Destra di Popolo.net

IL DEPUTATO LEGHISTA CHE PENSA A FARE LA PROPOSTA DI MATRIMONIO IN AULA INVECE DI LAVORARE PER I TERREMOTATI

Novembre 28th, 2019 Riccardo Fucile

ENNESIMA PAGLIACCIATA IN AULA

Spettacolo alla Camera grazie alla Lega: il deputato Flavio Di Muro ha chiesto di intervenire sull’ordine dei lavori, ma in realtà  era animato da tutt’altre intenzioni: “Intervengo prima dell’inizio della seduta e magari — ha detto Di Muro — con questo mio intervento, contribuisco a rasserenare il clima. Noi uomini istituzionali siamo sempre presi tutti i giorni dalla gestione delle emergenze, siamo quotidianamente impegnati in dibattiti politici e quando torniamo nel week end sul territorio cerchiamo di rispondere alle istanze della gente. In tutta questa attività  noi tralasciamo i veri valori, tralasciamo le persone che ci vogliono bene, tralasciamo le persone che amiamo. Mi spiace interrompere i lavori di questa seduta — ha proseguito — ma abbiate rispetto per quello che sto per dire, per la mia persona e per quello la vita di un uomo. Questo per me è un giorno diverso, un giorno speciale”.
A questo punto, il colpo di scena, con Di Muro che si inginocchia, orientato verso la tribuna dell’emiciclo, e tira fuori un anello dalla tasca: “Presidente — ha detto — per rispetto non mi rivolgo a lei ma mi rivolgo in tribuna per dire “Elisa, mi vuoi sposare?”. Immediato il boato dei presenti e l’abbraccio dei colleghi vicini, ma l’entusiasmo non contagia il presidente della Camera Roberto Fico, che replica: “Capisco tutto, però usare un intervento per questo non mi pare assolutamente il caso. Capisco tutto, ma andiamo avanti con i lavori”.
Infine la dem Stefania Pezzopane prorompe con la frase “l’amore unisce” che ottiene un altro boato, e fa gli auguri ai futuri sposi, dando per scontata la risposta positiva di Elisa.
Oggi però si parlava del decreto sisma, ovvero proprio quel provvedimento che Salvini aveva indicato come necessario per salvare i terremotati dell’Emilia Romagna.
E sul quale rivendicava il merito di aver fatto cambiare idea al governo (falsamente). Era il caso di interrompere i lavori d’Aula proprio su questo?

(da “NextQuotidiano”)

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SALVINI PARLA DA SOLO

Novembre 28th, 2019 Riccardo Fucile

FA DIRETTA FB DAL CAMPIDOGLIO, LA RAGGI LO SFOTTE: “ASPETTAVA UNA FOLLA FESTANTE, NON LO CONSIDERA NESSUNO”

Sfottò per Matteo Salvini da parte della sindaca Virginia Raggi. Oggi il leader della Lega si è presentato in Campidoglio, passeggiando dalla Rupe Tarpea alla piazza e poi fino alla scalinata che affaccia sull’Ara Coeli, per fare una diretta Facebook su tutti i suoi prossimi appuntamenti politici anche per sferzare sul Campidoglio e la “totale incapacità  nell’emergenza rifiuti incombente su Roma e sul Lazio”.
Un componente dello staff della sindaca è sceso a riprendere il leader della Lega, per postare un breve video che immortalata Salvini mentre parla da solo con il telefono, tra l’indifferenza dei passanti.
Poi la sindaca posta il video realizzato, accompagnandolo in sottofondo con la marcia di Radetzky.

