Marzo 25th, 2021 Riccardo Fucile
IL FRONTE RIGORISTA VORREBBE PROROGARE LA STRETTA FINO AL PRIMO MAGGIO, QUELLO DEGLI APERTURISTI VUOLE IRRESPONSABILMENTE RIAPRIRE LE SCUOLE
A scuola fino alla prima media anche se la Regione è rossa. Mentre sette Regioni e una Provincia si avviano a restare nello scenario con più restrizioni almeno fino al 12 di aprile, il governo discute delle misure del nuovo dpcm, che sarà adottato tra lunedì e mercoledì prossimi.
La riapertura delle aule per i più piccoli sembra ormai decisa, mentre la discussione più animata riguarda la possibilità di confermare il blocco delle zone gialle.
Di certo, l’opzione di un arancione nazionale come base minima per l’intero territorio è un’ipotesi sul tavolo. Pd, cinquestelle e il ministro alla Salute Roberto Speranza vorrebbero portare avanti il blocco del giallo fino all’inizio di maggio, mentre la Lega e Forza Italia sarebbe per reintrodurre quel colore il prima possibile.
Palazzo Chigi si farà guidare dai numeri del contagio. Che, per adesso, non sono buoni, come ha ribadito martedì il Cts al presidente del consiglio Mario Draghi e come dicono i dati di ieri. Se miglioreranno, il giallo potrà tornare prima, altrimenti ci sarà da aspettare. E gli unici colori ammessi saranno il rosso e l’arancione, oltre al bianco. Intanto è scontato che l’apertura di cinema, teatri, ipotizzata per il 27 marzo, slitterà .
Al momento non ci sono molte realtà locali che hanno numeri da zona gialla. Anzi. Sette Regioni e una Provincia, resteranno in zona rossa almeno fino alla settimana dopo Pasqua, cioè fino a lunedì 12 di aprile. Tra queste c’è la Val D’Aosta, che da lunedì entrerà nello scenario con più restrizioni. Le altre e cioè il Friuli Venezia Giulia, l’Emilia-Romagna, il Piemonte, la Provincia di Trento, le Marche, la Lombardia e la Puglia sono già rosse. Nello stesso colore c’è anche il Veneto, che è in bilico. Solo oggi si capirà se potrà tornare in arancione prima, cioè da dopo Pasquetta o se avrà lo stesso destino degli altri. Sempre lunedì 29 il Lazio invece passerà in arancione.
Con l’Rt che sta un po’ migliorando in tutto il Paese, è l’incidenza a determinare i destini delle realtà locali. Nell’ultimo dpcm è previsto che quando i casi settimanali sono più di 250 per 100mila abitanti scatta la zona rossa. E nei provvedimenti precedenti si specificava che è necessario restare in questa condizione per 14 giorni prima di poter passare in arancione, sempre che per due monitoraggi consecutivi della Cabina di regia (che si svolgono il venerdì) la Regione o la Provincia abbia dati compatibili con lo scenario con meno restrizioni.
La settimana che sarà presa in considerazione domani per il calcolo va dal 19 marzo ad oggi. Ma valutando la tendenza delle varie Regioni si può già dire con un basso rischio di errore chi è in uno scenario rosso e ha quindi davanti almeno due settimane di questo colore. Se poi in una o più Regioni i numeri non dovessero essere buoni nemmeno il venerdì prima di Pasqua, il rientro all’arancione slitterà di un’altra settimana e così via.
Già ieri, in base ai dati sull’incidenza a 6 giorni, Friuli, Emilia e Piemonte avevano più di 250 casi per 100mila abitanti. Trento, Marche, Val d’Aosta, Lombardia e Puglia erano poco sotto, certamente con i casi di oggi supereranno la soglia posta dal governo. Poi c’è il Veneto, che con i nuovi contagi di oggi potrebbe toccare proprio i 250. Se resterà sotto la soglia e anche la prossima settimana avrà dati compatibili con l’arancione, da dopo Pasqua potrà entrare in questo scenario. Altrimenti sarà nella stessa condizione delle altre. A rischiare è anche la Toscana, oggi arancione, che però negli ultimi due giorni ha avuto una riduzione di casi che sembra allontanare l’ipotesi del cambio di colore. Ma non sono escluse sorprese
Il secondo spostamento sarà quello del Lazio. L’Rt, che dovrà essere confermato domani dalla Cabina di regia, è vicino a 1, ben distante dall’1,25 che porta in rosso. Sull’incidenza la Regione non ha problemi, visti i numeri abbastanza bassi. Può sperare di riaprire le scuole a partire da lunedì prossimo.
