Destra di Popolo.net

STOP AI TRASFORMISTI, TOGLIENDOGLI IL MALLOPPO: LA PROPOSTA DI ENRICO LETTA PER FERMARE I CAMBI DI CASACCA IN PARLAMENTO

Marzo 20th, 2021 Riccardo Fucile

CHE SE NE VA DA UN GRUPPO FINISCE TRA I “NON ISCRITTI” SENZA PRENDERE SOLDI, COME AVVIENE NELLA UE

La richiesta è arrivata giovedì pomeriggio, l’incontro si dovrebbe tenere forse già  lunedì: sarà  in quella sede che il nuovo segretario del Pd Enrico Letta presenterà  alla presidente del Senato Maria Elisabetta Casellati la sua proposta di modifica dei regolamenti parlamentari in chiave “anti-trasformismo”.
Letta ne ha già  parlato con il presidente della Camera Roberto Fico ma la vera moral suasion dovrà  farla sulla seconda carica dello Stato perchè è il Senato l’ala del Parlamento che in questi anni ha creato più problemi ai governi — basti pensare solo a quello di Giuseppe Conte caduto per 18 senatori di Italia Viva — per le maggioranze più risicate rispetto a Montecitorio.
Ognuna delle due Camere ha la facoltà  di approvare un proprio regolamento e l’occasione arriverà  presto: il Parlamento dovrà  modificare i regolamenti alla luce del taglio degli eletti che, dopo la vittoria del “Sì” al referendum, dalla prossima legislatura passeranno da 945 a 600. Ed è in quel contesto — si dovranno tarare nuove soglie per le votazioni, lo scrutinio segreto e le maggioranze — che il segretario del Pd ha intenzione di incidere: “Ora il trasformismo parlamentare deve finire” ha detto domenica nel suo discorso di insediamento.
La bozza Il modello è quello del parlamento europeo
Per redigere la proposta si stanno muovendo gli esperti in materia del Pd insieme a quelli della giunta per il Regolamento del Senato che stavano già  discutendo su come cambiare i testi per dare attuazione al taglio dei parlamentari.
L’obiettivo lo ha indicato Letta nella conferenza con la stampa estera: “I cambi di casacca e il gruppo Misto non sono capiti all’estero” ha detto il segretario dem. La proposta non andrà  a imporre divieti o forzature che rischiano di collidere con il divieto di mandato imperativo dell’articolo 67 della Costituzione ma si baserà  sul principio del “disincentivo” a cambiare gruppo: chi lo farà , nel corso della legislatura, non conterà  più niente in termini politici e soprattutto economici.
La proposta si ispira al regolamento del Parlamento Ue dove il gruppo Misto non esiste e gli eurodeputati che non vogliono iscriversi ad alcun gruppo o decidono di andarsene finiscono tra i “non iscritti”. Completamente ininfluenti e senza potere politico. “Non iscritti” Non contano più e zero fondi pubblici.
In Italia il gruppo Misto — ormai ingrossato così tanto da diventare la quinta componente del Parlamento (78 alla Camera e 39 al Senato) — non si potrà  abolire ma la proposta del Pd prevede di permettere l’ingresso nel Misto solo all’inizio della legislatura nel caso in cui deputati e senatori eletti non riescano a raggiungere la soglia per formare un gruppo autonomo: il caso più tipico è quello di LeU che a inizio legislatura aveva 14 deputati e 3 senatori.
Nel corso della legislatura, però, chi deciderà  di cambiare gruppo finirà  nel limbo dei “non iscritti” senza la possibilità  di formare un gruppo autonomo perdendo tutti i benefici: non potranno partecipare alla conferenza dei capigruppo ma soprattutto non avranno quella quota di finanziamento pubblico che oggi permette loro di restare in piedi o di assumere personale, per esempio i collaboratori parlamentari.
In questo modo, sostengono dal Pd, i cambi di casacca sarebbero fortemente disincentivati: gruppi come Italia Viva o gli “Europeisti/Maie” senza i fondi farebbero difficoltà  a stare in piedi. Se i parlamentari “ribelli” decidessero di continuare a stare nel gruppo di appartenenza pur votando in dissenso, alla fine sarebbero espulsi tra i “non iscritti”.
Norma anti-Renzi Basta gruppi senza il simbolo.
Inoltre, il Pd è pronto a presentare anche una norma cosiddetta “anti Italia Viva”, per evitare che si ripeta un caso come quello di Renzi del 2019.
Il regolamento del Senato del 2017, rispetto a quello della Camera, prevede già  che non si possa formare un gruppo senza un simbolo che abbia concorso alle elezioni ma, per aggirare questa norma, nel Renzi e i suoi formarono Iv grazie all’apporto di Riccardo Nencini eletto con il simbolo del Psi.
Ora i dem vorrebbero stringere le maglie introducendo un principio: ci si potrà  spostare solo in gruppi che hanno presentato il proprio simbolo alle elezioni. Come fare? Almeno dieci senatori del gruppo devono aver corso alle elezioni con quel simbolo evitando l’apparentamento con singoli senatori come nel caso di Nencini.
A ogni modo, nuovi gruppi parlamentari si potranno formare con una soglia più bassa: dai 10 attuali a 7, proporzionalmente con la riduzione dei parlamentari.
Il progetto “anti voltagabbana” convince i costituzionalisti. Il professore dell’Università  Kore di Enna Salvatore Curreri spiega che “il trasformismo parlamentare è una malattia congenita del nostro sistema politico” e ritiene che disincentivare il cambio di casacca vada “nella giusta direzione”.
Ma ci vuole qualcosa in più: in primo luogo, spiega Curreri, si deve “alzare le soglie minime per formare un gruppo nuovo: non più 10 al Senato e 20 alla Camera ma un numero più alto”.
Curreri vorrebbe anche una soluzione politica: “Bisognerebbe fare come in Spagna: un patto anti-transfughi di tutte le forze politiche che si impegnano a non ricandidare chi cambia gruppo. Così i cambi di casacca diminuirebbero molto”.
Anche il professore di Diritto Costituzionale della Luiss Nicola Lupo pensa che il meccanismo di “incentivi e disincentivi” sia migliore di “norme draconiane che potrebbero andare a intaccare l’art. 67”: “Oggi abbiamo un regolamento che premia la frammentazione per cui un unico gruppo di centro conta meno di dieci piccoli gruppi — dice — vanno alzate le soglie per formare gruppi. Il problema è che molte scissioni sono l’effetto e non la causa della possibilità  di cambiare gruppo: se IV non avesse potuto formare un gruppo autonomo, la scissione ci sarebbe stata?”.
Il costituzionalista dell’Università  di Pisa Andrea Pertici pensa che la proposta dem “sia in linea con l’art. 67” ma il problema rischia di essere organizzativo: “Con 20-30 non iscritti i lavori parlamentari e le maggioranze rischiano il caos — spiega — è fondamentale alzare la soglia per evitare la formazione di nuovi gruppi”.

