Febbraio 12th, 2019 Riccardo Fucile
DETTORI SENTITO IERI DAI MAGISTRATI
Pietro Dettori, origini cagliaritane, una laurea in comunicazione all’università di Bologna, che
dopo il lavoro alla Casaleggio Associati è passato con Rocco Casalino a Palazzo Chigi nello staff di Giuseppe Conte, è stato sentito ieri a Torino dai magistrati che indagano su Luca Pasquaretta e sul presunto ricatto alla sindaca Chiara Appendino.
Al termine del colloquio l’ex Casaleggio è uscito senza parlare con i giornalisti, ma il pm Gianfranco Colace lo ha sentito ieri pomeriggio perchè Dettori e Pasquaretta si sono incontrati a Roma a settembre e che quell’incontro maturò nella consapevolezza di alcuni uomini chiave del M5S che la bomba Pasquaretta sarebbe potuta esplodere da un momento all’altro perchè l’ex portavoce era arrabbiato, rivendicava incarichi e soldi e doveva essere “sistemato”.
Infatti qualche tempo dopo Pasquaretta è diventato collaboratore (non dichiarato) di Laura Castelli per la bella somma di duemila euro al mese, che però non gli bastava.
Continuò a cercare di incontrare il vicepremier Luigi Di Maio per parlargli direttamente, cominciò a dire agli amici che se avesse parlato sarebbe stato un problema. Una bomba a orologeria che qualcuno conosceva — secondo i pm anche a Roma.
Dettori, che è molto addentro da anni nelle cose dei 5 Stelle e ha un fratello (Marcello) che gestisce un sito, Silenzi & Falsità , di propaganda e bufale che si era distinto nella macchina del fango nei confronti di Gregorio De Falco, è la punta dell’iceberg di un’indagine che diventa sempre più complessa e va sempre più nella direzione della sindaca.
Massimo Bray, ex presidente della Fondazione per il Libro ha spiegato, l’anno scorso, al pm che Pasquaretta non aveva mai lavorato per me.
La stessa prima cittadina difese in Consiglio Comunale, la correttezza della procedura che aveva portato alla consulenza al suo capo ufficio stampa sostenendo il contrario: «C’era la necessità che Luca Pasquaretta fornisse assistenza al presidente della Fondazione per il Libro, Massimo Bray.
L’autorizzazione — disse Appendino — è arrivata dal responsabile dello staff di giunta che ha valutato che non ci fosse conflitto d’interesse tra l’attività di collaborazione con il Salone e il suo ruolo in Comune».
Pasquaretta ha restituito i soldi della consulenza perchè questo favorirà in ogni caso la sua difesa: la legge dice che chi si appropria solo temporaneamente della cosa (in questo caso soldi) ma poi la restituisce è punibile con una condanna da sei mesi a tre anni.
Chi non lo fa rischia fino a 10 anni di carcere.
Ma è stato lui stesso a dire di essersi preso gli avvisi di garanzia che dovevano arrivare ad Appendino all’assessore e amico Alberto Sacco. E sotto la lente degli investigatori è finito il ruolo che la prima cittadina avrebbe avuto in quel frangente della lunga collaborazione tra i due.
La procura sta cercando di capire se Appendino abbia contribuito all’affidamento dell’incarico a Pasquaretta e se fosse consapevole della presunta natura fittizia.
E se le accuse abbiano un senso o siano una boutade utilizzata per meglio perorare la causa dei suoi guadagni.
Con un mistero che a questo punto rimane sotteso: se la consulenza per il Salone del Libro non l’ha chiesta Bray, se della consulenza la Appendino non sa nulla, ma allora chi è che ha deciso che il portavoce dovesse firmare quel contratto e guadagnare quei soldi?
(da “NextQuotidiano”)
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Febbraio 12th, 2019 Riccardo Fucile
MA NON HANNO ANCORA VERSATO IL DOVUTO ANCHE LA MINISTRA GRILLO E IL SOTTOSEGRETARIO CIOFFI
Flora Frate è deputata del MoVimento 5 Stelle alla Camera e ieri, quando è andata online la nuova versione di Tirendiconto.it, il suo nome è diventato d’attualità perchè finora non ha ancora caricato alcun bonifico dal suo ingresso in Parlamento.
