Settembre 19th, 2021 Riccardo Fucile
E SI E’ PERSO PER STRADA LA LEGA
Da Capitano a Don Chisciotte, il passo può essere molto breve.
C’è un leader politico che dall’inizio della pandemia si rivolge con convinzione a un elettorato quasi inesistente.
Lo fa anche a costo di rendersi ridicolo, asserendo di aver scovato il nesso causale tra vaccini e varianti, implorando di non immunizzare i più piccoli perché “non si scherza sulla pelle dei bambini”, manco fossimo a Bibbiano, ergendosi a tutore politico di no mask, no pass, nì vax.
Perché Matteo Salvini, da un anno abbondante, sembra aver scambiato la realtà per una puntata di “Fuori dal coro”.
Tutti i sondaggi parlano chiaro: non solo i no vax e i no pass sono una percentuale estremamente minoritaria della popolazione italiana, ma lo sono persino tra gli elettori della Lega.
Per non parlare dei leghisti “di palazzo”: il green pass lo vuole Zaia, lo pretende Fedriga, lo sbandiera Solinas. Governatori, amministratori e una foltissima truppa di parlamentari sono stanchi ormai da tempo delle farneticazioni degli oltranzisti alla Borghi.
Ma Salvini no: lui mantiene l’ambiguità, liscia il pelo ai complottisti, nonostante questo stia provocando la fuga di numerosi militanti verso altri partiti, il malumore degli imprenditori del Nord, l’imbarazzo costante di buona parte dei suoi, che assieme a Draghi lo costringono a sottomettersi alla disciplina governista.
La strategia dei due forni sembra un’arma scarica: Salvini fa intendere di voler fare come la Meloni ma di non potere, mentre è convinto di avere da perdere a sostenere senza esitazioni una linea chiara su green pass e vaccini.
Ma perdere cosa? Dei sondaggi si è detto: il fenomeno no vax è ben più sgonfio di quanto la rappresentazione mediatica, specie quella sui social, lasci intendere.
Perché se, in autunno, si arriverà a una copertura vaccinale forse superiore al 90% della popolazione, la copertura dei mass media su ogni singolo strillo complottista è in grado di generare una realtà parallela, in cui sembra che i no vax siano ovunque.
La dinamica è nota a chi abbia anche una minima conoscenza di come funzionano gli algoritmi, le bolle social, nonché i meccanismi di monetizzazione dei media online (ma anche della televisione).
Ridicolizzare un no vax porta clic, sentirlo sbraitare in diretta tv fa audience. E allora si assiste alla rassegna stampa quotidiana sul no vax che fa questo, il no vax che fa quello, si fa zapping e ci si imbatte nell’antiscientismo in prima serata su La7.
La sovrarappresentazione del fenomeno è palese, e del resto segue i meccanismi di dilatazione mediatica che riguardano tutto ciò che è polarizzante e divisivo.
Si fa un giro sui social e ci si convince che il ritorno del fascismo sia alle porte, si leggono 100 articoli su Salvini e 10 su Letta perché Salvini la spara più grossa e, di conseguenza, porta più visualizzazioni e più ricavi.
Il Capitano non solo conosce bene questi meccanismi, ma ci ha costruito sopra buona parte del suo successo. Sa bene che alzare l’asticella dello scontro, mettere alla berlina l’avversario, sbattere il migrante sulla bacheca, ma anche farsi un selfie con la prima colazione in terrazza, sono potentissime armi di moltiplicazione dei messaggi che portano non solo interazioni su una piattaforma social, ma anche voti.
Del resto proprio in questi giorni le inchieste del Wall Street Journal su Facebook, basate su documenti riservati e interni all’azienda, stanno evidenziando come Mark Zuckerberg abbia puntato deliberatamente sulla monetizzazione dell’indignazione e della rabbia sociale attraverso le modifiche fatte agli algoritmi, specie quella del 2018. Più clic si ottengono, più tempo gli utenti trascorrono su certi post, più aumentano gli introiti, e nulla come i contenuti emotivamente tossici è più utile per raggiungere questi obiettivi. Zuckerberg lo sa, Mario Giordano lo sa, Salvini lo sa.
Ma, come in una distopia tecno-politica alla Black Mirror, nell’ultimo biennio sembra che il leader leghista sia diventato vittima degli stessi strumenti che hanno agevolato la sua scalata e, in una sorta di allucinazione algoritmica, non riesca più a distinguere la realtà dalla sua bacheca Facebook.
Perché se è vero che il dibattito pubblico ormai si fa in tv e sui social network, è anche vero che su queste piattaforme, per le dinamiche già analizzate, vi è una palese distorsione del peso reale delle posizioni in campo.