(da agenzie)

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RETATA DELLA DIGOS NELL’ESTREMA DESTRA: EVERSIONE E ISTIGAZIONE A DELINQUERE, 19 INDAGATI

Novembre 28th, 2019 Riccardo Fucile

AVEVANO CREATO UN MOVIMENTO NEONAZISTA, A CAPO UN ESPONENTE DELLA ‘NDRANGHETA DEL PONENTE LIGURE… PARLAVANO DI DISPONIBILITA’ DI ARMI

La Polizia di Stato sta eseguendo in varie città  italiane numerose perquisizioni a carico di soggetti legati a gruppi dell’estrema destra.
Le indagini, svolte dalla Digos di Enna con il coordinamento della Direzione centrale della polizia di prevenzione, sono dirette dalla procura distrettuale antimafia e antiterrorismo di Caltanissetta.
Sono 19 i decreti di perquisizione domiciliare eseguiti dalla Digos di Enna nei confronti di altrettanti estremisti di destra indagati per costituzione e partecipazione ad associazione eversiva ed istigazione a delinquere.
L’inchiesta, avviata da circa due anni, è coadiuvata dagli omologhi uffici di Siracusa, Milano, Monza Brianza, Bergamo, Cremona, Genova, Imperia, Livorno, Messina Torino, Cuneo, Padova, Verona, Vicenza e Nuoro.
I 19 decreti di perquisizione domiciliare, nell’ambito dell’operazione ‘Ombre Nere’, sono stati emessi dalla Procura Distrettuale di Caltanissetta d’intesa con la Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo. L’attività  — diretta dalla Procura distrettuale di Caltanissetta- viene svolta sotto il coordinamento della Direzione Centrale Polizia di Prevenzione — Servizio per il Contrasto dell’Estremismo e del Terrorismo Interno e con la collaborazione del Servizio della Polizia Postale e delle Comunicazioni.
Gli accusati, che sono residenti in diverse località , erano accomunati, spiegano gli inquirenti, “dal medesimo fanatismo ideologico” ed intenzionati a costituire un movimento d’ispirazione apertamente filonazista, xenofoba ed antisemita denominato “Partito Nazionalsocialista italiano dei lavoratori”.
Un pluripregiudicato calabrese, ex “legionario” nonchè esponente di spicco della ‘ndrangheta, con un passato da collaboratore di giustizia e gia’ referente di Forza nuova per il Ponente ligure, aveva un ruolo di spicco nell’organizzazione.
In qualità  di addestratore doveva formare le ‘milizie’ di chiara matrice filonazista, xenofoba e antisemita. E’ stata anche creata per lo scopo una chat chiusa denominata “Militia”, finalizzata all’addestramento dei militanti.
Alcuni di loro hanno in più occasioni hanno fatto riferimento ad un’asserita disponibilità  di armi ed esplosivi, oltre ad aver definito la struttura interna e territoriale del movimento, creato il simbolo e redatto il programma — dichiaratamente antisemita e negazionista — hanno condotto attività  di reclutamento e proselitismo pubblicando contenuti del medesimo tenore sui propri account social.
Il sodalizio tentava di accreditarsi in circuiti istituzionali come Aryan Withe Machine — C18, espressione del circuito Blood & Honour inglese — e nel partito di estrema destra lusitano “Nova Ordem Social”.
E’ stata anche verificata la partecipazione di alcuni componenti alla “Conferenza Nazionalista” svoltasi lo scorso 10 agosto a Lisbona con l’obiettivo di creare un’alleanza transnazionale tra i movimenti d’ispirazione “nazionalsocialista” di Portogallo, Italia Francia e Spagna.
In quell’occasione, un’indagata era stata anche relatrice, distinguendosi per un intervento dall’accesa retorica antisemita.

(da agenzie)