(da “Huffingtonpost”)

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DON BEN, CHI E’ IL VESCOVO AUSILIARE DI ROMA SCELTO DA PAPA FRANCESCO: “I POVERI CI INSEGNANO LA VITA”

Marzo 20th, 2021 Riccardo Fucile

IL PRETE DI STRADA SEMPRE ACCANTO AI POVERI: “E’ LA SCUOLA DEL VANGELO”

Una scelta rivoluzionaria e senza precedenti nella diocesi del Papa. Francesco ha nominato vescovo ausiliare di Roma per i migranti il sacerdote romeno Benoni Ambarus.
Don Ben, come ama farsi chiamare, ha 46 anni e dal settembre 2018 è direttore della Caritas diocesana.
In questo incarico è succeduto a monsignor Enrico Feroci, recentemente nominato cardinale, di cui è stato il numero due per alcuni mesi. La scelta di Bergoglio è altamente significativa perchè, proprio nella sua diocesi di Roma, ha voluto affidare a un giovane sacerdote la cura pastorale dei migranti promuovendolo all’episcopato.
Il segno eloquente di come Francesco, in questi otto anni di pontificato, ha decisamente cambiato i criteri per la scelta dei nuovi vescovi chiamando a questo incarico dei preti di strada.
Benchè nominato al vertice della Caritas diocesana dal cardinale vicario del Papa per la diocesi di Roma, Angelo De Donatis, in questi ultimi anni don Ben ha costruito un rapporto saldo e diretto con Bergoglio che fin dalla sua elezione al pontificato ha evidenziato il suo sentirsi prima di tutto vescovo della Capitale d’Italia.
Proprio rivolgendosi a Francesco durante l’assemblea diocesana del maggio 2019, don Ben aveva sottolineato che “la povertà  non è una passeggiata o un divertimento; è una realtà  che segna duramente e graffia nel profondo. Ma credo che non sia neppure una colpa che si deve tramandare di padre in figlio. E anche se attorno a noi ci sono voci che vorrebbero far spazio solo ad una lettura negativa sui poveri, voci che beffeggiano o addirittura ci accusano perchè ci dedichiamo agli ultimi, vorrei dire con forza: servire i poveri per noi è sempre occasione di ricevere una buona notizia in modo fresco e autentico!”.
E aveva spiegato il senso del servizio agli ultimi: “Loro ci insegnano il valore della vita, terrena ed eterna. Ci insegnano cosa significhi resilienza di vita, dignità  e capacità  di vivere con ciò che si ha. Sì, caro Papa, ci insegnano la vita”.
Don Ben è nato il 22 settembre 1974 a Somusca-Bacau in Romania. Nel 1990 entra nel seminario minore. Quattro anni dopo consegue la maturità  classica e nel 1996 entra nel seminario maggiore sempre in Romania. Alla fine di quell’anno arriva in Italia per completare gli studi presso il seminario romano maggiore e consegue il baccalaureato in teologia. Nel 2000 viene ordinato sacerdote, ma già  l’anno successivo rientra a Roma dove consegue la licenza in teologia dogmatica alla Pontificia Università  Gregoriana.
Dal 2001 al 2004 svolge il servizio di educatore al seminario romano maggiore. Dal 2004 è collaboratore parrocchiale a San Frumenzio di cui dal 2007 diviene viceparroco. Dal 2010 al 2012 è, invece, viceparroco di Santa Maria Causa Nostrae Laetitie. Nel 2012 diviene parroco dei Santi Elisabetta e Zaccaria, la prima parrocchia romana a ricevere la visita pastorale di Bergoglio appena due mesi dopo la sua elezione, il 26 maggio 2013.
Infine, nel 2017, la nomina a vicedirettore della Caritas di Roma di cui l’anno successivo diviene direttore.
“Sono consapevole — disse don Ben in quell’occasione — di arrivare a svolgere un servizio impegnativo e delicato con la certezza di poter contare sull’esperienza e la dedizione di molti operatori, volontari e di tutti i poveri. L’esperienza di vicedirettore, vissuta negli ultimi mesi, è stata per me la scuola del Vangelo della vita attraverso gli occhi e il cuore dei poveri. La Caritas continuerà  il suo percorso al fianco delle tante comunità  parrocchiali e di tutto quel vasto mondo della chiesa di Roma in cui la carità  si realizza attraverso la difesa della dignità  e della giustizia: esperienze che sempre più debbono operare in comunione”.

(da agenzie)

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MARINE LE PEN ORA SI TRAVESTE DA ECOLOGISTA DOPO AVER IN PASSATO DEFINITO L’AMBIENTE “ROBA DA SNOB DI SINISTRA'”