Ecco allora che, forse assuefatto dai meme sul Pd e dai baci della buonanotte elargiti ai suoi follower, Salvini si è convinto che l’esitazione vaccinale in salsa politica paghi elettoralmente, che Borghi porti più voti di Giorgetti, che in fondo i leghisti pronti a incatenarsi per dire no al green pass siano un esercito e che i sondaggi mentono, ma la conta dei like no.
Se poi uno degli avversari televisivi di sempre, Fabio Fazio, decide di dare spazio solo a posizioni scientificamente dimostrate (tradotto: di non invitare no vax nel suo salotto), provando a sottrarsi al teatrino mediatico-pandemico, per il Capitano scegliere la via della ragionevolezza e del calcolo politico diventa ancora più arduo.
Solo che stavolta rischia grosso: la sua aura di invincibilità, dal Paapete in poi, è stata già ampiamente scalfita, Giorgia Meloni è da tempo in corsia di sorpasso, l’ala moderata della Lega può forse tollerare l’estremismo su altri temi, ma non sui vaccini e sulla salute delle persone.
Salvini con la sua ambiguità è riuscito a scontentare tutti, persino i no pass che ha sedotto ma infine abbandonato, costretto a piegarsi ai diktat di Draghi.
Uno stato confusionale che sta provocando una vera e propria faida all’interno del suo partito.
a fuga dalla Lega da parte di amministratori, consiglieri, militanti, da Nord a Sud, è stata ampiamente documentata negli ultimi giorni da numerosi articoli giornalistici. Anche tra chi della Lega fa ancora parte, sono tanti quelli che si professano palesemente stufi del leader e che magari sognano di cogliere la palla al balzo, defenestrarlo e trasformare il Carroccio nella forza moderata di centrodestra che l’Italia, al momento, non ha.
Forse persino la federazione con Forza Italia, in uno scenario del genere, avrebbe una maggiore coerenza politica.
Magari basterà l’inevitabilità del sostegno a Draghi a immunizzare la Lega dall’allucinazione del Capitano. Che proprio come Don Chisciotte, che imbevuto di romanzi cavallereschi scambia la finzione letteraria per la realtà, sembra talvolta obnubilato dai like, cavalcando la Bestia come fosse Ronzinante.
(da TPI)
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Settembre 19th, 2021 Riccardo Fucile
I 60 VOTI MANCANTI DA RENZIANI ED EX GRILLINI?
Silvio Berlusconi è convinto di poter essere eletto presidente della Repubblica
nonostante gli sviluppi poco incoraggianti del processo Ruby-ter, che lo vede imputato per corruzione, e la freddezza degli alleati di Fratelli d’Italia.
Secondo quanto riportato da Francesco Verderami sul Corriere della Sera, il Cavaliere ritiene di avere una possibilità di essere scelto come successore di Sergio Mattarella a partire dal quarto scrutinio, quando si abbasserà il quorum per l’elezione del capo dello Stato.
Per raggiungere l’obiettivo, Berlusconi avrebbe anche chiesto esplicitamente a Matteo Renzi i voti di Italia Viva alla quarta votazione, durante un incontro avvenuto nella sua villa a Porto Rotondo. Secondo Verderami, il faccia a faccia, smentito da Italia Viva, sarebbe avvenuto a fine agosto, nei giorni in cui l’ex segretario del Partito democratico si trovava a Porto Cervo per presentare il suo libro “Controcorrente”.
Berlusconi, già condannato per frode sulla compravendita di diritti cinematografici nel processo Mediaset, ritiene di poter contare anche sul sostegno di un “gruppetto di cinquestelle”, che lo possono aiutare a ottenere i circa 60 voti necessari per essere eletto al Quirinale, oltre a quelli a disposizione dell’intero centrodestra.
Gli altri partiti alleati della coalizione hanno espresso sostegno alla sua candidatura, anche se nelle ultime settimane Fratelli d’Italia sembra aver preso le distanze dall’ipotesi di eleggere una figura divisiva come Berlusconi.
“A me piacerebbe immaginare una figura che non avesse grandi legami con le parti”, ha detto giovedì scorso Giorgia Meloni alla trasmissione “L’Aria che tira” su La7, aggiungendo di ritenere Carlo Azeglio Ciampi “un ottimo presidente della Repubblica” la cui elezione fu “trasversale”.
(da TPI)
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Settembre 19th, 2021 Riccardo Fucile
NEGLI USA FIOCCANO LE PROPOSTE DI PATRIMONIALE IN NOME DELL’EQUITA’
Tagliare le tasse ai ricchi, mostra uno studio della London School of Economics, non genera crescita economica, né riduce la disoccupazione, ma favorisce solo l’accumulo di ricchezza dell’1% più facoltoso della popolazione.
“Oggi in questo Paese, l’1% più ricco evade 160 miliardi di dollari di tasse ogni anno”, ha dichiarato il presidente Usa, Joe Biden.
