Febbraio 12th, 2019 Riccardo Fucile
STEFANO BRIGATO GESTISCE UNO STORICO PANIFICIO IN PROVINCIA DI PADOVA
Offro lavoro ma non trovo candidati adatti: una nuova storia con questo incipit arriva dalla provincia di Padova, dove un panettiere cerca un apprendista per 1.400 euro mensili, ma senza successo.
Stefano Brigato gestisce insieme al cognato Guglielmo Peruzzo lo storico panificio di Reschigliano di Campodarsego (Padova), ma non riesce a trovare una giovane leva che lo aiuti nella sua attività : la vicenda è riportata dal quotidiano Il Gazzettino.
Da tempo sulla vetrina del panificio è esposto il cartello “Cercasi apprendista panettiere”:
“Ci serve personale da assumere a tempo pieno, con contratto regolare, ma spesso è proprio questo il problema.”
Il contratto prevederebbe 8 ore di lavoro al giorno, uno stipendio che arriva fino a 1.400 euro netti al mese. Tanti i curriculum pervenuti e molti colloqui e periodi di prova sostenuti, ma nessun candidato disponibile a rispettare tutte le condizioni lavorative:
Condizione necessaria per svolgere la professione è il lavoro notturno, che viene retribuito con una maggiorazione del 50%. Si inizia alle 2 di notte e si stacca alle 9 di mattina ma rispetto a un tempo l’attività è meno faticosa. Le impastatrici automatiche, la lievitazione programmabile e i forni a gas computerizzati hanno alleggerito molto il peso della produzione.
Eppure il panettiere non demorde: oltre a continuare la sua ricerca, sottolinea come il mestiere del panettiere sembri non conoscere crisi ed invita i giovani ad investire nelle opportunità offerte da questa professione:
“Dobbiamo far capire ai giovani che questo mestiere resiste sempre alla crisi. Già perchè, che sia una michetta o un ricercatissimo sfilatino farcito di olive, il pane sulla tavola non manca mai.”
(da agenzie)
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Febbraio 12th, 2019 Riccardo Fucile
MACCHE’ PAGINA AMATORIALE DI SIMPATIZZANTI GRILLINI… QUANDO LA POLITICA E’ SOLO UN’OPERAZIOEN DI MARKETING
«Noi Che Vogliamo Un’Italia a 5 Stelle è una pagina amatoriale creata per consentire ai
simpatizzanti di commentare e valutare le attività del movimento».
Si giustifica così su Facebook e senza firmarsi l’amministratore della pagina Facebook divenuta improvvisamente famosa ieri per una card di ringraziamento a Sara Marcozzi, la candidata M5S uscita sconfitta alle regionali di domenica in Abruzzo.
La card, che aveva ottenuto quasi duemila condivisioni è stata rimossa dopo che Enrico Mentana aveva dedicato un post ai contenuti “autolesionisti” pubblicati dai gruppi e dalle pagine Facebook dei sostenitori del MoVimento.
Il contenuto del meme era infatti offensivo nei confronti degli elettori abruzzesi la cui maggioranza veniva descritta come ignorante e connivente con la politica del clientelismo e del servilismo (e sì, c’è anche un marchiano errore nel “ha avuto la migliore” invece che “la meglio).
Di per sè il tono di questa card — che usa un’immagine ufficiale unicamente come base per contenuti prodotti da “fan” — non è tanto diversa da commenti e post di insulti che si leggevano ieri in altri gruppi di sostenitori ed elettori pentastellati.
Il MoVimento 5 Stelle, come tutti i partiti politici, ha diversi canali di diffusione per la propaganda.
I social sono la componente più immediata e diretta. Molte delle pagine Facebook che fanno riferimento al M5S però sono pagine non ufficiali, ovvero non hanno un legame diretto con la macchina della comunicazione pentastellata ma ne rilanciano i contenuti.
A volte, rielaborando gli stili e le parole d’ordine dei 5 Stelle ne creano di loro.
Non è questo il posto per discutere sul fatto che uscite di questo genere facciano male al MoVimento, basti per il momento prendere atto di una cosa: sono reazioni tipiche di una parte dell’elettorato pentastellato molto rumorosa sui social.
Così tipiche che appunto è facile scambiare la propaganda non ufficiale della pagina Noi che vogliamo un’Italia a 5 Stelle per una pagina di simpatizzanti, magari un po’ sprovveduti e poco avvezzi alla comunicazione sui social
Un’impressione che viene confermata da post come quello tutti in maiuscolo in cui si chiede di cambiare subito la legge elettorale per le regionali per evitare il fenomeno — stigmatizzato anche dalla propaganda ufficiale del MoVimento — delle accozzaglie di partiti con decine di liste “civetta” a sostegno di un candidato presidente.
