Settembre 22nd, 2021 Riccardo Fucile
TUTTI ZITTI E ALLINEATI QUANDO LA POLITICA BECERA DEL SEGRETARIO PORTAVA VOTI E POLTRONE
Due partiti sovranisti nello stesso paese, anche se è un paese strambo come l’Italia, sono troppi. Il classico doppione.
Senza improvvisarsi politologhi, basta questa banale constatazione per capire come mai il Salvini annaspi dentro e fuori la Lega, specie quel pezzo di Lega che si sente di governo e invece si ritrova a contendere alla Meloni il voto dei complottisti e dei No Vax. Che è come contendere a Walt Disney il copyright di Paperino: si perde di sicuro.
Detto questo, ci si chiede come mai i famosi moderati, i vari Giorgetti e Fedriga e Zaia, si siano muniti di un leader siffatto, che certamente ha portato voti (a breve termine) ma ha radicalizzato la Lega perfino oltre il livello di insofferenza per la democrazia e la buona educazione (parenti stretti) già ben presenti nel Dna di quel partito dai tempi di Umberto Bossi, dei gesti dell’ombrello, dei “trecentomila fucili bergamaschi”, dei soli delle Alpi istoriati nei banchi della scuola pubblica come se fossero cosa loro.
La parabola leghista ricorda quella dei repubblicani americani: se si sono fatti irretire da Trump, consegnandogli il partito, non si lamentino poi dell’assalto al Campidoglio, e facciano i conti, piuttosto che con la protervia di Trump, con la loro ignavia.
Alla stessa maniera non destano molta simpatia i bravi leghisti presentabili, qualcuno perfino con la cravatta giusta, che oggi biasimano il Salvini perché perde colpi, ma quando le folle social smaniavano per lui e lo chiamavano Capitano, non hanno detto una sillaba nemmeno nei momenti più bruti della sua ascesa.
Ora che lo hanno usato, lo schifano. Loro, i presentabili, possono contare sulla poca memoria dell’opinione pubblica.
(da La Repubblica)
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Settembre 22nd, 2021 Riccardo Fucile
DALLE URLA DI SALVINI A QUELLE DELLA MELONI IL PRODOTTO NON CAMBIA
Ha ragione Massimiliano Fedriga quando dice che Francesca Donato non è certo “una colonna della Lega che ha abbandonato il partito” ma Fedriga (come il suo gran capo Salvini) omette di dire che sono proprio i Donato, Bagnai, Borghi, Siri e Pillon che tengono il partito con un piede fuori dal governo che sta svuotando il partito di voti.
È vero, l’europarlamentare Donato probabilmente finirà in qualche partito laterale (si parla di Italexit di Gianluigi Paragone) oppure sparirà nella schiera di Fratelli d’Italia ma che la Lega di Salvini si stia spaccando e esaurendo è un fatto politico che ormai più nessuno riesce a nascondere.
Non bisogna essere fini analisti politici per capire che lo spazio occupato da Salvini (quello dell’opposizione urlata, muscolare e dura disponibile perfino ad accarezzare i complotti per continuare a partorire nuovi nemici immaginare) non sia compatibile con la presenza nei banchi di un governo che dell’equilibrio, della misura (e perfino della sbiaditezza) fa la propria cifra politica.
Gli errori inanellati da Salvini del resto ormai cominciano ad accumularsi: dopo avere costruito il proprio bacino di voti sulla sfrontatezza e sul mito dell’uomo forte Salvini è riuscito ad apparire tonto e debolissimo facendosi bastonare nel primo governo Conte, è apparso poco credibile mentre urlacciava contro i grillini suoi ex compagni di governo (mentre erano ancora fresche le foto in cui apparivano abbracciati e sorridenti) e ora paga lo scotto di essere elemento dell’ammucchiata di maggioranza.
Ovvio che se decidi di capitalizzare il tuo essere “ferocemente contro” paghi pegno nel momento in cui ti ammorbidisci.
Altrettanto ovvio è che Salvini abbia dovuto ammorbidirsi per tentare di ammantarsi di quel minimo di credibilità che voleva utilizzare per proporsi come futuro leader del centrodestra e di governo.