Ecco perché, mentre in Italia il governo si appresta a presentare una delega fiscale rinunciataria (limature all’Irap e a un’aliquota Irpef), oltreoceano le proposte di riforma tributaria puntano a recuperare trilioni di dollari di gettito dal non così ristretto nugolo di miliardari che sfrutta le maglie larghe del sistema per differire i pagamenti o versare imposte con aliquote millesimali.
Si parla di patrimoniale, insomma: argomento tabù nella Penisola dove la sola ipotesi di revisione del catasto ha fatto salire sulle barricate le destre. E oltre alle proposte ci sono i fatti: il piano presentato dai democratici già prevede un incremento del prelievo sui profitti aziendali e sui redditi più alti a favore del ceto medio e delle fasce di popolazione più disagiate.
Un trilione di dollari dai super ricchi
Prima dello slogan Tax the Rich promosso con un abito-manifesto da Alexandria Ocasio-Cortez, negli ultimi mesi ha avuto una certa risonanza il “Tax their Gains Now” degli economisti della University of California Berkeley, Emmanuel Saez e Gabriel Zucman, che hanno evidenziato il rilevante ruolo delle plusvalenze nell’aggirare la tassazione da parte dei super ricchi. How to Get $ 1 Trillion from 1000 Billionaires è la provocatoria proposta proveniente dalla Bay Area.
I miliardari pagano infatti basse aliquote fiscali effettive perché possono differire le tasse sulle loro plusvalenze per decenni o per sempre visto che l’imposta sui guadagni da plusvalenze (a un tasso favorevole del 20% rispetto al 37% ordinario) è dovuta solo alla vendita di beni, sostengono Saez e Zucman.
I due economisti lo scorso aprile hanno sottolineato che il patrimonio di 657 miliardari statunitensi, secondo le ultime stime di Forbes, ammonta a 4,25 trilioni di dollari, di cui 2,7 trilioni di dollari sono guadagni su cui non hanno ancora pagato le tasse. E durante la crisi Covid i guadagni non tassati di questo ristretto gruppo sono aumentati di 1,25 trilioni di dollari. La loro ricchezza ammonta oggi al 18% del Pil annuo, rispetto al 14% del 2019 prima della crisi Covid, ed era solo il 2% del Pil fino a quattro decenni fa. Insomma, mentre la popolazione soffriva, la concentrazione della ricchezza aumentava, supportata da un sistema fiscale tutt’altro che ostile. “Proponiamo di porre fine a questo vantaggio di differimento fiscale imponendo una tassa una tantum sugli utili non realizzati dei miliardari all’aliquota ordinaria. In pratica, tutte le plusvalenze accumulate al 1° aprile 2021 si riterranno realizzate e l’imposta sarebbe pagabile in 10 anni. Questa misura raccoglierebbe circa 1 trilione di dollari”. I due economisti non vedono controindicazioni. È una tassa una tantum su guadagni già accumulati, e dunque non crea disincentivi. Inoltre, poiché i guadagni saranno considerati realizzati, si traduce in un onere aggiuntivo solo per i miliardari che le tasse non le avrebbero pagate.
Le aliquote millesimali degli “ultra-milionari”
Sono Warren Buffett, Jeff Bezos, Michael Bloomberg, Elon Musk, Steve Ballmer le cinque personalità messe sotto osservazione dalla senatrice democratica Elizabeth Warren, che nei giorni scorsi ha rinnovato la sua radicale proposta denominata “Ultra-Millionaire Tax”, con il rapporto “The Big Escape”.
Warren sostiene l’introduzione di una tassa annuale del 2% per i patrimoni compresi tra 50 milioni e 1 miliardo di dollari(la stessa aliquota prevista dalla proposta di legge di Sinistra italiana) e una tassa annuale del 3% per i patrimoni superiori a 1 miliardo di dollari.
La “Ultra-Millionaire Tax” si applicherebbe alle 100.000 famiglie più ricche d’America e genererebbe almeno 3 trilioni di dollari di gettito nel prossimo decennio, senza aumentare le tasse al 99,95% delle famiglie americane.
Secondo i calcoli della senatrice, Buffett ha pagato un’aliquota fiscale effettiva dello 0,006% sui suoi 84 miliardi di dollari (stime 2018), mentre con la “Ultra-Millionaire Tax” avrebbe pagato 2,51 miliardi di dollari.
Situazione simile per Bezos, che avrebbe pagato un’aliquota fiscale effettiva dello 0,04% sul suo patrimonio di 112 miliardi di dollari del 2018, ovvero circa 43 milioni di dollari. Con la tassa proposta dalla senatrice avrebbe invece pagato 3,39 miliardi di dollari. Le aliquote effettive pagate da Bloomberg, Musk e Ballmer sono state rispettivamente dello 0,14%, 0,00004% e dello 0,2 per cento.
