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QUELLO CHE RILANCIAVA BUFALE DICE CHE “SERVE UN GIORNALISMO ONESTO”

Gennaio 12th, 2019 Riccardo Fucile

IL PRESIDENTE RAI MARCELLO FOA ORA SI DEDICA A DARE LEZIONI DI HONESTA‘

Marcello Foa, attuale presidente della Rai, in occasione di un incontro pubblico a Torino per la presentazione del suo libro “Gli stregoni della notizia: atto secondo” ha affermato che “il giornalismo ha un ruolo centrale nella nostra società , ma perchè torni a ricoprirlo a pieno titolo occorre che recuperi la fiducia del pubblico”
“Una volta i giornalisti venivano rispettati e osannati, ora non più, è giusto che si faccia autocritica. Il giornalismo che serve è il giornalismo onesto, plurale e indipendente», ha aggiunto Foa.
Un giornalismo coscienzioso – ha aggiunto – deve sviluppare una coscienza critica della propria professione perchè ciò che ha danneggiato davvero l’immagine del nostro lavoro è il conformismo che ha portato ad una grandi sfiducia nella stampa da parte dei lettori. Una situazione che va corretta», ha proseguito il presidente della Rai.
I giornalisti devono essere consapevoli delle regole che usano gli ‘stregoni’ delle notizie che di fatto manipolano il giornalismo a proprio vantaggio”
È molto strano sentire queste parole proprio da Foa, che come abbiamo raccontato più volte scrive spesso per il giornale online ‘Silenzi e Falsità ‘, è un ritwittatore seriale di Fake News (come quella dello smalto su Josefa messa in giro da Francesca Totolo, che ha artatamente dato il via ad una serie di commenti di altri sedicenti ‘sovrsanisti) che sostenevano che Josefa non fosse una vera migrante), ha il figlio raccomandato che lavora nel team di comunicazione di Salvini ed è vicino a Steve Bannon, guru del sovranismo e anche lui spacciatore di notizie false.
Magari prima di impartire lezioni (e di scrivere libri) bisognerebbe imparare la decenza di tacere. Ma questo governo, e i suoi accoliti, la decenza non sanno nemmeno dove sta di casa.

(da Globalist)

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L’ASSICURAZIONE OBBLIGATORIA (IN TEORIA) PER LE CASALINGHE E’ RADDOPPIATA

Gennaio 12th, 2019 Riccardo Fucile

IL GOVERNO DEL CAMBIAMENTO LA RADDOPPIA: DA 12,91 EURO A 24 EURO L’ANNO… RENDE ALL’INAIL OLTRE UN MILIONE DI EURO

L’assicurazione contro gli infortuni in casa, volgarmente detta «assicurazione delle casalinghe», perchè rappresentano il 99 per cento della platea, raddoppia.
La mini-polizza da 12,91 euro all’anno è rivolta a chiunque, dai 18 ai 65 anni, si occupa in via esclusiva e gratuita della cura della casa e della famiglia e in teoria è obbligatoria, anche se nessuno ha mai preteso il pagamento di sanzioni.
Sarà  per questo che il governo Lega-M5S ha raddoppiato l’importo dai 12,91 euro attuali a 24 euro annui.
Aumentano però le prestazioni: l’invalidità  minima per ottenere la rendita scende al 6% e, dal 6 al 15, arriverà  una piccola una tantum da 300 euro. Il 6% corrisponde, per fare un esempio, alla ridotta capacità  di due dita della mano o a una leggera zoppia. Sale anche l’età  massima dei cittadini tenuti a versare il premio, che arriva a 67 anni.
L’assicurazione per le casalinghe è considerata da molti una tassa odiosa perchè va a colpire chi non lavora, non perchè quello della casalinga non sia un lavoro ma perchè le casalinghe non vengono certamente retribuite per le loro mansioni e quindi non hanno un reddito.
Di fatto l’assicurazione INAIL per chi lavora in casa e che dovrebbe servire a coprire le spese mediche sostenute dallo Stato in caso di infortunio è una sorta di tassa per quei disoccupati che si occupano di tenere in ordine la propria abitazione e sui quali lo Stato ha deciso di fare cassa.
Teoricamente anche gli studenti maggiorenni, i lavoratori in mobilità , i cittadini stranieri senza lavoro, i lavoratori in cassa integrazione e i lavoratori stagionali hanno l’obbligo di pagare l’assicurazione.
Il governo del Cambiamento ha avuto la bella pensata di raddoppiare il balzello. Questo nonostante sia noto che quasi nessuno paga l’assicurazione obbligatoria (e le sanzioni per i trasgressori siano inesistenti).
Nel 2015 La Stampa dava conto del fatto che fossero davvero in pochi gli onesti che rispettavano la legge con 2,2 milioni di assicurazioni stipulate nel 2008, 1,6 milioni nel 2012 e poco più di 1,2 milioni nel 2014.
Ciononostante dal 2001 al 2015 l’INAIL, grazie alle poche uscite, ha accumulato 130 milioni di avanzo in un Fondo autonomo speciale.

