Settembre 27th, 2021 Riccardo Fucile
MENTRE MORISI SCRIVEVA: “L’UNICA DROGA LIBERA CHE MI PIACE E’ IL TEOSALVINOLO”… ORA SAPPIAMO A COSA PORTA L’ODIO CHE HAI DISTRIBUITO NEL PAESE
Saranno giorni difficili per Salvini che per prima cosa dovrà celermente trovare un nuovo king della comunicazione dato che quello di prima al momento è in altre faccende affaccendato e il web, da lui surfato come fosse la grande onda, oggi è la tempesta perfetta che si abbatte sulla Lega in versione Andrea Gail.
Ecco allora che incominciano a tornare al mittente, crudi come sassi, tutti i lanci di questi anni.
D’altro canto ci ricordiamo tutti cosa ha detto per anni Salvini, con in dosso la felpa delle forze dell’ordine, sugli spacciatori.
Ad ogni comizio sorgeva un discreta ansia, al punto che immaginare come Salvini avrebbe rincarato la dose era diventato quasi impossibile. Prima in carcere, poi con le palle al piede in memoria dell’Alabama degli anni 60 e poi emarginati dalla società, fino al famoso citofono.
Galeotta fu la marijuana e chi la fumò, per lo meno così voleva Salvini. Che fossero galeotti. Eppure, ironia della sorte, fosse successo tra pochi mesi forse con il referendum di Marco Cappato ostracizzato dalla Lega quella di Morisi non sarebbe neanche stata una notizia.
“Un massimo di sei anni di carcere”, era il disegno di legge della Lega. Lo aveva voluto Salvini, convinto che avrebbe danneggiato lo spaccio. E invece.
Ora, questo sì, le comunità di tossicodipendenti prenderanno in cura anche Morisi che scriveva: “L’unica droga libera che mi piace (ed è una droga pesante!) ha un principio attivo potentissimo: il teosalvinolo”.
Ecco, vedi a cosa porta…
(da NextQuotidiano)
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Settembre 27th, 2021 Riccardo Fucile
“AMICI CIRCENSI, SE VI AVANZA UN NASO ROSSO CON L’ELASTICO DA PRESTARE A SALVINI CONTATTATEMI IN PRIVATO”
“Amici circensi, se vi avanza un naso rosso con l’elastichino da prestare a Salvini
contattatemi in privato. Questa è la storia di un eroe contemporaneo”.
Inizia così l’affondo di Fedez nei confronti di Matteo Salvini per il caso Luca Morisi. Il rapper, che da tempo ha un contenzioso dialettico con il leader della Lega (dal ddl Zan alla legalizzazione delle droghe leggere, passando per l’eutanasia e tante altre vicende che hanno visto il leader della Lega – e i suoi parlamentari, consiglieri e amministratori locali – protagonista) mette la musica da circo per parlare di questa vicenda diventata di dominio pubblico questa mattina.
Nelle sue Instagram Stories, il rapper di Rozzano inizia una narrazione della storia delle dichiarazioni fatte da Matteo Salvini in merito alla droga, al traffico e allo spaccio di sostanze stupefacenti.
Non se la prende mai in prima persona con Luca Morisi, ma sottolinea le incoerenze del leader del Carroccio nel commentare alcuni casi “distanti” rispetto a quello più prossimo che, di fatto, ha toccato inevitabilmente la storia recente del suo partito.
“Un uomo che ha sacrificato la sua intera vita a contrastare la piaga sociale delle droghe. Un uomo che andava in giro a citofonare a casa della gente dicendo ‘scusi, lei spaccia?’. O che commentava la sentenza sulla morte di Stefano Cucchi dicendo ‘la droga fa male’. Oggi scopre di avere anche esso avuto al suo fianco un drogato, ma che magicamente non diventa un “drogato!’, sai uno di quelli tipo uno scarto della società. No! Diventa un amico da aiutare a rialzarsi”.
(da agenzie)
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Settembre 27th, 2021 Riccardo Fucile
ORA IL BRACCIO DESTRO DEL CAPITONE E’ INDAGATO PER DROGA
Zona San Donato, periferia di Bologna. È una fredda serata invernale di metà gennaio 2020. La campagna elettorale per le elezioni regionali in Emilia-Romagna è alle battute finali.
La Lega le prova tutte per ribaltare i sondaggi che danno una vittoria certa al governatore uscente di Centrosinistra, Stefano Bonaccini. Matteo Salvini suona il campanello di una famiglia di tunisini in via Deledda, nel quartiere del Pilastro, noto per le case popolari e la varietà multietnica dei suoi abitanti.
Dentro quella casa vivono, a detta dello staff del senatore, persone legate al traffico di droga. “Scusi, lei spaccia?”, la domanda dell’ex ministro dell’Interno risuona attraverso il citofono.
