Destra di Popolo.net

IL SONDAGGIO SWG SUL DECRETO SICUREZZA RIVELA CHE QUALCOSA STA CAMBIANDO

Gennaio 7th, 2019 Riccardo Fucile

I DUE PARTITI DI GOVERNO GODONO DEL 58% DEI CONSENSI, MA APPENA IL 43% SUL DECRETO SICUREZZA STA CON SALVINI E BEN IL 38% COI SINDACI E LE REGIONI CHE SI RIBELLANO: UNA PERDITA SECCA PER IL GOVERNO DI 15 PUNTI

Sulle polemiche tra sindaci, Regioni e Viminale relative all’applicazione del decreto la spunta di pochissimo il ministro dell’Interno, segno di forti divisioni tra gli elettori.
Il sondaggio Swg, oltre a rilevare una perdita di consensi di Lega e M5S a vantaggio di Pd e Forza Italia (in calo invece Fdi) affronta anche il tema della settimana, ovvero il decreto sicurezza e il relativo scontro tra sindaci e presidenti di Regione e il ministro degli Interni.
Ed emerge un’Italia spaccata con il 43% che si schiera con Salvini, il 38% con i sindaci e il 19% che non si esprime.
Il dato che fa riflettere è che l’elettorato grillino non sta con Salvini: se i due partiti di governo raggiungono insieme il 58% di consensi e i favorevoli al decreto si fermano al 43% vuol dire che un 15% non è d’accordo.
Non a caso a favore dei sindaci si dichiara il 38% degli italiani mentre il Pd è al 17% e la sinistra nel suo insieme arriva al 25%.
Quindi 13 punti arrivano da altri elettori.
Se anche sommiamo tutti i partiti del fu centrodestra si arriva al 44-45%, quindi Salvini non ha fatto il pieno nemmeno nell’area a lui attigua, considerando una percentuale di Cinquestelle che si saranno espressi a favore del decreto, mentre molti altri si saranno rifugiati nel “non saprei” e una buona fetta a favore dei sindaci.
Sono i primi segnali di un certo risveglio dell’opinione pubblica civile trainata (altro elemento interessante) non tanto dai toni poco incisivi del Pd, quanto da quelli più combattivi di Orlando e De Magistris.
A dimostrazione che Salvini va affrontato con la sciabola e non con il fioretto.

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SALVINI VUOLE “RICONSEGNARE TRE VILLE CONFISCATE ALLA MAFIA AI CITTADINI” MA NON SA NEANCHE CHE SONO ABUSIVE E VANNO ABBATTUTE