(da “La Repubblica”)
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Marzo 25th, 2021 Riccardo Fucile
JOHNSON: “CAPITALISMO E AVIDITA’ LE RAGIONI DEL NOSTRO SUCCESSO”, MA DIETRO QUESTA SQUALLIDA FRASE C’E’ ANCHE ORGANIZZAZIONE
“Le ragioni del successo dei nostri vaccini sono capitalismo e avidità “. Il primo ministro Boris
Johnson si lascia scappare il segreto del poderoso programma vaccinale britannico durante una riunione privata con membri Tory su Zoom.
Salvo poi ritrattare immediatamente chiedendo a tutti di cancellare dalla memoria le sue ultime dichiarazioni.
Detto fatto, allora sono “organizzazione e velocità ” le parole vincenti della campagna che sta battendo i record mondiali quanto a numeri, capillarità , e audacia.
Dall’8 dicembre ad oggi oltre 28 milioni di britannici, più della metà della popolazione adulta, è stata immunizzata con la prima dose (e 2,3 milioni sono i richiami effettuati) ad un ritmo che ha toccato picchi di oltre 870mila inoculazioni al giorno. Una macchina incardinata sull’Nhs (National Health Service) il sistema sanitario nazionale, che va avanti a muso duro contro varianti, scetticismi e bagarre europee sulla distribuzione dei sieri. Ma come fanno?
Approvvigionamento, Regno Unito più veloce dell’Europa
Se chi parte bene è a metà dell’opera, il Regno Unito ha vinto la gara come primo paese al mondo ad approvare in emergenza il vaccino anti covid-19 agli inizi di dicembre. Già i primi di gennaio 2020, ancora prima che l’Oms battezzasse il virus Covid-19, gli scienziati dell’Università di Oxford avevano cominciato a discutere dello sviluppo di un vaccino che adattasse i vettori dell’adenovirus dello scimpanzè contro il virus Sars-Cov-2. Cinque mesi dopo la Gran Bretagna ha firmato un contratto per 100 milioni di dosi del vaccino Oxford Astra-Zeneca, e siglato un accordo per assicurarsi 30 milioni di dosi di Pfizer BioNTech, poi aumentate a 40 milioni ad ottobre. Europa battuta sul tempo, “la produzione dei lotti britannici è partita tre mesi prima e si è rivelata più efficace”, ha confermato Pascal Soriot, Ceo di AstraZeneca. Il governo britannico ha subito investito quasi 350 milioni di sterline nella produzione dei vaccini per accelerare la campagna, e ha istituito una task force per l’acquisizione e la distribuzione dei sieri, che ha assicurato l’accesso a 457 milioni di dosi degli 8 candidati più promettenti tra cui Moderna (17 milioni di dosi), Novavax (60 milioni) e Valneva (100 milioni).
Esercito e volontari per le iniezioni
Trovati i vaccini, per non gravare su medici ed infermieri degli ospedali, già sotto intenso carico di lavoro, il governo Johnson ha introdotto un nuovo protocollo nazionale che consente la somministrazione delle dosi anche da parte di personale non medico. Nhs è partito con un massiccio programma di reclutamento e formazione di 80mila volontari maggiorenni, di ogni genere e professione, servendosi di GoodSam App per la registrazione online, e in collaborazione con altre organizzazioni senza fini di lucro come la St John Ambulance. Nella missione vaccinazione sono entrate in campo anche le forze armate e la marina militare britannica, sia per la logistica che per fare le iniezioni.
Priorità nette e nove categorie di soggetti
La redazione dell’ordine per le immunizzazione è stata affidata ad un apposito comitato medico scientifico, il Joint Committee on Vaccination and Immunisation (JCVI) che seguendo le linee guida dell’Organizzazione Mondiale della sanità ha strutturato un calendario chiaro e preciso, partendo da anziani, soggetti vulnerabili e personale socio-sanitario, scendendo poi per fasce d’età . Ma le liste sono scorse in fretta, grazie alla mossa azzardata (ma a quanto pare vincente) del governo britannico che ha allargato l’intervallo tra i due richiami di 12 settimane per massimizzare i soggetti immunizzati con la prima dose, e minimizzare i tempi.
Dove si fanno i vaccini? Anche in farmacia
Sette mega centri di vaccinazione, 200 ospedali e 800 ambulatori dei medici di base. L’immunizzazione è partita da lì e se non bastasse sono stati aggiunti poi teatri, stadi, luoghi di culto tra cui moschee e addirittura la Cattedrale di Salisbury, e gli autobus rossi a due piani. Ci sono circa 1500 siti per le vaccinazioni in Inghilterra, 1100 in Scozia, 295 in Galles e 328 in Irlanda del Nord. Secondo il governo britannico ogni inglese ha a disposizione un centro di vaccinazione nel raggio di 16 chilometri e chi vive nelle aree rurali è servito da unità mobili.