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GOVERNO SENZA LINEA COMUNE

Novembre 27th, 2019 Riccardo Fucile

PRESCRIZIONE, EMILIA, CALABRIA, CONCESSIONI AUTOSTRADALI, MES, COMMISSIONI INCHIESTA: NON C’E’ ACCORDO SU NULLA

Lo smarrimento è tutto nella risposta che Dario Franceschini dà  appena arriva in Parlamento. Sentite qui, il più convinto sostenitore del governo: “Qualunque domanda voi facciate, non ho risposte da darvi”.
Poi si allontana, per parlare di Rai con qualche parlamentare. La sintesi del conciliabolo: i Cinque stelle hanno fatto saltare anche l’accordo sulle nomine, e chissà  se sarà  possibile riacchiapparlo prima dell’Emilia.
Ecco, si vive così, ai tempi del governo giallorosso, senza un centro di gravità  permanente.
In parecchi, anche oggi, sono andati in processione da Nicola Zingaretti, invitandolo a dire qualcosa: “Ormai Di Maio è scientifico, sta usando ogni occasione per distruggere tutto. Iniziamo a dirlo apertamente”.
Il segretario però, che concorda sull’analisi, per ora ha scelto di tacere, consapevole dell’equilibrio instabile e convinto che, porre la questione adesso, scaricherebbe sul Pd la responsabilità  di un crescendo di tensione.
Perchè c’è poco da fare: se riproduci la dinamica del governo gialloverde, prima o poi ne riproduci anche il bis dell’epilogo. C’è prima una finanziaria da approvare, in un quadro in cui sembra che del paese importi a pochi.
È la fotografia di una paralisi, di un disequilibrio che non si ricompone, diventato condizione strutturale, proprio come ai tempi del precedente governo, con Di Maio che gioca a fare Salvini col Pd e il Pd che, per senso di responsabilità , fino a dicembre sceglie di portare la croce, rinunciando (per ora) anche a quei temi che considera dirimenti (vai alla voce: decreti sicurezza e ius culturae).
Scorrete l’elenco, diventato oggi piuttosto sostanzioso: la Rai, la prescrizione, l’annuncio (dopo l’Emilia) della corsa solitaria dei Cinque stelle anche in Calabria, le concessioni autostradali, la riforma del fondo “salva stati”, la commissione d’inchiesta sul finanziamento a partiti e fondazioni.
Anche la spaccatura del Movimento nel voto su Ursula, lì dove a luglio di fatto il governo era nato. Non c’è un solo dossier, uno solo, su cui il governo riesce, senza fatica, ad esprimere una posizione comune.
La crisi dei Cinque stelle ha contagiato il governo e inchiodato il Pd all’attesa che lo psicodramma di una nomenklatura in dissoluzione si risolva in un modo o nell’altro: il famoso dibattito sul “se prevale la linea Grillo o Di Maio”.
Aspettando Grillo, ci sarebbe da ironizzare sulle “comiche finali”, come ai tempi del precedente governo, è tornata la domanda del giorno, il “quanto dura”.
Nicola Fratoianni, senza ipocrisia, la mette così: “Se si va al voto adesso perdiamo. Ma io preferisco perdere nel 2023 dopo aver eletto un capo dello Stato democratico, che magari qualche osservazione la farà , quando Salvini varerà  un decreto sicurezza ter, peggio di quelli che ha già  fatto. Su questo sono togliattiano”.
Non è solo una voce fuori dal coro. È ormai opinione diffusa che l’argine, nato per arginare il salvinismo, si sia rotto e che questo nuovo inizio mai nato sia l’ultima tappa di una crisi che, inevitabilmente certificherà  una svolta a destra.
Il problema, non banale, è arrivarci al 2023, avendo questo come unico collante.
Il punto però è che il governo delle non risposte politiche poggia su una non risposta ontologica, esistenziale.
Parlando con alcuni parlamentari il vicesegretario del Pd Andrea Orlando, la vede così: “Siamo in una situazione magmatica. Può durare 15 giorni come tre anni. È chiaro che Di Maio si è messo l’elmetto e, come può, gioca a destabilizzare”.
Poi si allontana e va a fare una dichiarazione per spiegare all’alleato che chiedere una commissione d’inchiesta proprio nel momento in cui la magistratura ha avviato un’indagine, con la pretesa di sostituirsi alla magistratura, è piuttosto grave.
Il problema è questo, non Renzi, che da oggi è azzoppato e avrà  tutto l’interesse che la legislatura prosegua.
Alfredo D’Attorre, ex parlamentare, commenta così: “È la nemesi. Voleva fare il Ghino di tacco che teneva sotto scacco la maggioranza e adesso viene travolto sul finanziamento illecito…”. Il vicesegretario del Pd, accanto, annuisce.
Questa è l’unica consolazione: l’operazione scissione è franata, nel consenso mai decollato del partitino di Renzi e in un’inchiesta che ne stronca sul nascere ogni velleità  di protagonismo.
Ecco Giorgetti, uno che di equilibri instabili se ne intende: “Ma dai… Neanche la cosa smuove niente. In altri i tempi i Cinque stelle lo avrebbero preso a pedate. Ora fanno un po’ di scena ma ci restano al governo. È tutta tattica, tutto… Di Maio non vuole andare a votare. E intanto fuori la casa brucia, del paese non frega un piffero a nessuno. Aspettiamo la relazione di Barr, solo uno shock può liberarci”.
A proposito, dell’unico tema su cui si dovrebbe parlare, la legge elettorale per impedire che, in caso di voto Salvini non prenda i famosi pieni poteri, è l’unico espunto dall’agenda.
Perchè, al tempo stesso, rappresenta un rischio nella misura in cui nessun Parlamento sopravvive all’approvazione di una nuova legge elettorale. Tanto per non mettere in discussione la paralisi.

