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NON SOLO NAVALNY: VIAGGIO NEL GRANDE GULAG DI ZAR VLADIMIR PUTIN, IL MITO DEI SOVRANISTI ITALIANI

Aprile 20th, 2021 Riccardo Fucile

REPRESSIONE, NEGAZIONE DELLA LIBERTA’ RELIGIOSA, TORTURE, CORRUZIONE, VIOLENZA SULLE DONNE

Un team di medici, tra cui quello personale di Alexey Navalny, si è visto negare l’accesso, ieri, alla nuova colonia penale dove è in cura presso un ospedale della prigione. Il servizio carcerario russo, che ha ripetutamente impedito ai medici di Navalny di visitarlo, lunedì lo ha spostato dalla sua colonia penale nella regione di Vladimir, circa 100 chilometri a est di Mosca, a una struttura medica in un’altra colonia nella stessa regione (la IK-3).
Un team di medici, tra cui il suo medico personale Anastasia Vasilyeva, ha fatto diversi tentativi per vederlo, ma è stato respinto ogni volta. Solo uno dei suoi legali è riuscito a incontrarlo per pochi minuti, prima che finisse l’orario lavorativo della colonia penale. “E’ in cattive condizioni”, ha detto il legale stando a quanto ha detto Leonid Volkov, braccio destro di Navalny in esilio in Lettonia. Lo riportano i media russi
Dallo staff di Navalny comunicano che “il trasferimento alla colonia penale IK-3 è un trasferimento alla stessa colonia di tortura, solo con un grande ospedale, dove vengono trasferiti i malati gravi. E questo va inteso come il fatto che le condizioni di Navalny sono peggiorate così tanto che persino la colonia della tortura lo ammette”, ha scritto su Twitter Ivan Zhdanov, direttore del Fondo Anticorruzione. “È abbastanza chiaro che ora ci viene data una sorta di ‘buona notizia’ sulle condizioni di Alexei prima della protesta. Non fatevi ingannare, possiamo ottenere le vere informazioni solo dagli avvocati”.
Gli oppositori di Putin, che hanno convocato nuove manifestazioni per mercoledì fortemente osteggiate dalla polizia russa, sostengono che un ex dipendente del Fondo Anticorruzione abbia ottenuto per conto dell’intelligence russa gli indirizzi email delle persone che si sono registrate sul sito Svobodu Navalnomu(“Libertà per Navalny”) per partecipare alla protesta in difesa del dissidente: “Tecnicamente, come sempre, il 99% degli attacchi degli hacker avviene attraverso un insider, attraverso una talpa. Abbiamo un ex dipendente che ha avuto accesso ed è stato in grado di scaricare i registri del server di posta”, ha dichiarato il capo della rete degli uffici di Navalny, Leonid Volkov, ricordando che il team di Navalny ha sempre capito che ci fosse una “caccia” dell’Fsb ai dipendenti del Fondo che “vengono intimiditi e corrotti”. Nel caso del sito “Libertà per Navalny”, al dipendente “sono stati negati tutti gli accessi ma non è stato tenuto conto che aveva ancora accesso ai registri dei server di posta”, ha affermato Volkov aggiungendo che “non se n’è andato via nient’altro, nessun dato personale, nessun nome, nessun indirizzo. Solo l’elenco degli indirizzi email”.
Viaggio nel Gulag chiamato Russia
Cosa sia la Russia del presidente-padrone Vlaidimir Putin quanto a libertà represse, lo documenta molto bene Amnesty International nel Rapporto 2019-2020 sullo stato dei diritti umani nel mondo.
“La situazione dei diritti umani della Russia ha continuato a deteriorarsi e i diritti alla libertà d’espressione, associazione e riunione pacifica sono stati considerevolmente ridotti, nella legge e nella prassi. Coloro che tentavano di esercitare questi diritti hanno dovuto affrontare ritorsioni, comprendenti tra l’altro vessazioni e maltrattamenti da parte della polizia, arresti arbitrari, imposizione di pesanti ammende e in alcuni casi procedimenti penali e carcerazioni.
Difensori dei diritti umani e Ngo sono finiti nel mirino delle autorità tramite l’applicazione di leggi sugli “agenti stranieri” e sulle “organizzazioni indesiderate”.
Centinaia di testimoni di Geova sono stati perseguitati per la loro fede. Anche altre minoranze vulnerabili hanno affrontato forme di discriminazione e persecuzione.
Le autorità hanno fatto ampio ricorso a disposizioni antiterrorismo per colpire i dissidenti in varie parti del paese e in Crimea.
La tortura è rimasta pervasiva, così come l’impunità per i perpetratori.
La violenza contro le donne era ancora diffusa e non adeguatamente contrastata. Una bozza di legge sulla violenza domestica in discussione al parlamento ha suscitato una dura opposizione da parte dei gruppi conservatori e non sono mancate minacce contro i suoi promotori. La Russia ha respinto con la forza rifugiati verso destinazioni in cui erano a rischio di tortura.
Contesto
L’anno, culminato con il 20° anniversario di Vladimir Putin alla guida della Russia, è stato segnato dal ribollire di tensioni politiche e dal malcontento sociale, alimentato dal peggioramento generale degli standard di vita e da una crescente sfiducia popolare nel partito di governo Russia unita.
Corruzione endemica, preoccupazioni ambientali, una pianificazione urbanistica sconsiderata e che aumentava il degrado, oltre al peggioramento della situazione dei diritti umani hanno scatenato un’ondata di proteste locali in tutto il paese.
A Mosca, dove da anni non si vedevano proteste di tale portata, queste hanno preso il via dopo che le autorità si erano rifiutate di registrare i candidati dell’opposizione in vista delle elezioni della Duma (parlamento) della città di Mosca.
A cinque anni dalla sospensione dei diritti di voto in seguito all’annessione della Crimea, la Russia è stata reintegrata nell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa grazie a un compromesso diplomatico.
Se da un lato questa mossa è stata vista da parte della comunità dei diritti umani russa come un tradimento dei valori fondanti del Consiglio d’Europa, è stata invece accolta con favore da chi la riteneva un’occasione per trattenere la Russia entro l’orbita europea e salvaguardare l’accesso dei cittadini russi alla Corte europea dei diritti umani (European Court of Human Rights – Echr). La Russia ha perseguito una politica per integrare ulteriormente la Crimea occupata, mentre la sua attuale presenza militare, manifesta o segreta, in Georgia, Siria, Ucraina, e non solo, ha continuato ad alimentare violazioni dei diritti umani.
Libertà di riunione
Il crescente scollamento tra autorità e opinione pubblica in generale ha spinto un numero crescente di persone a scendere per le strade a protestare, non solo per questioni politiche ma anche sempre più spesso per questioni legate all’economia locale, a tematiche sociali o ambientali, come lo smaltimento dei rifiuti, o per altre richieste politiche in senso più ampio.
Le autorità hanno spesso risposto rifiutando il rilascio dell’autorizzazione necessaria per i raduni pubblici (essendo l’esplicito permesso delle autorità un prerequisito legale ancora essenziale), interrompendo bruscamente raduni pacifici e avviando nei confronti di organizzatori e partecipanti procedimenti amministrativi e penali.
Per contro, questo trattamento riservato ai manifestanti ha finito per suscitare sentimenti di pubblica solidarietà senza precedenti.
Tra luglio e agosto, più di 2.600 persone sono state arrestate nel contesto delle proteste tenutesi a Mosca, che si sono svolte in maniera pacifica fino a quando poliziotti e agenti della guardia nazionale non sono intervenuti con la forza.
A fronte delle numerose segnalazioni di arresti arbitrari, uso eccessivo e indiscriminato della forza e maltrattamento da parte degli agenti, non sono note indagini contro i responsabili.
Nel reprimere la protesta, le autorità sono tornate ad applicare l’art. 212.1 del codice penale, riguardante la “ripetuta violazione delle norme che regolamentano lo svolgimento dei raduni pubblici”.
Difensori dei diritti umani e libertà d’associazione
È prevalso un clima d’impunità per gli episodi di violenza contro difensori dei diritti umani verificatisi in passato.
Le autorità hanno regolarmente utilizzato leggi repressive sugli “agenti stranieri” e sulle “organizzazioni indesiderate” contro Ngo di difesa dei diritti umani, altre associazioni e i loro membri, oltre ad avviare azioni penali e campagne diffamatorie attraverso gli organi d’informazione controllati dal governo.
A 10 anni dal suo rapimento e omicidio, i sospetti assassini di Natalia Estemirova, una nota collaboratrice dell’’Ngo Memorial, di Grozny, non erano stati ancora assicurati alla giustizia.
