Giugno 16th, 2021 Riccardo Fucile
LO SCONCIO ATTACCO DI SGARBI ALLA RAGGI DIMOSTRA A CHE LIVELLO SONO ARRIVATI I SOVRANISTI NEL NOSTRO PAESE… E NESSUNO SI VERGOGNA DI PROPORRE UN SOGGETTO DEL GENERE COME FUTURO ASSESSORE
Passando al cesso più tempo della media – tra una foto ricordo e l’altra – a Sgarbi
dev’essergli caduto dentro il cervello.
Non può spiegarsi diversamente lo stupore che l’ha colto quando ieri migliaia di persone l’hanno sommerso di insulti per le volgarità gratuite che ha espresso sulla Raggi. Parole così miserabili da aver trasformato in leoni da tastiera anche i frequentatori dei social più moderati.
Una “tempesta di m…” come l’ha definita lui stesso, provando a scaricarne l’origine sulla regia occulta di Rocco Casalino, che si occupa di altro ma per buttarla in caciara è un nome sempre buono da utilizzare.
Vabbè – direte – niente di imprevedibile: con la stessa prosopopea con cui assegna patenti di stupidità a chi non gli aggrada e certificati di autenticità alle croste, il critico in servizio permanente effettivo sulle tv di Berlusconi ha tirato la catena su ogni tipo di fair play in campagna elettorale.
Il sasso tirato nello stagno però ha schizzato fango.
Un po’ sullo stesso Sgarbi, che ha avvisato i romani su che razza di assessore si ritroveranno se voteranno a destra, e molto di più sulle donne, tutte le donne, e il disegno di far dialogare sinistra e M5S.
D’altra parte, avvelenare i pozzi è una tattica ovvia se si immagina un ballottaggio tra un esponente di destra e chi supererà il primo turno tra la Raggi e Gualtieri.
Virginia Raggi alla fine non ce l’aveva proprio fatta più a vedere il corpaccione di Vittorio Sgarbi defecante e aveva detto a Myrta Merlino: “Roma non ha bisogno di persone che si fanno foto nude o sul water”.
Apriti cielo, l’irascibilissimo critico d’arte è saltato su come ossesso ed ha esternato su Facebook: “Essendo priva di pensiero, la sindachessa Raggi dimentica che anche lei, come tutti, almeno una volta al giorno sta seduta sul water, pensatoio perfetto. In ogni caso – ha scritto ancora Sgarbi -, meglio stare seduti, miti e tranquilli, sul water, che esistere solo grazie alla violenza verbale e ai vaffanculo del padre di uno stupratore di donne. A questa scuola si è formata, e per questo malauguratamente, esiste la Raggi. Se ne stia tranquilla al cesso’’.
Insomma il solito turpiloquio che però questa volta è infarcito di un’evidente sessismo tanto che gli eurodeputati M5S romani hanno replicato astenendosi dal commentare il turpiloquio stesso, ma chiedendosi come mai il candidato delle destre Enrico Michetti taccia chiamando in causa anche Giorgia Meloni e Matteo Salvini perché Sgarbi sarebbe il loro futuro assessore alla Cultura nel caso di vittoria. Ci mancava proprio Sgarbi a gironzolare per Roma, con tutti i problemi che ha la Capitale.
Sgarbi ha dichiarato che se vince la destra, dal suo ruolo istituzionale, “farò di Roma una Louvre a cielo aperto” che non si capisce bene se sia più una promessa o piuttosto una minaccia.
Il fenomeno Sgarbi è colpa di Maurizio Costanzo che portò uno sconosciuto totale alla ribalta televisiva unicamente perché le sue continue polemiche facevano audience nel popolino eccitato.
Perché poi se ci ritroviamo Sgarbi che pontifica e insulta mentre fa la popò con i calzoni tirati giù la colpa è sua.
Se c’è un deputato della Repubblica che si fa fotografare mentre fa la cacca, questo deputato, che rappresenta tutta l’Italia e i suoi elettori – a proposito, che ne è stato della disciplina e dell’onore richiesti dalla Costituzione per esercitare le funzioni pubbliche? – dovrebbe essere cacciato dallo scranno che occupa.
Né si è mai sentita una parola di reprimenda dal suo dante seggio Silvio Berlusconi che evidentemente non prova vergogna per un defecatore iconografico che ci allieta le ore con le sue esibizioni direttamente dalla sala da bagno.
Oltretutto le simpatiche contumelie coprofile sono state scagliate in Rete nei confronti di una donna, la sindaca Raggi, il cui ruolo è stato linguisticamente stuprato dal critico d’arte che l’ha chiamata volutamente “sindachessa” in senso chiaramente dispregiativo e sessista.
E ci chiediamo appunto come un’altra donna, la Meloni, che appoggia Sgarbi, taccia nei confronti di questo indecoroso spettacolo.
Se non dice niente se non prende le distanze allora anche ella sarà complice di questo personaggio
(da La Notizia)
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Giugno 16th, 2021 Riccardo Fucile
DATO CHE DIRA’ DI NO, TANTO VALE NON FARE NEANCHE LA FEDERAZIONE: E’ QUESTO LO SCOPO REALE DEL CAVALIERE?