Marzo 20th, 2021 Riccardo Fucile

COSA NON SI FA PER UNA POLTRONA… SECONDO GLI ULTIMI SONDAGGI PERO’ MACRON LA BATTEREBBE ANCORA AL BALLOTTAGGIO

Sorridente e con l’aria di una che sta affermando la cosa più ovvia del mondo, Marine Le Pen è comparsa qualche giorno fa in televisione e ha detto: “Io penso che vincerò le elezioni presidenziali, ed è la mia responsabilità  rassicurare i francesi. Su di me hanno sentito molte cose false e caricaturali. Mi resta un anno per far capire il mio progetto che non è solo ragionevole ma ridarà  senso alla politica”.
Il papà  Jean-Marie, storico leader dell’estrema destra patriottica e colonialista, non aveva mai pensato fosse suo dovere “rassicurare” ma piuttosto terrorizzare gli elettori scommettendo sul voto della paura. E anche adesso, a 93 anni, interrogato dalla stessa BFM Tv, dichiara irriducibile: “Marine non deve cedere all’attrazione centrista”.
Ma la figlia, che ha costruito il suo successo su una linea di continuità -discontinuità  dall’ingombrante papà , tanto per cominciare propone un referendum sull’ecologia, anzi un contro-referendum, dal momento che anche il presidente della Repubblica Macron ne sta proponendo uno per “costituzionalizzare” le buone intenzioni della stagione verde ora appannata dall’emergenza.
Si pensa che sull’ambiente – esiti della pandemia a parte – si giocherà  la battaglia più simbolica del 2022.
Ne esce un quadretto eco compatibile e sostenibile del lepenismo. Quindici domande, un po’ tecniche un po’ no, sullo sfondo un’ecologia “paysanne”, popolare e populista, contro l’eolico, iconica battaglia del Front National, da sempre a favore del nucleare nazionale a suon di dati, nell’immancabile confronto-scontro con la Germania, raffigurata come il rovescio della Mecca della politica verde: la Francia delle centrali atomiche scarica nell’atmosfera ogni ora 7.500 tonnellate di CO2, la Germania 36 mila…
Per la Le Pen il progetto costituzionale macronista di “protezione dell’ambiente e della diversità  biologica dai cambiamenti climatici” sono soltanto parole vuote. È lei a riempirle di contenuti con le sue allusive contro-domande. Volete che tutti i prodotti alimentari siano etichettati in modo dettagliato? La Francia deve continuare a investire nel nucleare, la sola energia libera dall’inquinante carbone? Siete favorevoli a sospendere l’installazione di nuovi grandi supermercati? Siete favorevoli a vietare l’importazione di prodotti agricoli manifatturieri la cui produzione è vietata in Francia? Eccetera, eccetera.
Se alcune di queste questioni possono sembrare tecniche, lo sfondo è chiaro e traducibile per tutti, il sostegno alle piccole patrie, a un’economia di produzione e consumo locale, essendo “il localismo” lo slogan che ha ormai guadagnato la stessa importanza di sicurezza e immigrazione nelle gerarchie politiche lepeniste. “On est chez nous”, siamo a casa nostra.
Ha detto Marine Le Pen di essere rimasta molto colpita da un recente sondaggio in cui una grande parte di francesi dichiara di sentirsi “isolata” e di non appartenere a nessuna comunità , nemmeno quella nazionale: “Ecco, il mio obiettivo è di rassicurare questi francesi. E faccio mio lo slogan dei tifosi del Liverpool: non camminerete mai soli”. (Naturalmente lo dice in francese, l’originale è: You’ll never walk alone).