L’autorità giudiziaria ha aperto ben cinque fascicoli penali sulla base di accuse infondate contro la presidente di Ecodefence, Aleksandra Koroleva, costringendola a lasciare il paese in cerca di protezione internazionale.
Ad agosto, il comitato investigativo ha avviato un’indagine penale nei confronti della Fondazione anticorruzione di Aleksey Navalny (Fbk) per presunto riciclaggio di denaro. L’indagine è stata usata come pretesto per effettuare una serie di perquisizioni in varie parti del paese nelle abitazioni dei suoi sostenitori e altri attivisti d’opposizione e i conti bancari personali dei dipendenti di Fbk e di vari attivisti sono stati congelati. A ottobre, le autorità hanno registrato Fbk come “agente straniero”.
Fino ad allora Fbk era stata uno dei progetti di crowdfunding di maggior successo in Russia9. Altre quattro organizzazioni straniere, tra cui l’Ngo con sede a Praga People in Need, sono state dichiarate “indesiderate”, portando il numero delle Ngo così definite dalle autorità a 19; queste, così come eventuali altre associazioni a loro collegate, sono state tutte dichiarate illegali in Russia. Diverse Ngo russe sono state pesantemente penalizzate per accuse pretestuose di legami con “organizzazioni indesiderate”.
Libertà d’espressione
Il diritto alla libertà d’espressione è stato ulteriormente limitato nella legge e nella prassi, anche attraverso ulteriori restrizioni all’utilizzo di Internet e nuove ritorsioni contro il dissenso online. La legislazione che regolamenta l’espressione è stata applicata con sempre maggiore disparità nei confronti degli organi d’informazione controllati dallo stato e dalle autorità, rispetto a chi esprimeva opinioni critiche o dissenzienti.
Mentre il reato di “incitamento all’odio e all’inimicizia” (art. 282 del codice penale) è stato parzialmente depenalizzato a gennaio, altre disposizioni contenute nel codice penale, compreso l’art. 280 (propagazione dell’”estremismo”) hanno continuato a essere utilizzate in maniera selettiva per colpire i dissidenti.
Ai sensi della nuova legislazione adottata a marzo, la “diffusione di notizie false” e gli “insulti” contro lo stato, i suoi simboli e le sue istituzioni attraverso Internet sono diventati reati punibili con pesanti ammende. Le nuove norme hanno subito determinato l’avvio di azioni penali e a dicembre erano almeno 20 gli individui multati come “trasgressori”, per lo più per avere criticato il presidente.
Per contro, la diffamazione di persone critiche nei confronti del governo e la diffusione di “notizie false” su di loro attraverso gli organi d’informazione controllati dallo stato erano la norma. Il presidente della Cecenia, Ramzan Kadyrov, ha pubblicamente e del tutto impunemente minacciato di “uccidere, mandare in galera e intimidire” i blogger che seminavano “discordia e pettegolezzi”.
A dicembre, il presidente Vladimir Putin ha firmato una nuova legge in base alla quale le persone accusate di avere divulgato informazioni prodotte da “agenti” o da organi di stampa stranieri e di aver ricevuto fondi dall’estero, avrebbero avuto l’obbligo di registrarsi e di essere regolamentate come “agenti stranieri”. Le sanzioni previste per i trasgressori comportavano il pagamento di ammende fino a cinque milioni di rubli (80.000 dollari Usa).
Libertà di religione e credo
In tutta la Russia, centinaia di testimoni di Geova sono incorsi in procedimenti a causa del loro credo religioso, dopo che l’organizzazione era stata dichiarata “estremista” e ufficialmente vietata nel 2017. A febbraio, la prima persona a essere detenuta in seguito al divieto, il cittadino danese Dennis Christensen, del gruppo locale dei testimoni di Geova di Orel, nella Russia centrale, è stato condannato a sei anni di carcere per “avere organizzato attività di un’organizzazione estremista”.
Dopo che a maggio il suo appello era stato respinto, è stato mandato a scontare la pena di carcere a 200 chilometri di distanza, nella regione di Kursk. Almeno altri 17 testimoni di Geova sono stati processati durante l’anno, sette di loro sono stati condannati a pene detentive, mentre molti altri hanno subìto vessazioni, come perquisizioni intrusive nelle loro case. Alcuni hanno anche asserito di essere stati torturati e altrimenti maltrattati durante gli interrogatori.
Diritti delle persone lesbiche, gay, bisessuali, transgender e intersessuate
La discriminazione e la vessazione nei confronti delle persone Lgbti è rimasta un fenomeno pervasivo, con l’omofoba “legge sulla propaganda gay” che è stata ripetutamente utilizzata dalle autorità per reprimere la loro libera espressione. Le minacce contro gli attivisti Lgbti erano molto frequenti, mentre i perpetratori godevano dell’impunità. Le crescenti prove emerse riguardanti casi di rapimenti, tortura e uccisione di uomini gay da parte delle autorità cecene, avvenuti nell’arco degli anni precedenti, sono state costantemente ignorate dalle autorità federali.
A maggio, Maxim Lapunov, un sopravvissuto che non era riuscito in alcun modo a ottenere giustizia in Russia, ha presentato una denuncia presso l’Echr, che l’ha accolta a novembre e chiesto formalmente alla Russia di fornire una risposta entro quattro mesi. A novembre, l’attivista Lgbti Yulia Tsvetkova, di Komsomolsk sull’Amur, nell’estremo est della Russia, è stata incriminata per “produzione e distribuzione di materiale pornografico” e posta agli arresti domiciliari per avere pubblicato online disegni dei suoi genitali per promuovere la “body-positive”. Tale imputazione comporta sanzioni fino a sei anni di carcere.
Controterrorismo
La legislazione antiterrorismo è stata ampiamente utilizzata per avviare procedimenti politicamente motivati. A marzo e maggio, sono iniziate a San Pietroburgo e Penza le udienze del processo a carico di sette uomini accusati di essere coordinatori o membri di un’organizzazione “terroristica” denominata Set’ (Rete).
A dicembre, la procura di Penza ha proposto pene variabili dai sei ai 18 anni di carcere.
Durante il processo le accuse credibili di tortura avanzate da diversi imputati, tra cui Viktor Filinkov e Dmitry Pchelintsev, sono state del tutto ignorate e il caso giudiziario, che prendeva di mira prevalentemente oppositori e attivisti politici e si basava su “confessioni” estorte, ha fatto sorgere il dubbio che le accuse a loro carico fossero inventate. In Crimea, le accuse di appartenenza all’organizzazione sono state ampiamente utilizzate dalle autorità de facto come pretesto per ritorsioni politicamente motivate contro la minoranza etnica dei tartari della Crimea. In maniera del tutto simile, durante l’anno in Russia sono state emesse pesanti condanne contro almeno altri 15 presunti membri di Hizb ut-Tahrir
Tortura e altri maltrattamenti
Tortura e altri maltrattamenti nei luoghi di detenzione sono rimasti un fenomeno pervasivo ed è prevalso un clima di impunità pressoché assoluta per i perpetratori. Sono stati segnalati innumerevoli casi di tortura in tutta la Russia. A dicembre, la fondazione no profit Nuzhna Pomosch è riuscita a ottenere i dati ufficiali diffusi dal comitato investigativo riguardanti la tortura nei luoghi di detenzione. Secondo il comitato, dal 2015 al 2018 erano state registrate dalle 1.590 alle 1.881 denunce all’anno per “abuso d’autorità” da parte di agenti penitenziari. Di queste, soltanto una percentuale dall’1,7 al 3,2 per cento era stata oggetto d’indagine.
Violenza contro donne e ragazze
Diversi casi di alto profilo hanno rappresentato in maniera emblematica il fenomeno della violenza contro le donne, in special modo la violenza domestica.
Per tutta l’estate, a Mosca e in altre località, sono stati organizzati picchetti e flash mob a sostegno delle sorelle Khachaturyan, Angelina, Krestina e Maria. Arrestate a luglio 2018, le tre sorelle che all’epoca avevano 17, 18 e 19 anni, avevano ammesso di avere ucciso il padre dopo anni di sistematici abusi fisici, sessuali e psicologici.
Per gli attivisti, il loro caso era il simbolo delle innumerevoli altre sopravvissute ad abusi e della fallimentare risposta dello stato: mancanza di protezione e dure sanzioni per azioni dettate dalla disperazione.
Rifugiati e migranti
La Russia ha continuato a respingere persone che necessitavano di protezione internazionale verso destinazioni dove avrebbero rischiato di essere sottoposte a tortura e altre violazioni dei diritti umani, anche attraverso prassi equiparabili a rendition segrete.
(da Globalist)