“Dentro Forza Italia c’è una forte spinta verso l’ipotesi di creare un partito del centrodestra italiano, che unisca le varie sigle della coalizione sul modello del partito laburista inglese o dei Repubblicani francesi”. Il Cav, vorrebbe andare oltre la federazione lanciata da Matteo Salvini e arrivare presto a un partito unico con dentro tutte le forze della coalizione: dalla Lega a Fratelli d’Italia.
Berlusconi ha annunciato che presto farà conoscere un testo in cui ci saranno le basi della sua proposta. Ed è anche convinto che Giorgia Meloni debba essere della partita: “So che Meloni avrà qualche problema ad aderire, ma io ho il dovere di fare l’appello anche a lei”, ha annunciato Berlusconi.
In più l’ex premier ha lanciato un vero e proprio manifesto politico, che ricorda molto da vicino quello della discesa in campo, in stile ’94. Un appello a tutti gli alleati per dar vita a un partito unico del centrodestra. In realtà dietro alla mossa del cavaliere c’è più prosa che poesia nonché i soliti sondaggi sempre molto amati da Berlusconi.
Per farla breve il ragionamento che porta Silvione a voler “inglobare, sciogliere, diluire” nel progetto anche Giorgia Meloni è il seguente e parte proprio dagli ultimi numeri giunti sulla scrivania di Arcore, sondaggi considerati troppo bassi e deboli (a differenza di Salvini che invece li reputa buoni) per avviare solamente in due il partito unico: “O l’unione la facciamo anche con la Meloni altrimenti è meglio lasciar perdere. Se la lasciamo fuori gli apriremo delle praterie, crescerà ancora proprio a scapito dell’alleanza tra Fi e Lega”, questo il tenore dei ragionamenti che si fanno tra i fedelissimi di Berlusconi.
Alleanza che dai sondaggi in mano al Cav stenta a decollare: galleggerebbe stancamente intorno al 25%.
Insomma, non solo la somma tra Fi e Lega non farebbe il totale, ma ci si andrebbe anche a perdere. Numeri giudicati insufficienti per dare il via all’operazione.
Ecco i due motivi che hanno spinto il Cav a fare l’appello che tanto somiglia ad un predellino “reload”: 1) se Fratelli d’Italia rimane fuori continuerà a crescere quindi è necessario diluire il partito della Meloni all’interno del partito unico. 2) i numeri dell’ipotetica federazione di centrodestra Fi-Lega sono molto al di sotto delle attese del Cav.
Così Berlusconi ha tirato fuori a sorpresa la mossa del predellino. Mossa che, sia detto per inciso, non è stata concordata con Matteo Salvini tanto che da via Bellerio trapelava subito “sconcerto” per la fuga in avanti del Cav. Con una subordinata: e se poi la Meloni dicesse no all’invito di Berlusconi che si fa?
“Beh allora sarebbe meglio lasciar perdere” si lascia scappare con nonchalance un dirigente molto vicino al Cav. Anche l’intesa con Salvini? “Sì, anche quella”.
Vuoi vedere, che, si chiedono ora nella Lega, era proprio questo in realtà il vero obiettivo della “sparata” del Cav?
(da TPI)
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Giugno 16th, 2021 Riccardo Fucile
LA MELONI NON CI PENSA PROPRIO E ANCHE SALVINI TEME IL MISCHIONE
La grandeur berlusconiana non si smentisce mai: se Matteo Salvini lancia la
federazione lui va oltre e rilancia con l’idea di un partito unico con dentro tutte le forze della coalizione di centrodestra, esclusa Coraggio Italia del fu delfino Giovanni Toti: dalla Lega a Fratelli d’Italia tutti insieme appassionatamente.
Il modello, secondo quanto avrebbe spiegato il Cavaliere ai suoi nel corso di una riunione Zoom del gruppo di FI al Parlamento europeo, sarebbe quello del Grand Old Party negli Usa, come anticipato qualche giorno fa dal coordinatore azzurro Antonio Tajani, quando aveva detto che il sogno del grande capo sarebbe quello “di dare vita a un grande partito conservatore liberale riformista e garantista (un po’ troppa roba forse…ndr), sul modello del partito Repubblicano statunitense, in vista delle politiche del 2023”.
Con tanto di manifesto politico, sulla falsa riga di quello stilato da Silvio Berlusconi per la discesa in campo nel 1994 – archeologia politica, insomma -, quello di ieri è stato un annuncio in stile ‘predellino bis’, che diede vita a quella che poi si rivelò essere un’esperienza fallimentare, ovvero il Partito delle Libertà che inglobò Alleanza Nazionale di Gianfranco Fini, costituito come federazione in vista delle elezioni politiche del 2008, per trasformarsi in seguito in un soggetto politico unitario con un congresso fondativo nel 2009.
E sappiamo come è andata finire: un dualismo logorante fra i due leader Berlusconi e Fini culminato col noto “Altrimenti che fai, mi cacci?”, con tanto di ditino alzato.
Ora, senza arrivare a tanto, è stata comunque dura e netta la frenata ‘preventiva’ arrivata a stretto giro da Salvini: “Nessuno sta parlando di partiti unici. Un conto è collaborare, federare, un conto è mischiare i partiti dalla sera alla mattina. Gli italiani dopo un anno di sofferenza non ci chiedono giochini politici ma fatti: salute, lavoro, riaperture. Fondare nuovi partiti non credo che serva e interessi nessuno”. Il leader della Lega – intervistato a Stasera Italia su Rete 4 – infrange così le pie illusioni di Silvio. Amen.
