Ottobre 21st, 2019 Riccardo Fucile
DI MAIO SEMPRE PIU’ PATETICO: IL POLTRONISTA SPARGE VELENI CONTRO CHI LO STA OSCURANDO (CI VUOLE POCO PERALTRO)
Simone Canettieri e Marco Conti raccontano oggi sul Messaggero che lo scontro tra Conte e il
MoVimento 5 Stelle sulla legge di bilancio sta cominciando a fare le prime vittime.
Una di queste è Rocco Casalino, cancellato dalla chat del M5S perchè considerato troppo vicino a Conte, mentre anche a questo giro Laura Castelli, come durante il Conte One, è senza deleghe:
«Mi dispiace, ma sulla manovra io non arretro: Conte può anche giocare a spaccare il M5S come sta facendo, ma i nostri punti non sono negoziabili». Di Maio è infatti furioso, malgrado i contatti avuto ieri sera con il premier.
Quando sabato sera ha letto le parole di Conte («chi non fa squadra è fuori») l’ha presa male: «E’ stato davvero un dolore». Ieri ha rimesso in fila fatti. E ha capito che ormai Conte pensa «di essere il nuovo Monti».
In verità , come sottolineano i vertici del M5S, l’avvocato del popolo è «un irriconoscente: nel 2018 abbracciava Luigi la notte delle elezioni, adesso gioca, mal consigliato, con i nostri gruppi parlamentari per dividerci».
La temperatura tra i ministri M5S è rovente e farne le spese è stato anche iI portavoce di Conte Rocco Casalino, cancellato dalla chat interna dei ministri M5S dove Di Maio ha condiviso lo sfogo, trovando una sponda, anche con una colomba come Vincenzo Spadafora.
Sulla manovra — casus belli di queste ore — ambienti vicini al capo politico spiegano: «Conte si fida troppo di Franceschini, ma senza un accordo con noi non ci sono alchimie di palazzo, hai voglia a minacciare le elezioni anticipate».
A Di Maio sempre sulla manovra non è sfuggito un altro particolare, spiegato con una battuta velenosa: il premier ha preferito far contento Landini sul taglio del cuneo fiscale ai dipendenti che dire al ministro Gualtieri di dare le deleghe a Laura Castelli, viceministro dell’Economia.
Lo scontro ormai è a tutto campo, al punto che dai vertici del Movimento fanno notare una strana coincidenza: «Conte è nervoso in vista dell’audizione di mercoledì al Copasir, ha paura delle reazioni degli Usa sul Russia-gate e della relazione di Barr, il ministro della Giustizia di Trump». Sono le ore dei veleni, appunto.
(da “NextQuotidiano”)
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Ottobre 21st, 2019 Riccardo Fucile
IL CERCHIO MAGICO DI DI MAIO HA ORMAI PAURA CHE CONTE, SOSTENUTO DALLA MAGGIORANZA DEI PARLAMENTARI, PRENDA IN MANO IL M5S
Il MoVimento 5 Stelle accerchia Giuseppe Conte e mette a rischio il governo. Stamattina i giornali, quelli che secondo il M5S “ci attaccano mentre noi difendiamo i cittadini”, aprono con tre interviste a esponenti grillini critiche nei confronti del presidente del Consiglio.
Sul Fatto Manlio Di Stefano, sottosegretario agli esteri, ricorda a Conte che senza i grillini non sarebbe a Palazzo Chigi:
Voi non vi fidate più di Conte. È un rapporto logorato.
Ma no, il rapporto c’è e funziona. Del resto il premier dal palco di Italia5Stelle sabato ha manifestato la sua riconoscenza al Movimento. Sa che senza di noi non sarebbe a Palazzo Chigi, perchè il Pd aveva posto il veto sul suo nome. Ma ora dobbiamo solo ricomporre un metodo di lavoro.E quando Luca De Carolis ricorda il tentativo del M5S di distinguere tra piccoli e grandi evasori, Di Stefano ribadisce orgogliosamente il concetto:
Non ci state all’abbassamento della soglia del contante e alle multe per chi non accetti pagamenti elettronici. Cioè siete su un fronte opposto rispetto al premier.