Dopo aver cancellato la card sulla Marcozzi l’admin della pagina ha postato un messaggio in cui si scusa per la polemica nata “per un semplice errore di distrazione/ortografico” (ma non per il contenuto stesso della card) e ribadisce che Noi che vogliamo un’Italia a 5 Stelle «è una pagina amatoriale creata per consentire ai simpatizzanti di commentare e valutare le attività del movimento». Ed è qui che la faccenda si fa interessante.
Fino a ieri sera infatti tra le informazioni della pagina — che fa riferimento al sito non ufficiale www.5stellenews.com (che oggi è curiosamente “in manutenzione”) — c’erano un numero di telefono (0863451605) e un indirizzo email (animaliavideo@gmail.com). Questa mattina nelle info della pagina il numero di telefono — che questa mattina suona a vuoto — è scomparso mentre l’indirizzo email, dei simpatizzanti, è ancora presente.
Ed è un peccato perchè basta una rapida ricerca su Google per vedere che sia il numero di telefono che l’indirizzo email sono collegati ad un numero considerevole di pagine.
Tutte pagine Facebook che non hanno un carattere politico ma che hanno una cosa in comune: un elevatissimo numero di fan.
Ad esempio c’è la pagina Essere Mamma o la ben più famosa Il mio gatto è leggenda da quasi 500mila “mi piace”. Se invece si cerca l’indirizzo email si trovano pagine come Animali che passione.
In questa caccia al tesoro seguendo le briciole lasciate dal social media manager di Noi che vogliamo un’Italia a 5 Stelle — che si mostra essere così una pagina ben poco amatoriale — si incontrano altri elementi.
Il mio gatto è leggenda infatti condivide spesso contenuti da un blog di Pianetadonna.it (che è un sito di Arnoldo Mondadori Editore già di Banzai Media).
Troviamo poi un nuovo indirizzo email, più “professionale”: socialmedidasrl@gmail.com. Di nuovo cercando su google questo indirizzo, che è collegato al numero di telefono presente sulla pagina fan “amatoriale” del MoVimento 5 Stelle, altre pagine come Dolce Mente Deborah (da oltre 750mila “mi piace”), La mia cucina è leggenda, Essere Donna (570mila like), La zia acida, Hello Vodka Goodbye Dignity, Il Mondo delle donne, Gatto miao cane bau oppure Eroi con la coda.
È evidente che la gestione di un così grande numero di pagine — e molte di queste pagina hanno uno o più gruppi collegati — è tutt’altro che un’impresa amatoriale.
Così come è poco amatoriale la gestione e la pubblicazione di articoli sul sito 5Stellenews richiede una struttura organizzativa e autoriale complessa.
Ci sono persone che scrivono gli articoli, altre che moderano la pagina e postano i contenuti, altre ancora che seguono i gruppi.
Se si analizzano i post di alcune delle pagine di questo network si nota poi come tendano a pubblicare prevalentemente post da due fonti principali.
Uno è il già citato blog su pianetadonna.it, l’altro è il sito bigodino.it. I due siti però appartengono a due realtà editoriali differenti, il primo a Mondadori il secondo alla media company Netaddiction, un colosso del web che edita siti come Lega Nerd, HDBlog o Dissapore.
Siti che — come Bigodino.it e pianetadonna — non hanno nulla a che fare con la becera propaganda a 5 Stelle di Noi che vogliamo Italia a 5 Stelle.
È quindi probabile che la persona (o le persone) che hanno in gestione queste pagine abbiano un contratto di collaborazione con questi siti al fine di aumentarne la reach e il pubblico.
Su Internet nulla è gratis, e nemmeno le pagine Facebook lo sono. Più “like” ha una pagina maggiore è la sua appetibilità per chi produce contenuti per il Web.
Parallelamente gli autori di queste pagine hanno messo in piedi una pagina “politica” con un sito collegato. Ma non solo c’è poco di amatoriale, c’è poco anche di politica.
Perchè è evidente che la semplice pagina di “simpatizzanti” (con sito annesso) è un’impresa commerciale come le altre.
Non solo perchè al sito è collegato un codice AdSense per la raccolta pubblicitaria dei click provenienti dalla pagina amatoriale ma anche perchè è inserito — in modo evidente — all’interno del network di pagine gestite da questa “Medida Srl” il cui CEO, co-Founder e Owner risulta essere — sempre grazie ad una ricerca su Google — Diego Lucci che si occupa di social media marketing.
Al di là della reale simpatia per il M5S da parte degli autori la scelta di spingere su contenuti “a 5 Stelle” si rivela essere una mera scelta di marketing per spremere click dai fan del MoVimento 5 Stelle (e magari farci qualche soldino).
