Luglio 26th, 2021 Riccardo Fucile
IL TASSO MEDIO E’ DEL 14,4%, MA SONO MOLTI I PARLAMENTARI ASSENTI NEL 50% DELLE VOTAZIONI
È del 14,4% il tasso medio di assenteismo tra deputati e senatori dall’inizio della
legislatura. Ma con differenze individuali anche molto significative sulle 15.587 votazioni elettroniche complessive monitorate fino al 7 luglio da Openpolis, da cui sono emerse assenze ingiustificate superiori al 50% per 49 parlamentari, pari a circa il 3% del totale degli eletti.
I quali, in base ai regolamenti di Camera e Senato, sono tenuti a partecipare ai lavori, salvo impegni giustificati o missioni che infatti non comportano la decurtazione della diaria.
In tutti gli altri casi, chi non è presente lo fa per ragioni personali di varia natura e può sottrarsi senza particolari controlli. L’unica forma di monitoraggio è, appunto, la partecipazione alle votazioni elettroniche: fermo restando che nel corso di una seduta se ne possono saltare poche o molte e che, in caso di dibattito senza voti, le presenze non sono quantificabili (ma sono visibili, per esempio, nei banchi semi vuoti che spesso fanno da sfondo a question time o informative).
MALE LA CAMERA
I dati analitici disponibili, quindi, potrebbero non essere esaustivi ma sono comunque indicativi sul tenore generale dell’assenteismo. Il livello più alto si registra alla Camera, con il 17,1% rispetto al 7,5% del Senato, e questo perché a Palazzo Madama il risicato scarto tra maggioranza e opposizione costringe spesso a presenziare l’Aula con più assiduità anche ministri e sottosegretari.
Nello specifico, sono 501 i deputati con livelli di assenteismo compreso tra 0 e 25%, e 103 nella fascia tra 25,1 e 50%; ma in 23 non hanno preso parte a oltre la metà delle votazioni elettroniche.
Tra i senatori la maggior parte di assenze è compresa tra lo 0 e il 25%, soglia superata solo da venti membri.
Distinguendo per gruppi parlamentari, alla Camera è Fi a guidare la classifica degli assenteisti (oltre il 30%), seguita da Leu (24,8%) e dal misto (22%), mentre il M5s si posiziona in fondo, con poco più del 10% di assenze.
Al Senato, invece, in cima si attesta il misto (15,6%), tallonato da Iv e Fdi (entrambi sul 12%) e da Fi (11,3%).
Anche qui il M5s conteggia poche assenze, ma non quanto la Lega che vanta la percentuale più bassa, inferiore al 2%.
Poco significative risultano le differenze di genere: quasi inesistenti alla Camera (17,3% per le donne contro il 17% degli uomini), poco più marcate al Senato, con assenze maschili all’8,1% e femminili al 6,3%.
Analizzando i territori di elezione, i più assenteisti sono i parlamentari eletti all’estero, seguiti alla Camera da Lazio (20,7%), Abruzzo (20,1%) ed Emilia Romagna (18%), e al Senato da Toscana (11,3%) e Veneto (10%). I meno assenti sono i deputati della Sardegna (10,1%), e soprattutto i senatori delle Marche con una media poco superiore all’1%.
(da agenzie)
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Luglio 26th, 2021 Riccardo Fucile
BERNARDO AVEVA AMMESSO DI GIRARE ARMATO E DI PORTARE L’ARMA IN OSPEDALE… A COSA GLI SERVA NON E’ DATO CAPIRLO… STRADA: “SE FOSSI IL SUO CAPO PIU’ CHE LA POLIZIA CHIAMEREI IL REPARTO DI PSICHIATRIA”
Qualche giorno fa è uscita la notizia che Luca Bernardo, candidato sindaco di Milano per il centrodestra, ma anche rispettabile pediatra, gira in ospedale con la sua pistola.
Dopo le ovvie polemiche, anche per il recentissimo caso di Voghera, però Bernardo non è arretrato di un millimetro spiegando che lui ha “un porto d’armi da difesa personale. Il che vuol dire che in tutta Italia, tranne nelle aggregazioni politiche posso portare l’arma addosso. Quindi, idealmente anche in ospedale, in corsia, sul metro, in tram, in macchina, ovunque. In corsia non l’ho mai portata e non la porterò mai. È un titolo che può essere rilasciato solo dalla Prefettura, non dalla Questura, e può essere rilasciato solo per motivazioni. Il Fatebenefratelli non deve neanche rispondere perché posso andare ovunque tranne che nelle aggregazioni politiche”.