Gennaio 7th, 2019 Riccardo Fucile

L’ESPERTO DI NUTELLA RIMEDIA UNA FIGURA BARBINA

Da settimane annuncia l’intenzione di voler consegnare ai palermitani tre ville confiscate a Cosa nostra. Ma quelle case sono abusive.
Nuovo fronte di scontro tra Leoluca Orlando e Matteo Salvini.
Da giorni il sindaco di Palermo polemizza con il ministro dell’Interno sul decreto sicurezza.   “Spero che nelle prossime tre ville confiscate alla mafia che avrò presto la gioia di riassegnare ai cittadini di Palermo, il sindaco non ci piazzi dentro gli immigrati“, aveva detto al culmine dello scontro il leader della Lega.
Ventiquattro ore dopo ecco la replica del primo cittadino siciliano: le tre ville sono abusive.
Ad accertarlo sono gli uffici del comune di Palermo, secondo cui in base all’attuale legislazione andrebbero abbattute perchè si trovano entro i 150 metri dalla costa. “Siamo disponibili a farci carico di queste ville, ma il governo o il Parlamento devono prima trovare una soluzione che permetta di sanarle: così potremmo solo abbatterle“, ha detto Orlando che già  in giornata aveva lanciato un messaggio a Salvini.
“Signor ministro, meno Facebook e più fatti. Da ormai più di 6 mesi annuncia che verrà  a consegnare ai palermitani delle ville confiscate, ma oltre gli annunci niente. C’è qualche problema? Se stesse un pò meno su Facebook e un pò più al Ministero saprebbe perchè i suoi uffici non fanno la consegna. Noi, i palermitani, aspettiamo”, aveva incalzato il sindaco del capoluogo siciliano.
Le tre abitazioni si trovano nella borgata marinara di Vergine Maria, a poche decine di metri dal mare. Ognuna ha una superficie di circa 300 metri quadrati, sono state confiscate, in via definitiva nel 2013, ai boss mafiosi Salvatore e Giovanni Lo Cicero dopo una lunga battaglia giudiziaria.
Il decreto di assegnazione dell’Agenzia per i beni sequestrati e confiscati alle mafie risale all’estate del 2018.
Già  a fine ottobre il ministro Salvini annunciò che sarebbe giunto a Palermo per la cerimonia di consegna, il comune allora comunicò all’Agenzia di volere assegnare le ville al Centro servizi per il volontariato (Cesvop), all’Asp per destinarlo all’assistenza dei minori autistici e la terza alla Consulta comunale per la pace e la cooperazione.
A quel punto gli uffici comunali avviarono le verifiche per la presa in possesso degli immobili scoprendo che al catasto non c’è traccia delle ville che sono state costruite senza autorizzazione e in violazione della legge perchè ricadono nei 150 metri di inedificabilità .
In base alla legge urbanistica, dunque, gli immobili dovrebbero essere abbattuti. Solo una delle tre ville potrebbe essere sanata perchè da vecchi rilievi fotogrammetrici emergerebbe che sarebbe stata realizzata prima dell’approvazione del piano regolatore generale.

(da agenzie)

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SALVINI NON VUOLE I PROFUGHI SENZA PRECEDENTI PENALI MA E’ INDULGENTE VERSO I TIFOSI PREGIUDICATI

Gennaio 7th, 2019 Riccardo Fucile

NIENTE DIVIETI DI TRASFERTA NE’ PARTITE SOSPESE PER CORI RAZZISTI … A QUANDO UN SELFIE CON TUTTI I PREGIUDICATI DELLE CURVE COLLUSI CON LA ‘NDRANGHETA?

Matteo Salvini fa sedere il mondo sportivo attorno a un tavolo dopo il Santo Stefano nero della serie A: la notte di Milano contrassegnata dagli scontri fuori dal Meazza, che hanno provocato la morte di Daniele Belardinelli, e dai buuh razzisti al difensore del Napoli Koulibaly.
Al termine della riunione il ministro dell’Interno non annuncia interventi straordinari come la semplificazione della procedura per sospendere le partite di calcio, al momento incagliata sul doppio ruolo arbitro-responsabile ordine pubblico, o le partite a porte chiuse.
Piuttosto dice: ” Sono assolutamente contrario a vietare le trasferte e a chiudere gli stadi perchè è la morte del calcio”.
E poi ancora: “Chi decide e in base a quale criterio oggettivo se sospendere una partita? Servono criteri oggettivi che in questo caso sono difficilmente individuabili, quindi sono contrario alla sospensione delle partite”.
“Difficilmente individuabili” i cori razzisti? Esilarante, deve essergli calato l’udito.
Morbido quindi con i tifosi, “coinvolgendoli — sostiene Salvini – si risolve il problema della violenza”, tipica teoria buonista…
“La mia preoccupazione è quella di non mettere in difficoltà  l’arbitro, che ha già  il suo bel da fare. E penso anche agli operatori di pubblica sicurezza. Ho condiviso la scelta di non sospendere Inter-Napoli. Preferisco prevenire e sensibilizzare che sospendere le partite”.
Infatti si è visto come è riuscito a prevenire l’agguato di Milano.

