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SONDAGGIO EMG: PER IL 58% DEGLI ITALIANI SIRI DOVREBBE DIMETTERSI (CONTRARIO IL 33%), PER IL 63% SALVINI HA SBAGLIATO AD ANDARE A CORLEONE (FAVOREVOLE IL 13%), PER IL 53% AL GOVERNO DEVONO SMETTERLA DI LITIGARE, PER IL 43% MEGLIO CHE SI SEPARINO

Aprile 25th, 2019 Riccardo Fucile

QUANTO AI PARTITI LEGA IN CALO AL 31,3%, M5S   23,1%, PD 22,6%, FORZA ITALIA 10,2%, FDI 5,4%, + EUROPA 3%

Via la sindaca Raggi e il sottosegretario Siri, ma basta litigare.
È quanto emerge da un sondaggio EMG Acqua presentato ad Agorà , condotto da Serena Bortone su Raitre.
Per la maggior parte degli italiani, il 58% il sottosegretario Siri dovrebbe dimettersi. Questa percentuale sale all’85% tra gli elettori del M5S e al 70% tra gli elettori del PD. Per il 33% invece dovrebbe restare al suo posto.
Tuttavia, rileva lo stesso sondaggio, per il 46% se Siri non dovesse dimettersi il M5S dovrebbe soprassedere. Per il 35% invece dovrebbe far cadere il governo.
Stesso trattamento riservato alla sindaca Raggi: per la maggior parte degli intervistati, il 54%, la sindaca Raggi dovrebbe dimettersi. Sono soprattutto gli elettori del PD a pensarla in questo modo (79%), seguiti dagli elettori della Lega (63%) e da quelli dei cinque stelle(23%). Per il 39% invece degli intervistati, la Raggi dovrebbe restare al suo posto.
Per il 53% degli intervistati, comunque, Lega e Cinque Stelle dovrebbero smettere di litigare e governare fino alla fine della legislatura.
Per il 43% invece dovrebbero separarsi subito perchè “non si può andare avanti così”.
Resta ferma la convinzione che l’esecutivo gialloverde arriverà  alla sua scadenza naturale: per la maggior parte degli italiani il governo Conte durerà  tutta la legislatura (41%), una percentuale in crescita di sette punti rispetto alla settimana scorsa. Per il 24% degli intervistati invece, l’esecutivo resterà  in carica almeno fino a fine anno. Il 20% invece pensa che durerà  fino alle elezioni europee.
Quanto all’assenza del vicepremier Matteo Salvini alle celebrazioni per la Liberazione, il 63% ritiene che sbagli a non partecipare a nessuna commemorazione del 25 aprile. Al 21% degli intervistati non interessa questa scelta del vicepremier, mentre per il 13% fa bene.
Infine le rilevazioni di voto: secondo il sondaggio EMG Acqua per Agorà , se si votasse oggi la Lega sarebbe il primo partito, seguito dal Movimento Cinque Stelle.
Il 31,3% degli intervistati ha infatti risposto che se si votasse oggi voterebbe per il partito guidato da Salvini (in leggero calo dello 0,8% rispetto alla settimana scorsa), il 23,1% ha risposto che voterebbe per i Cinque Stelle, percentuale in crescita dello 0,5% rispetto alla rilevazione di una settimana fa.
Il PD otterrebbe il 22,6% delle preferenze, Forza Italia il 10,2%, Fratelli d’Italia il 5,4%. Più Europa arriverebbe al 3%, La Sinistra al 2,8%.

(da agenzie)

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SE “I CLANDESTINI” SI SONO RIDOTTI A 90.000 VUOL DIRE CHE SALVINI VI HA PRESO PER IL CULO

Aprile 25th, 2019 Riccardo Fucile

SPARITA L’EMERGENZA DI 500.000 IRREGOLARI “DEDITI A DELINQUERE”: SALVINI NON RIESCE A RIMPATRIARNE NEANCHE 6.000 L’ANNO E ALLORA LA SOLUZIONE E’ RIDURNE MEDIATICAMENTE IL NUMERO A CAPOCCHIA

No, ma voi — per carità  — continuate pure a idolatrarlo. Dovete continuare perchè questo è il destino di quelli come voi: trovare un idolo a cui baciare i piedi, non idee politiche da seguire.
E dovete baciarglieli pure quando diventa palese che vi sta coglionando.
Perchè ieri Salvini ha detto che in Italia non c’è nessuna emergenza clandestini perchè “gli immigrati irregolari in Italia sono al massimo novantamila”.
Ovvero, non sono i cinquecento o seicentomila che ha contato in questi anni di campagna elettorale permanente per farvi credere che i problemi del Belpaese derivassero da qualche poveraccio che ruba nei cassonetti, non da chi si fotte 49 milioni di euro fischiettando e dai cialtroni e incapaci che gli consentono, dopo questo bel gesto, di fare il ministro dell’Interno.
I clandestini sono 90mila, dice Salvini. Ovvero non sono i cinquecentomila che ha fatto mettere nel contratto di governo.
Quindi una “efficace politica dei rimpatri” non è più “indifferibile e prioritaria”, scopre il Capitano mentre la sua politica dei rimpatri si è rivelata un bluff.
L’ennesimo di una traiettoria politica che da anni mira a dire di sì a ogni scemo che gli chieda qualcosa, basta che abbia molti followers, e poi dimenticarsi di tutto alla prima occasione utile.
Salvini ha fatto proprio questo con i noeuro. Prima è andato in giro con le magliette “Basta Euro” e ha sponsorizzato campagne per l’uscita dalla moneta unica.
Alla prima occasione in cui l’Europa ha fatto “Bu“, si è precipitato a dire che rispetterà  i vincoli europei.
Adesso, in occasione dell’inaugurazione della campagna delle europee, ha detto che vuole cambiare Bruxelles dal di dentro, come un Renzi qualsiasi.
Non è la prima volta nè l’ultima che Salvini ammetterà  pubblicamente di avervi coglionato dopo averlo fatto.
Ma voi continuate a credergli, mi raccomando.