Fino a un paio di anni fa il partito di madame Le Pen considerava ecologia e ambientalismo “roba da bobò” e cioè buona per gli snob della sinistra parigina, agiati progressisti immaginari. La svolta ambientalista dell’estrema destra è diventata definitiva dalle europee dell’anno scorso quando il Rassemblement National (questo è il nome attuale dell’ex Front lepenista) ha mandato a Strasburgo Hervè Juven, un sessantacinquenne uomo d’affari, autore Gallimard di saggi suggestivi su sensualità  e desiderio (in Italia Feltrinelli ha pubblicato il “Trionfo del corpo”) divenuto guru e teorico dell’ “ecologia identitaria”, un localismo giacobino già  attuato da qualche sindaco. Per esempio a Hènin Beaumont, nel Nord, in uno dei comuni simbolo vinti dall’ex Front, dove l’illuminazione di quasi tutti gli edifici è a led, un migliaio di alberi sono stati impiantati negli spazi pubblici e nei parchi si sperimenta la manutenzione degli spazi verdi con il pascolo libero delle pecore.
A questa sfida verde e femminile si sta avvicinando a piccoli passi la sindaca di Parigi Anne Hidalgo, eletta nel 2014 con il marchio del partito socialista, divenuto ormai un simbolo di antiquariato politico, al punto che alle municipali dell’anno scorso la sindaca si è presentata con la lista “Paris en commun”, liberata da tossici riferimenti al passato novecentesco e idealmente proiettata sull’idea della difesa dei “beni comuni”, aria, acqua, ambiente in generale.
Piste ciclabili non solo sui boulevards, i quai della Senna vietati al traffico, scooter e monopattini elettrici ovunque. Hidalgo annuncia oggi sul Journal du dimanche la pubblicazione della sua agenda che tutti considerano   l’anticipazione dell’annuncio della candidatura all’Eliseo (nelle à‰ditions de l’observatoire sono già  usciti “Respirare” e “I luoghi del possibile”) che procede secondo il suo “ritmo”.
L’altro giorno ha presentato a un quotidiano del Nord, vale a dire nelle terre di Marine, la piattaforme di “Idèes en commun”, la rete che la sostiene è inevitabilmente quella dei sindaci socialisti, alcuni dei quali autentici “elefanti” del vecchio partito come Martine Aubry a Lille o Franà§ois Rebsamen a Digione.
Ma intanto lei si tiene al passo con i tempi e fa approvare dal Consiglio di Parigi la “Carta per la telefonia mobile” per regolare le installazioni del 5G, tema oggi molto sensibile. Hidalgo lo definisce il regolamento più “protettivo” d’Europa, secondo le richieste della Convenzione cittadina dei 150 estratti a sorte, istituita da Macron nel 2020 per sperimentare forme nuove di democrazia deliberante.
Dopo la crisi dei gilets gialli, il governo della pandemia ha rivelato la fragilità  di un sistema presidenziale che appariva invece stabile nella forma gollista della Quinta Repubblica. Christian Salmon, lo studioso dello storytelling e del grottesco in politica (ultimo libro La Tyrannie des buffons) ha spiegato così su slate.fr il momento: “Il declino della sovranità  ha prodotto un nuovo tipo di presidente che non sembra più capace di reagire. È diventato il commentatore di una situazione che gli è sfuggita di mano, prodotta da un duplice fenomeno: una governance senza sovranità  e un democrazia senza deliberazioni”. Lo zigzag della politica di Macron nell’ultimo anno lo dimostra: mentre la Le Pen diventa centrista e moderata – ha scritto il Financial Times –   il presidente perde lo zelo riformista.
Secondo l’ultimo sondaggio Ifop pubblicato venerdì, Macron vincerebbe ancora 53 a 47 contro la Le Pen (nel 2017 fu 66 a 33), mentre nella sfida tra signore Anne Hidalgo perderebbe di misura, 51 a 49. Ma il dato più impressionante di tutte le ultime inchieste d’opinione è la quantità  di cittadini che non si sente più rappresentata da nessuno