(da agenzie)

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SEA WACHT, DIECI PAESI EUROPEI (COMPRESA L’ITALIA) DISPOSTI AD ACCOGLIERE I 49 PROFUGHI, MA LA TRAGICA FARSA CONTINUA

Gennaio 7th, 2019 Riccardo Fucile

MALTA PONE LA CONDIZIONE CHE VENGANO RIDISTRIBUITI ANCHE ALTRI 249 SALVATI NEI GIORNI SCORSI… DIECI PAESI NON SONO IN GRADO DI ACCOGLIERNE 30 A TESTA?… COME AL SOLITO QUELLA FOGNA DI PAESI DELL’EST SOVRANISTI NON NE PRENDONO NEANCHE UNO

Una decina di Paesi – tra questi Italia, Germania, Francia, Portogallo, Lussemburgo, Olanda e Romania – si sono offerti di ricevere i migranti a bordo di Sea Eye e Sea Watch se Malta aprirà  i suoi porti per lo sbarco.
Ma l’impasse resta, perchè La Valletta chiede che oltre alle 49 persone a bordo delle due navi delle ong, siano ridistribuiti anche altri 249 profughi salvati nei giorni scorsi dai suoi guardacoste.
Si apprende da fonti diplomatiche europee.
I posti messi a disposizione dal gruppo di Paesi pronti ad accogliere – spiegano ancora le fonti – sono superiori ai 49 necessari per la ridistribuzione di quanti sono a bordo di Sea Watch e Sea Eye, ma non arrivano a coprire tutti e 298 i trasferimenti complessivi richiesti da Malta.
Nessuna offerta è stata invece avanzata dai Paesi dell’est, come Polonia o Ungheria.
Dopo la riunione degli ambasciatori di oggi, sono in corso nuovi contatti, ed è possibile che la questione sia discussa pure al Consiglio affari generali di domani, 8 gennaio, anche se attualmente non è tra gli argomenti previsti dall’ordine del giorno.

(da agenzie)

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MILITANTI DI FORZA NUOVA AGGREDISCONO UN GIORNALISTA E UN FOTOGRAFO DE L’ESPRESSO

Gennaio 7th, 2019 Riccardo Fucile

SALVINI DIMENTICA DI ESSERE IL MINISTRO DEGLI INTERNI: “CHIEDEREMO COME MAI UN SORVEGLIATO SPECIALE FOSSE IN LIBERTA'”… SE NON LO SA LUI CHE GARANTISCE “SICUREZZA” A CHI LO VUOLE CHIEDERE? CLASSICO CASO DI DISSOCIAZIONE PER CONVENIENZA

Aggrediti un giornalista e un fotografo dell’Espresso da esponenti dell’estrema destra. Federico Marconi e Paolo Marchetti erano davanti al cimitero del Verano, a Roma, per documentare la commemorazione dell’uccisione dei tre militanti del fronte della gioventù e del movimento sociale uccisi in via Acca Larentia, a Roma.
A dare la notizia dell’aggressione il sito de L’Espresso:
Alle 14.30 si erano riuniti membri del movimento neofascista Avanguardia Nazionale insieme a Forza Nuova e Fiamme Nere, per commemorare “tutti i camerati assassinati sulla via dell’onore”.
L’aggressione è avvenuta durante l’ora di pranzo. I militanti di estrema destra si sono rivolti ai giornalisti urlando: “L’Espresso è peggio delle guardie”. Hanno intimato, con spinte e minacce, al reporter di consegnare la memoria della macchina fotografica. Si sono poi rivolti con violenza a Marconi, accerchiandolo. Tra loro – si legge sul sito de L’Espresso – c’era il capo di Forza Nuova Roma, sorvegliato speciale:
È probabilmente questa la causa dell’aggressione. Perchè avremmo documentato la piena violazione della restrizione. Castellino si è avvicinato al nostro cronista e lo ha preso per il collo. Altri lo hanno spintonato, tirandogli anche un calcio sulle gambe e una serie di schiaffi.
La ricostruzione continua: gli aggressori si sono appropriati del telefono del giornalista, per cancellare foto e video della giornata, e hanno preso il suo portafoglio, per vedere i documenti.
La sindaca di Roma, Virginia Raggi, su Twitter ha scritto: “Inaccettabile la violenza contro il giornalista dell’Espresso Federico Marconi e il fotografo Paolo Marchetti. Roma condanna ogni forma di violenza e di neofascismo”.
“Chiederemo perchè uno degli aggressori (Giuliano Castellino, sottoposto al regime di sorveglianza speciale, ndr) era in libertà ” commenta Salvini.
Forse dimentica di essere lui il ministro degli Interni, la domanda la rivolga a e stesso.

