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UNA NUOVA ARMA DI EGEMONIA GLOBALE: IL VACCINO

Marzo 3rd, 2021 Riccardo Fucile

ALTRO CHE NUCLEARE. RUSSIA, CINA E ISRAELE USANO LE DOSI PER AVERE PIU’ INFLUENZA… EUROPA ANELLO DEBOLE

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu è stato il più sfrontato, ma almeno lo ha ammesso: nel mondo della pandemia si è ormai fatta strada una nuova ‘diplomazia’ tra gli Stati, quella dei vaccini.
Una settimana fa, il premier israeliano ha dichiarato di volerne fare uso per conquistarsi la benevolenza dei paesi amici e soprattutto la loro disponibilità  ad aprire sedi di diplomatiche a Gerusalemme, conclamandola così a capitale effettiva di Israele.
Ciò che ha avviato Donald Trump, lo finisce la pandemia. Il piano è finito un po’ nel congelatore, per polemiche interne allo stesso governo di Tel Aviv, sebbene faccia proseliti in Europa (Austria, Danimarca, Repubblica Ceca). Ma l’idea, destinata a plasmare il mondo post-covid, galoppa in Russia e Cina, spinge il nuovo presidente Usa Joe Biden a correre ai ripari, accartoccia l’Ue, la più debole nel nuovo schema di relazioni globali mediate dalla nuova caccia al tesoro: il vaccino.
Il siero anti-covid è diventata la nuova arma di egemonia geopolitica delle superpotenze mondiali. Al confronto, pure l’eterna diatriba tra Usa e Iran sul nucleare sembra roba minore. Mentre la nuova amministrazione Biden ha scelto di privilegiare i cittadini americani anche per archiviare l’era del negazionismo di Trump sul coronavirus, mentre l’Ue ha perso settimane a litigare con Astrazeneca accusandola di privilegiare le commesse nel Regno Unito, Cina e Russia hanno messo in pratica la ‘dottrina Netanyahu’ prima che lui ci pensasse. Puntando a espandere la loro influenza sui paesi meno sviluppati, dall’Africa all’America Latina e l’Asia.
Le prime dosi del vaccino Sputnik sono arrivate in Argentina prima di Natale. Ieri il presidente argentino Alberto Fernandez ne ha riparlato con Vladimir Putin al telefono, affrontando addirittura anche il tema spinoso della posizione dell’Argentina rispetto al Fondo Monetario Internazionale, mentre si moltiplicano le voci di un altro default per il paese latino-americano.
Ma ora nella sola America Latina, territorio su cui storicamente gli Stati Uniti hanno esercitato o cercato di esercitare la loro influenza strategica, sono diversi gli Stati che hanno autorizzato lo Sputnik: Bolivia, Messico, Nicaragua, Paraguay, Venezuela. Con il Cile e il Brasile, il Messico ha anche investito nel Sinopharm, il vaccino cinese.
E che dire della Colombia? Ivà¡n Duque Mà¡rquez, presidente della Colombia nonchè storico alleato dei Repubblicani statunitensi, pure ha autorizzato il vaccino russo, meno costoso (circa 10 euro a dose, la metà  rispetto a Pfizer), più facile da conservare (gli bastano dai 2 agli 8 gradi centigradi) e anche più facile da ottenere, a quanto racconta alla Cnn Danil Bochkov, esperto del Consiglio russo per le relazioni internazionali: “È sempre più facile trattare con lo Stato che con un’azienda privata, che deve coprire eventuali rischi temendo enormi perdite. Con le società  statali è più facile negoziare, soprattutto quando perseguono obiettivi politici”.
La Cina intanto ha annunciato oggi di aver avviato la produzione di massa del suo vaccino anti-covid: in futuro la produzione annuale arriverà  a 3 miliardi di dosi. Finora sono state somministrate 52milioni di dosi in tutto il paese, ma Pechino ha fornito assistenza a ben 69 paesi e due organizzazioni internazionali. Tuttavia, guai a parlare di ‘diplomazia del vaccino’: critiche “meschine”, dice il portavoce della Conferenza Consultiva del Popolo Cinese, Guo Weimin.
Nel frattempo, l’occidente ha perso l’occasione per affermare una sua vittoria morale e politica nel mondo piegato dalla pandemia.
Mentre Russia e Cina ‘conquistano’ i paesi più poveri con gli aerei carichi di fiale anti-covid, la piattaforma del Covax, elaborata dall’Oms per garantire un accesso equo e globale ai vaccini, langue. All’ultima riunione dei G7, Emmanuel Macron ha chiesto di donare all’Africa il 5 per cento delle scorte nazionali, anche per contrastare l’attivismo cinese, ma non è riuscito a convincere i partner di Italia, Germania, Usa, Canada, Giappone, Gran Bretagna.
Biden tenta di correre ai ripari, resuscitando il vecchio ‘Quad’, l’alleanza con Giappone, India e Australia nata nel 2004 per aiutare l’Indonesia e gli altri paesi del sud-est asiatico colpiti dallo tsunami. Con questi paesi Washington ha avviato una collaborazione per distribuire vaccini in Asia e cercare di limitare l’egemonia cinese. L’iniziativa ha già  suscitato reazioni a Pechino, dove il ‘Quad’ è stato bollato con disprezzo come ‘Nato asiatica’.
L’anello più debole di questa catena di competizioni globali è l’Europa che non è uno Stato federale, ma una somma di 27 Stati che la Commissione Ue fa fatica a coordinare. Se altrove le campagne vaccinali – intese come campagne di immunizzazione della popolazione nazionale e come campagne per conquistare influenza all’estero – stanno fondando nuovi rapporti di forza, per l’Europa la pandemia potrebbe rivelarsi fatale. Di fronte ad una campagna vaccinale che non prende la piega giusta, di fronte alle ‘lentezze’ dell’Agenzia europea del farmaco che ha tempi diversi per l’autorizzazione dei vaccini rispetto ad altre agenzie nazionali, sempre più Stati si guardano intorno alla ricerca di una via alternativa.
Austria e Danimarca vogliono avviare una collaborazione con Netanyahu, dando soddisfazione alla sua idea di ‘diplomazia dei vaccini’ e aggiungendosi ai paesi dell’est che fin dall’inizio hanno condotto strategie parallele rispetto a quella di Bruxelles. L’Ungheria usa il vaccino russo e cinese, la Polonia tratta con Pechino, la Slovacchia punta su Sputnik, la Repubblica Ceca userà  i vaccini Pfizer importati da Israele e aprirà  una sede diplomatica a Gerusalemme. I riverberi di questa disgregazione si avvertono anche in Italia, sotto il governo Draghi.
Sono giorni che Matteo Salvini ha messo da parte la sua svolta europeista, riprendendo il filo delle critiche a Bruxelles sulla gestione della pandemia. Lui e i suoi chiedono all’Ema di accelerare le autorizzazioni, anche per Sputnik. E per fare scena il leader della Lega ne parla oggi con Teodoro Lonfernini, segretario di Stato a San Marino, paese che sta già  usando il vaccino russo.
Si agitano anche i governatori. Non solo il leghista friulano Massimiliano Fedriga che annuncia di aver ricevuto offerte di “vaccini non autorizzati dall’Ema”. Anche il Dem Stefano Bonaccini chiede chiarezza su Sputnik: “Vorremmo e chiediamo chiarezza sul vaccino russo. Se ha validità  ci auguriamo l’autorizzazione e l’acquisto per aumentare le dosi in circolazione”.
Il covid sta ridisegnando la geopolitica mondiale, magari accelerando processi in corso da tempo: il sorpasso di Russia e Cina sugli Stati Uniti nella mappa della competizione globale. Avrebbe faticato l’America di Trump, ma quella di Biden non è messa meglio.