Meglio evitare: del resto il rischio che in un partito unico, fra primedonne, si potesse verificare se non uno scontro diretto quantomeno una convivenza tumultuosa è assai realistico. Basti pensare alla rivalità fra i due protagonisti attuali del centrodestra, Salvini e Giorgia Meloni.
E qui si arriva al dunque: Berlusconi che lancia il partito unico lo fa per ritagliarsi nuovamente un ruolo da protagonista? In quale veste, quella del ‘padre nobile’?
E ancora, cui prodest un’operazione del genere?
Ovviamente non alla leader di FdI, che ha scelto di posizionarsi con successo nel campo sovranista e di fatto, per quell’elettorato, sta prendendo il posto del Capitano che ora deve trovare una nuova strada, attraverso un’operazione strategica di riposizionamento: da qui il suo progetto di federazione con FI sia per farsi rappresentante di quella parte di Paese ‘moderata, liberale, riformista, conservatrice’ di cui parla Tajani (e, in prospettiva, accaparrarsene i voti), sia per accreditarsi in Europa (e non solo) come leader del fronte di centrodestra contrapposto ai progressisti, ma niente di più.
Berlusconi invece si è detto convinto che anche quest’ultima debba essere della partita, ma la risposta è ovviamente scontata e anche ieri il responsabile dell’Organizzazione di FdI Giovanni Donzelli ha ribadito che, da parte loro, sono “Pronti a collaborare con gli alleati di centrodestra che appoggiano il governo per sostenere le proposte in linea con i programmi della coalizione, ma il partito unico non avrebbe senso né per noi né per gli elettori”.
(da La Notizia)
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Giugno 16th, 2021 Riccardo Fucile
ORBAN FA LA LEGGE CHE PIACEREBBE A PILLON… VIETATO OGNI RIFERIMENTO ALLA OMOSESSUALITA’, CENSURATE ANCHE OPERE D’ARTE E LIBRI… QUESTA E’ LA FOGNA SOVRANISTA
Retaggi culturali e ideologici che legano l’omosessualità alla pedofilia. Questo il messaggio propagandistico che ha accompagnato l’ultima legge approvata dal Parlamento ungherese.
A proporla era stato Fidesz, il partito del Presidente Viktor Orban. Una norma che ha già provocato i primi effetti cinematografici: alcune pellicole – compresa la saga di Harry Potter – saranno trasmesse solamente in seconda serata (e con il bollino rosso).
“Se non ne parlo, non esistono”. Questa è la sintesi della legge approvata dal Parlamento ungherese (con 157 voti a favore) che pone come obiettivo quello di mettere al bando la “promozione dell’omosessualità”.
Una norma dalle maglie strettissime che pongono il divieto di affrontare moltissimi temi davanti a minorenni.
“Al fine di garantire la protezione dei diritti dei bambini – si legge nel testo approvato dal Parlamento ungherese – la pornografia e i contenuti che raffigurano la sessualità fine a se stessa o che promuovono la deviazione dall’identità di genere, il cambiamento di genere e l’omosessualità non devono essere messi a disposizione delle persone di età inferiore ai diciotto anni”.
Insomma, fino ai 18 anni non si possono affrontare determinati temi davanti ai ragazzi e agli adolescenti.
L’inclusione, dunque, diventa del tutto inesistente all’interno dei confini ungheresi che, con questa norma voluta da Viktor Orban, pone l’ennesimo muro davanti alla libertà di espressione (anche sessuale). Il tutto celato dietro a un’emergenza “pedofilia”, come se fosse un reato commesso solamente da persone facenti parte della comunità LGBT. Ma questa è la propaganda e i frutti maturi (quasi marci) che vengono colti e dati da mangiare al popolo.
In un altro passaggio del testo della legge approvata dal Parlamento ungherese si fa di tutta l’erba un fascio parlando dell’educazione sessuale nelle scuole, le cui lezioni “non dovrebbero essere finalizzate a promuovere la segregazione di genere, il cambiamento di genere o l’omosessualità”.
Insomma, l’importante è che non se ne parli. Il “nostro” Simone Pillon sarebbe fiero di una legge simile, così come la Lega e Fratelli d’Italia. Il loro ispiratore ideologico, dunque, li ha anticipati su tutti i fronti. Ovviamente dando l’ennesima dimostrazione di come la libertà sia solamente un miraggio in Ungheria.
Il caso Harry Potter (e i suoi fratelli)
I primi effetti di questa legge sono stati già resi palesi da alcune decisioni. La prima a muovere un passo di “accettazione” di questa norma è stata l’emittente commerciale RTL Klub Hungary che ha annunciato il “rinnovamento” della sua offerta televisiva: film e serie tv come Harry Potter, Friends, Il Diario di Bridget Jones e Billy Elliot (solo per citarne alcuni) non saranno più trasmessi in prima serata.
A loro sarà concesso uno spazio, sporadico, in seconda serata con il bollino rosso (perché vietati ai minori di 18 anni). Il motivo? Nelle trame si fa riferimento all’amore omosessuale.