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BROGLI ELETTORALI A REGGIO CALABRIA, LO SCANDALO SI ALLARGA DAL PD AL CENTRODESTRA

Aprile 20th, 2021 Riccardo Fucile

INQUISITI DI FRATELLI D’ITALIA E FORZA ITALIA PER I TRUCCHETTI AI SEGGI

Passano gli anni e le giunte ma in Calabria il malaffare non muore mai. Che le cose stiano così emerge con chiarezza dagli ultimi sviluppi dell’inchiesta sui brogli elettorali alle ultime comunali di Reggio Calabria che da una vicenda riservata al solo Partito democratico, ora con l’iscrizione nel registro degli indagati di altre quattro posizioni esonda e arriva a coinvolgere anche il centrodestra.
Già perché con l’accusa di violazione della legge elettorale sono finiti nel mirino dei magistrati, guidati dal procuratore Giovanni Bombardieri (nella foto), gli allora candidati – tutti poi non eletti – Luigi Dattola in quota Fratelli d’Italia, Giuseppe Eraclini di Forza Italia.
Oltre a loro anche Giuseppe Cuzzocrea, candidato in una lista civica dello schieramento di centrosinistra a sostegno del sindaco Giuseppe Falcomatà.
Così quel che stanno scoprendo i pm, con non poca difficoltà, è che a Reggio Calabria esisteva un sistema bipartisan e trasversale che permetteva di aggiustare il voto popolare per ramazzare consensi.
Il primo a finire nell’inchiesta è stato il numero due del Pd a Reggio Calabria, Nino Castorina, indagato in quanto pur di vincere alle elezioni comunali era davvero disposto a tutto. Addirittura a fare carte false arrivando a far figurare, tra coloro che lo avrebbero scelto, anche ultraottantenni ricoverati e, in almeno quattro casi, perfino persone decedute ben prima dell’apertura delle urne.
Comportamento non diverso da quello che il pubblico ministero Paolo Petrolo e il procuratore aggiunto Gerardo Dominijanni, hanno ravvisato con Eraclini e Cuzzocrea. Entrambi, infatti, avrebbero collezionato decine di deleghe al ritiro di tessere elettorali probabilmente all’insaputa dei diretti interessati.
L’incredibile inchiesta, in cui sono nove le persone finite nel mirino dei pm, è nata grazie all’intuizione di due poliziotti, in servizio in uno dei seggi allestiti per lo svolgimento del turno elettorale di settembre 2020.
Proprio davanti a loro un uomo è stato trovato in possesso di alcuni duplicati di certificati elettorali di sezioni diverse da quella dove si aggirava.
Un’anomalia immediatamente denunciata e da cui è nata l’indagine che ha scoperchiato il vaso di Pandora dei brogli elettorali a Reggio Calabria. Del resto da quei semplici sospetti, presto sono arrivate le conferme dall’analisi dei registri elettorali e dalle testimonianze di anziani che, chiamati in Procura per sapere se fossero andati a votare, hanno detto di non averlo mai fatto.
(da La Notizia)