(da “Huffingtonpost”)

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ITALIA VIVA, D’ALESSANDRO A RENZI: “ANDARE CON LA LEGA O IL PD NON E’ LA STESSA COSA, CHIARIAMOCI IN UN CONGRESSO”

Marzo 3rd, 2021 Riccardo Fucile

IL DEPUTATO: “UNA FORZA RIFORMISTA COME LA NOSTRA NON PUO’ ANDARE A DESTRA”

“Tutto è cambiato con il governo Draghi. E tutto cambia anche per noi di Italia viva. Che vogliamo fare? Dove vogliamo collocarci? Serve chiarezza nel posizionamento, e può venirci solo dalla celebrazione di un congresso”.
Anche Italia viva è percorsa da una fronda, come avviene già  nel Pd e nei Cinquestelle? “Non ho questa ambizione”, assicura Camillo D’Alessandro, che ieri ha scritto una lettera sul Foglio per invocare un’assemblea: “Per Italia viva questo è il momento di un congresso nazionale che decida, non i nomi, ma se la nostra esperienza è conclusa e va verso altri contenitori, e quale è il campo su cui costruiamo (dai territori al livello nazionale) la nostra proposta per il Paese”. Ha 44 anni, abruzzese di Arielli (Chieti), e fa politica da sempre. Commercialista, è stato eletto due volte in Provincia e tre volte in Regione Abruzzo. Stesso percorso di Matteo Renzi: Popolari, Margherita, Pd.
E adesso? “Andare con la Lega o con il Pd per me non è la stessa cosa. Dobbiamo chiarirlo, a prescindere da come sarà  la legge elettorale. Italia viva è nata per rafforzare il centrosinistra, temendo l’abbraccio tra il Pd con il populismo buono dei Cinquestelle, ma ora che questo abbraccio si è sciolto, bisogna porre le condizioni per costruire il campo del dopo Draghi. E dobbiamo deciderlo ora, non tra un anno”.
Renzi l’ha chiamata, chiediamo. “Intanto mi lasci esprimere la mia solidarietà  per i bossoli inviati a Matteo, un attacco vigliacco figlio del clima di odio che si è creato nei suoi confronti”. Insistiamo, l’ha chiamata? “No”.
Ma lei come lo immagina, questo congresso? “Un confronto politico, l’importante che si apra un dibattito vero, abbiamo il dovere di essere netti anche con la nostra base, i nostri elettori hanno il dovere di sapere dove ci collochiamo”.
Ma lei quindi sospetta che Renzi non escluda di collocarsi nel centrodestra? “Non credo. E’ un uomo del centrosinistra, è nato lì, quello è il suo terreno da sempre, tuttavia si pone la necessità  di ribadirlo. Una forza riformista come Italia viva non può andare a destra”.
Italia viva finora non ha deluso finora le aspettative? “Io mi aspettavo di più, mi aspetto di più, ma la verifica non sono i sondaggi, bensì il prossimo test nazionale. E siccome siamo presenti in ogni provincia a quel punto capiremo quanto valiamo”.

(da agenzie)

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MURONI, FIERAMONTI E FUSACCHIA RIPORTANO I VERDI IN PARLAMENTO

Marzo 3rd, 2021 Riccardo Fucile

BONELLI: “CEDIAMO IL SIMBOLO, ALTRI DEPUTATI IN ARRIVO”

A tredici anni dall’ultima volta, il partito dei Verdi torna in Parlamento. La deputata di Liberi e uguali Rossella Muroni, ex presidente di Legambiente, ha deciso di lasciare i colleghi e di passare al Misto, dove costituirà  una nuova componente ecologista insieme ad Alessandro Fusacchia (eletto con +Europa e poi passato a Centro democratico) e l’ex M5s Lorenzo Fioramonti.
Un progetto sostenuto dal coordinatore dei Verdi Angelo Bonelli, il quale si dice pronto a “cedere il simbolo” per permettere la nascita del gruppo.
Il regolamento della Camera, infatti, permette la nascita di nuove formazioni solo nel caso in cui fanno riferimento a partiti politici che si siano presentati alle elezioni.
“Nelle ultime settimane il contesto politico è cambiato”, spiega Muroni a Repubblica. “Il governo Draghi nasce dopo un fallimento della politica e questo ora permette di agire con più libertà  e con meno appartenenze”.
Ai suoi ex colleghi della sinistra contesta che Leu “non è mai diventato un partito. È riuscito a eleggere 18 parlamentari, ma poi non è stato capace di fare il salto, non elaborando anche un proprio punto di vista sulla questione ecologica, che oggi è la questione per eccellenza”.
Bonelli chiarisce che il dialogo con Muroni va avanti da tempo e ora “è il momento di unire le forze, riducendo la frammentazione del mondo ambientalista“. Alla componente green del Misto aderiranno per ora in tre, ma “altri due deputati potrebbero aggiungersi nei prossimi giorni . Nel frattempo si lavora anche al Senato”.
L’ex numero 1 di Legambiente è stata eletta a Montecitorio nel 2018 e ha assunto la carica di vicecapogruppo di Liberi e uguali, tanto che durante le consultazioni per la nascita del nuovo governo ha incontrato il premier Mario Draghi insieme a Federico Fornaro in rappresentanza dei suoi colleghi.
Alla fiducia ha votato Sì e ha intenzione di sostenere “il governo con responsabilità , ma allo stesso tempo lo incalzerò”, spiega al quotidiano di largo Fochetti. “Spero mantenga gli impegni sull’ambiente e non subentri il green washing che abbiamo già  visto nelle grandi imprese”.
Poi rivolge un pensiero a chi l’ha affiancata in questi anni alla Camera: “Devo solo ringraziare Leu e in particolare Piero Grasso per quello che ho avuto, sono stata eletta come indipendente e mi è sempre stata lasciata molta libertà . Ho imparato moltissime cose in questi tre anni”.
Ora, però, a suo parere serve un nuovo impegno politico sui temi dell’ambiente. “Bisogna fare come in Francia, dove i Verdi erano al due per cento e ora governano città  come Marsiglia e Lione, grazie a un lavoro fatto comunità  per comunità , città  per città . In Germania la Merkel non è che è diventata ambientalista di colpo, dando incentivi per le auto elettriche, ma lo ha fatto perchè ha capito che l’industria della mobilità  andava in quella direzione”.
L’auspicio, aggiunge Bonelli al Fatto.it, è quello di “coniugare la giustizia sociale con quella ambientale”. Ma senza i limiti del passato: “Immaginiamo una fase di evoluzione dei Verdi italiani che li faccia navigare in un mare molto più aperto”.
Il primo tema, dice il coordinatore nazionale del partito, è quello della collocazione politica: “L’errore storico dei Verdi è quello di essersi sempre sovrapposto alla sinistra radicale. In Germania invece i Verdi sono più al centro e dialogano con larghe fette della società ”.
La nuova proposta di Muroni e Bonelli, quindi, punta a “sedurre una parte delle imprese, i bravi sindaci che stanno facendo un grosso lavoro nel campo dell’innovazione, il volontariato, la società  civile, anche il mondo cattolico che fa riferimento all’Enciclica Laudato Sì di Papa Francesco”.
Per quanto riguarda le alleanze future, Bonelli rimanda tutto a quando verrà  il momento: “Pd e M5s non hanno dimostrato di praticare la transizione ecologica con coerenza, a partire dalla carenza di fondi per la mobilità  locale prevista nella prima versione del Recovery plan”. Salvini, invece, parla di ecologismo nonostante “il suo partito abbia cementificato per decenni tutto il Nord Italia, e oggi anche la Sardegna”. Se il sistema elettorale sarà  ancora in parte maggioritario con coalizioni, però, la decisione sarà  presa “in base ai programmi“. Il punto, conclude, è che “l’ecologia deve parlare con una propria autonomia politica“, rompendo definitivamente i “confini classici” dei Verdi italiani.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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AMMINISTRATIVE E REGIONALI IN CALABRIA VERSO IL RINVIO IN AUTUNNO

