Giugno 28th, 2021 Riccardo Fucile
LA SFIDA DEL DDL ZAN, TRA OSTACOLI E MODELLI STRANIERI
Presentato per la prima volta nel 2018, e ora fermo al Senato, dopo la prima lettura alla Camera, il Ddl Zan ha dato vita a un dibattito sempre più polarizzato, specie dopo l’intervento del Vaticano che ha deciso di schierarsi in merito.
La Santa Sede contesta quei passaggi che prevedono l’istituzione della Giornata dell’omotransfobia, che minerebbe l’autonomia delle scuole private cattoliche. Il Vaticano critica l’indicazione presente nel Ddl Zan secondo cui le scuole dovranno svolgere attività per sensibilizzare gli studenti sui diritti Lgbtq+.
Cosa dice il Ddl Zan
È in particolare all’Articolo 7, Punto 3, che si trova il passaggio del Disegno di Legge firmato da Alessandro Zan che ha portato allo scontro con il Vaticano.
Nello specifico, in questo punto si trova il riferimento alle attività da svolgere nelle scuole in occasione del 17 maggio, quella che dovrebbe diventare la Giornata nazionale contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia.
«Le scuole, nel rispetto del piano triennale dell’offerta formativa di cui al comma 16 dell’articolo 1 della legge 13 luglio 2015, n. 107, e del patto educativo di corresponsabilità, nonché le altre amministrazioni pubbliche provvedono alle attività di cui al precedente periodo compatibilmente con le risorse disponibili a legislazione vigente e, comunque, senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica», si legge nel testo.
L’educazione ai diritti negli altri Paesi
Il primo Paese al mondo a introdurre l’insegnamento dei diritti Lgbtq+ nelle scuole è stata la Scozia. Nel novembre 2018 il ministro dell’Istruzione scozzese John Swinney ha annunciato l’inizio nelle scuole del programma Educate To Liberate: «La Scozia è già considerata come una delle nazioni più progressiste in materia di diritti Lgbt. È dunque un piacere per noi annunciare che il nostro sarà il primo paese al mondo ad introdurre nelle scuole un programma specifico di educazione all’inclusione».
Questo programma si basa su una serie di punti che vanno dall’insegnamento della storia dei diritti della comunità Lgbtq+ all’educazione all’inclusione fino alle campagne contro omofobia e transfobia.
Tutto il programma è stato preparato dal think tank «Time for Inclusive Education» che ha lavorato tre anni prima di proporre al governo scozzese delle linee guida da seguire per portare questi temi nelle scuole. Con una legge del 2019 i diritti della comunità Lgbtq+ sono diventati materia di studio anche nelle scuole dell’Inghilterra.
Il progetto in questo caso si chiama «Stonewall», come il bar di New York dove nel 1969 è nato il primo Gay Pride. Qui le linee guida sono meno nette, ma l’obiettivo è chiaro per tutti, come si può leggere nei documenti: «Le scuole sono libere di scegliere come farlo, ma deve essere certo al termine del percorso che i ragazzi abbiano compreso le tematiche della sessualità umana e il rispetto per loro stessi e per gli altri».
Cosa si può fare in classe
Una missione che si è proposto di portare avanti anche GenderLens, il progetto nato dalla necessità di creare in Italia uno spazio di informazione e confronto «dove la varianza di genere nell’infanzia e nell’adolescenza non sia considerata come una patologia o un problema da risolvere, ma come una delle tante espressioni della diversità umana», spiega Open Elisabetta Ferrari, membro del coordinamento di GenderLens.
Tra le attività recenti dell’associazione c’è stata una collaborazione con il Servizio per l’Adeguamento tra Identità Fisica e Identità Psichica (SAIFIP) del Lazio per la stesura del documento «Strategie di intervento e promozione del benessere dei bambini e degli adolescenti con varianza di genere».
Linee guida poi ritirate a causa delle proteste da associazioni cattoliche e da diversi partiti sovranisti, come la Lega e Fratelli d’Italia. In particolare, il documento presentava delle indicazioni su come introdurre una carriera Alias nella scuole. Questa permette allo studente o alla studentessa in transizione di genere di essere chiamato/a con il “nome scelto” e non con quello depositato all’anagrafe.
