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AFFARI SPORCHI SUL COVID, IN LOMBARDIA AIUTI DI STATO INCASSATI DA 600 AZIENDE VICINE AI CLAN: ECCO DOVE VANNO A FINIRE I CONTRIBUTI CHE TUTTI RECLAMANO

Aprile 14th, 2021 Riccardo Fucile

IL CASO RIVELATO DAL CAPO DELLA DDA DI MILANO: “AVEVANO L’INTERDITTIVA ANTIMAFIA MA BASTAVA UN’AUTOCERTIFICAZIONE PER FARE LA RICHIESTA”

I peggiori sospetti hanno trovato una delle peggiori conferme. Dall’inizio dell’emergenza coronavirus e della conseguente crisi economica, più volte i magistrati hanno lanciato l’allarme sulle possibili infiltrazioni mafiose, specificando che i clan non si sarebbero lasciati sfuggire l’occasione di mettere le mani sui finanziamenti diretti alle aziende in difficoltà, concessi con la sola autocertificazione, e che gli argini posti per evitare simili fenomeni erano troppo deboli.
Il dibattito a livello parlamentare che ne è conseguito non ha portato a mettere a punto un sistema efficace di controlli, sono spuntati fuori i primi casi di illeciti ed ecco ora che il capo della Direzione distrettuale antimafia di Milano, Alessandra Dolci (nella foto), succeduta a Ilda Boccassini, ha rivelato che ben 600 aziende colpite da interdittive antimafia – perciò ritenute vicine o collegate ai clan – si sono insinuate nei decreti emergenziali e dunque in sostanza arricchite con quel denaro pubblico che doveva invece andare soltanto all’economia sana.
IL PUNTO.
“Io non so che cosa accadrà con il fiume di denaro del Recovery Fund, però posso dire quello che sta succedendo con i soldi immessi nel nostro circuito economico dai vari decreti, come il Cura Italia, il Rilancio o il Liquidità. Nonostante il momento di crisi che stiamo vivendo – ha specificato il magistrato antimafia intervenendo durante il webinar “Recovery Fund. Il rischio criminale”, organizzato dal circolo “Enzo Biagi” a Milano – sono state create incredibilmente tante nuove aziende, altre hanno semplicemente cambiato la compagine societaria. Questa fibrillazione è dovuta al fatto che almeno una parte di queste imprese è stata creata ad hoc per beneficiare di questi finanziamenti del sistema bancario”.
Il numero uno della Dda di Milano ha quindi aggiunto che sono state appunto censite oltre 600 società colpite da interdittive antimafia, quelle dunque a cui è vietato di avere contatti con la pubblica amministrazione, che hanno chiesto finanziamenti o avuto accesso ai fondi, assicurando che lo ha rilevato nelle stesse indagini che sta conducendo sui clan che operano nel Nord del Paese.
Ancora: “In molti casi siamo arrivati in tempo e in altri casi i soldi sono stati erogati e “distratti”. Faremo le dovute contestazioni, anche se il denaro non sarà più recuperato”.
Sono in aumento “le proposte di acquisto” di società a prezzi bassi o addirittura stracciati e vi sono particolari “proposte di finanziamento”, come appurato anche da una recente rilevazione di Confcommercio.
“Abbiamo il tentativo della criminalità organizzata di rilevare attività – ha sostenuto Alessandra Dolci – soprattutto nella ristorazione, o piccole e medie imprese”, e “abbiamo l’aumento dell’usura”, un fenomeno “che crediamo sia molto presente anche nel contesto lombardo”.
Ora, per il magistrato, il prossimo grande rischio è tutto legato alla gestione dei soldi del Recovery, ribadendo che i clan della criminalità organizzata “ha una chiara ed evidente natura imprenditoriale, quantomeno nel Nord Italia”.
“Le contestazioni che stiamo facendo – ha aggiunto – riguardano reati fiscali, societari e di bancarotta. Questo significa che la criminalità si è perfettamente inserita nel mondo economico e fa sistema con un certo modo di essere imprenditore”. La coordinatrice dell’Antimafia di Milano auspica dunque un’intensificazione dei controlli, “rinforzando le Prefetture, i primi presidi di legalità”, e la sensibilizzazione di “tutti gli operatori economici tenuti a segnalare attività sospette antiriciclaggio”.
(da La Notizia)

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SCONTRO ERDOGAN-DRAGHI: CI SONO GLI STATI UNITI DIETRO LA CRISI DIPLOMATICA TRA TURCHIA E ITALIA