Marzo 3rd, 2021 Riccardo Fucile

VISTA LA CRESCITA DEI CONTAGI ORMAI QUASI CERTO LO SLITTAMENTO A OTTOBRE

Non c’è ancora nulla di ufficiale, ma si va verso un rinvio delle elezioni amministrative di primavera. E’ questo, vista la nuova crescita della curva dei contagi, l’orientamento delle forze politiche che sostengono il governo Draghi. Ma la decisione passa da un decreto legge che potrebbe essere approvato già  domani dal consiglio dei ministri, o al massimo nella seduta successiva.
La deadline per una delibera governativa è l’11 marzo, quando scadono i termini per la presentazione delle liste per le Regionali in Calabria, attualmente previste per l’11 aprile. L’ipotesi più concreta è quella di uno slittamento in autunno – nella stessa data – sia delle Regionali calabresi che dell’intera tornata di amministrative in tutto il Paese.
Tra i 1.287 Comuni chiamati al voto quest’anno per scegliere il nuovo sindaco ci sono Roma, Milano, Torino e Napoli. Una nuova data possibile è quella del 10 e dell’11 ottobre, ma l’ufficialità  arriverà  solo dopo la riunione del consiglio dei ministri, che terrà  conto anche di un parere del comitato tecnico scientifico.

(da agenzie)