Entrambe le missioni sono fallite: nella posizione politica occupata oggi dalla Lega è inevitabile che la linea di Giorgetti e compagnia cantante (che godono non poco mentre assistono all’erosione del loro segretario) sia la più efficace, forse perfino inevitabile.
Ed è una naturale conseguenza che sia proprio Giorgia Meloni con Fratelli d’Italia l’unica ad apparire opportuna in quello spazio precedentemente occupato da Salvini.
A proposito di Giorgia Meloni: per un vizio tutto italiano di combattere le persone piuttosto che i modi e contenuti forse sarebbe il caso (lo ripetiamo da tempo su queste pagine) di capire che il nuovo Salvini è già da un pezzo Giorgia Meloni, è lei ad avere ereditato il velato razzismo, la carezzevole vicinanza agli ambienti estremisti e il piglio ai limiti del negazionismo che piace tanto ai No vax e ai No qualsiasi cosa.
Se la battaglia politica è quella di combattere un certo sovranismo nazionalista che attraversa l’Europa forse conviene lasciare Salvini a sbriciolarsi per conto suo e cominciare ad ascoltare con attenzione le pericolose valutazioni di quella che potrebbe essere a capo della coalizione di centrodestra data per favorita alle prossime elezioni politiche.
L’hanno capito perfino i transfughi leghisti che si spostano in massa verso Fratelli d’Italia. Chissà quando lo capiranno certi editorialisti.
(da TPI)
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Settembre 22nd, 2021 Riccardo Fucile
GIMBE: “OBIETTIVO SCUOLA IN PRESENZA AL 100% E’ A RISCHIO, MANCANO INTERVENTI SU TRASPORTI E VENTILAZIONE”
“L’obiettivo del governo di garantire la scuola in presenza al 100% rischia di essere fortemente disatteso come dimostra il numero di classi e studenti già in quarantena. E’ una strategia molto rischiosa puntare esclusivamente sulla vaccinazione senza screening sistematici e interventi di sistema su aerazione, ventilazione e gestione trasporti”.
E’ quanto ha detto il presidente della Fondazione Gimbe, Nino Cartabellotta partecipando ad un evento promosso da Cittadinanzattiva.
“Le evidenze scientifiche dimostrano che per minimizzare il rischio della circolazione virale nelle scuole – ha aggiunto il presidente di Gimbe – è necessario attuare tutti gli interventi di prevenzione, ma i vaccini per gli under 12 anni non sono disponibili, per gli over 12 anni la copertura ha nette differenze regionali. Le mascherine si usano solo dalla scuola elementare in poi, manca uno screening sistematico e il distanziamento è subordinato agli aspetti logistici mentre mancano interventi strutturali, nelle scuole, su aerazione, ventilazione e trasporti”.
Di qui l’osservazione della Fondazione Gimbe che ricorda di aver già rilevato che era una strategia “molto rischiosa puntare esclusivamente sulla vaccinazione del personale scolastico e degli studenti over 12” e che fa temere agli esperti della Fondazione che l’obiettivo del 100% di scuola in presenza sia a rischio.
Nella popolazione tra 0 e 19 anni tra il 30 agosto e il 12 settembre sono stati registrati 17.312 nuovi casi di Covid, 190 persone sono state ospedalizzate, 2 ricoverate in terapia intensiva, non si registrano decessi. Nella stessa fascia di età, tra il 16 e il 29 agosto, dunque quando le scuole non erano iniziate, i nuovi casi erano stati 22.843 con 297 ospedalizzazioni 4 ricoverati in terapia intensiva, 0 i decessi. Cartabellotta ha evidenziato che scendono i contagi soprattutto nella fascia 12-19 anni mentre sono aumentate le ospedalizzazioni dei bambini al di sotto dei 3 anni.