(da “NextQuotidiano”)

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FLAT TAX, IL GRANDE INGANNO DELLA TASSA INUTILE

Aprile 25th, 2019 Riccardo Fucile

ECCO COME FUNZIONA E A CHI CONVIENE

Al largo delle coste canadesi c’è un’isola, Oak Island. Nell’isola c’è un pozzo che dicono di complessità  diabolica, il Money Pit, in fondo al quale ci sarebbe un tesoro.
Gli scavi in 150 anni hanno però portato solo a pochi e modesti ritrovamenti, al prezzo di spese folli. Un tesoro l’ha trovato una televisione, che su questa storia ha allestito un reality show arrivato alla sesta stagione, «The Curse of Oak Island».
La flat tax è uguale. È un tesoro in fondo a un pozzo senza fine, complicato da esplorare.
Un tesoro di cui fin qui sono emersi solo pochi e modesti pezzi, ma che molti però continuano a sostenere e a sperare che ci sia, costi quel che costi
Intanto, è diventato un perfetto argomento di propaganda politica, un reality show su un fisco immaginario, difficile da screditare, perchè, come il falcone maltese di Humphrey Bogart, è fatto della materia di cui sono fatti i sogni.
Toccherà  pazientare, e aspettare che passi questa ennesima italica illusione del Tesoro. E intanto spiegare: spiegare che la gran parte degli italiani paga già  meno del 15%; che la semplificazione (se è tale) si paga con una maggiore iniquità ; che non c’è prova che la flat aumenti il gettito o aiuti la crescita.
Maggior gettito? Non sembra
Cominciamo dall’ultimo punto, con un concetto semplice: gettito fiscale e, ancor più, crescita economica sono grandezze dipendenti da così tante cause che è semplicistico farle discendere da una sola.
Non deve sorprendere, quindi, che non esista nessuna prova inconfutabile che la flat tax favorisca la crescita. I Paesi che l’hanno adottata – in prevalenza ex comunisti   – non potevano che crescere e, in non pochi casi, non ci sono nemmeno riusciti: un semplice esercizio mostra che la metà  di essi ha avuto tassi di crescita del Pil inferiori a quelli di Paesi economicamente analoghi per economia o prossimi per geografia.
Il fatto che la restante metà  dei Paesi flat abbia avuto una crescita maggiore, dimostra la tesi: se una stessa causa produce effetti tra loro opposti, non può essere la vera causa di quegli effetti. Altri e più cruciali sono i fattori della (mancata) crescita; e per l’Italia, lo sappiamo da quasi trent’anni, il principale si chiama produttività .
Parimenti ozioso è cercare una prova inconfutabile che la flat tax consenta recuperi di gettito; e, infatti, questo non sembra il caso dell’Italia (come dimostrato da due economisti de LaVoce.info, Caruso e Mazzolari).
Il caso della Russia, spesso invocato, è esemplare. L’aumento dei proventi dell’imposta sui redditi avvenuto in quel Paese può essere spiegato con la generale crescita economica, a sua volta spiegabile con maggiori entrate derivanti dalla vendita di materie prime.
Ci sono però anche spiegazioni puramente fiscali. La flat tax voluta da Putin nel 1999 è stata la carota che ha accompagnato ben tre bastoni: l’introduzione della ritenuta d’acconto; l’adozione di metodi presuntivi di accertamento; e il bastone più grosso, la reintroduzione dell’Iva su professionisti e imprese individuali, eliminata da Eltsin nel 1996.
L’Iva «madre dell’evasione»
È noto che l’Iva è la «madre» dell’evasione: un soggetto che si rileva a fini Iva si rileva anche per l’imposta sui redditi.
Da qui il maggior gettito: nessun miracolo dell’aliquota unica, quindi, ma una maggiore equità  del sistema fiscale russo e una maggiore efficienza dell’amministrazione. Contro l’evasione servono competenza e lavoro; le bacchette magiche lasciamole a Harry Potter e compagni
È innegabile che prendere il reddito così come lo si è incassato e moltiplicarlo per una percentuale è più semplice che prendere lo stesso reddito, dedurre gli oneri, dividerlo in scaglioni, moltiplicare ciascuno di essi per altrettante percentuali, sommare il totale e sottrarre detrazioni, bonus, crediti d’imposta e quant’altro. Così com’è più semplice al ristorante pagare «alla romana», dividendo il conto per il numero dei commensali.
Il problema è che al «pranzo» della dichiarazione dei redditi c’è chi pasteggia a caviale e champagne e chi prende solo un’insalata: pagare alla romana, con la stessa percentuale, è palesemente ingiusto.
Lo dimostrano tutte le stime fin qui tentate del costo della flat e il calcolo di chi ci perde e chi ci guadagna.
L’ultima – ad opera di due docenti universitari, Baldini e Rizzo – riguarda la «quasi» flat a due aliquote (15% e 20%) del contratto di governo: la riduzione di gettito è di circa 51 miliardi; un decimo delle famiglie (quelle più ricche) si prende la metà  di questo bottino, la metà  delle famiglie (quelle più povere) non ne vede nemmeno un decimo, con quelle più povere di tutte praticamente a zero.
Un simile risultato non sarebbe accettabile nemmeno se comportasse una semplificazione. Che però non c’è.
