Giugno 18th, 2021 Riccardo Fucile
NESSUNO SI SCANDALIZZA DI QUESTA INDECENZA
Massimo Fini ha ragione a scrivere “Berlusconi for President è un’indecenza” (il Fatto, 11 giugno). È un’analisi precisa. Puntuale.
Ricca di fatti documentati su cui tornerò, intanto dico che B. al Quirinale è uno scandalo a) Per la malafede di chi, per calcolo politico, ha avanzato l’idea; b) Per l’assenza di rossore dello stesso B. che punta a candidarsi pur sapendosi impresentabile; c) Per il fetore che emanano alcuni media (giornali e tv) capaci d’ingoiare e giustificare qualsiasi cosa torni utile al loro “campo di appartenenza”. Perché questo è il punto: quintali di carta e chilometri di paroloni sull’“interesse generale” e “il bene del Paese”, poi tutti proni ad accettare (anche) Silvio Berlusconi presidente della Repubblica.
Dai giornali di famiglia non mi aspetto nulla contro il Caimano, ma dai direttori di Repubblica, Corriere della Sera, La Stampa… attendo qualcosa di più di una semplice “registrazione” di ciò che accade perché quando vogliono sanno opporsi, indignarsi, organizzare campagne giornalistiche di protesta. Adesso invece tacciono. Perché?
A Molinari, a Fontana, a Giannini… sta bene la candidatura del plurinquisito al Quirinale? Lo dicano.
Il prezioso articolo di Fini è scritto con la schiena dritta (non è un particolare secondario) e ricorda che “Berlusconi è stato condannato in via definitiva a quattro anni, poi ridotti, via condono, a un anno e mezzo, per una colossale evasione fiscale”. È un dato enorme che dovrebbe bastare a squalificarlo, e invece prevale l’incredibile tendenza a soprassedere: gli italiani dimenticano.
Insomma, mentre negli Stati Uniti gli evasori fiscali vengono sbattuti in prima pagina, indicati agli americani con disprezzo, e, naturalmente, finiscono in carcere; in Italia accade il contrario: dopo la ridicola “rieducazione” ai servizi sociali, finiscono al Quirinale.
Bisogna fermare questa sconcezza! E ricordare a tutti – “gridarlo dai tetti” – che oltre alle condanne, B. “ha usufruito di nove prescrizioni e in tre casi la Cassazione ha accertato che i reati li aveva commessi.”
È sulla parola “prescrizione” che bisogna soffermarsi. I cortigiani del Re giocano spudoratamente su questo termine sproloquiando in tutti i salotti Tv come se “prescrizione” significasse “assoluzione”. È un falso assoluto.
È sulla manipolazione della realtà che poggia la credibilità sia pur ridotta di cui gode B; mentre in verità, ricorda l’autore de La ragione aveva torto?, una sentenza della magistratura dice che si può definirlo “delinquente naturale, pregiudicato, corruttore”. È una miniera d’informazioni il suo articolo, invito chi l’avesse perso a leggerlo perché ogni riga è un omaggio alla giustizia. E all’etica.
Vedi la denuncia della “truffa miliardaria” di B. “ai danni di un’orfana minorenne”; un dato scandaloso che i giornaloni nascondono
Breve considerazione finale. Sono stati scritti migliaia di articoli, e molti libri e girati film su Berlusconi, e tutti (tranne quelli agiografici) colgono qualche suo tratto. L’indole. Una sfumatura del carattere. Il cinismo. L’arroganza. La sete di potere. Il disprezzo delle regole. Il rifiuto della giustizia.
È nella satira latina tuttavia che trovo meglio rappresentata la fase odierna del Caimano. Sto pensando a Giovenale; scrisse 16 Satire pubblicate in 5 libri: “Di fronte a una società che gli appare irrimediabilmente corrotta – dice la critica – Giovenale svela i vizi e le ingiustizie della società romana… il servilismo, l’indegnità delle classi dominanti, il legame tra ricchezza, corruzione e potere”: afferma: “C’è chi, come prezzo del proprio misfatto, ebbe la forca, chi la corona”.
Sembra scritto per il Caimano. Ha compiuto molti misfatti: ora è pronto per il Quirinale.
Grandezza di Giovenale! Insisto: non hanno nulla da dire Molinari, Fontana, Giannini? Tacciono. “Le menzogne più crudeli sono spesso dette in silenzio”.
(da La Notizia)
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Giugno 18th, 2021 Riccardo Fucile
IL TORMENTONE DELL’ESTATE
Ogni estate ha il suo tormentone musicale, ma quest’anno, con le discoteche ancora
chiuse dobbiamo accontentarci di questo ritornello: “non ci sono lavoratori stagionali perché col Reddito di cittadinanza i giovani non vogliono più darsi da fare”.
