Settembre 7th, 2021 Riccardo Fucile
QUESTA VOLTA D’ACCORDO CON DRAGHI: E’ ALLUCINANTE CHE SOGGETTI CHE NON VOGLIONO VACCINARSI, METTENDO A RISCHIO IL PROSSIMO, PRETENDANO PURE I TAMPONI A CARICO DELLO STATO, OVVERO DEI CONTRIBUENTI CHE HANNO IL CERVELLO A POSTO
L’assetto definitivo prenderà forma solo dopo la riunione della cabina di regia con
le forze di maggioranza, ma Mario Draghi ha già in mente la traccia per l’estensione del green pass.
L’obbligo va esteso a tutti i lavoratori, statali e privati. E i tamponi, una delle tre opzioni per ottenere il certificato verde, non saranno a carico dello Stato. Ci saranno delle eccezioni per andare incontro a chi non si può vaccinare, ma la linea è quella di non caricare il costo dei no vax sulla collettività.
Non è solo una questione economica: la gratuità dei tamponi – è il ragionamento che si sta facendo in queste ore a palazzo Chigi – rappresenterebbe un disincentivo alle vaccinazioni e una discontinuità rispetto alle soluzioni già in vigore.
Il riferimento è la scuola, dove gli insegnanti che non sono vaccinati devono pagarsi il tampone da soli per ottenere il green pass che dal primo settembre è diventato obbligatorio esibire per fare lezione in aula.
Sono le eccezioni, che vanno individuate con precisione e tradotte in norme, a costituire il lavoro su cui sono concentrati i tecnici di palazzo Chigi.
La road map dice che si proverà a portare questo lavoro a compimento giovedì, con la convocazione della cabina di regia seguita dal Consiglio dei ministri chiamato ad approvare il decreto che sancirà l’estensione del green pass. Il condizionale è d’obbligo, ma dopo che ventiquattro ore fa erano trapelate voci di un allungamento dei tempi, fino alla settimana prossima, solo la possibilità che si possa chiudere tutto nelle prossime quarantotto ore è la spia di un tentativo di accelerazione.
Certo bisognerà calibrare la traccia di palazzo Chigi, i sindacati e Confindustria dovranno sostanzialmente fare un passo indietro rispetto alla condizione posta al Governo e cioè che sia lo Stato a pagare i tamponi e non le imprese o i lavoratori.
Ma una soluzione va individuata, quantomeno una base di partenza su cui ragionare sì, ma senza scadere nella trattativa infinita invece che nello smantellamento dell’impianto abbozzato.
D’altronde non è la prima volta che il premier prende la situazione in mano e stringe quando diventa evidente che una decisione va presa. E con una relativa fretta perché solo l’estensione della certificazione verde può muovere una campagna di vaccinazione che corre sì verso l′80% di immunizzati entro la fine di settembre, ma che prima deve scavallare il rischio di una saturazione.
Insomma gli appelli a vaccinarsi e le campagne di sensibilizzazione servono ma non bastano. Quello che serve è il salto dell’obbligo del pass per andare in ufficio o per entrare in fabbrica.
Anche in riferimento alla platea, la direzione è quella di non procedere a una tipizzazione dei lavoratori che dovranno avere il green pass. Vale sia per la distinzione più generale, quella tra i dipendenti pubblici e i lavoratori delle aziende, ma anche per quella che nelle scorse settimane era emersa come un’ipotesi solida e cioè di estendere il green pass ai lavoratori dei luoghi dove gli utenti sono tenuti a esibire il documento e cioè camerieri, baristi, ristoratori, ma anche chi lavora nelle palestre invece che nei cinema. Il modello del green pass unico tra l’altro è auspicato già da una fetta importante del Governo, a iniziare dal ministro per la Pubblica amministrazione Renato Brunetta.
Servirà anche ad accompagnare il ritorno graduale negli uffici degli statali che ancora lavorano in smart working. Ma le ragioni che spingono a non fare distinzioni tra i lavoratori sono soprattutto tre.
La prima è quella più generale di incentivare le vaccinazioni, la seconda è di rendere i luoghi di lavoro ancora più sicuri, la terza è di non generare discriminazioni che possono dare luogo a ricorsi, ancora prima a problemi di ordine costituzionale.
Bisognerà anche dettagliare la parte, tutt’altro che secondaria, delle sanzioni per chi non rispetterà l’obbligo. Per gli statali si pensa ad allargare il modello scuola e cioè uno stop al lavoro e allo stipendio dopo cinque giorni di assenza. Più complessa è la partita che riguarda le aziende. Ma prima della decisione finale c’è tempo e spazio per mettere punto il testo definitivo. Si parte dalla traccia, che dice già tante cose.