L’ente regolatore dei farmaci britannico, Il Medicines and Healthcare products Regulatory Agency (MHRA) ha adeguato la legge per permettere che la somministrazione dei vaccini anti Covid-19 possa avvenire anche nelle farmacie. Così a partire dalla metà di gennaio di quest’anno sono state individuate oltre 200 tra catene come Boots e Superdrug, e farmacie indipendenti che dopo aver partecipato al bando hanno soddisfatto i criteri di idoneità tra cui la presenza di stanze da adibire a sala vaccini, lo spazio per frigo dalla capienza di mille vaccini la settimana. In generale le farmacie selezionate (che ricevono dal governo l’equivalente di 15 euro per una iniezione e 30 euro per due), devono essere in grado di assicurare il servizio rapido e capillare anche in aree dove i vaccini sono più necessari. Tra le prime a partire, la farmacia Cullimore a Edgeware si serve di un gruppo di 100 volontari che le permettono di effettuare fino a 1200 vaccinazioni alla settimana. L’appuntamento, prenotato su invito dell’NHS, dura dai 30 ai 40 minuti in cui il paziente deve prima rispondere ad un questionario sulla propria storia clinica e allergie pregresse, e poi, una volta ricevuta l’iniezione, può restare in osservazione per 15 minuti onde evitare choc anafilattico.
(da “il FattoQuotidiano”)
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Marzo 24th, 2021 Riccardo Fucile
DA GENNAIO MOLTE REGIONI HANNO UTILIZZATO IL PORTALE DI POSTE PER LE PRENOTAZIONI: PERCHE’ LA REGIONE LOMBARDIA HA VOLUTO AFFIDARSI AD ARIA SPENDENDO 22 MILIONI?
Ma perchè all’inizio dell’anno Regione Lombardia ha scelto di utilizzare il portale di Aria per la prenotazione delle vaccinazioni anti-Covid, invece che quello di Poste Italiane?
A breve sarà proprio quest’ultimo a gestire la campagna vaccinale lombarda, ma ancora nessuno ha risposto alla domanda che il consigliere dimissionario di Aria Mario Mazzoleni ha esplicitato nella sua intervista a TPI.
Certo, Regione Lombardia ha tenuto a derubricare la questione dei malfunzionamenti a “problemi tecnici”, negando che ci possano essere responsabilità a carico della Giunta, ma il quesito rimane insoluto: chi ha deciso di affidarsi al portale di Aria? E, soprattutto, perchè?
Conoscere i criteri di tale scelta sarebbe davvero interessante, perchè gli scarsissimi risultati del servizio sono senza dubbio il primo problema, ma non l’unico.
Oltre agli appuntamenti perduti, agli sms non partiti, agli anziani sballottati a decine di chilometri da casa e al vasto campionario reso noto dalle cronache quotidiane, c’è anche la questione del costo di questo servizio, che, trattandosi di soldi pubblici, non è certo trascurabile.
L’azienda controllata al 100% da Regione Lombardia ha gestito le prenotazioni per un corrispettivo non indifferente: nell’offerta tecnico-economica presentata per il semestre da febbraio a luglio 2021 è riportata la cifra di 22 milioni e 100.000 euro. Tanto? Poco?
Non è questo il punto: sicuramente salvare delle vite umane vale molto più dei soldi, ma perchè non si è optato subito per Poste Italiane, che oltretutto si metteva a disposizione di Regione Lombardia a costo zero?
Come già spiegato dai vertici aziendali nelle scorse settimane, tale servizio viene già fornito “pro bono” alle Regioni Sicilia, Calabria, Marche, Abruzzo e Basilicata, solo per aiutarle a uscire dall’incubo del Covid-19.
La stessa disponibilità è stata manifestata alla Regione Lombardia e non solo da oggi: come TPI ha appurato da fonti interne all’azienda, era così già a inizio anno e d’altronde non ci sarebbe stata ragione alcuna per applicare condizioni diverse alla Lombardia.
Visto che il servizio di Aria aveva invece dei costi ben noti e che col senno di poi si è rivelato decisamente inefficiente, chi si assume la responsabilità di questa scelta? Con quali criteri è stata presa?
Una ragione, ne siamo certi, ci sarà . Attendiamo fiduciosi una risposta da parte di Regione Lombardia, siano essi i vertici amministrativi o politici.
È però diritto dei cittadini sapere cosa è successo, così da potersi fare un’opinione nel merito. Sarebbe invece inaccettabile rimanere senza risposte o, peggio, trovarsi al cospetto dei soliti scarichi di responsabilità . Chi ha deciso spieghi le sue ragioni.
(da TPI)
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Marzo 24th, 2021 Riccardo Fucile
IL DOCENTE DELLA BOCCONI: “CONTINUARE A DIRE CHE E’ SICURA E’ IRRISPETTOSO NEI CONFRONTI DEI RAGAZZI E DEL PERSONALE SCOLASTICO”
«Continuare a dire che le scuole sono sicure è irrispettoso nei confronti dei ragazzi e di chi ci lavora
ogni giorno. E nascondersi dietro le varianti non ci porterà da nessuna parte». Davide Tosi è professore all’Università dell’Insubria e professore aggiunto alla Bocconi di Milano.