Per evitare beffe, infatti, si propone che la flat tax sia opzionale: chi ci perde può restare con il vecchio sistema. Così, però, invece di un’Irpef, ne avremmo due; invece di un calcolo ne dovremmo fare due, per scegliere il sistema più conveniente; i moduli e le istruzioni si ispessirebbero e il fisco sarebbe costretto a gestire due sistemi, tra cui i contribuenti potrebbero saltare da un anno all’altro. Vi sembra più semplice
A coronamento di questo edificio barocco si colloca l’idea, da ultimo circolata, di una flat «per famiglie». Si tratta di un sistema definito dagli stessi docenti sopra citati uno «stranissimo ibrido»: esso tasserebbe al 15% il reddito totale della famiglia, se questo non supera i 50 mila euro, e con le aliquote ordinarie i redditi dei singoli componenti la famiglia, se oltrepassa tale soglia.
A parte il costo (stimabile tra i 15 e i 20 miliardi), l’idea è mal congegnata, perchè genera l’effetto paradossale noto come «trappola della povertà »: se una famiglia supera i 50 mila euro in un determinato anno, può dover pagare molte più tasse e quindi avere un reddito netto uguale o inferiore a quello dell’anno precedente.
Un potente disincentivo al lavoro del secondo coniuge e quindi, scoraggiando forza lavoro, un elemento di inefficienza economica.
D’altronde, iniquità , paradosso e inefficienza sono gli elementi anche del primo «pezzo» della flat, quella «doppia» per le partite Iva già  introdotta nell’ultima legge di bilancio: 15% fino a 65 mila euro e 20% fino a 100 mila euro di ricavi.
Come ormai dimostrato da più parti, esso crea una disparità  rispetto ai lavoratori dipendenti, colpiti da un Irpef anche doppia rispetto a quella degli autonomi. Anch’esso è soggetto alla trappola della povertà : chi oltrepassa una delle due soglie deve guadagnare 10 mila euro in più per riavere lo stesso
reddito al netto delle imposte. E anche in questo caso vi è un potente disincentivo, fautore di inefficienza economica: non fatturare pur di restare sotto i limiti, non crescere e non essere onesti. E rimanere Calimero, piccolo e (in) nero.
In sostanza la flat tax, in tutte le sue parti (realizzate, in cantiere o proposte), è e sarà  un grande caos, frutto di pressapochismo. Ma sarà , soprattutto, una grande ingiustizia.
Saldandosi all’abnorme aumento dell’Iva previsto dalle clausole di salvaguardia – come sembra confermato dalle dichiarazioni del ministro Tria della settimana scorsa – formerà  le due lame destinate a creare una vera e propria macelleria sociale.
La Flat tax è iniqua
Il paradosso principale è che tutto questo sommovimento tributario potrebbe essere inutile. Che non porti nè crescita, nè gettito è possibile; che porti iniquità  e confusione è certo; che faccia tutto questo in nome di una quota minima dei contribuenti italiani è paradossale. Eppure, questo dicono i numeri. Secondo l’Ufficio parlamentare di bilancio la «doppia flat» per le partite Iva potrebbe interessare il 44% dei professionisti e imprenditori individuali, il che vorrebbe dire meno di 1,7 milioni di soggetti. Rispetto a quelli già  rientranti fra i minimi (quasi un milione), si tratta di un aumento di 700 mila unità .
Secondo l’unico studio pubblico sulle famiglie fiscali, risalente al 2010, i nuclei interessati alla flat «per famiglie» potrebbero essere in teoria 28 milioni : tanti sono quelli con reddito familiare non superiore a 50 mila euro. In teoria, perchè già  oggi chiunque guadagna meno di 28 mila euro paga, in media, meno del 15%.
Il che è quanto accade a 18 milioni di famiglie monoreddito e probabilmente a quasi tutti gli 8 milioni di famiglie plurireddito, giacchè 50 mila diviso per due fa 25 mila euro.
Risultato: 2 milioni di famiglie effettivamente interessate, quasi tutte monoreddito. In conclusione, i due «pezzi» di flat riguarderebbero 2,9 milioni di contribuenti su 41 milioni: il 7%. Molto rumore per nulla; o quasi.
Prospettiva è quanto chiede nel film Ratatouille il gastronomo Anton Ego. Ed è quello di cui abbiamo bisogno per affrontare la sfida di una nuova Irpef, giusta, semplice, ma ben cucinata; come la ratatouille servita all’arcigno critico.
La prospettiva di cui abbiamo bisogno è storica ed economica. La flat tax appartiene alla prima fase di sviluppo di un Paese, in cui si devono attirare i capitali. Vi hanno fatto ricorso i Paesi ex comunisti; ma ora che avvertono l’esigenza di maggiore attenzione allo Stato sociale, anche queste nazioni si stanno affidando alla progressività : ben cinque di esse hanno abbandonato la flat ed è probabile che anche la Russia seguirà  il loro esempio.
L’Italia è già  un Paese sviluppato, ha già  un sistema di welfare; passare a una flat al 15% è un salto indietro di cento e più anni.
Abbiamo invece bisogno di un’imposta veramente e orgogliosamente progressiva, che torni a tassare tutti i redditi, inclusi quelli già  scivolati in tutti questi anni a forme di «tassa piatta» o scomparsi nel buco nero dell’evasione; un’imposta che riduca il prelievo sui redditi medi e bassi, riordini e compatti le spese fiscali, introduca un minimo vitale esente commisurato alla famiglia, anche trasformabile in un sussidio, la cosiddetta «imposta negativa».
Non di una flat tax abbiamo bisogno, ma di una full tax: una tassa completa ed equa.

