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PIZZAROTTI: “IL CONTRATTO CON LA LEGA E’ LA MORTE DEL M5S, DI MAIO FARA’ LA FINE DI RENZI”

Maggio 17th, 2018 Riccardo Fucile

IL SINDACO DI PARMA: “TRA LA BASE C’E’ MALPANCISMO DIFFUSO, APPENA LE COSE ANDRANNO MALE CI SARA’ LA RIVOLTA INTERNA CONTRO DI MAIO”

“Contratto di governo M5s-Lega? Questo è l’epilogo, la “morte del cigno” di quello che è stato il M5s dal 2009 a oggi”.
Sono le parole pronunciate ai microfoni di Ecg Regione (Radio Cusano Campus) dal sindaco di Parma e presidente di Italia In Comune, Federico Pizzarotti.
L’ex pentastellato spiega: “Oggi questo tipo di dinamiche e di scelte che vanno verso un unione con la Lega per trovare una maggioranza di governo che altrimenti non esisterebbe, determinano la fine di un percorso. Fino all’altro giorno dicevano che non si sarebbero alleati mai con nessuno, oggi vanno con la Lega. Questo non è più il M5s, è evidente che il movimento è diventato il partito di Di Maio. Io spero assolutamente che vadano al governo con la Lega, anche se speravo in governo M5s-Pd. Ma un accordo col Pd sarebbe stato ancora più dirompente”.
E aggiunge: “Spero che governino in modo da vedere come si sgonfieranno tante delle promesse fatte da questi due partiti populisti. Nel contratto di governo ci sono cose che si potrebbero realizzare, forse, in vent’anni. Loro invece buttano tutto dentro tutto insieme. Quindi, a maggior ragione, se governano, spero che Lega e M5s si possano sgonfiare e che ci sia spazio poi per forze politiche incentrate maggiormento sulla persona e sulla solidarietà ”.
Poi rincara: “Quello che era il movimento di Grillo e Casaleggio è diventato il partito di Di Maio e Casalino. Si vede dalle modalità  di gestione interna. C’è un regolamento ad hoc in cui Di Maio è capo politico ed è pluripotenziario. Decide i capigruppo, in tv vanno sempre i soliti due o tre. Non so quanto potrà  reggere questa situazione, rispetto al malpancismo interno. Di Maio” — chiosa — “ricorda un po’ Renzi e penso che farà  la sua fine. Finchè sarà  intoccabile e potrà  mettere il veto su qualsiasi cosa, tutto gli andrà  bene. Ma se il governo dovesse andare male e se Di Maio dovesse avere qualche problematica tipica di chi ha sparato così in alto, i gregari, invece di dargli la staffetta, gli metterebbero i bastoni tra le ruote”

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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IL VINCOLO DI MANDATO DI LEGA E M5S E’ INCOSTITUZIONALE E DI MAIO CITA LA COSTITUZIONE PORTOGHESE SENZA AVERLA LETTA

Maggio 17th, 2018 Riccardo Fucile

LA COSTITUZIONE “PIU’ BELLA DEL MONDO” ERA INTOCCABILE QUANDO DOVEVANO DARE ADDOSSO A RENZI, ORA SI DEVE MODIFICARE “COME A LISBONA”: PECCATO CHE ANCHE LI’ IL VINCOLO DI MANDATO NON ESISTA SE NON NELLA FANTASIA DI DI MAIO