Esperto di analisi dati e di big data, è autore di uno studio realizzato in merito all’impatto delle scuole nei mesi del Coronavirus. Ora che il premier Mario Draghi ha annunciato di voler dare priorità alla riapertura delle scuole dopo Pasqua, viene da chiedersi cosa sia cambiato rispetto ai primi giorni di marzo, quando gli stessi edifici erano stati dichiarati non sicuri a causa della variante B117.
La risposta, per Tosi, è facile: assolutamente nulla.
«Dall’estate fino a oggi, è stato usato lo slogan delle scuole sicure per non intervenire seriamente», spiega. «Perchè è ovvio che se le scuole sono sicure per definizione, allora non bisognerà far nulla. E invece ancora oggi abbiamo aule piccole ed edifici inadatti e non ci sono sistemi di ventilazione artificiali per prevenire i contagi. In queste condizioni dire che bisogna tornare a ogni costo è irrispettoso per i ragazzi e chi nelle scuole ci lavora». Irrispettoso, dice, nei confronti sia della salute delle famiglie degli studenti — i quali potrebbero essere portatori inconsapevoli del virus -, sia nei confronti dei professori, dei presidi e degli operatori scolastici che per tutta l’estate si sono impegnati ad adattare al meglio le classi senza una visione d’insieme efficace.
Tosi: «Dati allineati con il periodo pre-varianti»
Lo studio prende in considerazione gli unici dati corposi resi disponibili dal Ministero dell’Istruzione, e cioè quelli dal 14 settembre al 30 ottobre (il periodo precedente alle chiusure per colori). Mettendoli a confronto con l’andamento dell’epidemia nei mesi appena precedenti e appena successivi, il ricercatore ha notato che «l’impatto delle scuole sulla curva dei contagi era evidente anche senza le varianti».
Come sottolinea Tosi, già ad agosto aveva elaborato un modello predittivo che mostrava cosa sarebbe successo a settembre con l’apertura delle scuole, e «che si è poi rivelato corretto».
Lo stesso modello è stato poi applicato ai dati di contagio attuali — condizionati, cioè, dalla diffusione della B117 sul territorio italiano. «Quello che abbiamo riscontrato è che, almeno in Italia, i numeri continuano ad essere perfettamente allineati a quelli che osservavamo prima delle varianti. Il che ci porta a una sola conclusione: ci siamo appoggiati alle mutazioni del virus per poter giustificare la chiusura delle scuole, causata invece dall’incapacità di metterle in sicurezza».
Eppure, la decisione di riaprire le scuole a settembre era stata approvata dallo stesso Comitato tecnico scientifico, che aveva lavorato per tutta l’estate a stretto contatto con il Ministero della Salute.
L’impressione — confermata anche da un membro del Cts a Open lo scorso agosto — è che la linea sia stata più politica che tecnica. «Nonostante l’evidenza scientifica, gli esperti sono stati mossi da esigenze politiche», sottolinea Tosi. «Perchè come si può pensare che degli spazi di 20 metri quadri con dentro 20 bambini non siano luoghi di contagio come gli altri?».
Gli studi sull’autunno e il caso Campania
Per Tosi, dunque, che di figli ne ha due, è abbastanza chiaro: «I dati ci dicono che le scuole, così come sono organizzate, non sono sicure».
Nello studio emergono anche alcuni focus regionali, che dimostrerebbero come già sulla base dell’autunno si potesse capire la necessità di fare di più sul piano scolastico. «Abbiamo visto che le Regioni che hanno ritardato l’apertura delle scuole sono riuscite, almeno in parte, a rallentare i contagi e a mantenere un Rt medio più basso e più a lungo», spiega il professore. Su tutti spicca il caso della Campania, una delle amministrazioni che ha applicato le restrizioni più forti, che a ottobre «ha avuto l’indice Rt regionale più basso in tutta Italia».
Cosa significa tutto questo? Non certo che le scuole siano più pericolose degli altri luoghi d’aggregazione. Vuol dire piuttosto che bisogna trattarle esattamente allo stesso livello degli altri spazi a rischio. La scuola non procede con regole diverse solo perchè vogliamo che sia così: senza interventi massicci, non si potrà parlare di scuole sicure: «È chiaro che non è colpa della scuola se abbiamo registrato un aumento dei contagi — sottolinea Tosi — ma di tutti gli ambienti di aggregazione mal gestiti, come anche le attività produttive e commerciali. Tornati dalle vacanze pensavamo che fosse tutto finito e si è voluto sottovalutare il problema. Beh, questo è il risultato».