Aprile 14th, 2021 Riccardo Fucile

DRAGHI HA DETTO QUELLE PAROLE SU IMPUT USA: UN PRIMO “SILURO” PER FAR CAPIRE AD ERDOGAN CHE DEVE LASCIARE LA LIBIA

È stata quanto mai dura la risposta del presidente turco Recep Tayyip Erdogan al presidente del consiglio Mario Draghi. Quest’ultimo, nel corso di una conferenza stampa, nei giorni scorsi aveva chiamato “dittatore” il leader del paese mediorientale.
Da Ankara è arrivata la replica di Erdogan: “Le dichiarazioni del primo ministro italiano – si legge in una sua dichiarazione riportata dall’agenzia Anadolu – che ha definito il presidente turco dittatore, sono impertinenti e maleducate”.
Le parole non sono di circostanza ma aprono “ufficialmente” la crisi diplomatica con l’Italia. Il tutto, dopo il viaggio del Ministro degli esteri italiano Luigi di Maio in Turchia.
E non è solo un caso, spiegano ambienti del deep state tricolore: “Gli Stati Uniti vogliono stabilizzare la Libia e l’Italia di Mario Draghi è il partner prescelto per l’operazione. Erdogan nei giorni scorsi ha ricevuto il primo “siluro” via conferenza stampa sganciato dalla presidenza del Consiglio su input degli americani e adesso risponde al fuoco con la ‘contraerea’”.
Insomma, il “dittatore di cui c’è bisogno” ha mangiato la foglia, ha capito dove Italia e Stati Uniti vogliono andare a parare e non è intenzionato a starsene con le mani in mano. Soprattutto dopo il viaggio di Luigi Di Maio a Washington: “Condividiamo la preoccupazione per la presenza di forze straniere” in Libia, ha detto Di Maio dopo avere incontrato il sottosegretario di Stato Blinken.
Parole che evidentemente non sono state ben accolte nel paese anatolico dove Erdogan, a maggior ragione dopo l’incontro di Washington tra Ministri degli Esteri, ha tutti i motivi per cominciare a sospettare che quelle del presidente del Consiglio italiano non siano state parole “dal sen fuggite” ma facenti parte di una strategia ben precisa di matrice statunitense per buttarlo fuori prima dalla Libia e poi tentare di detronizzarlo in patria influenzando le prossime elezioni spalleggiando i partiti di opposizione.
(da TPI)

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L’ITALIA INTERCETTA I GIORNALISTI E LA LIBIA LIBERA E PROMUOVE IL CAPO DEI TRAFFICANTI ALLA GUIDA DELLA GUARDIA COSTIERA LIBICA

Aprile 14th, 2021 Riccardo Fucile

BIJA TORNA IN TRIONFO TRA I SUOI MILIZIANI, NONOSTANTE UN MANDATO DI CATTURA INTERNAZIONALE… I 5 MILIONI DI DOLLARI CON CUI L’ITALIA L’HA FINANZIATO