(da “NextQuotidiano”)

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IL PRESIDENTE DELLE ACLI: “PER COMBATTERE LA POVERTA’ ASSOLUTA IL REI ERA PIU’ ADEGUATO DEL REDDITO DI CITTADINANZA”

Gennaio 12th, 2019 Riccardo Fucile

ROBERTO ROSSINI: “E’ STATO SOTTOVALUTATO IL RUOLO DEI COMUNI”

Doveva essere la settimana del decreto con quota 100 e Reddito di cittadinanza, ma il governo ha rimandato tutto.
Restano così poche settimane per rodare la macchina che dovrebbe distribuire il sussidio, sul quale si punta l’attenzione particolare delle Acli guidate da Roberto Rossini, che è anche il portavoce dell’Alleanza contro la povertà .
Ci sono i tempi tecnici per realizzare una misura così complessa?
“La nostra esperienza per la partenza del Rei”, spiega Rossini, “ci dice che queste cose richiedono tempi non sempre brevi, perchè l’architettura istituzionale di un Paese come il nostro è ovviamente complessa. Vediamo…”
Credete che le risorse a disposizione siano sufficienti per far fronte al problema della povertà  in Italia?
Le risorse sono davvero notevoli, noi – fino all’anno scorso – dicevamo che per coprire tutte le persone in povertà  assoluta occorressero poco più di 5 miliardi, con il Rei. Qui se ne prevedono circa 6 quindi sarebbe possibile. Chiaro che il RdC non è il Rei, pertanto va ricalibrata la cifra. In sintesi, per il Rei sì, per il RdC forse sono ancora pochi.
Rispetto al Reddito di inclusione del precedente governo, quali giudica novità  rilevanti e quali punti di continuità , stando ai testi circolati?
Le novità  concernono il rapporto di lavoro, che nel RdC rappresenta il vero perno attorno a cui gira tutto il sistema. Nel Rei, invece, si puntava sulla muldimensionalità  della povertà . In altre parole, se si è poveri non è solo per mancanza di lavoro, e quindi vanno considerate anche altre condizioni, dalla situazione della famiglia, alle possibili dipendenze, ai problemi debitori, quelli sanitari e quant’altro generi povertà . È vero che anche nel RdC c’è un percorso che tiene in considerazione questi casi, ma è più residuale rispetto all’impianto laburista. La questione è capire se funziona una misura unica che tiene insieme la lotta alla povertà  con le politiche attive del lavoro.
E’ dunque possibile esaurire l’aspetto di contrasto alla povertà  e supporto all’inclusione giocando tutto sulle politiche attive del lavoro?
Come dicevo, solo parzialmente. Ci sono casi di persone che vorrebbero lavorare ma non possono, non sono in grado. Quindi come si fa? Occorre che si tenga conto anche della situazione soggettiva, e non solo di indicatori oggettivi, per decidere se orientare la persona ai Centri per l’impiego o ai Servizi sociali.
In sintesi, quale strumento le sembra più adeguato allo scopo al netto delle differenti risorse a disposizione?
Per le ragioni di cui sopra, rispetto alla povertà  assoluta credo che la misura del Rei sia più adeguato allo scopo. Il RdC si configura più come incentivo al lavoro. Bisogna capire quali siano i livelli di compatibilità .
La misura muove una vastità  di attori: Inps, Anpal, Centri impiego, Caf, Patronati, Comuni. E’ pronta la rete per erogare il sussidio? Quali gli anelli deboli e il vostro ruolo di Acli?
L’anello debole è sempre la difficoltà  di far lavorare insieme istituzioni ed organizzazioni che sono molto complesse. Occorre una buona regia e una visione realista delle cose. Mi pare che si sottovaluti il ruolo dei Comuni, che invece è sempre decisivo. Come Acli giochiamo un grande ruolo in questa partita, perchè facciamo assistenza fiscale, ci occupiamo di politiche attive del lavoro e siamo anche nel campo della formazione professionale.
Teme l’effetto di disincentivo al lavoro o addirittura incentivo al nero?
Qui non sono state fatte cose diverse dal Rei. È sempre possibile, molto dipende dai meccanismi di controllo e di vigilanza.
Crede che la scala di equivalenza delineata nelle bozze sia penalizzante per le famiglie numerose?
Sì, questo è un dato oggettivo, è diminuito il peso dei figli: l’importo massimo del Reddito di Cittadinanza (1.050 euro) è previsto per famiglie di 4 adulti o di 3 adulti e 2 minori, mentre per i nuclei con un adulto e 3 minorenni è previsto un importo che non va oltre gli 800 euro. Sappiamo invece che la presenza di figli minori è uno dei fattori che determina una maggiore incidenza della povertà  nelle famiglie.
Stando alle bozze che conosciamo, quali sarebbero i correttivi più urgenti?
Dirli in poche battute è difficile. Ne indico almeno quattro: la valutazione della situazione soggettiva della persona, la riduzione degli anni per l’accesso alla misura da parte degli stranieri, il riequilibrio della governance fra Comuni, Regioni e Centri per l’impiego, il coinvolgimento attivo del Terzo settore e delle parti sociali.
Siete stati coinvolti nella scrittura del decreto?
No, non è avvenuto. Noi nel contempo, all’interno dell’Alleanza contro la povertà , abbiamo continuato a pubblicare documenti per dire cosa fosse importante conservare per contrastare la povertà  assoluta in Italia.