(da agenzie)

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BARI: TREMILA GILET ARANCIONI, LA RABBIA DEGLI AGRICOLTORI CONTRO LEGA E M5S

Gennaio 7th, 2019 Riccardo Fucile

I RIMBORSI PROMESSI PER LE GELATE NON SONO MAI ARRIVATI… INVECE CHE PENSARE AI GILET GIALLI FRANCESI, DI MAIO E SALVINI FAREBBERO MEGLIO A CURARSI DI QUELLI ARANCIONI… O NON VALE PIU’ IL “PRIMA GLI ITALIANI”?

Mattinata di proteste a Bari con le strade invase dai gilet arancioni degli agricoltori e degli olivicoltori che invocano “interventi seri e concreti da parte del governo e della regione per il rilancio del settore”.
Emuli dei gilet gialli francesi, i manifestanti si sono ritrovati nel piazzale dello stadio San Nicola con 150 trattori per sfilare nel centro del capoluogo pugliese fino a piazza Prefettura, in cui si è radunata buona parte della protesta attorno alle 9.30.
Dallo stadio la colonna di mezzi ha attraversato il tondo di Carbonara, confluendo poi in via Tatarella e sul ponte Adriatico per raggiungere poi piazza Massari. Da lì i manifestanti si sono diretti in piazza Libertà  e verso il lungomare Nazario Sauro per ricongiungersi con i gilet arancioni su corso Vittorio Emanuele e piazza Prefettura, dove sono stati allestiti dei gazebo e fatta risuonare della musica fin dalla prima mattinata.
Sono tremila i manifestanti raccolti attorno al palchetto montato dagli agricoltori. Qui sono solo 60 i mezzi confluiti, per ragioni di sicurezza e secondo le disposizioni delle forze dell’ordine.
Lo stallo produttivo dopo le gelate di febbraio di 2018 e lo spauracchio della xylella che dal basso Salento ha raggiunto ormai le campagne baresi, uniti all’attesa dello sviluppo del piano di sviluppo rurale sono l ragioni della protesta “senza bandiere e sigle, se non il tricolore e appunto il gilet arancione per protestare contro l’immobilismo del governo giallo-verde”, ha spiegato Onofrio Spagnoletti Zeuli, portavoce del movimento.
“Il ministro Centinaio venga qui in Puglia per capire quale dramma stiamo vivendo”. È L’invito che il portavoce dei gilet arancioni, ha lanciato dal palco:   “Chiediamo il riconoscimento dello stato di calamità  dopo le gelate di febbraio dello scorso anno, azioni incisive e definitive contro il batterio della xylella e lo sblocco delle risorse del programma di sviluppo rurale”.
Il presidente del consiglio regionale della Puglia, Mario Loizzo, in una nota dichiara che “la protesta degli olivicoltori pugliesi è sacrosanta”. “Ci auguriamo – aggiunge – che il buon senso prevalga e che a breve da Roma arrivino segnali positivi, per vedere garantiti agli olivicoltori pugliesi gli indispensabili risarcimenti”.
Accanto ai gilet arancioni, scortati nel percorso dalle forze dell’ordine, si sono schierati l’Agci, l’Associazione frantoiani di Puglia, Cia, Confagricoltura,   Confcooperative, Copagri, Italia olivicola, Legacoop, Movimento nazionale agricoltura, Unapol, Liberi agricoltori, ma anche i sindacati Cgil, Cisl e Uil.
Sostegno al movimento è arrivato dall’associazione nazionale dei comuni italiani, dall’ordine degli agronomi e dal collegio regionale dei periti agrari.
Non sono mancati gli attacchi al governo e al reddito di cittadinanza di matrice pentastellata, “buttiamo soldi per i fannulloni”, commenta Spagnoletti Zeuli, dopo che gli agricoltori pugliesi hanno dovuto assistere allo stralcio del decreto sulla calamità . E sul simbolo della protesta avverte: “Abbiamo copiato i francesi con il gilet ma noi siamo un popolo tranquillo. L’agricoltore è la parte buona del Paese”, conclude il portavoce.
“Ci abbiamo provato in tutti i modi ad   introdurre la deroga per le gelate ma è stata stralciata dalla legge di bilancio. Chiediamo scusa per non esserci riusciti”.
Giuseppe L’Abbate e Gianpaolo Cassese, parlamentari del Movimento 5 Stelle, rispondono così alle proteste dei Gilet Arancioni pugliesi che in migliaia stanno protestando in piazza Prefettura a Bari.

