Aprile 19th, 2019 Riccardo Fucile
GRILLINI ALL’ATTACCO: “SALVINI SAPEVA DEL CONTRATTO?”… IL PADRE SOTTO ACCUSA PER MAZZETTE E AMICIZIE MAFIOSE, IL RAMPOLLO INGAGGIATO AL MINISTERO GRAZIE ALLA LEGA
C’è un altro rapporto che dimostra il legame tra la Lega e Paolo Arata, l’imprenditore ex
parlamentare forzista indagato con il sottosegretario Armando Siri per corruzione.
Il figlio Federico Arata è stato assunto a Palazzo Chigi dal sottosegretario alla presidenza del consiglio Giancarlo Giorgetti.
Architetto, trait-d’union tra Salvini e l’ideologo del sovranismo Steve Bannon, ha firmato un contratto di consulenza con il Dipartimento programmazione economica, appena registrato alla Corte dei Conti.
E il Movimento 5 Stelle va subito all’attacco e, in una nota scrive: “La domanda che, per una questione di opportunità politica, ci poniamo, è se Salvini fosse a conoscenza di tutto questo. Ci auguriamo e confidiamo che il leader della Lega sappia fornire quanto prima elementi utili a chiarire ogni aspetto. Non solo al M5S, con cui condivide un impegno attraverso il contratto di governo, ma anche ai cittadini”.
Nella stessa nota scrivono i pentastellati: “Se quanto riportato dal Corriere della Sera corrispondesse al vero circa l’assunzione di Federico Arata, figlio dell’imprenditore-faccendiere Paolo, da parte del Sottosegretario Giancarlo Giorgetti a palazzo Chigi, allora ci troveremmo di fronte a un vero e proprio caso”
Il Partito Democratico, riporta l’AdnKronos, chiede al premier Giuseppe Conte di riferire in parlamento.
Fonti Dem dicono: “Dopo le recenti rivelazioni della stampa secondo la quale il figlio dell’imprenditore Arata, indagato insieme al sottosegretario Siri, sarebbe stato assunto recentemente dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giorgetti, il presidente Conte non può nascondersi e ha il dovere di presentarsi in Parlamento per chiarire una vicenda che getta inquietanti ombre sul Governo. Le ipotesi di indagine della Magistratura sono gravissime e impongono al Governo di fare chiarezza”
Federico Arata, come scrive Gianluca Paolucci su La Stampa, è uno degli “architetti dell’Internazionale Sovranista”, ospite frequente del Viminale da quando Matteo Salvini è diventato ministro.
La vicinanza a Salvini si esprime anche nella sua presenza negli incontri che fanno parte delle “relazioni internazionali della Lega”. Arata è stato uno degli intermediari tra Salvini e Bannon. Nel 2018 è stato infatti impegnato ad organizzare gli incontri tra il leader leghista e l’ideologo di Trump.
Sull’asse Usa e Italia è cresciuto il rapporto tra Arata e la politica italiana. La Stampa riporta che il viaggio in Usa di Salvini sarebbe potuto essere un’ottima occasione per dare visibilità alla proposta di Siri sulla flat Tax. Tour che non si è concretizzato ma che ha rafforzato il legame tra Arata e le personalità degli States.
Nell’estate del 2018 è impegnato nell’organizzazione degli incontri tra Salvini e Bannon e dell’adesione di Salvini al progetto allora denominato The Movement per costruire un’alleanza tra i partiti sovranisti europei. Agli amici confidava di essere stato proprio lui il «facilitatore» dell’incontro tra i due e dell’adesione di Salvini al progetto di Bannon.
(da agenzie)
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Aprile 19th, 2019 Riccardo Fucile
EMERGONO LE RELAZIONI TRA SIRI, SALVINI E IL SOCIO DEL PRESTANOME DI MESSINA DENARO… IL FIGLIO DI ARATA E’ LO SPIN DOCTOR DI SALVINI
«Mi chiamo Federico Arata e sono il mittente, insieme a Ted, di questo viaggio negli Stati Uniti per Salvini. Come Ted può facilmente confermare, io lavoro come spin doctor per Lega, cercando di aiutarli a migliorare socialmente e internazionalmente».
Si presentava così agli americani il giovane manager Arata, in vista del viaggio da organizzare negli States per portare il Capitano Matteo Salvini alla corte di Donald Trump e Steve Bannon.