Tagliare le tassi ai ricchi aumenta la disuguaglianza
Nei mesi scorsi l’International Inequalities Institute della London School of Economics ha pubblicato un interessante studio intitolato The Economic Consequences of Major Tax Cuts for the Rich, a firma David Hope and Julian Limberg, che utilizza i dati di 18 Paesi Ocse degli ultimi cinquant’anni per determinare l’effetto dei tagli fiscali ai ricchi sulla disuguaglianza dei redditi, sulla crescita economica e sulla disoccupazione.
Tra i Paesi considerati c’è l’Italia, tutto il G7 (Germania, Francia, UK, Canada, Usa, Giappone), la Scandinavia (Norvegia, Svezia, Finlandia, Danimarca), e Austria, Belgio, Irlanda, Olanda, Svizzera e infine Australia e Nuova Zelanda. Al netto di quei Paesi con una già consolidata tradizionale fiscale favorevole per le persone affluenti, in tutti ci sono stati significativi tagli alle tasse per i più ricchi a partire dagli anni ‘80, e in particolare tra il 1985 e il 1992, e tra il 1998 e il 2003.
“Riscontriamo che le maggiori riforme che hanno ridotto le tasse ai ricchi abbiano portato a un aumento della disparità di reddito, come risultato della quota dei guadagni dell’1% più ricco”. Secondo i ricercatori, le riforme considerate hanno provocato mediamente un aumento della quota di reddito del top 1% della popolazione dello 0,8% dopo 5 anni, con effetti consolidati sia nel breve che nel medio termine. Si tratta di un trasferimento netto dalla quota del 99% della popolazione a quella dell’1%, dal momento che lo studio non ha riscontrato plausibili effetti dei tagli delle tasse ai più ricchi né sulla crescita economica e sul Pil, né sulla disoccupazione, nonostante alcuni segnali deboli in direzione di un aumento della disoccupazione nell’anno precedente le riforme.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Settembre 19th, 2021 Riccardo Fucile
ERIKA, FONDATRICE CON LA FIDANZATA TAMARA DELLA PAGINA INSTAGRAM “LE PERLE DEGLI OMOFOBI”, HA PASSATO LA SELEZIONE CON ALTRE 24 RAGAZZE
“Sei passata solo perché sei lesbica”. “Sono più tutelati i ghiei (sic) che le persone
normali. Oramai il ghieismo è ovunque e vince sempre”, dice un altro citando concorsi quali Sanremo, Amici e X-Factor. “Come fa una omosessuale dichiarata a fare le selezioni per Miss Mondo? Assurdo dove stiamo arrivando”.
Sono solo alcuni dei commenti di odio piovuti dal web quando Erika Mattina e Martina Tammaro, la coppia di fidanzate di Arona, hanno condiviso con le loro migliaia di followers la felicità che Erika sia arrivata tra le finaliste di Miss Mondo Italia.
Le due ragazze sono le ideatrici della pagina Instagram “Le perle degli omofobi”, dove condividono la loro storia ma anche le minacce e gli insulti, discriminatori e contro il mondo Lgbt+, che incorniciano le loro testimonianze di amore.
E oggi ancora una volta si trovano ad avere nuovo materiale discriminatorio da pubblicare, in questo caso dovuto alla notizia della selezione di Erika in lizza per il concorso di bellezza più prestigioso del mondo che a quanto pare per alcuni sembra sia anche una questione di orientamento sessuale.
“Non riusciamo a spiegarci questo odio, non stavamo parlando di noi ma di Erika, volevamo condividere un traguardo che non tutti raggiungono, un momento bello e speciale e stanno cercando di rovinarcelo. Sono riusciti a smorzare l’entusiasmo e a far salire la rabbia”, si sfoga Martina.
Perché lo fanno? “Non so – ammette – forse per invidia ma quel che vorrei dire a queste persone è vivere la propria vita e smetterla di cercare di rendere infelici gli altri perché sono infelici loro”.
I commenti sono partiti ieri quando Martina sulla pagina Facebook ha condiviso la notizia: “Non potete capire la felicità che ho provato ieri quando Erika mi ha chiamata, con le lacrime agli occhi, e mi ha detto “sono passata”. Erika è ufficialmente una delle 25 finaliste di Miss Mondo Italia. Sono 25 in tutta Italia. Sono così fiera di lei. In una maniera indescrivibile. Complimenti amore mio, ti amo”.
Parole di grande felicità che però stanno vivendo a distanza perché Erika è a Gallipoli per la competizione dove in questi giorni dovrà cimentarsi anche con alcune discipline – come sport o inglese ma anche make up e social media – e in base al punteggio si deciderà il risultato.