I test salivari sono il futuro per la facilità dell’uso “ma i pochi studi compiti su essi mostrano che la possibilità di scoprire i positivi siano tra il 53 e il 73%. Sono necessari altri studi, anche per standardizzare il metodo di raccolta del campione”. Il 32,3% degli studenti nella popolazione 12-19 anni non ha ricevuto nessuna dose, spiccano i giovani della Provincia autonoma di Bolzano, della Valle d’Aosta (40,4%) e della Liguria (40%). I giovani più vaccinati sono quelli della Puglia (25%), della Lombardia (24%) e della Sardegna, questi ultimi sono i più vaccinati di tutti, solo il 24,2% non è vaccinato. Nella fascia di età 12-19 anni il 52,1% pari a 2.374.04, ha fatto il ciclo completo di vaccinazioni, il 15,6% pari a 712.088 ha fatto la prima dose e il 32,3% pari a 1.470.788 nessuna dose.
E’ del 6,1 la percentuale del personale scolastico che non ha ricevuto nessuna dose di vaccino mentre in 7 regioni – Lazio, Friuli Venezia Giulia, Molise, Abruzzo, Campania, Toscana e Calabria – il 100% del personale risulta aver concluso la vaccinazione. Tra i non vaccinati, spicca il personale di Bolzano, con il 21,2% segue Trento con il 18%, poi Valle d’Aosta, Piemonte, Sicilia, Basilicata con il 10,9% di non vaccinati, Lombardia (10,5%), Umbria, Liguria, Puglia, Sardegna con il 5%, Emilia Romagna, Veneto e infine le Marche con il 3%.
(da agenzie)
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Settembre 22nd, 2021 Riccardo Fucile
L’INFETTIVOLOGO CRITICA LA BERLINGUER PER AVER DATO SPAZIO A DUE NEGAZIONISTI
Capiamo tutto, la necessità di fare audience, di rendere più pepato il dibattito, ma
dopo che Floris ha invitato per mesi la leghista Donato a insegnarci come si cura il Covid, ora è davvero difficile sopportare anche Bianca Berlinguer che dà voce a dei medici no vax, uno dei due che si è fatto addirittura oscurare il volto.
Ma cosa è successo ieri?
E’ successo che a Cartabianca un servizio ha mostrato le perplessità di due medici no vax, appunto. Il virologo Massimo Galli ha commentato in modo duro i dubbi dei colleghi: “Uno ha paura a mostrarsi, l’altro è un pozzo di ignoranza. Non esistono farmaci che possano curare bene il Covid”.
Nascondersi come se fossero pentiti di mafia è un pochino ridicolo ed è ridicolo che il servizio pubblico mandi in onda servizi così.
(da Globalist)
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Settembre 22nd, 2021 Riccardo Fucile
LA SUA PRESENZA SMENTISCE LA GIUSTIFICAZIONE DEL DIRETTORE DE LA7
Cambiando l’ordine dei partiti, il risultato non cambia.
Francesca Donato, a inizio settimana, aveva annunciato il suo addio alla Lega, un addio ufficializzato anche dal segretario Matteo Salvini, che le ha augurato migliori fortune.
L’eurodeputata è stata presentata come una sovranità dura e pura, che ha rotto con il partito in polemica con Giancarlo Giorgetti, ritenuto troppo vicino all’ala governista e troppo accondiscendente alle decisioni del presidente del Consiglio Mario Draghi (soprattutto su vaccinazioni e Green Pass). Tuttavia, ieri sera Francesca Donato era a DiMartedì, ospite di Giovanni Floris e di La7.
Perché stupisce questa sua presenza? Del resto l’eurodeputata è stata ospite da Giovanni Floris anche nelle puntate precedenti e anche nella passata stagione della trasmissione di approfondimento di La7.
Sicuramente, la sua presenza ieri – se letta alla luce delle dichiarazioni del direttore di rete Andrea Salerno al Foglio – sembra quasi dissonante.
Il direttore di rete, a una domanda di Francesco Merlo sul perché La7 desse spazio a politici dalle aperte posizioni no-vax (la Donato aveva addirittura parlato dell’ivermectina come possibile cura per il coronavirus), aveva risposto: «Guardi, glielo ripeto: è la Lega che vuole farsi rappresentare dalla Donato. Mica la scegliamo noi per danneggiare Salvini».
Il direttore di rete aveva proseguito, motivando questa sua affermazione: «Il perché andrebbe chiesto a loro. Evidentemente preferiscono non presentarsi come una forza responsabile e di governo. Diciamo che razzolano bene e predicano male».