Il contratto del governo del cambiamento è pronto. Ora manca solo il Presidente del Consiglio e la lista dei ministri incaricati. Ed ecco che tra le pieghe del contrattino scompare ogni accenno all’uscita dall’euro e alla rinegoziazione del debito con Bruxelles.
I populisti però saranno contenti di sapere che il governo Lega-M5S — guidato ancora da non si sa chi — si pone l’obiettivo di realizzare un ambizioso programma di riforma costituzionale.
Luigi Di Maio e Matteo Salvini vogliono insomma cambiare la “Costituzione più bella del mondo” quella che hanno difeso a spada tratta dall’assalto di Matteo Renzi e Maria Elena Boschi. Evidentemente ci sono riforme costituzionali che vanno bene ed altre che invece sono schiforme.
Ma la Costituzione non era intoccabile?
Sarà  per questo che i grilloleghisti propongono l’abolizione del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro (CNEL) che era già  presente nella riforma costituzionale bocciata il 4 dicembre 2016.
Anche la proposta di «rendere obbligatoria la pronuncia del Parlamento sui disegni di legge di iniziativa popolare» era già  stata prevista nella riforma Renzi-Boschi (articolo 11, comma 1, lettera b).
Un altro tema del contratto è la modifica dell’istituto del referendum abrogativo con l’eliminazione del quorum.
Per la cronaca la riforma costituzionale del PD contro la quale hanno fatto campagna elettorale Lega e M5S proponeva l’abolizione del quorum nel caso il referendum fosse stato richiesto da almeno 800mila elettori (invece che i canonici 500mila).
In quel caso sarebbe stato sufficiente che ad esprimersi fosse la maggioranza dei votanti alle precedenti elezioni politiche.
Il piano di riforma costituzionale di Salvini e Di Maio è ambizioso. In un passaggio del contratto si legge che: «Occorre introdurre forme di vincolo di mandato per i parlamentari, per contrastare il sempre crescente fenomeno del trasformismo».
Quella per il vincolo di mandato dei parlamentari è una vecchia battaglia del MoVimento 5 Stelle. Non così vecchia però, nel 2010 infatti Beppe Grillo   scriveva sul blog (nonchè house organ del neonato M5S):
«”Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato” è molto chiaro. Chi è eletto risponde ai cittadini, non al suo partito. Un ministro della Repubblica, un presidente del Consiglio, deve fare gli interessi della Repubblica Italiana e, quindi, dimettersi dalle cariche di partito»
Quando i pentastellati sono arrivati in Parlamento e hanno iniziato a perdere pezzi Grillo ha cambiato idea e ha chiesto di introdurre il vincolo di mandato.
Il che significa modificare l’articolo 67 della Costituzione.
Il che a sua volta comporta — in base all’articolo 138 della stessa — l’eventualità  di un referendum confermativo in caso la legge di revisione costituzionale non venga approvata dalla maggioranza dei due terzi dei voti validi.
Per dare valore alla propria richiesta nel contratto si citano, come d’uopo, esempi tratti dagli ordinamenti di altri paesi.
Gli estensori del contratto però non hanno saputo fare di meglio che citare l’articolo 160 della Costituzione portoghese (Di Maio ha imparato che non è il 150 quello da citare).
Con tutto il rispetto per i portoghesi la Costituzione del Portogallo non è generalmente citata tra gli esempi da seguire.
Anche perchè gli unici altri paesi con il vincolo di mandato sono Panama, il Bangladesh e l’India. Ma tant’è: c’è un precedente e se lo fanno in Portogallo chi siamo noi per non farlo?
In Portogallo il vincolo di mandato che vorrebbe Di Maio non c’è
Fortunatamente per noi non è necessario conoscere il portoghese per leggere la Costituzione del Portogallo. Perdono il mandato i deputati che non frequentano l’Assemblea, il che potrebbe essere un problema per Matteo Salvini (Luigi Di Maio ha totalizzato il 30,62% delle presenze ed è un recordman delle missioni).
Ma quello che ci interessa è il punto c) che stabilisce che chi si iscrive ad un partito diverso da quello per il quale si sono presentati alle elezioni deve dimettersi.
C’è però da dire che all’articolo 152 leggiamo che “I Deputati rappresentano tutto il Paese e non le circoscrizioni nelle quali so ­no stati eletti” (l’articolo 67 recita: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”) mentre l’articolo 155 della Costituzione portoghese dice che “i Deputati esercitano libe ­ramente il proprio mandato“.
Ora quello che salta all’occhio è che da nessuna parte però viene vietato ai deputati di vietare in maniera difforme dal proprio partito.
Anzi, come spiega Lorenzo Andraghetti (ex assistente parlamentare a 5 Stelle e ricercatore in Scienze politiche proprio all’Università  “Nova” di Lisbona) la Costituzione del Portogallo consente ai parlamentari le stesse libertà  di azione e di voto dei colleghi italiani, come quella di votare contro il proprio Partito o uscire dalla maggioranza.
Un deputato può diventare “indipendente” e mantenere il mandato. Insomma, la proposta di Di Maio e Salvini non funziona.
Nello Statuto dei gruppi parlamentari del MoVimento 5 Stelle invece è scritto che deputati e senatori hanno l’obbligo di votare la fiducia al governo M5S ogni qualvolta essa venga richiesta.
La pena è ovviamente l’espulsione dal gruppo parlamentare e dal Partito. Il combinato disposto dello statuto dei parlamentari a 5 Stelle (che però al tempo stesso sono ben disponibili ad accogliere i voltagabbana altrui) unito alla volontà  di introdurre il vincolo di mandato in Costituzione è molto chiaro: chi è eletto finisce per rispondere al suo partito, non ai cittadini che lo hanno eletto.
Proprio come diceva Beppe Grillo otto anni fa.

(da “NextQuotidiano“)