(da “Huffingtonpost”)

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ZINGARETTI PRONTO AL PIANO B: SE CON DI MAIO VA AVANTI COSI’, CRISI SUBITO E AL VOTO PRIMA POSSIBILE

Novembre 27th, 2019 Riccardo Fucile

L’ARROGANZA DEL BECCHINO DEL M5S CHE PRETENDE SEMPRE DI IMPORRE I SUOI TEMI NON E’ PIU’ SOPPORTABILE

Per quanto sembri incredibile l’ultima botta l’ha data la rottura sulle nomine Rai. Sembrava tutto sancito, con la firma di Franceschini e Spadafora per Pd e Movimento: Raidue e il tg2 restavano nell’area dell’opposizione, e Raiuno e tg1, così come Raitre e tg3, mantenevano o acquisivano direttori graditi alle due grandi forze di governo.
Solo che stanotte è arrivato il veto di Luigi Di Maio a una delle nomine, la più pesante per il curriculum dell’interessato: quella al tg3 dell’ex amministratore delegato, ed ex direttore del tg1 e del tg2, oltre che del Mattino e del Messaggero, Mario Orfeo.
E tutto il pacchetto così è saltato, con una reazione dei dirigenti del Pd che solo con un eufemismo si può definire irritata.
Al di là  dell’episodio in sè questa rischia di essere la goccia che ha fatto traboccare il vaso, perchè arriva nel momento peggiore di questi tre mesi di convivenza nel Conte Due. Zingaretti e i suoi sono già  stati scottati dalle giravolte grilline sulle prossime elezioni regionali, dove come è ormai chiaro il M5s sarà  di fatto avversario del Pd, facendo così il gioco del comune avversario, il centrodestra a guida Salvini.
In più veti, divisioni interne e incertezze nel Movimento hanno incartato le partite Ilva e Alitalia.
E infine Di Maio e Conte hanno fatto la voce grossa sulla riforma della prescrizione, mettendo il partito in forte difficoltà  nel settore presidiato dal vicesegretario Orlando.
Così ai vertici del Nazareno ci si comincia a chiedere a che serve andare avanti con questa doccia scozzese, in cui alla fine il Pd, che era all’opposizione, si sta ritrovando in mano i cerini delle tasse necessarie a scongiurare l’aumento dell’Iva e della ratifica del nuovo accordo sul Mes, il fondo salva Stati, l’altra partita su cui, secondo Zingaretti, Di Maio ha fatto il furbo.
E allora il ragionamento è stato semplice: con una scelta forte si può mollare il Movimento, fare la crisi, andare all’attacco in Emilia-Romagna, e di lì andarsela a giocare come unica vera forza antisovranista alle elezioni anticipate, troncando la legislatura prima che scatti il taglio dei parlamentari, e prima che si possa celebrare l’eventuale referendum.
Anzi, gli eventuali referendum, visto che la Corte costituzionale potrebbe dare il via libera anche a quello leghista sull’abolizione della quota proporzionale.
I più maligni, ma non certo i meno realisti, aggiungono anche altri due aspetti: andare al voto al più presto vorrebbe dire frenare la possibile crescita di Italia Viva e l’esordio stesso del movimento di Calenda, e portare nel nuovo parlamento almeno venti nuovi eletti, scelti dal nuovo segretario, che potrebbe anche scremare la squadra uscente, tutta decisa dall’ingombrante predecessore…