Su giornali e tv è questa la hit del momento, anche se c’è puzza di un mezzo plagio, in quanto è da anni – ben prima che nascesse il sussidio dei Cinque Stelle – che sentiamo la stessa manfrina su eserciti di bagnini, camerieri, raccoglitori di frutta e verdura che non si riescono a trovare.
Dunque il Reddito di cittadinanza non c’entra, e il problema – quando esiste davvero – ha cause che i sedicenti imprenditori a corto di mano d’opera non hanno la faccia di svelare.
A mancare all’appello sono le figure dotate di esperienza e formazione professionale, perché negli hotel o al ristorante non servono giovanotti che non sanno cosa fare. Ciò nonostante, chi cerca questi impiegati vuol pagarli con due soldi, offrendo anche contratti nazionali ma con livelli più bassi rispetto alle mansioni e alle condizioni di lavoro svolte sul serio.
A quanto si sente, però, non c’è personale nemmeno per spostare in spiaggia gli ombrelloni, attività che non richiede particolari abilità, se non quella di farsi un mazzo per ore con un caldo da schiattare.
Per questi “lavoretti” sempre gli stessi imprenditori, quando va bene offrono poche centinaia di euro in nero, stupendosi che ragazzi evidentemente in condizioni di bisogno preferiscano rifiutare.
La colpa è del Reddito di cittadinanza – utilizzano come facile spiegazione – ma in realtà si tratta solo di persone che hanno la dignità di non farsi sfruttare. D’altra parte è ampiamente dimostrato che lì dove aziende serie offrano condizioni eque e regolari, c’è la fila per entrare.
Dunque quelli che continuano a raccontare la balla degli sfaticati sul divano è meglio che cambino musica. E se proprio non vogliono ammettere che gli è andata male come negrieri almeno riconoscano che attaccano il Reddito di cittadinanza solo per farla pagare a chi ha messo in testa a tanti italiani che di fronte a certi farabutti non si deve più subire.
(da La Notizia)
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Giugno 18th, 2021 Riccardo Fucile
SALVINI E MELONI FURIBONDI
Fra tutti i nodi da sciogliere rimasti irrisolti nel vertice di centrodestra sulle amministrative d’autunno che si è svolto mercoledì, la candidatura di Catello Maresca a sindaco di Napoli è forse il più grande.
Archiviate con la formula del ticket Roma e la Calabria, restano sul tavolo le scelte dei nomi a Milano e Bologna, ma in ogni caso i candidati che alla fine verranno messi in campo dalla coalizione, pur se saranno civici – su questo non vi è dubbio – avranno comunque alle spalle i partiti.
Nel caso del magistrato, invece, è proprio questo il motivo del contendere: fin dai primi giorni in cui ha deciso di correre per la poltrona di palazzo San Giacomo, l’ex pm anticamorra ha parlato di un progetto “civico, totalmente e autenticamente civico” e di non appartenere a nessuna area politica, continuando a ripetere come un mantra che non è di destra né di sinistra, anche se non ha mai chiuso, di fatto, la porta ai partiti. Sia a quelli del centrodestra, però, che a tutti quelli che hanno interesse a contribuire alla realizzazione del suo progetto.
E anche se Maresca qualche giorno fa aveva fatto un vero e proprio endorsement a Berlusconi, definendolo “grande imprenditore” e sostenendo che “il paese ha ancora bisogno di una persona come lui in prima linea”, dalla riunione del centrodestra non è venuta fuori la tanto attesa fumata bianca su Napoli: bisogna capire se Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia, potrebbero ‘accontentarsi’ di proporre delle liste senza nomi e simboli ma solo con i loro candidati.
(da agenzie)
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Giugno 18th, 2021 Riccardo Fucile
DRAGHI IGNORA LA RICHIESTA LEGHISTA DI TOGLIERE SUBITO L’OBBLIGO ALL’APERTO
Un Salvini più di lotta che di governo, agitato per i sondaggi in continua discesa a cui
corrisponde specularmente una crescita costante dell’alleata/rivale Meloni, prova recuperare terreno e torna alla carica con il premier Draghi – con il quale ha avuto ieri un faccia a faccia – cavalcando, ora che il coprifuoco è stato spostato e non è più un tema “caldo”, altri due argomenti di sicura presa ‘pop’: lo stop all’obbligo delle mascherine all’aperto e l’ipotesi di proroga dello stato di emergenza.