(da Open)
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Marzo 24th, 2021 Riccardo Fucile
LA COLLABORAZIONE CON IL PENSATOIO DEM E LA STIMA RECIPROCA CON PROVENZANO
Incontra a tamburo battente i governatori delle regioni meridionali, l’Anci, e i sindacalisti del Sud per avere il polso della situazione. Promuove gli Stati Generali del Mezzogiorno con una poderosa sessione finale: i suoi predecessori (di rito postcomunista) Fabrizio Barca, Claudio De Vincenti e Peppe Provenzano, l’economista Lucrezia Reichlin, il ministro dell’Economia Daniele Franco.
Nomina nello staff Piercamillo Falasca, ex montiano che proviene da +Europa. Incassa le lodi del Pd per la continuità di linea con l’operato di Provenzano.
Mara Carfagna, neo-ministro per il Sud e la Coesione Territoriale, si muove come ha sempre fatto: studia, e prima di agire parla poco. Ma, in questa fase, soprattutto con il centrosinistra. Lasciando di stucco più d’uno dentro Forza Italia: “La nostra idea di Sud è diversa”.
La ministra spariglia spesso. Come quando ha fondato una corrente “moderata, europeista, liberale” dentro Forza Italia, avvicinandosi all’ex fedelissimo berlusconiano diventato eretico Giovanni Toti. Come, secondo i rumors, quando è approdata al governo: estratta dal cilindro non del Cavaliere bensì di Mario Draghi. E come adesso.
Domani con Renato Brunetta — altro “governista” ante litteram nelle file forziste — presenteranno la procedura per l’assunzione nella P.A. di 2800 giovani per sfruttare meglio i fondi strutturali, sulla base della ”norma Provenzano”, così detta perchè frutto di una battaglia dell’ex ministro.
Da lei ringraziato in diverse interviste: “No a inutili orgogli di partito, non ho problemi a dire che ha fatto un gran lavoro”. E di cui, al termine di un intenso passaggio di consegne, ha mantenuto il vice-capo di gabinetto, Francesco Panetti, studi a Harvard ma anche alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa.
Con il lavoro impostato da Provenzano, ci sono forti punti di contatto: l’importanza degli ecosistemi dell’innovazione, sulla base del modello napoletano di San Giovanni a Teduccio, l’impegno in Europa per la fiscalità decennale di vantaggio, decontribuzione e south-working. Ma anche novità di rilievo: la riforma delle Zes (Zone Economicamente Speciali) per renderle volano di sviluppo e la nuova impostazione del Recovery, che prevede un “capitolo Sud” per ogni spesa per investimento.
Forza Italia e i rovelli sul futuro
Carfagna non perde facilmente l’aplomb. Liquida i malumori per la sua nomina: “Prima parte di Fi era sensibile alle istanze sovraniste, ora grazie a Berlusconi si è ricollocata nella sua area naturale: liberale, moderata, europeista”. Cioè, quella della sua corrente. La lega avvisa che nel Recovery c’è troppa attenzione per il Sud? “La sua svolta europeista rafforza l’intero centrodestra”. E anche con FdI ci si ritroverà , ci mancherebbe.
Meglio, intanto, concentrarsi sul Sud. Basta con la cultura nord-centrica, con il divario territoriale. Il Recovery Plan sia l’occasione per colmare il gap su diritti, lavoro e sviluppo. E’ il messaggio della due-giorni di “ascolto e confronto”.
Imprese, università , fondazioni, Bankitalia, Istat, Svimez, Ragioneria dello Stato, Agenzia per la Coesione territoriale, governatori e sindaci. Ma anche un parterre di economisti e politici di sinistra, a partire da Barca.
Che è praticamente un’icona: stimato anche a destra, ma considerato il capo-scuola dell’impostazione più istituzionale — leggi statalista — delle politiche di coesione sociale. Laddove Forza Italia ha seguito la scuola più “riformista-liberale” – voucher e tirocini, investimenti sulle imprese e meno nel sistema pubblico — che si riconosce nella dottrina di Giulio Tremonti.
Una linea portata avanti nel tempo (salvi clientelismi) dai governatori sudisti del centrodestra, da Fitto in Puglia a Caldoro in Campania a Musumeci in Sicilia, e rilanciata da Antonio Tajani in ambito europeo. Una distanza ragguardevole.
Insomma: dubbi, interrogativi, malumori. Alimentati dall’ambiguità di Berlusconi sul futuro del suo partito e dalle ambizioni di Renzi sul centro macroniano.
Chissà : tra il dire e il fare c’è di mezzo Draghi. E la legge elettorale.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 24th, 2021 Riccardo Fucile
LA REGIONE PUO’ ESSERE LETALE IN ATTESA DI UN VACCINO
Nella top ten delle cose che è meglio evitare, subito sotto “fare il bagno nella vasca dell’orsa
assassina”, ma sopra “guidare a fari spenti nella notte”, c’è “abitare in Lombardia”, una cosa che può diventare letale se siete — come tutti — in attesa di un vaccino.