«Le restituzioni le ho fatte — ha detto lei all’Adnkronos -e tra poco saranno caricate sul portale».
Ma il tesoriere del gruppo M5S alla Camera Sergio Battelli, che svolge anche la funzione di helpdesk di tirendiconto.it, conferma che ad oggi non sono stati caricati bonifici dalla deputata sul portale: “A me i pagamenti non risultano. La scadenza era il 10 dicembre. Poi vediamo. Il sistema è automatico, nessuno carica i bonifici, deve farlo lei. Quindi, quando li carica compaiono”, dice Battelli all’AdnKronos.
“Ad oggi — ribadisce — la rendicontazione non è completa”.
La Frate non è l’unica però. Sebbene quasi tutti i parlamentari abbiano ottemperato agli obblighi previsti dal codice etico M5S, c’è ancora qualcuno rimasto indietro, scrive stamattina Libero.
Tra questi, il ministro per il Sud Barbara Lezzi, il sottosegretario Andrea Cioffi, il senatore Alfonso Ciampolillo, i deputati Gloria Vizzini e Santi Cappellani.
Qualche tempo fa mancavano ancora le rendicontazioni. Intanto c’è da registrare un fatto: il M5S il 31 dicembre ha cacciato un po’ di gente — tra cui il senatore Gregorio De Falco — accusandoli anche di non aver restituito il dovuto.
Come mai se la scadenza è il 10 dicembre non si è agito nei confronti di tutti?
(da “NextQuotidiano”)
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Febbraio 12th, 2019 Riccardo Fucile
LE SUE USCITE NON HANNO GIOVATO ALLA CAUSA
Ieri il MoVimento 5 Stelle ha perso la password di Facebook e per questo tutti i big hanno
evitato di commentare il risultato delle elezioni in Abruzzo.
Cose che capitano, spesso, ai grillini che quando c’è da dare una brutta notizia sviluppano un’allergia ai social network degna di un vecchietto che non è mai uscito dal suo paesello e intanto complottano per far cadere il governo con un incidente che garantirebbe la ricandidatura a tutti gli attuali eletti.
E, soprattutto, cercano qualcuno a cui dare da colpa. Il bersaglio perfetto è Alessandro Di Battista, che sarebbe troppo movimentista.
Spiega Luca De Carolis sul Fatto Quotidiano:
Ma sul banco degli accusati finisce anche quello che doveva trascinare alla riscossa, Alessandro Di Battista. “Se ne è fatto un uso pessimo, solo per recuperare consensi”scandisce la senatrice Paola Nugnes.
E arrivano i dardi contro “le star di cui non abbiamo bisogno”.
Con Di Battista, raccontano, che non si stupisce. Ma in tanti si chiedono se sia stato mandato allo sbaraglio. Usato troppo, e troppo presto. Poi c’è anche lui, Conte, che a Politico.eu promette: “Il voto è stato chiaro, ma abbiamo 4 anni di governo davanti a noi”. Ma dall’esecutivo sono più pratici: “Così perderemo anche le prossime Regionali, a partire dalla Sardegna. E alle Europee come ci arriviamo?”.
Anche La Stampa dice che sul banco degli imputati c’è l’ex deputato. A parlare delle sue colpe però non sono i dissidenti (quelli, chissenefrega) ma i capi:
In una riunione con lo staff, con Di Maio e i suoi collaboratori, gli strateghi della Casaleggio, rispuntano i dubbi sulla strategia movimentista ritrovata con Di Battista. Qualcuno ammette: «Non ci fa sta facendo così bene».
Si guarda indietro, all’ultimo mese e mezzo passato sulle barricate: il Venezuela, il sostegno ai gilet gialli, la crisi con la Francia, e ora l’attacco a Bankitalia.
Sempre contro, come se il M5S fosse ancora all’opposizione, alieno da mondi dove la diplomazia e la moderazione è d’obbligo.
Oggi Di Battista sarà ancora ospite di un talk show, a Di Martedì. Ma la sua presenza potrebbe diventare meno centrale, per lasciare più spazio a Conte.
«Abbiamo bisogno di figure più come la sua — si ragiona — Avete visto i sondaggi? Ha un consenso altissimo».