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SE SEI TESTIMONE DI UN REATO NON FARE IL DELATORE: IL CONSIGLIO DI SALVINI AGLI ITALIANI, UN BELL’ESEMPIO DA UN EX MINISTRO DEGLI INTERNI

Aprile 20th, 2021 Riccardo Fucile

GASSMANN (CHE AVEVA AVVISATO LA POLIZIA PER LA FESTA ABUSIVA E CHIASSOSA DEI VICINI DI CASA) PER IL LEGHISTA SAREBBE UN “DELATORE”

Salvini dà del “delatore di Stato” a Gassmann e dice di non denunciare i vicini che organizzano feste. Il leader della Lega avrebbe suonato al campanello chiedendo di “star più tranquilli”. Perché “la delazione di Stato non fa parte del mio paese ideale”. Ma il punto non è questo
Matteo Salvini ha dovuto dir la sua anche su questo, dimenticandosi forse di essere un senatore della Repubblica italiana e il leader di un partito che è tra i maggiori azionisti dell’esecutivo di Mario Draghi.
E che il suo governo ha messo nero su bianco alcune norme anti contagio che sono indispensabili affinché il giusto modo di comportarsi possa far sì che nel tempo diminuiscano i contagi e (soprattutto) i decessi dovuti all’epidemia di covid-19.
Oggi, intervenendo alla trasmissione d Radio 1 Un giorno da Pecora, ha detto la sua sulla questione Alessandro Gassmann. Di che stiamo parlando? Di un post su twitter in cui il noto attore diceva di aver denunciato un vicino alle forze dell’ordine, perché sentiva che da casa sua provenivano delle urla e della musica, tanto da far intendere che in quell’abitazione fossero in troppi, che ci fosse una festa, e che si stesse commettendo un illecito.
Perché – ovviamente – i party in casa non sono consentite, al pari quelle all’esterno o nei locali.
Aveva scritto: … sai quelle cose di condominio quando senti in casa del tuo vicino ,inequivocabilmente il frastuono di un party con decine di ragazzi?… hai due possibilità: chiamare la polizia e rovinarti i rapporti con il vicino, ignorare e sopportare, scendere e suonare…E poi, primo commento: “Fatto il mio dovere. Fiero”.
Il tweet dell’attore aveva però suscitato anche reazioni contrarie: se è vero che qualche commento al suo post fosse di assenso rispetto alla denuncia, altri invece l’hanno etichettato come una spia. Ma, sui social (ahinoi) questo non sorprende più. A sorprendere è altro, e a questo ci arriviamo
A sorprendere è che uno dei maggiori leader della politica italiana, che oggi è senatore della Repubblica e sostenitore di questo governo (che queste regole, lo ripetiamo, le ha date), rientri nella schiera di quelli che danno della “spia” ad Alessandro Gassmann, che invece – come ha detto lui stesso – ha solo fatto il suo dovere. Ha detto Matteo Salvini a Radio 1:
“La delazione di Stato non fa parte del mio paese ideale, quindi se c’è qualcuno che si gloria, alla Gassman, di aver denunciato i vicini”, non sono d’accordo perché “penso che siano altri i meriti civici…”
Ma il problema – oltre a quello di dare del delatore a Gassmann, un cittadino che ha fatto il suo dovere – è che il punto non è stare più o meno tranquilli. Perché il punto non sono le grida, la musica alta o gli schiamazzi. Il punto è che quelle persone in quella casa non potevano esserci.
Per quelle norme anti contagio che tutti dovrebbero rispettare, e che molti – seppure con molti sacrifici – stanno facendo. Rispetto ad altri, che invece se ne infischiano. E non sia mai che il leader della Lega presti il fianco a costoro.
(da NextQuotidiano)