Non c’è nulla di illecito o di illegale, magari c’è una certa furbizia nel presentarsi al pubblico per quello che non si è (una pagina amatoriale di simpatizzanti).
Ma questo è quello che succede quando si fa fare politica agli esperti di marketing, a tutti i livelli. E se il M5S è una grande operazione di marketing perchè dovremmo impedire ad altri di guadagnarci sopra?
(da “NextQuotidiano”)
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Febbraio 12th, 2019 Riccardo Fucile
LA TENTAZIONE DI ROMPERE E FAR RICADERE LA RESPONSABIITA’ SU SALVINI… LE OCCASIONI? IL VOTO SULLA DICIOTTI, LE AUTONOMIE O LA TAV
Alessandro Trocino sul Corriere della Sera firma un retroscena in cui racconta le difficoltà del MoVimento 5 Stelle con l’avanzata di Salvini e la possibilità di chiudere il governo di coalizione con la Lega in base a un incidente che lo faccia cadere:
A meno che, ragionano i vertici, non si crei un incidente che impedisca al governo di andare avanti, facendo ricadere la colpa sulla Lega. Le occasioni non mancano. C’è la questione Tav, dove il muro contro muro è a livelli di guardia e dove il coltello dalla parte del manico ce l’hanno i 5 Stelle. E c’è l’autorizzazione a procedere nei confronti di Matteo Salvini. I no al processo potrebbero cambiare. Un incidente su questo tema potrebbe far saltare i nervi a Salvini. È un gioco complicato, rischioso, anche perchè il leader della Lega è un politico consumato e difficilmente resterà con il cerino in mano.
Poi c’è la naturale resistenza di dirigenti e parlamentari a mollare un governo che, cadendo, potrebbe segnare la fine anticipata della legislatura.
Ma anche su questo un accordo verbale con Casaleggio e Grillo, già siglato, risolve il problema: nel caso di fine anticipata della legislatura prima dell’inverno prossimo, si concederebbe a tutti la possibilità di ricandidarsi.
In realtà c’è un altro punto oltre la TAV che potrebbe portare il M5S alla rottura: è la legge sull’autonomia che il governo sta per varare e che porterà giocoforza a grandi proteste al Sud: la senatrice Nugnes è l’unica pentastellata che oggi combatte contro la norma, potrebbe essere presto raggiunta da altri, interessati compagni.
Il M5S comunque potrebbe passare alle ricandidature degli eletti, spiega Trocino, ma con un nuovo leader a sorpresa:
Non poco, per un Movimento che dovrebbe ricominciare daccapo, con una nuova classe dirigente. Con Di Maio, se si vuole ritentare la strada del governo. O con Di Battista, nel caso si torni a combattere.
C’è un piccolo problema in questo piano: le elezioni non le decide il M5S ma il presidente della Repubblica. Il quale, dopo aver certificato l’impossibilità di un governo tra M5S e Carroccio, potrebbe chiedere ai grillini di esplorare la possibilità di un governo con il nuovo PD che avrà a breve un altro segretario.
E se gli dicono di sì?
(da “NextQuotidiano“)
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Febbraio 12th, 2019 Riccardo Fucile
LA PUNTATA DI IERI FA DISCUTERE SUL WEB, MA CONTRO L’IGNORANZA NON C’E’ RIMEDIO… E SALVINI DIFENDE MONTALBANO, SPIAZZANDO I SUOI FANS (POTENZA DEL PROCESSO CHE INCOMBE)
La puntata si è aperta fulminea: “Ancora con questa storia che i terroristi dell’Isis arrivano
con i barconi?”. E il commissario Montalbano – in questa prima puntata della nuova serie, intitolata Dall’altra parte del filo – ha subito messo in chiaro la sua posizione sui migranti.
Una puntata che ha fatto già discutere, ma ora che è andata in onda ha scatenato il dibattito su Twitter.
Tra chi critica duramente il tema ‘politico’ della puntata, chi lo collega ovviamente alle ultime polemiche sul festival di Sanremo, chi ironizza chiamando in causa Salvini e chi apprezza l’umanità del commissario più amato dagli italiani.
Per una volta Montalbano non unisce tutti: quelli che criticano la scelta di parlare del tema migranti (che poi non è l’unico tema della puntata) non sono l’eccezione su Twitter.
Come detto, la puntata si apre con uno sbarco a Vigata e il commissario che è costretto a gestire l’arrivo di un gruppo di migranti e uno stupro a bordo, facendo arrestare i due scafisti responsabili
Due le scene più toccanti della puntata.
In una Montalbano recupera in mare il cadavere annegato di un migrante che si era buttato dalla nave per cercare di raggiungere la riva e sfuggire ai controlli.