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BARACCHE PIENE E LAVORI FORZATI, PER NAVALNYJ UN ARCIPELAGO GULAG

Marzo 3rd, 2021 Riccardo Fucile

COME SONO LE COLONIE PENALI RUSSE

Al suo arrivo nella colonia penale IK-1 della località  russa di Yaroslavl, Ruslan Vajapov avrebbe dovuto ricevere un materasso nuovo, un cuscino, lenzuola e coperte.
Sulla branda di uno dei due stanzoni della baracca che condivideva con altri 130 detenuti ereditò invece la dotazione personale di un altro recluso, che aveva già  scontato la pena. «Nient’altro. Letti infestati di cimici, soltanto quattro bagni e quattro lavandini per oltre cento uomini, senza acqua calda. E lavoro», ricorda Vajapov, 39 anni.
In quell’istituto penale, su cui si accesero i riflettori dopo che un video filtrato all’esterno svelò i pestaggi a un detenuto, Vajapov ha trascorso più di cinque anni, condannato per un caso che le organizzazioni per i diritti civili ritengono costruito ad hoc.
Lavorava come padroncino e venne arrestato nel 2012 quando, sceso dal camion, orinava sul ciglio della strada, e condannato per esibizionismo nei confronti di minori, dopo essersi rifiutato di pagare mazzette alle autorità , dichiarano i suoi avvocati.
Una eredità  dell’Urss
Il sistema penitenziario russo è basato su centri come l’IK-1. Colonie penali ereditate dalla vecchia URSS, circondate di fili spinati, composte da grandi baracche di legno o di mattoni nei cui stanzoni vivono tutti insieme i detenuti, senza alcuna distinzione che tenga conto del reato commesso, pur esistendo colonie più o meno severe a seconda della gravità  della colpa.
Sono strutture nate all’epoca degli zar ma sviluppate a partire dal modello dei campi di lavoro forzato del Gulag sovietico e nelle quali i detenuti sono obbligati, esattamente come allora, a lavorare. Sono colonie — situate, nella maggioranza dei casi, in luoghi sperduti dell’estesissimo territorio del paese euroasiatico – dentro le quali le organizzazioni specializzate denunciano il verificarsi di continue violazioni dei diritti umani.
«Lavoro schiavista, mancanza di assistenza sanitaria, abusi, torture», spiega Inna Bazhibina, coordinatrice dell’organizzazione umanitaria Russia in Carcere. «In fondo il gulag continua a essere gulag», assicura.
È il sistema che potrebbe trovarsi costretto ad affrontare il noto oppositore Aleksei Navalnyj. Un tribunale di Mosca ha respinto il suo ricorso in appello e ratificato la condanna a tre anni e mezzo, da scontare nella colonia penale N2 a Prokrov.
Il critico più severo e noto dell’operato del Cremlino è stato condannato lo scorso 2 febbraio per aver trasgredito agli obblighi della libertà  condizionale stabilita da una discussa sentenza del 2014, sentenza che quattro anni fa venne considerata «arbitraria e ingiusta» dal Tribunale Europeo per i Diritti Umani di Strasburgo. Navalnyj, 44 anni – noto per aver rivelato scandali di corruzione dell’èlite economica e politica russa -, mentre era in Germania, dove si trovava per curarsi dall’avvelenamento di cui era stato vittima in Siberia lo scorso agosto, non si è presentato ai controlli giudiziari obbligatori.
La sostanza usata per avvelenare l’oppositore è una neurotossina di uso militare in epoca sovietica; Navalnyj punta direttamente il dito contro il presidente russo Vladimir Putin, dietro la cui figura l’Occidente scorge la longa manus del Cremlino.
I trasferimenti nelle colonie di solito hanno tempi molto lunghi e si svolgono con grande opacità ; lo denunciano organizzazioni per i diritti umani come Amnesty International, e descrivono viaggi dei detenuti a bordo di vagoni sigillati e senza finestrini; tragitti che a volte durano un mese, prima che il prigioniero, ignaro di tutto, arrivi a destinazione.
Per il momento le autorità  russe non hanno tenuto in alcun conto le pressioni nazionali e internazionali, e nemmeno la sentenza del Tribunale di Strasburgo che il 17 febbraio scorso, con una deliberazione finale quasi senza precedenti, ha chiesto la scarcerazione immediata di Navalnyj.
La scelta, tra le colonie penali, era vasta: in Russia ce ne sono circa 670, mentre i penitenziari sono appena una decina (centri più simili alle carceri occidentali, con piccole celle, che di solito vengono utilizzate solo per il tempo che dura lo stato di arresto provvisorio o preventivo), secondo i dati del Ministero della giustizia.
Colonie in luoghi privi di popolazione come la Carelia, al confine con la Finlandia, dove fu rinchiuso per qualche tempo l’oligarca Mikhail Khodorkovskij, dopo aver lavorato cucendo guanti in una colonia siberiana quando fu condannato per frode in un processo considerato politico; sul Mar Bianco; in Mordovia, dove rimase per un paio d’anni Nadia Tolokno, membro del movimento punk russo Pussy Riot; lì Tolokno cuciva uniformi per la polizia, mentre scontava una pena per «vandalismo causato dall’odio religioso», dopo aver protestato contro Putin nella cattedrale di Cristo Salvatore, a Mosca; nel territorio del Litorale, nell’estremo oriente del paese, vicino al mar del Giappone.
Luoghi sparsi sul territorio e legati al concetto di sviluppo economico dell’epoca sovietica, quando i lavori forzati dei prigionieri svolgevano una funzione essenziale nella struttura dello Stato.
Il paese con più detenuti d’Europa
La Russia è il paese con più detenuti d’Europa, pur essendo lontana dalle cifre degli Stati Uniti o del Brasile. Il paese euroasiatico ha circa 144 milioni di abitanti, e attualmente 483.000 persone stanno scontando una pena in carcere. Nel 2020, per la prima volta da quando si fanno questi conteggi, la cifra dei detenuti è inferiore al mezzo milione, spiega Eva Merkacheva, esperta in colonie penali e membro di varie commissioni ufficiali. Merkacheva sottolinea come l’assenza del concetto di «reato di minore gravità » nel Codice Penale comporti un’altissima percentuale di condanne che implicano la privazione della libertà .
La percentuale di casi giudiziari che terminano con l’assoluzione, inoltre, è molto bassa. «Quando ho iniziato a visitare i centri ho visto una tale saturazione di detenuti che alcuni di loro erano costretti a dormire per terra; altri avevano costruito amache che penzolavano tra i letti a castello; il cibo era pessimo e la puzza insopportabile», racconta al telefono Merkacheva, che assicura che negli otto anni trascorsi da quando studia i centri di detenzione russi la situazione è leggermente migliorata.
Aleksei Polijovich è convinto di essere stato fortunato, in qualche modo. Venne arrestato a 22 anni, nel 2012, durante le manifestazioni di massa di piazza Bolotnaya, a Mosca, in protesta contro i brogli elettorali e contro Putin. Fu condannato a tre anni e sei mesi di carcere per aver partecipato alle «sommosse» e per minacce o uso della violenza – senza rischio per la loro persona – contro funzionari del governo. Tuttavia scontò la pena in una colonia «vicina»al luogo di residenza della sua famiglia, cioè a poco più di quattro ore di treno dalla capitale russa. «I miei genitori potevano andare e tornare in giornata. Non come accade ad altre persone, che devono prendere l’aereo e spendere moltissimi soldi per far visita ai propri cari», commenta al telefono Polijovich, che ora è diventato attivista.
Le visite dei familiari
Non c’è una legge che stabilisca che i detenuti debbano scontare la pena in luoghi geograficamente vicini a dove vivono i loro familiari, sottolinea Oleg Novikov, della fondazione Verdetto Pubblico, un’organizzazione che presta assistenza legale; segnala anche che le autorità  delle colonie penali esercitano pressioni, ricattano e puniscono i detenuti servendosi proprio delle visite dei congiunti.
In base a una distinzione generica, retaggio dell’estesa cultura carceraria di epoca sovietica, le colonie maschili russe si suddividono in «rosse» —centri brutali, controllati con mano dura dal direttore del carcere, dove le regole sono inflessibili e sono stati rilevati numerosi casi di torture – e «nere», dove le norme sono meno rigide e i boss criminali della colonia arrivano a negoziare con le autorità  penitenziarie e «controllano» in modo informale il resto dei detenuti attraverso una serie di regole tacite, che in fondo sono le stesse regole della criminalità .
Polijovich era in una colonia «nera». «Era una buona colonia», racconta. «La si potrebbe quasi definire una ‘colonia commerciale’, perchè il sistema era molto più flessibile rispetto a una colonia propriamente «nera»: se qualcuno infrangeva le regole la situazione a volte poteva essere risolta pagando del denaro», racconta. Scontò la condanna in uno dei laboratori tessili associati al carcere. Guadagnava circa 400 rubli (poco più di 4 euro) al mese per otto ore di lavoro cinque giorni a settimana. Riceveva il salario sotto forma di sigarette, che usava per «comprare piccoli servizi», spiega.
Non si possono superare le 40 ore di lavoro settimanali – lo stabilisce la legge-, che prevede anche che i detenuti delle colonie penali ricevano un salario. Contribuire inoltre a far funzionare correttamente questo sistema garantisce loro alcuni incentivi, come l’incremento del numero di visite ricevute in carcere. Queste regole generali, però, non vengono rispettate, segnala la attivista Bazhibina: ci sono persone che non sono in grado di lavorare e che per questo motivo vengono penalizzate. Oppure si vedono costrette a farlo in posti in cui guadagnano appena un paio di rubli al mese: una somma talmente esigua da non permettere loro di comprare nemmeno la carta igienica, un bene di lusso nelle colonie, racconta una detenuta in una lettera scritta a mano, dove spiega che se avesse i soldi per comprarsi degli occhiali da vista potrebbe lavorare in un laboratorio di sartoria del centro e ricevere almeno un salario un po’ più alto.
Con lo stipendio di un mese, che guadagna cucendo uniformi, Tania Kuznetsova ha potuto comprare, nello spaccio della colonia, una confezione di caffè solubile e due pacchetti delle caramelle meno care.
La donna, di 53 anni, ne ha scontati sei e mezzo di condanna in una colonia correzionale per un caso di frode che coinvolse l’agenzia di viaggi in cui lavorava. Racconta che la sua giornata lavorativa era di 12 ore quotidiane, sei giorni a settimana, e che per «schivare» le norme sul lavoro e le possibili ispezioni — dato che la colonia era vicina a Mosca – le autorità  carcerarie obbligavano le detenute a firmare una dichiarazione in cui specificavano che le ore extra erano «del tutto volontarie».
Una potente macchina finanzaria
Il Servizio Penitenziario Federale è una potente macchina finanziaria. Le colonie hanno contratti con organismi statali — e a volte anche con entità  private – e le quote di produzione non sono stabilite dalla legge, ragion per cui a volte schizzano ai massimi livelli. Oltretutto in alcune regioni, come nel caso della Mordovia, l’apporto produttivo delle colonie è ormai imprescindibile al bilancio regionale. Per questo la catena lavorativa messa in movimento dai detenuti non si ferma mai, sottolinea Inna Bazhibina.
Nonostante l’imponenza di una simile struttura, spesso ai detenuti mancano i generi di prima necessità , dice la coordinatrice di Russia in Carcere.
Tania Kuznetsova racconta che tutte le detenute della colonia in cui lei è stata dovevano indossare sempre l’uniforme e portare il fazzoletto in testa, ma non disponevano di ricambio. «Così, private della possibilità  di cambiarsi o di lavare l’uniforme, alcune ragazze tentavano di cucirsene un’altra, rubando il tessuto dalla fabbrica; a volte rubavano e cucivano per rivendere», racconta. Soltanto una volta, in tutto l’arco di tempo in cui rimase in carcere, le consegnarono un pacchetto che conteneva prodotti per l’igiene personale: dentifricio in confezione da viaggio, spazzolino da denti, carta igienica e assorbenti. Un solo paio di scarpe: «E la suola era talmente sottile che sembrava carta, durava pochissimo. Dall’etichetta scoprimmo poi che erano le scarpe che si usano per seppellire i morti», dice la donna.
Organizzazioni come Verdetto Pubblico — che contribuì a portare alla luce le torture praticate nel carcere di Yaroslavl,dove fu imprigionato Ruslan, e che riuscì a far condannare diversi ufficiali — hanno fornito numerose prove di sfruttamento della forza lavoro, spiega il portavoce Oleg Novikov. I detenuti però faticano molto a denunciare, temono le rappresaglie.
Le «occasioni » di castigare i detenuti sono parecchie. L’attivista Konstantin Kotov venne sbattuto in isolamento soltanto per aver usato dei guanti che un altro detenuto gli aveva prestato. Il magnate KHodorkovskiJ, invece, per aver accettato della frutta da altri reclusi, una sera che era stato costretto a saltare la cena. Punizioni che allontanano i detenuti di spicco dagli altri e dai propri familiari, e che sono   provvedimenti «più abituali» rispetto alla violenza fisica, nel caso in cui il recluso goda di notorietà .
Gli altri, invece, ricevono un trattamento diverso, racconta Vajapov, che oggi dà  una mano ai detenuti a orientarsi nel complicato sistema penale; parla di pestaggi «preventivi» due volte l’anno; di mancanza di assistenza medica e di criminalizzazione del malato: «In Russia, nelle colonie penali, domina la cultura dell’impunità ».

