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L’EVASIONE IN PORTOGALLO SI E’ DIMEZZATA COLLEGANDO I REGISTRATORI DI CASSA ALL’AGENZIA DELLE ENTRATE, MA IN ITALIA NESSUNO LO PROPONE

Maggio 24th, 2018 Riccardo Fucile

INTRODOTTO DAL CENTRODESTRA LUSITANO E MANTENUTO DAL CENTROSINISTRA… DA NOI PENSANO AI CONDONI E   A FAVORIRE GLI EVASORI

Lisbona, quartiere di Alfama, undici di sera. Fuori, il vento dell’Atlantico spazza via le ultime nuvole della giornata.
Dentro, una donna siede al tavolo della cucina. Accende il tablet, si collega al sito dell’agenzia delle entrate portoghese e inserisce la password.
Sul video appaiono alcune scritte colorate: salute, educazione, familiari, affitto, lavori di casa, trasporti, ristoranti, supermercato, veterinario, parrucchiere, automobile, motociclo.
Sotto ogni scritta c’è una cifra. «Indicano quanto ho speso l’anno scorso per ciascuna di queste voci, e di conseguenza quanto potrò detrarre dalla mia dichiarazione dei redditi».
Catarina Pinto da Silva, 40 anni, commessa dei grandi magazzini El Corte Inglès, può contare su quattro vantaggi rispetto a una sua collega italiana alle prese in questi giorni con il 730.
Il primo è che risparmierà  3.753 euro di tasse, traduzione pratica di quelle detrazioni che appaiono sul tablet.
Il secondo è che per ottenere questo sconto non c’è stato bisogno di accumulare in qualche cassetto di casa centinaia di scontrini, come invece succede da noi a chi vuole scaricare le spese sanitarie: perchè ogni volta che è andata a comprare qualcosa, a farsi la messa in piega o a pagare l’idraulico, Catarina ha fornito il suo codice fiscale ricevendo in cambio uno scontrino identificativo caricato direttamente sul sito dell’agenzia delle entrate.
Il terzo vantaggio è che alla commessa di Lisbona per compilare la dichiarazione dei redditi basterà  schiacciare il tasto invio per spedirla al Fisco.
Il quarto e ultimo beneficio dipende invece dalla fortuna. Ogni volta che la donna spende 10 euro, lo scontrino riporta un codice numerico che le permette di partecipare a una lotteria con premio massimo di 50 mila euro.
«Di tutte le persone che conosco nessuno finora hai mai vinto la lotteria», racconta la signora Pinto da Silva, «ma la speranza di farcela, e soprattutto la certezza di poter risparmiare qualche migliaio di euro all’anno, ha portato a un cambiamento radicale nell’atteggiamento di noi portoghesi: mentre prima era un’abitudine di pochissimi, oggi qui si fa a gara per farsi fare lo scontrino».
Il nome dato a questo programma è “e-fatura”.
Significa fatturazione elettronica ed è stato introdotto a partire dal 2013 per combattere l’evasione. Una piaga devastante per l’economia lusitana. O almeno così era fino a cinque anni fa, quando l’allora governo di centro destra, nel pieno della crisi finanziaria che ha portato a Lisbona i tecnici della Troika, decise di adottare questo metodo basato su una piccola rivoluzione tecnologica: collegare tutti i registratori di cassa del Paese all’agenzia delle entrate, così da tenere traccia di ogni fattura o scontrino emesso.
I dati dell’istituto di statistica portoghese dimostrano che la riforma ha prodotto risultati invidiabili.
Racconta Monica Paredes, portavoce del ministro delle Finanze Mario Centeno, da poco diventato anche presidente dell’Eurogruppo: «Da quando è partito il programma e-fatura, le entrate fiscali sono aumentate in modo significativo, molto di più rispetto a quanto è cresciuto il pil e i consumi delle famiglie. Tutto questo significa una cosa: è calata l’evasione fiscale».
Detta dal rappresentante di un governo di sinistra, che la riforma l’ha ereditata senza cambiarla di una virgola, l’affermazione assume un valore ancor più significativo. Soprattutto se osservata da casa nostra, dove l’economia nera sottrae ogni anno decine di miliardi alle casse dello Stato.
Gli studi più attendibili calcolano che in Italia vengono evasi ogni anno tra i 110 e i 140 miliardi di euro. Soldi con cui, tanto per dire, si potrebbe raddoppiare la spesa sanitaria nazionale.
O dare una netta sforbiciata alle tasse in un Paese in cui, calcola l’Ocse, la pressione fiscale è la sesta più alta al mondo.
Il problema è come recuperarli, questi soldi, cioè come far sì che tutti paghino le imposte.
Quanto è costata invece la riforma portoghese? Zero.
I commercianti si sono infatti limitati ad aggiornare i loro sistemi di fatturazione, permettendo a ogni registratore di cassa di trasmettere direttamente le ricevute al Fisco, e il nuovo sistema è partito.
