Giugno 24th, 2021 Riccardo Fucile
SERIA PREOCCUPAZIONE NEGLI ALTRI PAESI EUROPEI
La variante Delta si diffonde a ritmi preoccupanti nel Regno Unito. Stando ai dati
che giungono dal governo britannico, infatti, la quota di nuovi contagi da Coronavirus rilevati nelle ultime 24 ore è pari a 16.135. La cifra è la più alta dallo scorso 2 febbraio, quando nel Paese era in corso una crisi sanitaria.
Salgono seppure in minor misura anche le ospedalizzazioni: oggi i ricoveri sono 1.508 con 27 morti contro i 19 registrati ieri 22 giugno.
La somministrazione dei vaccini all’interno della campagna vaccinale del Paese prosegue mettendo a segno 550mila inoculazioni nelle ultime 24 ore per un totale di 75 milioni di dosi distribuite.
Dunque, la popolazione che ha ricevuto almeno una dose di prodotto anti virus si attesta sui 43,4 milioni, di cui 31,7 con seconda dose e completamento del ciclo vaccinale.
Le reazioni tedesche
L’impennata di nuovi casi preoccupa molto gli altri Paesi Ue. Le precauzioni da intraprendere a proposito degli spostamenti nell’Unione Europea sono state rilanciate dalla cancelliera tedesca Angela Merkel, che ha sottolineato l’importanza dell’obbligo di quarantena in tutta Europa per i viaggiatori provenienti dal Regno Unito.
«In Germania, se vieni dalla Gran Bretagna, devi metterti in quarantena e non è così in tutti i Paesi europei», riporta il quotidiano britannico Guardian. «Mi auguro che venga applicato da tutti, vorrei che fosse così», ha detto la leader tedesca durante un intervento al Bundestag. Le dichiarazioni di Merkel arrivano dopo le critiche espresse nei giorni scorsi sulla scelta del Portogallo di consentire l’ingresso ai turisti britannici senza obbligo di quarantena.
Intanto a Londra il premier Boris Johnson torna a incontrare la regina Elisabetta II, nella tradizionale udienza del mercoledì tra la sovrana e il primo ministro.
L’incontro è il primo da oltre un anno, ovvero dall’inizio dell’emergenza Covid nel Paese. Dall’inizio della pandemia, infatti, i colloqui si erano svolti a distanza per ragioni di prevenzione, a partire dal 25 marzo 2020.
Il faccia a faccia in presenza tra il premier e la regnante è stato possibile grazie al fatto che entrambi sono stati vaccinati con doppia dose, a ridosso della notizia che emerge dai vertici sanitari britannici circa l’efficacia dei prodotti Pfizer e AstraZeneca contro la variante ex indiana superiore al 90 per cento.
L’incontro si è tenuto a Buckingham Palace, con Elisabetta che si è spostata nella capitale per l’occasione dalla residenza del Castello di Windsor, dove alloggia in sicurezza da mesi. La riunione tra i due è stata anche la prima dalla scomparsa del principe, avvenuta lo scorso marzo.
(da agenzie)
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Giugno 24th, 2021 Riccardo Fucile
DA DUE DEBOLEZZE NON NASCE MAI UNA FORZA
La giusta distanza stava diventando un esilio. Beppe Grillo aveva detto alle persone a lui più vicine che per l’ennesima volta era giunto il momento di osservare le vicende del suo Movimento più da lontano. Come un vero padre nobile, e non come un «Elevato» che a norma di Statuto conserva il potere intangibile di decidere cosa è bene e cosa è male per la sua creatura.
Alla fine di febbraio, dopo l’incontro a Marina di Bibbona con Giuseppe Conte, era tornato nella sua casa di Genova ben contento di rivendicare la propria stanchezza e la liberazione dalle incombenze quotidiane della politica.
A sigillarlo tra le mura domestiche c’era stato poi il disastroso video con il quale difendeva il figlio Ciro dalle accuse di stupro, che oltre a rivelarsi un boomerang per le vicende giudiziarie dell’erede, aveva anche ridotto di molto la sua agibilità politica, trasformandolo per qualche tempo in una sorta di impresentabile.