(da “Il Corriere della Sera”)

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AMMONTANO A 51 MILIARDI DI EURO I DEBITI DEI COMUNI CHE SECONDO SALVINI DOVREBBERO PAGARE GLI ITALIANI

Aprile 25th, 2019 Riccardo Fucile

COME IL SALVA-ROMA POTREBBE AMMAZZARE LA CAPITALE E LA DEMOGOGIA LEGHISTA COSTARE UN OCCHIO DELLA TESTA AI CONTRIBUENTI

Da Salva-Roma ad Ammazza-Roma in tre mosse. Il compromesso che l’altroieri ha consentito al governo Conte di salvaguardare il Decreto Crescita, ulteriormente licenziato “salvo intese”, prevede che il ministero del Tesoro non si accolli più i 12 miliardi di debito che il Comune di Roma aveva dato in gestione commissariale in seguito al decreto del governo Berlusconi che risale al 2008
Quei soldi però, stando alla legge e in attesa delle necessarie e probabili modifiche, ora tornano in capo al Campidoglio. E siccome si tratta di vecchi debiti composti in buona parte da mutui accesi presso la Cassa Depositi e Prestiti, le banche e da un’obbligazione chiamata Colosseum Bond da 1,4 miliardi che scadrà  nel 2048, che attualmente costa anche 75 milioni l’anno di interessi.
Ma, spiega oggi Andrea Bassi sul Messaggero, la legge prevede che se un Comune ha in pancia un Boc, è anche obbligato ogni anno ad accantonare una quota in bilancio per far fronte al pagamento del capitale alla scadenza.
La ragione è semplice. La regola è nata per evitare che i sindaci scaricassero sulle amministrazioni future le loro spese.
A questa regola, però, non era tenuto il commissario straordinario che gestiva il debito e nemmeno lo Stato. Se il Colosseum bond torna al Campidoglio, il Comune di Roma potrebbe trovarsi obbligato ad accantonare ogni anno una cinquantina di milioni di euro per far fronte al Boc.
Ieri il ministero dell’Economia, in un comunicato stampa, ha sottolineato che il Campidoglio potrà  comunque continuare a ricevere il contributo dello Stato da 300 milioni l’anno.
Ma la verità  è che questo contributo è molto più basso, è di soli 120 milioni. E questo perchè gli altri 180 milioni sono già  stati impegnati con la Cassa Depositi e Prestiti e con alcune banche fino al 2040 a fronte di un prestito al commissario di 4,5 miliardi che è servito a saldare una parte dei debiti (che inizialmente ammontavano a oltre 16 miliardi).
Il problema non sembra per ora aver tolto il sonno alla Lega e a Salvini. Anzi. Anche perchè la Lega ha preteso che si trovasse una soluzione anche per i debiti degli altri comuni.
Ma questa soluzione la deve trovare lo Stato. Ovvero, come spiega oggi sul Corriere Mario Sensini, ogni Comune in difficoltà  negozierebbe col Tesoro un piano individuale per ripianare il buco in tempi molto più brevi di quelli attuali:
Un meccanismo discrezionale. Simile a quello della sanità . Ma che data la mole dei debiti in ballo,ora che non possono più essere nascosti sotto il tappeto o rinviati di generazioni, apre scenari difficili.
A Roma, ammortizzare 12 miliardi in 10 anni, contando come dice il decreto sui soliti 300 milioni annui del governo, vuol dire portare la quota di rimborso a carico del Comune da 200 milioni a 1,2 miliardi.
Cioè moltiplicare per sei le addizionali Irpef. Oltre a cercare di limitare il passivo con un concordato con i creditori. O sperare che alla fine sia lo Stato, il debito pubblico, ad accollarsi i buchi di Roma e di tutti gli altri Comuni italiani.
La Lega ora lavora ad un suo progetto che prevede poteri speciali per la Capitale, con una proposta di legge da presentare alle Camere quanto prima, e che estenda i suoi poteri anche agli altri Comuni in difficoltà : esattamente quello che voleva Salvini, che fin dall’inizio di questa storia ha continuato a
ripetere che «Roma non ha bisogno di regali, e che i debiti della Raggi non saranno pagati da tutti gli italiani».
Ma così i debiti di tutti i comuni in difficoltà  saranno pagati dagli italiani (anche da quelli che non sono residenti in quei comuni). E’ giusto?
Infine, il conto. Spiega oggi Repubblica che trentanove miliardi di euro sono l’ammontare complessivo dell’esposizione finanziaria, 12 dei quali riguardano i municipi maggiori, ovvero i capoluoghi delle città  metropolitane.
Ai 39 miliardi vanno poi aggiunti i 12 miliardi del debito pregresso del Comune di Roma sotto la gestione del Commissario. Tornando all’interno del perimetro dei 39 miliardi, poco meno di 30 sono costituiti da mutui con la Cassa depositi e prestiti, 7 con le banche e 2,2 con il Tesoro.
Pensate quindi che con la norma che vuole Salvini lo Stato dovrebbe trovare il modo di accollarsi la cifra non inconsistente di 39 + 12 = 51 miliardi da coprire per liberare i comuni dai loro debiti.
Ai quali, viene quasi da ridere, ci sono da aggiungere anche i 23-24 miliardi per le clausole di salvaguardia che devono fermare l’aumento dell’IVA. Un obiettivo impossibile.
Per questo, dicono dal M5S, alla fine il decreto Salva-Roma tornerà  ad essere come lo avevano immaginato loro.
In Parlamento le opposizioni forniranno eventualmente l’appoggio che la Lega attualmente nega, ragionano, visto che PD e Fratelli d’Italia hanno già  detto sì all’accordo.

