visto” indirizzati a Zaia e dalla Lega il capogruppo Nicola Finco ha battezzato a modo suo i grillini: “Siete dei pagliacci, dove governate fate disastri”.
Nel Movimento la pensano allo stesso modo: almeno in Veneto, “mai con la Lega”. “Sono un soldato e faccio quel che mi dice il Movimento – spiega il capogruppo M5s in Regione Jacopo Berti – ma non mi si può chiedere di cambiare radicalmente idea rispetto a tutto quel che abbiamo detto e fatto in questi anni in Veneto, dove la Lega non è il partito antagonista che vediamo a Roma, ma il tassello fondamentale di un sistema di potere che domina la Regione da 20 anni. Può creare dei problemi? Lo capisco e mi dispiace. Ma su Pedemontana, Mose e Banche popolari, io non arretro di un centimetro”.
Aveva addirittura minacciato dimissioni in caso di accordo a Roma, per ora congelate. Come il dissenso di una parte importante, se non fondamentale, della Lega al Nord.

(da “La Stampa”)

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NEW YORK TIMES DICE LA VERITA’: “CONTE? UNO SCONOSCIUTO LA CUI UNICA QUALIFICA E’ ESEGUIRE GLI ORDINI”

Maggio 26th, 2018 Riccardo Fucile

“QUANTI DANNI POTRANNO FARE?”

“Non è chiaro quanti danni potrà  fare la coalizione”, scrive il giornale, che sottolinea le differenze ideologiche fra le due formazioni politiche che la compongono e la risicata maggioranza di cui godono in Parlamento.
Tuttavia il cambiamento di direzione in un membro chiave dell’Unione europea la cui fedeltà  al progetto europeo non era messa in dubbio, rappresenta “un serio colpo” ai progetti di un rafforzamento dell’integrazione europea portati avanti dal presidente francese Emmanuel Macron e la cancelliera tedesca Angela Merkel.
“Se l’Italia, la quarta economia dell’Ue, inizia a sfidare le regole dell’Unione e chiede di rinegoziare i termini della sua adesione, sarà  più difficile tenere gli altri membri in riga”, afferma il New York Times.
Tuttavia, conclude il giornale, “è troppo presto perchè Bannon e i suoi alleati possano celebrare o i campioni dell’Unione si facciano prendere dal panico. Il fascino dei populisti potrebbe presto svanire se non troveranno soluzioni concrete al risentimento che li ha portati al potere. Il compito di Macron e Merkel e dei loro alleati è di mantenere la barra dei valori, la coerenza e le regole dell’Ue, ma anche di riconoscere e affrontare la rabbia che ha alimentato la ribellione”.

(da agenzie)

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