Davanti alle telecamere e ai giornalisti. Il blitz del capitano fu rilanciato a reti unificate dalla Bestia, la struttura che sta dietro alla comunicazione social del segretario del Carroccio. Ultimo, estremo, tentativo di ribaltare le sorti di una campagna elettorale già persa.
Un anno e mezzo dopo, la stessa domanda, in molti vorrebbero farla a Luca Morisi, il deus ex machina della stessa Bestia.
Aveva annunciato le sue dimissioni pochi giorni fa. Si era parlato di dissidi politici tra il Capitano e il capo della sua comunicazione. Disaccordi di fondo sull’adesione della Lega al governo di larga coalizione guidato da Draghi. Lo scetticismo di Morisi verso la linea Giorgetti. La verità invece è un’altra.
Morisi è indagato dalla procura di Verona per una presunta compravendita di sostanze stupefacenti. Ad accusarlo tre ragazzi che avrebbero comprato la droga dall’ex spin doctor leghista. I carabinieri hanno trovato altra droga in casa di Morisi. “La vicenda che mi riguarda è una grave caduta come uomo, chiedo scusa alla Lega e a Salvini”. Il pentimento di Morisi è forse sincero, ma non può far dimenticare anni di campagne social del Capitano contro la droga.
Ogni 26 giugno, ad esempio, è la giornata internazionale contro le sostanze stupefacenti.
Salvini (Morisi) non perde mai l’occasione per rilanciare sui canali social inviti a “dire di no allo spaccio e si alla vita”. E pensare che fino al 2014, lo stesso senatore leghista, all’epoca europarlamentare, apriva al dibattito sulla legalizzazione della cannabis.
Probabilmente memore del suo passato da giovane comunista padano. “Noi ci rapportiamo alle tematiche classiche della sinistra, dalla forte presenza statale alla liberalizzazione delle droghe leggere”.
Lo scriveva Salvini nel 1998, sul giornale Il Sole delle Alpi, quando ricopriva la carica di capogruppo dei comunisti padani. Un manipolo di cinque leghisti di sinistra, nel parlamentino padano di Chignolo Po. Quando il compagno Salvini era un indipendentista per la Padania e non un sovranista italiano.
Da ultimo, la campagna anti-referendum lanciata dalla Lega contro la raccolta firme per la liberalizzazione delle droghe leggere.
L’iniziativa ha già raggiunto le 500 mila firme necessarie a presentare il quesito in Cassazione, in vista di un referendum da tenersi nel 2022. “La droga è sempre la droga. Se qualcuno facesse un giro a San Patrignano a parlare con i volontari, con le mamme e i papà, cambierebbe idea”, affermava Salvini fino a qualche giorno fa.
Una citofonata, ora, il Capitano potrebbe farla direttamente a casa del suo ex braccio destro.
(da agenzie)
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Settembre 27th, 2021 Riccardo Fucile
SI ATTENDONO I RISULTATI DEGLI ESAMI SUL LIQUIDO SEQUESTRATO AI GIOVANI CHE L’HANNO ACCUSATO
La spiegazione decisiva, che determinerà anche il peso dell’indagine, è affidata
all’esame tossicologico che la procura di Verona attende per i prossimi giorni.
Solo a quel punto si saprà se l’accusa contro l’ex spin doctor di Matteo Salvini, Luca Morisi, per cessione di sostanza stupefacente è destinata a restare in piedi oppure no. Nel frattempo, però, emergono alcuni dettagli ulteriori sul controllo che nell’ambito di qualche settimana ha portato alle dimissioni il creatore della Bestia, la macchina social che ha accompagnato l’ascesa politica di Salvini come “capitano” e leader di una Lega ai suoi massimi storici.
Tra questi, che in casa di Morisi è stata trovata anche della cocaina, in piccola quantità. La droga non era occultata, ed è stata rinvenuta con facilità dagli investigatori. Si tratterebbe di una quantità, compatibile con l’uso personale, e quindi un illecito di tipo amministrativo
L’inchiesta
Come hanno spiegato questa mattina la Repubblica e Corriere della Sera, tutto comincia quando sulla strada che collega il piccolo ed estremamente tranquillo comune di Belfiore d’Adige a San Bonifacio, e quindi a Verona, viene fermata un’automobile con a bordo due o forse tre ragazzi.
È la notte del weekend di Ferragosto, sabato, e i Carabinieri stanno eseguendo un controllo di routine. In quel momento non c’è un fascicolo penale aperto – tanto che agli atti c’è solo un verbale e non una informativa – ma non è chiaro se il controllo sia avvenuto casualmente o sulla base di una “segnalazione”. Fatto sta che una volta fermati, i giovani, poco più che maggiorenni, si mostrano immediatamente molto nervosi.