(da agenzie)

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LA PACCHIA DI SALVINI: 70.000 EURO DI SOLDI PUBBLICI A RADIO PADANIA

Gennaio 12th, 2019 Riccardo Fucile

MENTRE VOGLIONO TAGLIARE I FONDI A RADIO RADICALE, MANIFESTO E AVVENIRE, CORDONI DELLA BORSA APERTI PER FINANZIARE CHI PRENDEVA SOLDI DAL CORRUTTORE PARNASI

Quello che stupisce è che hanno la faccia tosta di chiamarlo il governo del Cambiamento, visto che una volta arrivati al ‘potere’ i grillini (i leghisti hanno alle spalle una lunghissima storia di processi, mazzette, soldi pubblici intascati illecitamente, arresti e condanne) hanno occupato anche gli strapuntini, piazzato amici, parenti, fidanzate o migliore di amici, trombati alle elezioni, riciclati e miracolati
Così mentre Di Maio e Conte si preparano ad assistere all’agonia di Radio Radicale, mettono a rischio la sopravvivenza di testate storiche come Avvenire e Manifesto, il ministro Luigi Di Maio è pronto a finanziare con 70 mila euro di denaro pubblico radio Padania, che è nella disponibilità  del capo della Lega Matteo Salvini.
Una Radio Padania – va ricordato a quelli che parlano di honesta honesta honesta – che aveva ricevuto contributo dal costruttore Parnasi, che per ottenere i permessi di costruzione dello stadio della Roma non aveva esitato a dare soldi a gran parte della politica (Lega compresa) e che era solido frequentare Salvini.
Parnasi ora sotto inchiesta per corruzione
Tra l’altro i 70 mila euro gentilmente concessi dal governo del Cambiamento a Radio Padania potrebbero essere molti di più nel caso della redistribuzione della quota di extragettito del canone Rai 2017.
Cifra che potrebbe raddoppiare entro marzo in caso di una eventuale redistribuzione della quota di extragettito del canone Rai 2017.
Ma come è possibile?
Il contributo a Radio Padania proviene dal Fondo per il pluralismo e l’innovazione dell’informazione, quello che secondo M5s dovrebbe essere abolito. Ma nel frattempo Radio Padania di Salvini metterà  in tasca i soldi.
Ovviamente i meriti storici della Radio li conosco tutti. Dalle esternazioni sulla difesa della ‘razza bianca’ dell’attuale governatore della Regione Lombardia Fontana al tifo per la Francia (la tanto odiata Francia di oggi) che giocava contro l’Italia nella finale degli europei del 2000.
Senza parlare dei numerosi dipendenti della Radio che, dopo i primi problemi economici, sono stati miracolosamente assunti dalla Regione Lombardia.