I giornalisti italiani intercettati perché testimoni scomodi, mentre a Tripoli viene scarcerato uno dei capi del traffico di esseri umani. Questo è il rapporto tra l’Italia e la “nuova Libia”. Una vergogna.
Che Nello Scavo, uno dei giornalisti intercettati, ricostruisce così in un articolo su Avvenire: “ “Prima ancora di venire scarcerato, il comandante Bija aveva già incassato la promozione al grado di maggiore della guardia costiera libica. E domenica, come oramai appariva scontato, Abdurhaman al-Milad è tornato trionfalmente per le strade di Zawyah, in un tripudio di abbracci, auto in corteo, danze e lodi ad Allah… Riabilitato con tanto di firma del procuratore generale di Tripoli, ora molti si interrogano sul futuro del guardacoste indicato dagli ispettori Onu alla testa del traffico di petrolio, armi ed esseri umani nel potente “mandamento” di Zawyah. Lì il capo dei capi è Mohamed Kachlav, anch’egli come Bija inserito nella lista nera di Onu, Unione Europea e Dipartimento di Stato Usa. Domenica Kachlav è apparso in quasi tutte le foto del redivivo al-Milad, a segnare l’inossidabile alleanza tra le tante famiglie della milizia, gestita secondo uno schema che prende a prestito l’organizzazione e i legami politici di Cosa nostra siciliana e l’apparente anarchia sul campo delle paranze di Scampia.
“Come se da noi la camorra fosse riconosciuta ufficialmente e si affiancasse apertamente alle istituzioni governative”, sintetizza da Roma un ammiraglio di lungo corso che mal sopporta i colleghi di Tripoli.
Sei mesi di carcere, per quella che da subito era apparsa come una consegna concordata, sono serviti a ripulire la fedina penale del poco più che trentenne Abduraman e accrescere il suo carisma tra i miliziani di al-Nasr, il clan pagato per sorvegliare la raffineria di Zawyah,, il porto petrolifero di cui Bija è stato il supervisore, e il campo di prigionia ufficiale diretto dal cugino Osama, descritto dai magistrati italiani come “il peggiore” di tutti i torturatori finora identificati. Tre scagnozzi nordafricani di Osama un anno fa sono stati condannati a 20 anni di carcere ciascuno dal Tribunale di Messina.
Doveva rispondere dell’accusa di traffico di esseri umani e contrabbando di petrolio. Ma la procura lo ha rilasciato per mancanza di prove. ‘Le prove sono in fondo al Mar Mediterraneo e in molti Paesi europei’, ha reagito Vincent Cochetel, inviato speciale dell’alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr-Acrnur)
A ottenere nell’ottobre scorso l’arresto di Bija era stato il ministro dell’Interno Fathi Bashaga, che nelle scorse settimane ha denunciato un attentato da parte delle milizie di Zawyah. I misteri di Bija non sono pochi. E non sono neanche pochi quanti in Italia temono che possa vuotare il sacco.
Ricatti incrociati che il miliziano guardacoste ha saputo fino ad ora padroneggiare. La settimana scorsa il premier Mario Draghi aveva elogiato l’operato della cosiddetta guardia costiera libica. Ma dopo avere creato imbarazzo ai governi Conte e Gentiloni, al-Milad ora riesce a fare altrettanto con l’esecutivo Draghi, che presto dovrà rifinanziare proprio i guardacoste tripolini..”.
Un po’ di storia.
Comandante delle brigate “Anas al-Dabbashi”, dal nome di un familiare martire della jihad, Ahmed al-Dabbashi detto “Ammu’” (lo zio), opera a Sabratha e fino al 2016 aveva saldi legami con lo Stato islamico in Libia, che dice di combattere mentre secondo il Palazzo di Vetro farebbe il doppio gioco. La sua è una delle famiglie più in vista del Paese. La rotta migratoria dal Niger è appannaggio dei suoi uomini che si occupano anche della sicurezza della Mellitah Oil&Gas, legata all’Eni. È accusato di guidare una rete di traffici sovranazionali di esseri umani, armi e greggio. A Zawiya controllerebbe spiagge per la partenza di migranti, case per la detenzione anche di minori e barche. Avrebbe sulla coscienza morti in mare e nel deserto.
Ed è da questo territorio che partivano, tra il 2016 ed il 2017, la gran parte dei barconi che in Italia hanno comportato numeri da record di sbarchi.
Un’emergenza, quella creata nel nostro Paese, che costrinse il governo Gentiloni a provare a correre ai ripari. E così, ecco che nella primavera del 2017 sotto la regia del ministro dell’Interno Marco Minniti iniziarono le trattative con Tripoli per provare a frenare il flusso migratorio. In questo contesto sono state poste le basi per il memorandum con la Libia, che ha previsto soldi al governo di Tripoli in cambio dello stop alle partenze
Un reportage della Reuters ha successivamente accusato il governo italiano di aver fatto finire quei soldi nelle casse dei clan che organizzavano i viaggi della speranza, che in molti casi si trasformavano in viaggi della morte. Tra questi, clan, ovviamente, figurava anche il gruppo degli al- Dabbashi. Roma ha sempre smentito, fatto sta che le partenze dall’autunno del 2017 sono diminuite ed a Sabratha è scoppiata una faida. Alcuni clan rivali degli al- Dabbashi hanno ingaggiato una vera e propria battaglia contro gli uomini di “ Ammu”.
La “Dabbashi &Co.”
I fratelli Dabbashi erano,e forse sono tuttora, i “re dei trafficanti” di esseri umani: Ahmad e Mehemmed erano infatti responsabili dell’80 % delle partenze di migranti dalle coste libiche in direzione Italia, un “affare milionario”. La quota minima da pagare per salire a bordo dei barconi della “Dabbashi & Co.” era 1000 dollari: questo il prezzo di un biglietto della speranza che tuttavia non comprendeva l’assicurazione sulla vita in caso di annegamento. Da trafficanti di esseri umani i fratelli Dabbashi sono diventati dei perfetti poliziotti anti-migranti, e lo dimostrano i numeri degli sbarchi che sono crollati notevolmente nel giro di pochi mesi. Per convincere l’impresa familiare a cambiare attività sono serviti 5 milioni di euro, gentilmente elargiti dal governo libico e forse quello italiano, con la promessa che Ahmad e Mehemmed ne usciranno puliti e le loro milizie verranno legalizzate. ”Chi avrebbe mai detto che in pochissimi anni sarebbe diventato il bandito più famoso della regione, contrabbandiere di petrolio e trafficante di esseri umani, sino a trasformarsi adesso in poliziotto anti migranti per eccellenza, che tratta con il governo di Tripoli e persino con quello italiano ?” dice Mohammad, vecchio vicino di casa di Ahmad, ma sono in tanti a Sabratha a condividere queste parole.
Relazioni pericolose
Come ricorda l’Agenzia Nova, la famiglia Dabbashi è uno dei clan più noti di Sabratha. Uno zio di Fitouri Dabbashi, -il capo clan morto in uno scontro a fuoco l’11 settembre 2019 ad Ain Zara, a sud di Tripoli- Ibrahim al-Dabbashi, è stato ambasciatore alle Nazioni Unite. Il fratello di” al-Ammu”, Emhedem, guida la Brigata 48, forza nata da un accordo con il ministero della Difesa e che, secondo fonti libiche riportate da L’Espresso, aveva come unico scopo quello di proteggere gli interessi di “Al-Ammu “e gestire la sicurezza al compound di Mellitah, joint venture tra Eni e la società petrolifera nazionale libica Noc. Non è chiaro, invece, quale sia stato il ruolo della famiglia nel sequestro dei quattro tecnici italiani della Bonatti nel 2015, due dei quali morti nella sparatoria per la loro liberazione.
Segreti inquietanti
Quattordici settembre 2017. Fra i trafficanti libici e l’Italia sono stati stipulati piccoli accordi contro i migranti”. Dopo i reportage di Reuters e Associated Press anche Le Monde accende i riflettori sui motivi che starebbero dietro allo stop delle partenze di migranti dalle coste libiche. Il quotidiano francese dedica all’argomento il titolo di apertura dell’edizione del pomeriggio e le prime due pagine interne.
Le Monde spiega di aver parlato al telefono con una personalità di Sabratha, la città costiera della Tripolitania diventata l’hub principale del traffico di esseri umani in Libia. “C’è un accordo tra gli italiani e la milizia di Ahmed al-Dabbashi. L’ex trafficante oggi fa la guerra contro il traffico di esseri umani”, scrive il giornalista citando la fonte, che vuole rimanere anonima.
L’articolo spiega che “al-Dabbashi, soprannominato al-Ammu (lo zio), è il capo della brigata dei martiri Anas al-Dabbashi, che fino a luglio dominava il traffico di migranti da Sabratha”. Le informazioni coincidono con quelle contenute nel reportage di Associated Press e anche del Corriere della Sera. Una fonte di AP aveva definito al-Dabbashi e il fratello “i re del traffico” di migranti.
Abdel Salam Helal Mohammed, un dirigente del ministro degli Interni del governo di Tripoli che si occupa di immigrazione, ha raccontato che l’accordo è stato raggiunto durante un incontro fra italiani e membri della milizia Al Ammu, che si sono impegnati a fermare il traffico di migranti (cioè loro stessi o dei loro alleati, in sostanza). Dell’incontro aveva parlato anche la giornalista Francesca Mannocchi in un articolo pubblicato pubblicato da Middle East Eye il 25 agosto 2017, senza però trovare conferme ufficiali.
Anche il portavoce di Al Ammu, Bashir Ibrahim, ha confermato ad Associated Press che circa un mese fa, luglio 2017, entrambe le milizie hanno stretto un accordo “verbale” col governo italiano e quello di Sarraj per fermare i trafficanti. Sempre secondo Bashir, l’accordo prevede che in cambio del loro aiuto le milizie ottengano soldi, barche e quello che Associated Press definisce “equipaggiamento” (non è chiaro se si tratti o meno di armi).
Il servizio di intelligence della polizia locale ha spiegato al Corsera che “che ultimamente (lo “Zio,” ndr) avrebbe ricevuto almeno 5 milioni di euro dall’Italia, se non il doppio, con la piena collaborazione del premier del governo di unità nazionale riconosciuto dall’Onu, Fayez al Sarraj”.
L ’articolo, di AP, intitolato “Backed by Italy, Libya enlists militias to stop migrants”, attribuisce questa notevole diminuzione di arrivi ad un’intesa sottobanco tra il governo italiano e alcuni gruppi armati libici: “Il calo sembra essere in gran parte dovuto ad accordi con le due milizie più potenti della città occidentale libica di Sabratha”. Le due milizie in questione sono la Brigata 48 e la Brigata del martire Anas al-Dabbashi, guidate da due fratelli dell’influente clan al-Dabbashi.
“I funzionari della sicurezza e gli attivisti di Sabratha intervistati dall’AP hanno affermato che dirigenti italiani si erano incontrati con i leader della milizia”, si legge nello stesso articolo. Inoltre, sempre secondo la AP, “dal 2015 (quando Matteo Renzi era primo ministro, ndr), la sorveglianza del sito petrolifero di Melitah, dove opera l’Eni, è affidato alla milizia di al-Ammu”.
Da questo quadro remerge chiara l’ambiguità dello Stato italiano nei confronti della situazione in Libia. Questa ambiguità è stata evidenziata da un’inchiesta pubblicata il 4 ottobre di quest’anno dal quotidiano l’Avvenire intitolata “La trattativa nascosta.. Dalla Libia a Mineo, il negoziato tra l’Italia e il boss”. Da questa inchiesta risulta che l’11 maggio 2017 funzionari dello Stato italiano incontrarono rappresentanti delle autorità libiche per discutere del blocco delle partenze di profughi e migranti. Alla riunione partecipò Abd al-Rahman al-Milad, alias “Bija”, capo della Guardia costiera libica della zona Ovest
Quest’uomo è “accusato dall’Onu di essere uno dei più efferati trafficanti di uomini in Libia, padrone della vita e della morte nei campi di prigionia, autore di sparatorie in mare, sospettato di aver fatto affogare decine di persone, ritenuto a capo di una vera cupola mafiosa ramificata in ogni settore politico ed economico dell’area di Zawiya, aveva ottenuto un lasciapassare per entrare nel nostro Paese e venire accompagnato dalle autorità italiane a studiare il ‘modello Mineo’”, scrive Nello Scavo, autore dell’inchiesta.
Ora “Bija” è tornato in libertà. E addirittura promosso di grado in quell’associazione a delinquere denominata Guardia costiera libica. Un’associazione finanziata dall’Italia ed elogiata dal premier Draghi nella sua recente visita a Tripoli.
(da Globalist)