“Quella scena è stata molto forte e toccante – racconta Sonia Bergamasco, la Livia della serie – mi ha richiamato al presente della Sicilia e a tutto quello che questa terra sta vivendo da anni. Al di là delle polemiche politiche, non dobbiamo dimenticare che il nostro Paese ha una grande capacità di accogliere e una grande generosità “.
La seconda quando un migrante che era sulla nave cerca di scappare. Fermato, viene riconosciuto: è un famoso musicista, che era in tournèe in Europa quando ha deciso di tornare nel suo paese travolto dalla guerra (il riferimento alla Siria è abbastanza evidente) per aiutare la famiglia e poi costretto a scappare dalla guerra e tornare in Europa con un barcone. Con lui ha solo il suo flauto. E in quel flauto c’è tutta l’umanità di una persona, come c’è umanità del gesto di Montalbano che glielo restituisce
Con questi temi, era ovvio che la puntata facesse discutere. E molto: l’hashtag #montalbano è schizzato subito in testa tra i trending topic, con migliaia di tweet che hanno invaso la rete.
In più c’è una cosa che vale la pena ricordare, come fa qualche utente: ovvero che la trama della puntata di oggi sembra molto più attuale di quello che è.
Il racconto Dall’altro capo del filo infatti è stato pubblicato nel 2016. Quando ancora Salvini non era al governo.
E il ministro dell’Interno non poteva mancare l’appuntamento con il dibattito. Puntuale il suo tweet, che stavolta forse spiazza qualcuno “Io adoro Montalbano”.
La decisione sulla Diciotti è vicina, meglio fare il moderato…
(da agenzie)
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Febbraio 12th, 2019 Riccardo Fucile
CONTE E LEGA NON VOGLIONO LA GUERRA SU BANKITALIA E CON LA UE, DI MAIO ISOLATO PREFERISCE PRENDERE TEMPO
Ieri sera era in programma un vertice di governo a Palazzo Chigi con Giuseppe Conte, Matteo Salvini, Luigi Di Maio, il ministro Fraccaro e il sottosegretario Giorgetti. Ma il vertice è stato rinviato a stamattina, probabilmente perchè Salvini non è riuscito ad arrivare in tempo. La notte però ha portato consiglio a Di Maio che ha deciso di disertare il vertice mandando solo Fraccaro.
E per capire il motivo della fuga bisogna guardarsi in giro: proprio mentre il vertice era in corso e Salvini parlava dell’analisi costi-benefici sulla TAV, sul Blog delle Stelle è comparso un comunicato non firmato significativamente intitolato “Un nuovo corso per Banca d’Italia. Il Cambiamento deve tutelare i risparmiatori”.
Nel testo si ribadivano tutte le critiche sull’operato di Bankitalia in occasione delle crisi bancarie. Ma la parte più interessante è quella finale:
Cambiare i vertici, azzerarli se necessario, serve anche a mandare un messaggio ai risparmiatori traditi: lo Stato torna ad essere garante del risparmio, sciogliendo i legami incestuosi tra politica e finanza. E lo fa dopo aver stanziato un fondo da 1,5 miliardi di euro per risarcire azionisti e obbligazionisti colpiti dal sistema finanziario.
D’altra parte quello che vogliamo, come Governo del Cambiamento, è solo di esprimerci sui nomi dei vertici di Banca d’Italia e Consob. Ci è consentito dalla legge e lo faremo senza paura di toccare qualche potere forte che si fa scudo attraverso i media o le solite relazioni politiche privilegiate.
Abbiamo già espresso la nostra preferenza per Consob, indicando una persona di innegabile competenza come Paolo Savona. È il turno di Banca d’Italia, ed una cosa è certa: chi ha partecipato alla vigilanza degli ultimi anni, la più fallimentare della nostra storia repubblicana, non può rimanere al suo posto come se nulla fosse successo.
In poche righe il MoVimento 5 Stelle esprime infatti, senza spiegarlo minimamente, una serie di posizione su nodi con cui stava litigando nei giorni scorsi sia con Salvini che con Conte.
Il primo nodo che i grillini affrontano è quello del fondo per il risarcimento degli azionisti.
Come sappiamo — anche se i grillini non vogliono farvelo sapere — il problema di quel fondo è che le procedure previste dalla legge varata dai grillini vanno in contrasto con le norme europee.
La posizione del M5S sul tema è chiara: Conte deve varare lo stesso i decreti attuativi e poi ce la vedremo noi con l’UE (ingaggiando una battaglia politica al grido di “Vogliamo rimborsare i risparmiatori ma l’Europa non ce lo fa fare”).
Conte però non vuole firmare i decreti attuativi e questo ha causato la contestazione a Salvini e a Di Maio a Vicenza che i due vicepremier sono stati abili ad aggirare dal palco attaccando Bankitalia e Consob.