(da agenzie)

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IL COSTITUZIONALISTA DI SALVATORE: “DI MAIO MENTE: IL GOVERNO POTEVA FERMARE LE TRIVELLE NELLO JONIO, PERSINO BERLUSCONI BLOCCO’ I NUOVI PERMESSI”

Gennaio 7th, 2019 Riccardo Fucile

“SI POTEVA DIRE NO CON UN SEMPLICE DECRETO LEGGE”

“Di Maio mente: poteva bloccare anche con un decreto legge o con una legge i nuovi permessi di ricerca nello Ionio. Erano procedimenti, cioè richieste di trivellazione, avviati con i passati governi, certo. Ma questo non significa che il governo attuale non potesse intervenire. Persino Berlusconi lo fece…”.
Enzo Di Salvatore, costituzionalista del comitato promotore del referendum No Triv, colui che scrisse i quesiti referendari sottoposti al voto degli elettori nella primavera del 2016, non molla la presa.
E con lui il cuore ambientalista del Movimento cinquestelle, insoddisfatti delle risposte del governo, dopo lo scoop di Huffington Post sui nuovi permessi di ricerca petrolifera rilasciati nel mar Ionio.
Perchè è soprattutto su questi che, secondo Di Salvatore, il ministro Luigi Di Maio non sta dicendo tutta la verità , quando argomenta che si trattava di autorizzazioni date dai precedenti governi di centrosinistra contro le quali l’attuale governo non poteva nulla, a meno di dover affrontare le impugnazioni da parte delle compagnie petrolifere.
Professor Di Salvatore, insomma non basta dire ‘la colpa è del Pd’.
Assolutamente no. I tre permessi di ricerca autorizzati nello Ionio, uno sotto Santa Maria di Leuca e l’altro sotto Crotone, sono procedimenti avviati con gli scorsi governi, cioè la richiesta di ricerca è pervenuta al ministero allo Sviluppo Economico sotto le precedenti amministrazioni. Ma è questo governo che li ha autorizzati: nello specifico, il Mise, il ministero guidato da Di Maio. E il punto è che poteva non farlo.
Come?
Agendo per legge. Si trattava di procedimento in corso, era possibile bloccarlo anche con un decreto legge o con una legge, se ci fosse stata la volontà  politica.
Insomma, un po’ come lo status di rifugiato: finchè non ce l’hai, ti può sempre essere negato, va attesa l’istruttoria.
Esattamente. Invece il governo per sei mesi non ha deciso nulla, il bollettino idrocarburi è rimasto vuoto senza una decisione. Alla fine il dirigente del ministero, che lo stesso Di Maio chiama in causa nel suo post su Facebook, ha dovuto firmare. Avrebbe potuto evitarlo se fosse intervenuta una legge a bloccare il procedimento. Molto semplice. Persino Berlusconi nel 2010 intervenne sul tema, per legge.
Ecco spieghiamo bene questo precedente.
Fu l’allora ministro all’Ambiente Stefania Prestigiacomo a chiedere che venissero bloccati i procedimenti entro le 5 miglia dalla costa. Fu fatto. Non per i permessi già  concessi, ma per quelli che erano stati chiesti: esattamente il caso delle tre concessioni nello Ionio. Poi nel 2011 arrivò il governo Monti che vietò il rilascio di nuove concessioni entro le 12 miglia marine, ma riattivò le richieste bloccate da Berlusconi. Poi la legge di stabilità  del 2016 bloccò tutte le concessioni entro le 12 miglia: quelle in corso e quelle future.