Ora forse il medico dovrà avere pazienza e spiegare anche a quel capoccione di Gino Strada come starebbero, a suo avviso, le cose.
Perché il medico e fondatore di Emergency, oggi intervistato da Repubblica Milano, non usa mezze parole per chiarire cosa ne pensa.
Strada, che pure ha esercitato in situazioni un pelino più problematiche di Bernardo a Milano, racconta di non aver mai portato con sè un’arma, così come i suoi colleghi di Emergency, anche nei teatri di guerra più pericolosi.
E va anche oltre: “Io non ho mai portato una pistola, né in ospedale né altrove, e trovo che sia una negazione dell’essere medico”.
E spiegando che se lui fosse il primario di un ospedale a Milano un medico con la pistola non potrebbe rimanere in corsia commenta il caso specifico di Luca Bernardo: “Perché non può lasciarla a casa? Un ospedale, come dice la parola stessa, deve essere “ospitale”, non può mai esserci qualcuno che potenzialmente potrebbe uccidere con un’arma. Queste dinamiche devono stare fuori dall’ospedale, sennò lì il nostro ruolo è finito. Violare questo principio credo sia di una gravità estrema”. Chissà se Bernardo ha capito. La politica non c’entra, c’entra l’essere medici.
(da agenzie)
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Luglio 26th, 2021 Riccardo Fucile
“IL GREEN PASS E’ LA SOLUZIONE GIUSTA, PERICOLOSO IL CORTEO NELLA MIA BERGAMO FERITA”
Calderoli prende le distanze da Salvini e dai No vax: il ministro ha riconosciuto la
pericolosità, e l’inutilità, delle proteste in piazza da parte di chi il green pass proprio non lo vuole.
“Le manifestazioni vanno segnalate alle autorità ma soprattutto va garantito che non possano diventare un mezzo di diffusione del virus. Quell’assembramento, con le persone le une addosso alle altre senza mascherina, è stato pericoloso per la salute, a partire da quella dei manifestanti”.
Così il vice presidente del Senato, il leghista Roberto Calderoli, parlando con il Corriere della Sera delle manifestazioni contro il Green pass, soprattutto nella sua città.
“Cosa abbia significato per Bergamo il Covid lo constato ogni volta che vado ad un gazebo. C’è sempre qualcuno che mi ricorda una persona scomparsa. E sono tutti anziani, i leghisti della prima ora. Lutti gravissimi per noi”, ha raccontato.
“Da un lato, va sempre garantita la libertà di protestare contro decisioni politiche o di governo che non si condividono. Ma dall’altro, bisogna rispettare le regole”, prosegue parlando del corteo no-vax a Bergamo.
Riguardo ai no Vax, non ha dubbi: “Credo che sbaglino nella maniera più totale. Lo dico da medico e da cittadino. Io appena ho potuto mi sono vaccinato. E ringrazio Dio di aver già fatto la prima e la seconda dose. Chi non si vaccina commette un grosso errore”.
Quanto al Green pass: “Per me il certificato è una soluzione giusta in un momento sbagliato”. Ovvero: “Voglio dire che per imporre il certificato bisogna essere in condizioni di garantire il vaccino a tutti. Solo così si toglie anche l’eventuale alibi a chi lo rifiuta. E invece, ci sono già Regioni che non riescono a garantire le iniezioni e così la mancanza di green pass non si può addebitare al cittadino che non ne ha colpa”.
(da agenzie)
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Luglio 26th, 2021 Riccardo Fucile
“CHE SENSO HA CONTESTARE IL GREEN PASS QUANDO I TUOI MINISTRI LO HANNO VOTATO?”… “SOLO L’8-9% NON INTENDE VACCINARSI”
“Come fa la Lega a essere in piazza a contestare un provvedimento votato anche dai suoi ministri? Su questo sbaglia, perché il 70% dell’elettorato leghista e di Fratelli d’Italia ha paura di essere contagiata”.
È l’analisi di Alessandra Ghisleri, sondaggista e direttrice di Euromedia Research, che in collegamento con In Onda su La7 ha tracciato il profilo delle persone che si oppongono al vaccino anti Covid e all’obbligo di green pass, cercando anche di quantificare numericamente il popolo dei cosiddetti no vax.