Bellissima terra, con laghi e montagne, dove il cielo “è bello quando è bello” (cit) e i cittadini sono abituati a guardare tutti gli altri italiani dall’alto in basso, perchè qui c’è l’eccellenza, signora mia.
Ecco, questa terra di eccellenze e primati, passata in poco più di duemila anni dalle palafitte a Bertolaso si chiede ora, con una certa apprensione, se a ben vedere non fossero meglio le palafitte. Il caparbio commissario-a-tutto aveva solennemente promesso al momento dell’insediamento (era il 2 febbraio): “Tutti i lombardi vaccinati entro giugno”, cioè dieci milioni di persone. Ricevette grandi applausi.
Passa un mese e mezzo e Bertolaso, stentorea la voce e gonfio il petto, ri-dichiara volitivo (18 marzo): “Tutti i bresciani vaccinati entro luglio”, cioè duecentomila persone invece di dieci milioni, ma un mese in più.
Basterebbe questo, in un Paese normale (ahah, ndr) per cacciare con ignominia un simile caciarone, che nonostante il surreale dispiego di scempiaggini lamenta oggi (altra intervista, sul Corriere) di non avere abbastanza potere, di non poter spendere un euro, di non firmare niente e (ciliegina!)
“Dovrei stare all’ultimo piano di palazzo Lombardia”, non si capisce bene se per fare il Presidente al posto di Fontana o per buttarsi di sotto, da lombardo temo la prima ipotesi.
Per il resto, Bertolaso a parte, la Lombardia vive un grande momento di autocombustione: tutta la Sanità lombarda, dai vertici all’ultima Asl, è di nomina politica e al 90 per cento gestita da marescialli, sergenti e caporal-maggiori della Lega, tutti agli ordini di Salvini che ha tuonato per i giornali: “Chi ha sbagliato deve pagare!”, ma poi, invece di andare a costituirsi, ha fatto un po’ di tetris con le nomine, incastrando uno qua e uno là , sempre dei suoi.
Le altre forze della destra fanno un po’ tenerezza, con i balilla di Fratelli d’Italia che lamentano di aver poco potere e Forza Italia che ha dovuto sacrificare il più esilarante assessore alla Sanità dai tempi dei Longobardi (il mai dimenticato Giulio Gallera) per sostituirlo con lady Moratti, mossa si dice approvata e caldeggiata da Salvini medesimo.
Ora si narra di guerre intestine, ferri corti e sgambetti, con la Moratti che si installa in un altro grattacielo e si comporta da vero presidente della Regione, mentre Fontana — di fatto commissariato — si rivela per quello che è: un signore buono a tagliar nastri e ad annuire nei convegni di Assolombarda, maldestro persino negli affarucci col cognato e ricco di soldi scudati in Svizzera. Una prece.
Quel che esce da questa eccellenza, più che una soave descrizione manzoniana, sembra un quadro di Bosch, coi vecchietti convocati a cento chilometri di distanza, a volte spediti in due posti contemporaneamente, a volte non avvertiti per niente perchè la Regione non riesce a spedire i messaggi di convocazione, cosa che indigna Bertolaso: “Siamo atterrati su Marte e non riusciamo a spedire gli sms”.
Bella frase, ma un po’ oscura: “Siamo atterrati” chi? I lombardi? La Lega? La Moratti? Se la regione Lombardia avesse organizzato la spedizione su Marte ora saremmo qui incantati a rimirare immagini di qualche palude nel Varesotto, con Fontana che dichiara: “Be’, dà i, ci siamo andati vicini”.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 24th, 2021 Riccardo Fucile
COSA SAPPIAMO DEL VIAGGIO A DAKAR DEL SENATORE DI RIGNANO
Dall’Arabia Saudia al Senegal, passando per Dubai. Il giro del mondo di Matteo Renzi sembra non finire mai. E, a ogni tappa, esplode più forte una nuova polemica.
L’ultima riguarda il suo recentissimo viaggio in Senegal, dove il leader di Italia Viva è arrivato con un volo organizzato da industriali bresciani. Un particolare di cui Renzi non ha fatto menzione nel post con cui ha comunicato la notizia sulla propria pagina Facebook e che, invece è stato ripreso e rilanciato dal “Fatto Quotidiano”.
Dalle suore italiane agli industriali italiani il passo è breve
“Sul suo profilo social ha postato tante foto che lo ritraevano insieme a suore italiane, bresciane precisamente, impegnate nella cooperazione” riporta “Il Secolo d’Italia” «Forse gli industriali non entravano nell’inquadratura», lo ha sfruculiato il Fatto Quotidiano.
La prosa ironica del giornale diretto da Marco Travaglio è in realtà il “rimbalzo” di un precedente articolo de La Verità , secondo cui a trasbordare Renzi a Dakar sarebbe stata l’Italfly aviation di Trento, con un volo organizzato da alcuni industriali bresciani. Gli stessi che lo avrebbero seguito in ambasciata per l’aperitivo di rito.