Era il novembre 2017, due mesi più tardi Donald farà il suo ingresso da vincitore alla Casa Bianca. Arata è un cognome che ritorna in questi giorni di bufera giudiziaria che sta disturbando la tranquillità di Armando Siri.
Ma al di là della rilevanza penale della vicenda e degli esiti che questa avrà , resta una questione che è soprattutto politica e passa per la collaborazione tra Federico Arata e la Lega, che inizia molto tempo fa. E che vengono svelati per la prima volta nel Libro Nero della Lega (Laterza editore).
Dicevamo del cognome Arata balzato agli onori della cronaca in questi giorni.
Il presunto corruttore di Siri infatti si chiama Paolo Arata. Ed è il padre di Federico, lo spin doctor del partito di Matteo Salvini, il manager che ha portato il Capitano in America, nel continente dove il leader dei sovranisti italiani si era recato nella primavera del 2016 per incontrare Trump. In questa occasione Salvini postò la foto con Trump, esibendola come un vero trofeo.
C’è chi di quell’incontro ha fornito una versione differente. Secondo Leonardo Zangani, imprenditore italo newyorkese sostenitore del tycoon americano, il Capitano della Lega avrebbe pagato 50 dollari per una foto opportunity con il futuro presidente degli Stati Uniti. E Zangani lo comunica proprio a Federico Arata.
È insomma una saldatura forte quella tra Mr flat tax, la Lega di Salvini e la famiglia Arata.
Armando Siri si è affrettato a chiarire in un’intervista che «Arata mi ha stressato, mi chiamava continuamente».
Il sottosegretario leghista ai Trasporti ha risposto così sui rapporti con Paolo Arata, già parlamentare di Forza Italia, imprenditore, docente di idee leghiste e, secondo i pm di Palermo e Roma, faccendiere per conto di suoi soci di un certo peso: I Nicastri, i re dell’eolico, il cui capostipite è stato coinvolto in diverse indagini sul tesoro di Matteo Messina Denaro, il capo di Cosa nostra latitante da ormai 26 anni.
Un intrigo d’affari e favori che dal capoluogo siciliano penetra nei palazzi del potere romano. Per gli inquirenti che indagano su Arata, anche Siri è coinvolto nel giro di corruzione: avrebbe- il condizionale è d’obbligo- ricevuto una mazzetta da 30 mila euro per inserire una norma che favorisse il business del mini eolico tanto caro al professor Arata.
Questo almeno è quel che dice proprio Paolo Arata intercettato. I magistrati che nei giorni scorsi hanno disposto le perquisizioni a casa e negli uffici degli Arata sostengono che il docente in quota Lega sarebbe andato persino oltre: sarebbe stato il più grande sponsor di Siri allo Sviluppo Economico e che poi si è dovuto accontentare dei Trasporti.
Del resto nei giorni della formazione del governo giallo-verde era già noto a tutti che Siri aveva sulle spalle un patteggiamento per bancarotta fraudolenta del 2014 e che, quindi, metterlo allo Sviluppo
Economico avrebbe creato non poche polemiche.
Una notizia, il patteggiamento di Siri, svelata dall’Espresso a febbraio. Ma che a differenza di questa indagine, che è ancora solo in corso, non aveva scandalizzato i 5 Stelle. Evidentemente per i grillini ha più peso un’indagine preliminare che un patteggiamento cristalizzato in una sentenza che è stata, tra l’altro, pubblicata integralmente nel Libro Nero della Lega.
Per capire però come nascono i rapporti tra Siri e Arata è necessario fare un passo indietro. E tornare a Federico, uno dei figli dell’imprenditore indagato a Palermo con l’uomo di Messina Denaro e con Siri: Arata junior ha partecipato alla costruzione della nuova alleanza nazionalista e anti-europea.
Lontano dai riflettori, quasi spaventato dalle luci della ribalta, Federico Arata, lo spin doctor internazionale della Lega — o almeno così si definisce lui — è l’uomo che in questi ultimi anni ha lavorato in silenzio per trovare alleati di Salvini nel mondo.
Classe 1985, liceo francese a Roma, laurea in economia all’università privata Luiss, esperienze lavorative a Nomura, Bnp Paribas, Bsi, Credit Suisse.
Un rampante banchiere al servizio di un partito che si schiera contro la finanza, i mercati, lo spread. Le banche, appunto.