Siamo d’accordo con queste misure, però non devono diventare nuove tasse, quindi è essenziale abbattere il costo delle commissioni bancarie. E allora non bisogna correre e trovare il tempo necessario per farlo. E bisogna partire dai grandi evasori, colpendoli duramente, e non da chi viene perseguitato da 60 anni
È un messaggio ambiguo. Sembra legittimare la piccola evasione, il “nero”
Non va affatto accettata, ma già oggi tutti hanno l’obbligo delle scontrino. Se vogliamo recuperare davvero risorse bisogna intervenire con la confisca e pene severe contro la grande evasione, quella vera.
Il sottosegretario agli interni Carlo Sibilia dice alla Stampa che il MoVimento 5 Stelle è il primo partito in Italia mentre tutti i sondaggi lo danno come terzo e le elezioni europee hanno sancito la perdita di sei milioni di voti:
Carlo Sibilia, sottosegretario all’Interno e braccio destro di Di Maio, per voi senza le vostre proposte sulla manovra la coalizione non può esistere. È una minaccia a Conte?
«Figuriamoci. Abbiamo grande stima del premier, che è anche nostra espressione. Ma tutto tiene se si tengono in conto le nostre esigenze, che sono quelle del primo partito in Italia. I toni devono restare bassi, ne giova la discussione».
E poi ricorda che il M5S fa la guerra ai “grandi” evasori, non a tutta l’evasione fiscale:
Questo balletto di prese di posizione non mette anche in difficoltà il M5S, dividendolo tra chi segue Di Maio e chi si riconosce nella linea di Conte?
«No. Ritengo che ci siano discussioni sane, ma su alcuni temi, come la lotta ai grandi evasori, non si può transigere. Perchè è sempre stato uno dei cavalli di battaglia del Movimento.Su questo abbiamo tutti la stessa idea».
In realtà , come sappiamo, distinguere tra piccoli e grandi evasori è da sciocchi:
Quando i dati del Tesoro ci dicono che i lavoratori autonomi e i piccoli imprenditori in media evadono il 69,6% dell’Irpef dovuta, mentre le società non pagano il 23,8% dell’Ires, diventa arduo sostenere che l’evasione fiscale riguarda principalmente le grandi aziende. Quando scopriamo che solo il 18% dell’evasione ha a che fare con impreviste difficoltà finanziarie (tasse dichiarate ma poi non versate al fisco), mentre il restante 82% è tutta omessa dichiarazione, è difficile sostenere che le imposte non si pagano principalmente per ragioni di “necessità ” o di “sopravvivenza”.
Dal complesso delle imprese individuali, dei liberi professionisti e dei lavoratori autonomi dovrebbero teoricamente arrivare ogni anno 46,1 miliardi di Irpef. Ne arrivano invece soltanto 14. Dunque, un’evasione di 32,1 miliardi, che in percentuale sul dovuto sono appunto il 69,6%, come ci spiega l’ultima Relazione pubblicata sul sito del Tesoro. Questa è l’evasione dei “piccoli”, limitatamente all’Irpef.
Infine, è possibile anche capire se esista davvero l’evasione di necessità o di sopravvivenza:
L’unico modo di stimarla è andare a vedere quanta parte è dovuta non a “omesse dichiarazioni” ma ad “omessi versamenti”. Le prime equivalgono alla precisa volontà di non pagare le tasse, le seconde, probabilmente, alla impossibilità di farlo. Ebbene, per l’Irpef dei lavoratori autonomi e delle imprese, la percentuale dell’evasione “di necessità ” è del 5,6%: 1,8 miliardi su 32,1. Decisamente più alte, ma sempre minoritarie, le quote per l’Iva (27,1%) e per l’Ires (20,7).
Nel complesso delle principali imposte, siamo al 18%. Si potrebbe obiettare che c’è anche chi non potrebbe neppure avviare un’impresa senza evadere in qualche misura, ma qui non stiamo più parlando di “necessità ”, ed entra invece in gioco lo squilibrio strutturale di un sistema imprenditoriale ancora pervicacemente aggrappato alla piccola dimensione.
Spadafora e le liti con Conte
E poi c’è Vincenzo Spadafora, che è appena diventato campione mondiale di giochi di parole dopo che la giuria ha ammirato in che modo riesce a rispondere alla domanda di Emanuele Buzzi sul Corriere della Sera a proposito delle sue liti con Conte:
Si racconta di un suo duro confronto con Conte in cui lei lo ha accusato di ascoltare le proposte dem.