Spiega Diogo Ortigà£o Ramos, avvocato di Lisbona esperto in diritto tributario e partner dello studio Cuatrecasas: «L’unico aiuto pubblico messo a disposizione consiste nella possibilità  offerta ai commercianti di recuperare più velocemente del passato i costi sostenuti per aggiornare i registratori di cassa. Anche per questo credo che la riforma abbia avuto un successo clamoroso a livello popolare. Ha permesso di ridurre l’economia sommersa e ha modificato la percezione della gente nei confronti delle tasse».
Il tutto senza aumentare la spesa pubblica nè la pressione fiscale.
Viene da chiedersi allora perchè l’Italia non abbia ancora seguito il modello lusitano. E per quale motivo, invece di proporre riforme che secondo molti esperti rischiano di mandare a picco i conti del Paese, i partiti che si apprestano a governarlo non prendano in considerazione una riforma magari meno allettante della flat tax, ma decisamente più praticabile.
Indagando sul tema si scopre che in realtà  l’idea di prendere spunto da Lisbona era stata seriamente considerata dai governi guidati da Enrico Letta, Matteo Renzi e Paolo Gentiloni. Ma alla fine non se n’è fatto niente.
Lo racconta un alto funzionario del ministero dell’Economia, che in cambio dell’anonimato spiega chi finora si è opposto alla rivoluzione.
«Va detto che un piccolo passo in avanti è stato fatto con le detrazioni per le spese mediche, visto che i registratori di cassa delle farmacie sono già  collegati all’agenzia delle entrate. Premesso questo, esistono evidentemente alcune categorie che guardano con preoccupazione una riforma simile a quella portoghese. Ci sono i commercianti, i quali vedrebbero diminuire sensibilmente la possibilità  di fare nero, ma anche i commercialisti e tutte quelle associazioni che attraverso i Caf incassano parecchio denaro ogni anno assistendo pensionati e dipendenti alle prese con la dichiarazione dei redditi», racconta la fonte del ministero dell’Economia.
Di certo alla fine ne è venuta fuori una riforma che porta lo stesso nome di quella portoghese (e-fattura), ma ha caratteristiche piuttosto diverse.
Dal 2015 in Italia i fornitori della pubblica amministrazione devono emettere fatture elettroniche, obbligo che dal prossimo luglio dovrebbe essere esteso a tutte le cessioni di carburante e dal gennaio dell’anno prossimo sarà  allargato a ogni operazione commerciale tra imprese.
La differenza fondamentale rispetto al Portogallo è che da noi gli scontrini elettronici non arriveranno ai consumatori finali.
I quali non potranno scaricare dalla dichiarazione dei redditi spese come l’idraulico, il gommista o il parrucchiere. Proprio i settori in cui, dice l’agenzia delle entrate, l’evasione fiscale è più diffusa.
Secondo Andrea Parolini, docente di diritto tributario all’università  Cattolica di Milano e partner dello studio Maisto e Associati, «è un peccato non aver ancora deciso di dare queste opportunità  ai contribuenti. Sebbene queste ipotesi facciano spesso sorridere i puristi della materia, l’esperienza portoghese dimostra che nella lotta all’evasione dell’Iva gli strumenti premiali possono essere efficaci quanto quelli restrittivi».
La tesi è condivisa anche da alcuni esponenti della cultura umanistica. Spiega ad esempio Gabriele Giacomini, ricercatore di Neuroscienze cognitive e Filosofia della mente all’università  di Udine: «Come sosteneva Foucault, lo Stato non deve limitarsi a punire, deve anche premiare i comportamenti virtuosi perchè così li incentiva. Quella portoghese è una soluzione dove vincono tutti: lo Stato, che incassa più denaro, e il singolo cittadino che risparmia e può sperare di vincere la lotteria».
Vincenzo Visco, più volte ministro delle Finanze con il centro sinistra, uno che della lotta all’evasione ha fatto il suo tratto distintivo, condivide buona parte della strategia fiscale adottata da Lisbona, a partire dal collegamento dei registratori di cassa con l’agenzia delle entrate.
«Lo avevo suggerito a Renzi quattro anni fa», racconta l’ex ministro, «ma non se n’è fatto niente e credo che la ragione sia semplice: si è creduto che in un Paese di piccole imprese la tolleranza sull’evasione portasse consenso».
Ciò che Visco non condivide del modello lusitano è però la possibilità  di detrarre le spese dichiarate: «Da una parte questo toglie gettito potenziale, perchè lo Stato rischia di restituire più di quanto incassa, dall’altra non va dimenticato che esiste sempre la possibilità  di un accordo tra le parti». Come dire: pagare in nero è comunque più conveniente che farsi fare la ricevuta, sebbene detraibile. «Sarebbe meglio limitarsi alla lotteria», è la sintesi di Visco, «così da offrire un incentivo senza perdere gettito». Alla fine, comunque la si pensi resta un fatto, anzi due. La riforma ha permesso al Portogallo di migliorare i conti pubblici senza alzare le tasse per persone e imprese.
E il nuovo governo italiano, quello che va formandosi con Lega e Movimento 5 Stelle al potere, non sembra avere alcuna intenzione di prendere esempio da Lisbona.