(da Globalist)

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CORI RAZZISTI E ANTISEMITI, INSULTI AI CARABINIERI DALLA CURVA DEI TIFOSI LAZIALI DURANTE LAZIO NOVARA

Gennaio 12th, 2019 Riccardo Fucile

IL MINISTRO DEGLI INTERNI HA SDOGANATO ANCHE LA TEPPAGLIA VIETANDO DI SOSPENDERE LA PARTITA: EVVIVA LA SEDICENTE DESTRA DELLA LEGALITA’

Cori antisemiti e a sfondo razzista dalla curva nord laziale durante la sfida di Coppa Italia contro il Novara.
Alla mezzora di gioco dal settore più caldo della tifoseria biancoceleste si sono levati i cori “giallorosso ebreo” e “questa Roma qua sembra l’Africa”.
Cori anche contro i Carabinieri.
Allo stadio sono presenti 13 mila persone, i cori arrivano da un ristretto gruppo della curva e nel ‘semideserto’ degli spalti l’eco è evidente.
Il nuovo episodio all’Olimpico arriva al culmine di una settimana calda sul fronte tifoserie: martedì notte gli scontri tra ultras Lazio e forze dell’ordine a Piazza della Libertà , in occasione della festa per il compleanno del club, e nelle stesse ore la diffusione di volantini antisemiti che prendevano di mira Lazio e Napoli, firmati da un sedicente gruppo di romanisti.

(da agenzie)

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QUELLA DIVISA E’ DELLO STATO, NON DI SALVINI

Gennaio 12th, 2019 Riccardo Fucile

INDOSSARE L’UNIFORME E’ COME DIRE “LA POLIZIA E’ COSA MIA”. MA NON E’ COSI’