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NASCITA, SPLENDORE E DECLINO DI RENZI E DEI RENZIANI

Aprile 20th, 2021 Riccardo Fucile

DETTAGLI DEL POTERE NEL GRANDE BLUFF

Erano giovani, entusiasti, toscani. Si contrapponevano ai dinosauri stanziati a Roma, dipinti come ferraglia da portare allo sfasciacarrozze, sassi umani sul binario delle riforme nell’Italia che ripartiva.
“Poche chiacchiere”, intimava il più giovane presidente del Consiglio d’Italia (più giovane pure di Mussolini, battuto di pochi mesi con scaltra manovra effrattiva), citando chissà se involontariamente il motto affisso sulla casa del Fascio.
Circondato da una piccola corte di indigeni eredi del Rinascimento (avvocati di provincia, allenatori di squadrette del Valdarno, soci di municipalizzate del Comune che amministrava, vigilesse di Firenze), prendeva possesso delle stanze del potere, cavalcando un’estetica amorale e futurista.
C’era un’epica, dietro ai dettagli: device Apple ultimo modello, pranzo al sacco di Eataly, la Smart, i Consigli dei ministri alle 7 di mattina, i selfie, i tweet, le slide, i post, il blog, i video, tutte epitomi della comunicazione rapida, disintermediata, da “premier” a utente, da Matteo a Lucciola85.
Con lui, il “Giglio magico”, i giovani riformatori: Lotti, Boschi, Bonifazi e a latere, in un ruolo mai chiaro, Carrai, intervistatissimo dai giornali liberali, affascinati dalle amicizie del “royal baby”, quale prototipo dell’imprenditore del futuro tra il Chiantishire e la Silicon Valley, molto chic perché allergico a tutto, forse celiaco. “Tocca a noi, siamo una nuova generazione”, e intendeva “noi ingenui ma genuini, noi capi-scout d’Italia”, e mai “noi” ha voluto dire tanto “io”. “Non contano le conoscenze, ma la conoscenza”, e intanto piazzava affini e contigui nelle partecipate e ai ministeri; Carrai, console onorario di Israele per Lombardia, Toscana e Emilia-Romagna, lo voleva alla cybersecurity, nientemeno.
Dopo la caduta rinfaccerà: “Gli stessi che prima elemosinavano una parola, un sms, uno sguardo sono spariti”. Impossibile querelarci, lo ha detto lui: “Centinaia di beneficiati hanno ricevuto, osannato, adulato”, stipendiati da noi.
Poi erano i baccanali neolib della Leopolda: una maratona di tre giorni forsennati, lui tedoforo con la fiamma del futuro in mano; ai “tavoli”, imprenditori, banchieri, squali della finanza, astronauti, atleti (che poi cominciarono a declinare: temendo i suoi auguri come la peste) e vip, per lo più compagni di scuderia dell’agente Presta.
Competizione, darwinismo dei “migliori” (la Bellanova, Scalfarotto). E lo “storytelling” deflagrava in epos: il Rolex in regalo dai sauditi (già allora!), le camicie giallo-blu dei partigiani del “25 aprile Tutto blu”, gli aeroporti di Pisa e di Firenze, il dream team per il Giubileo, il trolley, le periferie, i millennials, il modello Scampia, l’inaugurazione della Salerno-Reggio Calabria (20 km: piuttosto l’inaugurazione della Laino Borgo-Campotenese).
Nel 2017, già in declino, il già autista di camper prese in affitto un treno, sì, un treno speciale Trenitalia, a spese del Pd cioè nostre, su cui percorse l’Italia in 108 province (quelle che lui voleva abolire). Con lui Bonifazi, Richetti, Rosato, Delrio, persino Zingaretti, e giornaliste in solluchero; trionfo della comunicazione populista, politica accoppata; poi furono costretti a non comunicare più le tappe perché alle stazioni venivano subissati dai fischi e dagli insulti: un calvario.
I giovani idealisti si rivelavano vieppiù pescicani, figli di intrighini e di funzionari di banche in declino per cui da ministri trattavano acquisizioni, parvenu del potere, rancorosi, facili alla querela.
Oggi un massone dice di aver promesso alla Boschi (e a Renzi, e a Verdini) un milione di voti in cambio della promessa di far cadere Conte.
Lotti, ex ministro (dello Sport: era allenatore nella categoria pulcini) ha parecchie grane: Consip su tutte, e ora l’accusa di corruzione per la Fondazione Open (oltre che di finanziamento illecito, per cui sono indagati pure Bianchi, Boschi, Carrai e Renzi stesso).
E lui, individuo apicale di questo consorzio, motore primo della fabbrica del nulla che è stato il renzismo, si dà non all’ippica, come da più parti auspicato, ma agli affari con le petromonarchie sanguinarie, e li lascia chi più chi meno nelle pesti. Benché egli neghi (ma piuttosto: siccome nega), potrebbe stare per mollarli.
I 45 di Italia viva in Parlamento (renziani Dop più varie figure sopraggiunte, tra cui un massone e qualche 5Stelle), eletti con un altro partito e migrati nel gruppo a cui il Partito Socialista (alla faccia della rottamazione) ha dovuto subaffittare un pezzo di simbolo, temono che si metta a pensare ai fatti suoi, che poi è esattamente quel che ha fatto finora, ma stavolta col 2% invece che col 40 a cui era dato per certo; vanno piagnucolando che costui, che intanto è diventato milionario, li sta per abbandonare al loro destino, che è quello di sparire nel nulla; sentono l’horror vacui di non saper fare altro nella vita che “i renziani”. Fuoriclasse, purosangue, dicono di lui: perché ha mandato al governo Brunetta, Garavaglia e Gelmini.
Da un anno tentava di far cadere tutto, ma nel febbraio 2020 la gente invece che alle sue bizze si è messa a pensare ai parenti intubati.
Ha dovuto lavorare di lima sorda, ogni giorno un ricatto, finché, intuendo la caduta psicologica di una nazione, ha provocato la crisi che si è goduto da Riyad, svenevolissimo col mandante di un omicidio, chiedendo il Mes e il Ponte sullo Stretto, che da Draghi, stranamente, non vuole.
“Un capolavoro”, dicono quelli smart come lui; e in effetti un numero gli è riuscito, quello di sparire, Houdini del 2%, nel Paese che amava al punto da volerne svecchiare la Costituzione, che a lui e alla moritura e già gagliarda oligarchia gigliata non piaceva (meglio quella saudita): “Piaccia o non piaccia”, “Un passettino alla volta”.
Un passettino alla volta, gli italiani hanno capito il grande bluff umano e politico che è stato il renzismo e, quanto al suo artefice, hanno imparato a detestarlo, e i più saggi – tra i quali non siamo – a ignorarlo, come si fa con un rumore molesto.
(da “il Fatto Quotidiano”)

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“MOLTI RISTORANTI ERANO GIA’ IN CRISI PRIMA DEL COVID, SONO TROPPI”: INTERVISTA AL CRITICO GASTRONOMICO VISINTIN

Aprile 20th, 2021 Riccardo Fucile

“UNO SU CINQUE NUOVE APERTURE NELLE GRANDI CITTA’ SONO IN MANO ALLA MALAVITA, MOLTI APRONO E CHIUDONO IN UN ANNO PER INCAPACITA'”… “SONO UNO DEI LUOGHI MENO SICURI, CI RESTI DUE ORE SENZA MASCHERINA”