(da Open)

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POLEMICHE SUL MES FONDATE SUL NULLA

Novembre 27th, 2019 Riccardo Fucile

SUL FONDO SALVA-STATI NESSUN PAESE CON DEBITO ALTO HA AVUTO NULLA DA RIDIRE, SOLO IN ITALIA CI SONO CAZZARI CHE STARNAZZANO NON AVENDO ALTRI ARGOMENTI

La linea che segna il limite entro cui si possono spingere le critiche dei 5 stelle e delle opposizioni sul Mes, Roberto Gualtieri la tira quando sono passate due ore e mezza dall’inizio della sua audizione in Senato.
Domanda: la riforma può ancora essere oggetto di trattativa? Risposta: “La mia valutazione è no. Il testo è stato chiuso”.
La scia della blindatura arriva in meno di un’ora alla Camera. In aula parla il deputato del Pd Piero De Luca. Ricorda che la trattativa sulla riforma è stata fatta quando al governo c’era la Lega.
I deputati del Carroccio gridano “venduti, venduti”. Anche dai banchi del centrodestra si alzano urla e proteste. Parte la rissa, Fico è costretto a sospendere la seduta dell’aula. Scoppia la bagarre. Ma Gualtieri, con una nota, chiarisce: “Il testo della riforma del Mes non è firmato, le polemiche sono pretestuose”. Il senso è che la sua valutazione è politica, non giuridica.
Le tensioni sulla riforma del Fondo salva-Stati esplodono dopo le parole di Gualtieri, che difende la linea portata avanti dal premier per arrivare a un testo che tutto fa tranne che penalizzare l’Italia.
Quello che il ministro dell’Economia lancia da palazzo Madama è un messaggio di blindatura: riaprire i giochi in Europa significherebbe rendere gli italiani “meno sicuri” e “meno forti”. C’è un ragionamento, che viene riproposto nelle risposte ai senatori, a fare da base al punto che viene messo sul Mes: non ci sono rischi per l’Italia. Prende forma così l’operazione verità  per spazzare via “manipolazioni” e fake news che parlano di un rischio di stabilità  finanziaria per l’Italia, di mercati pronti a scatenare la tempesta, dell’egemonia dell’asse franco-tedesco in Europa che tutto fa e tutto decide.
Passano pochi minuti dalla conclusione della relazione introduttiva del titolare del Tesoro e il senatore grillino Elio Lannutti lo incalza. Parla di una sovranità  dell’Italia in pericolo.
Eppure il ministro è stato chiarissimo: tutto quello che si è generato negli ultimi giorni sul Mes è stato frutto di informazioni infondate e non corrette. Con pazienza, il titolare del Tesoro mette in fila tutti gli elementi necessari per dissipare i dubbi. Sottolinea che la riforma non prevede una ristrutturazione preventiva del debito, che il backstop, cioè la disponibilità  del Mes a essere utilizzato dal fondo per le risoluzioni bancarie, raddoppia i fondi disponibili per salvare le banche ed è quindi “un successo per l’Italia”.
E soprattutto spiega che tutto è stato fatto alla luce del sole: niente sotterfugi o contenuti tenuti nascosti al Parlamento.
Nella lunga e articolata difesa del Mes, di cui non vuole diventarne tuttavia un “pasdaran”, Gualtieri rivendica come il lavoro svolto da Conte in Europa sia stato determinante per tutelare gli interessi dell’Italia da un disegno che alcuni Paesi, cioè quelli nordici, volevano decisamente duro e foriero di pericoli per l’Italia.