(da “Huffingtonpost”)

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CENTINAIA DI NO MASK E NO VAX IN PIAZZA A TORINO SENZA MASCHERINE: “DITECI COSA METTETE NEL VACCINO”

Marzo 20th, 2021 Riccardo Fucile

MANIFESTAZIONE NON AUTORIZZATA, COSA ASPETTA LA POLIZIA A CARICARE E FERMARE QUESTI SOGGETTI?

Centinaia di No Mask e No Vax si sono radunati oggi, 20 marzo, in piazza Carignano e in piazza Castello, nel cuore di Torino. «Diteci cosa ci mettete dentro il vaccino» contro il Coronavirus, hanno urlato mentre nessuno di loro portava con sè la mascherina.
I manifestanti si sono dati appuntamento tramite alcuni gruppi su Telegram, diversi di loro accompagnati anche dai bambini. Nel corso del pomeriggio, sono andate in scena due manifestazioni parallele: il Revolution Day e il World Wide Demo Torino 2021. I partecipanti hanno recitato gli stessi slogan: «Siamo qui per i diritti e per la libertà ».
Oltre quaranta multe, ferito un agente
Poi sono scattate decine di sanzioni. In 24 sono stati multati perchè senza mascherina e 20 perchè arrivati da altri Comuni, violando le norme anti-Covid.
Ad essere multata anche l’organizzazione degli eventi. Un uomo è stato anche denunciato per resistenza a pubblico ufficiale: il 36enne si è rifiutato di fornire i documenti agli agenti e ha fatto resistenza quando l’hanno afferrato per portarlo in questura. Nelle tensioni che ne sono scaturite, un agente è rimasto ferito a una mano ed è stato accompagnato in ospedale.
Per la Questura la manifestazione non è stata autorizzata
Marco Liccione, operaio di 31 anni con un recente passato in Fratelli d’Italia, ha preso il microfono per primo. Lui che durante il primo lockdown aveva già  cercato di organizzare cortei di protesta. «Chi ha organizzato? Meglio tacere. Nessuno si può prendere la paternità  di questa iniziativa perchè c’è il rischio di finire in prigione. Ma le autorizzazioni ci sono» ha detto Liccione, anche se le forze dell’ordine la pensano diversamente. La Questura nega di avere dato il permesso.
Quando gli è stato fatto notare che i contagi continuano ad aumentare e le terapie intensive sono sempre più affollate, Liccione ha risposto sostenendo che quelle sono «invenzioni mediatiche».
Nella folla anche due dipendenti in divisa di Fs (senza mascherina)
Ad animare la folla anche il giurista Ugo Mattei, professore di diritto privato nel capoluogo piemontese, che ha parlato di «giuste perplessità  e critiche radicali alla gestione della pandemia». Identificate dalla Digos anche due dipendenti, in divisa, di Ferrovie dello Stato, in mezzo alla manifestazione: sono state invitate a indossare la mascherina. «Abbiamo finito di lavorare e siamo venute qui», hanno risposto.

(da agenzie)

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REGIONE LOMBARDIA, A CREMONA NON PARTONO GLI SMS PER GLI ANZIANI DA VACCINARE: I MEDICI CI SONO, I VACCINANDI NO

Marzo 20th, 2021 Riccardo Fucile

MESSE A RISCHIO 500 DOSI… “FOLLE, MANCA UNA STRATEGIA, DALLA REGIONE TANTI PROCLAMI E POI SOLO DISGUIDI”… CASI SIMILI ANCHE A COMO E IN BRIANZA