«Nell’affiatamento di una squadra il ruolo del coach è fondamentale, proprio perchè non è in campo e può comporre i contrasti tra i giocatori. Il premier ha la responsabilità della sintesi, deve favorire il dialogo e la condivisione delle scelte. È un compito che spetta a lui e la strada maestra è il dialogo. I vertici di maggioranza non dovrebbero chiederli le forze politiche, ma essere convocati dal presidente ogni volta che se ne avverta la necessità ».
Si vede proprio che è ministro dello Sport, eh?
(da “NextQuotidiano”)
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Ottobre 21st, 2019 Riccardo Fucile
SECONDO GLI STUDI DEGLI ESPERTI HA PIU’ UN VALORE SIMBOLICO CHE REALE UTILITA’
In questi giorni stiamo assistendo ad un acceso dibattito circa l’abbassamento a 1.000 euro del
limite per i pagamenti in contanti.
Il dibattito vede sostanzialmente due correnti contrapposte: coloro che sostengono l’efficacia di queste limitazioni, sulla base del fatto che tali misure, incentivando i pagamenti tracciabili, ridurrebbero l’area dell’evasione e del sommerso; e coloro che invece negano qualsiasi tipo di efficacia anti-evasione a simili provvedimenti.
Come sempre, nelle questioni di politica fiscale è difficile dire in modo netto chi ha ragione e chi ha torto. Ciò che si può affermare è che effettivamente in sede internazionale vi sono forti dubbi sul fatto che i limiti ai pagamenti in contanti siano efficaci nel contrastare l’evasione fiscale, nonchè sul fatto che provvedimenti del genere siano proporzionati alla luce del fine che si prefiggono.
Sembra utile partire da quanto affermato dalla Commissione Europea nel 2018 (Relazione al Parlamento Europeo e al Consiglio sulle restrizioni ai pagamenti in contanti), che ha esaminato il tema anche per mezzo di uno studio molto dettagliato (Study on an EU initiative for a restriction on payments in cash, di Centre for European Policy Studies – Ecorys).
Anticipiamone le conclusioni sin d’ora: la Commissione ha deciso di non intraprendere alcuna iniziativa legislativa, anche perchè le restrizioni ai pagamenti in contanti presentano significative problematiche e la loro efficacia è tutta da dimostrare.
Nel febbraio 2018, infatti, lo studio sopra citato ha evidenziato che le restrizioni ai pagamenti in contanti, pur utili in ambito antiriciclaggio, darebbero uno scarso contributo al contrasto del finanziamento del terrorismo o della frode fiscale, sostanzialmente per due motivi.
Il primo motivo riguarda i costi degli attentati terroristici, i quali attualmente (al contrario degli attentati del tutto eccezionali dell’11 settembre 2001) sono molto spesso di costo inferiore ai 10.000 euro, e le singole operazioni sono spesso di importo addirittura inferiore.
Di conseguenza, i limiti al trasferimento di contante inciderebbero poco sulla capacità di preparare tali attentati.
Del resto, la Commissione, in maniera piuttosto lapalissiana, giudica improbabile “che i criminali, che già intenzionalmente violano la legge, saranno dissuasi da un ulteriore divieto concernente il pagamento dell’operazione, soprattutto se le sanzioni associate a tale ulteriore divieto sono irrilevanti rispetto alle sanzioni associate all’attività criminale principale”.
Il secondo motivo, più significativo ai nostri fini, riguarda il fatto che le frodi fiscali davvero rilevanti non sono perpetrate tramite l’uso di contanti, ma mediante operazioni e strutture giuridiche complesse, che spesso coinvolgono più Stati.
Tant’è vero che in Austria, ad esempio, il livello di frode fiscale è basso, ma vi è un elevato utilizzo di contante.
Laddove invece frode ed evasione fiscale sono basate sui contanti, esse riguardano generalmente operazioni in contanti di importo contenuto (ad esempio, le fatture di ristoranti), e quindi non sarebbero interessate ai limiti, che, anche laddove contenuti, sono comunque più alti – a meno che, ovviamente, la soglia sia fissata a un livello molto basso.