«Il Ddl Zan non lo prevede nello specifico, ma non vedo perché gli altri genitori dovrebbero opporsi all’identità di genere e alla scelta del singolo studente, se la scuola decide di attivare la carriera Alias», commenta Ferrari.
Lei, mamma di un figlio trans, non binario, parla della difficoltà di trovare insegnanti competenti e preparati ad affrontare le tematiche Lgbtq+. Un aspetto che, se il Ddl Zan entrerà in vigore, dovrà sicuramente essere affrontato. «Come associazione abbiamo fatto formazione alle scuole che ce l’hanno richiesto. Sensibilizziamo i professori su come avvicinarsi alla varianza di genere, e soprattutto come parlarne in modo corretto, senza far sentire gli studenti trans inadeguati».
Parlare agli studenti
Al Liceo Formiggini di Sassuolo, invece, i temi Lgbtq+ e il Ddl Zan sono diventati materia di studio durante la lezione civica. Come spiega a Open la dirigente dell’Istituto, Christine Cavallari. «A un certo punto, la docente si era accorta che gli studenti non avevano mai letto il testo e quindi aveva deciso di dedicare un’intera lezione al disegno di legge», spiega Cavallari.
Il materiale è stato inviato preventivamente ai genitori che hanno cosi potuto visionarlo. Oltre all’intervento di una dottoressa in video, la docente aveva mostrato attraverso delle slide il testo del disegno di legge: i ragazzi hanno riconosciuto al termine della lezione di aver avuto le informazioni e gli strumenti necessari per farsi un’opinione. «Come normale, all’interno della classe sono continuate a esistere opinioni diverse e contrarie. Non c’è stata nessuna forzatura o indottrinamento. Quello che la scuola, e che noi volevamo fare, era dare agli studenti gli strumenti per leggere la realtà e per formarli come futuri cittadini».
Le scuole cattoliche
A detta delle scuole cattoliche però, questo tipo di attività può costituire un problema. Secondo i dati dell’anno scolastico 2017-2018, gli ultimi disponibili, sono 582.576 le persone iscritte alle scuole cattoliche in Italia, considerando tutti i gradi di istruzione dalle scuole dell’infanzia alle superiori. Si tratta del 6,72% del totale degli studenti in Italia. Questo dato è in costante calo.
Solo nell’anno scolastico 1992-1993 il numero di iscritti alle scuole cattoliche era di 876.398 alunni, il 9,14% del totale degli iscritti. Ed è proprio in questi istituti che potrebbero verificarsi gli attriti peggiori sul Ddl Zan. In particolare sulle attività previste per la Giornata contro l’omofobia.
Massimo Malagoli, il responsabile dell’Ufficio Comunicazione di Agesc, l’associazione che riunisce i genitori delle scuola cattoliche, dice: «Il rischio di questa legge è che l’ideologia gender diventi un dogma anche nelle scuole. Abbiamo una legge che viene portata avanti con un’ampia pressione dell’opinione pubblica. Il testo però non è chiaro e soprattutto sta passando l’idea che serva a colmare un vuoto giuridico. Non è così. La campagna mediatica che si sta creando parla di un’Italia intollerante. Non è così. Basta vedere tutte le dimostrazioni di solidarietà che ci sono state con il caso di Malika, la ragazza cacciata di casa perché lesbica. Il padre era di religione musulmana. Non sono d’accordo nemmeno con il testo della legge scritto da Salvini. Ormai questa legge è diventata solo una bandiera».
In caso di approvazione del Ddl Zan, però, Malagoli assicura che non si pensa a un’azione di contrasto delle scuole cattoliche: «Se la legge fosse approvata, le scuole cattoliche applicherebbero anche le parti riguardanti le attività durante la Giornata contro l’omofobia. Le scuole cattoliche sono paritarie e quindi seguono il dettato legislativo”
(da Open)
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Giugno 28th, 2021 Riccardo Fucile
FRANCESCO MANDA UN SEGNALE, DOPO LE POLEMICHE
Non si è ancora esaurita la scia di polemiche per la nota verbale inviata dal Vaticano
per chiedere la modifica del ddl Zan. Intanto però padre James Martin, prete gesuita famoso in tutto il mondo per le sue aperture e il suo lavoro di accoglienza verso le persone omosessuali, ha ricevuto una lettera da Papa Francesco, che è piena di parole inclusive.