Le nuove concessioni nello Ionio sono però in un’area oltre le 12 miglia dalla costa.
Ma infatti il punto non è questo. Il punto è che superano il limite di 750kmq stabilito per legge per ogni area di ricerca: le due autorizzazioni al largo del Salento sono contigue, una di 729kmq, l’altra di 749kmq e sono gestite dalla stessa multinazionale Global Med. Ma l’altro punto è politico: il ministro non può dire dovevamo procedere perchè erano autorizzazioni già  concesse dai precedenti governi. Perchè non è vero: erano procedimenti avviati, non autorizzazioni già  concesse. Si poteva intervenire eccome e invece si è scelto di non farlo, in barba alle promesse di campagna elettorale.
Nella scorsa legislatura lei è stato anche ascoltato in commissione in Parlamento proprio sul tema della ‘sospensione delle autorizzazioni per nuove attività  di prospezione e coltivazione di giacimenti petroliferi e modifica della normativa in materia’.
Sì era il 13 febbraio 2014, fummo ascoltati io e l’Eni in commissioni riunite Ambiente e attività  produttive della Camera: presiedeva proprio l’attuale sottosegretario allo Sviluppo Economico Davide Crippa. Anche per questo mi sembra assurdo che anche lui dichiari che non si poteva fare nulla. Si poteva, lo ripeto. E dico di più: anche i permessi già  concessi possono essere revocati. Non è vero che si ricorre sempre in sanzioni e impugnazioni da parte delle compagnie petrolifere.
Mi spieghi meglio.
L’articolo 6, comma 11, della legge numero 9 del 1991 stabilisce che: “ove sussistano gravi motivi attinenti al pregiudizio di situazioni di particolare valore ambientale o archeologico-monumentale, il permesso di ricerca può essere revocato, anche su istanza di pubbliche amministrazioni o di associazioni di cittadini…”. E vale anche per “i permessi di ricerca in corso alla data di entrata in vigore” di questa legge. E’ chiaro che bisogna muoversi in punta di diritto e farlo con delle leggi. Per citare un esempio: l’ex ministro allo Sviluppo Economico Federica Guidi non concesse l’autorizzazione per le trivellazioni a Ombrina mare (Abruzzo, ndr.) dopo che tutto il procedimento era stato concluso. Lo fece senza una legge, senza dare spiegazioni. La società  concessionaria, la Rockhopper, ha chiesto svariati milioni di risarcimento danni e ora c’è la causa in tribunale. Se non agisci in punta di legge, succede questo. Ma un governo ha gli strumenti per autotutelarsi. Sempre.
Ieri nella raffica di reazioni da parte del governo, si è intravista anche una certa tensione tra Di Maio e il ministro all’Ambiente Sergio Costa, il quale dice che non ha mai firmato autorizzazioni e mai lo farà . Che idea si è fatto?
In questa storia è vero che Costa non c’entra. La Valutazione di impatto ambientale è stata data dai precedenti ministri all’Ambiente, non l’ha data lui. Perchè, ripeto, i procedimenti erano già  avviati. Ma l’autorizzazione l’ha data il Mise sotto l’attuale ministro Di Maio che poteva fermarla. E’ questo il punto. Non si può rispondere: è colpa dei passati governi. Altrimenti Renzi può dire è colpa di Monti. Però intanto i governi se vogliono, intervengono sulla materia, come dimostrano i casi che ho citato. Il governo gialloverde non lo ha fatto.