Sembrava scomparso, il cofondatore del M5S. Ogni tanto affiorava, ma solo a livello di retroscena, il suo malcontento per la gestione della lite di condominio sulla piattaforma Rousseau. Lui avrebbe voluto una soluzione più conveniente e dignitosa per Davide Casaleggio, che al netto delle incomprensioni personali rimane pur sempre il figlio di Gianroberto, l’altra metà della storia.
Negli ultimi quindici giorni è cambiato tutto.
Prima, a sorpresa, un no secco alla deroga al secondo mandato, che ha destato molte perplessità nell’ex presidente del Consiglio, il quale con i suoi tortuosi giri di parole aveva appena detto che qualche deroga ad personam sarebbe comunque stata possibile. Neppure il tempo di catalogare l’uscita alla voce «borbottio dell’anziano leader», che Grillo annunciava la visita all’ambasciatore cinese, mettendo in difficoltà l’ala governista che sostiene Conte e al tempo stesso partecipa all’esecutivo del suo nemico Mario Draghi, in quei giorni alle prese con un G7 all’insegna di un ritrovato atlantismo.
A quel punto è apparso chiaro che la rifondazione del M5S non sarebbe stata una passeggiata. E le beghe sulle liste degli iscritti erano Disneyland in confronto allo scontro che si stava profilando all’orizzonte.
Perché il bersaglio del ritrovato attivismo di Grillo è proprio Conte. La battaglia sul nuovo Statuto sarà cruenta, sono in ballo principi fondamentali, ma è solo l’inizio.
Nel suo continuo andare e venire dalla politica pesano stati d’animo molto personali. A volte è inutile cercare un filo di razionalità laddove semplicemente ci sono gli umori di un leader che si considera unità di misura del Movimento che lui ha creato. Quel che va bene a lui, va bene al M5S. E il passare del tempo non ha mai scalfito questa sua intima convinzione, così forte da farlo tornare più volte sui propri passi, dopo aver annunciato «il passo di lato», «il ritorno sulle scene», «la vita da Cincinnato».
Grillo «sente» il Movimento come se fosse la sua linea d’ombra, come la vita mentre gli sembra di perderla. Più si isola, nell’ultimo caso da tutto, dal dibattito pubblico, dal palcoscenico, sempre di più rinchiuso in casa, più ritorna con rinnovata irruenza.
L’ex comico ha la destabilizzazione nel proprio codice genetico. Uno vale uno, ma solo per l’Elevato. Il problema è che adesso sono in due, ed entrambi hanno scoperto la vocazione autoritaria dell’altro.
L’investitura di Conte non è stata certo una decisione collegiale. Ha deciso Grillo da solo. Ma l’ex presidente del Consiglio non sembra aver capito cosa significasse quella mano calata dall’alto. Non esistono i pieni poteri, se non per una sola persona. Figurarsi quando l’Elevato ha cominciato a capire che i fini divergevano, e non di poco.
L’ex comico identifica la salvaguardia del Movimento nel mantenimento di una linea antisistema, di natura ribellistica. Se il filone giustizialista si è rinsecchito causa l’alleanza del M5S con pressoché l’intero arco parlamentare, non restano che le Cinque stelle, acqua, ambiente, trasporti, connettività e sviluppo.
Ma Grillo si è convinto che Conte sia più interessato a un semplice M5S governista che alla maieutica ecologista. E non può accettare un Movimento personale come era stato bi-personale quello suo e di Casaleggio padre, se svuotato di ogni antagonismo e trasformato in un piedistallo dove appoggiare quella popolarità che i sondaggi ancora consegnano all’ex premier.
Alla fine, sullo Statuto si troverà un accordo, perché entrambi i contendenti, che a diverso titolo si sentono in debito con la sorte, avrebbero troppo da perdere da una rottura definitiva. Ma da due debolezze non nasce mai alcuna forza. E neppure un nuovo Movimento con basi solide.