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SGARBI E LA CUNIAL PORTANO CONTE DAVANTI ALLA CORTE COSTITUZIONALE PER I DPCM: E PERDONO

Aprile 14th, 2021 Riccardo Fucile

DICHIARATI INAMMISSIBILI I LORO RICORSI

La Corte Costituzionale ha dichiarato inammissibili i conflitti di attribuzione tra poteri dello Stato promossi dal deputato Vittorio Sgarbi nei confronti del Presidente del Consiglio dei ministri, anche nella sua qualità di rappresentante del Governo, indicato in epigrafe. La decisione è arrivata ieri.
Sgarbi, insieme all’avvocato Alessandro Fusillo, aveva presentato ricorso contro Palazzo Chigi accusandolo di aver espropriato il Parlamento delle sue funzioni nell’emanazione dei Dpcm di contrasto all’emergenza sanitaria.
Ieri le due ordinanze depositate hanno dato torto sia a Sgarbi che a Cunial. Scriva Askanewn che secondo la Consulta “dalla medesima narrativa del ricorso emerge come non sia mancato il confronto parlamentare e come i deputati abbiano avuto la possibilità di esercitare le proprie funzioni costituzionali, nel corso dei ‘passaggi parlamentari’ principalmente in sede di conversione in legge dei decreti-legge indicati in ricorso”.
“La lamentata distorsione degli istituti previsti dagli articoli 76 e 77 della Costituzione, conseguente all’asserita ‘espropriazione’ della funzione legislativa nei termini prospettati in ricorso, – scrivono i giudici – sarebbe semmai idonea a menomare, in ipotesi, le attribuzioni dell’intera Camera cui appartiene il deputato ricorrente, posto che la funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere”.
Tra le motivazioni della Corte si legge anche che “in definitiva, è la prospettazione stessa del ricorrente ad attestare l’inesistenza di «violazioni manifeste delle prerogative costituzionali» poste a garanzia dello status dei parlamentari nell’ambito del procedimento legislativo (ordinanza n. 275 del 2019), e in particolare della facoltà, necessaria all’esercizio del libero mandato parlamentare (art. 67 Cost.), di partecipare alle discussioni e alle deliberazioni esprimendo «opinioni» e «voti» (ai quali si riferisce l’art. 68 Cost., sia pure al diverso fine di individuare l’area della insindacabilità delle funzioni parlamentari)”.
(da La Notizia)

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COPASIR: “PRONTO UN ACCORDO TRA FORZA ITALIA E MELONI”