Come si intuisce, tematiche che ben si inseriscono in uno schema ormai collaudato: da una parte le decisioni del governo, le posizioni degli irriducibili aperturisti. O di chi dall’opposizione, giustamente, può avere posizioni non sempre in linea con le scelte dell’esecutivo (e non è il caso della Lega che della compagine governativa fa parte). Ma pure stavolta gli è andata maluccio: nel Cdm di ieri di mascherine non ne se è parlato e neppure della fine dello stato di emergenza, tanto che il leader della Lega, dopo aver visto il premier a Palazzo Chigi, ha messo preventivamente le mani avanti: “Con Draghi abbiamo condiviso la necessità di fare quello che sta facendo tutta Europa, ossia togliere l’obbligo di mascherina all’aperto, spero già da domani: se non nel Consiglio dei ministri di oggi (ieri, ndr), nel prossimo io spero ci sia questa scelta”.
E ancora: “Draghi non mi ha dato una data ma penso sia d’accordo con me… C’è una riunione del Cts domani (oggi, ndr) spero che ci sia una risposta chiara anche sulle discoteche”.
Ma anche in questo caso, nulla da fare: nella riunione di oggi del Comitato tecnico-scientifico all’ordine del giorno non figura il tema dell’abolizione dell’obbligo di mascherina all’aperto, su cui evidentemente agli esperti del Cts non è stato ancora chiesto formalmente un parere.
Avendo dunque capito la malaparata, Salvini rilancia subito sul tema fisco: “Passa la proposta della Lega: estate senza cartelle esattoriali, ora lavoriamo su saldo e stralcio e rottamazione. È una boccata d’ossigeno per 18 milioni di italiani, che in un momento di reale difficoltà come questo rischiavano di ricevere 163 milioni di cartelle”.
Insomma, è evidente che per quanto il leader della Lega proclami a ogni piè sospinto l’assoluta sintonia col premier (anche ieri l’incontro è stato definito “utile, positivo e costruttivo: c’è sintonia sulle riforme, dal fisco alla giustizia, c’è sintonia sostanzialmente su tutto”) i fatti poi dicono altro: il Salvini battagliero per rincorrere FdI non solo non ottiene gli effetti sperati ma crea anche malumori fra i suoi stessi ministri, costretti a fare buon viso a cattivo gioco, e fra gli esponenti politici dei partiti che sostengono la maggioranza.
Certo non sarà piaciuto né al premier e né a tutti gli altri il solito sondaggio lanciato da Salvini su Instagram (senza alcuna valenza statistica, dunque) nel quale la domanda retorica “Ho chiesto a Draghi di togliere l’obbligo delle mascherine all’aperto, sei d’accordo?” ha ovviamente registrato il 79% di risposte a favore.
Con il dem Francesco Boccia che parla esplicitamente di propaganda: “Fare propaganda alterando la realtà, è segno dei tempi che viviamo. Molto probabilmente oggi (ieri, ndr) il presidente Draghi, che fa un lavoro paziente, avrà spiegato a Salvini cosa sia lo stato di emergenza e perché è inevitabile che vada oltre il 31 luglio e non ha nulla a che vedere con la limitazione delle libertà individuali di cui, per fortuna oggi, non c’è più bisogno. Basta con le mascherine? Saremo tutti d’accordo appena lo diranno i medici, fu così anche l’anno scorso; ma forse dovrebbe dire fate tutti i vaccini anziché fate come vi pare”.
(da La Notizia)
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Giugno 18th, 2021 Riccardo Fucile
SENZA TRACCIAMENTO LA MUTAZIONE DELTA RISCHIA DI TRAVOLGERCI
Netto crollo della pressione sugli ospedali, alleggerimento delle terapie intensive ed evidente diminuzione dei nuovi casi da coronavirus. Ma contemporaneamente da oltre un mese si assiste a una progressiva diminuzione dell’attività di testing che sottostima i contagi e documenta la mancata ripresa del tracciamento dei contatti, che in questa fase della pandemia sarebbe fondamentale.
REMI IN BARCA
E’ la fotografia delle ultime settimane della pandemia di SarsCov2 scattata dalla Fondazione Gimbe che sottolinea, inoltre, segnali di aumento della variante delta (o indiana). Nello specifico l’ultimo report evidenzia come “da cinque settimane il numero di persone testate si è ridotto del 31,5 per cento, scendendo da 3.247.816 a 2.223.782, con una media nazionale di 132 persone testate al giorno per 100mila abitanti e rilevanti e ingiustificate differenze regionali”.