“Hanno scritto che Erika è riuscita a partecipare solo perché lesbica. Che è avvantaggiata. Essere gay sarebbe un privilegio perché aiuterebbe. Siamo passati dall’essere discriminati all’essere tacciati di vantaggi anche in situazionali che non hanno nulla a che vedere con il nostro orientamento sessuale”.
Le due ragazze hanno reagito con “rabbia. Erika è agitata, non se lo aspettava”, così Martina sta prendendo in mano la situazione “ci sta che si può pensare che non se lo meriti ma non c’entra nulla il fatto che sia gay. Alla lunga questo odio diventa pesante”.
Pesante in una competizione che già prevede un percorso intenso anche a livello emotivo. C’è prima la presentazine online, che Erika ha dovuto fare virtualmente nel primo lockdown, poi da lì la selezione e la vittoria della fascia Miss del Web, a quel punto la semifinale e ora la finale. “È un percorso lungo e impegnativo e, come molti sanno, per noi staccarci non è facile a prescindere. Siamo fortunate perché molti ci stanno sostenendo e ci fa piacere, ma speriamo che questi commenti smettano di arrivare”.
(da agenzie)
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Settembre 19th, 2021 Riccardo Fucile
CONTINUA L’ISTIGAZIONE A DELINQUERE DI QUESTI RIFIUTI UMANI, RESPONSABILI DI MIGLIAIA DI MORTI
All’indomani delle manifestazioni No Green pass da Nord a Sud, gli oppositori della «dittatura sanitaria» prendono di mira in queste ore il professore della Statale di Milano: «Presto sarà ammazzato questo figlio di putt**a»
«Fabrizio Pregliasco deve morire». All’indomani delle manifestazioni No Green pass che hanno invaso da Nord a Sud il Paese, gli oppositori della «dittatura sanitaria» prendono di mira in queste ore il professore e virologo della Statale di Milano. L’ondata di violenza proviene dal gruppo Telegram “Basta dittatura” le cui minacce e offese continuano ad essere denunciate affinché si tenga alta l’attenzione sulle possibili derive delle ideologie no vax e no Green pass.
Quello che viene recriminato a Pregliasco è di aver paragonato i non vaccinati a «soldati vigliacchi che piuttosto di combattere preferiscono nascondersi».
La guerra a cui il professore si riferisce è quella della pandemia sostenendo ora più che mai la necessità di un obbligo vaccinale per tutti o, in alternativa, come detto qualche giorno fa ad Open, un Green pass ancora più esteso. «Fucilati come soldati? Al massimo ci puoi dare tua moglie che la fuciliamo per bene», scrive uno dei membri della chat. «Per il bene dell’umanità è fondamentale sbarazzarci di questa gentaglia, con le maniere forti», continua un altro, «in modo che sia da monito per il futuro», e ancora: «Presto sarà ammazzato questo figlio di putt**a».
(da Open)
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Settembre 19th, 2021 Riccardo Fucile
L’ALA NO GREEN PASS E’ SUL PIEDE DI GUERRA
Ora la Lega di Matteo Salvini sembra davvero in preda al caos. 
Come riporta un retroscena su Repubblica a firma di Tommaso Ciriaco e Matteo Pucciarelli, nel Carroccio si può ormai parlare di una “guerra tra bande”.
I più oltranzisti, dell’ala di Borghi e Bagnai, sono a dir poco scontenti della piega che ha preso la battaglia sul green pass. Salvini si è infatti dovuto piegare alla linea del Governo, dopo mesi di propaganda che lisciava il pelo ai no pass. La parlamentare europea Francesca Donato ha già fatto sapere che, a causa di questa svolta, lascerà il partito.
Ma i problemi non finiscono qui: sono in arrivo le elezioni amministrative e, stando ai sondaggi, la Lega rischia un flop, con un possibile ritorno al di sotto del 20 per cento dei consensi.
Torino a parte, dove il centrodestra sembra favorito, in tutte le altre grandi città i sondaggi danno in vantaggio il centrosinistra. A questo si aggiunge il caso Napoli, dove la Lega non potrà nemmeno presentare una sua lista, dopo che il Consiglio di Stato ha confermato la decisione di Prefettura e Tar.
Come spiegano Ciriaco e Pucciarelli, queste problematiche vanno ad aggiungersi ai casi che, di recente, avevano già scosso la Lega, come le dimissioni del sottosegretario all’Economia Durigon dopo le frasi sul parco di Latina da intitolare al fratello di Mussolini. Infine, c’è la questione Lamorgese: Salvini la attacca e chiede un vertice a tre con Draghi e la ministra, ma il premier non sembra intenzionato a concederglielo, depotenziando così anche questa battaglia del leader leghista.