Con la nota Di Maio si mette in polemica diretta con Conte sul Fondo Indennizzo Risparmiatori ma non si risparmia anche sull’altro tema, ovvero su Luigi Federico Signorini e il direttorio di Bankitalia.
Qui la vicenda si fa più sottile. Nel vertice di qualche giorno fa che ha certificato il we agree to disagree tra Lega e M5S sulla conferma di Signorini il presidente del Consiglio Conte aveva spiegato di non poter in alcun modo bloccare la nomina perchè non rientra tra i suoi poteri di vicepresidente del Consiglio.
I grillini nella riunione avevano invece detto che la legge consentiva loro di muoversi e lo ribadiscono nel comunicato di oggi, usando però il verbo “esprimersi” che nasconde uno di quei giochi di parole per i quali il M5S è famoso in tutti i luoghi, in tutti i laghi. È infatti vero che il presidente del Consiglio può esprimere una valutazione negativa sulla nomina di Signorini, ma è altrettanto vero che in punto di diritto il presidente della Repubblica può fregarsene del parere del governo e dare lo stesso l’ok alla nomina.
Il premier sa che anche un parere negativo inviato dal Consiglio dei ministri al Quirinale su Signorini sbloccherebbe l’impasse, perchè il capo dello Stato confermerebbe il banchiere centrale.
Ma Conte capisce anche che per il Consiglio dei ministri omettere di fornire pareri sulle nomine nel direttorio, per paralizzare tutto, violerebbe le leggi italiane europee. E poichè lui stesso sarebbe chiamato a risponderne di fronte alle istituzioni del Paese e dell’Unione Europea, il tentativo di trovare un compromesso non può più attendere molto. Oggi però Di Maio gli ha fatto capire che non deve muoversi e deve evitare di mandare il parere. E se non lo fa? Mistero.
Infine c’è la dichiarazione di guerra sui vertici di Bankitalia. Che parte dalla nomina di Paolo Savona, e già qui fa un po’ sorridere perchè il M5S voleva Marcello Minenna su quella poltrona e il compromesso al ribasso sul nome di Savona toglie anche dal consiglio uno dei ministri su cui si puntava per fare la guerra all’Europa.
Ma anche qui i grillini erano evidentemente chiusi in un angolo, politicamente parlando, e vogliono uscirne rovesciando il tavolo: dicono che la vigilanza deve cambiare ma sanno benissimo che non hanno alcun potere di diritto sulle nomine di Palazzo Koch.
Ecco quindi spiegato il motivo della fuga di Di Maio dal vertice con Conte: politicamente il M5S è all’angolo perchè l’alleato, rinfrancato dalla vittoria in Abruzzo, è pervenuto a più miti consigli sulla questione di Bankitalia e Conte si è schierato con Mattarella.
Rischiavano di restare con il cerino acceso in mano e trovarsi nel vertice a dover dire di no a tutto senza risolvere nulla. Per questo meglio eclissarsi, rimandare tutto e tenere il punto in pubblico.
Perchè non sanno più che pesci pigliare.
(da “NextQuotidiano”)
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Febbraio 12th, 2019 Riccardo Fucile
I RAPPORTI TRA I DUE SI SONO LOGORATI
La sconfitta alle elezioni in Abruzzo scatena proteste e ricerche del capro espiatorio (la new
entry e Di Battista) ma anche una buona dose di complottismo nel MoVimento 5 Stelle. Il bersaglio odierno è il povero Giuseppe Conte, spiega oggi Il Messaggero in un articolo di Marco Conti:
La partita più importante, e delicata per il futuro del governo, è quella tra Giuseppe Conte e Luigi Di Maio. I rapporti tra i due sono logorati e il vicepremier accusa Conte di aver contribuito ad indebolire il peso del M5S nell’esecutivo e di essersi di fatto iscritto al terzo partito della maggioranza, sul quale vigila il Quirinale, e che annovera i ministri Moavero, Tria, la Trenta e lo stesso Savona, almeno sino ad una settimana fa.
Troppe mediazioni «al ribasso» da parte di Conte. Ma soprattutto, sempre a giudizio di Di Maio, la «costante presa di distanza», in Europa come in Italia, dalle battaglie del Movimento.
L’elenco è lungo e va dalla spiegazione offerta da Conte alla cancelliera Merkel sulla politica estera grillina e carpita da La7, ai rapporti con la Commissione Ue e con il Quirinale, passando per i legami con quel mondo accademico — dal quale proviene Conte — che consiglia di andare avanti con la Tav, così come fatto su Ilva e Tap.
Sullo sfondo del rapporto tra i due un sospetto forte che agita i sonni del vicepremier. Ovvero che l’avvocato, dopo l’esperienza a Palazzo Chigi, e forte dell’alta percentuale di gradimento raccolta in sette mesi, non voglia tornare all’attività accademica come promesso — ma intenda mettersi in proprio.