C’è da dire anche che da fine novembre 2020 ad oggi in dieci Regioni italiane il numero di tracciatori assoldati per dare la caccia al coronavirus è stato ridotto. È il dato simbolo della carenza di risorse dedicate al contact-tracing in Italia: con tutta il Paese ormai in zona bianca, dopo i vaccini e il rispetto delle regole base, il tracciamento doveva essere la terza arma per arginare la pandemia ed evitare una ripresa dei contagi che porterebbe a nuove restrizioni. E invece?
MACCHIA DI LEOPARDO
In tutte le Regioni si conferma il calo dei nuovi casi settimanali, nonostante il Molise sia in controtendenza l’incremento percentuale è irrilevante in valore assoluto. Inoltre, da nove settimane sono in costante calo anche i decessi, che negli ultimi sette giorni si attestano in media a 59 al giorno. “La costante riduzione dei pazienti ospedalizzati – afferma Renata Gili, responsabile ricerca sui servizi sanitari della Fondazione Gimbe – ha portato l’occupazione dei posti letto da parte dei pazienti Covid al 6 per cento sia in area medica che in terapia intensiva, con tutte le Regioni ampiamente sotto le soglie di allerta”.
Ma nel quadro tracciato dalla Fondazione si rileva anche un segnale di attenzione, che riguarda la variante delta. Secondo l’ultima indagine di prevalenza delle varianti pubblicata dall’Istituto Superiore di Sanità il 18 maggio, la variante delta, che preoccupa gli esperti perché più contagiosa di circa il 60 per cento rispetto alla variante inglese, è presente in media all’1 per cento con differenze regionali e un range che va dallo 0 al 3,4 per cento: in particolare, la diffusione maggiore si registra in Lazio, dove si attesta al 3,4 per cento, in Sardegna con il 2,9 per cento e in Lombardia 2,5 per cento.
Tuttavia nell’ultima settimana la variante è stata isolata in due focolai a Milano e Brindisi, segno di una sua maggiore diffusione sul territorio nazionale che si rileva anche dal database internazionale Gisaid: rispetto ai sequenziamenti su campioni raccolti dal 19 maggio al 16 giugno, su 881 sequenze depositate 57 (6,5 per cento) corrispondono alla variante delta.
Rispetto all’efficacia dei vaccini, secondo i dati del Public Health England una singola dose di vaccino (Pfizer-BioNTech o AstraZeneca) ha un’efficacia solo del 33 per cento nei confronti della variante, percentuale che dopo la seconda dose sale, rispettivamente, all’88 e al 60.
CICLO VACCINALE
Inoltre, l’ultimo studio inglese (Public Health England) attesta che l’efficacia del ciclo completo nel prevenire le ospedalizzazioni è del 96 per cento con il vaccino Pfizer-BioNTech e del 92 per cento con quello AstraZeneca. Nell’ultima settimana sono state raggiunte 3.892.072 milioni di somministrazioni, con una media mobile a 7 giorni di 537.765 mila inoculazioni al giorno. L’85,2 per cento degli over 60 ha ricevuto almeno la prima dose di vaccino, con alcune differenze regionali: se la Puglia ha superato il 90 per cento, la Sicilia è sotto il 75.
Degli oltre 4,4 milioni over 80, inoltre, 3.824.604 (85,4 per cento) hanno completato il ciclo vaccinale e 349.498 (7,8 per cento) hanno ricevuto solo la prima dose. Per la fascia 70-79 anni, degli oltre 5,9 milioni rientranti nella classe d’età, 2.544.393 (42,7 per cento) hanno completato il ciclo vaccinale e 2.605.613 (43,7 per cento) hanno ricevuto solo la prima dose. Tra 60 e 69 anni degli oltre 7,3 milioni, 2.655.476 (35,7 per cento) hanno completato il ciclo vaccinale e 3.247.643 (43,6 per cento) hanno ricevuto solo la prima dose.
(da La Notizia)
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Giugno 18th, 2021 Riccardo Fucile
CONTE PUNTA A MINARE LA LEADERSHIP DEL PREMIER E A FAR TORNARE IL M5S PRIMO PARTITO
Il nuovo programma di Giuseppe Conte per la rifondazione del M5S deve fare i conti
con Mario Draghi. Stando a quanto riportato da un retroscena di Francesco Bei su Repubblica, infatti, il leader in pectore del Movimento ha intenzione di diventare “primo partito” e minare la leadership del suo successore.
Sarebbero stati già tre i momenti di scontro tra i due: la prima volta in occasione della nomina di Elisabetta Belloni a capo del Dis al posto di Gennaro Vecchione. L’ex premier avrebbe provato, inutilmente, ad opporsi alla scelta arrivata al culmine di una serie di passi falsi da parte dell’uomo da lui nominato all’epoca del governo giallo-verde, come il silenzio sul caso Renzi-Mancini.
