Maggio 30th, 2018 Riccardo Fucile
IL M5S HA PROPOSTO DI SOSTITUIRE SAVONA CON L’ECONOMISTA CIOCCA, LA LEGA DICE NO E SI ASSUME LA RESPONSABILITA’ DELLA ROTTURA… SALVINI TEME IL VOTO A LUGLIO PERCHE’ AL NORD I SOLDI PER LE VACANZE LI HANNO
Carlo Cottarelli aspetta, Sergio Mattarella aspetta. 
Attendono una risposta da Matteo Salvini, per capire se esiste ancora la possibilità di dare un governo politico all’Italia.
Il Movimento 5 Stelle anche questa mattina ha detto di crederci, tornerebbe volentieri sull’ipotesi Conte, togliendo Paolo Savona dalla casella del Tesoro e sostituendolo con un nome rassicurante.
Uno nome come quello di Pierluigi Ciocca, economista in passato ai vertici della Banca d’Italia. Troppe le tensioni internazionali, dunque, per tornare a giocare con il fuoco. Sulla soluzione “politica”, però, c’è ancora il freno a mano tirato della Lega, sempre più tentata dalle urne.
L’attesa del presidente della Repubblica ha comunque un termine. Il tempo scadrà prima di cena, a quel punto il Quirinale deciderà se ha fondamento il tentativo politico o se dovrà sciogliere le Camere per tornare al voto.
Ma rispetto a ieri c’è una novità : la Lega — decisa al voto subito – si è resa conto che andare alle urne alla fine di luglio sarebbe una scelta controproducente per lo stesso Carroccio (va tenuto presente che le città del Nord in quel fine settimana sono ormai deserte).
Per questo, pure Salvini inizia ad accettare l’idea di arrivare in modo ordinato ad elezioni all’inizio dell’autunno.
Perchè ciò accada c’è però bisogno che il governo Cottarelli possa partire con una fiducia piena e avere almeno un paio di mesi di lavoro davanti. Per sciogliere poi la legislatura alla fine di luglio o ai primi di agosto.
Una soluzione su cui gli ambasciatori leghisti si mostrano più disponibili. Stanno addirittura ragionando sulla possibilità di un’astensione o sull’uscita dall’aula al momento della fiducia.
Insomma, i leghisti non voterebbero contro. I Cinque Stelle, invece, sarebbero ancora orientati per una chiara dichiarazione di sfiducia e questo renderebbe impossibile l’astensione leghista, ma impedirebbe pure il voto favorevole di Pd e Forza Italia.
Nessuno si vuole assumere la responsabilità del governo tecnico offrendo la possibilità a un altro partito di poter propagandare il suo no ai “tecnici”. Entrambi i nodi vanno sciolti prima di sera.
Ma uno spiraglio per il governo Cottarelli si è aperto.
(da agenzie)
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Maggio 30th, 2018 Riccardo Fucile
L’INCHIESTA DEL SETTIMANALE FRANCESE CANARD ENCHAINE’ SULLE SPESE PAZZE DEL GRUPPO AL PARLAMENTO EUROPEO… IL POPULISTA PADAGNO CHE CENA NEL RISTORANTE ESCLUSIVO AMBROISIE AL MODICO PREZZO DI 449 EURO A TESTA E METTE IN CONTO ALL’EUROPA LADRONA
Spulciando i conti del gruppo Enl (Europa delle Nazioni e delle Libertà ), di cui fanno parte Matteo Salvini, l’olandese Geert Wilders e Marine Le Pen fino al giugno scorso, il Canard Enchainè ha scoperto che i populisti all’europarlamento si trattano piuttosto bene: per Natale hanno organizzato un cenone con 60 bottiglie di champagne e vino Gevrey-Chambertin per la modica cifra di 13.500 euro.
Le cifre sono saltate fuori attraverso il controllo delle spese 2016 presentate dal gruppo di estrema destra composto 36 eurodeputati.
A suscitare i dubbi dei revisori dell’europarlamento sono state in particolare alcune uscite parigine organizzate tra Le Pen e Salvini.
I due alleati hanno messo in conto al gruppo parlamentare serate in locali molto esclusivi della capitale.
Per una cena nel ristorante Ledoyen vicino agli Champs-Elysèes, che nella documentazione viene presentata come un incontro tra “industriali”, il conto è pari a 401 euro a testa.