(da “L’Espresso”)

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MA CHE COINCIDENZA: SALVINI PARLA A MERCATI APERTI DI SAVONA ALL’ECONOMIA E LO SPREAD SCHIZZA A 194 E INCORAGGIA LA VENDITA DEI TITOLI BANCARI

Maggio 24th, 2018 Riccardo Fucile

IN ALTRE OCCASIONI LA MAGISTRATURA HA APERTO UN FASCICOLO PER APPURARE CHI APPROFITTA COME UN OROLOGIO SVIZZERO DI QUESTE USCITE PERIODICHE PER OPERARE IN BORSA, GUADAGNANDO TANTI EURINI

A poco più di un’ora dalla fine delle contrattazioni Piazza Affari allarga le perdite: le vendite sono aumentate dopo le parole del leader della Lega, Matteo Salvini, convinto che se l’Ue chiederà  all’Italia una manovra da 10 miliardi, il nuovo governo giallo-verde «farà  il contrario».
Salvini ha inoltre difeso il nome di Paolo Savona come ministro dell’Economia:«Pare che qualcuno non voglia Savona ministro dell’Economia.
In mattinata, invece, l’indice era arrivato a guadagnare l’1%, sull’onda del discorso pronunciato ieri sera da Conte.
Lo spread intanto ha toccato i 192 euro.
Le parole di Salivi hanno incoraggiato le vendite sulle banche, che invece in mattinata avevano tentato il recupero.
Del resto un’incertezza politica potrebbe essere seriamente penalizzare il settore, particolarmente esposto all’andamento dei bond e dello spread.
Banca Pop Er , dopo avere più volte cambiato la direzione di marcia, ha imboccato la strada del ribasso, perdendo i punti conquistati ier
Sono inoltre vendute le azioni di Unicredit, nonostante che gli analisti di Equita abbiano raccomandato un giudizio positivo.
Ieri anche Fitch aveva lanciato l’allarme sulle banche italiane, in modo da tenere conto dell’impatto legato all’incertezza politica.
Fuori dal paniere principale, Banca Mps perde oltre il 3%, pagando dazio all’incertezza politica. La banca senese è legata a doppio filo alle vicende del Governo, dal momento che il Tesoro detiene il 68% del capitale.

(da “il Sole24Ore”)

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COSA PENSANO GLI STUDENTI DELL’UNIVERSITA’ DI FIRENZE DEL PROFESSOR CONTE?

Maggio 24th, 2018 Riccardo Fucile

MOLTE LE CRITICHE: “SPOCCHIOSO, ARRIVA SEMPRE IN RITARDO ALLE LEZIONI O NON SI PRESENTA NEPPURE, DISORGANIZZATO”

Mentre nei palazzi della politica proseguono le consultazioni che porteranno alla nascita del Governo del cambiamento continua a crescere la curiosità  sull’avvocato del popolo Giuseppe Conte.
Parzialmente soddisfatte quelle sul curriculum e sulla singolare scelta di inserirci anche le giornate trascorse in biblioteca e in attesa di conoscere come si svilupperà  la visione politica del Presidente del Consiglio ci si concentra sul gossip.
Non il «maligno gossip-check-up» inviso a Beppe Grillo.
Ed in mancanza d’altro per conoscere un po’ di più il personaggio ci si affida anche alle opinioni degli studenti dell’Università  di Firenze che hanno frequentato il corso di Conte e sostenuto con lui l’esame di diritto privato.
L’ANSA ad esempio è andata ad intervistare alcuni ex studenti di Conte .
Ieri era il giorno del primo appello per l’esame e dal momento che Conte era al Quirinale gli studenti hanno sostenuto la prova con gli assistenti.
Non tutti gli ex alunni di giurisprudenza però esprimono giudizi lusinghieri.
Ha suscitato molto scalpore il post di un’ex studentessa (poi rimosso) che accusava Conte di avere un “fare spocchioso”, di arrivare in ritardo a lezione o di non presentarsi affatto.
Per arrivare infine alla presunta tendenza del docente nel “fare gli occhioni dolci alle studentesse”.
Parallelamente nei giorni scorsi sono comparsi su Facebook diversi screenshot che sembrerebbero corroborare l’ipotesi che il professor Conte non sia poi così amato da tutti.
Si tratta per lo più di post pubblicati nei gruppi Facebook degli studenti della facoltà  di Giurisprudenza negli anni scorsi (2013) e che riguardano ad esempio la “disorganizzazione” nella pubblicazione delle date degli appelli o nella registrazione degli esami.
In alcuni commenti Conte viene definito “l’uomo più mal organizzato della storia universitaria italiana”.