Poi il tema Cassa depositi e prestiti e la decisione di Draghi di nominare Dario Scannapieco nuovo amministratore delegato, in sostituzione di Fabrizio Palermo: anche in questo caso la telefonata di Conte ha avuto esito negativo.
Infine, il blocco dei licenziamenti, che l’ex primo ministro avrebbe voluto prolungare sulla scia di Andrea Orlando.
“Palazzo Chigi non poteva ignorare il parere del partito di maggioranza relativa”, avrebbe detto Conte a Draghi. Ma troppo tardi, perché il Ministro del Lavoro aveva già intrapreso la strada alternativa, e Conte ha dovuto arrendersi.
Ma adesso la strategia del nuovo Movimento potrebbe andare nella stessa direzione: criticare dal basso e, senza spallate, intraprendere la strada di un “crescente bradisismo”, scrive Bei.
Eppure tra Conte e Draghi c’è Luigi Di Maio, secondo cui alzare la tensione all’interno del governo non giovi al M5S perché “chi attacca Draghi, scende nei sondaggi”. Ma l’inarrestabile ascesa dell’unico partito all’opposizione, Fratelli d’Italia, dimostra il contrario.
(da TPI)
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Giugno 18th, 2021 Riccardo Fucile
INTERVISTA ALL’EX SINDACO MARINO, OGGI CHIRURGO ALLA THOMAS JEFFERSON UNIVERSITY DI PHILADELPHIA
Alla vigilia delle primarie del centrosinistra per il candidato sindaco di Roma, l’ex primo cittadino Ignazio Marino torna nella capitale per affiancare Giovanni Caudo, ex assessore all’Urbanistica della sua giunta ed ora presidente del Municipio III, in una campagna elettorale sottotono il cui esito sembra in parte già scritto.
Ma la squadra di Caudo crede che la partita sia ancora contendibile grazie al voto dei fedelissimi, in un momento in cui il favorito, il candidato del Pd Roberto Gualtieri, appare meno agguerrito.
Fino ad ora c’è stato un solo confronto tra tutti i sette candidati – oltre a Caudo e Gualtieri, Imma Battaglia, Paolo Ciani, Stefano Fassina, Cristina Grancio e Tobia Zevi – e il rischio è che, come già avvenuto per le primarie di Torino, domenica 20 giugno ai gazebo si recheranno in pochissimi.
Un dato che indebolirebbe in partenza il vincitore e rivelerebbe “l’impoverimento culturale e democratico” di un partito, il Pd, che per queste primarie non si è speso abbastanza.
Ne è convinto Marino, tornato a fare il chirurgo alla Thomas Jefferson University di Philadelphia e che a Roma si trova per qualche giorno. “Se questo confronto non c’è non c’è la democrazia” dichiara a TPI a margine della presentazione del documentario di Francesco Cordio, “Roma Golpe Capitale” sulla parabola che portò alle sue dimissioni ad ottobre del 2015 dopo circa 27 mesi di governo.
Scene che non solo riportano alla mente “episodi precisi di quell’epoca, ma danno l’amarezza di una missione incompiuta che era iniziata e che si era sviluppata”, afferma con rammarico. “Molte decisioni sono state prese e molte realizzate, basti pensare che abbiamo costruito 19 km di metropolitana, aperto la metro C, chiuso il traffico ai Fori Imperiali e a Piazza di Spagna, allontanato i “camion bar” dalle zone archeologiche di prestigio della nostra città, avviato l’acquisto degli autobus che adesso per fortuna la sindaca Raggi ha potuto mettere in circolazione, ma c’era tantissimo altro da fare quindi il senso di missione incompiuta chiaramente resta”.
Ha accusato il Pd di rifiutare il confronto per le primarie. Ha detto che per confrontarsi bisogna avere delle idee. Gualtieri non ne ha abbastanza?
È triste, lo dico con pacatezza e grande rammarico perché il Pd ha l’ambizione di rappresentare una gran parte della popolazione del nostro Paese. Ambizione che non corrisponde alle azioni. Anche allora non ci fu dibattito in aula sul perché si chiedevano le dimissioni di un sindaco di centrosinistra che stava innovando, che aveva portato all’attenzione del mondo situazioni importantissime, come l’eguaglianza di diritti per tutti. Perché allontani il sindaco? Spiegalo. Non capisco, penso che quando feci io la campagna elettorale desideravo incontrare le persone per spiegare le mie idee, e penso che è la cosa più bella. Se questo confronto non c’è non c’è la democrazia e c’è un impoverimento culturale drammatico.