Ora, però, Francesca Donato non è più nella Lega.
È dubbia, dunque, l’interpretazione che – almeno nella serata di ieri – sia stata proprio la Lega a volerla in televisione, visto che l’eurodeputata non fa più parte del partito (e non dovrebbe rappresentarne più le posizioni).
Tuttavia, proprio per questa sua uscita dalla Lega, la voce di Francesca Donato poteva essere utile per comprendere la temperatura di alcuni fedelissimi o ex fedelissimi del Carroccio nei confronti della spaccatura del partito che è stata raccontata sui giornali. Insomma, la presenza di Francesca Donato – al di là delle critiche ricevute su Twitter soprattutto dagli utenti che combattono ogni giorno contro le fake news di chi è contrario alle vaccinazioni – poteva essere più giustificata ieri sera che non nelle puntate precedenti.
E infatti, dal punto di vista politico, la Donato non ha risparmiato critiche a Matteo Salvini, dicendo che «per stare al governo bisogna avere delle amicizie molto potenti». L’eurodeputata avrebbe potuto dire molto, dal punto di vista politico, sullo stato interno della Lega. Meglio in questa versione, che non in quella in cui parla dell’ivermectina.
(da NextQuotidiano)
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Settembre 22nd, 2021 Riccardo Fucile
PIATTAFORMA POLITICA CON VENATURE POPULISTE
Nella fortunata serie Suburra trasmessa da Netflix a un certo punto compare
Adriano Latelli. È uno speaker radiofonico, ha un passato opaco e melmoso, parla di sport – ovvero della Roma, perché, Lazio a parte, per la radiofonia romana lo sport è la “Magica” – per spingersi poi nella politica, un populismo prima che il populismo diventasse termine d’uso comune nel dibattito pubblico, quando la radio assorbiva la funzione dei social, dirette e microfoni aperti, tendenze destrorse malcelate se non ostentate.
Un personaggio liberamente ispirato a Mario Corsi, per tutta Roma “Marione”, un lontano passato nei Nuclei armati rivoluzionari, una seconda vita da star del panorama delle radio della Capitale.
A torto o a ragione, per anni il vivace e complicato mondo della radiofonia romana è stato assimilato a questo, a un pulpito dove più o meno illuminati tribuni della plebe affabulavano il popolo degli ascoltatori sul tema del giorno in città, il calcio, quasi sempre, la politica e l’amministrazione, spesso. E in parte lo è ancora.
Radio Radio, l’emittente che ha preso e sollevato Enrico Michetti da una notorietà di quartiere alla candidatura al Campidoglio, per anni è stata una formidabile eccezione. Parterre di opinionisti ed esperti sportivi che vanno ben al di là del Grande raccordo anulare, l’ambizione di costruire talk su calcio e dintorni di respiro nazionale, pian piano la messa in piedi di trasmissioni su cronaca e cultura che non perdessero la connessione con la città ma che non si fossilizzassero a guardarsi l’ombelico.
È durata trent’anni, e per tanti aspetti ancora dura, ma negli ultimi due o giù di lì qualcosa è cambiato.
“Ci saranno ambienti politici, economici e finanziari che vorranno tenere controllo sociale e limitazione dei diritti. Dobbiamo impedirlo”. “Ecco le bufale sulle cure negate”. “Un enigma continua a rimbombare nella mente di chi è riuscito, fino a questo momento, a sottrarsi alle imposizioni sanitarie del potere : perché tutti gli altri hanno chinato il capo?”.
Si potrebbe continuare riempiendo pagine, sono solo alcuni degli interventi pronunciati in radio o rilanciati dal sito o dai social negli ultimi giorni.
Perché oltre al calcio, che continua con un certo successo e una continuità di format a essere il core business dell’emittente, negli ultimi mesi la linea editoriale è cambiata: opposizione alla “dittatura sanitaria”, contrarietà alla mascherina quando la mascherina è diventata obbligatoria, proteste contro le chiusure in epoca di lockdown, indignazione per il green pass quando si è riaperto, esaltazione di modelli alternativi a quello italiano, passando da quello britannico frettolosamente abbandonato quando in Albione fecero marcia indietro ricalcando quel che si è fatto qui nel continente, per sostituirlo con quello svedese alla bisogna.