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IL LANCIO DI MICHELE EMILIANO NELLO SPAZIO

Maggio 17th, 2018 Riccardo Fucile

I VOLI SUBORBITALI DALL’AEROPORTO DI GROTTAGLIE… MA FORSE SAREBBE MEGLIO CHE SI OCCUPASSE DELL’ILVA DI TARANTO

Spazio, ultima frontiera. Almeno per il vulcanico Presidente della Regione Puglia Michele Emiliano che ieri ha dato l’annuncio che l’aeroporto di Grottaglie è il primo aeroporto italiano abilitato ai voli suborbitali.
Secondo Emiliano questa certificazione costituirà  un fattore di attrazione turistica e di investimenti di enorme portata, addirittura di portata spaziale.
In Puglia — spiega Emiliano — arriveranno turisti “con una capacità  di spesa notevole” e c’è anche l’indotto: ovvero tutti i curiosi che vorranno visitare la piccola base spaziale di Grottaglie.
Ma non solo. Grazie ai voli suborbitali la Puglia potrà  godere di un altro grande vantaggio: il trasporto velocissimo di prodotti tipici locali: «i nostri prodotti pugliesi, anche della filiera agroalimentare, potranno ad esempio essere portati in poche ore da Grottaglie a Los Angeles.
Questo cambia in generale il concetto di chilometro zero di tutte le filiere produttive». Sembra quasi di poter sentire tutti i fuori sede pugliesi complimentarsi con Emiliano perchè il pacco da giù non è mai arrivato così rapidamente
La parola d’ordine è una sola, categorica e irrevocabile per tutti: Michele Emiliano nello spazio, perchè no?
Mentre fervono i preparativi Emiliano è impegnato a ridefinire il concetto di spazio-tempo. Se per colmare i circa diecimila chilometri che separano Los Angeles da Grottaglie oggi servono all’incirca 17 ore di viaggio come è possibile che quei 10.000 chilometri diventino “Km 0” quando per per percorrerli servono solo poche ore? Senza contare che a questo punto anche un prodotto coltivato in California diventa a Km0 per la Puglia e che quindi si dovrebbero concedere le Dop e le Doc italiane anche ai vini prodotti nella Napa Valley.
C’è poi da capire anche quanto possa essere conveniente spedire prodotti tipici (immaginiamo olio, vino e friselle) in poche ore.
Probabilmente con le tecnologie attuali — quelle che hanno consentito ad Emiliano di entrare in politica e farsi eleggere “governatore” di una Regione — fare una cosa del genere avrà  la simpatica conseguenza di far aumentare notevolmente il prezzo per l’utente finale.
Il che significa che è più conveniente prendere un volo della Virgin (uno dei pochissimi operatori di voli suborbitali) per fare andare a fare la spesa a Cisternino che aspettare la consegna dei prodotti tipici “a Km 0” dallo spazioporto di Grottaglie. Almeno fino a che Amazon Prime non farà  le consegne gratuite.
Certo, un turista “di grande profilo” potrebbe anche scegliere di pagare una bottiglia d’olio 12 euro più 250.000 dollari di spedizione (questo il costo di un volo Virgin Galactic).
Sempre per rimanere nell’area (quasi a Km 0) non si può non ricordare come lo stabilimento dell’Ilva di Taranto disti appena venti chilometri dallo spazioporto di Grottaglie. Forse prima di occuparsi di superare le correnti gravitazionali il Presidente della Puglia potrebbe occuparsi della questione dello stabilimento siderurgico.
Forse per i quindicimila dell’Ilva Emiliano sta già  pensando ad uno stabilimento su Ganimede. Ma come disse David Bowie, da quell’altezza non si vedono certi dettagli: «planet earth is blue and there’s nothing i can do». Ma vogliamo essere ottimisti e crediamo nel futuro e quindi crediamo che il lancio di Emiliano nello spazio suborbitale possa risolvere non solo i problemi della Puglia ma anche quelli del Partito Democratico.

(da “NextQuotidiano”)

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LA LEGA FA CROLLARE IN BORSA IL TITOLO DI MPS DELL’8%. PADOAN: “PAROLE GRAVI, COSI’ SI COLPISCONO FIDUCIA E RISPARMIATORI”

Maggio 17th, 2018 Riccardo Fucile

E POI I LEGHISTI SI SPACCIANO PER I DIFENSORI DEI RISPARMIATORI… DICHIARAZIONI PUBBLICHE SCONSIDERATE A CHI GIOVANO? FORSE A QUALCHE SPECULATORE ?

Parole che provocano un terremoto in Borsa, col titolo che chiude in calo dell’8%.
Il responsabile economico della Lega, Carlo Borghi, ha affermato che il cambio della governance di Mps “non entra nel contratto ma è abbastanza probabile, quasi naturale pensarlo. Ma è inutile metterlo nel contratto”.
Secondo Borghi, in sostanza, “è inutile mettere nel contratto: ‘e poi cambiamo amministratore delegato'”. La linea del ‘servizio’ citata nel contratto è “abbandonare l’idea di farci i profitti vendendola a chissacchì”, ma mantenerla “come patrimonio del Paese”.
“Le dichiarazioni dell’on. Borghi, insieme alle indicazioni fornite nella bozza di programma di Lega e M5S, hanno immediatamente creato una crisi di fiducia” sul titolo Mps.
Si tratta di “un fatto molto grave che mette a repentaglio l’investimento effettuato con risorse pubbliche. Ho il dovere di ricordare a tutti gli attori politici che la fiducia si costruisce poco per volta, progressivamente, ma basta poco per distruggerla, tirandosi dietro i risparmi degli italiani che a parole si vorrebbero tutelare”.
Lo afferma il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, in una nota.
In effetti, il titolo aveva iniziato a riprendersi dopo l’ultima trimestrale: il mercato ha iniziato a vedere una via d’uscita per il governo, un rilancio e la probabile valorizzazione della banca attraverso una cessione
“Gli azionisti hanno assoluta libertà  di decidere e valutare quello che ritengono più opportuno fare. Noi abbiamo un piano, andiamo avanti su quello”. Così, a margine di un evento a Milano, l’amministratore delegato di Mps, Marco Morelli, ha risposto ai giornalisti sul cambio di mission della banca a cui starebbe lavorando la nuova maggioranza politica Lega-5 Stelle.
Il passaggio su Mps è contenuto nel “contratto”   tra i due partiti, all’interno del paragrafo sulla Tutela del risparmio, dove viene esplicitamente citata la banca senese: “Con riferimento alla banca Monte dei Paschi – si afferma – lo Stato azionista deve provvedere alla ridefinizione della mission e degli obiettivi dell’istituto di credito in un’ottica di servizio”.
Mps è controllata dal 68% dal Tesoro e oggi in Borsa ha reagito molto male alla possibilità  di un cambio di mission, con un tonfo finale dell’8%. Morelli affermato che non ci sono stati contatti con esponenti politici.