Aprile 14th, 2021 Riccardo Fucile

COSA C’E’ DIETRO LE DIMISSIONI DEL FORZISTA VITO

La notizia era nell’aria già da ieri sera. Poco fa è arrivata la conferma: “Mi sono dimesso dal Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica” ha annunciato il deputato di Forza Italia (FI) e ormai ex componente del Copasir, Elio Vito, tramite un tweet sul suo profilo social.
“Non è più tollerabile, in un organo così importante ed in un momento così delicato, una situazione non corrispondente alla legge, con alla presidenza un esponente della maggioranza. Ma non ero io quello che si sarebbe dovuto dimettere”, conclude il deputato azzurro, facendo riferimento a Raffaele Volpi, il presidente del Comitato.
Tutto risolto, dunque? Manco per niente.
Zero le reazioni anche dal Quirinale, pure dopo l’appello di lunedì scorso di Giorgia Meloni per un suo intervento, sulla scia di quanto anticipato da TPI la scorsa settimana. “Il Colle non potrebbe mai mettersi contro i Presidenti di Camera e Senato” spiegano ambienti di altissimo livello istituzionale. Il problema però è che sia la Casellati che Fico hanno lasciato il pallino in mano ai partiti, il che in un paese come l’Italia equivale a dire “fate come vi pare”.
Ed ora? Si ritorna a guardare alla dimissioni odierne di Vito: “Se anche gli altri componenti del Copasir ora si dimettessero seguendone l’esempio” spiegano in Transatlantico “si potrebbe eleggere il nuovo Copasir magari proprio con Vito Presidente”. “A Giorgia piacerebbe, tra i due c’è un ottimo rapporto, sono molto amici e Vito è molto ben visto anche dal Quirinale” spiega chi conosce bene entrambi.
D’altra parte le sue dimissioni potrebbero finalmente sbloccare l’impasse. “E visto che nel nuovo Copasir la metà dei componenti andrebbe a Fratelli d’Italia sarebbe difficile per Giorgia Meloni sostenere di volere anche la Presidenza”.
Quindi darebbe luce verde ad un’accordo politico con Forza Italia, partito molto più “digeribile” della Lega dalle parti di Fdi. Per questo sono in molti a scommettere che la “mossa del cavallo” di Vito sia stata molto lungimirante.
(da TPI)

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“MIMMO LUCANO DEMOLITO IN ITALIA, MA IL SUO MODELLO AFFASCINA IL MONDO”

Aprile 14th, 2021 Riccardo Fucile

IL LIBRO SU RIACE TRADOTTO IN GIAPPONESE

A distanza di sei anni dalla pubblicazione in Italia, il libro di Antonio Rinaldis “Riace, il paese dell’accoglienza. Un modello alternativo di integrazione” (Imprimatur, 2016), riprende il suo cammino in Giappone.
Nella prefazione all’edizione nipponica del volume si legge: “Riace è un piccolo villaggio della costa calabrese, nel profondo sud dell’Italia. In questo luogo così contraddittorio è avvenuto un piccolo miracolo, per merito del Sindaco Mimmo Lucano e di un gruppo di sognatori e utopisti, che hanno creato un villaggio globale, guidati dall’idea di una comunità aperta e inclusiva, capace di superare le differenze di razza, di origine e di religione”.
Poi, ancora: “Ai lettori giapponesi l’esperienza del piccolo villaggio calabrese può offrire motivi di riflessione per comprendere il senso della mobilità umana del nostro tempo, perché quel fenomeno che chiamiamo globalizzazione non può ridursi alla libera circolazione delle merci, ma deve estendersi agli esseri umani, soprattutto a quelli che nella lotteria della nascita hanno avuto la sorte di crescere nei luoghi più poveri della Terra”.
Come è nato questo progetto editoriale?
“Per volontà di un docente dell’Università di Tokyo, la professoressa Chieko Nakabasami, che aveva letto il libro dopo un viaggio che aveva fatto a Riace. Per la Nakabasami era stata una folgorazione, nonostante le differenze culturali e sociali tra il suo Giappone ed un piccolo borgo calabrese. Il senso di quel suo innamoramento è tutto racchiuso in questa sua frase: ‘Se non c’è l’amore il mondo è come il vento che soffia fuori dalla finestra. Non lo si può sentire sulle mani, non se ne percepisce l’odore’. In essa è percepibile una saggezza tutta orientale, che però si sposa benissimo lo spirito di Riace”.
Possiamo dire, allora, che lo spirito di Riace è ancora vivo, ben oltre i confini del piccolo borgo della Locride e della Calabria
“Non c’è dubbio. Proprio la pubblicazione del mio libro in Giappone è il segno che l’esperienza di Riace suscita ancora interesse e curiosità anche in paesi molto lontani, sia dal punto di vista geografico che da quello culturale e politico. Non credo di esagerare se affermo che la storia di Riace, con i suoi valori di solidarietà e umanità, appartenga ormai al mondo intero. Sul piano pratico, invece, si può tranquillamente sostenere che il modello di integrazione realizzato da Mimmo Lucano a Riace costituisca la prova tangibile che l’immigrazione non è un problema di sicurezza e di polizia, ma, a certe condizioni, una grande opportunità per i paesi interni, soggetti ad erosione economica e demografica. Un modello virtuoso, oltre che ispirato a sentimenti di profonda umanità”.
Forse per questo il “modello Riace” ad un certo punto è finito nel mirino non solo della politica
“Beh, una cosa è certa: il successo dell’esperienza di Riace, dal punto di vista dei risvolti economici e sociali, ad un certo punto va a confliggere con la narrazione secondo cui i migranti, gli sbarchi, costituiscono una minaccia per la società (‘la difesa dei confini’, per intenderci), per la nostra sicurezza ed il nostro benessere. Riace ha dimostrato non soltanto che i migranti non ci tolgono il lavoro, ma che grazie a loro possono aumentare le occasioni di lavoro anche per gli abitanti del posto, mitigando il fenomeno della fuga dalle aree interne, che nel Mezzogiorno sta diventando una vera e propria piaga sociale”.
Quindi un modello da rilanciare?
“Certamente. Dopo i tentativi di demolizione dell’intera esperienza, è importante rilanciare l’idea di un’accoglienza che non sia emergenziale, ma progettuale, capace di attivare processi economici virtuosi e di sviluppo. Lo dico anche a partire dalle mie origini calabresi, quelle che mi hanno spinto a divulgare l’immagine di una Calabria progressista e innovatrice, in grado di superare le sue contraddizioni per proporsi come modello e progetto di futuro, anche rispetto ad altre realtà italiane, che invece rispetto al fenomeno migratorio hanno proposto soluzioni primitive e arretrate”.
In autunno si terranno in Calabria le elezioni per il rinnovo del Consiglio regionale. Quale migliore occasione per parlare del modello Riace e farne il cuore di una proposta programmatica che coniughi visione e pragmatismo.
“Sono d’accordo. Penso che il modello Riace debba essere uno dei punti qualificanti del programma di una coalizione per il cambiamento che veda Mimmo Lucano tra i protagonisti. La traduzione in Giappone può essere un argomento ulteriore a favore della bontà di quella proposta politica e culturale che ha messo al centro l’uomo e la solidarietà incondizionata”.
Mimmo Lucano insieme a te in Giappone a parlare della sua Riace e del modello di integrazione che lo ha consacrato come una delle cinquanta personalità più influenti al mondo?
“Sarebbe bellissimo”.
(da TPI)