Ancora più salato il conto della cena in faccia a faccia tra il leader della Lega e quella del Front National. Salvini e Le Pen hanno scelto di andare a mangiare nel pluristellato L’Ambroisie, in place des Vosges, spendendo ben 449 euro a testa.
In totale le spese contestate all’eurogruppo ammontano a 427mila euro.
L’ufficio di presidenza di Strasburgo ha chiesto ulteriori chiarimenti, prima di poter eventualmente pretendere il rimborso delle somme.
(da “La Repubblica”)
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Maggio 30th, 2018 Riccardo Fucile
VOTO BALNEARE, NON CI GUADAGNA NESSUNO, PREVISTO UN CALO DEI VOTANTI INTORNO AL 10%
Il voto a luglio premia l’astensione e per i sondaggisti non ci guadagna nessuno. Mentre
riprende vigore l’ipotesi di governo Lega-M5S, le forze politiche hanno indicato informalmente a Sergio Mattarella la data del 29 luglio come quella più giusta per portare il paese alle urne; le prime alternative sarebbero i due week end successivi, ovvero in pieno agosto.
Ce n’è abbastanza per parlare di voto balneare e di interrogarsi sugli effetti che il giorno scelto per le elezioni potrebbe avere una data così irrituale.
Secondo Enzo Risso di SWG, interpellato oggi dal Messaggero, il primo effetto visibile del voto a luglio sarebbe l’aumento dell’astensione, con numeri davvero clamorosi: +10%.
Carlo Buttaroni di Tecnè stima un aumento delle astensioni nelle classi altissime e in quelle più basse, con percentuali che vanno dal 2 all’8%.
Antonio Noto di Noto Sondaggi invece ritiene che sia troppo ampia la stima del 10% e ritiene che non saranno le vacanze estive a influenzare l’affluenza ma semmai la disaffezione della gente nei confronti della politica.
Per Risso alle elezioni il 54% confermerebbe il voto di marzo, il 10% si asterrebbe, il 22% non sa ancora e il 14% cambierebbe dopo l’ultima volta.
Il 91% degli elettori leghisti confermerebbe il suo voto, quelli di PD e M5S riconfermerebbero il voto al 75%, solo il 55% tornerebbe a scegliere Forza Italia.
(da “NextQuotidiano”)
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Maggio 30th, 2018 Riccardo Fucile
“SE C’E’ UN AUMENTO DEI COSTI CHE NON RIESCONO A SCARICARE SUI CLIENTI, LE BANCHE SONO COSTRETTE A RESTRINGERE I CREDITI”
La crisi politica ha innescato un meccanismo a catena che mieterà le prime vittime nell’economia reale, fatta di imprese, banche e consumatori.
“Con l’innalzamento dello spread è aumentato il costo per finanziarsi di aziende e istituti di credito”, spiega Francesco Daveri, professore di macroeconomia alla SDA Bocconi di Milano.
“L’aumento dei tassi d’interesse che viene richiesto dagli investitori per comprare titoli pubblici italiani si riflette infatti anche sul settore privato: aziende e banche, che vogliono finanziarsi sul mercato, sono costrette ad aumentare i tassi a cui loro offrono le loro obbligazioni”, precisa Daveri.
In pratica, se l’Italia è percepita come più rischiosa, gli investitori chiedono di guadagnare di più sui prestiti per compensare la maggiore probabilità di default.
Così accade che, come spiega Daveri, “le imprese che vogliono finanziarsi per investire pagano un aggravio di costo d’interesse” e che “lo stesso accade anche per le banche che si rivolgono al mercato interbancario”.
Questo spiega in parte il motivo per cui gli investitori hanno deciso di disfarsi a piene mani delle azioni del settore bancario italiano in Borsa.
Ma ci sono anche altre ragioni. “Innanzitutto gli istituti di credito hanno in pancia molti titoli pubblici. Quindi se per caso il mercato ritiene più probabile un default, allora questi titoli valgono di meno”, aggiunge.
L’impatto di questa situazione sui bilanci bancari non è però prevedibile perchè gli istituti di credito potrebbero “scaricare l’aggravio di costi sui clienti in vari modo magari facendo pagare di più i mutui o nascondendolo da qualche altra parte nei costi di gestione dei conti correnti”.