(da agenzie)

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“LO FACCIO IO”… “NO, ALLORA LO FACCIO IO”: COMICHE SOVRANISTE, I DUE PUPARI LITIGANO PER LA POLTRONA

Maggio 17th, 2018 Riccardo Fucile

DI MAIO VUOLE FARE IL PREMIER, SALVINI PREFERISCE CARELLI, IL PROGRAMMA NON SI CHIUDE ED E’ PIENO DI NORME INCOSTITUZIONALI

Tre ore di vertice mattutino sono bastate a incartare di nuovo la trattativa in un braccio di ferro che minaccia di durare fino all’ultimo momento utile per salire al Colle da Sergio Mattarella. Non ci siamo.
Matteo Salvini e Luigi Di Maio si incontrano di nuovo poco prima delle 9 a Montecitorio. Ne escono intorno alle 13 senza un accordo pieno sulla questione delle questioni: chi sarà  il premier di questo governo M5s-Lega.
Di Maio non ha per niente abbandonato la sua idea: lui, capo politico del Movimento del 32 per cento, al timone del nuovo esecutivo giallo-verde.
Ma quando oggi lo ha proposto a Salvini, si è sentito rispondere: “Allora lo faccio io”. Un modo, per il leader leghista, per stressare la trattativa e farla cadere su un nome terzo: anche il giornalista ex Mediaset ed ex Sky, Emilio Carelli, eletto con i 5 Stelle alla Camera, andrebbe bene al Carroccio. Ma non Di Maio.
Siamo fermi a questo. Poco dopo pranzo, tutti e due lasciano Montecitorio e partono da Roma.
Direzione Monza per Di Maio: programma per la serata, un incontro a porte chiuse con gli imprenditori.
Direzione Aosta per Salvini: incontro elettorale al ‘Hostellerie du Cheval Blanc’ in vista delle regionali di domenica in Val d’Aosta.
Il governo resta in stand-by, fino a un nuovo round, probabilmente venerdì a Milano dove è previsto un nuovo faccia a faccia tra i due leader. Va male sul premier, di pari passo torna maretta sul contratto di governo.
Incredibilmente, come i due partono da Roma, a Montecitorio si riunisce il nuovo tavolo sul programma, dopo che era stato dichiarato chiuso dagli stessi partecipanti. “Intesa fatta, ora spetta ai due leader trovare l’accordo sui punti rimasti in sospeso”, diceva il responsabile economico della Lega Claudio Borghi, uno dei componenti del tavolo programmatico.
E invece no: altro tavolo pomeridiano per dirimere alcune questioni. Ma è chiaro che il tavolo non può essere chiuso ufficialmente se resta aperta la questione del premier. Altrimenti, se dovesse fallire tutto, verrebbe fuori che la rottura si è consumata sul premier: non un bel lasciapassare per il dopo.
Partita più che aperta, dunque.
Perchè l’insistenza dei 5 Stelle su Di Maio stavolta si presenta rafforzata dalle pretese leghiste. Ieri Salvini aveva chiesto il Viminale per sè, il suo Giancarlo Giorgetti come sottosegretario alla presidenza del Consiglio, il ministero dell’Agricoltura per “un uomo o una donna della Lega” e magari anche la Salute, più un premier terzo.
Tanto che il nome di Carelli è stato messo sul tavolo dalla Lega, dopo che erano stati scartati i vari Bonafede, Fraccaro, Crimi dei Cinquestelle.
Ma tutte queste richieste più un programma molto filo-leghista sulla sicurezza, immigrazione e blando sul conflitto di interessi, hanno ridato fiato alla richiesta pentastellata, sempre la stessa, più o meno: Di Maio premier.
È un passo che la Lega non può permettersi, almeno finora. Sarebbe la formalizzazione della rottura con Silvio Berlusconi, quando Salvini sta cercando come può di costruire il governo giallo-verde senza rompere l’alleanza di centrodestra. Impresa difficile, forse tecnicamente impossibile, che intanto però ostacola il percorso di un’intesa con Di Maio.
E poi è lo stesso Salvini che non vuole cedere sul nome del capo pentastellato, dopo aver fatto il passo indietro già  più di due mesi fa ormai.
Stallo. Dopo aver pranzato in un ristorante al centro di Roma, Di Maio non dà  certezze sul prossimo colloquio con il Colle, dove Sergio Mattarella aspetta che squillino i telefoni, che chiamino dallo stato maggiore pentastellato-leghista.
“Non do scadenze”, dice Di Maio. Sul nome del premier “sono stati fatti passi avanti ma stiamo ancora ragionando”.
Salvini invece non dichiara e twitta, continuando a parlare fuori, al suo elettorato che nel weekend verrà  chiamato ai gazebo per esprimersi sul contratto di governo.
Gli elettori potranno votare anche sulla squadra di governo, sul nome del premier? Chissà . Nel cortile di Montecitorio un piccolo gruppo di leghisti alza le spalle. Restano ottimisti, ma al momento nessuno scommette sui tempi.
Il tempo stringe. Oltre ai gazebo leghisti, nel weekend è prevista anche la consultazione online dei cinquestelle sulla piattaforma Rousseau.
Di Maio spera che il contratto di governo possa essere pubblicato online “domani”. Chissà .