(da Huffingtonpost)
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Settembre 7th, 2021 Riccardo Fucile
SERVE SOLO CONTRO LA POVERTA’… L’OCCUPAZIONE E’ LEGATA ALL’AUMENTO DEL PIL CHE ASPETTIAMO
Il reddito di cittadinanza non è, e non sarà mai, uno strumento per creare occupazione. Pensare che esso produca, con meno di 10 miliardi, donne cotonate e uomini incravattati pronti a inserirsi nello sfavillante mercato del lavoro è pura follia. Nemmeno col più navigato dei navigator.
Facciamo tutti un bel respiro e accettiamo il reddito di cittadinanza per quello che è. Uno strumento di lotta alla povertà più estrema, che esiste in tutti i paesi europei da decenni, e che deve appunto funzionare come cuscinetto di ultima istanza per coloro che non hanno una storia contributiva sufficiente per accedere ad altre misure di sostegno o per quelli che temporaneamente si trovano in una fase di profondissima difficoltà.
Che lo Stato destini 10 miliardi per le famiglie e gli individui che stanno sotto a soglie di reddito insostenibili è sacrosanto. Perché sì, i poveri esistono per davvero, non sono spariti sventolando annunci da balconi, ci sono e ci saranno ciclicamente, non vengono assorbiti completamente nemmeno da congiunture economiche col segno più. In tutti i paesi, ci sono strutturalmente flussi di persone che entrano in situazioni di povertà e che devono essere aiutate ad uscirne il prima possibile, anche solo con un po’ di reddito in tasca.
I poveri ci sono, ma non per questo devono per forza soffrire e tormentarsi col cilicio; non sono tutti indivanati, hanno vite angosciate, molti di loro un lavoro vero lo prenderebbero al volo, e soprattutto nella maggior parte dei casi non è colpa loro se non guadagnano o non guadagnano abbastanza.
Perché il lavoro non è più un deterrente contro la povertà, almeno da vent’anni. Nell’Inghilterra vittoriana del 1800 chi non lavorava non doveva mangiare, oggi dovremmo aver fatto qualche passo in avanti.
I dati sono chiarissimi. Il reddito di cittadinanza ha dato una mano a 1,2 milioni di destinatari (3 milioni nel complesso) con meno di 600 euro al mese; ha coinvolto 660 mila minori, più single che famiglie numerose, più italiani che stranieri, più residenti al Sud che al Nord.
Non sono numeri giganteschi, ma in diversi hanno sopravvissuto meglio per di più in era Covid. Ha prodotto però pochissima occupabilità.
Tutto torna. È un classico sussidio per fasce molto fragili di persone che faticano a entrare o rientrare nel circuito del lavoro attivo.
Gli errori fatti nel progettare lo strumento sono altrettanto chiari e possono essere corretti.
Primo. Aver sottratto la gestione ai comuni, e averla data in mano ai Centri per l’impiego, uffici iperburocratici che storicamente intermediano sotto al 3% della forza lavoro. Sono i comuni, o meglio, i quartieri che hanno il polso del livello di povertà diffuso nei propri territori e che possono elaborare soluzioni ad hoc, cucite addosso alle persone in stato di bisogno.
Gestire il tutto centralmente non funziona, nemmeno a livello regionale. Questa era la filosofia, corretta, alla base del reddito di inclusione
Secondo: aver inserito un requisito sulla residenza molto punitivo, di 10 anni. D’altro canto, questa era la bandiera della Lega a tolleranza zero di Salvini nel 2019, all’insegna del Prima-gli-Italiani. Una gara tra gli ultimi degli ultimi miserevole.
Escludere le famiglie degli stranieri, spesso con molti minori, anche con 7-8 anni di residenza crea iniquità e discriminazioni; è quasi ovvio dire che è meglio integrare le persone piuttosto che cacciarle via.
Terzo: legare il reddito per forza a politiche attive del lavoro; per le persone in povertà assoluta servono interventi sociali a 360 gradi che non si esauriscono con il lavoro, ma che vanno dalle politiche abitative, alle politiche scolastiche, all’inclusione sociale vera e propria.
Ne abbiamo sentite di tutti i colori. Chi è in preda ad altezzosi colpi di amnesia e si scorda di averlo introdotto, il reddito, (Renzi prima e Salvini poi), chi con grazia e rispetto per i destinatari lo chiama metadone di stato (Meloni), chi pensa sia legato a luccicanti prospettive di crescita (Conte). Nulla di tutto questo.