Sarà per questo che il giovane Arata ha preferito non mettersi in mostra? Di sicuro è stato lui a darsi da fare per organizzare un incontro fra Trump e Salvini l’8 dicembre del 2017 a New York. Ed è stato sempre lui ad accompagnare Bannon nel suo giro romano, nel settembre scorso, quando l’ex banchiere di Goldman Sachs è venuto in Italia per fare proseliti.
«Lui non c’entra niente con la vicenda resa nota dai giornali». Alle nostre domande rivolte a Federico Arata, ha risposto direttamente l’avvocato Gaetano Scalise.
Avevamo chiesto allo spin doctor leghista se ha mai intrattenuto rapporti d’affari con il padre e il fratello indagati nell’indagine palermitana e romana. Nessun legame, ha replicato tramite avvocato. Tranne che quello parentale.
Federico Arata vive in Svizzera e si dà molto da fare: detiene le quote di due società , la Italex Gmbh e la Token Up Sagl. In quest’ultima è in compagnia di altri italiani, esperti di informatica e marketing. In passato ha avuto anche ruoli in due società londinesi, con il ruolo di Director, una chiusa nel 2014 e l’altra nel gennaio scorso.
Federico Arata segue i rapporti internazionali con politici e mondo della finanza per conto della Lega almeno dal 2016. Il padre Paolo, invece, nel luglio 2017 lo troviamo sul palco del vertice della Carroccio sovranista, a Piacenza.
«Da Genovese devo ringraziare la Lega, perchè dopo 15 anni ha liberato la mia città », disse all’inizio del suo intervento. Genova: la città di Siri, di Arata, dell’ex tesoriere Francesco Belsito e del processo per truffa sui 49 milioni.
Guai del presente e del passato, con il quale il ministro dell’Interno Matteo Salvini ora deve fare i conti.
(da “L’Espresso”)
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Aprile 19th, 2019 Riccardo Fucile
NICASTRI E’ L’IMPRENDITORE ACCUSATO DI DI AVER PAGATO LA LATITANZA A MESSINA DENARO ED ANCHE SOCIO OCCULTO DI ARATA
Vito Nicastri, imprenditore eolico coinvolto nell’inchiesta che vede tra gli indagati il
sottosegretario leghista Armando Siri, passava le carte dei progetti che gli interessavano attraverso un paniere, calato dal balcone a Paolo Arata. Il contenuto finiva nelle mani di Arata indagato per corruzione, per aver “dato o promesso” 30 mila euro all’esponente leghista. Nel caso che vede coinvolto il sottosegretario, i pm della Procura di Roma stanno indagando sul bilancio di alcune società dello stesso Arata.
Nicastri, imprenditore alcamese ai domiciliari perchè accusato di aver pagato la latitanza del boss Matteo Messina Denaro e tornato in cella ieri nell’ambito della nuova indagine, era socio occulto di Arata.
Con i fogli del paniere, e dando disposizioni dalla finestra o attraverso il figlio, continuava a controllare la gestione degli affari.
I pm di Palermo che coordinano l’inchiesta sono risaliti a tutte la partecipazione societarie di Arata nel business dell’imprenditore in odore di mafia.
Contemporaneamente, intercettando il faccendiere, hanno scoperto che questi avrebbe consegnato una tangente di 30mila euro al sottosegretario alle Infrastrutture leghista Armando Siri per caldeggiare un emendamento al Def che avrebbe favorito Nicastri. Emendamento poi non ammesso.
Nel troncone siciliano dell’inchiesta sono coinvolti anche alcuni dirigenti regionali e uno comunale che sarebbero stati corrotti per agevolare le autorizzazioni al duo Nicastri-Arata per i progetti relativi al bio-metano e all’eolico.
Nei prossimi giorni la Dia, che ha condotto l’indagine, sentirà come testimoni gli assessori regionali al territorio e all’Energia Cordaro e Pierobon e il presidente dell’Ars Miccichè che sarebbero stati contattati da Arata per avere entrature nell’amministrazione regionale.
I pubblici ministeri sono al lavoro sulle centinaia di pagine e documenti acquisiti ieri nel corso delle perquisizione svolte in appartamenti e uffici riconducibili ad Arata.
Gli inquirenti, coordinati dal procuratore aggiunto Paolo Ielo e dal pm Mario Palazzi, dovranno analizzare i bilanci delle società (Etenea Srl, Alquantara Srl, Solcare Srl amministrata dal figlio Franesco e Solgesta Srl amministrata dalla moglie Alessandra Rollino) dell’imprenditore ligure e i file presenti in una serie di pc acquisiti durante l’attività istruttoria.