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COMUNALI NAPOLI: PATTO PD-M5S, C’E’ MANFREDI MA SE SI SBLOCCA ROMA AVANZA FICO

Aprile 14th, 2021 Riccardo Fucile

TUTTO DIPENDE DALLA TRATTATIVA PER LA CAPITALE

Guai a immaginarli in competizione tra loro. I due si conoscono, si stimano. E sanno che si ritrovano involontariamente in pista l’uno accanto all’altro. Ai nastri di partenza per strappare la candidatura a sindaco di Napoli.
Solo uno dei due dovrebbe spuntarla: si tratta di Gaetano Manfredi, ex ministro dell’Università ed ex rettore della Federico II, e Roberto Fico, presidente della Camera in quota M5s. Sono i due nomi su cui si stringe per chiudere l’alleanza di centrosinistra allargata ai Cinque stelle.
Meno quotato ormai Enzo Amendola, sottosegretario al governo Draghi. Sale Manfredi in questa fase. Perché in grado di tenere insieme il gradimento di Pd, Cinque stelle – sponda Conte, l’ex premier con cui ha un rapporto strettissimo – e finanche del governatore Vincenzo De Luca. L’ex rettore candidato in pectore? Non ancora.
Perché il destino di Napoli si incrocia inevitabilmente con quello degli altri Comuni al voto. In particolare con Roma. E nelle ultime ore fervono gli incontri per provare fino all’ultimo a sbloccare l’alleanza al primo turno tra Pd e 5s nella capitale.
Significa per i 5 stelle rinunciare alla candidatura di Virginia Raggi. A quel punto su Roma andrebbe un candidato Pd: il sogno si chiama Nicola Zingaretti. E su questa partita si incastra un pezzo di Napoli: a rappresentare l’area politica di Zingaretti a livello nazionale c’è Nicola Oddati, ex coordinatore della segretaria Pd ed ex assessore a Palazzo San Giacomo.
Voci dal Nazareno dicono che frequenti sono i contatti tra Oddati e il segretario Enrico Letta: i due si sarebbero incontrati anche nelle ultime ore. Ecco il piano: sbloccare la trattativa Pd- M5s su Roma spianerebbe la strada a Fico su Napoli.
Nonostante la difficoltà dell’avvicendamento alla presidenza della Camera alla vigilia dell’elezione per il nuovo presidente della Repubblica. Ma è un’opzione, quella di Fico, tenuta ancora in caldo anche dalla segreteria napoletana dei dem. È scattato ormai il conto alla rovescia: si conta di chiudere entro fine aprile, inizio maggio con il nome del candidato e la definizione dell’alleanza. Non convince l’ipotesi delle primarie, caldeggiata in primis dai renziani.
Il primo a non aver gradito la difesa di uno strumento di partecipazione che ha mostrato i suoi limiti a Napoli nel 2011 e nel 2016 sarebbe proprio De Luca. Il quale, più restio all’intesa con l’M5s, farebbe ormai il tifo per Manfredi e sa bene che l’ex ministro non parteciperebbe mai alle primarie. Non solo.
Manfredi chiede garanzie sulla norma ad hoc per risollevare le finanze del Comune. E vorrebbe mano libera sulle scelte di governo: nomine in giunta, nelle partecipate. Scelte in autonomia che darebbero qualche fastidio ai primatisti di voti del Pd napoletano: in particolare, il capogruppo in Regione Mario Casillo. Tant’è che rumors – non confermati – raccontano di Casillo che guarda con favore alla candidatura dell’imprenditore Riccardo Maria Monti. Per il programma elettorale il Pd lancia il 23 e 24 aprile una due giorni sull’ambiente e per l’inizio della settimana prossima riconvoca il tavolo con gli alleati di centrosinistra e M5s.
Intanto a sinistra è pronta la campagna di affissione promossa da un comitato con 3 mila adesione per lanciare la candidatura di Sergio D’Angelo, leader delle coop Gesco e commissario dell’acquedotto Abc. E Antonio Bassolino, già candidato, ricorda di essere “uno dei fondatori del Pd e di essere in campo per vincere”. Nel centrodestra si aspetta l’ok del magistrato Catello Maresca, figura in grado di attrarre anche pezzi di De Luca.
Fratelli d’Italia e Forza Italia non ne vogliono sapere di rinunciare ai loro simboli sulla scheda elettorale. Ed è tensione tra i berlusconiani, con le dimissioni da coordinatore cittadino di Stanislao Lanzotti, consigliere comunale, che lavora a una lista autonoma di moderati.
(da “La Repubblica”)