(da “NextQuotidiano”)

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QUANDO E COME PAOLO SAVONA HA CAMBIATO IDEA SULL’EURO DOPO AVER DIFESO LA PIU’ BECERA ORTODOSSIA MONETARIA

Maggio 24th, 2018 Riccardo Fucile

QUANDO INVOCAVA PIU’ POTERI ALLA BANCA CENTRALE E UN EURO FORTE… LA CONVERSIONE SOLO NEL 2012 PER USCIRE DALLA MARGINALITA’ POLITICA CUI ERA ORMAI CONFINATO ED ECCO CHE SCOPRE CHE “SIAMO SERVI DELLA GERMANIA”

Interviste, fondi, lettere al direttore, c’è un po’ di tutto nella florida produzione pubblicistica di Paolo Savona prima che diventasse “No-Euro”, prima che svelasse il “complotto tedesco per colonizzare l’Europa con la moneta”, prima che si accorgesse che la BCE altro non è che lo strumento per la realizzazione del “piano Funk” .
Ed è davvero difficile collezionare l’incredibile messe di articoli, ispirati alla più becera e ottusa ortodossia monetaria, partorita dall’autorevole economista prima che venisse illuminato sulla via di Savona e cominciasse ad accreditare teorie economiche efficaci come il metodo Stamina.
Ma d’altronde vi risulta esista, nel 2018, un sistema più efficace per prendere i big like e candidarsi come possibile ministro 25 anni dopo il Governo Ciampi che spararla grossa dal pulpito dell’internet?
In effetti no, nell’epoca dell’uno vale uno, della politica ridotta a chiacchiera da bar, dei ministri improvvisati e dei 31enni senza competenze che “fanno la storia”, non c’è da meravigliarsi.
E dunque non meraviglia il fatto che tutti gli illustri intellettuali del sovranismo nei quinquennio 92-97 quando si prendevano le decisioni sulla moneta unica fossero tutt’altro che rivoluzionari, fossero anzi perfettamente inseriti nel pensiero economico monetarista ortodosso e tacessero sui “danni dell’euro” che dovevano poi scoprire nell’epoca di Paolo Barnard, Claudio Borghi e Alberto Bagnai.
Un esempio su tutti: avrete senz’altro sentito parlare di Euro come “strumento per attuare la deflazione salariale”, come “macigno gettato dalle èlite sulle spalle del popolo ignaro”.
Beh per Savona nel 2000 questo non solo non era un problema, ma addirittura un’opportunità .
In una lettera al Direttore del Corriere della Sera del 13 maggio 1999, il professore si lamentava del fatto che: “la debolezza dell’euro sul dollaro” alterasse “le condizioni di una corretta concorrenza sul mercato globale riducendo la pressione sui governi e i sindacati per modificare le condizioni …. che ostacolano la crescita del reddito e dell’occupazione”
Mannaggia all’euro troppo debole
Non c’è che dire: Jens Weidmann — e con lui tutti gli ordo-liberisti — sarebbe orgoglioso di un “tecnico” senza peli sulla lingua che dice chiaramente che l’euro non funziona bene; ma non (come dice Bagnai e oggi anche Savona) perchè è sopravvalutato, ma perchè lascia questi pigri governi levantini e i noiosissimi sindacalisti italiani liberi di cazzeggiare e strapagare gli operai.
Ancora, domenica 2 gennaio 2000, sempre sul Corriere, Savona tornava con un editoriale a lagnarsi dell’Euro troppo debole, sfotteva politici e banchieri centrali rei di ripetere che l’euro “era una moneta forte” quando lui (col solito senno di poi) aveva già  capito tutto e invocava, addirittura “più poteri alla Banca Centrale”.
Quella Banca Centrale che oggi, epigona nientemeno dei governi nazisti, ci vuole così male.
Ma non basta. Gli archivi di Repubblica riportano una posizione di Savona del 1996 (quando si discuteva il concambio lira/marco in base al quale sarebbe stato deciso poi il cambio lira/euro) con la quale il futuro ministro gialloverde invocava di apprezzare la Lira e cambiarla a 950 £/1dm invece che 1000 £/1dm e avere così una valuta più forte.
La Stampa dell’8 settembre 1997 riporta poi — nel contesto del dibattito avviato da Rudy Dornbush sulla data più opportuna per avviare la moneta unica — un’opinione dell’epoca di Savona per il quale l’Euro doveva essere “vicino, vicinissimo” se possibile “addirittura anticipato”
La conversione sulla via di Savona
Una costante nel pensiero savoniano però la ritroviamo anche vent’anni fa: l’amore per il komblotto. Andando a frugare sempre nell’archivio di Repubblica, troviamo una dichiarazione del settembre 1997 (4 anni e mezzo prima dell’introduzione della moneta unica) quando Savona avvertiva che “le sorti dell’euro resteranno incerte sino all’ultimo momento” poichè “una bufera monetaria voluta da gruppi di potere ostili all’integrazione monetaria” sarebbe in grado di far naufragare il progetto.
Saranno gli stessi oscuri gnomi che oggi complottano contro la Nazione Sovrana? (Speriamo che Mattarella glielo chieda).
Insomma non solo quando contava davvero qualcosa Paolo Savona si guardava bene dal rompere le scatole a politici, economisti, banchieri che lavoravano per introdurre la moneta unica, ma si diede da fare per partecipare e sostenere il processo di integrazione e, una volta introdotto il nuovo conio, si guardò bene per una decina d’anni dal criticarlo se non per il solo motivo che tendeva a svalutarsi troppo facilmente drogando la concorrenza e ingrassando le aziende europee in maniera inefficiente.
Poi nel 2012, in piena recessione, probabilmente un po’ annoiato dalla marginalità  politica alla quale era stato confinato se non altro per motivi anagrafici, nasce il nuovo Savona.
Il Savona che ci spiega che siamo servi della Germania, che l’Euro è il male, che abbiamo bisogno di un piano B per uscire dall’euro.
Beh, ma forse su questo lo dovremmo ascoltare, lui il Piano B l’ha messo in pratica alla perfezione. Il suo.