All’attenzione degli investigatori anche i telefoni di Arata oltre ai flussi bancari e dei conti correnti: obiettivo di chi indaga è cercare di ricostruire i rapporti che l’imprenditore, oltre che con il sottosegretario alle Infrastrutture, ha avuto con pezzi della politica e delle istituzioni.
Il difensore di Arata, l’avvocato Gaetano Scalise, oggi ha avuto un incontro con i magistrati e ha annunciato il ricorso al tribunale del Riesame. Non è escluso che nelle prossime settimane Arata chieda di essere ascoltato dai titolari del filone di indagine arrivato a Roma per competenza da Palermo.
(da “Huffingtonpost”)
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Aprile 19th, 2019 Riccardo Fucile
I MESSAGGI DI SALVINI: “QUESTI GRILLINI SONO DELLE MERDE”… DI MAIO E SALVINI NON SI PARLANO PIU’…LA LEGA TEME CHE IL M5S SCATENI LA CRISI PRIMA DELLE EUROPEE PER RECUPERARE CONSENSI
La crisi di governo tra M5S e Lega viaggia sul filo dei retroscena.
Tra chat di Whatsapp e telefonate, Matteo Salvini sta dando sfogo alla sua insofferenza nei confronti del suo alleato di governo, anche se la sua intenzione resta quella di rimanere insieme almeno fino alle elezioni europee del 26 maggio. Poco più di un mese, insomma, per resistere e per stringere i denti. Ma i leghisti non sono soddisfatti e non mancano le occasioni per farlo notare.
Stando a quanto riportato dal Messaggero, in un articolo di Alberto Gentili, Matteo Salvini avrebbe mandato addirittura un messaggio ai suoi, apostrofando i pentastellati con queste parole: «Questi grillini sono delle merde».
E, in più, i due vicepremier — Matteo Salvini e Luigi Di Maio — non si rivolgerebbero più la parola. Arrivando addirittura a comunicare per interposta persona: «Di’ a quello che dopo le elezioni facciamo i conti».
Pare addirittura che Giancarlo Giorgetti, sottosegretario alla presidenza del Consiglio che non è mai stato tenero con l’alleato M5S, abbia telefonato proprio a Berlusconi, dicendo che ormai è quasi l’apocalisse: «Siamo a un passo — avrebbe detto — qui crolla tutto». Una sorta di messaggio per un ritorno all’alleanza di centrodestra.
L’impressione, infatti, è che — dopo il crollo con l’alleanza grillina — Matteo Salvini e la Lega vogliano sperimentare un ritorno al centrodestra.
Sempre all’interno della Lega, poi, sono convinti che Di Maio voglia una crisi di governo prima delle elezioni europee, per recuperare i consensi persi.
Se, infatti, il M5S si presentasse alla tornata elettorale come avversario dichiarato della Lega, potrebbe proporsi come unica alternativa al sovranismo .
Solo retroscena o fantapolitica?
(da agenzie)
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Aprile 19th, 2019 Riccardo Fucile
EX SEGRETARIO DI FORZA NUOVA, INSEGNA ALL’ALBERGHIERO… SCRIVE CHE “LA COSTITUZIONE E’ UN LIBRO CON CUI PULIRSI IL CULO”. “LA SEGRE STAREBBE BENE IN UN TERMOVALORIZZATORE” AUSPICA PURGHE A STAMPA, SINDACATI E POLIZIA… E STA ANCORA AL SUO POSTO
“La Costituzione? È un libro di merda, buono per pulircisi il culo. La senatrice Liliana Segre?
Starebbe bene in un simpatico termovalorizzatore. Erdogan? Avrà anche dei difetti ma rubargli qualche idea come le purghe a stampa, sindacati e polizia non sarebbe male”.
Petto gonfio, testa rasata e pizzetto geometrico, il professor Sebastiano Sartori, ex segretario regionale di Forza Nuova, insegnante di storia dell’arte all’istituto alberghiero Barbarigo di Venezia, continua a diffondere odio e intolleranza attraverso la sua pagina Facebook.
Non si nasconde e, anzi, sembra cercare l’attenzione. In qualche caso ci riesce pure, visto che più di qualche studente gli risponde “grande prof”.