I vaccini nemmeno a dirlo. Sulla pagina web della radio, nel momento in cui scriviamo si possono reperire con estrema facilità (anzi, è impossibile non sbatterci contro) una serie di articoli che riprendono i contenuti diffusi in onda, con allegati i relativi video su Youtube: “Le opinioni sul vaccino che vi nascondono”. “Le parole agghiaccianti scritte sul Covid da Mario Draghi”; “STUDIO SHOCK: il vaccino è inutile!”.
L’opposizione al governo dell’ex governatore della Bce c’entra poco o c’entra il giusto, non è quello il punto. Basta tornare indietro di qualche mese ed ecco che spunta “Il regime getta la maschera: le tremende parole di Conte fanno rabbrividire sul nuovo dpcm”. Il filo rosso che da un paio d’anni ha colorato la radio è quello del complotto permanente: “Avevano previsto tutto, c’è un progetto costruito ad arte per sfruttare e sottomettere i lavoratori”.
Echi continui di una big picture, un grande disegno ordito dai poteri forti, chiunque essi siano, per scopi non sempre chiari o comunque cangianti nella loro individuazione.
Una svolta voluta soprattutto da Fabio Duranti, editore di Radio Radio che si è ritagliato uno spazio dietro il microfono soprattutto nel palinsesto mattutino, prima in sordina, poi sempre più caratterizzante i contenuti e la comunicazione stessa. Il 28 agosto
Duranti si è presentato in trasmissione esibendo la sua “tessera infame”, ovvero il green pass, “la più grossa infamata fatta dal dopoguerra ad oggi”, specificando di averlo ottenuto tramite tampone, perché “io non mollerò mai, cerco di usare una strategia vincente. Non voglio fare il kamikaze che esce fuori davanti al plotone di esecuzione e mi stendono”.
Per dissidi con l’altro uomo forte e front man della radio, Ilario Di Giovanbattista (suoi i fortunati format sportivi), Duranti è stato per qualche anno fuori dalla gestione dell’emittente e degli studi.
Risolte le controversie, vi è rientrato circa tre anni fa, prima in punta di piedi, poi sempre più da protagonista. Sua l’ideazione delle pillole, strisce quotidiane pre-registrate appaltate al discusso studioso di filosofia Diego Fusaro, Francesco Amodeo e l’esperto di “economia umanistica” (?) Valerio Malvezzi.
Quest’ultimo spiega che “vogliono creare una popolazione incapace di pensare”, anche se non si capisce bene chi sia a volerlo, promettendo di “svelare il loro disegno”, o di come “si finga” di non “capire il disegno” (anche qui non si capisce bene di chi) che vuole “la massimizzazione del capitale e alla sofferenza planetaria delle persone che non giocano in borsa”.
Oltre alle “pillole” quotidianamente trasmesse, Duranti, che raccontano non porti mai la mascherina sul luogo di lavoro, diverse mattine a settimana si è ritagliato un suo spazio di conduzione, sfruttato quasi esclusivamente per battere il tasto sui temi di cui sopra.
Una paio di settimane fa è intervenuto Alessandro Meluzzi, il noto opinionista al di là della destra, per “spiegare bene” la geopolitica del virus “la cui reale portata è conosciuta solo da una cerchia ristretta”. Eccola qua: “Perché la Francia e l’Italia sono Paesi unici al mondo per le misure, per la chiusura, per il Green Pass? Perché al vertice della Francia c’è un funzionario della banca Rothschild, il giovane Macron, e in Italia c’è un uomo della Goldman Sachs, Mario Draghi”.
Ovviamente poco lo spazio per il contraddittorio, quel che non collima con quella visione del mondo diffusa in Fm fa parte del complotto.
Appena tre giorni fa Fusaro e Meluzzi hanno spiegato “i meccanismi della propaganda” facendo appello al claim già un po’ logoro del mondo no-vax: il fascismo e il nazismo.