Certo ci sono le amministrative e su qualcosa bisogna pure confliggere tra destra e sinistra. Ma almeno si dicano le cose come stanno.
Una indennità contro la povertà assoluta serve, deve avere spazio dentro al bilancio pubblico, con limiti e proporzioni precise rispetto ad altri interventi.
Altra cosa è il lavoro che è molto più legato a quel 6% di rimbalzo del Pil che aspettiamo. E per fortuna Draghi, con le solite tre parole, anzi quattro, ha detto le cose più sensate: il principio è giusto. Sembrava uno svolazzo estivo di banalità. E invece sta tutto lì.
(da Huffingtonpost)
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Settembre 7th, 2021 Riccardo Fucile
“BASTA AMBIGUITA’, DECIDANO DA CHE PARTE STARE”
La fumata bianca di questa mattina ha lasciato subito il posto alla bagarre politica. 
È durata poche ore la pace nella maggioranza di governo, con la Lega che ha ritirato tutti gli emendamenti al decreto sul green pass, così come il resto dei partiti che sostengono l’esecutivo.
Il governo, che ventilava la possibilità di porre la questione di fiducia sul testo e far decadere comunque gli emendamenti, cambia idea. Comincia la discussione, ma da Salvini arriva un messaggio chiaro: “Se ci sono emendamenti che noi condividiamo da chiunque arrivino noi li sosteniamo – spiega riferendosi alle proposte di Fratelli d’Italia – Ma non è mai stata in discussione la nostra fiducia al governo e a Draghi, se ci bocciano le nostre proposte voteremo contro. Il Parlamento è fatto per parlare e per discutere”. E intanto nelle chat dei parlamentari di maggioranza circolano messaggi che raccomandano la presenza in Aula.
Comincia la discussione e si votano gli emendamenti dell’opposizione, ma sulla richiesta di accantonamento e rinvio in Commissione dell’emendamento che prevede la soppressione del green pass la Lega vota insieme a Fratelli d’Italia.
L’Aula respinge l’accantonamento e poco dopo si arriva al voto su quegli emendamenti, tra cui uno firmato da Giorgia Meloni: 59 sì, 260 no e 82 astenuti.
La Lega si stacca ancora dal blocco della maggioranza e si astiene
Durissima la risposta degli altri partiti di maggioranza: “L’intenzione della Lega di votare a favore di alcuni emendamenti di Fdi e di astenersi su quello che chiede l’abolizione del green pass è un atto irresponsabile – attacca la capogruppo del Partito Democratico alla Camera, Debora Serracchiani – Deve finire l’ambiguità di Salvini che in Consiglio dei ministri condivide le scelte del governo e poi in Parlamento lavora per cancellarli in accordo con Fratelli d’Italia. Salvini decida da quale parte stare, se in maggioranza o all’opposizione del governo Draghi”.
Sulla stessa linea il capogruppo di Leu a Montecitorio, Federico Fornaro: “Per fortuna in tutti questi mesi la Lega non ha mai avuto responsabilità di governo nei ministeri chiave per contrastare la pandemia, in Aula la Lega oggi ha toccato vette di ambiguità senza precedenti – ha commentato – ritira i suoi emendamenti e poi vota quelli dell’opposizione di Fratelli d’Italia”.
La Lega è diventata il “partito del no” secondo il ministro pentastellato Stefano Patuanelli: “No al green pass, no al reddito di cittadinanza, no a tutto”, ma “non bisogna avere indecisioni sul come affrontare la pandemia perché si crea anche confusione nel Paese”.
(da Fanpage)
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Settembre 7th, 2021 Riccardo Fucile
ACQUISTATI A BASSO PREZZO 15 ANNI FA, CON LA NUOVA OPERA PROGETTATA DAL COMUNE ASSUMEBBERO UN VALORE ALTISSIMO
Un terreno a ridosso del Ponte della Libertà, zona che gli abitanti di Venezia conoscono bene, destinato a ospitare il nuovo terminal di accesso turistico della città. In un’area che, però, appartiene a Luigi Brugnaro, sindaco al secondo mandato e da poche settimane leader del movimento politico Coraggio Italia, che punta a diventare il riferimento per i moderati.
Un caso sollevato dalla testata Domani e che vede ora il primo cittadino costretto a difendersi dalle accuse di conflitto di interesse.
Lui, Brugnaro, si è per ora difeso difendendo “ridicole” le insinuazioni sul suo conto. Eppure la vicenda continua a tenere banco.