(da “Huffingtonpost”)

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TRIVELLE, IL VOLTAFACCIA E’ SERVITO

Gennaio 7th, 2019 Riccardo Fucile

TUTTE LE BUGIE DI DI MAIO: IL GOVERNO HA DATO PARERE POSITIVO ALLE TRIVELLAZIONI… ALTRO CHE COLPA DEI GOVERNI PRECEDENTI, BASTAVA UN DECRETO LEGGE PER BLOCCARLE

Ieri sera il bisministro vicepremier Luigi Di Maio è uscito dal bunker per rispondere sulla questione delle autorizzazioni sulle trivellazioni nel Mar Ionio di cui ha parlato il Fatto Quotidiano.
Di Maio ha sostenuto che un funzionario del ministero dello Sviluppo ha firmato accordi che risalivano al governo precedente perchè altrimenti avrebbe commesso un reato.
In primo luogo è divertente notare che dopo aver fatto per cinque anni all’opposizione di tutta l’erba un fascio a più riprese, arrivando a sostenere che una ministra controllasse una banca perchè aveva azioni per due o tremila euro, il ministro Di Maio sia sempre pronto a sottigliezze argomentative ora che gli tocca prendersi le responsabilità  delle decisioni.
Ad esempio   il vicepremier sostiene che «queste ricerche di idrocarburi erano state autorizzate dal governo precedente e in particolare dal ministero dell’Ambiente ai tempi del ministro Gian Luca Galletti, che aveva dato una Via, la Valutazione di impatto ambientale, favorevole».
Bonelli contesta invece l’autodifesa del governo: «Il ministro dell’Ambiente, Sergio Costa, non dice che i suoi uffici hanno dato pareri positivi per le trivellazioni in Adriatico e alla Shell nell’area del Parco nazionale Appennino lucano Val d’Agri-Lagonegrese».
E in più, ragiona, non c’è stato alcun atto per fermare l’iter avviato dal vecchio esecutivo.
Spiega oggi Repubblica invece che nell’ultimo BUIG (il bollettino ufficiale degli idrocarburi e delle geo risorse) sono state pubblicate le autorizzazioni per una concessione di “coltivazione” a Bagnacavallo, in provincia di Ravenna,e permessi di ricerca nel mar Ionio, esternamente al Golfo di Taranto.
Le approvazioni sono del Mise dopo i pareri favorevoli rilasciati dal precedente governo.
Nel caso di Bagnocavallo, il Mise sostiene che essendoci l’accordo di Regione e comuni non era possibile fermarli. Per i tre pugliesi, richiesti dalla società  petrolifera americana Global Med, esisteva una valutazione di impatto ambientale del 2017. La Regione aveva però dato parere negativo.
A pagina 26 del Bollettino è indicato espressamente a proposito dell’utilizzo dell’air gun («le bombe d’aria e sonore che provocano danni ai fondali e alla fauna ittica», avvertiva ieri Bonelli) che è la «tecnica più efficace per lo studio delle caratteristiche geologiche del sottosuolo marino» e che «si riscontra l’assenza di una correlazione provata degli impatti sui mammiferi marini».
Il governo, che ieri ha utilizzato anche il ministro Sergio Costa come scudo umano per Di Maio e il responsabile dell’Ambiente non si è tirato indietro, mostrando una passione per i giochini di parole (“Non ho mai autorizzato trivellazioni. I permessi rilasciati in questi giorni…”), sostiene che non fosse possibile bloccare le autorizzazioni.
In realtà  esisteva una possibilità  con l’approvazione di un decreto legge che avrebbe bloccato le autorizzazioni.
In un primo momento si era pensato di portare un emendamento in Finanziaria, ma poi era stato ritirato. Ora il sottosegretario allo Sviluppo economico, Davide Crippa, promette di inserire una norma nel decreto legge “Semplificazioni” per bloccare i 40 permessi pendenti.
Il governatore pugliese Michele Emiliano ha però annunciato ricorso per bloccare le autorizzazioni.
C’è infatti da segnalare che ieri lo stesso ministro Costa, dopo aver detto che un parere positivo della commissione VIA “non è un’autorizzazione“, così confermando indirettamente che i pareri sono effettivamente usciti dal suo ministero e sono positivi, ha detto che bisogna lavorare per inserire una norma per bloccare i 40 permessi pendenti “come ha proposto il MISE”: questo significa che è vero che bastava una norma per fermare tutto, che il governo non l’ha varata ma ha preferito inserire un condono per Ischia nel decreto Genova, e che sta promettendo di fare in futuro quello che avrebbe dovuto fare prima.
Un po’ come Andreotti e Forlani, con la differenza che loro non negavano l’evidenza per poi affermarla alla riga successiva.
«Dice di non aver firmato atti che autorizzano le trivellazioni, ma non dice che i suoi uffici hanno dato pareri positivi per le trivellazioni in Adriatico e alla Shell nell’area del parco di Lagonegrese. Se è vero che le istanze vengono da lontano, però si sono concluse in questi ultimi mesi», dice ancora Bonelli riferendosi alle affermazioni di Costa.
Non solo: una delle società  ha ottenuto due autorizzazioni nello stesso giorno, spiega Augusto De Sanctis, del Forum H20 a La Stampa: «Un modo per eludere il divieto di ricerca in aeree superiori a 750 km quadrati: si è sempre fatto così, ma sarebbe bastata una lettura critica della norma».
La Puglia dove il M5S ha raggiunto il 44,9% dei consensi alle elezioni del 4 marzo, è diventata infausta per Di Maio.
Prima l’Ilva, poi, prima delle trivelle, il gasdotto Tap.
I prossimi della lista sono i No Muos:   in Sicilia nella riserva naturale della Sughereta di Niscemi, in provincia di Caltanissetta, continuano a sperare nella chiusura del mega satellite gestito dagli Stati Uniti. A Washington il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi ha chiarito quanto preteso dagli alleati americani: il Muos deve restare dov’è.