(da “Huffintonpost”)

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IL PROGRAMMA DEI RIMPATRI DEI RAZZISTI: PER REALIZZARLO SERVIRANNO 27 ANNI DI VOLI AEREI SENZA SOSTA, SALVINI SARA’ GIA’ ALL’INFERNO

Maggio 17th, 2018 Riccardo Fucile

TEMPI E COSTI DEL DELIRANTE RASTRELLAMENTO… QUANDO ALLA IMPRESE VERRA’ SOTTRATTO PERSONALE GIA’ FORMATO IL NORD PRENDERA’ I LEGHISTI A CALCI IN CULO

Uno dei punti principali del contratto tra Lega e 5Stelle è il rimpatrio di 500 mila stranieri presunti irregolari. Era un capitolo del programma elettorale del leader leghista Matteo Salvini, oggi condiviso dal movimento di Luigi Di Maio.
Tre domande dobbiamo però farcele.
La prima: quanti sono gli immigrati irregolari in Italia?
La seconda: erano già  residenti regolarmente o sono arrivati negli ultimi anni di sbarchi?
La terza, forse la più importante: è possibile rimpatriare forzatamente cinquecentomila persone?
Già  la risposta a quest’ultima, legittima domanda, come vedremo, appartiene al mondo delle fantasie: perchè servirebbero ventisette anni di voli, senza nemmeno un’ora di sosta, e oltre un miliardo e mezzo di spesa, più il costo per diarie, indennità  di missione, vitto e alloggio degli agenti di scorta.
Dunque, quanti sono gli immigrati irregolari in Italia?
Non esiste un censimento anagrafico poichè ovviamente chi non è in regola con i documenti evita di autodenunciarsi all’autorità . Possiamo però fare riferimento ai dati forniti dal ministero dell’Interno nel periodo 2014-2016 (le statistiche pubblicate sulle concessioni di asilo per il 2017 non sono ancora complete).
Nei tre anni sono sbarcate in Italia 505.378 persone. Alle quali se ne aggiungono altre 119.310 arrivate via mare nel 2017.
Il totale fa 624.688 stranieri regolarmente registrati dalla polizia allo sbarco, in gran parte al termine di operazioni di soccorso condotte dalla Marina militare, dalla Guardia costiera e dalle organizzazioni non governative.
Si tratta comunque di persone che possono dichiararsi residenti regolari soltanto al termine della lunga procedura di concessione di asilo o di una delle varie forme di protezione.
Il 4 febbraio 2018, in piena campagna elettorale, Silvio Berlusconi, a capo della coalizione di destra, in una intervista al Tg5 ha riferito questi dati: «Oggi in Italia si contano almeno 630 mila migranti di cui solo il 5%, e cioè 30 mila, ha diritto di restare in quanto rifugiati e cioè fuggiti da guerra e morte. Gli altri 600 mila sono una bomba sociale pronta a esplodere, perchè vivono di espedienti e di reati».
Berlusconi parla evidentemente delle persone sbarcate nel periodo 2014-2017 delle quali, come vedremo tra poco, non è vero che soltanto il cinque per cento abbia diritto di restare.
È risaputo però che nel 2014 almeno 100.000 stranieri siano riusciti a raggiungere altri Paesi europei, come Germania e Svezia. E per questo, probabilmente, Salvini oggi promette l’espulsione di 500.000 persone e non seicentomila. Ma, appunto, sono davvero tutte irregolari?
La risposta la fornisce sempre il ministero dell’Interno che Salvini vorrebbe destinare a un esponente leghista. Le richieste di asilo sono esaminate dalle “Commissioni territoriali per il riconoscimento della protezione internazionale”, insediate presso le prefetture italiane: in caso di esito positivo della domanda la procedura porta a un permesso di soggiorno, in caso di respingimento la persona si ritrova nella condizione di irregolare.
Sui 170.100 sbarcati del 2014, le commissioni hanno respinto 14.217 richieste, il 39 per cento delle procedure aperte (va ricordato che almeno 100mila persone si sono sottratte alla registrazione per raggiungere il Nord Europa).
Nel 2015 hanno respinto 41.503 domande, il 58 per cento delle richieste di quell’anno. Nel 2016 hanno respinto 55.423 domande, il 60 per cento del totale.
Nei tre anni, le Commissioni territoriali hanno dunque dichiarato irregolari 111.143 migranti.
I dati definitivi per il 2017 non sono ancora completi: comunque se dovessimo considerare irregolari tutte le 119.310 persone sbarcate l’anno scorso, non raggiungeremmo il mezzo milione di stranieri da espellere inserito nel contratto di governo Lega-5Stelle.
Chi sono gli altri? Salvini forse si riferisce agli immigrati che non hanno potuto rinnovare il permesso di soggiorno per aver perso il lavoro durante la recessione: quindi, agli inizi di questa timida ripresa economica, mentre le associazioni di imprenditori faticano a trovare personale,