Ma come si conciliano con l’atteggiamento della Santa Sede riguardo il disegno di legge contro l’omotransfobia?
Dio “si avvicina con amore ad ognuno dei suoi figli, a tutti e ad ognuno di loro. Il suo cuore è aperto a tutti e a ciascuno. Lui è Padre”, scrive Papa Francesco nella breve lettera autografa in spagnolo inviata al padre gesuita James Martin, che svolge il suo apostolato tra le persone Lgbt, in occasione del webinar “Outreach 2021”. Il sacerdote ha pubblicato la lettera su Twitter.
“Lo ‘stile’ di Dio – scrive il Papa – ha tre tratti: vicinanza, compassione e tenerezza. Questo è il modo in cui si avvicina a ciascuno di noi. Pensando al tuo lavoro pastorale, vedo che cerchi continuamente di imitare questo stile di Dio. Tu sei un sacerdote per tutti e tutte, come Dio è Padre di tutti e tutte. Prego per te affinché tu possa continuare in questo modo, essendo vicino, compassionevole e con molta tenerezza”.
Papa Bergoglio ringrazia padre Martin per il suo zelo pastorale e per la sua “capacità di essere vicino alle persone con quella vicinanza che aveva Gesù e che riflette la vicinanza di Dio”.
“Prego per i tuoi fedeli, i tuoi ‘parrocchiani’ – conclude il Santo Padre – tutti coloro che il Signore ha posto accanto a te perché tu ti prenda cura di loro, li protegga e li faccia crescere nell’amore di nostro Signore Gesù Cristo”.
Anche durante l’Angelus il Papa ha pronunciato parole che sembrano alludere agli scontri avvenuti in questi giorni ricordando di smettere di giudicare tutti.
Ma qual è il vero Bergoglio, quello che spende parole piene di inclusività o quello che ha avallato, più o meno tacitamente, l’incredibile intromissione del Vaticano su una legge dello Stato italiano?
Forse sono necessari più fatti e meno parole.
(da NextQuotidiano)
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Giugno 28th, 2021 Riccardo Fucile
“BEPPE, LA VERITA’? HAI DISTRUTTO IL PROGETTO DEL M5S”
«Allora, Giuseppe, possiamo fare così. I vicepresidenti del Movimento te li poi scegliere tu, va bene?». Nella robusta task-force di mediatori tra Beppe Grillo e Giuseppe Conte raccontano che, durante la telefonata pomeridiana tra i due, a un certo punto è venuta fuori l’apertura del garante sulla scelta dei vice, a cui nello statuto è dedicato un paragrafo. E che quello è stato il momento in cui all’ex presidente del Consiglio è scappata una specie di risata liberatoria, l’unica all’interno di una telefonata che è cominciata bene ma finita male. «Scusa, Beppe, ma i vicepresidenti chi li dovrebbe scegliere, se non il presidente? Questa non mi sembra un’apertura. Nulla di personale con te, credimi. Ma la verità è che hai distrutto il progetto…».
All’ora di cena, quando sui terminali delle agenzie di stampa s’avanza la tesi del disgelo tra i due litiganti, nel bunker di Conte continua a tirare la stessa aria degli ultimi tre giorni. Che sia una tattica o una strategia, che sia un bluff o meno, l’atmosfera è quella della rottura.
La cerchia ristretta dell’ex premier ha chiuso i contatti con il mondo fuori. E quello che filtra dai messaggini che partono dai fedelissimi di Grillo e raggiungono il gruppetto degli ambasciatori si può riassumere in tre parole: «Le distanze rimangono». Formalmente, anche se i colpi di scena sull’annullamento della conferenza di addio adesso sarebbero molto meno che clamorosi rispetto all’altroieri, il punto stampa dell’avvocato rimane virtualmente programmato per oggi pomeriggio
La domenica di Conte si apre come si aprono tutte le giornate che sembrano interlocutorie, quelle della quiete prima della tempesta. L’avvocato si muove come un ciclista su pista che sceglie la tecnica del surplace: rimane fermo, immobile, in attesa di sorprendere l’avversario, che magari su muove per primo.
E infatti la prima mossa la fa Grillo. All’ora di pranzo, lo smartphone dell’ex presidente del Consiglio si illumina. Mittente memorizzato in rubrica «B.G.», il messaggio recita: «Possiamo sentirci?». La telefonata, istruita dai tanti che lavorano all’armistizio, Di Maio in testa, parte bene ma finisce male.