Medici pronti a vaccinare ma mancano i destinatari delle dosi. Succede a Cremona «dove l’Asst ha rischiato di buttare via circa 500 dosi di vaccino anti-Covid, destinati agli over 80, perchè nessuno degli aventi diritto ha ricevuto il messaggio per la convocazione nell’hub».
A denunciarlo è Attilio Galmozzi, medico di pronto soccorso che ha portato a galla quanto successo oggi a Cremona (e non solo, visto che si sono registrati casi simili anche in Brianza e a Como).
«Stamattina i miei colleghi, intorno alle 8.30-9, hanno capito che qualcosa non andava — dice a Open Galmozzi -. Non si è presentato praticamente nessuno (solo 80 su 600 aventi diritto, ndr). Così, anche tramite le istituzioni locali, hanno iniziato a spargere la voce e con il tam tam si sono presentate centinaia di persone, anche in un numero maggiore rispetto alle dosi disponibili, al punto che l’Asst ha dovuto mandarne via qualcuno». Un vero e proprio caos, «una follia che evidenza una mancanza di strategia da parte di Regione Lombardia», aggiunge.
«Abbiamo rischiato di buttare via migliaia di euro»
«Oggi abbiamo rischiato di sperperare migliaia di euro perchè, è bene che si sappia, se i vaccini vengono scongelati vanno utilizzati entro 6 ore, altrimenti vanno buttati via», dichiara Galmozzi a Open.
E lui lo sa bene visto che è volontario vaccinatore a Crema (dove è anche assessore comunale): «Da noi la situazione è seria, non è più sotto controllo pur non essendoci i numeri di marzo o aprile dello scorso anno, quando l’Italia è andata in lockdown».
In Lombardia, la campagna vaccinale prosegue tra polemiche e problemi al sistema come è accaduto oggi. Un intoppo che è riconducibile alla piattaforma Aria, la società  che gestisce per la Regione le prenotazioni per i vaccini. «Tante conferenze stampa, tanti proclami e poi solo disguidi.
Senza considerare, poi, gli over 80 rimbalzati da un posto all’altro, anche a distanza di 80-100 km, con comunicazioni che arrivano persino la notte prima dell’appuntamento. C’è gente che da Crema viene spostata a Mantova, altri a Casalmaggiore», spiega Galmozzi.
In questo caso — dichiara a Open Piloni, consigliere regionale in Lombardia, tra i primi a sollevare il caso Cremona — si è evitato il peggio solo perchè «il territorio è riuscito ad auto-organizzarsi per sopperire da una parte alla mancanza della Regione Lombardia e dall’altra per evitare in tutti i modi di sprecare dosi preziosissime. Merito del sindaco, dei sanitari e dei volontari che hanno recuperato subito la situazione».

(da agenzie)

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NOVE SETTIMANE E MEZZO

Marzo 20th, 2021 Riccardo Fucile

DUE MESI PER FOTOCOPIARE IL DECRETO RISTORI DI CONTE E CHIAMARLO SOSTEGNI

No, dà i, sarà  uno scherzo, non può essere vero.
La maggioranza di extralarge intese impiega due mesi a fotocopiare e ritoccare il dl Ristori scambiandolo per nuovo solo perchè lo chiama Sostegni; e poi, proprio sul filo di lana, si blocca per altre 3 ore.
Il Governo dei Migliori litiga su un condonetto come un qualsiasi governo dei peggiori.
Il premier Migliore convoca la stampa per la prima volta in un mese alle 17.30 e poi si presenta alle 20 col favore delle tenebre e a favore di tg, come il Conte Casalino (avvertire Mieli).
Intanto il suo staff s’arrampica sugli specchi delle nuove misure anti-Covid (al posto del decreto Draghi e del Dpcm Draghi in scadenza il 6 aprile) per trovare strumenti normativi diversi dal Dpcm: sennò poi dicono che è tutto come prima e Cassese s’incazza (e, tra i Cassesi che s’incazzano e i giornali che svolazzano, sono cassi).
Così si pensa a un secondo decreto. Ma c’è un problema: essendo impossibile convertire in legge il primo dl Draghi entro il 6, farne un secondo che assorbe e supera il primo significa impedire al Parlamento di discutere il primo e passare al secondo, semprechè si faccia in tempo a discutere il secondo prima che sia sostituito dal terzo, ad libitum.
Perciò il governo dei peggiori faceva un decreto e poi vari Dpcm attuativi, illustrandoli al Parlamento ogni 14 giorni. Cosa impossibile coi dl perchè, prima che ne venga convertito uno in 60 giorni, ne arriva un altro al posto, e poi chi lo sente Cassese?
Dunque i cervelloni di Palazzo Chigi pensano a un’ordinanza di Speranza, che però sarebbe molto meno democratica e garantista di un Dpcm: la farebbe solo il ministro della Salute, anche su materie sociali ed economiche che competono ad altri; invece il Dpcm lo firma il premier, ma “sentiti i ministri competenti e la Conferenza Stato-Regioni”, che invece sarebbero tagliati fuori da un’ordinanza Speranza.
Voi direte: ma con 400 morti al giorno, boom di ricoveri e terza ondata ti scaldi tanto per così poco? Non è per me.
È per le ministre italovive, anzi per l’unica superstite: Elena Bonetti. Nove settimane e mezzo fa lasciò il governo precedente con “Teresa” e “Ivan” perchè “non vogliamo renderci complici di delegittimare il metodo democratico”, del “mancato rispetto delle forme parlamentari”, delle “mancate convocazioni del pre-Consiglio” dei ministri, dell’“abitudine di governare con decreti” e dell’“utilizzo ridondante del Dpcm”, per non parlare della “scelta di non accedere al Mes”.
Ora, siccome i decreti e i Dpcm continuano, il pre-Consiglio non c’è stato neppure ieri e il Mes è sparito dai radar, non vorremmo che la Bonetti ci lasciasse di nuovo. O che l’Innominabile la ritirasse.
O, peggio, che tutto ciò fosse già  accaduto e nessuno se ne fosse accorto.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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RENZI HA SALTATO QUASI IL 60% DELLE VOTAZIONI IN SENATO