Nelle democrazie le forze dell’ordine vivono di quel delicatissimo equilibrio che si fonda sull’equidistanza tra le forze politiche.
Al contrario, nelle dittature, i tiranni indossano sempre la divisa, che non è banale teatralizzazione del potere, ma serve a mandare un messaggio preciso: l’esercito risponde a me, a me soltanto e a nessun altro.
Fidel Castro ha indossato la divisa nelle apparizioni pubbliche per decenni, la logica era la solita utilizzata nei paesi del socialismo reale: l’esercito è il popolo, io sono il capo dell’esercito, io sono il conduttore del popolo.
Attaccare Fidel Castro significava avere l’esercito (e tutte le forze dell’ordine) contro. Fidel Castro dismise la divisa militare in rare occasioni: quando incontrò Giovanni Paolo II nel 1998 per esempio; in quel caso mise da parte il suo ruolo di caudillo e si sottopose a un possibile confronto che infatti portò alla liberazione di diversi detenuti politici.
Gheddafi indossava la divisa militare perchè fosse chiaro che il suo era principalmente un ruolo militare, un potere militare, preso con le armi e mantenuto con le armi.
La Libia era la caserma del Colonnello Gheddafi che ebbe la civetteria populista di definirsi Colonnello, perchè Generale era il popolo (ossia nessuno, essendo il potere assoluto in Libia nelle mani del solo Gheddafi e della sua famiglia).
Mussolini dismette l’abito borghese e inizia a indossare fez e divisa quando decide che lo Stato e il fascismo debbano coincidere e quindi chiunque lo critichi è fuori dalla legalità . Da quel momento le critiche a Mussolini e al fascismo diventano un problema di polizia.
In guerra, anche i leader democratici hanno indossato la divisa. Uno su tutti, Winston Churchill. Con l’Inghilterra ufficialmente in guerra, indossare la divisa significava essere a capo delle forze armate di uno Stato in guerra.
A Yalta, tra i big three (Roosevelt, Stalin e Churchill), Stalin decise di indossare la divisa di Generalissimo dell’Armata Rossa (titolo che si era autoattribuito) mentre Roosevelt partecipò in abiti borghesi: in quel modo ribadiva il suo ruolo di presidente ben diverso da quello del generale Eisenhower.
Applicare oggi queste interpretazioni a Salvini può sembrare ridicolo per la mediocre caratura del personaggio, ma la sua mediocrità  non deve fuorviarci.
Cosa significa per lui (e per chi lo osserva e subisce) indossare quella divisa? Che se io critico o contrasto il ministro dell’Interno avrò la Polizia contro? Significa che la Polizia condivide le azioni politiche del ministro dell’Interno? In questo caso ci sarebbe da temere la trasformazione della Polizia di Stato in un organismo politico.
E qui vale la pena fare una precisazione che non è affatto scontata: la Polizia dipende dal ministero dell’Interno, non dal ministro, e non è questione di lana caprina.
È esattamente per questo motivo che la Polizia ha un capo della Polizia che non è il ministro dell’Interno.
Il ministro dell’Interno – come il primo ministro – quando indossa la divisa lo fa come gesto solidale che è accettabile esclusivamente in occasioni formali.
Per esempio tutti i presidenti, i presidenti del Consiglio e i ministri quando vanno a trovare i soldati in missione all’estero, indossano la divisa perchè quel giorno è un giorno da soldato.
Non solo: in zone di guerra, che i vertici politici non siano individuabili è una misura di sicurezza e non vuota formalità .
Anche nei giorni commemorativi indossare la divisa ha un significato istituzionale, ma indossare la divisa in occasioni diverse da questa sa solo di propaganda politica che si tramuta in gesto autoritario.
Il messaggio che chi indossa la divisa fuori contesto sta dando è un messaggio pericolosissimo per la democrazia. Questo vale per tutti e vale ancora di più per Matteo Salvini, leader di un partito che non ha una storia di legalità  da vantare.
La Lega non è stata in grado di arginare – e in parte forse non ha voluto – la diffusione del potere ‘ndranghetista nel nord Italia; la Lega deve ai cittadini italiani 49 milioni di euro e, sempre la Lega, in Calabria si è legata politicamente a figure poco specchiate: mostrandosi oggi con la divisa della Polizia, Salvini spera di poter cancellare tutto questo e dire non semplicemente “io sto dalla parte della legalità ” (ci mancherebbe pure che il ministro dell’Interno non lo fosse!), ma “io sono la legalità “.
Salvini usa la scorciatoia propagandistica per non rispondere delle responsabilità  politiche sue e del suo partito. Ma la cosa più grave è che utilizza la Polizia, un organo dello Stato che in democrazia è autonomo rispetto ai partiti politici, a tutti i partiti politici, per finalità  personali.
Indossare le divise, come fa Salvini, significa mandare messaggi a chi fa parte delle forze dell’ordine.
Significa avere un atteggiamento intimidatorio verso chi non dovesse avere simpatia per le posizioni politiche del ministro. Significa creare, per ogni divisa indossata, una frattura tra chi quella divisa la indossa ogni giorno, per lavorare e non per fare propaganda politica.
Ciascuno ha le sue idee politiche, ma se servi il Paese, prima della tua parte viene lo Stato.
Indossare le divise durante i comizi significa dire: la polizia è cosa mia. E lo Stato non è Matteo Salvini. E lo Stato non è la Lega.
Questo, a Salvini, ogni tanto vale la pena ricordarlo.

(da “La Repubblica”)