“La maggior parte degli italiani – ha spiegato – si è già vaccinata, quasi il 50% ha almeno una dose. Ed è favorevole al green pass e alle limitazioni. Abbiamo poi tra l’8% e il 9% di persone che non vuole assolutamente vaccinarsi e il 7% di scettici”
(da agenzie)
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Luglio 26th, 2021 Riccardo Fucile
SFAMAVA 300 PERSONE OGNI GIORNO TRA LE STAZIONI DELLA CITTA’
È morto all’età di 91 anni Dino Impagliazzo, ‘lo chef dei poveri’. Originario di Isola
della Maddalena, viveva a Roma da tempo dove svolgeva attività per il sociale.
Lascia la moglie Fernanda, compagna di una vita, il figlio Marco presidente della Comunità di Sant’Egidio e altri tre fratelli impegnati da sempre nel sociale. I funerali saranno celebrati martedì 27 luglio alle ore 11:00 nelle chiesa di Santa Maria in Trastevere, in centro città.
Sfamava oltre 300 persone ogni giorno tra le stazioni ferroviarie della Capitale assieme ai volontari che lo seguivani da anni. Personalità nel mondo cattolico e sociale, era uno storico membro del Movimento dei Focolari di Chiara Lubich e della Comunità di Sant’Egidio. Nel 2020 era stato insignito dell’Onorificenza al Merito della Repubblica Italiana da parte del Capo dello Stato Sergio Mattarella presso il Quirinale .
Era il fondatore e presidente della associazione RomAmor Onlus che si occupa in primis di sfamare senzatetto e indigenti per le strade di Roma e del recupero sociale delle persone in difficoltà.
Ha compiuto innumerevoli viaggi nell’Est Europa ancora sotto il Regime Sovietico per portare con tir rifornimenti alimentari per i più poveri. Tanti i volti incontrati nel carcere di Rebibbia, i baraccati, gli sfollati, i terremotati.
Numerosi gli interventi di Impagliazzo tra scuole e università, l’ultimo 2020 all’Università LUMSA la sua esperienza di vita rivolta al prossimo.
Nel 2018 Dino ha ricevuto il prestigioso ‘Premio Internazionale Cartagine 2.0 nella sezione ‘Solidarietà’ destinato a coloro che hanno contribuito in Italia e all’estero alla diffusione della cultura e del sapere in diversi settori.
Nel 2016 lo Chef dei poveri ha incontrato Papa Francesco, salutandolo da parte di tutti i barboni di Roma e invitandolo a servire la mensa dei poveri organizzata giornalmente da Dino e i volontari dell’Associazione RomAmor Onlus.
(da agenzie)
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Luglio 26th, 2021 Riccardo Fucile
CONFERMATA L’ORIGINE DOLOSA. IL PRIMO ROGO PARTITO DALL’INCENDIO VOLONTARIO DI UNA MACCHINA
La situazione della Sardegna è sempre più complicata, le fiamme hanno travolto molti dei comuni dell’Isola nella parte centro occidentale. Le foto che in queste ore circolano sul web sono terribili, ma su tutte una simboleggia il disastro della regione: il prima e il dopo dell’ulivo millenario di Cuglieri.
In tantissimi su Twitter hanno utilizzato queste due immagini per chiedere una specie di tregua alla devastazione. Una ragazza twitta “Ci sono passata la settimana scorsa. Ho visto il cartello con l’indicazione “ulivo millenario”. Avrei voluto andarci ma era tardi e dovevo rientrare. “Ci tornerò “ mi sono detta. E ora lo vedo qui in questa foto , straziato e violentato. Peggio dei Talebani!”.
Sono più di mille le persone evacuate, coinvolta tutta l’area del Montiferru. Il bilancio provvisorio è drammatico, i roghi hanno investito ventimila ettari di terra, molti i pascoli e i boschi che sono stati inceneriti e con loro hanno perso la vita anche migliaia di capi di bestiame. Sono state devastate anche aziende che avevano la loro sede in quell’area, oltre alle case vacanze di cui ora rimane solo cenere.