Il nuovo punto d’accesso a Venezia per i turisti, scrive Domani, dovrebbe infatti sorgere su un’area che Brugnaro, fondatore dell’agenzia per il lavoro Umana, “ha acquistato quindici anni fa, per circa 5 milioni di euro. Un’area di 40 ettari affacciata alla laguna che negli anni della grande Porto Marghera riceveva gli scarti inquinanti delle lavorazioni dell’Eni, e che da tempo è in cerca di una funzione, vista la prossimità con il centro storico.
Il comune di Venezia guidato dal sindaco-imprenditore Luigi Brugnaro sta progettando di dirottare i flussi turistici di ingresso in città sul terreno di proprietà dell’imprenditore-sindaco, Luigi Brugnaro, trasformando un’area acquistata da Brugnaro a prezzi irrisori perché contaminata nella principale via di accesso alla città che oggi Brugnaro governa.
Il progetto è uno degli elementi chiave del nuovo piano della mobilità sostenibile per Venezia 2030 che dovrebbe ridisegnare completamente il sistema di accesso alle isole lagunari, prevedendo anche il delicato scavo di un canale.
Il documento preliminare alla progettazione è stato redatto il 31 marzo 2021 e a giugno il comune ha pubblicato il bando per realizzarne gli studi di fattibilità del nuovo “terminal intermodale” terra-mare di San Giuliano.
Il terminal, secondo il documento, serve a «decongestionare l’attuale porta di accesso principale a Venezia, costituita da Piazzale Roma, attraverso l’offerta di nuovi itinerari alternativi» e ridurre anche i flussi che attualmente transitano sul Ponte della libertà, oggi unica via di accesso per le automobili.
Per i veneziani San Giuliano è un luogo preciso: il parco di San Giuliano, nato dalle ceneri dell’area industriale di Marghera, si allunga sulla Laguna appena poco più a nord del ponte della libertà e a sud dell’aeroporto di Tessera.
La mappa allegata al progetto mostra che per terminal San Giuliano si intendono due diverse aree da collegare tra loro: la seconda è la zona poco più a sud del ponte che viene chiamata comunemente Pili, un terreno non bonificato e appunto acquisito da Brugnaro al prezzo di cinque milioni di euro nel lontano 2006.
L’idea che l’area di San Giuliano potesse essere una base di collegamento con Venezia non è nuova, le giunte precedenti a quella di Brugnaro hanno per diversi anni accarezzato l’idea di decongestionare gli accessi all’isola creando un sistema di terminal turistici esterni al centro storico.
Le proposte includevano anche il terminal di Fusina a Sud di Marghera e la zona dell’aeroporto. Tutte prevedevano l’acquisto dei terreni da parte della città. Il nuovo progetto è concentrato alle due aree di San Giuliano e dei Pili e soprattutto concentra i flussi prettamente turistici sulla seconda.
Il documento preliminare spiega infatti che l’area di San Giuliano sarà specializzata all’interscambio con servizi di navigazione per le merci e servizi di noleggio con bus a lunga percorrenza e linee di trasporto pubblico locale. In sostanza camion e pullman.
Invece l’area Pili è destinata a intercettare prevalentemente utenza turistica con servizi di navigazione e con collegamenti ferroviari, viene introdotta una nuova fermata del treno ad hoc e una nuova fermata del tram era già stata approvata.
I numeri contenuti nell’allegato al bando sono impressionanti: nel terminal San Giuliano Sud, attualmente di proprietà del primo cittadino, dovrebbero infatti arrivare 240 bus turistici e, aggiungendo treni e tram, transitare 9600 persone al giorno. Il tutto prevedendo un calo delle auto in transito sul ponte da 14.500 di oggi a 8100 nel 2030. Anche considerando solo i picchi massimi dell’alta stagione, significa che più di uno su dieci dei turisti in arrivo a Venezia passeranno da qui”.
(da Domani)
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Settembre 7th, 2021 Riccardo Fucile
DRAGHI, MATTARELLA E LA TORSIONE PRESIDENZIALISTA: NELLA CORSA AL COLLE SI PATTINA SUL DEFAULT
In fondo, era prevedibile. È sempre stato così: le elezioni del capo dello Stato
sono, da che mondo è mondo, un “Great game” che condiziona discussione, posizionamenti e dinamiche ben prima dell’apertura della fatidica urna. La novità rispetto a ciò che è sempre stato e sempre sarà – previsioni, ambizioni, delusioni dei tanti aspiranti papi che escono cardinali dal conclave, insomma tutte le delizie dei cronisti politici – stavolta è il contesto.