Infine l’effetto finale per i consumatori è tutto da verificare: “Può accadere che magari le banche decidano anche di farsi concorrenza e di non scaricare sui clienti o di farlo solo in parte. Alcune in modo più trasparente e altre meno. — continua Daveri — Ma sicuramente se c’è un aumento dei costi della raccolta dei fondi per il settore bancario, questo si tradurrà prima o poi anche in un aumento dei costi per chi si indebita nei confronti delle banche”. Non certo una buona notizia per gli italiani e per le imprese.
Quanto ai conti pubblici, invece l’impatto dell’aumento dello spread non è immediato e si manifesterà in due tempi: il primo nella fase di rifinanziamento del debito in scadenza con maggiori costi per le casse pubbliche; il secondo nel bilancio pubblico con l’aumento della voce della spesa per interessi alla quale il governo dovrà trovare copertura.
“L’aumento della spesa pubblica per interessi andrà finanziato — precisa -. Quindi o aumentiamo le tasse o aumenta il deficit o tagliamo delle altre spese. Questo è quello che può accadere”.
Ma di quali cifre stiamo parlando? “Il calcolo che si può fare è che per ogni 100 punti base, se il governo deve rinnovare 350 miliardi di debito sui prossimi dodici mesi questo vorrebbe dire 3,5 miliardi in più — stima il docente — Poi quando si rinnova tutto il debito, il che avviene in sei o sette anni, a quel punto il costo diventa 21 miliardi circa. Questa stima vale per 100 punti, se poi l’aumento è di 300, allora bisogna moltiplicare tutto per tre. Ci sono quindi degli effetti consistenti perchè al momento il pagamento degli interessi sul debito in percentuale sul pil è 3,7 punti ed è quindi qualcosa come 60 miliardi”.
Ma le conseguenze non si limitano a questo: “Il costo per lo Stato sale perchè aumenta la spesa per interessi — spiega — quindi cresce il debito e porta ad un avvitamento del deficit e del debito”.
Non resta che chiedersi se l’Italia non rischia di ritrovarsi nella stessa situazione della Grecia costretta a tagliare stipendi pubblici e pensioni per risanare il debito.
Per il professore siamo lontani da scenari apocalittici che peraltro accomunano situazioni molto differenti.
“Nel caso di Atene lo spread non è stato rilevante: il debito greco è scomparso dal mercato e i prestiti sono stati fatti a tassi, per così dire politici, da parte degli altri governi dell’Europa piuttosto che dal Fondo monetario e dalla cosiddetta Troika — ricorda — Più che altro l’effetto che c’è stato e che può esserci anche da noi è che le banche taglino il credito disponibile a fronte del fatto che gli costa di più procurarselo. Insomma se c’è un aumento di costi che riescono a scaricare sui clienti, le banche continuano a prestare. Se, invece, stabiliscono che non è un buon momento, allora ci potrebbe essere una restrizione del credito”.
Il rischio insomma è che, a medio termine, torni d’attualità il cosiddetto credit crunch, l’assottigliamento dei prestiti concessi dalle banche. Intanto, in attesa di un nuovo governo, il primo dato di fatto è che la fiducia dei consumatori si sta logorando: “Sarà inevitabile che nel secondo semestre ci sia un rallentamento dell’economia. Ci stiamo già avvitando”, conclude auspicando un segnale chiaro della politica romana ai tanti dubbi degli investitori e dei cittadini.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 30th, 2018 Riccardo Fucile
QUELLO CHE SI TEME E’ L’EFFETTO DOMINO
Quanto ci sono costati i giochini dello spread inaugurati dalla bozza di contratto Lega-M5S che
il 16 maggio si impegnava a chiedere un referendum sull’euro, seguita dalla querelle su Paolo Savona?
Il Sole 24 Ore fa i conti degli aumenti dei rendimenti sui nuovi collocamenti dei titoli di Stato:
Così, in attesa della vendita sul mercato da parte del Tesoro dei BTp di oggi, ieri gli investitori hanno toccato con mano il costo della crisi politica sui BoT. In asta sono stati collocati 5,5 miliardi di titoli a sei mesi. Il rialzo del rendimento medio, rispetto al 26/4/2018 quando non era ancora “prezzata” la variabile politica, è dell’1,634%. Ciò significa che il costo aggiuntivo per lo Stato, vale a dire noi cittadini, è intorno a 44 milioni.