(da “NexQuotidiano”)

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E SE DI MAIO LEGGESSE IL CURRICULUM DI PAOLO SAVONA?

Maggio 24th, 2018 Riccardo Fucile

LA MALAFINANZA SI COMBATTE FORSE CON CHI HA FATTO PARTE INTEGRANTE DI QUEL SISTEMA?

L’analisi del curriculum vitae è diventato l’argomento della settimana. Sono circa trenta anni che, per motivi professionali, valuto curricula e, da sempre, i criteri di scelta dei candidati sono tarati sui profili richiesti dal committente.
Esiste, in questa attività , una regola imprescindibile: indipendentemente dai requisiti oggettivi e, spesso, anche brillanti del candidato (voti, skill, esperienze, pubblicazioni, ecc), è necessario che nel processo di selezione ci sia coerenza tra ciò che vuole il datore di lavoro e ciò che il selezionando può esprimere nel ruolo da affidargli.
Ecco il punto.
Negli ultimi anni e soprattutto durante tutta la campagna elettorale il M5S ha focalizzato tanta attenzione sui temi della malafinanza proponendo anche un ricambio generazionale del management che aveva provocato quei disastri.
Facce nuove, pulite e senza alcun legame con l’establishment consolidato
Non solo. Nella successiva proposta di contratto di governo sono stati evidenziati punti determinanti per la lotta al sacco bancario come la creazione di una banca pubblica, la revisione del bail in, l’inasprimento delle pene per i fallimenti dolosi responsabilizzando management e autorità  di controllo e la separazione tra banche di investimento e credito al pubblico.
Una vera e propria rivoluzione, se si facesse.
E soprattutto se si realizzasse con un ministro dell’Economia dal profilo appunto coerente con le dichiarazioni elettorali dei rappresentanti dei datori di lavoro (elettori). Il professor Paolo Savona, dall’eccellente e ricco curriculum, indicato da Matteo Salvini, sembra infatti una scelta poco coerente con i propositi di Di Maio.
Qui non si discutono le skill e la caratura dell’esimio professore.
Qui non stiamo ragionando sui rischi derivanti dall’approccio anti-euro dell’illustre economista.
Qui ci si meraviglia di fronte alla incoerenza tra ciò che si è “venduto” durante la campagna elettorale e quello che invece si sta proponendo una volta ricevuta la fiducia dagli italiani.
Forse Luigi Di Maio non ha letto (nel relativo cv) che il professor Savona è stato dapprima Direttore Generale e poi Amministratore delegato della Banca Nazionale del Lavoro, allora banca pubblica, nel periodo in cui (1989-1990) scoppiò lo scandalo della filiale di Atlanta per i prestiti erogati all’Iraq.
Forse il capo politico 5 stelle non ha letto che il professor Savona è stato il Vice Presidente di Capitalia del plenipotenziario Geronzi nel periodo in cui i conti della banca erano talmente disastrati che probabilmente, se non fosse intervenuto il governo Prodi e soprattutto l’allora governatore di Bankitalia, Antonio Fazio, che obbligò Unicredit nel 2007 alla fusione per incorporazione, si sarebbero dovuti portare i libri contabili in tribunale.
Forse Di Maio non ha letto che il professor Savona, dopo la fusione tra Unicredit e Capitalia, è stato anche il Presidente di Unicredit-Banca di Roma, una di quelle banche di cui ho narrato le poco ortodosse vicende nei miei libri di inchiesta senza mai ricevere neppure una querela per diffamazione.
Indagato per usura nel 2014 dal Tribunale di Trani, il professore durante il suo mandato in Unicredit aveva al suo fianco, come direttore generale, Alessandro Cataldo, il quale fu successivamente inquisito, unitamente al suo mentore Fabrizio Palenzona dal tribunale di Firenze per concorso in truffa e appropriazione indebita (il riciclaggio è stato recentemente escluso dalle accuse).
Siamo proprio certi che il curriculum vitae sia stato letto con attenzione?
Siamo proprio sicuri che si voglia combattere la malafinanza con chi faceva parte di quel sistema ?
Siamo proprio certi che si tratti di “Terza Repubblica”?
Siamo proprio sicuri che si tratti di una “rivoluzione”?
A volte la coerenza ha un prezzo.