Stesso procedimento, leggendo il testo della legge, colpirà anche l’arte e la cultura. Se fosse applicato un principio simile anche all’Italia, i nostri giovani non potrebbero leggere grandi opere di grandissimi autori (stesso discorso anche per le opere d’arte), perché omosessuali o per via di alcuni riferimenti alla sessualità. Ma qualcuno sarebbe contento. Anche in Parlamento.
(da NextQuotidiano)
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Giugno 16th, 2021 Riccardo Fucile
LA POLIZIA INGLESE STA ESAMINANDO IL VIDEO DELL’ASSALTO
«Spaventoso e angosciante»: così è stato definito quanto successo e documentato a
Nick Watt, giornalista senior della BBC, da parte del ministro degli Interni del Regno Unito. I fatti che si vedono nel video che sta facendo il giro del mondo risalgono a lunedì sera e hanno come protagonisti, oltre all’editore politico di BBC Newsnight, la schiera di persone che stavano protestando contro le restrizioni.
Nel Regno Unito, infatti, visti i dati relativi alla variante Delta Boris Johnson ha deciso di prolungare le restrizioni fino al 21 luglio. Il video del giornalista BBC aggredito mette bene in evidenza il livello di tensione che si sta vivendo nel paese.
I manifestanti anti-lockdown, come si vede nel video girato vicino al Parlamento, lo inseguono e gli vanno sotto in maniera minacciosa. Sono tanti, lo filmano, gli ostruiscono il passaggio e lo costringono a scappare via, rifugiandosi dietro le forze dell’ordine schierate. In molti, come si vede, manifestavano senza mascherina e non si sono fatti scrupoli rispetto al fatto di andare letteralmente a sputare a un centimetro dalla faccia di Nick Watt.
Il giornalista è stato identificato per via del pass che portava al collo e, tra le urla «vergognati» e «traditore», si è visto costretto a tornare indietro verso la polizia. Rivedendo il firmato la polizia, che ha aperto un indagine, ha affermato che ci sono una serie di reati compiuti dalle persone coinvolte.
La BBC nella giornata di oggi ha definito quanto accaduto «totalmente inaccettabile» poiché «tutti i giornalisti dovrebbero poter svolgere il proprio lavoro senza intimidazioni o impedimenti».
Anche Boris Johnson ha definito «profondamente inquietante» il filmato
Una questione che fa scalpore, vista l’inequivocabile e documentata natura dell’aggressione, tanto che anche un portavoce del primo ministro Johnson ha riportato le sue parole: «Questo filmato è profondamente inquietante. I giornalisti non dovrebbero mai affrontare quel tipo di comportamento. Mentre il diritto di protestare può essere fondamentale nella nostra democrazia, la violenza, le minacce e le intimidazioni come questa non sono mai accettabili», si legge sul Guardian.
Intanto proprio questo mese è in corso una consultazione da parte del governo per inquadrare un fenomeno di cui questo filmato è solo la punta.
«La sicurezza dei giornalisti è fondamentale per la nostra democrazia», ha specificato il ministro dell’Interno Patel sottolineando che va compresa la portata della questione, ovvero la natura e il volume delle minacce che ricevono i giornalisti. Minacce ricevute per il solo fatto di svolgere il proprio mestiere. Il protagonista della disavventura ha ricevuto solidarietà sia da parte della politica che da parte dei colleghi.
(da agenzie)
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Giugno 15th, 2021 Riccardo Fucile
I POTERI FORTI HANNO CAMBIATO CAVALLO: TUTTI LA CERCANO, TUTTI LA VOGLIONO IN TV… CON SALVINI BOLLITO HANNO DOVUTO COSTRUIRE, SDOGANARE E POMPARE UN NUOVO REFERENTE PER TUTELARE I PROPRI INTERESSI
Nell’era della politica fluida e dell’elettorato volubile, che illude i leader lasciandosi sedurre per abbandonarli al mancato incasso della prima cambiale, il momento è d’oro per Giorgia Meloni.
Dal lato politico, bastano due fotografie.
L’ultimo sondaggio Ipsos che ha certificato il sorpasso di FdI sulla Lega: 20,5% a 20,1%. Pochi decimali ma simbolici: frutto di lenta e costante erosione del salvinismo, dividendo dell’ossimoro di un’opposizione moderata e “responsabile” contrapposta al populismo di governo. E poi l’effetto calamita sui sui territori: proprio oggi il sindaco di Verona, città “nera” nel bianco veneto di Zaia, lascia il Carroccio per il partito meloniano.
Ma questa fase da Regina Mida, a cui tutto va inesorabilmente bene, non può prescindere dallo storytelling di “Io sono Giorgia”, titolo dell’autobiografia che svela alle masse il volto umano della grintosa militante di destra: la paura di annegare (che non ne ammorbidisce la posizione sugli sbarchi dei migranti), il rischio che sua madre scegliesse di abortirla, il “pozzo nero” del padre che non l’ha amata, la lotta adolescenziale contro il sovrappeso, l’ansia da prestazione che rende la politica una sfida continua.
Uscito l’11 maggio per Rizzoli, anticipato da una maxi-intervista di Aldo Cazzullo, il libro svetta al primo posto delle classifiche di saggistica da quattro settimane e si parla di 100mila copie vendute alla decima edizione, un record anche ora che le biografie politiche tirano.