(da Il Corriere della Sera)
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Giugno 24th, 2021 Riccardo Fucile
LA POSIZIONE DELL’EX PREMIER PRIMA DEL FACCIA A FACCIA DI OGGI CON IL GARANTE
È il giorno della verità per il M5s. Il fondatore atteso a Roma per incontrare i
gruppi parlamentari e poi l’ex premier: l’obiettivo è trovare un accordo sul ruolo di entrambi nel nuovo Movimento. Altrimenti il rischio sarà l’implosione
Ai senatori incontrati ieri e poi in serata a un gruppo ristretto di deputati, Giuseppe Conte ha ribadito quel che in pubblico cerca di ripetere da giorni: tra lui e Beppe Grillo non c’è nessuna rottura, nessuna vera tensione ed è ancora sicuro che un punto di incontro sulla riforma dello Statuto del M5s sia sempre possibile.
Rassicurazioni che poco convincono davanti ai quotidiani retroscena che riempiono le pagine dei giornali e che raccontano dei due ormai ai ferri corti, su posizioni apparentemente inconciliabili proprio sul ruolo che Beppe Grillo dovrebbe avere nel “nuovo” M5s che Conte immagina di guidare.
Come racconta il Fatto quotidiano, i due si sono già sentiti al telefono ieri. Oggi però potrebbe avvenire il faccia a faccia decisivo, visto che il Garante incontrerà i gruppi di Camera e Senato da giorni in subbuglio per i rumors su strappi e scissioni.
L’idea di un partito dell’ex premier non è mai scomparso dai retroscena. Un’ipotesi che ancora ieri Conte ha provato ad allontanare: «Il mio progetto è qui – avrebbe detto ai parlamentari ieri, scrive il Fatto – non ci penso proprio a fare altro: ma io sono venuto per cambiare e il garante deve essere convinto, altrimenti faccio un passo indietro».
È la condizione senza la quale Conte insomma potrebbe sfilarsi del tutto, lasciando il Movimento in mezzo al guado e senza un leader capace di tenere assieme le diverse anime grilline sempre più tormentate da quel che sarà dopo la fine della legislatura.
Il compromesso possibile
«Vada come vada, comunque oggi qualcosa si chiude» ha detto ieri Conte ai senatori grillini, confidando che incontrare di persona Grillo aiuterà a trovare un punto di conciliazione nell’interesse di tutti.
Il nodo sui poteri del Garante per l’ex premier non si potrà evitare. Stando allo Statuto oggi, Grillo in qualità di garante ha un potere larghissimo, che di fatto potrebbe neutralizzare qualsiasi decisione del capo politico del Movimento.
Una disparità che rischia di immobilizzare il M5s in uno stallo infinito. Conte è sicuro di una necessità su tutte: «Al capo politico spetta la titolarità della linea politica, il garante sarà invece il custode dei valori».
Conte sarebbe anche disposto a mantenere per il garante il potere di revoca del capo politico, aggiunge il Fatto, ma per Grillo non basterebbe. L’Elevato avrebbe anche chiesto poteri assoluti sulla gestione della comunicazione, riportando la trattativa in salita.
(da agenzie)
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Giugno 24th, 2021 Riccardo Fucile
ANCHE A NAPOLI I NUMERI NON SONO MIGLIORI E LA MELONI PENSA DI ANDARE PER CONTO SUO
In autostrada nei giorni da bollino rosso c’è meno traffico rispetto al via vai dei sondaggi sulle prossime amministrative. Nel mazzo c’è anche roba di dubbia provenienza, a uso e consumo dei candidati che commissionano (e pagano) le indagini. D’altra parte, un po’ d’ottimismo fa sempre bene alla base elettorale, e far sapere che le cose vanno a gonfie vele aiuta a spronare gli indecisi o chi aspetta un segno per scegliere il carro vincente su cui saltare.
Se però il responso è da incubo, meglio tenere le rilevazioni riservate, e se possibile cambiare cavallo prima di andarsi a schiantare.
Così gira voce di numeri miserrimi per il Centrodestra a Milano, tant’è vero che la coalizione non riesce a trovare né un politico né un civico da presentare per Palazzo Marino.