La partenza buona è quella in cui i due contendenti chiariscono che nella disputa non c’è nulla «di personale». Quella negativa, per il futuro prossimo dei Cinque Stelle, è nelle «aperture» del garante che per l’ex premier non lo sono affatto. E in quel messaggio finale espresso dalla viva voce di Conte, di cui anche il destinatario parlerà con i suoi: «Beppe, la verità è che hai distrutto il progetto…».
A poche ore dalla possibilità di dire addio all’offerta di guidare i Cinque Stelle, Conte non ritiene di avere l’agibilità politica necessaria per accettare l’incarico; non crede nemmeno che la marcia di avvicinamento al varo della nuova nave M5S sia sinonimo — eufemismi a raffica — di una navigazione serena.
Le aperture proposte da Grillo nella telefonata di ieri vengono considerate non tanto insufficienti, quanto calibrate su temi di poco conto, come per l’appunto la scelta dei vicepresidenti. Il resto delle valutazioni sarà affidato a una lunga notte e a una mattinata che si annuncia complicata.
Alle dieci di sera, l’unico lavoro autorizzato dall’avvocato è quello della ricerca di un posto in cui tenere la conferenza stampa di oggi. I punti su cui insistere, nel caso si arrivasse per davvero alla resa dei conti, sono fin troppo definiti. «Nulla di personale», «non ho l’agibilità politica», «grazie per avermi contattato» e quindi tanti saluti.
Per arrestare la girandola impazzita di un progetto che rischia di finire nel cestino prima ancora che la sua leadership veda la luce, insomma, c’è sempre meno tempo. L’ultimo giro di giostra era iniziato prima del fine settimana, con l’avvocato che pretendeva dal garante un messaggio pubblico in cui si rimangiava la sostanziale «diarchia» disegnata giovedì sera all’assemblea dei parlamentari. Poi c’è stata la telefonata di ieri, un messaggio privato ma senza le aperture chieste da Conte. Rimane lo spazio di una mattina per tentare di rimettere il treno sui binari. E quella mattina è arrivata.
(da Il Corriere della Sera)
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Giugno 28th, 2021 Riccardo Fucile
NON SONO STATI ANCORA SCIOLTI TUTTI I NODI
Un chiarimento sul piano personale c’è stato, anche se non tutti gli aspetti politici
sono stati risolti. Beppe Grillo ha alzato il telefono e ha chiamato Giuseppe Conte, passaggio fondamentale in questa difficile trattativa che dovrebbe portare alla stesura del nuovo Statuto M5s. Così i due sono tornati a parlarsi, non più tramite intermediari. E non è escluso l’arrivo del Garante nella Capitale già domani.
Sono trascorse settantadue ore di tattica, di strategia, durante le quali la tensione è arrivata a livelli altissimi. In fondo, lo si è visto già quando era premier, Conte è un esperto di negoziati e con il Garante, in questi giorni, ha utilizzato un po’ il suo metodo già consolidato.
Grillo nei fatti lo ha umiliato di fronte ai parlamentari dicendogli tra le altre cose di studiare cosa sia il Movimento 5 Stelle, e lui ha minacciato di abbandonare il progetto e quindi il ruolo di capo politico in pectore. I pontieri, i ministri in particolare, si sono messi al lavoro e oggi sono arrivati i risultati. Il ghiaccio, che da giovedì ha avvolto Grillo e Conte, è iniziato a sciogliersi, ma i colpi di scena non sono certo finiti.
Le distanze infatti rimangano, non si può dire che tutto sia stato risolto. Lo show down che Conte minacciava di mandare in onda domani per adesso è in stand by. La conferenza stampa potrebbe essere rimandata, se invece dovesse esserci avrà senza dubbio toni diversi rispetto a quelli che fonti vicine all’ex premier lasciavano filtrare.
Si parla anche di una possibile intervista tv durante la quale Conte non userà toni teneri nei confronti di Grillo, anzi si toglierà più di qualche sassolino dalla scarpa. Tuttavia non chiuderà a una ricomposizione e detterà le sue condizioni.