(da agenzie)
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Settembre 19th, 2021 Riccardo Fucile
IN UN ANNO E MEZZO EFFETTUATI 90 MILIONI DI ESAMI DIAGNOSTICI… SOLTANTO LA SPESA PUBBLICA E’ STATA DI 490 MILIONI… RICAVI E UTILI STELLARI
Spesso relegato ai margini del dibattito pubblico, il tema dei tamponi riveste in realtà un’importanza cruciale. Non fosse altro perché il numero dei test effettuati rappresenta, tra tutti, quello più alto tra i numeri della pandemia.
Nel nostro Paese, da febbraio 2020 a oggi sono stati effettuati poco meno di 90 milioni di tamponi (per la precisione 88.210.140), di cui due terzi (58,63 milioni) processati con test molecolare, e la restante parte (29,58 milioni) con test antigenico rapido.
Occorre precisare che questi ultimi vengono conteggiati a fianco ai molecolari solo a partire dal 16 gennaio 2021. Nel tempo la quantità dei test effettuati ha subito variazioni considerevoli. Se nelle prime settimane la media mobile a sette giorni si attestava nell’ordine delle poche migliaia di unità, per poi salire a circa 50.000 al giorno durante il picco della prima ondata della scorsa primavera, da inizio anno a oggi la media si aggira tra i 200.000 e i 300.000 test giornalieri.
Numeri da capogiro. Viene spontaneo alla luce di questi numeri chiedersi chi paga e, soprattutto, chi ci guadagna da questo enorme giro? Consultando la dashboard del Commissario straordinario per l’emergenza Covid-19 si scopre che complessivamente, tra Protezione civile e le due gestioni commissariali – Domenico Arcuri prima, e il generale Francesco Paolo Figliuolo poi – sono stati acquistati 79.567.300 tamponi, 63.830.713 kit diagnostici e 20.891.000 provette per tamponi (i bastoncini, per capirci). Per ciò che concerne la spesa, i kit diagnostici rappresentano la voce di costo più impegnativa con acquisti per 520,7 milioni di euro, seguiti dai tamponi (43,8 milioni di euro) e dalle provette (21,8 milioni di euro) per un totale di 586,4 milioni di euro. Nel merito dei due mandati commissariali, forse potrà sorprendere che il costo medio unitario sia dei tamponi (50 centesimi di euro contro 61 centesimi) che dei kit diagnostici (7,69 euro contro 8,81 euro) risulta più basso sotto Arcuri rispetto al generale Figliuolo.
Se entriamo nel merito dei singoli contratti si comprende subito che la torta se la spartiscono pochi player. Da soli, i primi tre fornitori rappresentano il 55% della spesa complessiva, i primi cinque il 70% del totale. Prima in classifica, la Arrow diagnostics, filiale italiana della coreana Seegene, alla quale la struttura commissariale ha bonificato finora 99 milioni di euro per tre contratti di fornitura. Il più importante dei quali, dell’importo di 89,4 milioni di euro, è stato sottoscritto ad aprile 2021, dunque già in piena gestione Figliuolo, ed è stato definito dalla stessa capogruppo «il più importante in termini di volumi dall’apertura degli uffici in Italia nel 2014». La Arrow diagnostics ha sede a Genova Campi, anche se fine dicembre ha fatto sapere di volersi trasferire a Genova Sestri Ponente nell’ex sede di Esaote, azienda nostrana del settore biomedicale, per aprire un polo di ricerca e sviluppo ai primi del 2022. Secondo le informazioni riportate sulla visura camerale, la Arrow ha 52 dipendenti, anche se a seguito della pandemia sono state disposte una trentina di assunzioni. Un bel balzo in avanti, non c’è che dire.
Sui vertici dell’azienda c’è un piccolo giallo, dal momento che le notizie di stampa riportano in qualità di amministratore delegato Gian Luigi Mascarino, mentre dal camerale risulta in carica, a partire da dicembre del 2020, il trentanovenne coreano Cho Junghee.
Sul portale Linkedin, invece, spunta un terzo amministratore delegato, Franco Maccheroni, che sul camerale risulta comunque consigliere d’amministrazione e rappresentante dell’impresa. Contatta dalla Verità, la Arrow non ha risposto alle nostre richieste di chiarimenti.
Se l’organigramma non torna, i conti invece quadrano alla perfezione. Bilancio dell’anno appena trascorso alla mano, i ricavi sono aumentati di quasi otto volte, passando dai 22,89 milioni di euro del 2019 ai 177,5 milioni del 2020, mentre l’utile netto è più che sestuplicato, schizzando da 1,45 milioni del 2019 ai 9,1 milioni del 2020.
Numeri che hanno giovato anche alla capogruppo coreana. Nell’ultimo report finanziario, Seegene ha fatto segnare una crescita anno su anno pari al +11%, con ricavi nel secondo trimestre 2021 pari a 220 milioni di euro e un utile netto pari a 84 milioni di euro.
Nel 2020 le vendite della divisione reagenti per Covid, infatti, hanno rappresentato il 79% sul totale. Gli incassi della regione europea hanno fatto segnare un confortante +69%, contro un +10% a livello globale.