(da “il Fatto Quotidiano“)

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IL TRIBUNALE ACCOGLIE IL RICORSO DEI 33 GRILLINI CONTRO GRILLO

Maggio 24th, 2018 Riccardo Fucile

IL RECLAMO CHIEDEVA DI TOGLIERE NOME E SIMBOLO:   IL GIUDICE ORDINA A GRILLO DI CONSEGNARE AL CURATORE I DATI DEGLI ISCRITTI ALLA PRIMA ASSOCIAZIONE

Il 29 marzo scorso il tribunale di Genova aveva respinto il ricorso dei 33 attivisti del MoVimento 5 Stelle che assistiti dall’avvocato Lorenzo Borrè volevano togliere nome e simbolo alla creatura nata da Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio.
Contro quella decisione i 33 hanno proposto un reclamo. Il reclamo è stato parzialmente accolto dal tribunale.
Nella nuova decisione il Tribunale ordina a Grillo la consegna al Curatore dei dati degli iscritti alla prima associazione, stabilendo una sanzione di 3mila euro per ogni giorno di ritardo.
Sono state invece rinviate all’approfondimento del giudizio di merito le questioni inerenti al diritto di uso esclusivo del nome, del simbolo e del sito.
Il presupposto che ha dato vita al ricorso è che Grillo, avallando la costituzione della terza associazione nel dicembre scorso e concedendogli il simbolo, è entrato in conflitto di interessi nella difesa della prima associazione, quella del 2009 che diede vita al MoVimento.
A marzo il tribunale aveva ritenuto che la domanda formulata da Curatore non fosse accoglibile in quanto da un lato, si leggeva nella sentenza, non risultava “provato il presupposto identificativo, ovvero essere la ricorrente titolare, anche solo di fatto od anche solo del diritto di utilizzo, del nome e del simbolo descritto in atti” essendo per contro pacifico che “all’art. 3 del NON Statuto gli associati hanno convenuto — e comunque accettato — che il nome fosse abbinato ad un contrassegno registrato a nome di Beppe Grillo ed hanno riconosciuto Grillo quale unico titolare dei diritti di utilizzo dello stesso”.
Dall’altro lato, il Tribunale aveva asserito che “con la registrazione del nome e del simbolo presso il Viminale e la successiva campagna elettorale ‘garantita’ anche dal leader storico dell’Associazione del 2009, fino alle consultazioni politiche di marzo, si può ragionevolmente ritenere che, per la comunità  degli elettori, il nome ed il simbolo sono attributi individualizzanti stabilizzati dell’associazione-partito del 2017”.
Oggi il tribunale di Genova riforma in parte quella decisione, in parziale accoglimento dell’ordinanza reclamata e:
Ordina a Giuseppe Piero Grillo di consegnare alla reclamante Associazione MoVimento 5 Stelle, costituita nel 2009 (denominata “non Associazione” nel “non Statuto” in atti), in persona del Curatore speciale Avv. Luigi Cocchi, entro 30 giorni dalla notifica del presente provvedimento, dell’elenco dei dati essenziali degli iscritti, costituiti da nome, cognome, indirizzo email, eventuale numero di telefono ed indirizzo cartaceo se forniti; fatta salva la facoltà  per il titolare dei dati di consegnare — anche per comodità  di esecuzione, qualora l’estrazione dei dati sopra indicati comporti una ulteriore attività  — eventuali altri dati in suo possesso.
Tale consegna dovrà  avvenire mediante estrazione dei predetti dati dalla banca dati dell’associazione in formato elettronico aperto, leggibile con i principali programmi open source disponibili su internet. Qualora i dati siano organizzati in una banca dati realizzata con software proprietario e non siano facilmente estraibili in formato aperto, dovrà  essere messo a disposizione l’accesso alla banca dati per l’estrazione e la consultazione dei dati a cura del richiedente.
Per il resto, il tribunale fissa l’importo di 3000 euro di sanzione per ogni giorno di ritardo e conferma l’ordinanza reclamata, rinviando per le spese al giudizio di merito. “Il tribunale lascia aperta la questione del merito e quella della titolarità  del dominio”, dice l’avvocato Borrè a neXt Quotidiano. “Il provvedimento consentirà  la riorganizzazione della prima associazione e la nomina di un nuovo capo politico in sostituzione di Grillo. Siamo soddisfatti perchè consente la ripresa dell’attività  associativa; confidiamo che nel merito venga accertato il diritto di esclusiva dell’associazione 2009”.