Ma come: persino a casa di Salvini e Berlusconi, dopo anni di spudorata onnipresenza sulle reti del Biscione, non c’è nessuno da contrapporre all’uscente Sala, pure lui peraltro senza la faccia di correre con la bandiera del Pd?
E che dire a Napoli, dove le previsioni sono nere per il magistrato Maresca scelto da Lega, Fratelli d’Italia e FI, tanto che il diretto interessato non vuole simboli di partito? Qui, a quanto pare, la situazione è così imbarazzante da far frullare in testa alla Meloni di puntare su un proprio uomo, lasciando al suo destino il candidato in condominio con i promessi sposi nel partito unico di Silvio & Matteo.
Segni di disfacimento per un’area tenuta insieme dalla facile demagogia dell’opposizione, ma che si sta sciogliendo come neve al sole una volta saltata in parte nella maggioranza del governo Draghi e in parte rimasta fuori per macinare consensi promettendo l’impossibile.
Un antipasto indigesto – di cui la stampa sovranista non fa cenno – di quanto i partiti di destra si romperanno le corna lì dove invece riusciranno a vincere, immobilizzando in poco tempo le amministrazioni, e riproponendoci il film già visto delle infinite faide di potere tra simili alleati.
A sinistra – si dirà – non è che le cose siano migliori, ma qui non si arriva a vedere un leader che raccoglie le firme per i referendum sulla Giustizia (Salvini) e un altro che se ne lava le mani (Meloni). E se il buongiorno si vede dal mattino…
(da La Notizia)
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Giugno 24th, 2021 Riccardo Fucile
CROCIATA REFERENDARIA SENZA FDI: LA MELONI NON ABBOCCA E LIQUIDA LA BATTTAGLIA DEGLI ALLEATI
Non usa giri di parole Matteo Salvini e, arrivando ieri in Senato alla conferenza
stampa per promuovere la raccolta firme a partire dal 2 luglio sui referendum sulla giustizia, ha dichiarato esplicitamente: “Questa è una prova tecnica di federazione”.
Il leader del Carroccio lancia dunque la campagna referendaria – il Partito Radicale e la Lega hanno depositato in Corte di Cassazione a inizio giugno i sei quesiti referendari annunciando – e lo fa da una parte mentre il Parlamento sta lavorando a una riforma strutturale della giustizia che è uno degli impegni presi dall’Italia con l’Ue per ottenere i fondi del Recovery Fund e dall’altra mentre il centrodestra è in fermento per la proposta, lanciata dallo stesso Salvini ma accolta e rilanciata pure da Silvio Berlusconi – che addirittura si è spinto a parlare di partito unico – di federare in un unico soggetto, dai contorni ancora indefiniti, i partiti del “centrodestra di governo” (definizione by Salvini).
E infatti ieri a seguire la conferenza stampa congiunta del Capitano e del presidente dell’Udc Antonio De Poli in prima fila c’erano la capogruppo di Forza Italia Anna Maria Bernini, Licia Ronzulli e Alessandro Cattaneo, ma del resto già nei giorni scorsi il coordinatore azzurro Antonio Tajani aveva assicurato l’adesione (“Siamo a favore dei referendum perché ne condividiamo i contenuti”).
Assente al lancio della campagna referendaria/prova tecnica di federazione è ovviamente FdI: nelle stesse ore Giorgia Meloni, in qualità di presidente di Ecr, il gruppo dei Conservatori e Riformisti europei, si trovava a Bruxelles per una serie di incontri politici e istituzionali, fra i quali quello con il commissario Ue agli Affari economici Paolo Gentiloni, col presidente dell’Europarlamento David Sassoli ma anche col leader ungherese Vicktor Obràn e quello polacco Mateusz Morawiecki, che Salvini vorrebbe convincere a dar vita ad un “asse fra forze sovraniste”.
Ma per ora l’unica novità di giornata registrata sul fronte Ue è l’adesione del parlamentare europeo Giuseppe Milazzo, eletto con FI, al gruppo Ecr.
Per tornare ai temi della giustizia, una delegazione di FdI parteciperà invece oggi alla manifestazione indetta dai Penalisti italiani (Ucpi) e dal presidente dell’Unione delle camere penali Giandomenico Caiazza, che ieri ha incontrato anche il leader della Lega, per rilanciare il tema della separazione delle carriere nella magistratura.