Salvini e Di Maio intendono rimpatriare lavoratori al momento disoccupati, ma professionalmente formati, che parlano italiano e sono integrati in Italia con le loro famiglie perchè già  residenti nel nostro Paese?
Se è questo il piano, la risposta alla seconda domanda non può che essere preoccupante per le conseguenze sull’economia reale.
Quello che funziona male è piuttosto il sistema italiano di prima accoglienza. Un sistema costruito sull’emergenza che produce posti di lavoro per gli italiani attraverso una miriade di centri, cooperative, imprese troppo spesso fuori controllo.
E non pretende la restituzione di servizi obbligatori, che le prefetture pagano: a cominciare dal mancato insegnamento della lingua italiana, strumento indispensabile per passare poi alla formazione civica e professionale dei nuovi cittadini.
Bisogna sempre ricordare che i famosi 35 euro al giorno a persona non vanno ai richiedenti asilo ospiti (che, almeno sulla carta, percepiscono una diaria di 2,50 euro al giorno), ma alle imprese italiane.
Il quasi fallimento è nei numeri raccolti ogni anno nell’Atlante Sprar, il Servizio centrale del sistema di protezione per richiedenti asilo, che costituisce quanto di meglio il territorio italiano, dai Comuni ai cittadini, mette a disposizione per la formazione e l’integrazione dei nuovi residenti.
Nel 2015, su 29.698 stranieri accolti nella rete Sprar, soltanto 1.972 al termine del periodo di accoglienza hanno ottenuto un inserimento nel lavoro con un contratto regolare.
E nel 2016, su 34.528 immigrati della rete Sprar, ancora meno: solo 895 persone. Curiosamente nel Nord Est, dove l’economia sta riprendendo velocemente con tassi di disoccupazione di poco sopra il 6 per cento e dove gli imprenditori cercano disperatamente personale, i Comuni per la loro impronta politica di destra sono anche quelli meno disponibili a sostenere i progetti di integrazione e avviamento professionale degli stranieri.
Il Veneto è la settima regione per presenze in accoglienza, perfino dopo Campania, Lazio e Sicilia (dove è forte lo sfruttamento in nero dei migranti, ma i tassi ufficiali di disoccupazione sono più alti). Il Friuli Venezia Giulia è al dodicesimo posto, il Trentino Alto Adige al sedicesimo.
È questo spread tra domanda e offerta a spingere migliaia di giovani immigrati a buttare via le loro giornate nei parchi delle città  italiane, in attesa di un colpo di fortuna che non può arrivare dal cielo.
Sono immagini sotto gli occhi di tutti, da Padova a Ferrara a Torino: il migliore spot elettorale che la Lega ha scientificamente sfruttato.
Ma se anche ci fossero 500.000 stranieri irregolari da rimpatriare e Salvini e Di Maio avessero già  firmato accordi bilaterali (che invece non abbiamo firmato) per la loro riammissione in tutti i Paesi d’origine, vediamo cosa potrebbe accadere.
E rispondiamo così alla terza domanda.
Immaginiamo di poter finalmente utilizzare l’Airbus 340 di Stato che l’allora premier Matteo Renzi aveva affittato da Etihad e caricato sul bilancio statale al prezzo di 40 mila euro al giorno.
Considerati i 300 posti di questo aereo e i necessari servizi di scorta di due agenti per ogni cittadino espulso, ogni volo potrà  rimpatriare soltanto 100 migranti irregolari. Per riportarli indietro tutti, serviranno quindi 5.000 voli.
Calcolando che i primi Stati di provenienza sono Nigeria, Guinea, Costa d’Avorio, Bangladesh, Mali serviranno almeno due giorni tra andata e ritorno: il totale è di 10.000 giorni cioè, lo scriviamo in lettere, ventisette anni.
E senza nemmeno un’ora di sosta.
Calcolando, sicuramente per difetto, mille euro a passeggero il prezzo di ogni viaggio, escluse diarie, indennità  di missione, vitto e alloggio per la polizia, possiamo stimare quanto costa l’operazione soltanto per l’impiego dell’aero: un miliardo e mezzo. Vogliamo raddoppiare gli aerei?
Serviranno 13 anni, ma devono avere le stesse dimensioni.
Vogliamo noleggiarne quattro? Serviranno quasi sette anni.
Con un miliardo e mezzo di euro, più le diarie, le indennità  di missione e il resto, di cose se ne possono fare per sostenere le imprese.
Sia nella formazione obbligatoria dei migranti in Italia, sia nei luoghi d’origine: perchè i nuovi cittadini possano finalmente arrivare senza passare dalla Libia, ma con permessi di lavoro regolari.