Si sente vittima di un golpe? Anche Gualtieri doveva chiederle scusa?
Non voglio le scuse di nessuno, perché se uno commette un gesto a una persona perché perde la testa e poi se ne rende conto mezz’ora dopo chiede scusa e la cosa finisce. In questo caso l’offesa è stata fatta ai 700mila elettori di centrosinistra che mi avevano votato. Un partito che osa chiamarsi democratico, e quindi con un’esposizione importante su valori e principi dice ‘Noi questo dibattito non lo facciamo anche se siamo solo 22-24 consiglieri, andiamo dal notaio e facciamo decadere il sindaco eletto dalla popolazione’. Io credo che questo non riguardi me, ma la città di Roma, la sua popolazione, i suoi cittadini e un partito. Personalmente penso che Gualtieri sia una persona per bene, a modo, ma all’epoca era impegnato in Europa. Se rappresenti la nazione e succede qualcosa di grave perché viene allontanato il sindaco della tua capitale non puoi rispondere “Io non c’ero, non ho mai parlato male, non ho fatto mai nulla”. Se il giorno dopo a quel sindaco hanno scritto Boris Johnson o Bill De Blasio, forse anche il rappresentante pagato dai cittadini italiani a Bruxelles doveva occuparsene.
(da TPI)
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Giugno 18th, 2021 Riccardo Fucile
LA CORSA DEI SOVRANISTI (E NON SOLO) A UN LAUTO STIPENDIO
Assalto alla diligenza. Il Consiglio regionale della Calabria si appresta ad approvare fior
fior di nomine negli enti pubblici regionali. Postazioni ambite e lautamente retribuite per le quali in lizza ci sono gli amici degli amici dei partiti politici, di destra e di sinistra
Nomine di competenza regionale, certo, ma dal 10 novembre scorso, però, il Consiglio regionale calabrese è “sciolto” perchè a seguito della triste e prematura fine della legislatura a seguito della morte di Jole Santelli, i consiglieri sono stati “congedati”, ossia rimangono in carica solo per adottare, come sottolineato dalla Corte Costituzionale nella sentenza 243 del 2016 sulla legge elettorale calabrese, “atti necessari ed urgenti, dovuti o costituzionalmente indifferibili” – “ovvero che appaiano necessitate sulla base di obblighi fissati dal legislatore statale o comunitario”.
Inoltre, il decreto-legge 25 dello scorso 5 marzo (che ha rinviato la data delle elezioni al prossimo autunno), ha attribuito il potere di intervenire in merito all’approvazione di provvedimenti legati all’emergenza pandemica.
Tra queste non rientrano certamente le ormai imminenti “nomine della 39” (perchè disciplinate dalla legge regionale 39 del 1995) per le quali i politici regionali calabresi si apprestano ad un vero e proprio colpo di mano prelettorale.
Parliamo, ad esempio, dei i membri del comitato misto delle servitù militari; dei tre membri del Comitato regionale per le comunicazioni (il Presidente avrà diritto a 3.060 euro mensili, mentre i componenti semplici 2.040 euro, entrambi oltre rimborsi spese vari); di tre esperti nella consulta regionale per la difesa e tutela delle professioni, il garante regionale dell’infanzia, il garante per la salute (tutti a 1.275 euro mensili); di cinque esperti per l’osservatorio regionale per lo sport; il difensore civico; i membri del cda del consorzio del bergamotto; dei membri del cda della casa degli oli extravergini d’oliva di Calabria e, soprattutto, delle ambite nomine in FinCalabra, l’ente in house regionale che si occupa di finanziamenti e piccole e medie imprese.
Lo scorso 2 novembre, poco prima dello scioglimento del Consiglio regionale, è stato rilasciato un formale parere sulla possibilità di procedere a siffatte nomine con le istituzioni in carica solo per gli affari correnti. A firmarlo è stato il dirigente del settore legislativo del consiglio regionale, Sergio Lazzarino, su richiesta della segretaria generale ad interim Maria Stefania Lauria.
“La legge regionale 39/1995 risulta carenze nella parente in cui prevede esplicitamente l’esercizio del potere sostitutivo del Presidente del Consiglio oltre il periodo di proroga”, scrive il dirigente regionale sottolineando come il quadro normativo di riferimento non sia per nulla completo, ma concludendo scrivendo che il Presidente del Consiglio regionale avrebbe potuto provvedere direttamente alle nomine: “A condizione che le ritenga assolutamente necessarie per garantire il buon andamento e la continuità amministrativa, per evitarne le paralisi e scongiurare i connessi eventuali danni e responsabilità che ne deriverebbero”.