Nel merito, il quesito referendario in questione vede infatti anche la convergenza del partito della Meloni, così come quelli riguardanti la responsabilità civile dei magistrati, il requisito della raccolta firme per il magistrato che intende candidarsi al Csm e il diritto di voto dei membri non togati nei consigli giudiziari (gli organi che hanno il compito di valutare l’operato dei magistrati), come spiegato anche dal responsabile nazionale Giustizia del partito Andrea Delmastro: “Abbiamo proposto emendamenti ad hoc alla riforma del Csm che andrebbero oltre il referendum. Anzi, chiediamo al centrodestra di appoggiarci in Aula su questo fronte. Ma su altri aspetti ci sono problemi tecnici che vogliamo definire a breve”.
Il riferimento del deputato di FdI è al terzo quesito, che riguarda la custodia cautelare, cioè la custodia preventiva a cui un imputato può essere oggi sottoposto prima della sentenza nei casi in cui vi sia pericolo di fuga, di inquinamento delle prove o di compimento di nuovi e gravi reati.
Il quesito referendario interviene su questi specifici casi, limitando il carcere preventivo alla terza ipotesi di pericolo, e cioè ai soli reati gravi. Su questo punto molto duro il commento dell’ex magistrato Piercamillo Davigo: “Quello sulla custodia cautelare è semplicemente ridicolo, sembra uno scherzo. Chiarisco, non sarà più possibile porre in custodia cautelare i ladri. Ora – sottolinea Davigo – un partito come la Lega, che ha fatto della sicurezza uno dei suoi temi cardini, si rende conto che se questa norma venisse approvata verrebbero scarcerati praticamente tutti gli stranieri che sono detenuti nelle nostre carceri? La criminalità comune, quella da strada, verrà lasciata libera. Sono curioso di sapere come Salvini lo spiegherà ai suoi elettori”.
I dubbi di FdI riguardano anche il quesito sull’abolizione della legge Severino nella parte in cui prevede la sanzione accessoria dell’incandidabilità e del divieto di ricoprire cariche elettive e di governo dopo una condanna definitiva: Lega e Radicali vogliono superare gli automatismi della legge e lasciare ai giudici la libertà di decidere caso per caso se applicare o no l’interdizione dai pubblici uffici. Delmastro su questo è chiaro: “La Severino ha avuto effetti distorsivi ma non si può buttare il bambino con tutta l’acqua sporca, certi automatismi ci vogliono, magari meno rigidi ma servono”.
(da La Notizia)
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Giugno 24th, 2021 Riccardo Fucile
PUR NON ESSENDO IN POSSESSO DELL’ATTESTATO DI LIBERA CIRCOLAZIONE O DI LICENZA DI ESPORTAZIONE, HA CERCATO DI VENDERE UNA TELA DI VALENTIN DE BOULOGNE DEL VALORE DI 5 MILIONI DI EURO
Vittorio Sgarbi di nuovo sotto inchiesta, questa volta per aver provato a vendere illecitamente un quadro all’estero.
In pratica il critico d’arte, riporta Fabio Tonacci su La Repubblica, ha provato a vendere una preziosa tela del pittore Valentin de Boulogne pur non essendo in possesso dell’attestato di libera circolazione o licenza di esportazione.
Per esportare all’estero opere d’arte, infatti, bisogna essere in possesso di questo attestato. I carabinieri del Comando Tutela Patrimonio Culturale hanno riportato in Italia, dal principato di Monaco, il quadro dal titolo ‘Concerto con bevitore’, realizzato da de Boulogne all’incirca tra il 1623 e il 1624. Il valore stimato è di 5 milioni di euro.
I carabinieri hanno ricostruito tutte le fasi della vendita: il prelievo dell’opera e il suo trasferimento dal nord Italia a un appartamento nel territorio del Principato di Monaco. L’illecita esportazione, scrivono ancora i carabinieri in una nota, aveva l’obiettivo di mettere in commercio l’opera sul mercato internazionale dell’arte, attraverso l’opera di mercanti d’arte e collezionisti e utilizzando uno stand espositivo presso una nota fiera d’arte internazionale. Al momento risultano indagate dalla procura di Siracusa cinque persone le cui accuse vanno dall’esportazione illecita al reato transnazionale in concorso.