Diciamola brutale: siamo già dentro una curvatura “presidenzialista” del sistema politico e della democrazia italiana. L’Italia, per come si è dispiegata la crisi, è, in questo momento, il paese dei “due presidenti”, Draghi e Mattarella. Loro si occupano dell’interesse generale. Attorno un sistema partitico ancora dentro il default che ha reso necessaria la soluzione di emergenza: il Pd che si interroga se sia il “suo governo” quello dove esprime quattro ministri, Salvini che, dilaniato tra partito del Nord e competizione con la Meloni, in Parlamento soffre su ciò che ha approvato in cdm, la crisi di identità dei Cinque stelle.
Insomma, dopo oltre sei mesi di governo Draghi, nessun partito o schieramento ha ancora metabolizzato fino in fondo il lutto e, di conseguenza, elaborato una agenda basata su una realistica visione dell’interesse nazionale. Si chiama, banalmente, crisi di sistema, di cui la soluzione di emergenza è l’effetto, non la causa. E l’avvio di discussione sul prossimo capo dello Stato, tutta tattica e tutta improvvisata, risente proprio dell’incertezza del contesto. Chi come Bettini propone Draghi, indipendentemente dalle conseguenze – il Pnrr, i soldi dell’Europa, la conseguente tenuta del paese – per risuscitare nelle urne l’alleanza giallorossa. Chi, come Salvini, fa un ragionamento speculare sull’altro fronte. Chi come Conte ancora non ha chiare le idee consapevole che il suo gruppo parlamentare non vuole il voto. Chi, come Letta, pensa che Draghi debba rimanere al governo e Mattarella al Colle.
È il trionfo della leggerezza. Ma, al tempo stesso, la conferma, nel prospettare un presidente o l’altro, di quella torsione irreversibile del sistema politico italiano in chiave presidenziale. Il che, magari, ha anche una logica, dovuta all’incastro che si è creato. Domanda: può esistere una maggioranza sul Colle diversa dalla maggioranza di governo, senza che il governo salti un minuto dopo? Difficile. Altra domanda: può questa maggioranza di governo compattarsi sul Quirinale su nomi diversi rispetto a Draghi o Mattarella? Difficile anche questo.
Però, al tempo stesso, entrambi i nomi hanno due problemi di non poco conto proprio in termini, scusate la ripetizione, sistemici. L’uno ha il governo, che si fonda su forza, autorevolezza e credibilità europea di Draghi. Non è banale, in caso di sua ascesa al Colle, immaginare la stessa maggioranza con un altro inquilino a palazzo Chigi. E non è banale che il Parlamento lo voti per poi auto-sciogliersi, come qualcuno immagina, per ragioni di mera sopravvivenza prima ancora che per le nobili ragioni legate a un cronoprogramma di ricostruzione nazionale destinato, nell’eventualità, a saltare.
L’altro, come confermano le sue perplessità, più volte pubblicamente espresse, ha la Costituzione. Che quell’ipotesi (il bis) non la vieta – è già accaduto con Napolitano – ma in quell’ipotesi c’è un oggettivo stravolgimento dell’attuale assetto, per come è stato pensato e praticato in una lunga consuetudine repubblicana. Sarebbe la più grande riforma costituzionale de facto mai varata in Italia.
In tempi non sospetti, Mattarella ha già espresso, da costituzionalista, i suoi dubbi sul considerare ordinaria la rielezione di un capo dello Stato perché sette anni sono già un tempo congruo e raddoppiarli – sulla carta stiamo parlando di 14 anni, un unicum al mondo anche rispetto ai sistemi presidenziali puri – significa portare ai vertici delle istituzioni una anomalia. L’occasione fu una riflessione sulla proposta che l’ex capo dello Stato Antonio Segni avanzò agli inizi degli anni Sessanta, che riguardava l’opportunità di introdurre in Costituzione la non ri-eleggibilità del capo dello Stato perché “il periodo di sette anni è sufficiente a garantire una continuità nell’azione dello Stato”. Rispetto ai tempi di Segni l’eccezione si è già verificata con il bis, sia pure a tempo, di Napolitano, un unicum, si disse, anche allora determinato dall’emergenza. Due eccezioni rischiano di diventare regola e di alimentare, per il futuro, quel “sospetto che qualche atto del capo dello Stato sia compiuto al fine di favorirne la rielezione”, che stava proprio alla base della idea di Segni.