L’unico davvero a poter competere con quello di Matteo Salvini. Con ricette che sono l’opposto di Di Battista. L’ex deputato rompe con Macron? Il premier si augura di ricucire presto con la Francia.
Così sul Venezuela e su Bankitalia, dove ha mediato per un compromesso. In molti hanno notato l’onnipresenza di Conte agli eventi organizzati da Di Maio per il reddito di cittadinanza. Cagliari, ieri, è stata invece la terza tappa di un tour in cui sta firmando contratti di sviluppo, con un occhio al Sud.
(da “NextQuotidiano”)
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Febbraio 12th, 2019 Riccardo Fucile
LEGA E CENTROSINISTRA SALGONO ANCHE CON IL VOTO DI EX GRILLINI
Quasi la metà di chi ha votato 5 stelle alle scorse politiche ha scelto di astenersi alle elezioni regionali in Abruzzo.
Ma la crescita della Lega è dovuta per il 32,2 per cento a preferenze che arrivano da altri partiti: di queste la maggior parte (il 20,2%) viene dal M5s.
E’ la fotografia data dai flussi Swg sulla tornata elettorale dello scorso weekend che ha visto il candidato di centrodestra Marco Marsilio trionfare con il 48 per cento dei voti.
Il confronto è con le politiche di marzo 2018: rispetto alla tornata nazionale i grillini hanno perso 186mila voti, mentre il Carroccio ne ha guadagnati 60mila.
Se si paragona invece con le Regionali del 2014, la perdita per il M5s è di soli 24mila voti, mentre la Lega neppure si era presentata segnando così un risultato che non ha precedenti. In generale, Swg segnala che tra chi si è astenuto (46,6 per cento), il 53,4 per cento aveva votato per altri alle elezioni del 4 marzo: M5s (28,6 per cento); Pd (5,6%); Lega (3,6%); altri partiti (15,6%).
Nell’analisi dei risultati, come ribadito dal M5s e pure dalla Lega, è necessario tener presente che si tratta di una consultazione elettorale diversa da quelle nazionale.
Ma, quando mancano pochi mesi alle Europee, inevitabilmente i partiti di governo possono partire da questi dati per fare alcune considerazioni.
Il primo elemento è quello della forte difficoltà del Movimento 5 stelle che ha visto una flessione consistente: il M5s è passato dal 39,9 per cento delle politiche al 19,7%.
Swg ha cercato di spiegare dove sono finiti i voti persi dai grillini.
Tra chi ha dichiarato di aver votato 5 stelle alle scorse elezioni nazionali: il 32,6% ha confermato il voto al Movimento; il 46,3% si è astenuto; il 21,1% ha cambiato voto.
Chi ha scelto altri partiti ha optato in maggior parte o per il Carroccio o per Pd (o liste civiche associate): il 10,2 per cento ha scelto la Lega; il 9,7% è passato al centrosinistra; l’1,2% ad altri partiti.
L’altro aspetto è la crescita esponenziale del Carroccio: non solo vince il centrodestra infatti, ma la coalizione lo fa trascinata dal trionfo del partito di Salvini che passa dal 13,9% al 27,5% delle preferenze alle politiche.
Ma da dove vengono i nuovi consensi? Tra i voti ottenuti in questa tornata: il 49% aveva già espresso la Lega; il 15,8% non aveva votato; il 35,2% aveva votato altro.
Di questi ultimi, la maggior parte sono ex elettori 5 stelle: l’11,1% viene da Fi; il 20,2% dal M5s; il 3,9 per cento da altri partiti.
La coalizione di centrodestra è ormai quasi solo cosa di Salvini.
Perchè anche Forza Italia perde voti, passando dal 14,5 per cento delle politiche al 9,1. Tra chi ha votato per Fi a marzo scorso: il 41,9 per cento ha confermato il suo voto; il 25,9% non ha votato.
Del 32,2 per cento di chi ha cambiato voto, la maggior parte ha scelto i “fratelli” del Carroccio: il 15,3% ha scelto Lega; il 13% è passato alla coalizione di centrosinistra; il 3,9% altri partiti.