Secondo quanto riporta La Repubblica, Sgarbi risulta uno dei proprietari del quadro. L’opera sarebbe stata prelevata dalla casa del critico d’arte a Ro Ferrarese e consegnato a Montecarlo a una signora di Cagliari, che aveva l’obiettivo di piazzarla sul mercato internazionale. Quando Sgarbi è venuto a conoscenza del sequestro del quadro, ha fatto subito ricorso al tribunale del Riesame. L’udienza ci sarà a luglio.
Le indagini sul quadro di de Boulogne sono collegate a un’altra inchiesta per la quale Sgarbi rischia di finire a processo. Il critico d’arte è infatti accusato di avere certificato come autentici alcune opere di Gino De Domicinis. L’accusa è di avere autentificato 32 quadri pur sapendo che si trattava di falsi.
(da Fanpage)
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Giugno 24th, 2021 Riccardo Fucile
PER TUTTA LA PARTITA I TIFOSI UNGHERESI AVEVANO INTONATO CORI “TEDESCHI OMOSESSUALI”: ORA POSSONO RITORNARE NELLE FOGNE DA CUI SONO USCITI
Germania-Ungheria non è stata solamente una partita di calcio. L’ultimo match
della fase a gironi di Euro 2020 ha regalato ai tedeschi (che non hanno brillato nel gioco e nei risultati, finora) la qualificazione agli ottavi di finale.
Il pallone, però, è stato solamente lo sfondo di un evento che è andato ben al di là del manto erboso dell’Allianz Arena di Monaco. Prima le polemiche con la Uefa per non aver approvato la “colorazione” arcobaleno dell’impianto, ma con la città che si è colorata per dare un chiaro messaggio contro la più recente legge (omofoba) targata Orban; poi 90 minuti più recupero di cori di stampo omofobo piovuti dagli spalti della curva ungherese contro i tedeschi (e non solo).
Alla fine il grande protagonista, dentro e fuori dal campo, è stato il centrocampista Leon Goretzka.
La sua rete, che ha fissato il punteggio finale sul 2-2, non ha solamente permesso alla Nazionale di Joachim Löw di superare una difficile fase a gironi. Quel gol siglato all’84° è stata anche la miglior risposta ai cori intonati dalla folta pattuglia di tifosi unhgeresi.
Quel “tedeschi siete tutti gay” cantato dalla curva magiara ha fatto da (pessimo) sfondo al match. Poi la doppia beffa: l’Ungheria che torna a casa e Goretzka che zittisce nel migliore dei modi l’omofobia di quei tifosi
Una corsa piena di gioia per il gol e condita dalle due mani che si uniscono per creare un cuore da mostrare a chi, per tutta la partita, si è reso protagonista di una nazi-omofobia di stampo ungherese.
Il gesto non è passato inosservato e lo stesso calciatore ha voluto diffondere quello stesso messaggio postando sui suoi canali social la foto che ha immortalato il momento.
Nel corso di un’intervista al quotidiano Bild, proprio Goretzka aveva parlato di questo argomento:
“Noi come mondo del calcio vogliamo contrastare il razzismo e l’omofobia con la diversità”. Goretzka si è sempre battuto per i diritti sostenere il movimento LGBT e le battaglie contro ogni tipo di discriminazione.
Più volte, l’autore del gol decisivo che ha portato la Germania agli ottavi degli Europei ha affrontato il tema del razzismo e ha anche sottolineato la sua preoccupazione per l’avanzata nel suo Paese delle forze neonaziste di Afd
I tifosi ungheresi non sono nuovi a trovate omofobe simili. La Uefa, nei giorni scorsi, ha avviato un’indagine contro i sostenitori magiari che già in occasione dei match contro Francia e Portogallo avevano intonato cori razzisti e omofobi. Questo il comunicato della Federcalcio europea:
“In conformità con l’articolo 31(4) del Regolamento Disciplinare UEFA, un ispettore disciplinare e etico UEFA è stato nominato per condurre un’indagine disciplinare su potenziali incidenti discriminatori avvenuti nella Puskás Aréna, Budapest, durante le partite della fase a gironi del Campionato Europeo 2020 tra le nazionali di Ungheria e Portogallo il 15 giugno 2021 e tra le nazionali di Ungheria e Francia si sono giocate il 19 giugno 2021”.