Denari che, sommando i i maggiori tassi per l’asta sui CTz di due giorni fa, diventano 55 milioni. Si dirà : non una grande cifra. E poi «riguardo ai soldi in oggetto, questi verranno pagati alla scadenza. Quindi l’esborso, ad esempio dei circa 10 milioni sui CTz — spiega l’esperto Angelo Drusiani di Albertini Syz -, avverrà tra due anni».
Di là da simili considerazioni, tuttavia, non si tratta dei primi costi aggiuntivi legati agli interessi sull’emissione di nuovo debito.
Il Tesoro, come già è stato indicato dal Sole24ore, ha dovuto aumentare, a causa della crisi politica, il tasso minimo reale garantito del nuovo BTp Italia.
Un ritocco che, se proiettato nell’arco degli 8 anni di durata del titolo e per i 7,7 miliardi di euro collocati, vale circa 92 milioni di euro da versare in più.
Nel complesso, quindi, i maggiori oneri finora sono arrivati intorno a 147 milioni.
Un numero destinato ad aumentare? Gli esperti rispondono positivamente.
È molto probabile che, con il proseguire dell’incertezza sul fronte politico, i rendimenti medi in asta crescano.
A ben vedere, però, non si tratta solamente del rischio-Italia. Quello che gli investitori temono, oppure su cui volutamente speculano, è il cosiddetto effetto domino.
Vale a dire: il bersaglio grosso è la tenuta dell’euro.
(da agenzie)
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Maggio 30th, 2018 Riccardo Fucile
DATI BANCA D’ITALIA: NEL 1988 IL 57% DEI TITOLI DI STATO ERA IN MANO A RISPARMIATORI ITALIANI, OGGI E’ SOLO IL 6%
Chi è maggiormente colpito dalle turbolenze dello spread di questi giorni?
Oggi una quota esigua del nostro debito pubblico è in mano, direttamente, ai piccoli investitori italiani, famiglie e imprese soprattutto, mentre circa un terzo è in quelle straniere.
Banche, fondi e assicurazioni italiane italiane detengono invece circa il 50% del debito. Ma non è sempre stato così.
Dai dati disponibili sul database della Banca d’Italia è possibile ricostruire come è cambiata la composizione dei possessori del debito, dal 1988 ad oggi
Il primo dato a saltare all’occhio è proprio la progressiva riduzione della quota di debito, sia in termini assoluti sia in termini percentuali, in mano ai risparmiatori italiani.
Contemporaneamente, e in particolare con l’adesione dell’Italia alla moneta unica, cresce la fiducia nel nostro Paese e con essa la porzione detenuta dagli investitori stranieri.
Il dato cresce dal 4% del 1988 al 32% attuale. Quella degli investitori nostrani cala dal 57 al 6%. Molto evidente anche l’impatto del programma di Quantitiative Easing della Bce operativo da marzo 2015.
Nel dettaglio la quota di titoli di Stato in mano alla Banca d’Italia, direttamente o attraverso la Banca Centrale Europea, passa dal 5% del 2014 al 16% attuale.
Diverso il caso delle banche.
La quota di debito in mano agli istituti di credito italiani nel 2018 è di circa il 27% del totale, pari a 612 miliardi di euro.
Il che spiega perchè siano soprattutto gli istituti di credito a soffrire dei rialzi del differenziale. Di questi però soltanto 342 sono titoli di Stato, mentre il resto è rappresentato prevalentemente da altri prestiti.
Se si considera un aggregato di banche e assicurazioni, italiane e straniere, l’ammontare è di poco inferiore ai 400 miliardi di euro.
A primeggiare in questo caso è il Gruppo Poste Italiane, che tra investimenti e riserve ha in pancia oltre 121 miliardi di titoli, seguita da Generali, che al 30 settembre 2017 ne aveva oltre 63 miliardi , e Unicredit, che a fine marzo vantava 47,2 miliardi di titoli.
(da “La Repubblica“)
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Maggio 30th, 2018 Riccardo Fucile
“L’ITALIA SCATENA IL TIMORE GLOBALE SULL’EURO”
“L’incertezza dell’Italia spinge l’euro sulla ribalta, l’ultimo posto che l’Europa vuole”. “L’Italia
scatena il timore globale di una nuova crisi dell’euro”. Sono i titoli di apertura della versione online rispettivamente del New York Times e del Wall Street Journal, dedicati appunto alla crisi politica del nostro Paese.