“Siamo di fronte a condizioni mai verificate nella storia dell’autonomia sarda, per ampiezza del territorio colpito e per i cambi di vento. Abbiamo da subito operato per potenziare i velivoli a disposizione dell’antincendio, da tre a otto, e attivato il meccanismo europeo di solidarietà e domani arriveranno canadair francesi (4) e greci (2)”. Lo ha detto ieri sera il presidente della Regione, Christian Solinas, al termine della Giunta straordinaria che ha approvato la dichiarazione di stato di emergenza, dopo un confronto con i sindaci dei Comuni più colpiti dalle fiamme. “Con questo atto avremo meno burocrazia e potremo chiedere subito risorse al Governo”, ha detto ancora Solinas. Ora c’è forte preoccupazione perchè per domani è atteso l’arrivo del maestrale.
Secondo le prime ricostruzioni a scatenare gli incendi sarebbero stati gli interventi dell’uomo. Il rogo iniziale avrebbe trovato origine nell’incendio di una vettura, gli inquirenti però sono concentrati nel capire se possono essere più d’uno i luoghi da cui sono partite le fiamme. In queste ore stanno già operando 57 unità operative a terra, di cui 28 provenienti dai Comandi di Nuoro, Sassari e Cagliari e 29 del locale Comando di Oristano. A Tresnuraghes tre squadre hanno operato per tutta la notte nel contrasto al fronte del fuoco. Ora a temere è la parte sud della regione, nelle prossime ore infatti il vento cambierà in favore del maestrale. Sotto scacco ci finirà la Gallura.
(da NextQuotidiano)
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Luglio 26th, 2021 Riccardo Fucile
MIRESSI, CECCON, ZAZZERI E FRIGO ENTRANO NELLA STORIA DEL NUOTO ITALIANO
L’Italia del nuoto conquista un’altra medaglia ai Giochi di Tokyo 2020. E’ argento
nella staffetta 4×100 stile libero maschile in 3.10.11. Il quartetto azzurro (Alessandro Miressi, Thomas Ceccon, Lorenzo Zazzeri e Manuel Frigo) ha chiuso alle spalle degli Stati Uniti in 3.08.97. Bronzo all’Australia in 3.10.22.
Non una medaglia qualsiasi l’argento nella staffetta 4×100 ma il miglior risultato olimpionico raggiunto dall’Italia nelle staffette: “Abbiamo scritto una pagina della storia dello sport italiano”, hanno commentato i nuotatori che hanno vinto la seconda medaglia della storia dopo il bronzo della 4×200 stile libero di Massimiliano Rosolino, Filippo, Magnini, Simone Cercato ed Emiliano Brembilla ad Atene 2004.
I quattro cavalieri azzurri: Alessandro Miressi, Thomas Ceccon, Lorenzo Zazzeri e Manuel Frigo stampano una gara fantastica chiudendo solo dietro agli statunitensi peraltro campioni uscenti. Il quartetto azzurro scende ancora sotto il record italiano (19 centesimi) già stabilito in batteria e chiude in 3’10″11.
Si tratta della seconda medaglia nel nuoto di oggi dopo il bronzo conquistato nei 100 metri rana uomini da Nicolò Martinenghi. “E’ una gioia incredibile”. Così i quattro azzurri della staffetta d’argento nella 4×100 esprimono la loro soddisfazione. “Non ci sono parole, non so descrivere questo momento, abbiamo scritto una bella pagina della storia dello sport italiano”, ha ammesso Lorenzo Zazzeri. Sono felicissimo di far parte di questo gruppo: siamo uniti, ci siamo abbracciati anche prima di partire, eravamo convintissimi di poter fare una grande gara”. “Siamo felicissimi, siamo stati veramente bravi, una grande staffetta – ha dichiarato alla Rai Alessandro Miressi – Siamo veramente contenti e felici di questo argento”.
“Sapevamo di avere una buona possibilità di medaglia – ha aggiunto Thomas Ceccon, che pochi prima dell’argento ha staccato il pass per la finale dei 100 dorso-. Ho fatto la scelta di fare entrambe le gare, dato che ero andato bene nel dorso non potevo che fare altrettanto in staffetta. L’argento olimpico non e’ una cosa da tutti i giorni”. “Per me – ha concluso Manuel Frigo – era impensabile soltanto tre anni fa essere qui e ora arriva addirittura una medaglia”.
(da agenzie)
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Luglio 25th, 2021 Riccardo Fucile
GLI ANALISTI CONCORDI: UN 20% DEL LORO ELETTORATO E’ SU QUELLE POSIZIONI, I DUE LEADER EQUILIBRISTI CERCANO DI MANTENERLI SENZA PERDERE QUELLI FAVOREVOLI
Il tesoretto dei No Vax, o meglio dei contrari all’obbligo vaccinale e degli allergici al Green pass, vale sei milioni di voti. È questa la posta in palio nella partita sui certificati di immunità che si sta giocando nel governo.