(da “NextQuotidiano”)

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BERLUSCONI ESCE DA CONTE E NON PARLA

Maggio 24th, 2018 Riccardo Fucile

LA VERSIONE CHE GIRA E’ CHE FOSSE FURIOSO E QUINDI PREFERIBILE NON PARLARE A BOTTA CALDA

Salito a Montecitorio per guidare la delegazione di Forza Italia da Giuseppe Conte, premier incaricato, il Cav se n’è andato restando muto.
Nessuna dichiarazione ai giornalisti.
Soprattutto, anche gli altri esponenti azzurri si sono visti imporre la consegna del silenzio, dopo che prima del faccia a faccia si erano invece sbottonati ribadendo la linea della contrarietà  al governo di Lega e M5s.
Fuori dai palazzi gira una voce: il confronto con Conte forse è andato peggio del previsto, sicuramente non è servito a mitigare l’arrabbiatura di Berlusconi per la sterzata grillina di Matteo Salvini.
E parlare a botta calda avrebbe forse peggiorato ulteriormente i già  difficili rapporti con quello che resta un alleato strategico nel presente (governi locali ed elezioni amministrative imminenti) e nel futuro (quando si tornerà  al voto politico).
Da qui la strategia “contenitiva”: silenzio, per non fare show controproducenti.
Subito dopo aver visto Conte, Berlusconi ha avuto un breve faccia a faccia con il segretario della Lega Matteo Salvini alla Camera.
Il Cavaliere non ha voluto parlare con i giornalisti neanche al suo ritorno a Palazzo Grazioli, dove ha immediatamente convocato un vertice di Forza Italia.
La posizione ufficiale del partito arriva poco dopo, con una nota: “Forza Italia ribadisce la linea politica tracciata nella nota diffusa questa mattina con la scelta di votare no alla fiducia e di stare all’opposizione”.

(da agenzie)

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MATTARELLA FINALMENTE SI INCAZZA: “INAMMISSIBILI DIKTAT AL PREMIER DESIGNATO E AL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA”

Maggio 24th, 2018 Riccardo Fucile

I DUE CIALTRONI PENSANO DI ESSERE A MOSCA DOVE IL LORO MANDANTE IMPONE OLIGARCHI E MANEGGIONI… ORA VOGLIONO MINISTRI SERVI COME IL PRESTANOME CHE HANNO TROVATO IN BIBLIOTECA

Sergio Mattarella giustamente irritato con Matteo Salvini e Luigi Di Maio per le loro incursioni sulla scelta dei nomi dei ministri.
Secondo quanto riferito “al Quirinale stanno attendendo i risultati delle consultazioni di Giuseppe Conte dopo l’incontro di ieri” ma, alla domanda se esistano veti presidenziali su alcuni ministri, al Quirinale si risponde che “il tema all’ordine del giorno non è quello di presunti veti ma, al contrario, quello dell’inammissibilità  di diktat nei confronti del presidente del Consiglio e del presidente della Repubblica nell’esercizio delle funzioni che la Costituzione attribuisce a tutti due”.
A scatenare l’ira del Colle è stata probabilmente la blindatura reiterata che sia Salvini che Di Maio hanno fatto, a partire da ieri sera, sul nome di Paolo Savona indicato a più riprese come ministro dell’Economia.
Un atteggiamento che il presidente vive come un’interferenza nelle funzioni che la Costituzione attribuisce al presidente della Repubblica e al presidente del Consiglio.
Sulla scelta dei ministri la Costituzione prevede suggerimenti condivisi tra presidente del Consiglio e presidente della Repubblica.
La preoccupazione del Colle è che si stia cercando di limitare l’autonomia del presidente del Consiglio incaricato e, di conseguenza, del presidente della Repubblica nell’esercizio delle loro prerogative.
L’articolo 92 della Costituzione, tra le altre cose, recita: “il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri”.