Nel 2012 finì sotto processo per le sue posizioni xenofobe ma l’anno dopo venne assolto e il risultato è che la musica non è cambiata al Barbarigo. Sette anni dopo conserva ancora il suo posto e diffonde le stesse idee.
Sono di nuovo i genitori a far emergere il problema, preoccupati per il fatto che le sue posizioni estremiste possano avere una cattiva influenza sull’educazione e sulla crescita dei figli.
Tutti i loro dubbi e le loro perplessità sono stati messi nero su bianco in un esposto inviato all’ufficio scolastico provinciale, alla polizia e anche alla procura di Venezia. “Quello che Sartori esprime non è libertà di pensiero” scrivono i genitori in una lettera indirizzata al quotidiano La Nuova Venezia. “Noi crediamo nei valori della Costituzione e riteniamo che gli insulti che Sartori fa alla Costituzione stessa, al Papa e al presidente Mattarella siano fortemente lesivi dei valori educativi che ispirano le nostre famiglie e la scuola italiana”.
Sartori si fa fotografare fiero in corteo accanto al leader di Forza Nuova Roberto Fiore. E quando ricorda la morte della figlia di Heinrich Himmler, comandante delle forze di polizia durante il Terzo Reich, commenta: “Dal Valhalla salutaci papà “.
“Anche in classe Sartori non risparmia esternazioni e comportamenti di chiara radice razzista” continuano i genitori snocciolando pesanti accuse, tutte inserite nell’esposto. “I nostri ragazzi hanno paura a controbattere, perchè il suo atteggiamento è aggressivo e prepotente anche con i colleghi”. Rachele Scandella, preside del Barbarigo, interpellata dalla Nuova Venezia, non ha voluto commentare: “Io rispondo con gli atti previsti dalla legge”.
(da agenzie)
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Aprile 19th, 2019 Riccardo Fucile
DOCUMENTI UFFICIALI DI MINISTERI E CAPITANERIA DI PORTO SCONFESSANO LE BALLE SALVINIANE: “MAI DATO L’ORDINE DI DIVIETO, I PORTI SONO APERTI”
«I porti erano, sono e rimangono chiusi, lo dico anche a qualche alleato di governo come il ministro della Difesa, che dice che chiunque parta dalla Libia adesso potrebbe essere considerato un rifugiato. No. Non con me ministro dell’Interno». Le parole del vicepremier Matteo Salvini sono mendaci
E adesso, come da foto, arriva perfino la smentita dal ministero dell’Interno sul caso della Mare Jonio, a cui nel mese scorso fu ordinato via radio di fermare la navigazione e spegnere i motori.
Il governo in quella occasione aveva parlato ancora una volta di “porti chiusi”. Ma su questo episodio arrivano due smentite pesanti.
A cominciare dal Viminale: «Non risulta essere stato adottato alcun provvedimento, a rilevanza esterna, in tema di interdizione dell’accesso al mare territoriale o ad ambiti portuali».
Una risposta, quella del Dipartimento di Pubblica Sicurezza, che ricalca altre precedenti dichiarazioni ufficiali nelle quali veniva assicurato che nessuno aveva mai dato indicazione di chiudere i porti.
L’atto con cui il ministero guidato da Salvini contraddice il ministro degli Interni, arriva dopo le smentite ufficiali dei presidenti delle autorità portuali italiani e quella, da considerare definitiva, pervenuta il 15 aprile dal Comando generale delle Capitanerie: «Non risulta essere stato adottato alcun provvedimento, a rilevanza esterna, in tema di interdizione dell’accesso al mare territoriale o ad ambiti portuali». In altre parole, i porti sono aperti e non è mai stato dato l’ordine di chiuderli. Ieri Salvini ha annunciato una nuova direttiva per bloccare le navi umanitarie fuori dalle acque territoriali italiane, che però al momento non alterano le direttive di segno opposto consegnate alla Guardia costiera nel 2015. Le reiterate dichiarazioni di esponenti del governo, e in particolare de ministro dell’Interno, non trovano però conferma negli atti amministrativi.
L’ultimo episodio in ordine di tempo risale al 18 marzo.
Quel giorno la nave umanitaria italiana ‘Mare Jonio’, arrivò a Lampedusa dopo avere salvato 49 migranti nel Canale di Sicilia. Inizialmente il vascello della missione ‘Mediterranea’ fu affiancato da una motovedetta della Guardia di finanza che intimò al comandante Pietro Marrone di fermarsi e spegnere i motori.