Marzo 20th, 2021 Riccardo Fucile

ASSENTE O “IN MISSIONE”, I DATI UFFICIALI DI OPENPOLIS: SU 6.321 VOTAZIONI PRESENTE SOLO A 2.611

Matteo Renzi è pronto a ripartire per un nuovo viaggio che lo porterà  in Senegal e in Kenya. Stavolta, il senatore non ha in programma di partecipare ad alcuna conferenza retribuita, ma parte per mantenere e rinsaldare il capitale di rapporti personali e relazioni istituzionali che si è costruito nel corso della sua carriera politica.
Nonostante la pandemia di Covid-19 ancora in corso e le polemiche scatenate dalle sue ultime trasferte in Arabia Saudita e negli Emirati Arabi,il leader di Italia Viva è dunque deciso a proseguire le sue numerose trasferte all’estero, le quali, ovviamente, hanno un costo. Non ci riferiamo alle spese, ma al costo in termini di tempo
A confermarlo sono i dati sulle presenze e le assenza di Matteo Renzi al Senato per il suo ruolo di parlamentare. Questi lo vedono assente o “in missione” a quasi il 60 per cento delle votazioni.
Come risulta dai dati di Openparlamento, che registra le presenze e i rispettivi voti dei senatori, su 6.321 votazioni elettroniche complessive da inizio legislatura, Renzi è stato presente a 2.611 (il 41,3 per cento). Risultava invece assente a 2.520 (il 39,8 per cento). Infine, era in missione (ovvero impegnato in altri compiti istituzionali) durante le altre 1.190 votazioni (il 18,8 per cento).
Come spiega il sito di Openpolis, “un parlamentare può essere in missione per incarico ricevuto dalla camera o dal senato (solitamente se componente dell’Ufficio di Presidenza, Presidente di una Commissione parlamentare o Capogruppo) o se membro del governo. Per poter essere considerati in missione, i parlamentari devono inoltrare una comunicazione al servizio assemblea della propria camera di appartenenza. La missione è poi autorizzata dal Presidente dell’aula”.
Tra le assenze di Renzi, anche alcuni voti che Openparlamento definisce come “voti chiave” (ovvero le votazioni più importanti della legislatura sia per la rilevanza della materia trattata, sia per il valore politico del voto).
Alcuni esempi relativi alle ultime votazioni chiave: Renzi era assente al voto di fiducia per il decreto riorganizzazione Coni, così come al voto per la conversione del decreto di proroga dello stato di emergenza e a quello di fiducia per il decreto milleproroghe 2021. Era presente in occasione del voto di fiducia per il governo Draghi al Senato (dove ha votato a favore), mentre era assente alla conversione del decreto Natale bis.

(da TPI)

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LITE TRA SOVRANISTI: STORACE ABBANDONA LA MELONI E SOSTIENE SALVINI

Marzo 20th, 2021 Riccardo Fucile

“LEI DICE MAI CON I CINQUESTELLE E POI SI PRENDE TRE GRILLINI NEL GRUPPO”… “DRAGHI STA FACENDO COSE CHE PIACCIONO A DESTRA” (I CONDONI AGLI EVASORI SERIALI INFATTI SONO UN ESEMPIO)