In soldoni, il Presidente del Consiglio regionale della Calabria (che oggi è l’ex capogruppo di Forza Italia Gianni Arruzzolo, subentrato a seguito delle dimissioni di Mimmo Tallini, dimessosi per l’inchiesta “Farmabusiness” nella quale è indagato per concorso esterno in associazione mafiosa e voto di scambio politico mafioso che lo ha travolto) facendosi delegare dai Consiglieri regionali, potrebbe procedere alle nomine solo al fine di rischiare paralisi amministrative.
Tanti politici in lizza per le nomine
Il “paradosso” è che a scongiurare le asserite e presunte paralisi amministrative degli enti pubblici sono personaggi assai noti. Difatti, a voler ricoprire le ambite caselle ci sono politici sulla via del riciclo, ex candidati trombati alle elezioni e “amici di”.
Per il Corecom, ad esempio, in lizza c’è l’ex candidato regionale di Forza Italia (e parente del noto imprenditore catanzarese Floriano Noto), Frank Santacroce; il vicecoordinatore regionale e già candidato alle elezioni europee con Fratelli D’Italia, Rosario Aversa, l’esponente di Forza Italia, Giovanna Cusumano (parente del capogruppo azzurro in consiglio comunale di Reggio Calabria, Federico Milia, vicino al deputato forzista Francesco Cannizzaro), l’ex candidato regionale di Forza Italia Tonino Daffinà, l’ex consigliere regionale del Partito democratico Domenico Battaglia; la vicesindaca di Curinga ed esponente del Pd Enza De Nisi; il segretario del Pd di Belvedere Marittimo Ugo Massimilla; la presidente Commissione pari opportunità comune Reggio Calabria guidato da Giuseppe Falcomatà ed ex candidata alle elezioni europee con il Pd, Lucia Anita Nucera; la tesoriera dell’ordine degli avvocati di Catanzaro e moglie del consigliere comunale del capoluogo Demetrio Battaglia, Stefania Caiazza; l’esponente reggina di Forza Italia Daniela De Blasio; l’ex assessore comunale di Rosarno ed ex grillino (oggi portaborse del Presidente del Consiglio regionale di Forza Italia Gianni Arruzzolo) Teodoro De Maria; l’ex commissaria Udc di Reggio Calabria Paola Lemma.
La citata forzista Giovanna Cusumano è in lizza anche per il ruolo di garante per l’infanzia e, insieme alla sorella Saveria, è tra i papabili del consiglio di amministrazione e del comitato di indirizzo di FinCalabra.
Insieme a loro anche l’ex candidato regionale di Fratelli D’Italia, Amedeo Nicolazzi (di recente finito ai domiciliari per concussione sessuale), l’ex consigliere regionale della lista “Scopelliti Presidente” Alfonsino Grillo, il consigliere provinciale di Catanzaro Fernando Sinopoli. Insomma, per ogni possibile casella c’è un amico di questo o di quel partito pronto.
La Lega si smarca, ma perde la faccia
E se il presidente facente funzioni della Regione, il leghista Nino Spirlì, ha proceduto alle nomine del consiglio di amministrazione di FinCalabra s.p.a. “sistemando” l’ex candidata alle elezioni europee in quota Lega, Emma Staine e l’ex candidato regionale dell’Udc, Roberto Vizzari, i quattro consiglieri regionali leghisti (si dice, su imposizione dello stesso Matteo Salvini), Tilde Minasi, Pietro Raso, Pietro Molinaro e Filippo Mancuso hanno tuonato pubblicamente contro le altre nomine, attaccando il Presidente del consiglio regionale Arruzzolo che, a loro dire: “Senza alcuna intesa in sede di conferenza dei capigruppo, ha deciso di mettere all’ordine del giorno della seduta del prossimo 18 giugno, una serie di nomine. Su questa decisione, come gruppo Lega esprimiamo il nostro totale dissenso, perché la consideriamo assolutamente inopportuna”,-
“A poco più di tre mesi dalle nuove elezioni – aggiungono – , auspichiamo che il Consiglio regionale ed il presidente rinuncino in modo categorico ad atti che, a prescindere dalle reali intenzioni, possano assumere una connotazione clientelare finalizzata ad acquisire consensi elettorali.
Peccato che in lizza tra i “nominabili” ci siano gran parte degli ex candidati leghisti alle ultime regionali.
A bramare la nomina di Presidente dell’ente parco, ad esempio, c’è Nicola Daniele, candidato del collegio centro, referente provinciale della Lega di Crotone.