Una richiesta giudicata, oltre che anomale, anche pericolosa, perchè lo spegnimento della sala macchine poteva mettere a rischio il galleggiamento del rimorchiatore adattato alle operazioni di sorveglianza nel Mediterraneo.
«Giova evidenziare che tale eventuale atto, rientra tra le competenze del Dicastero delle infrastrutture e dei trasporti », precisa una nota delle Capitanerie inviata all’Associazione diritti e frontiere (Adif), ricordando che l’eventuale ‘chiusura’ anche a una singola nave può essere disposta d’intesa con il ministero dell’Interno «per la definizione dei presupposti attinenti alla tutela ambientale o all’ordine pubblico».
Se dunque Salvini avesse davvero proposto il divieto di accesso alle navi delle Organizzazioni non governative che salavano naufraghi, questo provvedimento sarebbe prima dovuto passare attraverso il ministero guidato da Danilo Toninelli.
A gennaio era stato il caso della Sea Watch a svelare l’ennesima fake news sui porti chiusi. L’inchiesta
di Avvenire, partita lo scorso anno, ha permesso di arrivare ad altri documenti che smentiscono ancora una volta le dichiarazioni pubbliche degli esponenti di governo.
La Direzione centrale dell’immigrazione presso il Dipartimento della Pubblica sicurezza, rispondendo a un’altra richiesta di accesso agli atti, a febbraio precisava che il ministero dell’Interno «non ha prodotto e non detiene alcun provvedimento/comunicazione trasmesso alla nave Sea Watch». In particolare, non ci sono atti «aventi a oggetto il divieto di approdo nei porti italiani ».
Su tutto il resto, però, gli uffici ministeriali hanno apposto la clausola di riservatezza, consentendo alle iniziative e alle comunicazioni del governo di venire protette alla stregua di una ‘segreto di stato’. Analoga risposta sempre dal Ministero delle Infrastrutture era arrivata anche per altri casi, come quello relativo alla nave dell’Ong Open Arms, a cui nell’estate scorsa venne impedito l’accesso nei porti italiani. Anche in questo caso il contenuto delle comunicazioni interne alle autorità italiane è stato protetto dal ‘segreto’.
(da “Avvenire”)
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Aprile 19th, 2019 Riccardo Fucile
DOPO LE RIVELAZIONI AUDIO CHIESTO L’INTERVENTO DELLA MAGISTRATURA
Ci sono voluti quasi trenta tentativi verso Tripoli e una mezza dozzina tra Roma e Malta
perchè l’Sos lanciato dall’aereo umanitario Moonbird venisse preso sul serio da qualcuno.
Basta questo per spiegare cosa sia davvero la cosiddetta Guardia costiera libica.
Era il 18 marzo, e se non fosse stato per l’ostinata insistenza della Centrale di soccorsi di Roma sui libici e per l’intervento di Mare Jonio, avremmo altri 49 dispersi da aggiungere ai 409 del 2019.
Comincia da qui l’inchiesta giornalistica che ha permesso grazie al contributo delle indagini difensive del team legale di Mediterranea, di arrivare alle registrazioni audio che confermano l’inadeguatezza del sistema di soccorso libico.
Alle 9.12, dopo essere decollato all’alba, il velivolo di Sea Watch avvista un gommone blu carico di persone. Partono da quel momento le telefonate e le mail verso la Libia.
Tutti i numeri telefonici indicati dalle autorità di Tripoli per i soccorsi in mare vengono composti ripetutamente, ma quasi mai arriva una risposta. Alcune volte si sente solo il suono del fax. Altre si sente rispondere «non capisco l’inglese».
Comincia così un rimpallo di contatti che va avanti per ore. Fino alle 15,42. Poi Moonbird, a corto di carburante, deve rientrare a Lampedusa.
Intanto, per ore, va in scena lo scambio di comunicazioni rivelate ieri da Avvenire, con la Centrale dei soccorsi di Roma (costretta da accordi politici tra Italia e Libia a non assumere il coordinamento dei soccorsi) che con insistenza riesce a ottenere l’assunzione di responsabilità da parte dei libici, che confermano di avere inviato una motovedetta dopo le 14, cinque ore dopo il primo avvistamento. Se il gommone si fosse ribaltato, i 49 migranti non avrebbero avuto scampo.