Adesso, con il loro Europeo finito, potrebbe arrivare una sanzione (alcune partite a porte chiuse, per esempio) da scontare durante i match di qualificazione per i mondiali.
(da agenzie)
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Giugno 23rd, 2021 Riccardo Fucile
IL GENERO DI ENNIO DORIS ERA STATO PROPOSTO DA SALVINI
Oscar di Montigny verso la rinuncia alla candidatura a sindaco di Milano e il centrodestra rinvia il vertice che era previsto per domani, dal quale doveva uscire il sì ai nomi per la sfida sotto la Madonnina e per Bologna. Lo confermano fonti della Lega, che precede una nuova riunione la prossima settimana.
“Ho registrato che non c’era una totale convergenza da parte di tutta la coalizione sul mio nome” – spiega il direttore innovazione sostenibilità e value strategy di Banca Mediolanum. Almeno non tale da “giustificare di voler approfondire la possibilità di candidarmi”.
Il manager spiega comunque di non voler sollevare polemiche, ma aggiunge: “Registro un po’ di disorientamento e non intendendo io essere il candidato di nessun partito, ma di tutta la coalizione, constatando che non è così ho valutato di chiudere questo file, anche se resto desideroso di dare un contributo”.
Di Montigny precisa anche di aver preso questa decisione prima del via libera della sua famiglia. “Ho ascoltato mia moglie e i miei figli, ma mi sarei presentato per la scelta finale solo dopo la certezza del sì di tutta la coalizione”. Che, invece, “si è manifestata solo parzialmente”.
A pesar sulla scelta del manager sarebbero stati anche i mancati incontri sia con Silvio Berlusconi che con Giorgia Meloni. “Prendo atto che evidentemente non c’era urgenza di vedermi e di confrontarsi con le mie idee e i progetti per il futuro”.
Sulla battuta di Berlusconi (“Stiamo ancora cercando il candidato per Milano”) di Montigny ammette: “Mi ha fatto pensare che non c’era convergenza sul mio nome, ma non chiedo spiegazioni. Io non mi sono proposto, mi hanno cercato e chiesto se ero disponibile a considerare l’ipotesi di candidarmi. Non ho mai incontrato Berlusconi, solo Salvini”.
Poi rimarca: “Avevo precisato che se non fossero stati tutti d’accordo non mi sarei assunto questo impegno. Per fare certe cose ci vogliono persone, tempo e soldi. Una campagna elettorale non si fa in un giorno”.
A chi lo ha accusato di volare troppo alto nell’esposizione delle sue idee e di parlare solo di massimi sistemi il manager risponde: “Le sfide si vincono con i progetti di lungo termine. Per decidere se fare un pista ciclabile e no oggi bisogna capire quale visione si ha del futuro di una città”.
“I minimi sistemi sommati tra loro – ha concluso – fanno i massimi sistemi. Altrimenti continuiamo solo a parlare di tombini. Milano è una città che ha perso una visone e molti tremi, ma per cambiarla serve una visione a lungo termine”
(da agenzie)
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Giugno 23rd, 2021 Riccardo Fucile
STASERA CENA CON IL RAZZISTA UNGHERESE CON L’OBIETTIVO DI PORTARLO TRA I CONSERVATORI… E’ PIU’ FACILE FINISCA PRIMA DAVANTI ALLA CORTE DI GIUSTIZIA EUROPEA
I Conservatori e riformisti europei sono la collocazione “naturale” per Fidesz, il
partito di Viktor Orban che ormai da mesi è senza gruppo politico a Bruxelles dopo aver consumato l’addio ai Popolari, con tanto di porte in faccia.