(da El Paà­s/Lena- Leading European Newspaper Alliance)

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PATRIA ED HUMANIDAD: COSI’ CUBA COMBATTE IL COVID, INVIANDO VACCINI E MEDICI AI PAESI POVERI

Marzo 3rd, 2021 Riccardo Fucile

INTERVISTA ALL’AMBASCIATORE DI CUBA IN ITALIA: “I NOSTRI MEDICI SI FORMANO IN TUTTO IL MONDO, PER QUESTO ABBIAMO POCHI MORTI”

Patria es humanidad. Josè Carlos Rodriguez Ruiz, ambasciatore di Cuba in Italia, scandisce queste tre parole quando gli chiediamo quale sia il senso del contributo che l’isola caraibica sta offrendo nella lotta al covid: un contributo che si sostanzia in decine di migliaia di medici inviati in tutto il mondo e in un’incessante attività  di ricerca scientifica che ha portato a sviluppare quattro candidati vaccini a tempo di record, tutti finanziati esclusivamente dallo Stato e tutti entrati nella fase III di sperimentazione, quella che dovrebbe portare — nel giro di qualche settimana — all’approvazione definitiva e alla somministrazione alla popolazione.
Che un paese povero, da 61 anni sotto embargo economico e commerciale da parte degli Stati Uniti, sia riuscito in questa impresa ha dell’incredibile, ma chi conosce Cuba e i valori della Rivoluzione sa che non c’è niente di strano. Da decenni, infatti, medici e infermieri cubani sono impiegati in tutto il mondo contro epidemie e catastrofi naturali. Da decenni, inoltre, Cuba detiene una fiorente industria biofarmaceutica pubblica che ha sviluppato vaccini e farmaci, molti dei quali sono stati poi somministrati nei paesi più poveri. La lotta al Covid è forse la sfida più grande, insieme a quella — vinta — contro l’Ebola.
Ci siamo fatti raccontare dall’ambasciatore Josè Carlos Rodriguez Ruiz i segreti di Cuba.
Cuba sta sviluppando quattro vaccini contro il coronavirus. A che punto sono? Entro quanto tempo confidate di approvarli ufficialmente?
È vero, Cuba sta sviluppando quattro candidati vaccini contro il Covid-19: Soberana 01, Soberana 02, Abdala e Mambisa, nomi che si ispirano alla nostra storia e la nostra cultura. I primi due significano “sovrano”, Abdala è un’importante opera letteraria e Mambisa è il termine che indicava i combattenti cubani durante la guerra d’indipendenza dalla Spagna. Stanno tutti entrando nella fase III di sperimentazione e stanno tutti dando risultati molto incoraggianti, migliori delle aspettative; confidiamo di poter pubblicare, alla fine di marzo, i risultati totali della sperimentazione clinica, come chiede l’Organizzazione Mondiale della Sanità . Poi la parola passerà  all’ente regolatorio cubano, Cetmet.
Chi ha finanziato la ricerca sui vaccini cubani?
Lo stato cubano. Al 100%. Siamo gli unici. Tutti gli altri vaccini sono privati o vedono una partecipazione tra pubblico e privato. In questo momento secondo l’OMS i candidati vaccinali cubani contro il Covid -19 rappresentano l’8% di tutti i candidati vaccinali giunti finora alla sperimentazione clinica a livello mondiale.
Che capacità  produttiva hanno i vostri stabilimenti biofarmaceutici? Siete dotati di tutte le tecnologie necessarie per produrre decine di milioni di dosi?
Siamo in grado di produrre 100 milioni di dosi nel 2021, 25 milioni delle quali entro aprile. Le prime 130mila dosi di Soberana 02 sono già  pronte e si stanno somministrando alla popolazione de L’Avana, Cienfuegos e Santiago di Cuba nell’ambito della sperimentazione clinica. Il nostro obiettivo è quello di vaccinare entro il 31 dicembre il 100% della popolazione cubana gratuitamente, ma potremmo riuscire a farlo molto prima. Naturalmente siamo attrezzati per proseguire la produzione anche nei prossimi anni e per modificare i vaccini in base alle varianti che, inevitabilmente, si svilupperanno in tutto il mondo.
Cuba ha una lunga tradizione di solidarietà  con i paesi più poveri, soprattutto quelli del continente africano. Offrirete loro gratuitamente le cure che state sviluppando?
La missione dell’industria biofarmaceutica e della medicina a Cuba è legata fin dal 1959 ai valori umanistici della Rivoluzione. Il nostro scopo è servire i popoli e in questo modo avanzare nella costruzione di opportunità  per tutti. Metteremo in campo forme di cooperazione internazionale per aiutare i paesi più poveri del mondo come abbiamo sempre fatto.
Fare la rivoluzioni con medici e farmaci e non con le armi, quindi?
La filosofia del popolo cubano è ispirata a un semplice concetto espresso dal nostro eroe nazionale, Josè Marti: patria es humanidad, la nostra patria è l’umanità . Tutte le nostre azioni sono orientate da questo principio ed è vero, abbiamo una lunga storia di solidarietà  e cooperazione con molti paesi africani, ma anche con l’America Latina e l’Asia. Io stesso ho combattuto nel 1987 e 1988 per aiutare il popolo dell’Angola a liberarsi dal dominio imposto dal Sudafrica…   I nostri medici si trovano ovunque. A marzo 2020 avevamo 29mila dottori e infermieri in oltre 50 paesi del mondo per fronteggiare la prima fase dell’emergenza sanitaria. Anche oggi, dopo un anno, ci sono oltre 30mila medici e infermieri cubani in 61 nazioni. Detto questo è doveroso essere precisi e rigorosi: noi non abbiamo mai detto che offriremo a tutti, indistintamente, i nostri vaccini gratuitamente. L’ho letto su molti giornali, ma non è vero, come non lo è — al momento — che vaccineremo gratis i turisti. Tutto quello che posso dire, però, è che Cuba non concepirà  vaccini e altri medicinali come merci. Nessun profitto è accettabile sulla salute umana.
Questo significa che se i paesi più ricchi vorranno i vostri vaccini dovranno pagarli?
Sì, certo. Cuba offre da decenni milioni di dosi di vaccini ai paesi poveri tramite donazioni dirette o acquisizioni da parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità . Ma perchè dovremmo donare i nostri vaccini ai paesi più sviluppati?
Quanto è costato a Cuba sviluppare quattro vaccini? E quanto investe il vostro paese in sanità , istruzione e welfare?
Il costo è stato enorme, soprattutto per un piccolo paese come il nostro sottoposto al blocco da parte degli USA. Nel 2020 il governo cubano ha approvato un bilancio statale di 70miliardi di pesos (circa 2,5 miliardi di euro, ndr), 13 di questi sono stati destinati alla sanità  pubblica, cioè il 17,4 per cento. Il 15 per cento è servito per l’istruzione e il 10,3 per cento per il welfare. Per fronteggiare il Covid lo Stato ha stanziato un ulteriore miliardo di pesos, denaro impiegato anche a progettare i vaccini.
Brevetti vaccini: cosa farà  Cuba
Quando verranno approvati, sarete disposti a condividere i brevetti dei vostri vaccini con gli altri paesi del mondo?
Quello che è certo, al momento, è che offriamo la possibilità  di svolgere le prove cliniche dei nostri vaccini in tutto il mondo. Ce le stanno chiedendo anche diversi paesi europei, ed è il presupposto fondamentale per poi avviare un discorso riguardante anche i brevetti per la produzione. Capirà  che prima di produrre il nostro siero in Italia, ad esempio, abbiamo bisogno di studiarne efficacia e sicurezza su un campione di popolazione, ma anche di verificare la conformità  con le norme sanitarie del paese.
E chiederete in cambio una contropartita economica?
Chiaro, logicamente sì. Non si può pretendere che Cuba faccia un investimento del genere sui vaccini e che i paesi ricchi e sviluppati ne usufruiscano gratuitamente, mentre sborsano cifre esorbitanti alle case farmaceutiche private. Noi sappiamo distinguere chi ha bisogno del nostro aiuto gratuito da chi non ne ha… Non faremo mai un “mercato” con la salute, ma non possiamo permetterci di donare vaccini a tutti.