(da “NextQuotidiano”)

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IL MILIARDO IMMAGINARIO DI DI MAIO PER L’ILVA

Aprile 25th, 2019 Riccardo Fucile

A TARANTO IL GRILLINO RACCONTA LA BUFALA CHE CI SAREBBE UN MILIARDO DI EURO “NON SPESO” PER LE BONIFICHE

Luigi Di Maio sull’ILVA ha detto, durante la visita blindata a Taranto, che c’è un miliardo di euro che “non si sta spendendo” per le bonifiche. Naturalmente si tratta di una balla.
Il fact checking di Repubblica:
Il governo Renzi stanzia con legge un miliardo di euro per il contratto istituzionale di sviluppo per compensare il dissesto ambientale della citta nel 2015.
Della cifra, finora sono stati spesi 300 milioni di euro, anche per alcune bonifiche, come quella della scuola Deledda al rione Tamburi, vicino allo stabilimento Ilva.
Nel miliardo di euro rientra anche la realizzazione del nuovo ospedale San Cataldo a Taranto, già  appaltato, che impegna 200 milioni di euro.
Se ne deduce che almeno 500 milioni sono gia’ stati spesi e altri impegnati
A Taranto Di Maio ha portato i nuovi commissari che avranno il compito di accelerare la spesa del miliardo di euro messo a disposizione dal contratto di sviluppo su Taranto per tecnologie clean tech, Tecnopolo del Mediterraneo e tecnologie applicate all’ambiente.
Promette un monitoraggio a breve e un nuovo appuntamento il 24 giugno. E già  che c’era ha anche detto altre balle sull’immunità  penale per l’ILVA, che in realtà  era stata già  abolita.

(da “NextQuotidiano”)

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“CONTE CON SIRI DOVREBBE FARE COME BERLUSCONI”