“Un enigma continua a rimbombare nella mente di chi è riuscito, fino a questo momento, a sottrarsi alle imposizioni sanitarie del potere : perché tutti gli altri hanno chinato il capo?”, la stentorea introduzione. Fusaro ha poi argomentato che chi finora non si è reso conto del grande complotto ordito alle sue spalle è vittima di “una sorta di autoipnosi messa in pratica dall’uomo” per “autoconvincersi delle proprie menzogne. In questo modo trova un equilibrio con se stesso mentendo, ma convincendosi che sia la verità”.
Si potrebbe andare avanti all’infinito per la ricchezza di un palinsesto che è esploso durante il lockdown, con Radio Radio a raggiungere picchi di ascolto giornaliero sulle varie piattaforme di un milione e mezzo di ascoltatori, che viaggia in parallelo con la parte sportiva gestita da Di Giovanbattista.
È quest’ultimo in realtà il vero mentore di Michetti, affacciatosi ai microfoni dell’emittente sei anni fa in modo indipendente e parallelo da quel che sarebbe diventata.
Prima una striscia quotidiana mattutina, “La pulce e il professore”, argomenti a piacere sul quale il futuro candidato del centrodestra discettava a piacere a ridosso delle 8, registrata negli studi del suo quartier generale, quartiere Prati, Roma nord, dal quale gestisce anche la sua creatura, la Gazzetta amministrativa.
Poi interventi random durante le trasmissioni, anche sportive, dal pulpito delle quali si è costruito un robusto zoccolo duro anche per le sue battaglie sullo stadio della Roma. E un programma “Tie break”, tutti i venerdì dalle 18 alle 19, per parlare di storia e attualità italiana. Infine il mercoledì pomeriggio, un’ora prima, con i microfoni aperti e le richieste di un pubblico ormai diventato suo: “Professore perché non si candida lei a sindaco?”. “Vogliamo una sua lista civica”.
Detto, fatto. Anche perché Michetti è sempre stato attentissimo a non dare giudizi politici. Sempre più presente nei programmi della radio, anche quando doveva discutere con l’assessore o il parlamentare premetteva costantemente: “Il mio è un giudizio tecnico”, la parte dell’esperto, il rifiuto di sbilanciarsi da un lato o dall’altro perché chissà un domani che può succedere.
Anche su Virginia Raggi e sulla sua amministrazione, a volte anche duramente criticata ma sempre dal punto di vista delle procedure e degli atti, schivando abilmente la bagarre politica. “Perché non si sa mai da chi poteva arrivare una proposta – dice chi lo conosce bene – anche se il suo orientamento tendenzialmente di destra non è mai stato un mistero per nessuno”.
Di Giovambattista oggi sostiene vivacemente la candidatura michettiana, ne difende idee e iniziative, ha lanciato qualche tempo fa un contest per gli ascoltatori per disegnare il logo della sua lista civica.
La proposta che aveva lanciato alla metà agosto di uno spazio gratuito e autogestito per tutti gli altri candidati sindaco è caduta nel vuoto, non se ne è più fatto nulla, e chissà se si potrà mai tornare indietro dall’etichetta che è stata ormai attaccata dai romani sulle frequenze di Radio Radio: “Ah sì, la radio de Michetti”.
Nella sua biografia sul sito Duranti scrive che “crede nel principio irrinunciabile che la corretta informazione è il motore della libertà e dei rapporti sociali”, magari nulla è perduto.
(da Huffingtonpost)
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Settembre 22nd, 2021 Riccardo Fucile
ANCHE BORGHI E QUELLI DI FDI NON PROTESTERANNO CONTRO L’OBBLIGO A MONTECITORIO
Guai a essere additati come privilegiati, piuttosto viene dato il via libera all’obbligo del Green pass anche Montecitorio.
Ed è così che l’ufficio di presidenza della Camera ha deciso che i deputati per poter partecipare ai lavori parlamentari dovranno essere in possesso del certificato verde. In caso contrario verranno sospesi dai due ai dieci giorni rinunciando a 206 euro di diaria per ogni giorno di assenza.