E si tratta di un numero, stimato dagli analisti, che spiega più di ogni altro le prudenze, soprattutto a destra, nel prendere posizioni nette, tranchant, sulla vaccinazione di massa. Perché la maggior parte degli scettici, lo dicono i sondaggi, sta proprio fra i simpatizzanti di Matteo Salvini e Giorgia Meloni.
I dati di cui disponiamo, al momento, dicono che nell’ultimo anno sono diminuite sensibilmente le persone che rifiutano di vaccinarsi: è poco o per nulla propenso il 13 per cento degli italiani, secondo una ricerca Response Covid-19 del laboratorio Sps Trend dell’Università di Milano.
È un dato più che dimezzato rispetto al dicembre 2020, quando con la campagna vaccinale in partenza questa cifra era al 30 per cento.
La rilevazione (fatta dall’istituto Swg) non si distanzia molto da quella degli altri istituti demoscopici. Demos&Pi di Ilvo Diamanti, ad esempio, a fine maggio, aveva calcolato nell’11 per cento la quota dei No Vax.
Tuttavia, il discorso cambia, e di molto, se non ci si sofferma solo su chi dice no all’iniezione ma se si calcolano tutti i contrari, in genere, all’obbligo vaccinale. Coloro cioè che reclamano la libertà di scelta, fra cui in questi giorni si piazzano i critici del Green pass, visto come obbligo di vaccino camuffato.
Questo plotone, sia nelle stime di Demos&Pi, sia in quelle dell’Università di Milano, è pari al 20 per cento degli intervistati. Due su dieci.
Ora, nel 2018 votarono per la Camera 32,8 milioni di italiani. “Tenendo conto che alle prossime elezioni avremo probabilmente un’affluenza più bassa — ragiona Fabrizio Masia, direttore di Emg Acqua — e che possiamo prevedere circa trenta milioni di votanti, non è errato ipotizzare che questo contingente di scettici possa valere dunque sei milioni di voti”.
Non è un patrimonio da poco, “anzi — aggiunge Masia — potrebbe fare la differenza nelle prossime consultazioni”.
Ecco spiegate dunque la cautela e l’ambiguità di molti politici, quella tendenza a non schierarsi con forza a favore del vaccino per tutti che coinvolge soprattutto gli esponenti del centrodestra.
Non a caso: da un’analisi di Demos&Pi è emerso infatti che gli elettori dei due partiti più scettici sul Green pass (Lega e Fratelli d’Italia) sono anche quelli che, nel rapporto con i tifosi di altre forze politiche hanno meno voglia di vaccinarsi: il 22 per cento dei leghisti e il 16 per cento di FdI.
Elevata, a destra, anche la pattuglia dei contrari del tutto all’obbligo vaccinale (il 20 per cento dei fan del Carroccio e il 23 per cento di chi voterebbe Fdi).
“La contrarietà dei leader di questi due partiti verso forme anche estremamente “lievi” di obbligo vaccinale come appunto il Green pass — annota Youtrend — si spiega così: non tanto con la necessità di attrarre un elettorato No Vax, bensì con il timore di perdere una quota di elettori scettici rispetto sia al vaccino sia all’obbligo vaccinale che in questi partiti è più consistente che negli altri elettorati”.
(da Huffingtonpost)
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Luglio 25th, 2021 Riccardo Fucile
IL TASSELLO CHIAVE E’ LA CAPITALE: GUALTIERI AL CAMPIDOGLIO FAREBBE CONTENTI TUTTI (SALVO LA MELONI)
L’agitazione politica è colpa delle elezioni. Tra due mesi si vota in oltre mille Comuni,
come dire centomila aspiranti sindaci, consiglieri, assessori con tutti gli annessi e connessi del sottopotere locale. Un ben pezzo d’Italia che con questo caldo si dimena, suda e spera. Potrebbero i leader restare sordi a tante grida di aiuto? Chiaramente no.
Di qui a fine settembre (se, come pare, andremo alle urne domenica 26 per tornarci due settimane dopo nei ballottaggi) dovranno visitare almeno una volta i ventuno capoluoghi al voto. Sfileranno in processione su e giù per la Calabria, dove si tengono le Regionali.