L’anno di pandemia ha picchiato duro sui ristoratori, su quelli che protestano senza agitare le piazze e su quelli che le piazze le agitano, qualcuno più per un suo tornaconto che perché non tornano i conti. Tutto lecito, tutto comprensibile ma, per usare espressioni ormai familiari, la ristorazione aveva già molteplici patologie pregresse. Insomma, una buona parte della ristorazione è morta con il Covid, non strettamente “per”. Ne ho parlato con il critico gastronomico del Corriere della Sera Valerio Visintin.
Cosa ne pensa delle proteste dei ristoratori in piazza?
“Le proteste con toni eccessivi non vanno bene, generano assembramenti, sono a rischio infiltrazioni e non solo da parte della destra estrema ma anche della malavita organizzata. Poi è chiaro che l’esasperazione giustifica molto di quello che abbiamo visto. Capisco, sul piano umano, la partecipazione di molti ristoratori. Detto ciò, hanno molta più visibilità di tante altre categorie ugualmente in crisi”.
Il problema dei ristoratori in crisi è inevitabilmente esploso con la pandemia. La crisi però nel settore è endemica
“Il punto è che molti ristoratori fallivano già da prima, era un settore fintamente florido. C’era un’espansione nel numero di insegne che non rispettava le regole del mercato, il rapporto domanda/offerta era completamente stravolto”.
Soprattutto in città come Milano.
“A Milano c’erano più posti a sedere nei ristoranti che tutti gli abitanti compresi i turisti. Prima della pandemia dicevo sempre che se fossero andati simultaneamente tutti i milanesi al ristorante compresi i bambini lo stesso giorno, sarebbero rimasti comunque dei ristoranti vuoti”.
Quanti ne chiudevano?
“L’aspettativa media di un ristorante non superava l’anno. Un fenomeno estrogenato. Dopo due settimane dal lockdown, infatti, molti ristoratori erano già con l’acqua alla gola”
Perché?
“Perché è la prova del nove del fatto che queste aziende contino quasi esclusivamente sulla cassa e finiscano per accumulare debiti con grandissima rapidità, finendo poi per non pagare i fornitori e tutto il resto”.
Quello del ristorante è un modello economico molto complesso?
“Ci sono tantissime spese fisse, l’affitto nelle grosse città è insostenibile. A Bolzano l’affitto di un grande locale in centro è sui 10mila euro al mese, a Milano sui Navigli con 10mila euro ci affitti un buco. Aggiungi che su questo mercato si sono buttate a capofitto persone non preparate, ignorando che sia un lavoro difficilissimo, che non ti puoi inventare al momento. Si tratta di fare conti, scegliere la merce, gestire il personale, saper trattare con i clienti, un impegno enorme”.
C’era una selezione naturale anche prima?
“Sì. E c’è da tenere in considerazione che nel mondo della ristorazione ci sono importanti infiltrazioni della malavita organizzata. Nelle grandi città una ogni 5 nuove aperture aveva più o meno palesi vicinanze con la malavita, che è una spinta propulsiva dietro a tante aperture. Poi c’è anche quella che definisco ‘la malavita disorganizzata’, ovvero grossi imprenditori che dovevano riciclare denaro e si sono lanciati in molte imprese sospette nella ristorazione”.
Poi c’è la parte buona, sana della ristorazione
“Ovvio che moltissimi ristoratori sono onesti, ma la quota del torbido non è irrilevante. Se a chi ho citato aggiungi quelli che magari finiscono o finiranno nelle maglie della malavita perché in difficoltà economica, soprattutto nei momenti complessi come questo…”.
Cosa pensa che accadrà nel settore?
“Ci sarà l’assalto nei ristoranti nei primi tempi, sicuramente tutta l’estate, perché si ha bisogno di riallacciare l’anello sociale, poi però la gente già provata dalla crisi finirà presto i soldi. Credo che i conti veri li faremo in autunno, quando non ci saranno tavoli all’aperto, quando ci saranno davvero pochi soldi. Ricordiamoci che tra i posti al chiuso il ristorante resta uno dei più pericolosi, non esiste alcun luogo in cui stai seduto una/due ore e anche più, senza la mascherina”.
Il mondo del delivery come si sta comportando?
“Un disastro. Molti si limitano a fare un’estensione della doggy bag, ti mettono il cibo nella vaschetta di alluminio. Quasi nessuno è attento alla questione ecologica, non usano i contenitori compostabili. Oppure capita soprattutto per i ristoranti di una certa levatura che ti mandino una marea di pacchetti e poi devi cucinare tu. L’altro giorno ho ordinato da un noto ristorante milanese in zona Tortona: la pasta la devi cucinare, la pizza te la devi cuocere…allora se devo spignattare vado al supermercato, che mi costa anche meno”.
Nella ristorazione c’è stato qualche segnale positivo perfino in pandemia?
“Molto poco, diciamo che le dark kitchen, le cucine pensate proprio per il delivery, se reggeranno, potrebbero diventare la versione moderna delle vecchie rosticcerie”.
Parliamo di ristoratori. C’è chi in questo periodo ha comunicato bene nel mondo della ristorazione?
“Molti tacciono, i più noti hanno paura di mostrare la loro fragilità e anche dell’eventuale contraccolpo che può arrivare da una frase detta male, perché sono ricchi e privilegiati e come tali vengono spennacchiati ogni volta che piangono. Io apprezzo il silenzio dei vari Cracco, ma anche uno come Oldani, che invece parla e dice cose molto ragionevoli, come anche Bartolini, a parte su una cosa”.
Cioè?
“Ha detto che i ristoranti di alta fascia sono sicuri. Una follia: che fai, apri i ristoranti solo per un ceto sociale?”.
Perché gli stellati sarebbero più sicuri?
“Perché, secondo lui, hanno più spazio e aereazioni migliori. Perché hanno più soldi, insomma. Rischia la lapidazione”.
A parte che non ha mai visto la metratura di certi all you can eat, grandi come Piazza Duomo…
“La verità è che stanno attraversando un’enorme crisi anche loro. I ristoranti d’alta cucina incassano mediamente 2.000 euro al giorno (se calcoliamo i 365 giorni l’anno), per cui è evidente che nessun ristorante d’alta cucina può sopravvivere già in tempi floridi. Gli stellati guadagnano su indotti vari quali sponsorizzazioni, eventi, consulenze, catering… ora che per loro si è chiuso anche quel rubinetto è un disastro”.
Accanto a chi chiude c’è sempre chi pensa di fare un affare rilevando ora un locale… Cosa ti senti di raccomandare a chi si lancia nell’impresa?
“Molto semplicemente di fare bene i conti, perché questo è un lavoro che va millimetrato e scandagliato in ogni sua angolatura”.
Su quale tipo di ristorazione vale la pena di investire?
“Funzionano le pizzerie e locali ibridi, quelli che mixano ristorazione veloce e cocktail, i classici beveroni su cui si guadagna molto. Funzionano le cicchetterie ovvero il modello ‘bicchiere con la tartina’ che riducono i costi e hanno molti clienti in piedi. È penalizzata la ristorazione che potrei definire da ceto medio, tanto più che sui format dei ristoranti c’è una forte incidenza della stampa”.
Cioè?
“Si parla sempre e solo delle novità, fossero anche una scemenza. Tutto quello che non si distingue dalla massa, anche se di qualità, non è notiziabile. Nessuno sulla stampa ne parla, a meno che dietro non ci sia un nome famoso”.
E la cucina etnica?
“Ci sono città in cui praticamente non esiste, lì si potrebbe seminare”.
Dici che aprire un vietnamita a Palermo funzionerebbe?
“Può essere”.
Cosa ti spaventa di questo momento?
“Le piccole oligarchie di imprenditori che potrebbero spazzare via tutto, magari con quelle catene orrende. Che potrebbero rimanere pochi ristoranti a conduzione familiare. Che tanti per aprire dovranno chiedere i soldi a qualcuno, e lo stesso vale per chi dovrà sopravvivere”.
Tutti quei ristoranti con affitti stellari in galleria a Milano sono sopravvissuti?
“E certo. Anche chi aveva minacciato chiusure è rimasto in piedi…”.
(da TPI)

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CRISANTI: “LE RIAPERTURE? OGNI VOLTA GLI STESSI ERRORI”

Aprile 20th, 2021 Riccardo Fucile

“ECCO COSA OCCORRE PER USCIRE DALL’EMERGENZA IN OTTO MESI”