Questo discorso quindi vale anche per l’Italia…
Certo. Le faccio un esempio: quando a marzo del 2020 abbiamo inviato le nostre brigate mediche Henry Reeve in Piemonte e Lombardia ci è stato subito chiaro che si trattava di un’emergenza improvvisa, che l’Italia era in quel momento il primo paese dopo la Cina in cui si stava diffondendo l’epidemia, e abbiamo offerto il nostro aiuto gratuitamente. Questo ruolo ci è stato riconosciuto da tutti i medici italiani coi quali abbiamo collaborato, tutti hanno confermato l’umanità  e le competenze dei colleghi cubani e ciò ci riempie d’orgoglio. Però oggi, a un anno di distanza, non si può pretendere che trattiamo una potenza economica come tratteremmo, ad esempio, Haiti. Progettare e sviluppare vaccini ha avuto un grande costo per il popolo cubano.
Le conseguenze dell’embargo USA
Quanto pesa per Cuba l’embargo degli USA, da 61 anni? Cosa comporta concretamente in campo sanitario?
Il peso è enorme. Dal 1959 siamo sottoposti a blocco commerciale e finanziario da parte degli Stati Uniti, una misura che è stata ulteriormente rafforzata negli anni della presidenza Trump. Considerate che solo tra marzo 2019 e aprile 2020 l’embargo è costato a Cuba 5 miliardi di dollari. Ma vi faccio un esempio concreto: all’inizio della pandemia Alibaba (la multinazionale di e-commerce, ndr) ha donato ventilatori polmonari a tutti i paesi dell’America Latina, Cuba però ne è stata esclusa.
Perchè? Alibaba è cinese…
È vero, ma ha un’importante componente statunitense, ed è stata sufficiente per escluderci dalla donazione. Anche per questo siamo costretti a fare tutto da soli, anche i vaccini. Credete che potremmo contare sulle grandi case farmaceutiche? Sulle stesse che tengono sotto scacco anche l’Europa ritardando le consegne delle dosi? Sarebbe un suicidio.
Rischiate di avere problemi nell’approvvigionamento di materiale farmaceutico a causa dell’embargo?
Sì, è un rischio enorme e concreto. La verità  è che potrebbe mancare qualsiasi cosa: un componente di un apparecchio sanitario, una tecnologia o un principio attivo che potremmo reperire negli Stati Uniti, ma che non può raggiungere Cuba a causa del blocco. In quel caso saremmo costretti a rivolgerci altrove a costi molto più alti ma con grandi difficoltà . Un esempio: se volessimo acquistare una macchina della multinazionale tedesca Siemens dotata di una porzione di tecnologia statunitense non potremmo farlo…
Chiederete la fine dell’embargo agli USA in cambio del vostro contributo alla sconfitta della pandemia?
Lo chiediamo da decenni, inascoltati. Con Trump il blocco è peggiorato e ora speriamo che l’amministrazione Biden voglia almeno modificarne le condizioni, come promesso in campagna elettorale.
Perchè Cuba è una “superpotenza medica”
Secondo la Banca Mondiale Cuba è la nazione con il più alto numero di medici ogni mille abitanti, il doppio dell’Italia e il triplo degli Stati Uniti. Eppure si tratta di un paese povero. Come è possibile?
A Cuba ci sono circa nove medici ogni mille abitanti (in Italia circa 4, negli USA meno di 3, ndr). Ci riusciamo offrendo una formazione medica universitaria gratuita non solo ai cubani ma anche a migliaia di studenti provenienti da paesi in via di sviluppo. Ci siamo dotati di diversi programmi di prevenzione efficaci e abbiamo fatto grandi progressi nell’area terapeutica. Per quanto riguarda le malattie infettive, otteniamo risultati importanti grazie a ripetute campagne di vaccinazione e abbiamo piani nazionali per garantire risposte rapide a disastri e pandemie.
Dall’inizio della pandemia Cuba ha avuto poco più di 51mila casi e 328 morti. Il tasso di letalità  del Covid è dello 0,6%, cinque volte più basso rispetto all’Italia (3,4%). Come avete fatto?
Sono molti i fattori da tenere in considerazione. Cuba ha un sistema di Protezione Civile molto avanzato e pronto per rispondere tempestivamente a emergenze di varia natura come quelle legate a epidemie e disastri naturali. Questa del coronavirus è stata la vostra prima epidemia dopo la Spagnola del 1918, ma noi ne abbiamo vissute altre come l’Influenza Suina e una delle varianti del Dengue emorragico. Per questo abbiamo sviluppato un’enorme esperienza e il nostro Istituto Pedro Kourà­ — considerato tra i più autorevoli al mondo nel campo delle malattie tropicali — raccoglie e sistematizza costantemente materiale scientifico per lo studio delle malattie infettive. Sappiamo sempre cosa fare di fronte a delle pandemie.
Eravate preparati all’epidemia dopo i primi casi in Cina?
Sapevamo cosa fare, avevamo sistematizzato tutte le informazioni e non va dimenticato che migliaia di nostri medici fanno esperienze all’estero, in paesi del terzo mondo spesso alle prese con epidemie. Ricordate l’ebola del 2014? Rispondendo all’appello dell’ONU Cuba inviò il contingente più massiccio di medici, infermieri e specialisti nell’Africa occidentale: oltre 450 in totale, di cui 165 in Sierra Leone e altri 296 in Liberia e Guinea. Senza i medici cubani quell’epidemia non sarebbe stata sconfitta e si sarebbe diffusa, ma quelle conoscenze sono servite anche contro il Covid.
Protezione Civile, competenze mediche…
E farmaci, soprattutto quelli del gruppo Bio Cuba Pharma. Uno su tutti, Jusvizna, un immunoregolatore impiegato nell’artrite reumatoide che si è dimostrato efficace e sicuro in pazienti con COVID-19 con tempeste di citochine. La somministrazione precoce di Jusvizna ha migliorato le condizioni dei pazienti gravemente malati ed evitato la progressione a una malattia critica, contribuendo a ridurre il numero dei morti.
Anche voi avete fatto ricorso al lockdown?
Sì, siamo stati costretti anche noi a farlo anche se non abbiamo mai dovuto chiudere tutto il paese, ma solo delle aree circoscritte a volte grandi come quartieri. La priorità  è stata isolare i positivi ed evitare la sua trasmissione incontrollata, anche chiudendo le frontiere. Economicamente è stato un colpo durissimo per una nazione fortemente dipendente dal turismo, ma non potevamo fare diversamente. L’alternativa sarebbe stata perdere migliaia di vite. Inaccettabile.
Cuba ha 4 vaccini in dirittura d’arrivo e migliaia di medici in tutto il mondo. È questo il vostro contributo per sconfiggere la pandemia?
Il senso del nostro sforzo è racchiuso nel concetto che ho citato prima: “Padria ed humanidad”. Crediamo nel valore della cooperazione e nella solidarietà  e siamo disposti a mettere in campo tutte le nostre risorse per uscire dalla pandemia, in questo caso medici e ricerca scientifica di primo livello. Crediamo che tutti debbano fare la loro parte senza egoismi, con la massima responsabilità , mettendo la salute e non il profitto al centro di tutto e avendo cura anche di quella dei paesi in via di sviluppo. Abbiamo dimostrato di essere in grado di offrire il nostro aiuto concreto in tutto il mondo, e su questo non devono esserci dubbi. D’altro canto chi, oggi, in Europa si occupa di paesi come Mali, Guinea, Niger, Angola? Chi lo fa, se non Cuba? Noi abbiamo da sempre un grande rapporto con i popoli africani, ma non abbiamo mai preteso di sfruttare le loro miniere, non abbiamo sottratto le loro risorse naturali. Non abbiamo chiesto niente in cambio, e non faremo operazioni di mercato neanche con i vaccini.