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EUROPA AGGRAPPATA A PFIZER

Aprile 14th, 2021 Riccardo Fucile

L’UE SI AFFIDA AI VACCINI MRNA: 50 MILIONI DI DOSI AGGIUNTIVE SUBITO, 1,8 MILIARDI NEL PROSSIMO BIENNIO… E L’AZIENDA ALZA I PREZZI

“Voglio ringraziare Biontech-Pfizer: si è dimostrata un partner affidabile. Ha rispettato gli impegni e risponde ai nostri bisogni. Questo va a immediato beneficio dei cittadini Ue”. Ursula von der Leyen parla con più di un respiro di sollievo.
Dopo gli ‘stop and go’ su Astrazeneca che ora interessano anche Johnson&Johnson sospeso negli Usa e di conseguenza in Ue (verdetto dell’Ema la prossima settimana), mentre ancora tarda ad arrivare una spiegazione dall’azienda anglo-svedese sui tagli alle forniture di vaccini, ora Bruxelles sembra aver individuato la strada per il futuro della lotta alla pandemia.
Un solo nome: Biontech-Pfizer, la prima azienda ad aver annunciato a fine 2020 di aver trovato il vaccino contro il covid. La casa americana, gemellata con i tedeschi, si è impegnata ad anticipare la consegna di “50 milioni di fiale a partire da aprile”, annuncia la presidente della Commissione Europea, di cui 6,75 milioni arriveranno in Italia.
Non solo. Von der Leyen ufficializza quanto anticipato da Huffpost venerdì scorso: la Commissione europea ha avviato le trattative con Pfizer per la fornitura di 1,8 miliardi di dosi dal 2021 al 2023. Anche se a un prezzo più alto: da 12 euro a 19,5 euro a fiala.
Andiamo con ordine. L’arrivo di 50 milioni di dosi Pfizer in più già da aprile (avrebbero dovuto essere consegnate nel quarto trimestre 2021) potrebbe compensare i 55 milioni che Johnson&Johnson si era impegnato a fornire per il secondo trimestre, la cui distribuzione potrebbe risentire del blocco deciso negli Usa e adottato anche in Europa, per via dell’indagine in corso su 6 reazioni avverse. Oppure, se il verdetto finale su J&J sarà positivo, le nuove fiale di Pfizer potrebbero essere aggiuntive. Ad ogni modo, “nel secondo trimestre Pfizer consegnerà 250 milioni di dosi – dice la presidente della Commissione – Verranno distribuite pro-quota in rapporto alla popolazione a tutti gli Stati membri”. All’Italia ne dovrebbero spettare 6,75 milioni. La cosa certa è che per l’Ue si tratta di una buona notizia, vista l’affidabilità dell’azienda nelle consegne (anche J&J ha rallentato le forniture). Ma c’è di più.
Con l’annuncio di un terzo contratto con la casa tedesco-americana – “mi auguro si concluda rapidamente”, auspica von der Leyen – l’Ue ha praticamente deciso di affidarsi quasi totalmente a Pfizer. La nuova partita di 1,8 miliardi di fiale (900 milioni + altri 900 milioni opzionali) porta il totale delle forniture di questo vaccino a ‘Rna messaggero’ a 2,4 miliardi (600 milioni sono stati acquistati con i primi due contratti firmati dalla Commissione Ue, sempre a nome degli Stati membri), cui vanno sommati gli altri 2 miliardi di dosi che Bruxelles ha impegnato con Moderna (460 milioni), Curevac (405 milioni), Astrazeneca (400 milioni), Johnson&Johnson (400 milioni), Sanofi (300 milioni).
Insomma, da qui al 2023, l’Ue potrebbe avere un ‘portfolio’ di 4,4 miliardi di fiale anti-covid. Ma anche a voler considerare solo i 2,4 miliardi di Pfizer, la più affidabile nelle consegne e con la maggiore capacità produttiva anche rispetto alla concorrente Moderna che pure produce un vaccino a ‘Rna messaggero’ (Curevac non è ancora in distribuzione in Ue), si tratta di un quantitativo ben superiore alla popolazione europea, che conta circa 750 milioni di abitanti. Il punto è che la strategia europea mette nel conto più vaccinazioni per abitante nei prossimi anni, per via delle varianti del virus.
Per combattere la pandemia di Covid-19, probabilmente ad un certo punto all’Ue serviranno “richiami” per rafforzare la protezione dei vaccinati, spiega von der Leyen. E, se si svilupperanno “varianti resistenti” ai vaccini, “dovremo sviluppare vaccini adattati alle nuove varianti, presto e in quantità sufficienti. Tenendo questo a mente, dobbiamo focalizzarci sulle tecnologie che hanno dimostrato il loro valore: i vaccini a ‘Rna messaggero’ sono un caso chiaro”.
Dunque, Pfizer regna quasi incontrastata nella guerra al covid. Tanto che per questo nuovo terzo contratto con l’Ue, l’azienda americana e tedesca ha alzato il prezzo. Bruxelles pagherà 19,5 euro a dose, invece che 12 euro come nel precedente impegno di spesa. Malgrado i costi delle fiale siano ‘clausola top secret’ dei contratti sottoscritti con Big Pharma, l’aumento è stato spifferato ai media dal premier bulgaro Boyko Borissov. ‘Pfizer regina’ e anche la più costosa tra le aziende produttrici di vaccini. Secondo quanto trapelato a inizio anno, l’Ue spende circa 14,7 euro a dose per Moderna, 10 euro per Curevac, 7,56 euro per Sanofi/Gsk, 8,5 dollari a dose per Johnson & Johnson, Oxford/AstraZeneca è il più economico con 1,78 euro a fiala.
Il primato di Pfizer tra le aziende fornitrici dell’Ue dovrebbe anche limitare i giochi di quei paesi che finora hanno puntato su vaccini più economici, tipo Astrazeneca, ritrovandosi poi particolarmente in difficoltà quando l’azienda anglo-svedese ha tagliato le forniture (da 120 milioni pattuiti a soli 30 milioni di fiale nel primo trimestre 2021). È il caso dell’Austria che, all’ultimo Consiglio Europeo di fine marzo, ha contestato il meccanismo di ripartizione delle dosi in Ue, benché Bruxelles non ne avesse alcuna responsabilità.
Ma ora il cancelliere di Vienna Sebastian Kurz sembra soddisfatto. “L’Austria riceve circa 1 milione di dosi aggiuntive di vaccino dall’Ue – twitta – Le dosi di vaccinazione aggiuntive annunciate da Biontech / Pfizer consentono di accelerare ulteriormente il programma di vaccinazione e di vaccinare altre 500.000 persone nel secondo trimestre”.
Come dire: il primo Pfizer non si scorda mai. Nel frattempo, gli altri vaccini sembrano evaporare. Astrazeneca, per dire, è avvolta nella nube della cattiva sorte da quando ha tagliato le forniture, finendo sotto accusa per l’esportazione in Gran Bretagna delle dosi destinate all’Ue. E ora, per fare una battuta, sembra che al solo nominarla, ci si senta male.
È successo alla direttrice dell’Agenzia del farmaco danese, Tanja Erichsen, svenuta in diretta tv mentre annunciava lo stop definitivo al vaccino di Oxford in Danimarca. Sta meglio, l’hanno portata al pronto soccorso per accertamenti.
(da Huffingtonpost)