Magari alla guida di un movimento riformista in grado di traghettare anche molti dei nuovi eletti che in questa legislatura più volte si sono lamentati dello strapotere della “leva del 2013” andata quasi tutta al governo e che «decide senza consultarci trattandoci da schiacciabottoni».
Conte, che ieri si è autodefinito non solo«presidente della Repubblica», ma anche «garante della coesione nazionale», nelle ultime settimane ha in effetti trovato più sponde nella Lega che nel M5S.
Lo scontro su Bankitalia, come quello con la Francia o la questione venezuelana, lo testimoniano. Tutte “zeppe” che la coppia del doppio “di”, Di Maio e Di Battista, hanno messo all’attività di palazzo Chigi e che hanno contribuito ad incrinare anche i rapporti internazionali che Conte ha faticosamente costruito in sette mesi di governo.
(da agenzie)
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Febbraio 12th, 2019 Riccardo Fucile
ACCOLTA IL RICORSO-DENUNCIA DI DUE MIGRANTI DELLA VOS THALASSA PER LE DICHIARAZIONI DEI DUE MINISTRI CHE HANNO VIOLATO L’ART 6 DELLA CONVENZIONE INTERNAZIONALE SUL DIRITTO A UN EQUO PROCESSO
I giudici della Corte europea dei diritti dell’uomo hanno deciso di processare i ministri Danilo Toninelli e Matteo Salvini per alcune loro dichiarazioni sui migranti della nave Vos Thalassa fatte a luglio 2018.
La Cedu ha accolto il ricorso di un immigrato sudanese e uno ghanese che hanno denunciato i due ministri italiani per violazione dell’articolo 6 della Convenzione, quello che stabilisce il diritto a un equo processo.
Il rimorchiatore italiano Vos Thalassa l’8 luglio 2018 aveva salvato 65 persone dopo un naufragio e aveva ricevuto l’ordine di riportare tutti in Libia.
A bordo era scoppiata la protesta dei naufraghi che avevano circondato il comandante, spingendolo a fare retromarcia.
Era poi intervenuta la nave Diciotti, che aveva imbarcato i 65 immigranti, senza poter attraccare a Trapani se non dopo 5 giorni di scontri politici.
Una volta sbarcati in Sicilia, un sudanese e un ghanese sono stati fermati e accusati di violenza, minaccia, resistenza a pubblico ufficiale e atti diretti a procurare illegalmente l’ingresso a stranieri.
Nei loro confronti si erano espressi i ministri del governo italiano. Prima Toninelli con un tweet del 10 luglio, quando parlava di “facinorosi” da “punire” e “senza sconti”. Poi Salvini, che su Facebook e in tv aveva annunciato che “i delinquenti” e i “violenti dirottatori dovranno scendere in manette”, e “finire in galera”
Dichiarazioni immotivate di cui ora i due ministri dovranno rikspondere.
(da Globalist)
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Febbraio 12th, 2019 Riccardo Fucile
RISCHIO MASSIMO PER LE PENALI 4,3 MILIARDI… ECCO TUTTI I RILIEVI DELLA COMMISSIONE
La realizzazione della Tav comporterà “uno spreco di soldi pubblici con pochi precedenti
nella storia italiana. Nel migliore dei casi si arriva a un effetto negativo (sbilancio tra costi-benefici di 5,7 miliardi, nel peggiore si sfiorano gli 8 miliardi; in quello ‘realistico’ si arriva a 7 miliardi tondi”: questo si legge nell’analisi costi-benefici elaborata dagli esperti guidati dal professor Marco Ponti che oggi dovrebbe essere resa pubblica dal ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli e che è stata anticipata dal Fatto Quotidiano.
Il risultato del dossier è dunque una stroncatura, anche considerando i costi necessari per fermare l’opera. Una bocciatura che nasce dal fatto che una vera domanda di traffico non sembra esserci.
E mentre Salvini fa sapere di non aver ancora letto il dossier, spiega Il Fatto che nel primo scenario si assume che il traffico merci ferroviario fra Torino e Lione (oggi fermo ai livelli del 2004 e inferiore a 20 anni fa) si moltiplicherebbe di 25 volte, passando dai 2,7 milioni di tonnellate annue del 2017 ai 51,8 del 2059; i passeggeri diurni sui percorsi internazionali passerebbero invece da 0,7 a 4,6 milioni e quelli regionali raddoppierebbero dagli 4,1 a 8 milioni all’anno.
Questo miracolo avverrebbe grazie allo “spostamento modale” dalla strada (e dall’aereo per i passeggeri) alla ferrovia che sarebbe innescato dall’opera.