Anche per questo c’è chi come l’esponente del Pd Matteo Orfini propone una commissione parlamentare d’inchiesta sulla Libia e chiede che la magistratura apra una inchiesta dopo quanto rivelato ieri. «Quello che sta accadendo è contro la legge, contro i principi costituzionali, contro il diritto internazionale. Grazie a Mediterranea Saving Humans e alla Mare Jonio. E grazie a chi continua a fare giornalismo, anche quando è più complicato farlo», conclude.
«Dunque — osserva il segretario di Sinistra Italiana, Nicola Fratoianni — quello che accade ogni volta che i naufraghi vengono catturati dai libici si configura come un vero e proprio respingimento. Siamo di fronte all’ennesima illegalità compiuta del governo. Le clamorose rivelazioni dimostrano ancora una volta di più che cosa sta accadendo effettivamente nella cosiddetta area Sar libica».
Il sindaco di Palermo Leoluca Orlando nel corso di una conferenza stampa ha annunciato un ricorso alla Corte internazionale dell’Aja.
Marina e Guardia costiera italiana hanno preferito non commentare le notizie di stampa. Ma un ammiraglio ai vertici della Marina ha riconosciuto che «senza di noi la Guardia costiera libica non esisterebbe e non potrebbe funzionare — spiega dietro anonimato —. Abbiamo a Tripoli una nostra nave che fa il possibile per mantenere operative le motovedette fornite dall’Italia».
Riguardo alla «regia italiana» sui guardacoste di Tripoli, minimizza: «Non c’è un nostro coordinamento, ma certo se hanno bisogno di un fax o di un telefono possono salire a bordo da noi e glieli forniamo”
Tuttavia l’ufficiale concorda: «Noi siamo militari ed eseguiamo gli ordini. Se poi ci venisse chiesto se i libici sono in grado di gestire con efficienza e in completa autonomia gli interventi, da militare che va per mare dovrei usare solo una parola: no».
Stando così le cose «è evidente che Ia vita di chissà quante persone in balia del mare è affidata a una organizzazione fantasma, costretta a servirsi di un supporto esterno perfino per la formalizzazione di un soccorso (che poi non giunge o è inefficace)», dice Vittorio Alessandro, ammiraglio in congedo delle Capitanerie italiane.
«Di fronte a una “guardia costiera” libica così inadeguata e di una zona Sar sprovvista di porti sicuri, l’assunzione del soccorso – suggerisce Alessandro — da parte degli Stati vicini eventualmente coinvolti non solo è indispensabile, ma dovuta. Purtroppo, l’Europa ha scelto di appaltare agli stessi libici il recupero in mare di chi fugge (un surrettizio respingimento) riservando alle navi Ong, e alle persone da esse tratte in salvo, un trattamento da criminali».
Del resto, per dirla con Carmelo Miceli, componente della commissione Giustizia della Camera, quello che sapevamo era «tutto falso, ad eccezione dei morti in mare».
(da “Avvenire”)
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Aprile 19th, 2019 Riccardo Fucile
I 70 BUS ISRAELIANI AFFITTATI DA ATAC SONO EURO 5 E NON POSSONO CIRCOLARE A ROMA
Ieri la consigliera comunale del Partito Democratico Ilaria Piccolo ha detto all’agenzia di stampa DIRE che i 70 bus israeliani affittati da ATAC non possono circolare a Roma perchè sono Euro 5: la loro immatricolazione violerebbe normative comunitarie.
In serata ATAC ha ribattuto che: «L’azienda non corre alcun rischio. Il fornitore sta provvedendo all’immatricolazione a sua cura e onere per mettere in strada le vetture come previsto dal contratto», confermando così che quanto raccontato dalla consigliera è verissimo.
E il Corriere Roma aggiunge:
I bus sarebbero bloccati, adesso, nei depositi tra Roma e Salerno. Quanto basta per scatenare i blogger che fin dall’inizio avevano ironizzato sulla loro provenienza, Tel Aviv appunto. Mercurio Viaggiatore, tra i più ferrati in fatto di trasporto locale, rilancia subito la notizia su Twitter: «Non possono essere immatricolati perchè non rispettano requisiti antinquinamento, ma è già stato pagato il 16% a titolo di acconto, in corso incontri con la Motorizzazione! Nulla da dire Enrico Stefà no e Linda Meleo?».