Durante la telefonata Grillo avrebbe promesso al capo politico in pectore da lui designato di rinunciare al potere di controllo totale sulla comunicazione dei pentastellati, oltre a quello di scelta delle nomine. A Conte però questo non basta. Vuole più agibilità politica, non vuole che tutte le decisioni debbano essere condivise con il Garante. Su questo quindi si tratta ancora. Anche se diversi parlamentari si domandano: “Come farà ora Conte a dire di no a Grillo?”.
Da fonti vicine all’ex premier emerge però che “la partita non è affatto chiusa”. E c’è molta cautela: “Si sta lavorando, il finale non è ancora scritto” e la possibilità di trovare un’ intesa esiste ma anche il contrario. Messaggi che vengono inviati e che potrebbero far parte della solita tattica utilizzata da Conte per alzare la posta e ottenere quella maggiore agibilità politica che chiede da giorni.
In tutto ciò, come si è detto, non è stato ancora ufficializzato l’orario della conferenza stampa di Conte, che dovrebbe essere alle 17, ma anche questo viene letto come un segnale di lavoro in corso e di strategia in atto.
All’interno del Movimento si ragiona comunque a un piano B. Se tutto dovesse saltare si torna a quanto deciso agli Stati Generali, con la nomina di un consiglio direttivo. Se scissione sarà, nel M5s potrebbe tornare la leadership collegiale.
Un’opzione che potrebbe essere gradita a molti parlamentari. Anche se la maggioranza tifa apertamente per un accordo. Mentre si moltiplicano le voci dei parlamentari che lanciano appelli per una ricomposizione dello scontro, anche la base sembra parteggiare per la pace.
Sul blog delle Stelle e sulla pagina Fb di Grillo sono infatti in tanti a chiedere al fondatore di fare un passo indietro. Un passo indietro in parte lo ha già fatto, un compromesso appare possibile, non senza però una mini vendetta che Conte non risparmierà a Grillo.
(da Huffingtonpost)
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Giugno 28th, 2021 Riccardo Fucile
COSA SI SONO DETTI
Cosa si sono detti Giuseppe Conte e Beppe Grillo durante la telefonata di ieri? Se qualcuno vicino all’Elevato parla dell’apertura di alcuni spiragli sembra invece che la distanza tra i due sia ancora enorme. Conte non vuole accettare la “diarchia” con il Garante del Movimento 5 Stelle.
In un post sui social dopo la Vittoria degli azzurri, Conte sembrava rivolgersi al popolo dei 5 Stelle: “é nei momenti di difficoltà che si vede la forza della squadra”. Un messaggio rivolto alla base?
Ilario Lombardo su La Stampa riporta alcuni passaggi della telefonata, che non sembra aver risolto i nodi principali tra i due. Una conversazione durata circa un’ora, durante la quale i toni da tutte e due le parti sono stati durissimi:
«Posso accettare di non nominare i vicepresidenti – gli ribadisce Grillo nel corso della telefonata –. Vuoi nominarli tu? Va bene». Ma non può bastare.
«Se è un problema che io sia il rappresentante del Movimento all’estero, ci rinuncio. Anche se sarei utile…». Ci prova ancora. Eppure, per Conte, quelli sono dei passi indietro su questioni minori. Quello che serve, gli dice l’ex premier, è la «piena agibilità politica» del capo all’interno del partito
Secondo il Fatto, che cita fonti vicine a Conte “passi in avanti sulla sostanza politica non se ne sono fatti”. E il quotidiano addirittura scrive che le urla di Conte si sentivano dalla strada:
Senza contare che testimonianze del clima burrascoso della chiamata – poi, evidentemente, tranquillizzatasi – sono comparse persino su Facebook, dove ieri in alcuni gruppi chiusi di sostegno all ’ex premier qualcuno ha riportato le grida di Conte sentite da sotto la sua abitazione romana
Oggi Conte parlerà. Non si è ancora ben capito se in una conferenza stampa, o in un video sui social. Ancora meno chiaro è cosa dirà l’ex presidente del Consiglio. Certamente tra i 5 Stelle la speranza è che l’ex presidente del Consiglio non chiuda la porta in faccia definitivamente a Grillo. Ribadendo le sue posizioni ma senza attaccarlo in modo tale che non ci sia più la possibilità di tornare indietro. Rimandando dunque la soluzione del caso e sperando che tra i due arrivi la pace.