Si basa su tre assunti considerati “inverosimili” da Ponti & C.: un tasso di crescita dei flussi del 2,5% annuo; che la nuova linea ferroviaria acquisisca un flusso pari al 18% di quanto oggi transita via Svizzera (Sempione e Gottardo), al 30% dei flussi stradali che transitano al confine di Ventimiglia —distante 200 chilometri — al 55% di quelli del traforo del Frèjus e al 40% di quelli del Monte Bianco.
La conclusione riportata dal Fatto è che già così la situazione è insostenibile:
Con riferimento ai costi “a finire ”, cioè escludendo gli 1,4 miliardi già spesi in studi, scavi geognostici e progetti, il Valore attuale netto economico dell’investimento (Vane) risulta negativo per 7.805 milioni di euro; quello a costo completo arriva a -8.760 milioni.
Anche con il taglio della tratta italiana Avigliana-Orbassano, che la Lega ha provato inutilmente a proporre ai 5Stelle per dare l’ok all’opera (il “mini Tav”), si passerebbe rispettivamente a -7.212 milioni e -8.167.
Il motivo è semplice: senza quel raccordo si riducono i costi (1,7 miliardi), ma anche i benefici.
Il secondo scenario, quello che viene definito più realistico, il tasso di crescita dei flussi si riduce all’1,5% annuo, si assume che per le merci lo spostamento da strada a ferrovia non interessi i segmenti di percorso più lontani dal tunnel e che la domanda generata per il segmento di lunga percorrenza sia pari al 50% di quella esistente (invece del 218%) e quella dei passeggeri regionali al 25% (invece del 50%).
Il risultato è che il Vane sarebbe comunque negativo: -6.995 milioni considerando i costi “a finire” e -7.949 milioni qualora si faccia riferimento al costo intero. Senza la tratta nazionale si passa a -6.138 milioni e-7.093 milioni.
Nell’analisi costi-benefici c’è anche una risposta alle tante obiezioni sollevate in questi giorni — l’ultimo è stato l’ex senatore PD Stefano Esposito — riguarda il mancato conteggio dei benefici derivati dalla minore presenza di Tir nelle strade e, conseguentemente, di produzione di CO2.
L’analisi di Ponti e colleghi tiene conto dei benefici ambientali (sicurezza, rumore, inquinamento, effetto serra, decongestione stradale etc.) usando gli standard Ue: ogni tonnellata in meno di Co2 immessa nell’atmosfera, per dire, genera un effetto positivo (90 euro) di minori danni ambientali ma al contempo comporta una riduzione delle entrate fiscali di circa 400 euro che hanno un impatto pesante sui conti dello Stato (meno incassi, minori esercizi statali oppure incremento di altre forme di prelievo).
I benefici ambientali appaiono risibili, spiegano i tecnici. Parliamo, nello scenario ottimistico, di 7-800mila tonnellate annue di Co2 in meno (500 mila in quello realistico), quando il solo traffico di Roma ne genera 4,5 milioni. Non più dello 0,5% sul totale nazionale dei trasporti.
Il risultato finale è che l’analisi costi-benefici sulla TAV dà un risultato negativo per 7 miliardi di euro.
Se servono i soldi per ripristinare lo stato precedente all’apertura dei cantieri si scende a 5,7 miliardi.
I cinque componenti della Commissione sono stati nominati con decreto e contrattualizzati per un anno con un compenso di 50 mila euro a eccezione di Ponti che, in quanto pensionato, non può percepirlo.
Gli incarichi sono stati conferiti il 15 ottobre 2018. Per tutti si tratta di una “collaborazione coordinata e continuativa” che scade il 15 ottobre del 2019.
Tra i loro nomi, a parte Ponti, ci sono Paolo Beria (professore associato di economia dei Trasporti al Politecnico di Milano), Alfredo Drufuca (ingegnere esperto in pianificazione dei trasporti, fondatore e amministratore delegato di Polinomia), Riccardo Parolin (consulente di economia dei trasporti) e Francesco Ramella (fellow dell’Istituto Bruno Leoni e professore a contratto all’Università di Torino).
In due sono soci della società Trt Trasporti e Territorio srl fondata dallo stesso Ponti.
Conclude Stefano Feltri sul quotidiano di Travaglio:
Se proprio si vuole sostenere l’export italiano, suggerisce la commissione, non serve scavare tunnel: poichè ogni veicolo pesante che passasse dalla strada al Tav otterrebbe un beneficio medio di 50 euro, basta ridurre di pari importo i pedaggi per attraversare Monte Bianco e Frejus. Il Tav è inutile, si può continuare a difenderlo come battaglia di principio (costi quel che costi, per dare un segnale di sviluppo), oppure come un enorme e inefficiente sussidio a un territorio che non è mai riuscito a diventare post-industriale, dopo il declino della Fiat, il tutto a spese di incolpevoli contribuenti.