Il paradosso è proprio questo. Per come ha gestito il suo settennato, per il rapporto che ha instaurato col paese, per l’affettuosa saggezza che emana, Mattarella è percepito, non solo da Roberto Benigni, come l’uomo migliore per il ruolo egregiamente interpretato finora. Per come si è dispiegata la crisi, il bis dell’uomo migliore è la soluzione più hard in termini istituzionali. Non è da escludere che, di fronte a una impasse di straordinaria gravità, con i partiti che non riescono a mettersi d’accordo su un nome, l’ennesimo scenario di emergenza nel quale garantire la continuità di un governo di emergenza, l’effervescenza dei mercati, Mattarella sia “costretto” a piegarsi alla ragion di Stato. Tutto questo però confermerebbe, dopo dieci anni di governi non espressione della volontà popolare, soluzioni di emergenza, un bis al Colle in nome delle riforme (andato male) che il sistema è deflagrato e, incapace di produrre soluzioni fisiologiche, si autoalimenta di logiche emergenziali.
Finché è Mattarella, bene, ma la logica in termini astratti è pericolosa. E ancora: lo esporrebbe alle temperie della politica, ragionamento che al Colle hanno ben presente. Domanda: ammesso che tutti vogliano votarlo (non può certo andare come presidente di parte) siamo sicuri (altro ragionamento che fanno i frequentatori del Quirinale) che possa lasciare magari tra un paio d’anni se al governo ci sono Salvini e la Meloni, lasciando capo libero all’elezione di un presidente espressione di un altro universo di valori confliggente da quelli da sé incarnati? Insomma, la questione è delicata. Parecchio delicata. Ancora una volta si pattina sul default, basta saperlo.
(da Huffingtonpost)
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Settembre 7th, 2021 Riccardo Fucile
LA MERKEL INTERVIENE MA LASCHET E’ IMPROPONIBILE… I TEDESCHI NON SONO COME GLI ITALIANI: CHI RIDE MENTRE SI CONTANO I MORTI DELL’ALLUVIONE E’ INVOTABILE
I sondaggi impietosi sono arrivati insieme alle alluvioni di luglio. In ginocchio con le aree colpite e distrutte, è finito anche Armin Laschet, il candidato della Cdu-Csu alla cancelleria per le elezioni del 26 settembre.
Inadeguato, goffo anche in galosce nelle visite ai paesini che piangevano i morti e le case perse.
Il danno sembra irreparabile anche ad Angela Merkel che, a tre settimane dal voto, si decide a fare ciò che non aveva messo in programma: scendere nell’arena al fianco di Laschet per tentare di salvare il salvabile, ricorrendo a mezzi e parole che danno una piega triste al finale della sua carriera di oltre tre lustri al potere.
La cancelliera aveva detto di voler restare lontano dalla lotta per la sua successione. E invece oggi, proprio mentre stava per diventare pubblico l’ennesimo sondaggio che dà Laschet al 19 per cento, l’alleanza Cdu-Csu schiacciata per la prima volta sotto la soglia del 20 per cento e dietro al candidato della Spd Olaf Scholz che vola al 25 per cento, Merkel vuota il sacco all’ultima seduta plenaria del Bundestag prima delle elezioni. Il suo è un discorso che già si può dire storico per la sua portata inedita nel carattere moderato della leader Cdu.
La performance di Laschet nella crisi determinata dalle alluvioni non deve esserle piaciuta, visto che nemmeno oggi la cancelliera trova parole per lodare il suo candidato. Ma per sostenerlo di fronte alla nazione, tra le contestazioni dei deputati dell’opposizione, Merkel usa un evergreen delle forze conservatrici di ogni dove: la necessità di stabilità al governo, la paura della sinistra al potere.
In altre parole, il ‘pericolo comunista’, come Silvio Berlusconi ai suoi tempi ‘belli’. Funzionerà ancora?
Per Merkel, Laschet è la garanzia di un futuro senza scossoni. È per questo che, argomenta, i tedeschi dovrebbero votare per lui.
“Queste elezioni sono importanti perché cadono in un periodo di grandi difficoltà e perché decideranno la direzione che prenderà il Paese – dice la cancelliera uscente – O la Germania sarà governata da una coalizione guidata dall’Spd in cui sarà compresa anche la Linke, oppure vi sarà un esecutivo guidato da Armin Laschet e dalla Cdu/Csu che porterà il Paese nel futuro dal centro e con misura”.
Quando accenna ad un governo che potrebbe comprendere anche la Linke, il partito della sinistra, l’Aula si trasforma in una bolgia di urla e fischi.
Merkel alza la voce: “Sto da 30 anni al Bundestag, che è il cuore della democrazia: dove, se non qui, devono essere discussi questi temi?”.
E via a dire che la direzione che prenderà la Germania dopo il voto non sarà determinata solo “dalla politica estera, dalla Nato e dall’Europa”, materie sulle quali le forze politiche tedesche non si differenziano molto, essendo tutte a favore dell’Alleanza Atlantica e dell’Unione Europea (i sovranisti dell’Afd, stando ai sondaggi, non vanno oltre l’11 per cento e sono esclusi dalle alleanze possibili).