(da Fanpage)

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IL MIRACOLO DELLA ZEIT

Marzo 3rd, 2021 Riccardo Fucile

75 ANNI E OLTRE 500.000 COPIE PER IL RAFFINATO SETTIMANALE CHE RIESCE A RAGGIUNGERE UNA PLATEA INASPETTATA

Ghiotti di celebrazioni di compleanni, i tedeschi non si sono lasciati sfuggire un piatto gustoso come il settantacinquesimo anniversario della nascita della Zeit.
Alla fine di febbraio del 1946, nella Germania in ginocchio, su licenza delle truppe di occupazione britanniche a Amburgo vide la luce il primo numero del settimanale di politica, economia e cultura, destinato a scandire con successo e autorevolezza la vita del Paese dal dopoguerra ai giorni nostri.
Lunghi anni, tante trasformazioni, eppure oggi il giornale, che si muove con la sicurezza della maturità , assomiglia ancora al neonato di allora. Non solo nella grafica, oltralpe sostanzialmente immutabile per interi decenni, ma nel taglio aperto e tollerante, loro dicono “liberale” e poi spiegano che cosa intendono.
Non stiamo parlando di un semplice settimanale, come altri.
La Zeit è un distintivo da portare con discrezione, una bandiera da sventolare senza eccitazione, un segno di riconoscimento tra quanti hanno il gusto del confronto delle idee e preferiscono domande e ragionamenti alle certezze ideologiche. Il postulato a cui è rimasta fedele è di non diffamare le idee divergenti, non condannare le critiche come eresie, tutelare le istanze minoritarie, lasciare aperta la porta a opinioni contrarie.
Può sembrare un catalogo sdolcinato di buoni propositi, invece è l’architrave della costruzione del giornale ogni settimana. E sulla linea, non ci sono strizzatine d’occhio interessate a questo o quel partito, piuttosto un sano distacco pur se rispettoso, nel segno di “un centro stabile, ragionevole e illuminato”.
Regna l’accuratezza. La scrittura è colta, ricca ma precisa, limata con la dedizione degli artigiani di un tempo. Il controllo dei contenuti è capillare, le verifiche documentate, l’impegno nella ricerca evidente. È d’obbligo la chiarezza del posizionamento della testata, specie quando naviga fuori dalla corrente principale di pensiero. O quando abborda temi sui quali riconosce onestamente che il dibattito non si risolve in un derby tra bianco e nero, ma è necessario scandagliare con pazienza le diverse sfumature di grigio.
Vale la forza degli argomenti e non è un vezzo se da ultimo il giornale ha voluto arricchirsi di un nuovo spazio intitolato Streit, disputa, che pubblica confronti intensi tra chi la pensa in maniera opposta.
Già , e chi mai sarà  attratto da un prodotto così impegnativo, anzi apparentemente indigesto, in epoca di comunicazione sincopata e affermazioni stentoree? Forse solo un ristretto gruppo di intellettuali? La risposta viene dai numeri.
Con 547.390 copie (di cui circa 186.000 in edizione digitale) vendute settimanalmente al prezzo non trascurabile di 5.70 euro, alla fine dell’anno scorso la Zeit ha stabilito il record assoluto di maggiore diffusione della sua storia. Rispetto a otto anni fa, l’aumento è di oltre il 6%. I lettori sono fortemente fidelizzati, il 75,4% di loro è abbonato. Tutti accademici elitari? Evidentemente no, la platea è ben più ampia.
Certo, merito della brillante direzione dell’italo-tedesco Giovanni di Lorenzo, da diciassette anni al timone del giornale, e di personalità  di primo piano che lo hanno preceduto, come Gerd Bucerius o Marion Dà¶nhoff, impegnate a mantenere il giornale sul binario di un solido riformismo democratico, tedesco e europeo. E anche del co-editore Helmut Schmidt, l’ex Cancelliere, molto legato alla redazione, dove nella sua stanzetta in fondo al corridoio riceveva gli ospiti, avvolgendoli nel fumo infinito delle sigarette al mentolo e ancor più nei suoi ricordi lucidissimi e giudizi taglienti.
Ma l’unicità  e il successo della Zeit non si afferrano del tutto se non li si colloca in un orizzonte di crescita e di vivacità  culturale, valori condivisi e celebrati, e anche difesi.
Nel brindisi per il compleanno, il giornale ha tenuto a ricordare gli attacchi alla libertà  di stampa e le minacce che anche in Germania, da destra e da sinistra, può essere necessario fronteggiare per svolgere il proprio lavoro. Ragione di più per continuare a battersi almeno con la penna per pluralismo e tolleranza.
In ogni caso, come per Mark Twain, al momento anche la notizia della morte dei giornali è fortemente esagerata.