Nessuna obiezione ufficiale. Perfino Claudio Borghi, il più combattivo di tutti, il leghista più ostile all’obbligo del vaccino o del tampone negativo effettuato nelle 48 precedenti, si adegua. “Certo che mostrerò il Green pass all’ingresso, lo faccio già quando devo salire su un aereo”, dice contattato al telefono, assente in Aula per motivi personali mentre si vota sul Green Pass 2: “Vede, io sono contrario al Green pass in generale, ma se viene imposto ai cittadini è giusto che valga anche per noi deputati, non siamo diversi dagli altri”.
Nessuno di prende la briga di pretendere un trattamento diverso. Neanche Fratelli d’Italia che ha votato contro tutti i decreti Green pass.
“Noi siamo tutti vaccinati”, ci tiene a sottolineare Giorgia Meloni. La priorità è non tornare nel vortice della casta, quando i cittadini consideravano i parlamentari una corporazione da autoblu e stipendi stellari. E considerato che il Movimento 5 Stelle nel 2013 grazie a questa campagna elettorale è entrato in Parlamento e nel 2018 ha raggiunto il 33% ora non può smentire se stesso.
Ed ecco il presidente della Camera Roberto Fico: “C’è un principio che rivendico dal primo momento in cui sono stato eletto presidente della Camera. Quello che vale per i cittadini vale allo stesso modo per i deputati. Non c’è stato e non ci sarà spazio per nessun trattamento privilegiato”.
Per adesso è Gianluigi Paragone, ex M5s ora traslocato nel gruppo Misto, a intestarsi la battaglia contro il certificato verde, anche se per adesso resta una voce isolata: “Non solo non esibirò il Green Pass per entrare in Parlamento. Forzerò ogni blocco e se mi dovessero le mani addosso, li denuncerò alla Procura”.
Di certo non è previsto che gli assistenti parlamentari mettano le mani addosso ai deputati o ai senatori che non hanno il certificato verde. Piuttosto gli permetteranno di entrare in Aula ma denunceranno il fatto all’ufficio di presidenza che prenderà provvedimenti.
In Aula prende la parola Maurizio Lupi contrario all’obbligo perché anche i no-vax hanno diritto di rappresentanza. “Premetto che sono a favore dell’obbligo del green pass e mi sono vaccinato, ma attenzione: i parlamentari non sono dipendenti. Quando i parlamentari sono fuori, quindi sono come tutti gli altri cittadini, devono mostrare il Green pass, ma quando sono in Aula rappresentano i cittadini italiani e hanno il diritto di rappresentare tutte le posizioni, anche quelle dei no vax. Non possiamo permettere che non si salvi questo tesoro che è la democrazia”.
Immancabili però le polemiche. Il costo dei tamponi per i deputati è a carico del fondo di previdenza alimentato dai contributi dei parlamentari. Una cassa nella quale ogni mesi i deputati e senatori versano soldi per le spese mediche.
Si ribella Andrea Colletti, ex M5s, ora a capo di L’Alternativa c’è: “Poi, presidente, lei, ma anche la presidenza, dovrebbe spiegare perché un cittadino fuori dalle istituzioni, con uno stipendio basso o normale, debba pagare per il tampone, mentre un deputato qui in questa Camera per avere un tampone non debba pagare nulla e lo faccia gratuitamente”.
Lo spunto per una nuova polemica sui privilegi è questo. Mentre il resto lo si vedrà ai controlli che inizieranno il 15 ottobre. Allora si capirà chi vuol forzare ed entrare senza Green Pass e chi invece mostrerà il tampone negativo seppur effettuato attraverso il fondo di previdenza.
(da Huffingtonpost)
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Settembre 22nd, 2021 Riccardo Fucile
PER CHI RIFIUTA SOSPENSIONE DI TRE GIORNI E 600 EURO DI SANZIONE
I controlli avverranno all’ingresso, all’altezza dei metal detector attraverso cui
passano tutti coloro che entrano nel palazzo di Montecitorio. L’ufficio di presidenza della Camera si appresta ad approvare, nel pomeriggio, l’obbligo del Green pass per deputati, dipendenti e giornalisti nel nome del fatto che le regole che valgono per i cittadini e per i lavoratori pubblici e privati devono valere anche nei palazzi delle Istituzioni. Al Senato la decisione sarà presa il 5 ottobre.