Lite all’estrema destra: e stavolta l’ex missino Storace se la prende con l’ex missina Giorgia Meloni. L’oggetto del contendere è il governo Draghi.
Ha detto l’esponente della destra: “Draghi sta facendo cose che piacciono a noi di destra: ha rivoluzionato il Cts, ha cacciato Arcuri, ora rottamerà  le cartelle esattoriali al di sotto dei cinque mila euro…E’ in totale discontinuità  con la sinistra. Draghi è Draghi. Ma la destra non può che stare con lui”.
“Non voglio polemizzare, ma non capisco più cosa fa la Meloni. E’ il leader di una forza che prende il 15 o il 20 per cento. E i voti si raccolgono per governare. Poi lei dice ‘mai con i 5 stelle’, e intanto oggi s’è presa tre grillini nel gruppo di Fratelli d’Italia. Boh. Sta giocando a dare più fastidio alla destra che alla sinistra. Io è alla sinistra nel pallone che romperei i coglioni”, spiega ancora.
“Se ti senti un peso, la famiglia la lasci”, dice Storace, “senza polemiche, forse con un po’ di delusione, ma comunque senza rancori”.
Storace sottolinea ancora: “Con Draghi, Salvini è tornato centrale. Prima aveva i voti ma era periferico”. Da FdI, “sono stato escluso. Non mi veniva nemmeno consentito di dire che secondo me stavano sbagliando. E non solo su Draghi”.

(da agenzie)

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L’ULTIMA DEL VICE-SINDACO LEGHISTA DI FERRARA: METTE ALLA GOGNA I SENZATETTO MULTATI DALLA POLIZIA

Marzo 20th, 2021 Riccardo Fucile

CHI PENSAVA CHE NAOMO LODI AVESSE TOCCATO IL FONDO SI DEVE RICREDERE

Naomo Lodi colpisce ancora. L’ultima del vicesindaco di Ferrara è pessima persino per i suoi standard non esattamente british: Lodi ha pensato bene di pubblicare sulla propria pagina Instagram le immagini di un senzatetto mentre viene multato — per la seconda volta in pochi giorni — dalla polizia municipale, esponendo l’uomo a una vergognosa gogna social.
A denunciare tutto è il Partito Democratico della città  estense, che affida ai social — questa volta a Facebook — tutta la propria indignazione.
“Succede oggi a Ferrara, pieno centro. Nicola Lodi, Vicesindaco, pubblica sulla propria pagina Instagram la foto di un senzatetto mentre viene identificato dalla Polizia Municipale. Il tutto ovviamente per rendere evidentemente riconoscibile il soggetto fermato e per dare in pasto la notizia agli haters che trovano puntualmente spazio sotto i sui post.
Per discutere di come sia possibile che un “rappresentante delle istituzioni” possa divulgare sui propri canali foto di persone soggette ad operazioni di polizia vi sarà  tempo. E certamente non abbiamo bisogno di chiedergli dove sia la sua umanità , perchè in questi anni è riuscito a tenerla ben nascosta.”
Dal pass per disabili alla casa popolare, chi è Naomo Lodi
Naomo Lodi è già  noto al grande pubblico per un curriculum imbarazzante persino per un esponente della Lega.
Prima delle elezioni Regionali in Emilia-Romagna, il buon Naomo si era presentato davanti alle telecamere facendo a tutta la sinistra un gesto che nel raffinato linguaggio dei segni significa pressapoco “Vi faremo un culo così”. Poi sappiamo tutti com’è andata a finire.
Non tutti però conoscono e apprezzano la lunga serie di vicende (molto poco politiche) che hanno visto protagonista Lodi.
Nell’ordine: cinque condanne in patteggiamento per furto, usurpazione di funzioni pubbliche, sottrazione di cose pignorate e manifestazione non autorizzata; si è scoperto che viveva in una casa popolare, nonostante un reddito percepito di 3400 euro al mese; non pago, è stato pizzicato ad utilizzare regolarmente un pass per disabili, nonostante abitualmente corra, vada in bici e sollevi pesi.
Nonostante tutto questo, non solo Lodi è ancora lì, ma passa pure il suo tempo a umiliare anziani e senza fissa dimora in nome di un decoro che lui per primo ha calpestato a più riprese.
“Quello che è assolutamente inaccettabile, tuttavia, è l’uso distorto e denigratorio che Lodi fa di materiale che la sua coscienza, prima che il diritto, gli dovrebbe impedire di divulgare per alimentare odio e cattiveria. Spiace doverlo ricordare a Lodi, che come il capo Salvini è sempre pronto a dimostrarsi forte solo con i deboli: in Italia vige ancora lo stato di diritto che comporta la protezione dei dati individuali dei cittadini, soprattutto quando sono soggetti a operazioni delicate e serie come quelle che attua la Polizia. Non siamo l’Ungheria di Orban” conclude il post del Partito Democratico ferrarese.

(da agenzie)

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