Bloccando la formazione del governo da parte di “due partiti populisti” nella convinzione che un membro cruciale della loro proposta di esecutivo avesse intenzione di far uscire l’Italia dall’euro, il presidente Mattarella “potrebbe aver gettato le basi per nuove elezioni, elezioni che equivalgono ad un referendum sull’euro”, scrive il New York Times.
“Per l’Unione europea, un’altra elezione italiana sarebbe terribilmente un brutto momento”, prosegue il quotidiano, ricordando la debolezza di Angela Merkel e il rischio di nuove elezioni anche in Spagna.
“Per quanto improbabile possa essere un ritiro italiano dall’eurozona, la mera prospettiva è più pericolosa per il futuro della Ue” che il bailout della Grecia, del voto britannico per lasciare il blocco (europeo, ndr) o le controversie sul ruolo della legge con Ungheria e Polonia”, prosegue il New York Times, ricordando che l’Italia è un membro fondatore della Ue e dell’euro e la quarta più grande economia del blocco, e la psicologia conta”.
Con la sua mossa, “Mattarella ha dato agli italiani, eccezionalmente, la stessa opzione costruita nel sistema francese – due turni di voto, il primo col cuore, il secondo con la testa”, secondo il giornale, che ricorda la sconfitta al secondo turno di Marine Le Pen sostenendo che il presidente italiano “sta scommettendo che gli italiani possano fare lo stesso”, se i partiti populisti scioglieranno la loro ambiguità sull’euro.
Secondo il Wall Street Journal, invece, la mossa di Mattarella “suggerisce un nuovo round di elezioni che potrebbe rafforzare la posizione delle forze anti euro, alcune delle quali cercano di sciogliere l’unione sempre più vulnerabile dell’Europa”.
“Sei anni dopo che l’eurozona ha fatto un passo indietro dall’orlo di una rottura, una forte liquidazione del debito dell’Europa meridionale si è allargata ai più vasti mercati finanziari, inducendo gli investitori verso la sicurezza del dollaro e dello yen giapponese, che sono aumentati impetuosamente”, osserva il quotidiano.
Intanto il Tesoro americano ritiene sia meglio per l’Italia e gli altri paesi dell’area euro risolvere i loro problemi senza grandi cambiamenti all’intero di Eurolandia. Lo afferma un funzionario Usa in vista del G7 dei ministri finanziari e dei governatori delle banche centrali che si terrà a Whistler, in Canada.
“Sarebbe meglio se risolvessero le cose all’interno dell’area euro senza grandi cambiamenti, e sicuramente l’Italia ha l’occasione per farlo” mette in evidenza il Tesoro, secondo quanto riporta la stampa Usa.
Il funzionario Usa aggiunge che l’Italia e la volatilità sui mercati emergenti saranno nell’agenda del G7 finanziario a Whistler in Canada.
Anche il Dipartimento di Stato di Mike Pompeo sta monitorando la crisi politica in italia. “Monitoriamo sempre queste questioni”, ha detto Heather Nauert, portavoce del Dipartimento di Stato, parlando ieri durante il consueto briefing con la stampa.
(da agenzie)
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Maggio 30th, 2018 Riccardo Fucile
COSI’ VI ABITUATE ALL’ETICA DEI PATRIOTI SOVRANISTI
Un altro giornalista russo ammazzato, un altro critico del presidente russo caduto sotto colpi di pistola in un agguato.
Questa volta è toccato ad Arkady Babchenko, reporter e scrittore finito in esilio a Kiev dopo essere stato oggetto di minacce per le sue posizioni polemiche contro le operazioni di Mosca in Siria e Ucraina.
Babchenko sarebbe stato colpito alla schiena da tre proiettili mentre stava rientrando nel suo appartamento.
Sua moglie era in bagno al momento dell’attacco e lo ha ritrovato nel corridoio coperto di sangue.
Il giornalista — e veterano di guerra — sarebbe morto in ambulanza prima di raggiungere l’ospedale.
Nato nel 1977, Babchenko aveva servito la Russia in entrambi i conflitti in Cecenia (1994-96 e 1999-2009) prima di lasciare le forze armate, nel 2000, e dedicarsi al giornalismo, lavorando come corrispondente di guerra per Moskovsky Komsomolets e Zabytyi Polk.