(da “L’Espresso”)

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QUANTO CI COSTA IL CONTRATTO DEI DUE PAROLAI: ALMENO 100 MILIARDI E SALTO DEL DEFICIT AL 5,5% DEL PIL

Maggio 17th, 2018 Riccardo Fucile

TRE ANALISI DI SPECIALISTI CONCORDANO SUL DISASTRO POPULISTA

Quanto costa il contratto Lega-M5S?
Le prime stime, in attesa di definire più precisamente come si farà  quello che si è promesso di fare, dicono circa cento miliardi l’anno.
Questo il “prezzo” dei tre punti principali del programma grilloleghista: il reddito di cittadinanza, il taglio delle tasse e il superamento della Fornero.
Mentre le misure farebbero schizzare il deficit dei conti pubblici al 5,5% del PIL nel 2019.
Il conto è stato fatto da Oxford Economics in un report redatto dall’economista Nicola Nobile: “I due partiti   sono d’accordo su tre proposte economiche principali: un cambiamento nel sistema di protezione sociale (il reddito di cittadinanza), un taglio radicale alla tassazione sul reddito e una revisione della riforma pensionistica del 2011 (la riforma Fornero). Queste misure hanno un costo di circa 100 miliardi di euro all’anno (5,5% del Pil). Se attuate porterebbero a un drammatico deterioramento del deficit”.
Ma, ancora secondo Oxford Economics, “è improbabile che i mercati e la Commissione europea apprezzino simili proposte, quindi ci aspettiamo che vengano annacquate per rispettare il limite (del rapporto deficit/Pil ndr) del 3%“
Il reddito di cittadinanza arriverebbe a costare 30 miliardi, anche se la correzione imposta nell’ultima versione del contratto dovrebbe far scendere drasticamente il suo costo (ma le coperture non potranno venire, se non in minima parte, dal Fondo Sociale Europeo come auspicato nella bozza).
La Flat Tax circa sessanta e la riforma delle pensioni altri 15; in più ci sono 31 miliardi da rimediare nel biennio 2019-2020 per fermare l’aumento automatico dell’IVA con le due clausole di salvaguardia
I conti in tasca ai grilloleghisti
Questa spesa — spiega il report — porterebbe a una crescita boom del Pil del 3 per cento nel 2019 e del 2 per cento nel 2020, contro l’1,4 per cento atteso per il prossimo anno: ma non si tratterebbe, secondo Oxford Economics, di una crescita duratura, in quanto andrebbe affrontato in primo luogo il problema del debito pubblico, il secondo più alto dell’eurozona.
L’aumento vertiginoso della spesa porterebbe infatti l’Italia a «far fronte a tassi d’interesse significativamente più elevati in quanto i mercati avranno dubbi sulla sostenibilità  della posizione fiscale del Paese».
L’agenzia di stampa AGI invece riporta le stime   di Carlo Cottarelli, economista e già  commissario alla spending review nel governo Letta, e del suo Osservatorio sui conti pubblici italiani istituito presso l’università  Cattolica.
Secondo l’Osservatorio CPI, il reddito di cittadinanza avrebbe un costo stimato pari a 14,9 miliardi. Il numero proviene dall’Istat, ma bisogna dire che l’Inps ha una stima diversa e maggiore.
La flat tax voluta dal centrodestra — cioè con aliquota unica al 23% e no tax area fino a 12 mila euro — è una proposta diversa da quella della sola Lega, che vorrebbe un’aliquota unica al 15%, e che sarebbe dunque più costosa. Cottarelli dà  una stima del costo solo della prima versione, che ammonterebbe a 64 miliardi di euro.
Secondo una stima riportata in un articolo del Sole 24 Ore nel gennaio 2018, a firma di Gianni Trovati, il costo di una flat tax al 15% sarebbe di 102 miliardi di euro l’anno.
L’abolizione della riforma Fornero, infine, avrebbe un costo di 21 miliardi di euro all’anno.   Il costo totale delle tre proposte dipende da alcune variabili: se consideriamo la flat tax al 15% e le stime Inps sul reddito di cittadinanza, arriviamo a circa 160 miliardi di euro.
Se invece consideriamo la flat tax nella sua versione al 23% e le stime Istat sul reddito di cittadinanza, arriviamo a 90 miliardi.
Secondo i calcoli di Perotti la “stima realistica” del costo del reddito di cittadinanza è di 29 miliardi di euro all’anno.
La flat tax costerebbe poi tra i 50 e i 72 miliardi di euro all’anno in minori entrate, e l’azzeramento della riforma Fornero tra gli 11 e i 15 miliardi di euro all’anno.
Dunque il costo totale delle tre proposte, secondo Perotti, oscilla da un minimo di 90 miliardi di euro a un massimo di 116 miliardi di euro.