Come se non bastasse, Enrico Letta dovrà battere palmo a palmo l’intero senese, perché là c’è in palio il suo scranno da deputato e guai se lo azzoppassero, la sua avventura da segretario Pd finirebbe ancor prima di cominciare. Insomma: sarà tutto un affannarsi frenetico.
E più si moltiplicheranno i bagni di folla, i discorsi, le bicchierate, maggiore risulterà il tasso di confusione politica. In ogni borgo diranno che “qui si gioca il destino dell’Umanità”, figurarsi quello del governo. Decisivi risulteranno Noicattaro e Canicattì, fondamentale diventerà vincere a Pioltello e a Bovolone.
In realtà, purgato della propaganda, l’unico voto che davvero conta sarà quello delle metropoli. Nemmeno di tutte.
A Bologna, per esempio, già sappiamo come andrà a finire: senza troppa fatica vincerà Matteo Lepore, candidato di Pd e Cinque stelle. Potrebbe farcela già al primo turno, non c’è partita e sarebbe strano il contrario.
Idem a Napoli, dove Gaetano Manfredi (ex ministro nel governo Conte) farà un figurone per l’inconsistenza degli avversari.
Due tonfi per la destra, due trionfi per la sinistra, però scontatissimi e dunque riflessi nazionali zero.
Più interessante sarà Milano perché lì, secondo i sondaggi, Beppe Sala sopravanza di poco il neonatologo Luca Bernardo; che di amministrazione risulta a digiuno, lui stesso lo riconosce, eppure l’ignoranza aiuta nelle grandi imprese dunque chissà. Combattutissima sarà Torino, dove l’imprenditore Paolo Damilano (vicino a Giancarlo Giorgetti) sfiderà il “dem” Stefano Lo Russo: se la battono entrambi per un pugno di voti, e da quei voti dipenderà il futuro di Salvini.
Restasse a mani vuote sulla direttrice Mi-To, tutti direbbero che l’uomo è bollito; che come un Re Mida alla rovescia ormai non ne azzecca più una; che non riesce a vincere nemmeno quando gioca in casa. Perfino dentro la Lega scatterebbero le contestazioni. Ma al Capitano potrebbe perfino andare peggio. Per esempio, Enrico Michetti potrebbe vincere a Roma.
Il “Tribuno della Plebe” è sostenuto dall’intera destra, Lega compresa. Se lui vincesse, Salvini dovrebbe mostrarsi felice. Ma Michetti l’ha imposto Meloni come candidato “civico”, forzando la mano agli stessi alleati; perciò virtualmente è un “fratello d’Italia”; se fosse eletto al Campidoglio, verrebbe esibito da Giorgia come un trofeo, anzi la prova vivente che stare all’opposizione paga, mentre sostenere il governo fa perdere voti.
Nell’ottica della Lega non ci sarebbe nulla di più atroce che una disfatta nelle capitali del Nord, accompagnata dai festeggiamenti a Roma della “Ducetta”.
Roba da spararsi. Ne scaturirebbe una riflessione amara, e forse il governo ci andrebbe di mezzo perché nessuno sa in che modo la prenderebbe Matteo, volubile com’è. Potrebbe insistere nel mostrarsi serio e responsabile, o anche no: vai a indovinare, dipende. Ai fini dell’equilibrio politico, sicuramente sarebbe il risultato peggiore.
Draghi ostenta superiorità rispetto a queste quisquilie; ma nei suoi panni sarebbe preferibile che nella Capitale vincesse chiunque tranne appunto Michetti. Virginia Raggi? Fantastico. Carlo Calenda? Meraviglioso. Roberto Gualtieri? “Er mejo der mejo”, perché l’ex ministro dell’Economia non guarirebbe i mali di Roma, ma sistemerebbe in un colpo solo tutti i tasselli della maggioranza governativa.
Primo: rimetterebbe la Meloni al suo posto, con grande inconfessabile giubilo di Salvini. Secondo: Enrico Letta metterebbe in bacheca il suo primo trofeo da segretario. Terzo: i Cinque stelle non si potrebbero lamentare.
Perché è vero, si ritroverebbero senza Virginia. Ma in cambio del sostegno grillino a Siena, il Pd spalancherebbe a Giuseppe Conte il collegio lasciato libero da Gualtieri a Roma, una volta che venisse eletto sindaco.
Così pure l’Avvocato del Popolo approderebbe finalmente in Senato. E, come nelle favole con l’“happy end”, vivrebbero tutti felici e contenti.
(da Huffingtonpost)
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