Ma di argomenti sensati e sorretti dai numeri non ce ne sono più. E ormai è chiaro che non ce ne sono mai stati.
(da “agenzie)
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Febbraio 12th, 2019 Riccardo Fucile
L’ORO APPARTIENE SI’ AGLI ITALIANI MA NON PUO’ ESSERE USATO DAI GOVERNI COME TAPPABUCHI DEL DEBITO PUBBLICO O PER ANNULLARE LE CLAUSOLE IVA
L’oro di Bankitalia non servirà a mettere a posto i conti.
Dopo l’articolo della Stampa in cui si raccontava della presunta idea di utilizzare le riserve auree di via Nazionale per annullare le clausole IVA del 2019 (23 miliardi…) la Lega smentisce l’ipotesi mentre il MoVimento 5 Stelle tace.
Sulla stessa linea si erano mossi due illustri predecessori del governo Conte, l’esecutivo di Berlusconi con Tremonti nel 2009 e l’ultimo di Prodi con Padoa Schioppa.
La Lega invece, come aveva già spiegato lo stesso Claudio Borghi nell’intervista rilasciata a La Stampa, vuole solo chiarire che la «proprietà » delle riserve auree, comprese quelle detenute all’estero, è «dello Stato italiano» mentre il compito della Banca d’Italia è quello di «gestirle e detenerle a solo titolo di deposito». .
È questa la proposta di legge, un solo articolo, depositata ad agosto alla Camera e assegnata alla commissione Finanze che ha avviato l’iter lo scorso 13 dicembre.
Il testo si propone di dare una «interpretazione autentica», «in conformità con quella euro-unitaria», delle norme sulle riserve auree dopo che, come si legge nella relazione, «l’avvento del sistema bancario europeo e lo stratificarsi della normativa» ha reso via Nazionale «un ircocervo giuridico».
Intanto in settimana è attesa una risposta della BCE sul tema sollevato anche da una risposta del direttore generale della Banca d’Italia Salvatore Rossi che risale a qualche tempo fa: Francoforte replicherà a un’interrogazione presentata dagli eurodeputati Marco Valli (ex M5S) e Marco Zanni (Lega), nella quale i due chiedono «di chiarire a chi debba essere attribuita la proprietà legale delle riserve auree degli Stati membri» e «di far sapere in che modo essa possa disporre di tali riserve».
La risposta della Bce, anticipa oggi sempre La Stampa, dovrebbe ruotare essenzialmente attorno a due concetti. E cioè che le riserve auree appartengono agli Stati (e dunque ai cittadini), ma che le banche centrali hanno un’indipendenza finanziaria che va garantita.
E dunque i governi non possono disporre a loro piacimento dei lingotti.
In sostanza verranno ripresi i concetti già espressi nel parere diffuso nel 2009. Tra l’altro da Francoforte ricordano che le banche centrali dell’Eurozona , più quelle di Svizzera e Svezia, nel 2014 avevano firmato un accordo nel quale si impegnavano a non vendere per cinque anni quote significative di oro, anche per non turbare il mercato.
D’altro canto i lingotti hanno un valore assolutamente frazionale rispetto al debito pubblico: parliamo di 90 miliardi contro 2.400.
Ieri tra le prove dell’esistenza di un piano per le riserve auree il quotidiano torinese citava anche un post pubblicato sul blog di Beppe Grillo in cui si parlava della possibilità di utilizzarlo.
Gianni Toniolo, che insegna Storia dell’Economia alla Luiss, spiega oggi al Corriere che le riserve di Bankitalia costituiscono un «tesoro di ultima istanza», l’argenteria di famiglia a disposizione in caso di estrema necessità .
Come, ricorda, è successo nel 1974: «L’Italia era alle prese con una forte“crisi di credibilità ”, la lira stava crollando ed era in corso una grande fuga di capitali all’estero. L’Italia allora ha chiesto un prestito, che è stato concesso dai tedeschi solo a fronte di un pegno in oro. Dopo circa quattro anni lo abbiamo restituito e l’oro è stato “liberato”dal vincolo».
L’oro non può essere usato come tappabuchi del debito pubblico e quindi nemmeno per annullare le clausole IVA per 23 miliardi che il governo si è impegnato a far scattare se non trova una diversa copertura nel 2020.
Dieci anni fa Francoforte, consultata dal governo italiano, aveva bocciato anche il progetto di un’imposta sostitutiva sulle plusvalenze eventualmente derivanti dalla detenzione dei lingotti, progetto che di conseguenza era stato abbandonato. Dunque i margini di manovra sull’oro sono praticamente nulli.
(da “NextQuotidiano”)
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