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SONDAGGIO: GLI ELETTORI GRILLINI BOCCIANO RAGGI E APPENDINO

Gennaio 12th, 2019 Riccardo Fucile

LA SWG REGISTRA UN CROLLO DI CONSENSI: SOLO IL 40% DI CHI LE HANNO VOTATE LO RIFAREBBE

Che il MoVimento 5 Stelle non sia in questo momento brillante nei sondaggi è un dato di fatto.
Ma la rilevazione pubblicata oggi da SWG ci dice qualcosa di più su Roma e Torino, dove il gradimento per l’operato delle sindache Raggi e Appendino non sembra altissimo.
I dati elaborati dai sondaggisti SWG dicono che fra gli elettori a livello nazionale solo il 16% dà  un voto fra 7 e 10 alla giunta Raggi di Roma e la percentuale scende addirittura a quota 10% per la Appendino a Torino.
E il consenso sta crollando anche tra i fedelissimi: solo per la metà  (il 50%) degli elettori che oggi voterebbero M5S la giunta Raggi merita fra il 7 e il 10.
Questa opinione è condivisa solo dal 39% degli elettori che il 4 marzo apposero la croce sul simbolo pentastellato.
Per Torino le percentuali sono molto vicine: 52% fra gli elettori attuali e 43% fra quelli delle politiche.
E c’è di più. Anche fra gli elettori che oggi voterebbero per il partito di Di Maio solo il 70% darebbe un giudizio buono sulla giunta Raggi (22,6% “molto positivo” e 47,4% “abbastanza positivo”).
Le percentuali di consenso alto scendono al 25,3% (solo 5,6% “molto positivo”) fra tutti gli elettori.
Ma che il consenso del M5S a Roma sia in robusto e drammatico calo non lo dicono i risultati dei sondaggi: basta guardare cosa è successo nel giugno scorso, dopo due anni di Giunta Raggi: nei municipi III e VIII, dove il M5S governava, si è andati al voto perchè sono cadute le giunte. E il M5S non è riuscito ad arrivare nemmeno al ballottaggio.

(da “NextQuotidiano”)

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IL COMUNE DI ROMA TOGLIE LE MONETINE DELLA FONTANA DI TREVI AI POVERI

Gennaio 12th, 2019 Riccardo Fucile

INVECE CHE ALLA CARITAS PER ASSISTERE GLI INDIGENTI FINIRANNO NELLE TASCHE DEL COMUNE PER LA MANUTENZIONE DELLA VASCA… IN BALLO 1,5 MILIONI DI EURO L’ANNO … D’ALTRONDE I GRILLINI SONO QUELLI CHE HANNO ABOLITO LA POVERTA’

I rapporti sono tesi, non è un mistero. Più volte la Curia romana ha punzecchiato l’amministrazione, da ultimo lo ha fatto il Vescovo di Roma Sud, Paolo Lojudice, chiamando alle proprie responsabilità  la giunta capitolina in materia di decoro.
Sullo sfondo una partita che oltreTevere ha creato parecchi malumori e non solo a livello di vertice.
Riguarda le monetine che i turisti lanciano a Fontana di Trevi.
Raccolte da Acea, l’azienda che si occupa della manutenzione della Fontana, finivano nelle mani dei volontari Caritas che le destinavano a scopi sociali. Finivano perchè tra qualche mese non sarà  più così.
Lo prevede una decisione assunta già  l’anno scorso dall’amministrazione capitolina guidata da Virginia Raggi e congelata tra le proteste per altri 12 mesi.
Arrivati alla fine dell’anno, i burocrati del Campidoglio hanno notificato alla Caritas che il versamento cesserà  dal primo di aprile. In sostanza scadrà  la proroga della proroga e oltre non si andrà .
Raggi conferma la volontà  di incassare le monetine e redistribuirle per finanziare opere di manutenzione, sobbarcandosi anche il costo del conteggio finora svolto gratis dai volontari Caritas.
La partita non è di poco conto: ballano un milione e mezzo di euro, stando al bilancio 2018.
Una goccia nel mare del disastrato bilancio capitolino che tuttavia saluta il gettito delle monetine come una provvidenziale boccata d’ossigeno.
Una mannaia per la Caritas che stima gli venga a cadere il 15 per cento del proprio bilancio, fatto poi di soldi dell’8 per mille e di decisivi finanziamenti pubblici e solo in minima parte privati.
Soldi che finiscono nel circuito dell’assistenza: dall’accoglienza dei senzatetto ai pasti e a iniziative benefiche che sopperiscono ai vuoti del welfare.
Insomma, dove non c’è la mano pubblica a garantire un tetto ai clochard e pasti caldi a chi vive per strada c’è la rete della Caritas.
E lo si è visto nel pieno dell’emergenza freddo nella capitale con il circuito del volontariato a fronteggiare una situazione che la rete pubblica dell’assessorato al sociale non è stata in grado di affrontare, tra inadeguatezza, pasticci burocratici e una attività  organizzativa partita decisamente in ritardo.
Per questa ragione il malumore crescente nei confronti delle scelte dell’amministrazione è esploso anche su Avvenire, il quotidiano della conferenza episcopale, che senza mezzi termini ha riportato in prima pagina quella che era una felpata polemica affidata al fioretto della diplomazia con un eloquente “Le monetine tolte ai poveri”.