A differenza però dei luoghi di lavoro, dove i controlli vengono fatti a campione, l’idea è di controllare ogni singola persona che entra alla Camera.
In sostanza, viene spiegato da chi si sta occupando di queste nuove norme, quando l’assistente parlamentare visiona il tesserino necessario per entrare a Montecitorio dovrà accertarsi che il parlamentare sia in possesso anche del certificato verde.
Tuttavia alla Camera come al Senato vige l’autodichia, cioè la facoltà, di cui godono alcuni organi costituzionali, di decidere autonomamente e anche in deroga al fine di “autoregolamentarsi” senza subire ingerenze esterne, intimidazioni o condizionamenti così da tutelare l’indipendenza del potere legislativo.
Per questa ragione, per inserire l’obbligo del Green Pass, devono riunirsi gli uffici di presidenza dei due rami del Parlamento e stabilire le regole. In pratica il decreto anti-Covid approvato dal Consiglio dei ministri per i dipendenti pubblici e privati non può valere per gli organi costituzionali.
Che ci sia una maggioranza per il via libera alle nuove norme nessuno lo mette in dubbio. Ma non è escluso, come è stato già ventilato dal alcuni deputati, che si faccia ricorso alla Corte Costituzionale perché verrebbero lesi i poteri del singolo parlamentare.
Ecco il leghista Claudio Borghi: “Ho detto enne volte che speravo che l’obbligo del Green pass venisse esteso al Parlamento, così mi avrebbe dato la possibilità di chiedere una pronuncia in merito alla Corte Costituzionale a difesa del lavoro di tutti”, ha scritto su Twitter. “Adesso che pure la Consulta è ‘intimata’ risponderà direttamente”.
In termini di principio, spiega un costituzionalista, la Corte ha già stabilito, in precedenza, che il singolo parlamentare o più parlamentari possono fare ricorso per la lesioni delle proprie prerogative, ma finora non ha mai dato ragione a nessun ricorso concreto
Chi si rifiuterà di possedere il Green pass andrà incontro a sanzioni, esattamente come avviene nei posti di lavoro, dove le multe partono da 600 euro.
In generale chi compie un atto contrario ai regolamenti della Camera viene sospeso e per ogni giorno di sospensione ha 200 euro in meno di diaria. Quindi la sanzione per chi non ha il certificato verde partirà, con ogni probabilità, dai tre giorni di sospensione.
Viene chiarito tuttavia che non si può bloccare un parlamentare all’ingresso. L’assistente parlamentare ha il dovere di convincerlo a non entrare senza il certificato verde, ma non si può frapporre.
Dovrà invece chiamare uno dei questori della Camera o, nel caso di Palazzo Madama, del Senato. Se anche questi ultimi non riescono a convincerlo a mostrare almeno il tampone negativo, dovranno comunque far entrare il parlamentare in Aula ma hanno il dolore di segnalare il fatto all’ufficio di presidenza.
Che si riunirà immediatamente per sospendere il deputato interessato almeno per tre giorni e stabilire una base di 600 euro di diaria decurtati dallo stipendio.
(da agenzie)
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Settembre 22nd, 2021 Riccardo Fucile
LA GIUSTIFICAZIONE DI SALVINI: “SIAMO IN DEMOCRAZIA E NON IN UN REGIME”… PECCATO CHE SIA AL GOVERNO E NON ALL’OPPOSIZIONE, ORMAI E’ FUSO
Dopo le assenze di ieri nell’Aula della Camera per il voto di fiducia sul dl green pass bis, i deputati della Lega anche oggi sono stati quasi per metà assenti al voto finale. Dai tabulati si evince che solo 69 deputati del Carroccio su un totale di 132 hanno partecipato alla votazione. Gli assenti ingiustificati erano 51 mentre 12 erano in missione. Bassa anche la partecipazione al voto di Fi: hanno votato in 46 su 73, il 56%.
Matteo Salvini ha rivendicato la libertà di assenza. “I parlamentari sono liberi di esserci o no. Ognuno è libero di agire secondo coscienza, siamo in democrazia e non in un regime”.
Tra i leghisti assenti oggi c’era Claudio Borghi, che più volte ha manifestato le sue opinioni contro il green pass.
(da agenzie)
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