Da qui la necessità  di non rimettere tutto in discussione. Farlo, incalza Gualtieri, significherebbe dare un’immagine dell’Italia debole, fragile. Anche perchè – è il ragionamento – dalla Polonia all’Olanda, tutti hanno concordato sul fatto che l’intesa raggiunta sul Mes va bene.
L’Italia, insomma, rischia di essere la pecora nera, andando a sbattere contro il muro dell’Europa che tra l’altro ha partorito un progetto che non fa male a Roma.
La convinzione di Gualtieri si fa granitica quando prende la parola Adolfo Urso, senatore di Fratelli d’Italia, che parla di critiche alla riforma del Mes di Maria Cannata, ex dirigente del Tesoro per il debito pubblico, del governatore di Bankitalia Ignazio Visco e del presidente dell’Abi Antonio Patuelli.
Il ministro ribatte in modo netto: “Lei ha manipolato l’affermazione del governatore Visco, che ha precisato che questa riforma non prevede nè annuncia un meccanismo di ristrutturazione del debito sovrano, non c’è scambio fra assistenza finanziaria e ristrutturazione debito”. E manipolazione è il termine che Gualtieri usa per replicare a Urso anche sulle affermazioni intestate a Patuelli e Cannata.
Alberto Bagnai, il presidente della commissione Finanze in quota Lega, presiede la seduta. Quando dopo oltre tre ore l’audizione volge al termine, prende la parola. Accusa di Gualtieri di aver irriso il Parlamento e ribadisce la sua contrarietà  alla riforma del Mes. Il ministro replica e difende ancora la riforma.
Ma la scia delle sue parole travalica i muri di palazzo Madama e arriva fino a Montecitorio. Lì prende forma la rabbia delle opposizioni. Dopo la bagarre, la seduta riprende. Fico annuncia che il governo si è detto disposto a riferire in aula in tempi brevissimi, domani o dopodomani.
In serata arriva la nota con cui Gualtieri ribadisce il senso delle sue parole in audizione. Ricostruisce, come fatto in Senato, i fatti.
Il 13 giugno l’Eurogruppo ha raggiunto un ampio consenso su una bozza di revisione del Mes. Due giorni dopo, il 21 giugno, i leader all’Eurosummit hanno preso atto delle revisioni proposte e invitato l’Eurogruppo a continuare i lavori su tutti gli aspetti della riforma e del pacchetto più generale che comprende anche la capacità  di bilancio per la convergenza e la competitività  e la roadmap per il completamento dell’Unione bancaria.
Questo riferimento alla logica di pacchetto è stato inserito su richiesta dell’Italia e a sua volta riflette la richiesta del Parlamento di riservarsi di esprimere la valutazione finale sulla base di tutti gli elementi del suddetto pacchetto.
Da qui le conclusioni finali: “Il consenso definitivo e formale del governo alla riforma del Mes e al pacchetto non è ancora stato espresso e, come ho detto in Commissione, se da un lato il testo non è ancora stato firmato e sono tuttora in corso discussioni e negoziati su aspetti minori interni ed esterni al trattato, la mia valutazione che non ci sia reale spazio per emendamenti sostanziali è di natura politica e non giuridica, in quanto come è noto in questa procedura vige la regola dell’unanimità ”.