E quando i Carabinieri controllano l’auto trovano all’interno una bottiglia di liquido, una sostanza stupefacente non meglio specificata. È a questo punto che i giovani fanno il nome di Luca Morisi «che abita a Belfiore».
Il controllo a casa dello spin doctor, un appartamento all’interno di una cascina ristrutturata, è immediato.
Nella sua camera, gli uomini dell’Arma trovano una sostanza in polvere bianca che al primo controllo sommario risulta essere chiaramente cocaina, conferma una fonte contattata da Open (ovviamente anche questa sostanza è stata comunque sottoposta ai controlli più specifici). à
È poca, un quantitativo compatibile con la detenzione per uso personale. Visto però che i giovani controllati hanno fatto il suo nome, Morisi viene iscritto al registro degli indagati per cessione di sostanze stupefacenti. Il procuratore di Verona, Angela Barbaglio, affida il caso al sostituto Stefano Aresu che fa ulteriori accertamenti.
Ma, come dicevamo, il punto decisivo a questo punto è capire cosa sia la sostanza sequestrata ai giovani.
Potrebbe trattarsi di Ghb (l’ecstasy liquida) di Gbl, la cosiddetta «droga dello stupro» o di Popper che è invece un potente vasodilatatore spesso associato ad altre droghe vere e proprie ma di per sé legale.
I controlli sul liquido sequestrato vanno al momento al rilento perché il laboratorio chimico dei Carabinieri di Verona serve tutta la provincia e quelle vicine. In ogni caso, l’avvocato difensore di Morisi ha preso contatti col titolare del fascicolo ed è possibile che lo stesso ex portavoce di Salvini si presenterà nei prossimi giorni al pm per dare la sua spiegazione dei fatti.
(da agenzie)
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Settembre 27th, 2021 Riccardo Fucile
IL 56% DEI BERLINESI HA VOTATO SI’
Non solo elezioni federali in Germania. Domenica 26 settembre a Berlino si è votato anche per un referendum consultivo sulla confisca degli appartamenti sfitti ai colossi dell’immobiliare.
Secondo quanto diffuso sui social dai promotori del referendum, il sì ha vinto con oltre il 56% delle preferenze.
Nella capitale tedesca poche grandi aziende immobiliari posseggono centinaia di migliaia di appartamenti, circa 240mila, e la stragrande maggioranza degli abitanti (circa l’80%) vive in affitto.
Negli ultimi anni i costi mensili sono lievitati nelle proteste generali, fino a quasi raddoppiare: il prezzo degli affitti a Berlino sta salendo progressivamente dai 10 euro al metro quadro fino anche ai 20 euro.
Una diretta conseguenza del mantenimento, da parte dei privati, di un numero elevato di case sfitte. Il comitato “Deutsche Wohnen & Co enteignen”, principale promotore dell’iniziativa, ispira il suo nome proprio alla più grande società immobiliare, la Deutsche Wohnen, che da sola possiede oltre 100 mila stabili. Le altre principali società sotto accusa sono Ado, Vonovia, Akelius e Covivio
I tentativi politici di rispondere al problema sono stati pochi e finora inefficaci. Nel 2020 il sindaco Michael Müller aveva provato a far passare una legge per imporre un tetto massimo ai prezzi per almeno 5 anni.
La Corte costituzionale tedesca, però, aveva bocciato la proposta per illegittimità. Ora che i cittadini si sono detti in maggioranza favorevoli all’acquisizione – da parte dell’amministrazione locale – delle case vuote di proprietà delle aziende che possiedono più di 3 mila immobili, anche la neosindaca Franziska Giffey dovrà fare i conti con la questione.
Giffey si è già detta però molto preoccupata, dichiarando di non essere contenta di parlare di espropriazioni e di non volere che Berlino venga associata a questa pratica. La Deutsche Wohnen, dal canto suo, ha sostenuto che con i 36 miliardi di euro necessari per gli espropri si potrebbero costruire altre 200 mila casa a prezzi più bassi.
(da agenzie)
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Settembre 27th, 2021 Riccardo Fucile
E QUEI SOLDI NON LI RIVEDREMO PIU’
Sono 123.697 i furbetti del reddito di cittadinanza. 
Alla data del 31 agosto scorso, su un totale di 3.027.851 persone che avevano ottenuto il sussidio, 123.697 hanno subito la revoca dell’assegno a causa di false dichiarazioni. Il Corriere della Sera spiega oggi che le anomalie più frequenti riguardano la composizione del nucleo familiare, il reddito complessivo e quindi l’Isee, la mancata dichiarazione dello stato di detenzione, o della presenza di condanne di particolare gravità, come l’associazione mafiosa.
E i soldi che hanno percepito e nel frattempo speso i furbetti sarà molto difficile, se non impossibile, rivederli. Ma soprattutto, spiega il quotidiano, per il sussidio varato dal primo governo Conte con Lega e M5s in maggioranza, è necessario rivedere le regole che consentono di percepirlo.