Seconda azienda in classifica, con quattro contratti e 96,3 milioni di euro liquidati dal Commissario, a dispetto del nome la Life technologies Italia fa capo a una società con sede nei Paesi Bassi, la Life technologies Europe BV, a sua volta di proprietà del colosso americano del settore biotech Thermofisher. Sfortunatamente non sono disponibili bilanci per la filiale italiana, ma basti sapere che nel 2020 i ricavi della capogruppo sono cresciuti del 26,1%, passando dai 25,5 miliardi di dollari (21,6 miliardi di euro) del 2019 ai 32,2 miliardi di dollari (27,3 miliardi di euro) dell’anno scorso.
Sul terzo gradino del podio troviamo Abbott srl, che dalla struttura commissariale ha ricevuto finora 92,8 milioni di euro. Neanche per questa impresa sono disponibili i risultati del 2020, ma l’omonima capogruppo con sede a Chicago ha chiuso il 2020 con ricavi in crescita dell’8,5% (+2,3 miliardi di euro) e utile netto a +21,9% (+1 miliardo di euro).
isogna scendere fino alla quarta posizione per trovare la prima «vera» azienda italiana, la Diasorin spa di proprietà della famiglia Denegri, con 48,9 milioni di euro di kit acquistati dal Commissario. Il presidente Gustavo Denegri, classe 1937, figura al nono posto della classifica degli italiani più ricchi con un patrimonio personale stimato in 5,1 miliardi di euro. Il 2020 ha sorriso al gruppo Diasorin, che ha chiuso l’anno con 881,3 milioni di euro di ricavi (+24,8%) e un utile netto pari a 248,3 milioni di euro (+41,3%). Decisivo l’apporto delle vendite dei test per il coronavirus, pari a 266,1 milioni di euro con una crescita a tripla cifra (+313%) del business molecolare. Concludiamo la carrellata con la Technogenetics srl, con sede a Milano ma quartier generale a Shanghai, dove si trovano gli uffici della capogruppo cinese Khb, e beneficiaria di sei contratti per totali 31,1 milioni di euro. Ricavi più che duplicati nel 2020 (da 26,7 milioni a 61,4 milioni di euro), e utile più che sestuplicato (da 0,88 milioni a 5,76 milioni di euro). La classifica continua, con altre 14 aziende destinatarie di contratti per almeno un milione di euro ciascuna, per un importo complessivo di 148,8 milioni di euro.
Fin qui si parla del pubblico. Quantificare le singole commesse nel privato, invece, risulta affare assai più arduo. Fonti ben informate del settore riferiscono alla Verità che il mercato della diagnostica, almeno per ciò che concerne i grandi laboratori, è dominato dagli stessi nomi che figurano sulla lista della struttura commissariale. Senza dubbio per loro il Covid ha rappresentato la gallina dalle uova d’oro.
(da LaVerità.info)
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Settembre 19th, 2021 Riccardo Fucile
LA FEDERAZIONE PUGILISTICA DENUNCERA’ ALLA GIUSTIZIA FEDERALE MICHELE BROILI
La Federazione Pugilistica Italiana denuncerà alla giustizia federale il pugile
Michele Broili, per alcuni tatuaggi “inneggianti al nazismo”, tra cui il totenkopf delle Ss, che sono stati notati ieri durante l’incontro con Hassan Nourdine per il titolo italiano superpiuma al Palachiarbola di Trieste.
La Fpi, si legge in un comunicato, “venuta a conoscenza e preso atto della situazione emersa nel corso dell’incontro di Pugilato disputatosi in data 18.09.2021 a Trieste tra i Pugili Michele Broili e Hassan Nurdine, valevole per il titolo italiano dei pesi superpiuma, vuole chiarire immediatamente la propria posizione e renderla pubblica. Durante l’incontro si sono notati alcuni tatuaggi sul corpo del pugile Broili inneggianti al nazismo e, come tali, costituenti un comportamento inaccettabile e stigmatizzato da sempre dalla Federazione Pugilistica Italiana, la quale è costantemente schierata contro ogni forma di violenza, discriminazione e condotta illecita e/o criminosa. Ovviamente di tale comportamento è esclusivamente responsabile il tesserato che lo ha posto in essere e, semmai, indirettamente ed oggettivamente la Società di appartenenza che lo abbia avallato e/o tollerato. Alcuna responsabilità può e deve essere ascritta alla Federazione Pugilistica Italiana, la quale non può essere a conoscenza delle scelte personali di ogni singolo tesserato sino a quando non ne abbia contezza”.