Aprile 25th, 2019 Riccardo Fucile

“IL FATTO” RICORDA L’ANALOGIA CON IL “LICENZIAMENTO” DI SGARBI NEL 2002

Paola Zanca oggi sul Fatto racconta uno scenario molto interessante sulle dimissioni mancate di Armando Siri, il quale rimane ancora sottosegretario ai trasporti nonostante Toninelli gli abbia tolto le deleghe.
Conte ha intenzione di “invitare Siri a dimettersi”: proverà  a farlo ragionare, spiegandogli l’opportunità  politica del gesto. Difficile che il sottosegretario acconsenta, protetto com’è dal ministro dell’Interno. Le intenzioni però non cambiano: Siri se ne deve andare. A palazzo Chigi hanno già  studiato il precedente: porta il nome di Vittorio Sgarbi, che nel 2002 venne “licenziato”dal governo Berlusconi.
All’epoca, il critico d’arte era sottosegretario ai Beni Culturali e entrò in aperto contrasto con il suo ministro, Giuliano Urbani, sull’ipotesi di mettere in vendita beni del patrimonio demaniale.
Prima Urbani gli revocò le deleghe — come ha fatto ora il ministro Danilo Toninelli con Siri —poi, visto che Sgarbi non se ne andava, un apposito consiglio dei ministri votò la revoca del suo incarico, su proposta del presidente Berlusconi che glielo aveva conferito.
Allora il voto fu unanime. Oggi un’analoga iniziativa di Conte incontrerebbe certamente l’ostilità  dei colleghi di governo leghisti, comunque in minoranza nell’esecutivo.
Un gesto estremo, a cui Conte spera di nondover arrivare. “Ma io di Siri non mi fido più”, è il senso delle riflessioni che il premier sta facendo in queste ore, consapevole che “quell’emendamento non era nella sua area di competenza” e “non è detto che sia stato fatto nell’interesse generale”. Qualcosa si è rotto. Forse è solo l’inizio.

(da “NextQuotidiano”)

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LIBIA: BENGASI IN MARCIA CONTRO I SOLDATI ITALIANI “COMPLICI DI TRIPOLI”

Aprile 25th, 2019 Riccardo Fucile

“QUEI MILITARI HANNO COMPITI POCO CHIARI”

L’Italia sempre più al centro della crisi libica.
Nel cuore delle basi del maresciallo Khalifa Haftar, l’ostilità  per le scelte di campo considerate filo-tripoline del governo italiano solleva passioni e accuse davvero pesanti.
Per domani si stanno organizzando a Bengasi e Tobruk cortei di protesta contro Roma in quelle stesse piazze e di fronte alle moschee che nel febbraio 2011 lanciarono la sfida alla dittatura di Muammar Gheddafi. Soprattutto, dopo le richieste di sostegno e aiuto a Roma da parte della coalizione della Tripolitania che fa capo a Fayez Sarraj, anche le forze in Cirenaica che stanno con l’uomo forte di Bengasi chiedono all’Italia di essere ascoltate, accusandola persino di sostenere il terrorismo assieme a Turchia e Qatar.
E lo fanno in queste ore con un appello dai toni forti di denuncia contro le «mosse pro Tripoli» italiane e, come scrivono, contro la «presenza di soldati italiani con compiti poco chiari e sicuramente non di carattere umanitario». Il documento è firmato da 45 tra leader della società  civile, dirigenti di associazioni umanitarie e personalità  tra Tobruk e Bengasi.
Per le strade la gente insiste nel magnificare la sicurezza e la mancanza di vessazioni da parte delle milizie. Bengasi è una città  molto sporca, con ancora ben visibili i danni delle rivolte di otto anni fa, il mare inquinato e le infrastrutture mancanti.
«Ci mancano i fondi per garantire la ricostruzione. Ma almeno Haftar ha posto fine alla criminalità , sono terminati i sequestri di persona e specialmente polizia ed esercito obbediscono a un comando unificato. Non ci sono milizie a importunare e rubare come invece avviene a Tripoli», ci dice Mohammad Alsharif, un consulente finanziario 32enne che ha lavorato con importanti associazioni umanitarie occidentali.
Già  in passato lo stesso Haftar aveva puntato il dito contro l’ospedale militare italiano di Misurata accusandolo di costituire a tutti gli effetti una forma di aiuto bellico al campo avversario. Ma ora l’appello va molto oltre nello sparare a zero contro «le forze militari» italiane che si trovano nell’Accademia dell’aeronautica militare di Misurata «con il compito di proteggere la base».
E specifica: «Da questa base sono partiti gli aerei che hanno bombardato i civili a Tarhuna, Allasabah, Ein Zara, Suk al Khamis e sulla strada principale per Gharian». Aggiunge inoltre che gli italiani starebbero fornendo «un supporto logistico a bande e milizie che stanno combattendo contro l’esercito nazionale libico».
Ad aggravare i toni, torna l’accusa alle milizie legate a Sarraj, per cui alcune sarebbero legate all’estremismo islamico e al traffico di esseri umani.
Già  il 16 aprile Abdulhadi Ibrahim Iahweij, responsabile dell’ufficio per gli Affari Esteri in Cirenaica, aveva pubblicato una «lettera al popolo italiano» chiarendo che solo il suo governo sarebbe stato in grado di garantire il blocco del traffico di migranti.
Da Roma, il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi, dopo aver incontrato l’inviato dell’Onu per la Libia Salamè, dice: «Noi crediamo nel dialogo, anche se non è facile. Ma esiste e si può portare avanti: occorrono determinazione e azioni talvolta non visibili, ma efficaci. Occorre credere nella possibilità  che esiste di raggiungere il risultato, nell’interesse della comunità  internazionale, del popolodella Libia, nel nostro interesse come Italia e come Europa».