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“SCUSA MAMMA SE NON RIESCO A FARTI TUMULARE” I MANIFESTI E L’ODISSEA DI UNA SEPOLTURA A ROMA

Aprile 14th, 2021 Riccardo Fucile

NEI QUATTRO POSTER DI 9 METRI PER 7, IL VERGOGNOSO CASO DI UNA FAMIGLIA CHE NON RIESCE A SEPPELLIRE LA ZIA SCOMPARSA A GENNAIO E LA MADRE MANCATA L’8 MARZO

L’odissea di Oberdan Zuccaroli e delle sue quattro sorelle è racchiusa in quattro manifesti pubblicitari a Led, di 9 metri per 7, piazzati in altrettanti punti di Roma, da San Lorenzo all’Appio: “Scusa mamma se non riesco a farti tumulare”. Ma dietro poche, brevi e chiare parole c’è in realtà un calvario che va avanti da mesi e che rende ancora più triste e difficile la perdita. Anzi, le perdite: al plurale.
“Il 9 gennaio – spiega Oberdan Zuccaroli, amministratore unico di un’azienda romana che opera proprio nel settore delle affissioni, pioniera di quelle digitali, appunto – viene a mancare mia zia, Maddalena Zuccaroli: aveva novant’anni, non era autosufficiente e quindi era ormai da tempo all’interno di una struttura privata, dove si era registrato un focolaio Covid. Lei era pure guarita, ma ne era uscita fortemente debilitata: la riuscivamo a sentire all’incirca una volta a settimana. È uscita da lì morta, non l’abbiamo vista per 5 mesi e non l’abbiamo vista nemmeno da deceduta”.
Da quel giorno, però, ancora non è stata cremata: portata al cimitero del Flaminio, quello di Prima Porta, è ancora in attesa delle operazioni che si concluderebbero col trasporto delle ceneri all’interno del fornetto di famiglia, “quello dove è sepolto mio padre”, prosegue Oberdan Zuccaroli. Che, di fatto, al momento non può portarle nemmeno un fiore.
“E questo – aggiunge – mi rammarica molto”. Già da lì la famiglia Zuccaroli aveva capito l’andazzo: “C’è carenza di personale e le tumulazioni procedono in ritardo, tra lungaggini, burocrazia, tristezza. Ma chiamassero la Croce rossa, i militari, chi vogliono… non è possibile che dopo tre mesi e mezzo una persona stia ancora lì”.
A marzo di nuovo la tristezza, mista a rabbia e a frustrazione. “Mentre non riusciamo a dare sepoltura a mia zia, viene a mancare anche mia madre, di 85 anni. A febbraio sale in autonomia su un’ambulanza che la porta all’ospedale San Giovanni per un infarto. Dopo tre settimane il suo cuore, “che stava funzionando al 30%”, non regge più. Viene a mancare l’8 marzo: “Dopo il funerale la portiamo a Prima Porta: vediamo centinaia e centinaia di bare, in attesa di essere tumulate. Una scena triste, poco dignitosa per i morti. Ma lì per lì ci tranquillizzarono: ‘Ci hanno detto che tra una decina di giorni riusciremo a farlo’, dissero a me e alle mie sorelle”. Ma così non è stato e oggi, 14 aprile, mamma e zia di Oberdan Zuccaroli non sono ancora state tumulate.
“Ho messo quei manifesti, che si possono anche controllare da remoto, perché tutti li leggessero, per dare un degno saluto a mia madre. È il saluto che le faccio, perché questo faccio di mestiere: ma è assurdo che nessuno riesca a darle pace”.
(da agenzie)

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