E’ la ciliegina sulla torta di un’Operazione Empatia lanciata sui social e in tv in parallelo alle battaglie sui sostegni alle partite Iva, le riaperture dopo il covid, le terapie domiciliari, la redistribuzione dei migranti, la contrarietà alla liberazione di Brusca. Opinioni condivise con Salvini, che però sconta l’ambivalenza dell’essere di lotta e di governo.
E dunque la freccia per la corsia di sorpasso Meloni l’ha messa da tempo: ad aprile YouTrend ne ha monitorato l’ascesa settimanale: l’8 era al 17,2%, il 15 al 17,4%, il 21 al 17,9%; Swg a maggio l’ha misurata al 19,5%. Sale anche il gradimento personale, fino al recente 37% della leader FdI contro il 31% del Capitano.
Insomma “Giorgia” – donna, mamma, italiana, cristiana, come nel suo discorso remixato e diventato tormentone su YouTube – incontra il “sentiment social” degli italiani (di centrodestra).
Un articolo del “Corriere della Sera” ha approfondito queste dinamiche nei primi tre mesi del governo Draghi. Scoprendo che su Facebook Meloni ha conquistato 72mila followers contro i 34mila di Salvini (ma il secondo resta in testa con 4,3 milioni di seguaci contro l’1,8 di lei), quasi doppiandolo sull’engagement (l’interazione con la gente): 11%, con picchi del 24% rispetto al 6,6%, con picchi del 14%.
Meccanismo analogo per Instagram: Salvini ha 2,3 miloni di fans ma ne ha persi 4600, Meloni ne ha soli 940mila però ne ha guadagnati 33mila. A fronte del divario di forze profuse: nel triennio 2019-2021 Salvini avrebbe investito 351mila euro per sponsorizzare i suoi post (grazie ai 25-30 collaboratori della Bestia) contro i 46mila erogati dallo staff meloniano, 6 persone guidate dal 30enne Tommaso Longobardo.
Più frastagliato il discorso delle ospitate in tv, dove Meloni evita (per ragioni familiari) la mattina presto e dove lo share è appeso a mille variabili.
Ma si conferma il “tocco magico” dell’ex ministra della Gioventù. Molto bene su Mediaset, pubblico femminile del centro-sud: in trasmissioni come “Quarta Repubblica” di Porro o “Dritto e Rovescio” di Del Debbio vale mezzo punto di share in più.
Anche su La7, rete sulla carta meno “compatibile”, funziona: il 10 giugno a “L’aria che tira” di Myrta Merlino ha fatto un ottimo 4%, quanto con Enrico Letta ma con più spettatori (540mila lei, 400mila lui). Inoltre, garantisce un “effetto rimbalzo” delle dichiarazioni sui siti di notizie.
Si dice che a forza di nuotare controcorrente il salmone finisca sashimi, che a forza di navigare controvento la barca si capovolga.
Adesso “Giorgia” ha il sole in fronte, e gli alleati – vedi la candidatura di Michetti a Roma – non possono fare altro che pazientare.
Alla finestra per capire se è un’effimera rendita di opposizione, destinata a squagliarsi con questa premiership, o se l’arte diplomatica di Meloni, la sua abilità di evitare scivoloni, preludano all’evoluzione di un nuovo partito conservatore.
Impresa a cui lavora dietro le quinte Guido Crosetto, soprannominato “il Giorgetti di Giorgia” (ma con un’interlocutrice meno riottosa della versione originale) incontrando professori, imprenditori, futuri dirigenti.
Fu vera gloria? Non tanto alle, urne quanto alla successiva capacità di governare l’ardua sentenza.
(da Huffingtonpost)
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Giugno 15th, 2021 Riccardo Fucile
“HA CERTIFICATO COME AUTENTICI 119 LAVORI ATTRIBUITI ALL’ARTISTA DE DOMINICIS SENZA RISCONTRI FOTOGRAFICI PER 170.000 EURO”
Ha certificato come autentici alcuni lavori riconducibili all’artista Gino de Dominicis,
ritenuti falsi dal nucleo di Tutela del patrimonio artistico dei carabinieri. Accuse per le quali la Procura di Roma ha chiesto il rinvio a giudizio per Vittorio Sgarbi.
Un eventuale processo su cui domani è chiamato a decidere il giudice per le udienze preliminari di piazzale Clodio e che arriva nel bel mezzo della campagna elettorale per il Campidoglio nella quale il critico d’arte compare ora come candidato all’assessorato alla Cultura per il ticket di centrodestra Michetti-Matone.
Si tratta dell’indagine che nel novembre del 2018 portò all’arresto di due persone, poste ai domiciliari.
Nel procedimento erano finite sul registro degli indagati venti persone tra cui anche il noto critico d’arte a cui i magistrati contestano, nel suo ruolo di presidente della Fondazione Archivio Gino De Dominicis di Roma, la violazione dell’articolo 178 lettera C del codice dei beni culturali e del paesaggio.
Nel novembre di due anni fa, su disposizione del gip, furono sequestrate oltre 250 opere considerate contraffatte per un valore di oltre 30 milioni di euro e venne individuato il locale adibito a laboratorio dove sono state trovate opere con tutto il materiale idoneo alla produzione di falsi.