Il guaio è che, come spiega il Messaggero oggi, il piano per il concordato preventivo, che ha salvato l’azienda dal possibile fallimento, parla chiaro: le linee su gomma, ossia gli autobus, nel 2018 hanno percorso 84 milioni di chilometri, ma quest’anno si dovrà arrivare a quota 89,6 milioni e l’anno prossimo addirittura a 94 milioni. Per centrare l’obiettivo è fondamentale riuscire a rinnovare la flotta.
L’amministratore delegato di via Prenestina, Paolo Simioni, l’estate scorsa è riuscito a ordinare 227 autobus. Ma la società che li dovrebbe produrre ha avuto alcuni problemi finanziari, e i nuovi mezzi arriveranno dopo l’estate, nel migliore dei casi, o addirittura nella parte finale dell’anno.
Ecco perchè la municipalizzata ha dovuto inventarsi, su due piedi, un’alternativa. Alla fine dell’anno scorso, è stato lanciato un bando per prendere i bus a noleggio. A sorpresa, sono arrivate offerte da tutto il mondo e gli ingegneri dell’Atac hanno viaggiato dall’Olanda alla Germania per visionare i mezzi proposti e per capire se si trattasse di veicoli adatti alla situazione.
Ah, quindi avevano anche controllato?
(da “NextQuotidiano”)
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Aprile 19th, 2019 Riccardo Fucile
HA IMPARATO L’ITALIANO LAVORANDO IN UNA STAZIONE DI BENZINA, LA MATEMATICA IN UNA SCUOLA SERALE DOPO AVER TRASCORSO LE NOTTI SUI TETTI DEI CANTIERI
L’italiano l’ha imparato lavorando in una stazione di benzina, dopo aver passato troppe notti
a dormire sui tetti dei cantieri. Ora può festeggiare la sua laurea: Sajjad Ahmed ha 28 anni, è originario del Pakistan ed è appena diventato dottore in Ingegneria industriale all’Università del Salento, a Lecce.
È una storia di riscatto, la sua, di una forza di volontà talmente inossidabile da non arretrare di un solo passo davanti alle difficoltà .
Ed è lui stesso a raccontarla: “La mia famiglia è originaria del Pakistan, ma per 17 anni ho vissuto in Libia, dove ci eravamo trasferiti per il lavoro di mio padre – ricorda – Dai 13 anni in poi ho vissuto da solo, mentre la mia famiglia era rientrata in Pakistan. Ho dovuto lasciare la scuola e iniziare a lavorare per aiutare i miei e le mie sorelle, e spesso dormivo sui tetti dei cantieri”.
Era solo un ragazzino, ma con le idee chiare: “Avrei fatto qualunque cosa per ricominciare tutto da capo, è stato per questo che mi sono imbarcato clandestinamente per venire in Europa: un viaggio difficilissimo, ma il 2 ottobre 2007 siamo sbarcati finalmente nel porto di Lampedusa. Dopo i controlli, con altri minorenni fui destinato a Brindisi, e da lì affidato all’istituto dei frati cappuccini Itca di Lecce”.
Era uno dei tanti minori non accompagnati arrivati in Italia, Sajjad: straniero e solo, ha trovato nell’accoglienza la sua rinascita. Ha quindi cominciato a lavorare come addetto alla distribuzione di carburante e ha ripreso a studiare, completando le scuole medie e le superiori. Quello che guadagnava lo inviava alla famiglia, e ha così permesso alle sorelle di laurearsi.
“È stato poi grazie ad alcuni amici che frequentavano corsi di dottorato che ho capito di poter investire anche su me stesso, di poter essere protagonista dei miei sogni – continua – così ho deciso di iscrivermi a Ingegneria. Un sogno apparentemente irrealizzabile, visto che avevo imparato la matematica a una scuola serale e l’italiano in una stazione di benzina”.
Non è stato facile studiare e superare gli esami, anche perchè Sajjad Ahmed continuava a lavorare, ma “non ho mai smesso di crederci e ho continuato a chiedere aiuto”.
Ora si è laureato, la sua tesi aveva per titolo “Experimental evaluation method of the cyclic curve”, ed è solo il punto di partenza: vuole proseguire gli studi con la magistrale in Ingegneria gestionale.
“Il suo successo è per tutti noi docenti del corso di laurea motivo di profonda soddisfazione – dice il suo relatore, il professor Riccardo Nobile – Avendo avuto modo di conoscerlo sono persuaso che questa sarà una tappa, e non certo l’ultima, della sua realizzazione umana e professionale”.
(da “La Repubblica”)
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