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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O LA LIBERAZIONE DIVENTA UNA VERA FESTA CONDIVISA O SPARIRA’

Aprile 25th, 2019 Riccardo Fucile

IL PROF UNIV. SERGIO NOTO: “BASTA CON LE DIVISIONI, C’E’ BISOGNO DI UN PAESE UNITO”

L’unica cosa certa è che siamo stufi di polemiche per il 25 aprile. Per favore, basta divisioni, basta liti. Ognuno onori i suoi morti e le sue vittime e lasci stare quelli degli altri.
Soprattutto, però incominciamo a onorare i vivi, i giovani in particolare, cioè tutti quelli che hanno bisogno di un paese unito e impegnato a costruire un futuro migliore. Generazioni che hanno saputo dare solo il cattivo esempio. Ora, bene o male, giusto o sbagliato che sia, prendiamo atto tutti che la festa cosiddetta della Liberazione (definizione certamente impropria) fa parte della storia italiana e deve essere accettata da tutti. Ma non può essere imposta, nè dovrebbe essere subita. Quindi l’unica strada è quella della condivisione, abbandonando il vecchio modello a schieramenti contrapposti, per di più fondato su una realtà  storica che non esiste. Non si tratta di dimenticare o trascurare, si tratta di andare oltre. Non ne possiamo più di liti e il paese è sull’orlo del baratro.
Non è necessario esserne convinti razionalmente — la volontà  infatti viene prima e guida la ragione — anche se le basi razionali per una storia condivisa non mancano e si recuperano facilmente.
L’Italia — come è capitato a tutti i paesi e come accade in tutte le vicende individuali — ha trascorso un periodo molto «travagliato» tra la fine della I Guerra mondiale e la fine della II. Non è stato un periodo bianco/nero, è stata un’epoca molto complessa, profondamente contraddittoria, anche inaspettata. Il succo è che ciò che accadde in quegli anni non fu opera del Babau, ma al di là  di ogni ideologia, fu il frutto del comportamento di tutti gli italiani, perfino di quei pochissimi che vi si opposero strenuamente e in epoche non sospette, perchè probabilmente non riuscirono ad essere così efficaci da incidere nell’andamento dei fatti.
Ma la storia non basta. Ci vuole lo sforzo decisivo (lo faranno mai gli italiani?) di riconoscersi come un solo popolo, sotto le stessi leggi, la stessa storia, gli stessi errori, i medesimi difetti, per cercare di diventare una nazione adulta, matura, che voglia crescere e lavorare nella stessa direzione del bene comune.
Se dovessimo continuare a guardare il nostro passato, la fine degli egoismi particolari resterà  certamente un sogno. In ogni caso anche la festa del 25 aprile è un’occasione per dimostrare che possiamo diventare un popolo civile, un paese che vuole migliorare i propri difetti e che vuole veramente assicurare ai propri cittadini il massimo del benessere possibile, una vita serena e libera, dove infinite bellezze possono essere godute da tutti.
Nessuno deve fare un passo indietro, semmai si tratta di fare parecchi passi avanti. Piantarla con la questione del fascismo e dell’antifascismo, che per dirla come si usa, hanno rotto proprio le scatole.
Il dibattito quello storico, quello culturale, ben venga, ma civilmente confinato all’ambito suo proprio. Per troppi decenni le polemiche fascismo-antifascismo sono state più che altro la scusa per consentire a molti di sottrarsi alle proprie responsabilità  e provocare danni al paese.
Le polemiche servono solo al non fare, e contribuiscono al malessere generale. La storia come clava a supporto dell’ideologia è non-storia. La conoscenza storica — se è tale — risolve i problemi, non li crea; aiuta il dialogo, non i contrasti; alimenta la pace sociale, non gli scontri
Il 25 aprile da festa della Liberazione così può diventare la festa della Rinascita, di un Italia che ha capito finalmente che si diventa grandi solo se si è capaci di fare una seria autocritica dei propri errori, spietati con se stessi, generosi con gli altri.
Il paese non ha bisogno di santi e peccatori, ma — molto più banalmente — ha bisogno di tutti (proprio tutti) gli italiani.
Se dovessimo fare una seria lista dei buoni e dei cattivi, di quelli che hanno diritto legittimamente a festeggiare e di quelli che invece questo diritto non ce l’avrebbero, probabilmente le piazze sarebbero drammaticamente vuote (senza contare che i più sono morti). Meglio lasciare stare con le etichette e andare alla sostanza.
Il 25 aprile deve quindi diventare una vera Festa condivisa o sparirà . La liturgia delle feste italiane è purtroppo ancora troppo fatta di chiese, di piazze contrapposte e sinceramente siamo stufi.
È ora che gli italiani individualmente e collettivamente conoscano e cerchino gli aspetti positivi e vadano avanti. «Tasi e tira» come direbbero gli artiglieri della Tridentina.
Perchè l’Italia ha bisogno di concordia, di altruismo, di collaborazione, non di odio, discriminazione e tantomeno di feste separate.