La Federazione “condanna e stigmatizza con forza e perentoriamente il comportamento del proprio tesserato e si dissocia da ogni riferimento che i tatuaggi offensivi dallo stesso portati evochino. Tale comportamento è in palese contrasto con le norme sancite dal ‘Codice di Comportamento Sportivo del Coni (art.5)’ che la Fpi recepisce, condividendone spirito e contenuto.
Per tali ragioni la Fpi si riserva di sottoporre agli Organi di Giustizia Federali tale comportamento affinché ne sia, nelle opportune sedi, valutata la contrarietà rispetto allo Statuto ed ai Regolamenti Federali e vengano adottate le opportune misure sanzionatorie anche a tutela dell’immagine della Federazione Pugilistica Italiana. Riservandosi, altresì, ogni opportuna azione”.
(da agenzie)
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Settembre 19th, 2021 Riccardo Fucile
SAREBBE BELLO CHE I CANDIDATI SINDACO DI ROMA LO ONORASSERO CON UNA PROPOSTA PER I SENZA DIMORA
Prima o poi doveva succedere, ed è successo: Cesare Pergolizzi, classe 1940, clochard nato a Catania e residente a Roma, è morto.
Era uno dei tanti che dormono per strada, solo che lui aveva scelto una strada, per così dire, più chic: piazza san Lorenzo in Lucina, salotto buono del tridente romano, tra il portico della Basilica e le vetrine delle dirimpettaie boutique del lusso.
Lo conoscevano tutti ,e anche io, che abito nel quartiere ininterrottamente dal 1994: come tutti i provinciali approdati a Roma, mi sono scelto un piccolissimo lembo di città, e l’ho fatto mio, per ricreare gli orizzonti rassicuranti della dimensione provinciale.
Cesare ci è stato sempre, ma io l’ho scoperto attraverso il mio indimenticabile portavoce Alfredo Tarullo, che lo aveva adottato.
Morto Alfredo, Cesare rimase a me: eredità leggera, due chiacchiere prima della preghiera quotidiana in basilica, un caffè offerto, raramente un obolo, una volta sola un telefonino, richiesto per parlare chissà con chi. Tutto qui: Cesare non chiedeva molto, quasi niente.
Negli ultimi tempi rivendicava una domanda -perduta nei tempi – per una casa popolare. Ma poi precisava che non aveva granché da rivendicare: le case popolari erano tutte in periferia, e lui sosteneva di avere una singolare patologia che lo costringeva a soggiornare nel centro storico, fuori del quale non avrebbe avuto respiro. ’Non so spiegare la mia malattia’ raccontava davanti al caffè Ciampini “ma io fuori del centro storico sarei un uomo morto”.
E passava le sue giornate davanti alla Basilica di San Lorenzo in Lucina, ormai integrato con la variabile umanità del centro storico, fatta di passanti non sempre pietosi, commercianti non sempre generosi, turisti non sempre attenti al prossimo.
Ieri è morto, in coincidenza coi lavori che interdicono la sua piazza agli abituali frequentatori. Cesare è morto nella vicina piazza san Silvestro, dove si era spostato. Forse sarebbe morto anche in piazza san Lorenzo in Lucina, perché aveva ottantuno anno, e non è un’età fatta per dormire in strada.
Per carità, ottantuno anni li portava da dio. Magari dormire all’addiaccio farà bene, o forse è solo la pecetta consolatoria che noi borghesi ci diamo per prendere sonno dopo una notizia del genere: a mia discolpa dico che Cesare aveva il mio numero di cellulare, fornitogli per ogni emergenza, ma è pochino, per un cristiano che dovrebbe riconoscere e aiutare il suo prossimo.
E pensare che ero entrato in politica seguendo il monito di un antico parroco: ’a che serve accudire un povero, quando puoi scegliere di accudirli tutti facendo politica?’. Già, la politica: dei clochard non si occupa da tempo.
Per la sinistra non esistono, ma si sa, la sinistra ha fastidio della povertà. A destra peggio ancora: ogni tanto qualcuno strumentalizza i clochard per contrapporli ai migranti, e trarre la conclusione che abbiamo troppi italiani poveri per poterci commuovere degli stranieri.
Un giorno una turista mi mortificó dicendo che si veniva da tutto il mondo per vedere la capitale della cristianità, e si veniva accolti già in stazione da decine di poveracci all’addiaccio, una scena che umiliava Cristo.
Intanto mi umiliai io, parlai con l’ufficio preposto al Comune, e mi fu recitata la solita tiritera: alcuni vogliono stare in strada, gli spazi comuni non sono troppo invitanti, ma neppure possono esserlo perché sennó ci vanno tutti per risparmiare il fitto di casa.
Vabbè, intanto Cesare è morto, e sarebbe bello se i vari Raggi, Calenda, Gualtieri e Michetti lo onorassero dicendoci se hanno una proposta, un’idea, una preoccupazione per l’emergenza dei senza-dimora a Roma.
(da Huffingtonpost)
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