Successivamente ha scritto anche per Novaya Gazeta e ha pubblicato libri, uno dei quali pubblicato anche in Italia, da Mondadori, con il titolo ‘La guerra di un soldato in Cecenia’.
Aspro critico del presidente Vladimir Putin, Babchenko si era schierato contro la destabilizzazione dell’Ucraina da parte della Russia e aveva coperto il conflitto con i suoi reportage.
Poi, nel febbraio del 2017, in seguito ad una campagna d’odio nei suoi confronti per aver scritto un post su Facebook in cui sostanzialmente si dichiarava indifferente per l’incidente aereo di Natale 2016 costato la vita all’intero coro Alexandrov Ensemble, aveva deciso di lasciare la Russia, trasferendosi prima a Praga e poi a Kiev, dove lavorava per la tv ATR.
“Qui non mi sento più sicuro”, aveva scritto elencando tutte le minacce che aveva subito dopo quel post, anche da parte del deputato ultranazionalista Vitaly Milonov e dal senatore Frants Klintsevich.
Il network Tsargrad, guidato da Alexander Dugin, definito da molti osservatori come l’ideologo di Putin (sebbene questa sia una tesi alquanto controversa e tutta da provare), lo aveva ad esempio inserito al decimo posto dei 100 russofobi più pericolosi.
La polizia di Kiev, come riporta Meduza, ha emesso un comunicato in cui sostiene apertamente che Babchenko è stato ucciso a causa del suo lavoro di giornalista.
Il Comitato Investigativo russo ha controbattuto aprendo un’inchiesta e promettendo di non lasciar cadere nel vuoto “questi crimini crudeli contro i nostri concittadini”. Quella di Babchenko è solo l’ultima, infatti, di una serie di morti sospette — tutte di critici di Mosca — avvenute a Kiev negli ultimi mesi.
Nel marzo del 2017, ad esempio, Denis Voronenkov, ex deputato del partito comunista e anche lui schierato contro la guerra in Ucraina era stato freddato a colpi di pistola nelle strade del centro città .
(da agenzie)
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Maggio 30th, 2018 Riccardo Fucile
BASTA BALLE: CHI HA VOTATO LEGA E FDI VOLEVA UN GOVERNO DI CENTRODESTRA, NON CON IL M5S… CHI HA VOTATO M5S NON HA VOTATO PER UN’ALLEANZA CON SALVINI E MELONI
In politica l’onestà ormai si proclama a parole ma da tempo non si pratica: ne è palese
dimostrazione dover sopportare ogni giorno le dichiarazioni dei due “vincitori” delle elezioni del 4 marzo che rivendicano il “loro diritto a governare” sulla base di una somma matematica pari al 50,1% dei consensi raccolti nelle urne.
Gli italiani hanno la memoria corta e il cervello confuso, perchè dovrebbero porsi una semplice domanda: quanti elettori del M5S hanno votato quel partito sapendo che sarebbero andati incontro a un’alleanza con la Lega?
Quando mai qualcuno li ha avvisati che dare un voto a Di Maio voleva dire darlo a Salvini?
E viceversa: quell’elettore di Forza Italia che all’uninominale ha votato il candidato leghista o di Fdi in quanto espressione del centrodestra, era forse stato avvisato che Salvini e la Meloni avrebbero venduto il suo voto al M5s?
Comunque la si pensi, il vulnus è evidente: o si dice prima che intenzioni si hanno (vedi uscita o meno dall’euro) e si mantiene la parola, o votare è solo una presa per i fondelli.
Dopo una campagna elettorale dove voleva andare dal notaio per far firmare il patto anti-inciucio, ora la Meloni si dichiara pronta a votare un governo con i grillini, vi rendete conto?
E’ l’immagine plastica del delirio poltronista che non risparmia nessuno: chi accusava Berlusconi di tramare per un nuovo patto del Nazareno con Renzi non ha il minimo scrupolo, dopo appena tre mesi, a inciuciare con l’avversario elettorale di ieri.
Ecco perchè a questo punto meglio andare a votare appena possibile.
Ma lor signori ci dicano chiaramente con chi intendono allearsi dopo, magari con un patto notarile che preveda, in caso di tradimento, la perdita di tutti i loro beni mobili e immobili, nonchè lo stipendio da parlamentare.
Sarebbe un segnale anche ai mercati che un Paese di politici cialtroni sta diventando serio.
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