Sergio Noto
Professore di Storia economica presso l’Università  di Verona

(da “il Fatto Quotidiano”)

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MATTARELLA: “MAI BARATTARE LA LIBERTA’ CON PROMESSE DI ORDINE”

Aprile 25th, 2019 Riccardo Fucile

“C’E’ ANCORA BISOGNO DI CITTADINI LIBERI”… DI MAIO: “LA MAFIA SI ELIMINA CON IL BUON ESEMPIO, NON FESTEGGIANDO A CORLEONE”… RAGGI FISCHIATA A ROMA

“Festeggiare il 25 aprile, giorno anche di San Marco, significa celebrare il ritorno dell’Italia alla libertà  e alla democrazia, dopo vent’anni di dittatura, di privazione delle libertà  fondamentali, di oppressione e di persecuzioni. Significa ricordare la fine di una guerra ingiusta, tragicamente combattuta a fianco di Hitler. Una guerra scatenata per affermare tirannide, volontà  di dominio, superiorità  della razza, sterminio sistematico”.
Lo ha affermato il presidente della Repubblica Sergio Mattarella alla cerimonia di Vittorio Veneto per le celebrazioni del 74esimo anniversario della Festa della Liberazione dal nazifascismo.
Celebrazioni tra le polemiche, oggi, 25 aprile: la sindaca di Roma, Virginia Raggi, contestata al corteo Anpi. I 5S, in testa Di Maio, e il sindaco di Napoli Luigi De Magistris attaccano Salvini per la sua presenza a Corleone non per la Festa di Liberazione, ma per l’inaugurazione del locale commissariato di polizia.
La Comunità  ebraica non partecipa al corteo a Roma in polemica con partigiani e pd locale per la presenza tra i manifestanti di bandiere filopalestinesi.
La cronaca: la corona al Milite Ignoto
In mattinata il capo dello Stato aveva dato il via alle celebrazioni per il 25 Aprile deponendo una corona d’alloro al Sacello del Milite ignoto, all’Altare della Patria, osservando un minuto di raccoglimento mentre la banda delle Forze Armate intonava l’Inno nazionale.
Presenti in piazza Venezia a Roma il segretario di Presidenza del Senato, Francesco Giro, la vice presidente della Camera, Maria Edera Spadoni, il ministro della Difesa, Elisabetta Trenta, il segretario dem, Nicola Zingaretti. E la sindaca di Roma, Raggi, che ha invitato a “contrastare ogni tentativo di cancellare la nostra storia e ogni forma di violenza e di discriminazione”.
“Oggi è importante festeggiare”, ha commentato il presidente del Consiglio Giuseppe Conte. “Il 25 aprile, ha aggiunto, “è la festa di tutti”.
Il premier ha deposto una corona davanti al sacrario delle Fosse Ardeatine, in ricordo dell’eccidio del 24 marzo del 1944 in cui furono trucidate 335 persone, tra militari e civili.
“Non è il giorno delle polemiche, non è il giorno delle divisioni”: questo è il senso del 25 aprile secondo Ruth Dureghello, presidente della comunità  ebraica di Roma a margine della cerimonia per l’anniversario della Liberazione in programma nella sinagoga di via Balbo, sede della Brigata ebraica alla presenza, tra gli altri, del vicepremier Luigi Di Maio.
Ma è polemica Lega-M5s, Di Maio: “Divide chi non festeggia”
Nonostante gli auspici di Conte e Dureghello, non si sono certo spenti gli echi delle polemiche dei giorni scorsi ricordate dal leader politico 5S in un post su Facebook. “È incredibile – ha detto Di Maio – per giorni si è discusso di una festa, come se il Paese non avesse altri problemi a cui pensare”. Ma è poi lo stesso vicepremier grillino a rinfocolare le polemiche pungolando il vicepremier leghista in Sicilia.”La mafia – chiosa Di Maio – si elimina con i l buon esempio, non festeggiando a Corleone”. E a proposito del governo diviso alle cerimonie per l’anniversario della Liberazione, attacca il ministro dell’Interno: “Divide chi non vuole festeggiarlo. Noi non vogliamo essere divisivi”
Giulia Bongiorno, prende una posizione a favore del 25 aprile. “La memoria è un dovere – twitta – ricordiamo con gratitudine le donne e gli uomini rimasti sui monti azzurri a far la guardia alla libertà “.
“Noi amiamo l’italia del lavoro, della pace, della libertà , del benessere. Quella del 25 aprile. Quella che affronta i problemi e vuole togliere le paure agli italiani”, twitta Nicola Zingaretti. ”
Fischi a Raggi dal corteo Anpi
Fischi, grida come “buffona”, “vattene a casa”, “libera CasaPound”, e diti medi alzati all’indirizzo della sindaca Raggi mentre interveniva dal palco della manifestazione Anpi per il 25 aprile a Porta San Paolo. Ma anche persone che la hanno applaudita nel corso del suo intervento, giudicato “molto importante” dai vertici dell’associazione dei partigiani.
“Se siamo qui è per rendere omaggio e celebrare perchè ci crediamo davvero, per le persone che hanno deciso di opporsi contro il regime e hanno dato la vita per esprimere le proprie idee, come qualcuno di voi sta facendo adesso”, ha detto la sindaca replicando ai contestatori.

(da agenzie)

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