Oggi è stato lo stesso Renzi a dare la sua versione su questo soggiorno a Dakar, provando a fare chiarezza e a dribblare le polemiche:
“Ieri ero in Senegal — ha dichiarato Renzi — ho incontrato il presidente Macky Sall e mi ha raccontato tra le varie cose che lui da giovane voleva venire a studiare in Italia. Però ebbe la borsa di studio dai francesi e non dagli italiani. Quanto sarebbe bello se insieme al suo ministro dell’Università e assieme al ministro degli Esteri potessimo lanciare un progetto per 1000 talenti provenienti dall’Africa o dal Sudamerica per vivere un’occasione di formazione”.
L’incontro con Tony Blair
Nel viaggio senegalese di Renzi c’è anche l’incontro con uno dei suoi grandi miti politici: Tony Blair.
“In Senegal il senatore di Rignano è andato per abbracciare il presidente Macky Sall, suo «vecchio amico» sin dal primo vertice sui migranti tenutosi a Malta nel 2015. Il biglietto aereo, ha tenuto a precisare, lo ha pagato di tasca propria. Com’è normale, del resto. Meno normale, invece, è l’aver smentito al Fatto di aver introdotto presso le autorità locali imprenditori interessati ad instaurare affari con il Senegal. In realtà , all’aperitivo con l’ambasciatore Renzi è arrivato con i privati. Appunto, non c’è viaggio senza polemica.”
(da “NextQuotidiano”)
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Marzo 24th, 2021 Riccardo Fucile
“SI E’ APERTO UN CANTIERE”… IL PRIMO TEST SARANNO LE ELEZIONI AMMINISTRATIVE
Conte-Letta. Sono i neo leader delle due fazioni che erano azionisti di maggioranza del vecchio
governo. Il primo era già all’epoca presidente del Consiglio (ma non era il capo politico del Movimento 5 Stelle, e — a dirla tutta — non era neanche “ufficialmente” un grillino); il secondo era a insegnare a Parigi, ex premier anche lui, e mai avrebbe pensato di che in poche settimane sarebbe tornato a Roma, e più precisamente al Nazareno. L’arrivederci di Zingaretti, il posto vacante alla guida del M5s (che aveva deciso per il direttorio a 5, levando di fatto l’interim a Vito Crimi). Come se fosse l’incontro dei pianeti: e — per fortuna — sono arrivati lì a coprire quei ruoli due che sanno dialogare e che potrebbero essere d’accordo su molto. Enrico Letta al Pd e Giuseppe Conte al M5s: “Si apre un cantiere”, ha detto all’uscita dalla sede dell’Arela, dove si è tenuto il primo incontro tra i due: “Il Pd sarà interlocutore privilegiato del nuovo M5S”
Il cantiere Pd-M5s, il nuovo inizio di Letta e Conte
Il percorso insieme lo avevano già intrapreso: non si può dire che l’esperienza del Conte II sia stato un colpo di fulmine tra Pd e M5s, perchè l’allora segretario dei dem mal digeriva che il premier che aveva firmato i decreti sicurezza con la Lega potesse rimanere a Palazzo Chigi anche con una maggioranza di “sinistra”.
Ma poi, superato l’ostacolo nome, ecco lì sì che c’è stato un colpo di fulmine. Perchè nei giorni più bui del Conte bis (quando v’era la caccia ai senatori disposti a votare la fiducia), Zingaretti ripeteva come un mantra: “Conte o niente”. Fa sorridere. Tanto che nell’ultimo discorso pubblico da presidente del Consiglio (quello fuori da Palazzo Chigi con il tavolino in piazza), il premier l’aveva già annunciato quel percorso comune con i “progressisti”, per creare un fronte amplio con Pd e Leu.
La fine del Giuseppe Conte premier sancisce l’inizio del Giuseppe Conte politico. E Beppe Grillo per lui ha le idee molto chiare: sarà il nuovo capo politico del Movimento 5 Stelle. Anche se: gli iscritti hanno da poco votato su Rousseau a favore di un direttorio a 5, che escluda la figura del capo politico.
Da una parte c’è Davide Casaleggio che vuole rispettare le regole e lo statuto alla lettera; dall’altra Grillo, che invece è convinto che l’unico modo per rilanciare l’M5s sia farlo guidare da Conte.
Perchè è vero, tutti i sondaggi davano i pentastellati in caduta libera. E nulla si è ancora risolto, perchè Casaleggio vuole che si torni a votare per: 1) Far esprimere gli iscritti su Conte (che mai direbbero “no”); 2) Modificare lo Statuto; 3) Annullare la votazione sul direttorio a 5. Ma soprattutto: che i parlamentari versino quanto dovuto alla piattaforma (450mila euro), perchè sennò non si torna a votare e nulla può esser fatto.