(da “Huffingtonpost”)

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LA COMPAGNIA DANESE MAERSK SMENTISCE LA PROCURA DI RAGUSA: “NESSUN ACCORDO CON LA MARE JONIO PER TRASBORDO MIGRANTI, SE I MAGISTRATI CI AVESSERO INTERPELLATI GLIELO AVREMMO DIMOSTRATO”

Marzo 3rd, 2021 Riccardo Fucile

“NOI SOSTENIAMO VARIE ONG, IN QUEL CASO ABBIAMO FATTO UNA DONAZIONE PER IL SERVIZIO CHE CI HANNO FORNITO DI NOSTRA INIZIATIVA, NESSUNO CI HA CHIESTO NULLA”… SE FOSSIMO UNO STATO SERIO IL MINISTERO DELLA GIUSTIZIA DOVREBBE MANDARE UNA ISPEZIONE ALLA PROCURA DI RAGUSA: SE QUALCHE MAGISTRATO VUOLE FARE POLITICA SI PRESENTI ALLE ELEZIONI

L’inchiesta della procura di Ragusa sul trasbordo di 27 migranti dalla petroliera “Maersk Etienne” alla nave umanitaria “Mare Jonio” dovrà  adesso affrontare una ricostruzione alternativa. Fornita direttamente dal gigante della navigazione commerciale danese.
Da Copenaghen un portavoce dalla compagnia ha inviato una lunga nota per ricostruire i fatti.
Un racconto che pone a questo punto nuovi interrogativi. Già  ieri Maersk in una dichiarazione ad “Avvenire” aveva precisato di non essere stata mai contattata dagli investigatori, nonostante il bonifico da 125mila euro in favore dell’armatore di “Mediterranea Saving Humans” provenisse proprio dalla compagnia, un colosso che fattura oltre 36 miliardi di euro all’anno.
Ecco cosa scrive Maersk: “Il 5 agosto 2020 l’equipaggio della Maersk Etienne (la nave petroliera di proprietà  del gruppo danese, ndr) ha salvato 27 persone in difficoltà  in mare su richiesta delle autorità  maltesi. Una volta salvati, loro e l’equipaggio sono stati lasciati bloccati per 38 giorni, senza che nessuna autorità  fosse disposta a permettere alla nave di fare scalo e consentire lo sbarco in sicurezza delle persone salvate”.
Si è trattato del più lungo stop mai registrato in epoca recente nel Canale di Sicilia.
“Dopo diverse richieste di assistenza rimaste senza risposta, la situazione – si ricorda nella nota – è diventata terribile dal punto di vista umanitario. Abbiamo concordato con Mediterranea che avrebbero condotto una valutazione sanitaria utilizzando il team medico a bordo della Mare Jonio”
A questo punto il comandante della petroliera, in accordo con l’armatore, ha dato l’ok al trasbordo. “Il trasferimento sulla nave è avvenuto in seguito alla loro valutazione che le condizioni delle persone salvate richiedevano cure immediate in strutture mediche adeguate. Era una situazione umanitaria – insiste Maersk – vogliamo chiarire che in nessun momento prima o durante l’operazione è stata discussa o concordata una compensazione o un sostegno finanziario”
Questa dichiarazione pone una serie di interrogativi. Maersk al momento non risulta indagata e i suoi manager non sono stati ascoltati neanche nella veste di “persone informate dei fatti”
Il bonifico,come indicato dagli inquirenti, è stato incassato da “Idra”, proprietaria di Mare Jonio, due mesi dopo l’arrivo dei migranti in Sicilia.
“Mesi dopo l’operazione di salvataggio Maersk Tankers – si legge ancora nella dichiarazione del gruppo navale – ha incontrato i rappresentanti di Mediterranena per ringraziarli della loro assistenza umanitaria. In seguito a questo incontro, abbiamo deciso di dare un contributo a Mediterranea per coprire alcuni dei costi sostenuti a causa dell’operazione. Questo è stato effettuato per un importo di 125.000 euro e con il pieno sostegno della direzione di Maersk Tankers”.
Alla luce di queste precisazioni uno dei fondamenti dell’inchiesta verrebbe minato.
Ad oggi, assicurano da Copenaghen, “non siamo stati contattati dalle autorità  in relazione all’indagine, siamo pronti a collaborare, se contattati”.
Prima di chiudere la nota Maersk tiene a precisare che il sostegno a Mediterranea non è una scelta dettata da un singolo episodio ed anzi fa parte di un impegno più ampio: “Continuiamo a spingere per un’azione politica decisiva per evitare il ripetersi dell’incidente della Maersk Etienne. Il lavoro maggiore sulla questione avviene attraverso Danish Shipping (l’associazione degli armatori della Danimarca, ndr) che sta dialogando con le autorità  danesi, l’Unione europea, l’Organizzazione marittima internazionale e altre parti interessate”.

(da Avvenire)

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SONDAGGIO IPSOS: SPERANZA VOLA E SUPERA MELONI NELLA CLASSIFICA DEI LEADER PIU’ APPREZZATI

Marzo 3rd, 2021 Riccardo Fucile

SALGONO ZINGARETTI E FRATOIANNI, ULTIMO RENZI

Roberto Speranza è il leader di partito più apprezzato dagli italiani: a rivelarlo è l’ultimo sondaggio realizzato da Ipsos per il Corriere della Sera, che mostra come la popolarità  del ministro della Salute sia cresciuta di due punti nell’ultimo mese. L’esponente di Leu e leader di Articolo Uno, confermato ministro dopo il passaggio dal Conte II al governo Draghi, nel sondaggio fi febbraio ha raccolto infatti il 40 per cento di preferenze tra gli intervistati, risultando primo in classifica.
Secondo gli ultimi sondaggi politici elettorali, Speranza ha superato Giorgia Meloni, che “convince” il 38 per cento del campione, e Matteo Salvini, che si ferma al terzo posto con il 32 per cento dei consensi.
Segue Nicola Zingaretti, che rispetto a gennaio ha guadagnato due punti portandosi al 30 per cento, e Silvio Berlusconi, con il 28 per cento di gradimento.
Stabili Carlo Calenda e Giovanni Toti, con rispettivamente il 27 e il 25 per cento di preferenze. Nicola Fratoianni si trova all’ottavo posto con un gradimento pari al 25 per cento, Emma Bonino al nono con il 24 per cento.
In fondo alla classifica Vito Crimi e Maurizio Lupi, con il 20 per cento e Angelo Bonelli, con il 17. All’ultimo posto Matteo Renzi, stabile al 12 per cento.

(da agenzie)

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