(da “Huffingtonpost”)

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GENOVA, FIRENZE, NAPOLI, MILANO, TARANTO: NEL FINE SETTIMANA LE SARDINE PRENDONO IL LARGO

Novembre 27th, 2019 Riccardo Fucile

“VI CHIEDIAMO DI ESSERE PIASTRINE IN SOCCORSO DI UNA FERITA”… GIOVEDI’ ALLE 18 APPUNTAMENTO IN PIAZZA DE FERRARI A GENOVA.. A ROMA IL 14 SI CHIUDE LA PRIMA FASE DELLA PROTESTA

Genova, Firenze, Milano, Taranto, Napoli e per finire Roma, giusto per citare alcune tappe a dimostrazione che ormai le Sardine hanno preso il largo.
Già  questo week end sono in programma manifestazioni che, per il movimento nato un paio di settimane fa, possono diventare passaggi importanti per muovere opinione pubblica sui territori.
La città  pugliese è per gli organizzatori particolarmente importante. Mattia Santori, ideatore di questa onda anti-Salvini che si sviluppando in Italia, domenica mattina sarà  presente a Taranto. Per la prima volta, il leader, parteciperà  a un evento fuori dall’Emilia Romagna. E appena terminato il flashmob scapperà  a Milano per partecipare alla manifestazione in piazza dei Mercati.
Il leader delle Sardine, che non ama definirsi tale, spiega cosa possa significare per loro la città  di Taranto rimandando a un post pubblicato su Facebook da una delle organizzatrici della manifestazione in programma il primo dicembre: “Vi chiediamo di essere piastrine in soccorso di una ferita”.
Si parla di “allegria, rigore, presa di coscienza di un intero territorio che ha bisogno di parole di pace e di buonsenso innanzitutto”. Insomma, è una comunità  che vuole esserci e che ha bisogno di attenzione.
Sullo sfondo non può che esserci l’ex Ilva, considerato anche il particolare momento storico che stanno vivendo l’acciaieria e l’intera città .
Ma Mariastella Baglioli chiede di “non ridurre la questione tra pro e contro, tra buoni e cattivi, è davvero irrispettoso, perchè in ogni tarantino sano di mente albergano un operaio, un malato o un genitore che ha perso il bene più caro”.
A Taranto, quindi, dopo molti anni, l’ultima vera manifestazione è stata forse nel 2012, torna in piazza “perchè tornare in strada, guardarsi in faccia, provare a riconoscerci tutti sotto i valori della responsabilità  democratica che fa l’unità  del paese è già  un primo importante passo verso la bonifica dei cuori e delle coscienze”
Poche ore più tardi, nel pomeriggio, le Sardine riempiranno piazza Duomo di Milano, città  amministrata da un sindaco di sinistra Giuseppe Sala, in una regione a guida Lega e a trazione di destra.
Anche qui, città  scesa in piazza contro nel marzo scorso contro il razzismo, non ci saranno bandiere ma una coreografia in cui campeggerà  il pesce azzurro divenuto simbolo di questo movimento.
Inoltre saranno letti in corso i primi dodici articoli della Costituzione. Le adesioni, per adesso, sono oltre diecimila. Se il numero dovesse essere confermato o addirittura superato, il flashmob potrebbe spostarsi in piazza Duomo.
Anche la piazza di Firenze, città  che si prepara alle elezioni regionali in primavere, sarà  un evento importante per capire che aria tira nella città  di Matteo Renzi, il leader di Italia Viva, alla luce anche delle indagini che ruotano attorno alla fondazione Open.
Le tappe nelle grandi città  termineranno il 14 dicembre con l’evento in piazza San Giovanni a Roma. Obiettivo 100mila sardine. “Finirà  la prima fase, poi andremo anche nei piccoli comuni”, spiega Santori che non nasconde come la manifestazione nella Capitale sia non solo un momento per contarsi ma anche un momento di passaggio tra un prima e un dopo in fase di costruzione.

(da agenzie)

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“SFIGATI MENTECATTI, LE SARDINE INFILATEVELE NEL CULO”: QUESTO SAREBBE IL RESPONSABILE DELL’AZIENDA PUBBLICA PER L’EDILIZIA RESIDENZIALE DI BRESCIA, OVVIAMENTE LEGHISTA