(da “NextQuotidiano”)

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LOTTA PER LE POLTRONE: NESSUNA INTESA SUL PREMIER

Maggio 17th, 2018 Riccardo Fucile

M5S E LEGA NON RIESCONO A CHIUDERE, IL NODO E’ CHI SI SIEDE A PALAZZO CHIGI

Ennessimo rinvio. Il programma di governo tra Lega e 5Stelle non è ancora chiuso. E non lo è perchè la trattativa, quela vera, è ancora in alto mare e va ad oltranza: sul nome del premier Lega e Movimento 5 Stelle sono lontani dalla soluzione.
Un solo passo avanti: un parlamentare Cinque Stelle come primo ministro.
Secondo le ultime indiscrezioni i papabili sono: lo stesso Di Maio, Bonafede, Fraccaro, Crimi e Spadafora. In pole, proprio il capo politico del Movimento. Del tutto tramontata l’ipotesi staffetta tra il capo politico del Movimento e Matteo Salvini.
Al segretario del Carroccio dovrebbe essere affidata la guida del ministero dell’Interno.
Mentre per gli altri ministri “di peso” i nomi più probabili sono quello di Giampiero Massolo – presidente del cda di Fincantieri – agli Esteri e del grillino Bonafede alla Giustizia.
Il leghista Giancarlo Giorgetti è in pole position per il ruolo di sottosegretaro con delega ai Servizi mentre la Lega dovrebbe indicare i nomi per l’Agricoltura e il Turismo.
Mentre il ministero dell’Economia e quello delle Politiche Ue potrebbero essere affidate a tecnici. Un altro parlamentare M5S entrato in alcune rose di papabili, Emilio Carelli, smentisce di essere indisponibile a ricoprire il ruolo di premier: “Non è vero, sono e resto a disposizione del movimento”. Poi precisa: “Il candidato resa Di Maio”.
Novità  anche sul fronte del programma: nonostante le richieste dei Cinque Stelle c’è un limite temporale previsto per l’erogazione del reddito di cittadinanza: sarà  di due anni. I due leader, si apprende da fonti M5s, hanno sciolto i nodi relativi ai punti rimasti in sospeso. Il programma, confermano dai 5Stelle, ora sarà  votato su Rousseau.
Ritorno al Quirinale.
Luigi Di Maio e Matteo Salvini potrebbero salire lunedì al Colle? “Una data realistica”, fanno sapere dal Movimento 5 stelle.
Non sarebbero peraltro previsti altri incontri dei due leader, che nei prossimi giorni saranno impegnati sul territorio per iniziative elettorali e per l’appuntamento con i gazebo per illustrare il Contratto di governo ai rispettivi iscritti e simpatizzanti: Salvini sarà  stasera ad Aosta mentre Di Maio a Monza.
Gentiloni: leader Ue preoccupati.
Mentre si definiscono gli ultimi tasselli del puzzle giallo-verde, parole sempre più allarmate arrivano dal premier ancora in carica, Paolo Gentiloni. Tra i leader europei circolano “preoccupazioni che io personalmente sento” su “tre capitoli” del futuro governo italiano, ha detto parlando a Sofia, a margine del vertice Ue-Balcani. Preoccupano le “posizioni italiane sulle grandi scelte internazionali”, finora “sempre condivise”, anche da “Tsipras e Orban”. E poi gli effetti “delle politiche a debito” e un possibile cambiamento delle “politiche migratorie”.

(da agenzie)

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“ORA M5S E LEGA FARANNO A GARA A CHI FA CADERE PRIMA IL GOVERNO”

Maggio 17th, 2018 Riccardo Fucile

ANDREA SCANSI: “SARA’ UNA CAMPAGNA ELETTORALE PERENNE”

“Governo Salvini-Di Maio? Guardando ai numeri, credo che la trazione sarà  grillina, perchè il M5s ha, più o meno, il doppio dei voti della Lega. Bisogna anche vedere di quale Lega si parla”.
Sono le parole del giornalista de Il Fatto Quotidiano, Andrea Scanzi, nel corso di Otto e Mezzo (La7).
E spiega: “E’ necessario capire se Salvini fa parte di questo governo con convinzione, avendo reciso il cordone ombelicale con Berlusconi, oppure se è lì con questo convitato di pietra che si chiama Silvio Berlusconi e quindi, non appena c’è la mal parata, Salvini fa cadere tutto. Ricordiamo, però, che la Lega ha meno numeri del M5S, ma è enormemente più smaliziata dei 5 Stelle, dal punto di vista governativo. Quindi” — continua — “credo che sarà  una sfida tra i numeri del M5s e la maggiore esperienza della Lega. In più, a un certo punto può anche esserci una sorta di gara a chi fa cadere prima il governo o a chi dà  la colpa all’altro.
Sarà , insomma, un governo, ma anche una perenne campagna elettorale”.
E aggiunge: “Tra le mille difficoltà  che hanno Lega e M5s, c’è quella di trovare un punto di unione tra le smisurate promesse e la realtà  dei fatti. Riguardo all’anti-europeismo, credo che questa sia una difficoltà  maggiormente riscontrabile nella Lega che non nel M5s. Quando Salvini, rivolgendosi al Financial Times, ha detto “meglio barboni che servi”, parlava innanzitutto al suo elettorato, come a dire “adesso andiamo noi e non vi tradirò”. Se poi ci riuscirà , sarà  tutto da vedere”.
Riguardo all’immigrazione e alla posizione del leader del Carroccio, Scanzi osserva: “Credo che concretamente Salvini si renderà  conto dell’enorme distanza tra promesse e realtà . Sia lui, sia Di Maio come punto di contatto si attesteranno alle posizioni e alle metodologie di Minniti. Credo che non ci sarà  un grande cambiamento di passo. Sarebbe, peraltro, l’unica maniera per tenere unite due forze come Lega e M5s, che sull’immigrazione sono più distanti di quello che sembrano”

(da “il Fatto Quotidiano“)

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