“Ne va anche delle decisioni economiche e fiscali che decideranno pure i nostri posti di lavoro”, continua Merkel. Ecco perché “la migliore strada è un governo guidato da Laschet: perché la misura ed il centro sono esattamente quel di cui ha bisogno la Germania”.
Se dovesse vincere Scholz, c’è la possibilità di un’alleanza tra i socialdemocratici e i Verdi di Annalena Baerbock, al 17 per cento nei sondaggi.
Ma secondo gli osservatori, è improbabile un governo che includa anche la Linke, al 6 per cento.
La prospettiva dell’alleanza Cdu-Csu fuori dal governo agita Merkel che in aula affronta anche un corpo a corpo verbale sulla gestione del covid con Scholz, tra l’altro ministro delle Finanze e vicecancelliere dell’esecutivo uscente.
″È chiaro che nessuno di noi vaccinati sia stato una cavia, né Scholz né io”, dice, replicando a un’affermazione del vicecancelliere socialdemocratico che nei giorni scorsi aveva affermato, ironicamente, che, visto che milioni di persone avrebbero “fatto da cavia”, adesso anche gli altri potranno vaccinarsi con tranquillità.
Scholz replica a stretto giro: “Se alcuni non vogliono farsi una risata e preferiscono agitarsi su una battuta, questo ha forse a che vedere con la circostanza che a guardare i sondaggi hanno poco da ridere”.
Sarà sufficiente l’aiuto della cancelliera per tirare Laschet fuori dal fango dei cattivi sondaggi? Di certo, i numeri delle rilevazioni aggiungono suspence alla corsa elettorale, di per sé fondamentale per il futuro d’Europa dato il ruolo della Germania nella leadership dell’Ue.
(da Huffingotpost)
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Settembre 7th, 2021 Riccardo Fucile
“SCELTE INDIVIDUALI” SECONDO LE TARTARUGHE, MA NESSUNA PRESA DI DISTANZA… IL TRISTE EPILOGO DI UN MOVIMENTO ORMAI INTEGRATO NEL SISTEMA
Casapound tenta la corsa al Campidoglio, è di queste ore la notizia di una
candidatura con la Lega a sostegno dell’aspirante sindaco di centrodestra Enrico Michetti alle elezioni amministrative del 3 e 4 ottobre.
I nomi sono quelli di Alessandro Calvo, Alessandro Aguzzetti e Simone Montagna
L’ipotesi è che siano nomi che il partito di estrama destra ha l’intenzione di infilare tra i concorrenti delle elezioni locali, tentando questa strategia per cercare di farsi largo nel territorio.
Nel passato di Montagna ad esempio c’è il tentativo di candidarsi come presidente al XIII Municipio alle elezioni del 2016, e due anni dopo alla Camera.
Aguzzetti, candidato nel 2013 al X Municipio di Ostia, dov’è riuscito ad entrare in consiglio l’anno successivo. Calvo sempre nel 2013 ha aspirato alla guida del XI Municipio.
Insuccessi elettorali per Casapound di Gianluca Iannone, che sembra essere ormai in crisi, dopo il flop nella politica, il ban da Facebook, il cambio d’atteggiamento e narrazione da parte dei media nei confronti del movimento e per la difficoltà di trovare spazio e visibilità nelle proteste no vax, no green pass, anti dittatura sanitaria.
Nei giorni scorsi si è svolta la festa nazionale del movimento a Grosseto, con Simone Di Stefano, presentato ancora come presidente dell’organizzazione.
Il volto simbolo della stagione elettoralista sembra essere stato messo da parte, in favore di altri esponenti come Luca Marsella e Carlotta Chiaraluce di Ostia.
Tre giornate che hanno visto al presenza di esponenti della Lega e di Fratelli d’Italia e gli sponsor dei giornali di destra, come il vicedirettore della Verità Francesco Borgonovo e il direttore di Libero Vittorio Feltri,
Ciò fa pensare a candidature che punteranno ad entrare nelle realtà locali, attraverso le liste di amici sovranisti
(da agenzie)
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Settembre 7th, 2021 Riccardo Fucile
ADESSO SI DISSOCIA MA LA SUA CANDIDATA DI LISTA E’ DA UN ANNO CHE DELIRA SU FACEBOOK
Un anno e mezzo a sproloquiare su Covid e vaccini (con bufale annesse: dal Nuovo Ordine Mondiale ai microchip con il 5G, senza tralasciare i proclami di “dittatura sanitaria), all’insaputa di Enrico Michetti.