(da NextQuotidiano)
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Giugno 28th, 2021 Riccardo Fucile
L’ADDIO DELL’EX PREMIER AL M5S E’ SEMPRE PIU’ VICINO
La telefonata tra Beppe Grillo e Giuseppe Conte non ha sciolto i nodi. Anzi. Mentre
alcune fonti vicine all’ex premier fanno sapere che passi in avanti nella sostanza della trattativa non ne sono arrivati, il Fatto Quotidiano scrive oggi che alcune testimonianze del clima non idilliaco della chiamata sono comparse persino su Facebook, dove in alcuni gruppi chiusi di sostegno all’Avvocato del Popolo qualcuno ha riportato le grida di Conte sentite da sotto la sua abitazione romana.
Per questo non è ancora escluso che nella conferenza stampa programmata per oggi alle 17 Giuseppi non annunci il suo addio, o l’arrivederci, al MoVimento 5 Stelle.
La Trattativa Conte-Grillo
La Trattativa Conte-Grillo non quindi ha fatto passi avanti sostanziali. Anche se il fondatore e Garante del M5s ci ha provato. Ieri Beppe, prima del colloquio burrascoso al telefono, ha inviato una mail in cui ha messo nero su bianco i punti su cui è disposto a cedere.
Ha accettato di non essere il “rappresentante” dei grillini all’estero («Se è un problema, ci rinuncio. Anche se sarei utile…»). Ha detto sì ai vicepresidenti nominati da Conte. E ha persino dato l’ok alla non-ingerenza nelle nomine della Comunicazione.
Ma secondo Conte, spiega oggi La Stampa, si tratta di passi indietro su questioni minori. Quello che l’ex premier non accetta è che sia Grillo a prendere decisioni su alleanze, governi da appoggiare, candidature e nomine che competono al MoVimento. Per lui Beppe deve fare soltanto il Garante, ovvero vigilare sulle eventuali violazioni dello “spirito” del M5s ed erogare le sanzioni. E basta.
Mentre la guida politica spetta a lui. Così come le decisioni sulle questioni parlamentari. Soprattutto: Conte ha paura che la querelle di oggi sia soltanto l’inizio delle ostilità. Senza un chiarimento oggi, domani la leadership dell’Avvocato del Popolo vivrebbe sotto il pericolo costante degli strali del Garante. E questo lui non se la sente proprio di accettarlo.
Perché Grillo è arrabbiato con Conte
D’altro canto Grillo è davvero ancora arrabbiato con Conte. Perché quando lo ha investito della carica di capo politico in pectore si è posta subito la questione del nuovo Statuto. Scrive oggi il Corriere della Sera che Grillo ha chiesto a Conte di interfacciarsi con i suoi due avvocati “di fiducia”, uno dei quali è il nipote Enrico. Ma l’ex premier ha tirato diritto. Poi c’è la questione della comunicazione interpersonale. Da un certo momento della Trattativa in poi Conte ha smesso di rispondere alle mail e alle telefonate. Esattamente come facevano Grillo e Casaleggio quando volevano cacciare qualcuno dal M5s, ma questo è soltanto un dettaglio oggi.
Infine c’è la storia della visita all’ambasciata cinese. Secondo questa ricostruzione Grillo aveva consigliato all’ex premier di non farsi vedere. Ma lui all’inizio si era accodato. Salvo poi fare dietrofront quando sono scoppiate le prime polemiche. E dando poi buca al Fondatore nel successivo appuntamento in hotel. Per questo, quando Conte gli ha mandato l’ultima stesura del nuovo Statuto del M5s, gli avvocati hanno consigliato a Grillo di non firmare.
Perché Conte è arrabbiato con Grillo
Dall’altra parte della barricata c’è Conte. Che oggi pomeriggio nel punto stampa potrebbe ancora annunciare l’addio al M5s. A meno che nella lunga nottata appena trascorsa non arrivi quel ripensamento che attende da giorni senza risultati. Altrimenti ai giornalisti (e al popolo M5s, che attende con il batticuore e su Facebook si spertica in paragoni tra i due e i gemelli del gol Vialli-Mancini) dirà che deve rispondere “No, grazie” alla gentile offerta di guidare il MoVimento. Perché non ha l’agibilità politica necessaria per svolgere il ruolo.