I pm di Roma contestano al parlamentare di Centrodestra di aver autenticato almeno 32 quadri del defunto maestro marchigiano Gino De Dominicis, morto nel 1098 e protagonista della scena artistica pittorica del Secondo Dopoguerra: quadri però falsi e di cui, spiega l’accusa, Sgarbi ne era pienamente a conoscenza.
Una lunga inchiesta quella partorita dalla Procura di Roma che sospetta addirittura di una «associazione a delinquere che fabbrica finti quadri di De Dominicis, De Chirico, Carrà, Capogrossi, Fontana riproducendone la tecnica pittorica»: il critico d’arte ovviamente respinge ogni tipo di accusa e si appresta ad affrontare tra due giorni l’udienza preliminare, con il giudice chiamato a prosciogliere definitivamente Sgarbi o mandarlo a processo insieme agli altri imputati appartenenti alla Fondazione Gino De Dominicis (di cui Sgarbi era presidente e Marta Massaioli vice).
L’ipotesi di reato che l’associazione con a capo Massaioli smerciasse opere false e le facesse autenticare da firme prestigiose, proprio come Sgarbi, per un valore complessivo di 10 milioni di euro: «il compenso per Vittorio Sgarbi fu di 170mila euro», riporta “La Repubblica” da fonti di indagine a Roma.
Il candidato Assessore alla Cultura di Roma viene pedinato e intercettato per mesi finché finisce nei guai per un incontro avvenuto i il 25 giugno 2014 all’hotel Carlyle a Milano, videoregistrato dai carabinieri: qui, racconta “Rep”, Marta Massaioli scende da un un taxi portando un trolley grigio mentre Sgarbi l’aspetta nella hall. «Massaioli si siede in ginocchio davanti a lui, tira fuori dal trolley un faldone di certificati di autentica e li sottopone al critico.
Il quale, senza smettere di parlare al telefonino, appone la sua firma», riportano le indagini.
Il gip di Roma già nel 2018, disponendo l’arresto di due membri della Fondazione, scriveva «L’operazione di expertise è avvenuta senza una visione diretta delle opere, ma al massimo attraverso una riproduzione fotografica delle medesime, in maniera del tutto inusuale in una hall dell’albergo».
Insomma, autenticazioni “al buio” in cui poi la piena iscrizione veniva fatta in un secondo momento dopo la firma “in bianco” di Sgarbi e Massaioli: «I certificati venivano firmati in bianco e completati poi in relazione all’opera falsa da realizzare», scrivono ancora i pm. Accuse gravissime che fanno il paio con i quadri trovati dagli inquirenti nelle perquisizioni degli scorsi anni: 170 certificati, di cui 119 firmati da Sgarbi e 51 da Massaioli, «tutti privi di riscontro fotografico dell’opera autenticata».
(da agenzie)
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Giugno 15th, 2021 Riccardo Fucile
COSA NON HA FUNZIONATO E COSA SUCCEDERA’
Alla prova si è presentato solo il 65% dei candidati (con picchi del 50% in Puglia e Lazio). Perché in così tanti hanno rinunciato? Le assunzioni adesso avverranno davvero entro luglio?
Il Concorso per il Sud – che prevede l’assunzione di 2.800 tecnici nel Mezzogiorno «entro luglio» – doveva segnare la svolta per la pubblica amministrazione.
E, invece, molti dei candidati non si sono nemmeno presentati alla prova. La partecipazione è stata piuttosto bassa: inferiore al 65 per cento, con picchi del 50 per cento nelle regioni Lazio e Puglia.
I convocati, in tutto, erano 8.582 ma di questi di fatto ha aderito soltanto una parte. Il risultato è stato che i posti messi a bando, adesso, rischiano davvero di rimanere scoperti.
Da qui l’idea del ministro Renato Brunetta di ampliare la platea dei partecipanti: saranno 70 mila in più le persone che, dal 22 giugno, potranno accedere alla prova (scritta, digitale, dalla durata di un’ora, che consiste in 40 domande e che si terrà in sei regioni, Calabria, Campania, Lazio, Puglia, Sicilia e Sardegna).
Ammessi al concorso tutti coloro che avevano presentato domanda di partecipazione e per le quali era già stata effettuata la valutazione dei titoli. In altre parole, gli esclusi sono stati di fatto “ripescati”.
Perché in pochi si sono presentati alla prova
Ma la domanda che in molti si stanno facendo in queste ore è: perché in molti hanno preferito non presentarsi nemmeno alla prova? Com’è possibile che non ci sia la volontà di lavorare nella pubblica amministrazione in un momento di grave crisi economica e di crisi dell’occupazione come quello che stiamo vivendo?
I motivi sarebbero molteplici, secondo chi si è rifiutato di partecipare al concorso.
Il primo: il contratto. Non si tratta di un tempo indeterminato, non è il classico “posto fisso” alla Checco Zalone. Tutt’altro.
Si tratta di contratti strettamente legati alla gestione dei fondi di coesione territoriale, quindi – considerando il momento – anche del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR). La durata, poi, è di tre anni.