Motivo per cui Conte sta pensando di trascinare in tribunale il figlio di Gianroberto: “Rousseau? Non vedo perchè oggi si debba decidere di non usarlo più, ci sono ruoli e pretese da chiarire. Spero di comporre amichevolmente”, ha detto oggi. Ma, anche se manca l’ufficialità , lui è già lì, al vertice del Movimento, e dice: “Il Pd sarà interlocutore privilegiato del nuovo M5S”. E infatti incontra Enrico Letta, vertice del Pd. Che, anche se è lì da poco, sta già cambiando di parecchio le carte in tavola: via Delrio, via (forse) anche Marcucci, i capigruppo in Parlamento; nominati i nuovi vice: “Fidatemi di me”, dice ai deputati democratici.
“Sulle amministrative c’è la volontà di confrontarsi e trovare soluzioni efficaci. Chi va da solo è meno efficace”, lo ha detto Conte ai cronisti. Facendo intendere solo una cosa: si corre insieme contro le destre. Rappresentate da Giorgia Meloni e Matteo Salvini, che non vuol spendere molte parole per commentare l’incontro dei due ex presidenti del Consiglio: “Mi appassiona pressochè zero…”.
Insomma, è davvero una formazione a testuggine contro il sovranismo, tanto che il segretario del ha detto di lavorare affinchè i 5 Stelle passino a Bruxelles nel gruppo dei Socialisti e democratici: “Ci siamo dati la scadenza di fine anno per valutare il loro ingresso”.
A benedire l’incontro è stato anche l’ex capo politico del Movimento 5 Stelle, che ancora smuove parecchio tra i pentastellati: “L’incontro tra Letta e Conte? Penso sia una buona notizia, bisogna lavorare per costruire e portate avanti il rapporto nato durante il precedente governo tra Movimento e Pd. Tra le varie sfide che ci attendono ci sono anche le prossime amministrative. Sarà importare usare pragmatismo”.
(da agenzie)
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Marzo 24th, 2021 Riccardo Fucile
CONFERMATA L’AGGRAVANTE DELL’ODIO RAZZIALE… LO STRANO CASO DI UN IMPUTATO CHE NON RISARCISCE LE VITTIME IN QUANTO NULLATENENTE MA CHE SI PUO’ PERMETTERE UN PRINCIPE DEL FORO COME LEGALE
La Cassazione ha confermato la condanna a 12 anni di reclusione per Luca Traini, il 31enne accusato di aver sparato a sei migranti, ferendoli, il 3 febbraio 2018 a Macerata, con l’aggravante dell’odio raziale.
La Suprema Corte ha anche confermato il diritto al risarcimento per le vittime e per le parti civili. Tra queste, il comune di Macerata e la struttura territoriale del Pd contro la cui sede l’imputato sparò dei colpi. Anche il sostituto pg di Cassazione Marco Dall’Olio aveva sollecitato davanti giudici della sesta sezione penale di Piazza Cavour la conferma a 12 anni.
Il ‘Lupo di Macerata’ – che allora rivendicò la sparatoria dicendo di voler vendicare il delitto di Pamela Mastropietro – nell’ottobre del 2018 è stato condannato in primo grado, con rito abbreviato, a 12 anni per i reati di strage aggravata dall’odio razziale e porto abusivo d’arma. Condanna poi confermata in Appello nel 2019.
“È corretto definire strage ciò di cui ci stiamo occupando oggi – ha detto il pg durante la sua requisitoria – Traini voleva uccidere un numero indeterminato di persone”. Per questo, il magistrato ha ricordato la “sequenza impressionante di colpi, con 17 bossoli e 14 frammenti di proiettili rinvenuti”, sparati “a distanza ravvicinata e ad altezza d’uomo”, rivolti “verso persone, esercizi commerciali e anche verso la sede di un partito”. “Chiunque – ha rilevato il pg Dall’Olio – si fosse trovato a passare di là , sarebbe potuto essere attinto dai colpi”.
“Nel comportamento di Traini non c’è odio razziale, i neri vengono identificati da lui come i responsabili dello spaccio di droga nella provincia di Macerata e come responsabili della morte di Pamela Mastropietro, potevano essere anche gialli o pellerossa e il discorso sarebbe stato lo stesso”, inoltre “non c’è stata una strage perchè il reato richiede l’indeterminatezza delle persone offese”, ha invece sottolineato nella sua arringa l’avvocato Franco Coppi, difensore di Luca Traini. Ma secondo Coppi Traini ha voluto “ergersi a vendicatore in preda ad un raptus emotivo di cui si dovrebbe tenere conto”.
Le vittime di Traini non riceveranno in realtà nulla come risarcimento in quanto l’imputato risulta nullatenente; resta l’anomalia che possa permettersi come legale il migliore degli avvocati penalisti italiani.
(da agenzie)
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