Poi sarà quel che sarà. Conte può tornare a fare l’avvocato e il professore, come aveva annunciato quando ha lasciato Palazzo Chigi. Oppure costruire un partito suo, anche se il precedente di Mario Monti dovrebbe metterlo in guardia da pericolose fughe in avanti. Lasciando il MoVimento nelle mani di Grillo. E in quelle di Di Maio, che potrebbe essere chiamato a fare il bis al posto dell’Avvocato.
(da Open)
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Giugno 27th, 2021 Riccardo Fucile
SCONFITTA COCENTE IN PROVENZA… VINCONO REPUBBLICANI E SOCIALISTI… TRA UN ANNO LE PRESIDENZIALI CON L’ASTRO NASCENTE GOLLISTA BERTRAND IN POLE
In Francia il fronte repubblicano regge nonostante il forte astensionismo. A farne le spese è il Rassemblement National di Marine Le Pen, che non vince neanche in Provenza-Alpi-Costa Azzurra, unica regione dove il partito sovranista aveva una speranza contro il repubblicano Renaud Muselier.
Lo sbarramento eretto contro il candidato Thierry Mariani ha funzionato ancora una volta, sostenuto dalla maggioranza macroniana de La République en marche e dalla sinistra. Anche stavolta una forte astensione che si dovrebbe attestare tra il 64 e il 65% dopo il record del 67% al primo turno. La mobilitazione sarà “la chiave delle prossime elezioni”, ha dichiarato Le Pen, nel tentativo di nascondere una sconfitta fin troppo evidente.
Adesso la presidente del Rassemblement National, dato inizialmente come grande favorito di queste elezioni, è obbligata ad una profonda riflessione interna. L’ondata prevista in almeno sei regioni, tra cui l’Occitania, La Borgogna-Franche-Comté e la Bretagna, si è trasformata in una Caporetto, che ha impedito al Rassemblement National di prendere il largo.
Le Pen toppa anche queste elezioni, gettando seri dubbi sulla capacità di imporsi come principale sfidante del presidente Emmanuel Macorn alle prossime presidenziali.
Il processo di normalizzazione lanciato in questi ultimi anni per scrostare l’immagine del partito dai grumi di antisemitismo e razzismo lasciati dal padre Jean-Marie potrebbe aver avuto un effetto contro-producente, con la base storica ormai stanca di questa svolta moderata.
A queste elezioni i veri vincitori sono stati i Repubblicani, che hanno confermato l’ottimo risultato del primo turno vincendo in diverse regioni come l’Auvergne-Rhone-Alpes e l’Ile-de-France, ma anche i socialisti che si confermano nelle regioni che già amministravano.
La destra neogollista si è affermata anche nell’alta Francia, con Xavier Bertrand, presidente uscente e già candidato alle prossime presidenziali.
Il ritorno dell’”ancien monde” come lo hanno definito in molti commentando il successo di due partiti dati come moribondi. Ma nell’ultimo test elettorale prima della corsa all’Eliseo del prossimo anno, il presidente Emmanuel Macron è rimasto a guardare. La République en marche è uscita dai giochi al primo turno della scorsa settimana e oggi si è presentata in alcune zone senza però nessuna speranza di vittoria.
Una disfatta ampiamente prevista, causata soprattutto dalla giovane età del partito di maggioranza e dalla conseguente scarsa presenza sul territorio.
Nei giorni scorsi Macron ha mantenuto un profilo basso, senza rilasciare commenti sulla batosta incassata. Il suo partito ha lanciato appelli per sbarrare la strada al Rassemblement National, ma soprattutto nelle regioni dove i Repubblicani erano in testa, snobbando la sinistra che affrontava il partito di Marine Le Pen. Un “fronte repubblicano” unilaterale, che conferma ancora una volta la tendenza della maggioranza , sempre più orientata verso destra in vista delle elezioni del prossimo anno.
Per lasciarsi alle spalle questo risultato disastroso, adesso il presidente deve pensare alla strategia dei prossimi mesi. Il ritorno in auge dei Repubblicani dovrà essere confermato, ma già da adesso rappresenta un’importante novità nel panorama politico nazionale. La destra neo-gollista resta orfana di un leader capace di guidarla nella corsa all’Eliseo, per questo potrebbe puntare sugli “ex” che si sono distinti in queste ultime elezioni. Tra queste c’è la presidente uscente dell’ile-de-France, Valérie Pécresse, ma soprattutto quello dell’Alta Francia, Xavier Bertrand.