Novembre 27th, 2019 Riccardo Fucile

UN VERO GENTLEMAN DI RAZZA PADAGNA CHE RAPPRESENTA DEGNAMENTE IL PARTITO DELL’ODIO… IL M5S NE CHIEDE LE DIMISSIONI

Insulti volgari contro il movimento delle Sardine. Li ha pubblicati sui social network il direttore dell’Aler (l’azienda lombarda per l’edilizia residenziale) di Brescia-Mantova-Cremona, Corrado Della Torre.
Il Movimento 5 stelle lombardo ha denunciato i ripetuti insulti che il direttore ha scritto sul suo profilo Facebook: “Le Sardine infilatevele nel c…” e ancora “Sardine già  dal nome capisci che sono poveri sfigati mentecatti”.
Della Torre ha poi accostato le foto di Mattia Sartori (movimento Sardine) e di Luka Mesec (del partito sloveno ‘Levica’) scrivendo: “Evidentemente quello degli imbecilli è un gene”.
Dopo aver ricordato che Della Torre è “un leghista” della prima ora”, Nicola Di Marco (consigliere regionale M5S) attacca: “Sono dichiarazioni becere e vergognose, Della Torre ogni volta che parla rappresenta un ente regionale di primo piano, non può parlare come un odiatore qualsiasi. Il Movimento delle sardine, al di là  di quello che esprime, va rispettato soprattutto da chi riveste ruoli di vertice nell’amministrazione di beni pubblici. Aler Brescia merita di più di un leghista fanatico alla sua guida. Mi auguro che Della Torre si scusi e faccia un passo indietro, non può guidare un ente regionale”.

(da agenzie)

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VENETO, I FONDI PER PERSONE CON HANDICAP USATI PER APRIRE UNA BIRRERIA: A PROCESSO PER TRUFFA E CORRUZIONE ESPONENTE DI FRATELLI D’ITALIA

Novembre 27th, 2019 Riccardo Fucile

REMO SERNAGIOTTO RINVIATO A GIUDIZIO PER ASSEGNI DA 63.680 EURO QUANDO ERA ASSESSORE

Avrebbe dovuto diventare una cooperativa sociale, per dare un lavoro a persone con handicap. Ma il finanziamento della Regione Veneto venne impiegato per tutt’altro scopo, per realizzare una birreria tra le dolci colline trevigiane, a Nervesa della Battaglia, dove scorre il fiume Piave.
Con l’accusa di truffa aggravata e corruzione è stato rinviato a giudizio l’ex assessore regionale ed europarlamentare di Forza Italia, Remo Sernagiotto, ora trasmigrato nei Fratelli d’Italia. La decisione è stata presa a Treviso dal giudice dell’udienza preliminare Bruno Casciarri.
È così arrivato a un primo punto fermo il procedimento riguardante lo scandalo di Ca’ della Robinia. A gennaio sul banco degli imputati saranno citati anche l’ex dirigente dei Servizi sociali della Regione Veneto, Mario Modolo, l’imprenditore Giancarlo Baldissin e il consulente finanziario Egidio Costa.
Le stesse accuse formulate a carico di Sernagiotto riguardano sia Modolo che Baldissin (quest’ultimo ha pure la bancarotta fraudolenta), mentre per Costa è contestata solo la truffa aggravata.
All’origine della vicenda c’è un finanziamento regionale da 3,4 milioni di euro che era destinato a realizzare una fattoria didattica nell’area dell’ex Disco Palace di Nervesa, che era di proprietà  di Baldissin.
In realtà  venne realizzata una birreria. A beneficiare dei soldi pubblici era stata la società  cooperativa Ca’ della Robinia, fondata da Bruna Milanese e dai figli Selene e Stefano Bailo, che hanno già  patteggiato accuse di bancarotta fraudolenta e truffa aggravata.
La Procura di Treviso aveva aperto un fascicolo sul crack nel 2016 e scoprirono che nel 2012 era stata sottoscritta una convenzione con la Regione Veneto, mentre Sernagiotto era assessore al Sociale del Veneto e Modolo il direttore del settore.
Il progetto prevedeva una struttura per produzione casearia, un’ippovia e alloggi per persone con handicap.
L’area dell’ex discoteca Disco Palace era di Baldissin, amico di Sernagiotto, con problemi di debiti. Secondo l’accusa, Ca’ della Robinia aveva ricevuto il finanziamento senza neppur essere una cooperativa sociale. Insomma, non aveva i titoli per ottenerlo. Nel frattempo la Milanese aveva acquistato l’ex Disco Palace da Baldissin.
E la corruzione? Secondo la Procura di Treviso, Sernagiotto e Modolo avrebbero ricevuto due assegni per complessivi 63.680 euro, intestati a una società  immobiliare che gestiva alcuni locali che Sernagiotto usava per le riunioni politiche.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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