C’è infine il caso ormai critico del Partito democratico: se la coalizione di centrosinistra ha segnato una crescita rispetto alle politiche, i democratici hanno perso altri voti rispetto alle politiche del 2018, passando dal 14,3% al 11,1%. Una perdita che si è tradotta principalmente in astensione.
Delle preferenze, il 72,1 per cento ha votato Pd o una lista di centrosinistra; il 25,3% non ha votato; il 2,6% ha cambiato votando. Di questi: l’,17 ha scelto Lega; lo 0,9, ha optato per il M5s.
Nell’analisi dei flussi, l’istituto Swg ha anche analizzato il comportamento alle urne di particolari categorie sociali.
Ad esempio è partito dal voto delle donne: tra queste l’astensione è al 54 per cento (poco più alta di quella complessiva che si è fermata al 53,11%). Il 46 per cento di donne che ha votato ha scelto: il 31% la Lega; il 20% il M5s; il Pd l’11%; Fi il 6 per cento.
Interessante notare anche l’atteggiamento dei giovanissimi.
La cosiddetta generazione z (i nati tra 1994 e 2010) si è astenuta per il 68 per cento.
Il 32 per cento che ha votato ha scelto: M5s (35%); Lega (31%); Pd (6%); Fi (6%).
Va un po’ meglio l’affluenza se si guardano i millennials (i nati tra 1980 e 1993): il 45 per cento non ha votato; il 55 per cento si è recato alle urne e ha scelto: M5s (20%); Lega (19%); Pd (8%); Fi (3%).
Aprendo il capitolo degli over 64, si vede come anche qui la maggior parte non è andata a votare (60 per cento). Gli altri hanno scelto: Lega (33%); Fi (19%); M5s (16%); Pd (13%).
Swg ha anche considerato il voto degli operai. Il 52 per cento si è astenuto, mentre il 48 per cento che ha votato ha scelto: Lega (38%); M5s (36%); Pd (12%); Fi (3%).
Molto più alta l’astensione tra i disoccupati (60 per cento). Tra il 40 per cento che ha votato: il 43% ha scelto M5s; il 35% la Lega; il 9% il Pd e solo il 2% Fi.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 12th, 2019 Riccardo Fucile
E POI CI SI CHIEDE PERCHE’ TANTI VANNO ALL’ESTERO
I giovani laureati italiani, tenendo conto anche delle imposte e del costo della vita, sono i
meno pagati d’Europa.
In testa alla classifica del Vecchio continente ci sono i coetanei di Lussemburgo e Svizzera, con una retribuzione reale doppia rispetto agli italiani.
Sono i risultati di uno studio pubblicato dalla società di consulenza Willis Towers Watson, che ha passato in rassegna le retribuzioni di una sessantina di paesi. L’indagine ha riguardato principalmente i dipendenti di aziende multinazionali.
Stando al Global Remuneration Planning Report un giovane laureato in Svizzera guadagna in media 88.498 dollari all’anno — oltre 78mila euro — in termini di stipendio di base lordo, contro i 63.007 dollari di un abitante del Lussemburgo e i 61.355 di un danese.
In Germania (quinta) la retribuzione è di 60.336 dollari e in Gran Bretagna (tredicesima) di 37.122. Ultima la Spagna con 33.881 dollari.
Tenendo conto della pressione fiscale e del costo della vita, la classifica cambia solo leggermente: i giovani laureati svizzeri, con uno stipendio “rettificato” di 58.530 dollari (51.400 euro), si piazzano secondi dietro al Lussemburgo (58.865) e precedono la Germania (47.000). Ultimi in graduatoria gli italiani con 26.032 dollari, pari a 23mila euro.
Lo studio mostra anche come un quadro dirigente medio riceve in Svizzera un salario medio annuo di 163.443 dollari, rispetto ai 126.012 dollari del Lussemburgo e ai 122.711 della Danimarca, mentre la Germania (120.755) è al quarto posto e la Gran Bretagna (98.192) al decimo. La Svezia è fanalino di coda tra i 15 paesi europei inclusi nel raffronto (86.116). Quanto ai salari “rettificati” dei quadri dirigenti, la Confederazione si conferma leader in Europa con 97.609 dollari, davanti a Lussemburgo (96.005) e Germania (82.277 dollari).
(da “il Fatto Quotidiano”)
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