Ma la ripartenza della maggioranza potrebbe passare anche da un rimpasto di governo secondo quanto ha riferito nei giorni scorsi France Info, secondo il quale Macron a luglio dovrebbe presentare le linee guida del suo programma politico e, con l’occasione, cambiare qualche volto della sua squadra di governo, senza però toccare il primo ministro Jean Castex. Un modo per aprire l’ultima pagina del suo mandato sulla quale scrivere l’atto finale di questo quinquennio, che dovrà passare attraverso la finalizzazione di alcune riforme messe in stand by a causa del coronavirus, come quella delle pensioni.
(da Huffingtonpost)
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Giugno 27th, 2021 Riccardo Fucile
LEGA 20,1%, PD 19,7%, FDI 19,4%… DIETRO M5S 16,5% E FORZA ITALIA 7,9%
Secondo le stime del sondaggio Ipsos, per il Corriere della Sera, lo scenario politico
di fine mese mostrerebbe ancora una riduzione della distanza tra Lega, Pd e FdI.
In forte crescita di consenso anche il governo e il presidente Draghi.
La Lega con il 20,1% precederebbe il Pd (19,7%) e FdI (19,4%).
Il partito di Salvini è stimato in calo di oltre 2 punti rispetto a maggio e tocca il punto più basso dall’inizio della legislatura, ma effettua il controsorpasso sul Pd rispetto al sondaggio di due settimane fa.
A seguire si collocano il M5S (16,5%) e FI (7,9%).
I tre partiti di centrodestra nell’insieme mantengono un consistente vantaggio sul centrosinistra (47,4% a 31,2%) nonché sull’ex maggioranza giallorossa (con l’esclusione di Italia viva) che si attesterebbe al 39,9%.
Nelle retrovie le variazioni risultano di pochi decimali e l’area del non voto e dell’indecisione si mantiene al di sopra del 40%.
(da agenzie)
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Giugno 27th, 2021 Riccardo Fucile
QUATTRO POSSIBILITA’ MA MARESCA SEMPRE PEGGIO
Circa 11 punti percentuali dividono Gaetano Manfredi da Catello Maresca. Sono tanti gli scenari elaborati da Monitor Italia, il sondaggio realizzato da Tecnè con Agenzia Dire, con interviste effettuate il 23 giugno su un campione di mille casi tra i cittadini del comune di Napoli. In tutti i casi, il candidato appoggiato da Pd e Cinquestelle surclassa lo sfidante di centrodestra.
In tutti i casi sottoposti agli intervistati, Manfredi è appoggiato da M5S, Pd e altri movimenti civici e di sinistra. Varia, invece, la coalizione di centrodestra.
Nel primo caso il centrodestra è unito e appoggia Maresca; Fdi, Fi e Lega si presentano con i simboli tradizionali. In questo caso Manfredi prenderebbe il 41,6% e Maresca il 30,6.
Nel secondo caso centrodestra ancora unito, Fdi si presenta con il simbolo tradizionale, ma Fi e Lega scelgono simboli locali. Manfredi salirebbe al 42,5%, Maresca scenderebbe al 29,7.
In questo scenario sarebbe Fi a lasciare per strada 2,1 punti percentuali (dal 7,7% col simbolo nazionale al 5,6 della scelta ‘civica’).
Il terzo e quarto scenario sottoposti nel sondaggio prendono in considerazione una coalizione di centrodestra divisa.
Se Lega e Fi sostenessero Maresca presentando simboli locali, mentre Fdi scegliesse Rastrelli presentando il simbolo tradizionale i consensi calerebbero ancora un po’. Manfredi volerebbe al 42,6% (il dato più alto); Maresca al 16,2; Sergio Rastrelli al 13,1.
Il quarto scenario è identico al terzo, ma con Giorgia Meloni capolista di Fdi. In questo caso il partito guadagnerebbe 1,7 punti passando dall’11,8 al 13,5%.
E i candidati? Manfredi al 42,3%; Maresca al 15,7; Rastrelli al 14.
Nell’ultimo caso la coalizione di centrodestra è unita e appoggia Rastrelli. Fdi, Fi e Lega si presentano con i simboli tradizionali. Manfredi al 40%; Rastrelli al 25; Maresca all’8,1.
(da agenzie)
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