(da agenzie)

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TRAVAGLIO, NON PRENDERCI PER IL CURRICULUM

Maggio 24th, 2018 Riccardo Fucile

IL FUSTIGATORE DI COSTUMI SI E’ SPUTTANATO PER REGGERE IL MOCCOLO A   UN SOGGETTO CHE IN ALTRE OCCASIONI PER MOLTO MENO AVREBBE MASSACRATO

Marco Travaglio continua oggi sul Fatto la battaglia in difesa di Giuseppe Conte iniziata nei giorni scorsi dal MoVimento 5 Stelle.
Se ieri Beppe Grillo se la prendeva con il «maligno gossip-check-up» oggi il direttore del Fatto carica a pallettoni il suo editoriale contro i giornaloni spiegando che tutto quello che è stato scritto su Conte è «un misto di falsità , suggestioni, allusioni, smentite ad affermazioni mai fatte, notizie neutre spacciate per negative e notizie dubbie potenzialmente negative».
È la storia del curriculum del professor Conte, sul quale l’unico titolato a parlare fino ad ora non ha sentito la necessità  di fare chiarezza
Marco Travaglio prende per il curriculum i lettori
Poco male perchè in ogni caso la vicenda del curriculum gonfiato non è un impedimento alla sua corsa verso Palazzo Chigi.
Ma come Marco Travaglio ci ha insegnato in anni e anni di giornalismo manettaro non sempre è rilevante che ci sia un reato (e in questo caso non c’è) perchè un politico deve avere una caratura morale superiore e un curriculum al di sopra di ogni sospetto. Il punto è quindi se Conte abbia mentito nel curriculum indicando alla voce “perfezionamento degli studi giuridici” cose che non lo sono.
Travaglio ha deciso che «è tutto falso, tutto patacca, tutto menzogna, tutto ignoranza: gli unici tarocchi sul curriculum di Conte sono gli articoli sul curriculum di Conte». Eppure ad esempio l’Internationales Kulturinsitut di Vienna è una scuola di lingua che nemmeno organizza corsi di tedesco giuridico. Prima patacca.
A Cambridge invece ci sarebbe andato quando l’università  era chiusa per le vacanze estive per andare a trovare la sua fidanzata.
Altra informazione presente sul curriculum che non concorda con i fatti noti fino ad ora.
Il caso principale è quello della New York University dove Conte — si è scoperto poi — andava per studiare in biblioteca e per incontrare alcuni colleghi.
Sicuramente dimostra l’impegno del futuro premier, ma perchè metterlo nel curriculum? Come minimo si può dire che la scelta di mettere nel curriculum (un curriculum di 28 pagine) esperienze così poco qualificanti desta qualche perplessità . Forse Marco Travaglio mette nel CV tutte le volte che è andato in gioventù a consultare un’emeroteca, si è recato in Procura per cercare materiale per libri e inchieste, oppure si è incontrato con colleghi giornalisti per discutere di collaborazioni e progetti editoriali? Probabilmente no.
La notizia del curriculum di Conte è tutta qui. Ma secondo Travaglio è falsa perchè Conte «non ha mai scritto nel curriculum di aver “studiato” in quelle università  estere, per la semplice ragione che era già  professore».
Il che è curioso due motivi: la prima è che Conte ha ottenuto l’abilitazione all’insegnamento nel 2000 (quindi nel 1993 quando stava “perfezionando gli studi giuridici” a Vienna non era un docente).
La seconda è che pare di capire che secondo Travaglio un professore non ha più bisogno di studiare perchè è già  studiato
Se non ci fossero stati i giornali non avremmo scoperto che il premier che “ha perfezionato” i propri studi a Yale, New York, Vienna, Cambridge e Parigi in realtà  in quegli atenei è andato solo a leggere dei libri in biblioteca.
Sarebbe interessante anche capire come mai nella versione inglese del curriculum l’esperienza alla New York University (per quattro anni dal 2008 al 2012) non è menzionata.
Pudore oppure il Cv non è aggiornato? Chissà .
Ma il capolavoro di Travaglio, che curiosamente omette questi dettagli, è un altro. Scrive il direttore del Fatto che definire Conte supporter di Stamina «è come dire che gli avvocati degli imputati di corruzione tifano per le tangenti e i difensori degli imputati di stupro sono stupratori». Il che è senza dubbio vero, certo se un avvocato difende pro-bono una causa probabilmente è anche perchè ci crede
Ma non è questa la cosa interessante.
Un paio di giorni fa lo stesso Travaglio ha commentato la possibilità  che l’avvocato Giulia Bongiorno potesse diventare ministro della giustizia dicendo che la sua era la figura meno indicata perchè «nell’immaginario collettivo è l’avvocato di Giulio Andreotti che quando Andreotti si salva per prescrizione dal reato di mafia si mette a strillare assolto-assolto» e che la Bongiorno è il «simbolo della prescrizione spacciata per assoluzione» mentre questo governo dovrebbe cambiare proprio la legge sulla corruzione.
Ma per la Bongiorno non vale il fatto che facesse il suo mestiere di avvocata (e, immaginiamo, non pro bono)?
È questa la coerenza di Marco Travaglio?

(da “NextQuotidiano”)

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