«Ogni volta gli stessi errori. Non si impara mai. È incredibile». Il professor Andrea Crisanti, direttore di Microbiologia e virologia dell’Università di Padova, boccia su tutta la linea le «riaperture ragionate a partire dal 26 aprile», annunciate dal presidente Draghi lo scorso venerdì.
Il problema, secondo Crisanti, sta proprio in quell’aggettivo: «ragionato».
“Ragionato” non è un termine scientifico – spiega a Open -. Il rischio può essere calcolato, valutato o interpretato, semmai». E aggiunge: «Se si tratta di un rischio calcolato, quanti casi e quanti morti sono stati messi in conto? Se hanno fatto questo calcolo sarebbe meglio ci venisse detto, perché sapremmo cosa rischia l’Italia».
Una nodo apparentemente lessicale ma che, a detta del professore di Padova, porta con sé forti ripercussioni sull’effettiva ripresa dell’Italia dalla pandemia di Coronavirus.
Professor Crisanti, quali sono i dati necessari per poter parlare di “rischio ragionato”, così come definito dal presidente Draghi?
«Il rischio può essere calcolato, valutato o interpretato, non “ragionato”. Deve essere calcolato in termini di probabilità e di conseguenze. Tradotto: che probabilità c’è che la trasmissione del virus riparta? E poi: quanti morti in più ci si aspetta? Questi sono i termini della discussione. Non ci sono altri calcoli né ragionamenti da fare».
A dicembre, sulle riaperture lei sosteneva che si stavano vendendo «false speranze, intercettando il desiderio della gente di liberarsi dall’incubo». È ancora così?
«Siamo nella situazione, non è cambiato niente».
Sempre in quell’occasione parlò anche «di ossessione della zona gialla». Questa tornerà dal 26 aprile, in modalità “rafforzata”. Che ne pensa?
«Sono tutte misure fatte senza nessuna valutazione. Nel Regno Unito hanno eliminato alcune misure di distanziamento sociale e portato il Paese in una situazione che è esattamente quella che si intende replicare in Italia a partire dalla prossima settimana. Però con dei parametri completamente diversi. Allora o siamo noi irresponsabili nei confronti della salute o sono irresponsabili gli inglesi nei confronti dell’economia. Non c’è una via di mezzo».
Per la riapertura delle scuole si ipotizza una presenza al 100% per tutti, con lezioni all’aperto, screening, ingressi scaglionati. Basterà?
«Non si sa nulla, sono solo ipotesi. La decisione di tenere le scuole aperte o chiuse la si fa senza nessun dato alla mano. Non c’è nessuna informazione che giustifichi né l’una né l’altra scelta».
Cosa ne pensa dei pass per gli spostamenti?
«Dipende da come sono impostati e da quali parametri vengono presi in considerazione. Se è basato sul tampone rapido è una boiata pazzesca. Se è basato sulla vaccinazione c’è un problema etico, perché ci sono persone vaccinate per priorità e altre no. L’opzione sui guariti dalla Covid, che hanno quindi gli anticorpi, ha già qualche fondamento in più. Ma è da monitorare».
Professore però pragmaticamente, dopo oltre un anno di chiusure a singhiozzo, una strada per uscire da questa situazione in sicurezza ci sarà pure, no?
«Certo che c’è. Anzitutto bisogna mantenere le misure attuali e procedere a tambur battente con le vaccinazioni di massa. A questo bisogna unire il sequenziamento dei positivi, per capire se stanno emergendo varianti, e implementare il tracciamento. Però vanno eliminati i tamponi rapidi, che sono un elemento di confusione terribile».
E quanto tempo ci vorrà?
«In otto mesi potremmo uscirne. Però bisognerà fare investimenti nelle giuste direzioni: vaccini, tracciamento e sequenziamento delle possibili varianti. Solo questa è la ricetta per uscirne».
(da Open)

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BOZZA DECRETO COVID: ZONE GIALLE E COPRIFUOCO FINO AL 31 LUGLIO

Aprile 20th, 2021 Riccardo Fucile

PASS VERDE VARRA’ SEI MESI, LE REGIONI FRENANO SULL’APERTURA SCUOLE, DAL 1 LUGLIO APERTI A PRANZO ANCHE I RISTORANTI AL CHIUSO

Mentre era in corso la riunione governo-Regioni, sono emersi alcuni passaggi fondamentali del nuovo decreto anti-Covid, atteso per domani in Consiglio dei ministri. Dalla bozza, infatti, si apprende che torna la zona gialla a partire dal 26 aprile e anche la certificazione verde (cartacea o digitale, valida 6 mesi per vaccinati, guariti dal virus e persone che si sono sottoposte al test molecolare o antigenico nelle 48 ore precedenti) per gli spostamenti tra le Regioni di colore diverso. Le misure dovrebbero essere valide fino al 31 luglio
I locali al chiuso aperti dall’1 giugno
Confermata la riapertura di bar e ristoranti, a patire dal 26 aprile, a pranzo e cena ma con «consumo al tavolo esclusivamente all’aperto» e solo in zona gialla. Dall’1 giugno potranno aprire, ma solo a pranzo, anche i locali che hanno spazi al chiuso.
La riapertura di piscine, teatri, sale da concerto e cinema
Dal 15 maggio, sempre in zona gialla, è prevista l’apertura delle piscine all’aperto, dei mercati e dei centri commerciali anche nei giorni festivi; dall’1 giugno delle palestre; dall’1 luglio delle fiere, dei convegni, dei congressi, dei centri termali e dei parchi tematici. Dal 26 aprile, in zona gialla, confermati anche gli spettacoli aperti al pubblico in teatri, sale da concerto, cinema, live-club e in altri locali o spazi anche all’aperto, a patto che ci siano posti a sedere preassegnati con distanza di almeno un metro.
La capienza non può essere superiore al 50 per cento di quella massima: 1.000 spettatori consentiti all’aperto e 500 al chiuso. Alcuni eventi si potranno riservare solo a chi ha il certificato verde. Dall’1 giugno, tra l’altro, si potrà andare a eventi sportivi con capienza degli stadi o palazzetti non superiore al 25 per cento e con massimo 1.000 spettatori all’aperto e 500 al chiuso. Confermato, infine, il coprifuoco dalle 22 alle 5 del mattino.
Uno spostamento al giorno fino a un massimo 4 persone
Nelle zone gialle – fino al 15 giugno – sarà permesso un solo spostamento al giorno per andare a trovare amici o parenti fino a un massimo di 4 persone (prima erano 2) oltre ai minorenni sui quali si esercita la potestà genitoriale.
Lo spostamento è consentito sempre dalle 5 alle 22, dunque nel rispetto del coprifuoco, che al momento non cambia. La bozza, poi, ribadisce che lo spostamento nelle zone gialle è sempre consentito sia all’interno della regione che tra le regioni dello stesso colore. Cambia, invece, la situazione per le regioni arancioni dove ci si potrà spostare solo all’interno dello stesso comune. Per uscire dalle zone arancioni o rosse servirà, invece, la certificazione verde.
La scuola
Per quanto riguarda la scuola, invece, la bozza del decreto legge, suscettibile ancora di modifiche, prevede che per le superiori debba essere garantito il rientro in aula per almeno il 60 per cento (e fino al 100 per cento) degli studenti nelle zone gialle e arancioni. In zona rossa, invece, il tetto scende al 50 per cento (massimo al 75 per cento). Le disposizioni «non possono essere derogate da provvedimenti dei presidenti delle Regioni» fatto salvo casi di «eccezionale e straordinaria gravità» dovuti al Covid. Insomma, le Regioni non potranno più fare liberamente. Non sarà più consentito.
(da Open)