Rimane tuttavia il fatto che i limiti ai pagamenti in contanti potrebbero comunque rivelarsi utili contro il riciclaggio di denaro; ciò nonostante, lo studio sopra citato fa presente che il riciclaggio tramite l’utilizzo del contante avviene spesso attraverso l’acquisto di beni di valore elevato, per cui secondo la stessa Commissione potrebbe essere utile esaminare anche alcune misure alternative, quale la previsione di un obbligo di raccolta di dati e di dichiarazione in capo a rivenditori (misura sulla cui efficacia, rileva la Commissione, si potrebbe comunque discutere).
Un aspetto molto rilevante da considerare è inoltre che, come evidenzia chiaramente la Commissione Europea, l’esistenza di restrizioni divergenti a livello nazionale ha un considerevole impatto negativo sul mercato interno, distorcendo la concorrenza e creando condizioni di disparità tra alcune imprese.
Sembra infatti che la presenza di limiti nazionali ai pagamenti in contanti, diversi da Stato a Stato, incida sullo spostamento del fatturato da un Paese ad un altro, il che ha conseguenze negative sia sull’integrità del mercato interno, sia “sull’efficienza della misura nazionale nel raggiungere gli obiettivi di politica pubblica”. In altri termini, quindi, si rischiano di favorire i sistemi economici dei Paesi limitrofi a discapito di quello nazionale, senza grandi benefici in termini di recupero di gettito.
A quanto affermato dalla Commissione Europea si aggiungono inoltre i (non molto favorevoli) pareri della Banca Centrale Europea sulle restrizioni ai pagamenti in contanti.
La BCE negli ultimi anni si è infatti espressa sulle proposte presentate da alcuni Stati (tra cui Spagna nel 2018, Bulgaria e Portogallo nel 2017) di inserire un limite quantitativo per i pagamenti in contanti, o di ridurne significativamente l’importo. Particolarmente significativo è il caso della Spagna, perchè la proposta spagnola fissava proprio a 1.000 euro il limite per i pagamenti cash, seppur solo per alcune tipologie di contribuenti.
La Banca Centrale afferma che il contrasto all’evasione fiscale può effettivamente essere una ragione per inserire limitazioni all’uso del contante, ma anche che queste limitazioni devono essere proporzionate e non andare oltre quello che è necessario per raggiungere tali obiettivi, perchè esse devono comunque essere compatibili con il corso legale di monete e banconote in Euro.
Ebbene, la BCE sottolinea due elementi, tra gli altri, che sembrano particolarmente importanti: il fatto che vi sono larghe fasce di popolazione per le quali la possibilità di pagare in contanti rimane importante, per diverse (e del tutto lecite) ragioni, e il fatto che i pagamenti cash favoriscono l’accesso al sistema economico dell’intera popolazione.
Proprio per tali ragioni, la Banca Centrale ha ritenuto “sproporzionato” (disproportionate) il limite di 1.000 euro proposto dalla Spagna, perchè da un lato rischiava di compromettere il corso legale delle banconote e delle monete in Euro (e l’intero sistema dei pagamenti), e dall’altro lato perchè i pagamenti mediante mezzi elettronici dipendono da infrastrutture tecniche che possono guastarsi o essere momentaneamente non disponibili.
Insomma, si può affermare che, sia in base a quanto evidenziato dalla Commissione Europea, sia alla luce dei pareri della BCE, i limiti ai pagamenti in contanti rischiano di essere la risposta sbagliata ad un problema reale (l’evasione fiscale), e del resto diversi autorevoli commentatori italiani ne hanno già da tempo evidenziato la loro funzione “simbolica” nonchè la scarsa attitudine a contrastare l’evasione.
Se si intende incidere sul sistema dei pagamenti per combattere l’evasione fiscale, sembra più efficace introdurre incentivi all’utilizzo dei pagamenti elettronici, anche perchè “demonizzare” il contante rischia di non portare apprezzabili benefici in termini di gettito e di deprimere i consumi, e francamente un ulteriore calo dei consumi non sembra una cosa che il sistema economico italiano si possa permettere.
Alberto Franco
Professore di Diritto Tributario presso l’Università di Torino
(da “La Repubblica”)
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