(da agenzie)

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NEREO, IL POVERO CHE RENDEVA PIU’ UMANA LA CITTA’

Gennaio 12th, 2019 Riccardo Fucile

IL COMMOSSO RICORDO DELLA COMUNITA’ DI SANT’EGIDIO

Una folla silenziosa si è ritrovata ieri sera nella basilica di Santa Teresa d’Avila a Roma per salutare Nereo, il senzatetto investito da un pirata della strada all’alba del 7 gennaio scorso.
Fuori è buio e freddo, dentro c’è tanta luce e calore.
Tra i banchi e in piedi, sul fondo, 400 forse 500 persone: gente del quartiere e romani che vi si recano ogni mattina per lavoro, gli amici di Sant’Egidio, che da anni aiutavano Nereo e hanno organizzato la veglia di preghiera, e alcuni senzatetto suoi compagni di strada.
In chiesa c’è silenzio, commozione e stupore a ritrovarsi così in tanti. Ma anche la sensazione di un saluto ad una persona importante.
Nereo, che aveva compiuto 73 anni lo scorso novembre, aveva lavorato come carpentiere in giro per il mondo: Arabia Saudita, Germania, Iran, Libia, Russia, Somalia.
Poi, dal 1998, la vita in strada, a Roma, prima nei giardini di piazza Mazzini, poi in una tenda a Corso d’Italia con l’inseparabile cagnolina Lilla.
“La morte di Nereo è arrivata come un ladro nella notte – ha detto don Fernando Escobar della Comunità  di Sant’Egidio – ci ha addolorato per la sua profonda ingiustizia, ma anche risvegliato, ammonendoci a custodire la vita di chi attorno a noi è più fragile. A Roma, dall’inizio dell’inverno, sono già  morte 8 persone senza dimora”.
Tanti sono venuti a rendere omaggio ad un uomo povero che ha arricchito e conquistato tanti con la sua affabilità .
“Vado d’accordo con tutti”, diceva Nereo. Infatti il senzatetto, originario di San Bonifacio in provincia di Verona, non aveva nemici.
“In questo quartiere gli volevamo bene. Era gentile e sorridente”, dice un negoziante, mentre con un fiore in mano si unisce alla processione silenziosa che dalla chiesa raggiunge il luogo dove Nereo abitava.
Ora quell’angolo di Roma si è popolato di fiori, libri – tanto amati da Nereo – e poesie, che tanti gli hanno dedicato.
Ho fatto in tempo ieri a leggere uno di questi biglietti, su cui più o meno c’è scritto così: “Da anni attraverso Roma ogni mattina per raggiungere il mio posto di lavoro. Traffico, liti per un parcheggio, piccole e grandi violenze quotidiane, grigiore… poi arrivavo qui e ti vedevo, caro Nereo. Alzavi gli occhi dal libro, mi guardavi e con il tuo sorriso risvegliavi in me l’umanità “.
Nereo ha acceso una luce nella vita di tanti. Una sola persona, umile, sconosciuta al grande pubblico – senza che ce ne accorgessimo – aveva il potere di umanizzare quell’angolo della città . Anche una Capitale indurita e assuefatta all’indifferenza può quindi ritrovare un cuore proprio. A partire da un povero. Ma se una città  ritrova il cuore, cambia il suo volto, diventa più umana, ed è un vantaggio pet tutti.
In fondo Roma non è poi così grande perchè non possa cambiare. Ma forse deve accorgersi proprio di chi non considera capaci o degni. Cioè ricominciare dai poveri, che possono aiutarla più di tanti altri, più dei potenti o di chi si crede tale, a ritrovare la sua umanità .

Massimiliano Signifredi
Comunità  di Sant’Egidio

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