(da “NextQuotidiano”)

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TRIESTE, PARLA IL CLOCHARD: “ERO FUGGITO DAL REGIME DI CEAUSESCU, IN STRADA TANTI MI HANNO AIUTATO”

Gennaio 7th, 2019 Riccardo Fucile

IL SENZATETTO E’ ROMENO E SPIEGA DI ESSERE FINITO IN STRADA DOPO ESSERE STATO BUTTATO FUORI DA UN CENTRO DI ACCOGLIENZA… NON HA PRECEDENTI PENALI

«Dormo in strada e non mi è mai successo niente, tante persone mi hanno aiutato: c’era chi portava cibo caldo, chi mi dava dei soldi».
Così in un’intervista al Piccolo di Trieste Mesej Mihaj, il senzatetto romeno che si è visto gettare in un cassonetto i pochi averi dal vicesindaco leghista Paolo Polidori. Mesej spiega di essere finito in strada dopo essere stato «buttato fuori da un centro di accoglienza».
Da allora in migliaia sul web e dal mondo della politica sono intervenuti indignati per quel gesto.
Lui, spiega in un’intervista di non essersene nemmeno reso conto e di non avere realizzato della tanta solidarietà  arrivata dopo.
In questi giorni Mihaj si trova in un hotel vicino a Trieste dove è stato accolto dalla comunità  romena e dal suo presidente Andreescu Felix Aurelian. Mesej è arrivato in Italia dalla Romania molti anni fa.
Racconta di essere fuggito dalla dittatura di Ceausescu.
«Nel 1989 ero in piazza a manifestare – dice – poi ho avuto paura e sono scappato». Dopo essere vissuto a Gaeta, prosegue, «nel 1997 sono finito a Civitavecchia. Ho chiesto più volte asilo politico ma invano».
Non ha precedenti penali ma il 3 dicembre scorso gli è arrivato un foglio di via dalla Polizia locale: un obbligo al quale non ha ottemperato e che gli è costato una denuncia.
Il 12 ottobre gli rubano i documenti e lui non sa cosa fare. «Sono a Trieste da allora. Ho dormito in un centro di accoglienza per cinque giorni, poi di punto in bianco mi hanno detto che dovevo andarmene perchè non avevo la residenza -spiega- . Sono andato a fare la denuncia di furto due volte, alla terza mi hanno detto che dovevo andare via. L’assistenze sociale mi voleva dare solo un biglietto per la Romania».
Intanto è in arriva la multa per il vicesindaco Polidori: la polizia locale infatti è pronta a sanzionarlo per non aver rispettato le norme comunali per la gestione dei rifiuti urbani.
Il leghista infatti ha gettato gli indumenti, un piumino e una bottiglia di plastica di Mesej senza contare che i materiali tessili integri debbano essere gettati negli appositi cassonetti gialli o portati nelle aree di raccolta dedicate, mentre la plastica ha il suo contenitore.
Polidori potrebbe dover pagare 450 euro considerando che la violazione del regolamento prevede una multa che va da 50 a 300 euro, ma se i vestiti non sono chiusi dentro un sacco la sanzione va da 25 a 150 euro.
La mossa del vicesindaco di postare la foto del cassonetto sui social, rende ancora più evidente la violazione del regolamento, cosa spesso difficile da attribuire al vero responsabile.

(da “il Corriere della Sera”)

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