A competere con lui in quel ruolo anche Mario Carelli, già candidato nel collegio cosentino.
Carelli ha fatto domanda anche per essere nominato nel consiglio di amministrazione del Consorzio del bergamotto. Nel 2006 Carelli è stato portaborse del consigliere regionale dello Sdi, Cosimo Cherubini, condannato per associazione mafiosa nell’ambito del processo “Falsa politica” sulla ‘ndrangheta di Siderno.
Le stesse candidature di Carelli le ha avanzate Osvaldo Piacentini, anche lui candidato in quota Lega alle regionali su Cosenza.
Giuseppe Macrì, candidato nel collegio centrale, è coordinatore provinciale della Lega di Catanzaro. Ora è in lizza per il collegio sindacale di FinCalabra. Non solo candidati regionali, a fare domanda come componente del Corecom c’è Francesca Anastasia Porpiglia, assessora alle politiche giovanili di Villa San Giovanni in quota Lega (già candidata alle politiche 2018 e alle europee 2019, nonchè al consiglio metropolitano quest’anno) e il padre Vincenzo Salvatore Porpiglia.
Vedremo, quindi, se la Lega accontenterà i suoi ex candidati regionali o sarà consequenziale al “diktat” salviniano che non vuole “scandali” sulle nomine pubbliche.
(da TPI)
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Giugno 18th, 2021 Riccardo Fucile
“GLI ABBIAMO GRIDATO DI FERMARSI, MA E’ FUGGITO”… L’OPERAIO 37ENNE LASCIA LA MOGLIE E DUE FIGLI
“Era mio collega, quasi fratello”, Così Pape Ndiaye, Sindacalista Si Cobas, ricorda a Fanpage.it Adil Belakhdim, il collega rimasto ucciso oggi a Biandrate, nel Novarese, nei pressi del deposito territoriale Lidl, dove stava iniziando una manifestazione di lavoratori.
Il 37enne è stato investito volontariamente da un camionista al culmine di una discussione. “Ieri sera abbiamo fatto il briefing della situazione ed era l’ultima riunione che abbiamo fatto, per ogni vertenza prepariamo una documentazione. Io dovevo andare alla Unes di Trucassano e lui doveva essere alla Lidl di Briandate” ci racconta Pape, coordinatore di Milano e Novara per Si Cobas.
E’ successo che i lavoratori davanti al posto di lavoro, avendo delle condizioni di sfruttamento pazzesche, ricatti, una gestione delinquenziale, hanno deciso di manifestare lì davanti.
Nei giorni scorsi abbiamo contattato l’azienda Lidl per avere dei riscontri per ben tre volte, ma non ci hanno mai risposto, non hanno voluto sapere niente, quindi abbiamo deciso di fare rimostranze.*
Secondo quanto raccontato dal collega il camionista avrebbe “forzato il blocco, trascinando Adil per 30 metri, lasciandolo morto lì e ferendo un altro lavoratore”.
Un poliziotto della Digos presente avrebbe cercato disperatamente di fermare il camionista mostrando il tesserino, ma l’uomo alla guida del mezzo non si è fermato.
I carabinieri lo hanno bloccato poco dopo all’Autogrill dell’A4 tra i caselli di Novara Est e Novara Ovest: si tratterebbe di un uomo di origini campane.
Un altro operaio, Guradeci Flamur, ci ha confermato l’accaduto: “Il camionista ha preso Adil con tutte le ruote e ha ferito alle gambe un altro lavoratore. Noi eravamo tutti lì davanti, una quindicina di persone, gridavamo ‘ferma ferma ferma’, ma non si è fermato ed è scappato dopo aver trascinato Adil per 30 metri”.
Carlos, un altro collega di Adil, ci ha spiegato che i manifestanti avrebbero tentato di fermare il camion, battendo anche con le mani sul mezzo. Ma l’uomo alla guida ha forzato il blocco, investendo due persone: ad avere la peggio è stato Adil, trascinato per oltre 30 metri sotto le ruote del mezzo pesante. “Non si è fermato, non può essere un incidente. Quell’uomo è un pazzo” ha detto Carlos. L’altro operaio è stato ferito ad una gamba.
Intanto si è appreso che anche altri due lavoratori presenti alla manifestazione sarebbero stati urtati dal camion e avrebbero riportato ferite: si trovano ora in Ospedale a Novara, e le loro condizioni non desterebbero preoccupazioni.
Lascia la moglie e due figli
Viveva a Vizzolo Predabissi, nell’area metropolitana milanese con la moglie e i due figli di 4 e 6 anni
(da agenzie)
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