Il candidato sindaco del Centrodestra a Roma, infatti, ha confessato di non essere a conoscenza di quanto pubblicato per mesi e mesi da Francesca Benevento, l’ex pentastellata – ora vicina al Movimento Rinascimento di Sgarbi – inserita nelle sue liste in vista delle Amministrative in programma nella capitale (e non solo) il 3 e 4 ottobre.
«Ho già detto che prendo le distanze dalle sue dichiarazioni, non sono d’accordo con chi attacca gli avversari politici in quel modo, ho detto che prenderemo provvedimenti nei suoi confronti. Io mi sono vaccinato, io non condivido le sue posizioni. Vedremo sul da farsi, io non faccio i processi, ma per ora non siamo riusciti a contattarla», ha ribadito (con fare stizzito) Enrico Michetti anche questa mattina.
Insomma, a sua insaputa Francesca Benevento ha parlato in continuazione (e la memoria social non inganna) di Covid raccontando svariate bufale.
Il tutto condito da insulti antisemiti nei confronti del Ministro Speranza e di altri politici (con particolare riferimento al governo Conte).
Insomma: tra microchip, 5g che si attiva con i vaccini, citazioni del Nuovo Ordine Mondiale (con hashtag a caso) e complotti vari, la storia social di Francesca Benevento era nota a tutti.
Ma tra quei tutti non c’era Enrico Michetti che è apparso quasi sorpreso quando è scoppiata la polemica. Perché se il controllore non controlla, chi controlla il controllore?
(da agenzie)
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Settembre 7th, 2021 Riccardo Fucile
IL “REATO” E’ AVER DETTO CHE UN DEPUTATO LEGHISTA CHE INNALZAVA CARTELLI CONTRO IL DECRETO ZAN E’ STATO BECCATO A MYKONOS MENTRE SI BACIAVA CON UN UOMO
Stravolgere e mistificare la realtà. 
Oggi Libero quotidiano riesce nell’impresa di accusare di “omofobia” il deputato che da tempo porta avanti la sua battaglia contro l’omotransfobia.
Alessandro Zan, infatti, viene accusato dal giornale di Alessandro Sallusti di aver “messo all’indice” un deputato della Lega – fiero oppositore del suo ddl (che da oggi ricomincia il suo percorso in Senato) – visto a Mykonos mentre si baciava con un uomo. E da lì inizia il paradosso di Libero.
Partiamo, però, da quel che Alessandro Zan ha scritto nel suo libro “Senza Paura, la nostra battaglia contro l’odio”:
“Oggi tra Camera e Senato, ci sono 945 parlamentari. Quelli apertamente gay e lesbiche sono quattro: Ivan Scalfarotto, Tommaso Cerno, Barbara Masini e io. È statisticamente impossibile che siamo solo noi quattro e io so per certo che ci sono parlamentari gay in Forza Italia e in Fratelli d’Italia. In vacanza a Mykonos ho incontrato un deputato della Lega, del quale mi ricordo cartelli particolarmente aggressivi contro la legge Zan. Stava baciando un uomo”.
Il deputato del Partito Democratico, dunque, fa solamente gli altri tre nomi (oltre al suo) di parlamentari che hanno fatto coming out, raccontato un’altra vicenda parallela che vede come protagonista un ignoto “collega” del Carroccio visto in Grecia.
Ma non sarà Zan a svelare la sua identità, come spiegato in risposta a chi (sui social) lo ha attaccato: “Non ho fatto nomi e non li farò. Ho voluto solo indicare l’ipocrisia, l’episodio è cartina di tornasole di questo”.
Questo il punto di partenza che ha spinto Gianluca Veneziani su Libero all’attacco nei confronti di Alessandro Zan. I toni sono quelli classici, di Feltriana memoria, decontestualizzando quella frase e definendo “omofobo” il paladino della lotta contro l’omotransfobia.
Il paradosso è evidente. Alessandro Zan, infatti, ha solamente voluto etichettare lo scarso coraggio di questo deputato della Lega che – per posizione di partito – non vivrebbe alla luce del sole la propria vita e il proprio orientamento sessuale.
Inoltre, pur non facendo nomi, il parlamentare del Carroccio è stato uno di quegli esponenti in prima linea – con tanto di cartelli mostrati durante le sedute a Montecitorio – contro il suo disegno di legge. Si parla di incoerenza e non si può certamente etichettare il deputato del Partito Democratico come “omofobo”.
Ma Libero, già nel recente passato, era riuscito a definire Zan un “censuratore“.
(da NextQuotidiano)
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