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GERMANIA, PARTITA LA CORSA PER IL DOPO-MERKEL: ARMIN LASCHET O ANNALENA BAERBOCK

Aprile 20th, 2021 Riccardo Fucile

LA CANDIDATA DEI VERDI HA PIU’ VENTO NELLE VELE, IL PRESCELTO DELLA CDU E’ LOGORATO DALLA CORSA INTERNA, SCHOLZ (SPD) HA UN PARTITO DA RICOSTRUIRE

In ventiquattro ore la nebbia che avvolgeva la politica tedesca si è molto diradata, non del tutto, ma quanto basta per mettere meglio a fuoco i prossimi passi.
Alla designazione di ieri di Annalena Baerbock come candidata dei Verdi alla Cancelleria federale nelle elezioni del 26 settembre, è seguita oggi la decisione della Cdu/Csu di schierare in campo Armin Laschet, presidente del Nord Reno-Vestfalia, il Land più popoloso e ricco della Germania.
Dopo una logorante sfida con il rivale Markus Söder, leader della Csu e presidente della Baviera, il responso del presidio del partito è stato per la tranquilla continuità di Laschet piuttosto che per l’impulsiva assertività di Söder. E lo sconfitto, seguendo la prassi, si è subito messo a disposizione del vincitore per la battaglia comune che li attende nei prossimi mesi.
Il maggior partito tedesco avrà poco tempo per elaborare il lutto per l’uscita di scena di Angela Merkel. Occorrerà serrare i ranghi e predisporsi a un confronto duro.
Se nei mesi scorsi la gestione competente e rassicurante della pandemia da parte della Cancelliera aveva fatto schizzare in alto i consensi personali per lei e trainato i sondaggi per il partito (quasi al 40%), oggi le difficoltà di domare i contagi e le troppe incertezze su chiusure o aperture delle attività hanno ridimensionato al 27% le intenzioni di voto per la Cdu.
Per giunta, il confuso dibattito interno, con il lungo braccio di ferro tra Laschet e Söder, è stato un passaggio tutt’altro che felice. La schermaglia personale, protrattasi per settimane, non è stata ben vista da quanti chiedevano che la politica desse priorità al contrasto della crisi pandemica, anziché alle ambizioni di questo o di quello.
Poi, a complicare la scelta del candidato, è stata anche la mancanza di una procedura codificata, sempre apprezzata oltralpe, per giungere alla decisione.
Laschet voleva affidarsi all’ufficio di presidenza del partito maggiore, Söder insisteva per una pronuncia dell’intero gruppo parlamentare ritenendolo più favorevole.
Alla fine si è imposto il primo, pur se con qualche smagliatura a sostegno del bavarese, il che imporrà al prescelto un’azione di ricucitura interna e di consolidamento del suo profilo.
In ogni caso, sciolto il nodo delle persone, resta da definire il programma delle cose da fare, da proporre agli elettori. E’ lì che si avvertirà l’assenza di Merkel e si potrebbe rimpiangere la sua capacità di smussare, mediare, conciliare, a volte persino rendendo incolore o impalpabile la strategia, ma preservando consensi e sottraendo spazi a alleati e avversari
Anche se in Germania si vota per il Bundestag, non per il Cancelliere, la personalità dei candidati al governo ha certo la sua importanza. Armin Laschet farà leva sulla sua esperienza alla guida di un Land impegnativo, che è riuscito a strappare alla Spd. Annalena Baerbock giocherà la carta della novità e dell’economia verde, per smarcarsi dallo status quo.
Olaf Scholz sarà alla prese con il rilancio del partito socialdemocratico, a metà strada tra continuità di governo e rinnovamento dei suoi obiettivi. Dei tre, al momento è Baerbock ad avere più vento nelle vele.
Sospinta da un crescente consenso per i Verdi (al 23%, ben oltre il doppio di quattro anni fa: anche in Germania oggi la politica è volatile), da un’agenda politica maturata in profondità rispetto agli anni del primo antagonismo ideologico, oltre che da competenza, determinazione e carisma, a settembre Annalena Baerbock potrebbe guidare il suo partito in una nuova coalizione, dopo i sette anni di coabitazione con Schröder (1998-2005). Solo che questa volta le alleanze di governo possibili sono varie e la nuova leader dei Grünen è stata sinora attenta a non escluderne nessuna.
Quel che invece è sin d’ora certo è che in Germania non ci saranno smottamenti o sorprese sulla via della costruzione europea. Tutti i partiti, a eccezione di Afd e Linke entrambi ai margini del campo da gioco, e l’opinione pubblica restano saldamente impegnati nel progetto europeo e per molti aspetti nel suo rafforzamento.
Baerbock lo dice con grande determinazione, gli altri due le fanno eco con messaggi univoci. Non è difficile prevedere che chiunque siederà alla Cancelleria, nella “lavatrice” sulla riva della Sprea, per i prossimi quattro anni, resterà un interlocutore fondamentale per quanti vogliono un’Europa più solidale e più forte.
(da Huffingtonpost)

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“C’E’ UNA ASSOCIAZIONE FORTE E CHIARA TRA LA VACCINAZIONE CON JOHNSON & JOHNSON E I RARI CASI DI TROMBOSI CEREBRALE”

Aprile 20th, 2021 Riccardo Fucile

COME PER ASTRAZENECA, L’AGENZIA PER FARMACO AUTORIZZA IL VIA LIBERA

“C’è un’associazione forte e chiara tra la vaccinazione” col siero di Johnson & Johnson ed i casi molto rari di trombosi cerebrale. Lo ha chiarito la presidente della commissione di farmacovigilanza dell’Ema, Sabine Straus.
Questa è la sentenza dell’Ema, l’Agenzia Europea del Farmaco.
Che riconosce legami di causa-effetto tra il vaccino di Johnson & Johnson e gli eventi “molto rari” di trombosi cerebrale che si sono verificati negli Usa.
Il comitato per la sicurezza (Prac) dell’Ema ha concluso che nelle informazioni sul prodotto per il vaccino Janssen sviluppato da Johnson & Johnson dovrebbe essere aggiunto un avvertimento su coaguli di sangue insoliti con piastrine basse.
Tutti gli eventi rari di trombosi cerebrale “si sono verificati in persone di età inferiore a 60 anni entro tre settimane dalla vaccinazione” con il siero di Johnson & Johnson.
I casi esaminati erano molto simili ai casi verificatisi con il siero anti Covid 19 sviluppato da AstraZeneca, Vaxzevria. Gli operatori sanitari e le persone che riceveranno il vaccino devono essere consapevoli della possibilità.
(da agenzie)

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