A questo si aggiunga che la preselezione è stata fatta – anziché coi classici quiz – con una valutazione per titoli ed esperienze. Modalità, quella della preselezione per titoli ed esperienze, molto contestata soprattutto dai più giovani che sostenevano di sentirsi penalizzati, non avendo esperienze e titoli a sufficienza per “concorrere” con gli altri candidati più anziani e più titolati.
Perché il concorso non “attrae”
I profili ricercati (si tratta di figure esperte che devono essere immediatamente operative, non c’è tempo per la formazione) erano cinque: esperto amministrativo-giuridico; esperto in gestione, rendicontazione e controllo; esperto tecnico; esperto in progettazione e animazione territoriale; analista informatico.
«La pubblica amministrazione in questi anni ha perso appeal. Rimane attraente per qualcuno solo quando si parla di posto fisso. Quando, invece, salta fuori il tempo determinato non viene più ritenuta conveniente», commentano alcune fonti del dipartimento della Funzione pubblica, contattate da Open.
C’è chi forse ha presentato domanda per «inerzia», chi «non ha studiato» e chi «preferisce rimanere dov’è senza volersi mettere in gioco».
Dal dipartimento della Funzione pubblica ci tengono a precisare che il flop delle prova scritta non è da attribuire alle nuove modalità di selezione, visto che i profili selezionati «c’erano eccome» ma il problema piuttosto è che «non si sono presentati».
«Nessuno è stato scoraggiato visto che chi non si è presentato si trovava in cima alla classifica», ci spiegano. Si esclude, invece, che a scoraggiare i candidati possa essere stato il reddito di cittadinanza.
I motivi sarebbero due: difficilmente, ad esempio, «un ingegnere percepisce il reddito di cittadinanza» e soprattutto, a parità di retribuzione, sarebbe stato certamente più conveniente lavorare nella pubblica amministrazione per 3 anni che percepire il sostegno economico erogato dallo Stato.
Cosa non funziona nel piano per il Sud
Fortemente critico è l’avvocato Francesco Leone, dello studio Leone-Fell, da sempre al fianco dei “concorsisti”, secondo cui il problema è che questo modo di selezionare personale nella pubblica amministrazione «non funziona affatto».
«Se alle preselettive vengono fatte passare solo persone altamente qualificate, con un curriculum importante, il risultato è ovviamente questo. Per quale motivo, io che ho un buon lavoro o comunque una buona situazione economica, devo presentarmi a un concorso che mi offre il contratto a tempo determinato per tre anni? Chi ha avuto accesso a questo concorso è gente più anziana, che già lavora e che di certo non si sta contendendo il lavoro della vita. Ecco perché non si sono presentati», dice a Open.
E non è finita qui.
L’avvocato Leone, inoltre, si domanda come mai molti di quelli che si sono presentati al concorso non hanno comunque superato la prova: «Come è possibile? Non dovevano essere il “meglio” dei candidati? Questo significa che la riforma Brunetta non funziona affatto. Non basta avere un buon curriculum o dei buoni titoli di studio per fare la differenza. Diamo la possibilità alla persone di mettersi in gioco, di accedere alle prove preselettive. Solo così si seleziona il merito».
Per il segretario nazionale di Sinistra Italiana, Nicola Fratoianni, il concorso per titoli voluto dal ministro Brunetta «è stato un fallimento totale»: «Moltissimi non si sono presentati e molti altri non hanno raggiunto il punteggio minimo. Ma come, non era l’unico modo per selezionare le migliori menti del nostro Paese? È ora che il Ministro ci ascolti. I concorsi pubblici devono dare a chiunque la possibilità di dimostrare le proprie capacità e selezionare le migliori figure professionali per l’amministrazione pubblica. E per fare ciò è necessario essere, veramente, uguali alla partenza», ha scritto su Facebook.
Nessuno si aspettava questa bassa affluenza
Dal canto suo il dipartimento della Funzione pubblica «non si aspettava questa bassa partecipazione» anche se – ci fanno sapere – sapeva bene di avere davanti una sfida difficile. Si tratta, infatti, del primo concorso in modalità fast track che arriva «nel momento in cui il Paese non è ancora uscito dall’emergenza» e che all’improvviso apporta, nel bene o nel male, un «cambiamento notevole per tempi, modalità e protocolli di sicurezza».
«Erano tutti abituati ai quiz… Era davvero questo il sistema giusto per accedere alla pubblica amministrazione?», si chiedono al ministero. Nessuno, però – precisano – ha mai pensato che un concorso «possa esaurirsi nella valutazione dei titoli»: «Ci sarà sempre una prova, non si può pensare di toglierla. Prova che, anche in questo caso, ha rimesso tutti in gioco, anche i super titolati. Insomma, non basta un titolo per lavorare nella pubblica amministrazione», ci assicurano.
Assunzioni veloci o rallentate dal flop?
Si pone, poi, il problema dei tempi. Il ministero riuscirà ad assicurare le assunzioni veloci entro luglio? «I tempi rischiano di allungarsi, non sarà una passeggiata di salute», tuona l’avvocato Leone, sul piede di guerra.
E, in effetti, valutare altre 70 mila persone – contro le 8 mila iniziali – rischia di appesantire il concorso veloce. Al momento non è stata presa in considerazione la possibilità di riaprire i termini del concorso nonostante i tanti giovani che non hanno nemmeno inviato la domanda. Il motivo? Non avevano titoli ed esperienze a sufficienza, dicono. Scoraggiati alla partenza: il concorso prevedeva, infatti, l’assegnazione di un massimo di 10 punti di cui 4 per i titoli di studio e 6 per quelli professionali. I neolaureati, di conseguenza, avrebbe incassato un punteggio bassissimo ma comunque avrebbero potuto partecipare.