Giorgia Meloni ne parla davanti al Parlamento Europeo, una delle tappe del tour europeo per la leader di Fratelli d’Italia alla vigilia del summit dei 27 capi di Stato e di governo domani e dopodomani.
Stasera Meloni sarà a cena con Orban nella capitale belga, dopo aver visto Gentiloni e Sassoli. La mission è: far saltare il piano di Matteo Salvini di costituire un nuovo gruppo europeo con il premier ungherese e il polacco Mateusz Morawiecki, che Meloni incontra domattina.
Piuttosto, lo schema è convincere Orban ad aderire ai Conservatori e riformisti, partito europeo di cui la leader di Fdi è presidente, gruppo guidato dai polacchi del Pis.
“Per ora Fidesz – specifica Meloni – non ha fatto richiesta di ingresso nell’Ecr. Se facesse richiesta, chiaramente io sarei contenta di valutare la richiesta insieme agli altri componenti del gruppo e del partito. La considererei anche una collocazione abbastanza naturale per il percorso di Fidesz, ma questo è ancora di là da venire. È un dibattito che non è stato ancora aperto. Chiaramente noi siamo interessati ad allargare l’Ecr”.
È possibile che serva tempo. Ma di certo Meloni non è disposta a annacquare il gruppo dei Conservatori dentro un’altra creatura politica di impronta salviniana, ora che il leader leghista sta cercando una nuova collocazione rispetto al gruppo sovranista di ‘Identità e democrazia’ che comprende gli eletti di Marine Le Pen, con cui almeno fino alle presidenziali francesi manterrà l’alleanza, e anche l’ultradestra dell’Afd, con cui i rapporti sono meno stretti.
Intanto Meloni annuncia due nuovi ingressi nel suo gruppo: Giuseppe Milazzo, eletto con Forza Italia, e un eurodeputato tedesco.
Orfano del Ppe, Orban finisce dunque corteggiato da entrambi i leader della destra italiana, sia Meloni che Salvini. Di recente, il leghista è stato ricevuto a Budapest dal premier ungherese, insieme al polacco Morawiecki. E anche lì fu lanciata l’idea del nuovo gruppo europeo, con poca convinzione soprattutto da parte del premier di Varsavia che già a gennaio 2019 rifiutò l’offerta di Salvini: troppe ambiguità sui rapporti con la Russia.
Fatto sta che la cena di Meloni e Orban capita proprio nei giorni in cui l’Ungheria finisce nel mirino delle istituzioni europee per la legge anti-Lgbtqi: forse mai come adesso.
Lei dice di “non aver avuto il tempo di leggere la norma. Naturalmente ascolterò il punto di vista del presidente Orban e poi voglio leggere la normativa”.
Ma il casus belli, per il quale ben 17 Stati europei compresa l’Italia vogliono deferire l’Ungheria alla Commissione Europea con una dichiarazione firmata ieri, non è un ostacolo nel rapporto tra Meloni e Orban. Tanto più che la leader di Fratelli d’Italia chiede di fermare il ddl Zan in Italia, contestando le proteste dell’autore della legge, il deputato del Pd Alessandro Zan, contro le ingerenze vaticane.
Domani intanto il premier di Budapest potrebbe finire sotto processo al Consiglio europeo. Il premier olandese Mark Rutte, promotore della dichiarazione firmata al Consiglio affari generali a Lussemburgo, porrà la questione dello stato di diritto in Ungheria. Angela Merkel definisce la legge anti-Lgbtqi “sbagliata”. “Una vergogna”, tuona Ursula von der Leyen.
Parole che però non sono sufficienti per il presidente del Parlamento Europeo David Sassoli. Della serie: servono i fatti. Proprio oggi Sassoli ha inviato una lettera alla presidente della Commissione Europea chiedendole di mettere in pratica il regolamento che blocca i fondi del recovery fund quando viene violato lo stato di diritto.
E se la Commissione non lo farà, il Parlamento europeo la porterà in Corte di giustizia europea. Un bel conflitto tra istituzioni, mentre fiorisce il nuovo patto sovranista tra Meloni e Orban.
(da Huffingtonpost)
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