(da Open)
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Giugno 15th, 2021 Riccardo Fucile
TRA UNA PIZZA E UN CAFFE’
Una pizza margherita da “Michele”, storica pizzeria di Forcella in compagnia di
Gaetano Manfredi e Luigi Di Maio, poi una passeggiata per le vie del quartiere Pignasecca.
Giuseppe Conte va a spasso per Napoli dopo aver presentato il candidato al Comune condiviso con il Partito democratico, Gaetano Manfredi.
Passeggiate programmate per segnare il “ritorno in mezzo alla gente” del leader in pectore del Movimento 5 stelle. Riparte dal capoluogo partenopeo l’ex premier, alla sua prima iniziativa pubblica nelle sue nuove vesti, lo definisce un cammino “più semplice, perché abbiamo la possibilità di tornare tra la gente”.
Riparte da Forcella e Pignasecca, che il quotidiano della città il Mattino descrive come zone che “hanno una media di percettori del reddito di cittadinanza da paura”.
Riparte dal granaio pentastellato, 157mila famiglie che ricevono il sussidio ideato dal Movimento a dar retta agli ultimi dati dell’Inps, 459mila persone coinvolte su una città che a dar retta ai numeri ufficiali conta 940mila abitanti, una spesa (102 milioni di euro) di un soffio inferiore a quella dell’intero Nord Italia (dove i milioni elargiti si fermano a 109).
“Per quella misura ci sarà sempre spazio, la povertà non è facile eliminarla”, dice Conte che per l’occasione ha dismesso cravatta e pochette pur non rinunciando alle immancabili giacca blu e camicia bianca, con buona pace di Di Maio che lo ascolta dalla prima fila, lui che la povertà l’aveva abolita.
Fioccano le domande sul reddito di cittadinanza, arriva la difesa d’ufficio: “Tanti professoroni ci hanno detto che è una misura assistenziale, ma io la rivendico, è una misura di giustizia sociale”. Non creerà poi così tanto lavoro, ma definirla “assistenzialismo” non è più un insulto, come gli esponenti M5s la prendevano fino a qualche tempo fa, non lo è più qui, non lo è più ora.
Conte si circonda della nomenklatura del partito. In prima fila accanto a Di Maio il presidente della Camera, Roberto Fico, entrambi per ragioni istituzionali e di opportunità giù dal palco, sostituiti da Valeria Ciarambino e Gilda Sportiello, consigliera regionale e deputata storicamente annoverate tra le truppe del ministro degli Esteri, la prima, e del presidente della Camera, la seconda.
È un Cencelli delle correnti che ci sono ma ufficialmente non esistono, la blindatura di una discesa in campo che ha l’elefante nella stalla della non decisione sulla regola dei due mandati, sulla quale Conte ha uno dei pochi scatti d’autorità: “Deciderò io il momento in cui parlarne”, taglia secco di fronte a chi gli pone la più ovvia delle domande, se nel suo Movimento quei due lì davanti non siano fondamentali.
Ad accoglierlo attivisti festanti ma anche un drappello di contestatori, che di fronte all’hotel Bellini dove è atteso per incoronare Manfredi inalberano lo uno striscione con su scritto “No alleanze”, ispirati dal capogruppo in comune Matteo Brambilla e dalla consigliera regionale Maria Muscarà, che sul nuovo corso con il Pd sono più che scettici.
“Il Movimento è unito, se ci sono altre opinioni sono opinioni personali”, dice il nuovo leader (come si auto definisce) salvo poi fare retromarcia: “Ammettiamo i dissenzienti, non siamo una forza politica bolscevica”, qualunque cosa avrebbero pensato i bolscevichi nell’essere definiti “forza politica”.
Conte incontra una delegazione della Whirpool, uno dei grandi boomerang dei suoi anni di governo, una mediazione con l’azienda sbandierata come cosa fatta prima che i vertici decidessero di abbandonare la città. Poi l’incontro con gli eletti campani, quindi la passeggiata alla Pignasecca, un caffé in piazza della Carità, un selfie per Manfredi con la maglia di Maradona, che sulla juventinità del candidato sindaco si gioca un pezzo della campagna elettorale e dunque di corsa a convertirsi, a spiegare che bianconero lo era sì da bambino, ma che oggi esulterebbe per il Napoli.
“Conosco il grande entusiasmo di Napoli e oggi è stata una bella sensazione trovarmici. La gente crede nella politica e non dobbiamo deluderla”, dice il premier passeggiando e prestandosi alle foto, che qui nel granaio dei 5 stelle e con l’unico candidato frutto di un’intesa con la sinistra si gioca il primo pezzo della sua credibilità di leader, e che si gioca la partita tenendosi in equilibrio tra le varie anime pentastellate e invocando il “patto per Napoli”, una pioggia di soldi da far arrivare in città attraverso “interventi legislativi ed emendamenti che presenteremo al più presto”, ma non si parli di assistenzialismo.
(da Huffingtonpost)
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