Le famiglie con figli penalizzate
Oggi lo Stato spende 7,2 miliardi di euro l’anno per sostenere 1,37 milioni di famiglie sui 2 milioni totali di nuclei considerati poveri.
Ma c’è un problema. Il livello di povertà dipende dalle entrate mensili in rapporto al costo della vita del luogo in cui si vive. Per questo l’Istat stabilisce soglie diverse di reddito al di sotto delle quali si è poveri.
Questo vuol dire che oggi il 36% di coloro che prendono il reddito non se la passa bene, ma non è povero. Mentre c’è un 56% di poveri che oggi non riceve il reddito. Quelli tagliati fuori abitano al Nord e nelle metropoli.
Un’altra disparità riguarda le famiglie con figli. Oggi un single può prendere di sussidio fino a 780 euro, mentre una famiglia con un figlio minore arriva a 1.080 euro e con tre figli sotto i 10 anni si ricevono 1.280 euro.
Mentre il contributo per l’affitto è sempre lo stesso (280 euro) per un single come per una famiglia di 5 persone.
La scala che assegna le risorse, spiega il quotidiano va quindi riparametrata in funzione del costo della vita dei territori e del numero dei componenti, visto che oggi penalizza esageratamente le famiglie con figli.
Poi c’è la questione dell’impiego. La condizione per percepire il reddito è quella di firmare il patto per il lavoro, vuol dire che chi è abile al lavoro si impegna a mettersi a disposizione dei centri per l’impiego. Ma ad oggi i patti sono stati stipulati solo con il 31% degli inviati.
In nessuna Regione è mai stata applicata la «condizionalità» scritta nella legge: se rifiuti il lavoro perdi il reddito. Infine, gli incentivi. Le aziende che assumono un percettore di reddito hanno diritto a detrazioni contributive. Ma gli incentivi hanno agevolato le assunzioni solo dello 0,1% dei percettori di reddito abili al lavoro. Non hanno funzionato per due motivi. Il primo: la trafila burocratica. Il secondo: ce ne sono più semplici e vantaggiosi, per esempio per chi assume giovani o residenti al Sud.
(da agenzie)
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Settembre 27th, 2021 Riccardo Fucile
OGGI NESSUNO SE N’E’ ACCORTO
Annunciato sui social network per oggi, lunedì 27 settembre, lo sciopero dei camionisti contro il Green pass prometteva di bloccare l’Italia. Ma per ora su strade e autostrade è tutto tranquill
Sui social network non si parla d’altro; sulle strade un po’ meno. Annunciato per oggi, lunedì 27 settembre, lo sciopero dei camionisti contro il Green pass è un argomento trending un po’ ovunque, da Twitter a Telegram.
A raccontare che si tratta di una protesta «contro il passaporto schiavitù, gli obblighi vaccinali, la truffa Covid» e l’immancabile «dittatura sanitaria» sono gli account della galassia No Green Pass, No vax eccetera e i canali Basta Dittatura e Io Apro.
Si promettono «dalle 10.00 rallentamenti autostrade in tutta Italia, tutti a 30 km/h e 4 frecce per riconoscerci», si favoleggia di un «blocco autostradale a oltranza» e si pubblicano immagini di scaffali dei supermercati vuoti per minacciare orribili conseguenze.
Ma c’è un dettaglio: il sito di Autostrade per l’Italia finora segnala soltanto rallentamenti per incidenti e lavori. Della manifestazione dei camionisti contro il Green pass, per ora, non c’è traccia.
Secondo alcune fonti lo sciopero dei camionisti contro il Green pass dovrebbe interessare addirittura 30mila lavoratori.
Nelle intenzioni dei presunti organizzatori gli autotrasportatori dovrebbero esibire un gilet giallo sullo specchietto per rendersi riconoscibili.
Le catene di messaggi su Whatsapp e Telegram promettono uno sciopero “bianco”, ovvero l’intenzione di mantenere un’andatura di viaggio lenta per provocare danni al traffico nelle autostrade e nelle strade principali.
Su Twitter alcuni utenti postano immagini e video di code in direzione Milano/Bologna (ma senza indicare quale tratto sarebbe interessato alla manifestazione e sul sito di Autostrade si segnalano lavori proprio in quella direzione).
Poi c’è chi non la prende bene e addirittura si dice deluso per una manifestazione che non è quella che ci si aspettava, mentre altri giornali segnalano addirittura il rischio rifornimenti per supermarket e benzinai (anche qui, senza nessuna prova).
Ma soprattutto c’è qualcuno che di questo sciopero non sa proprio nulla. Si tratta dei sindacati degli autotrasportatori. I quali già nei giorni scorsi hanno fatto sapere che non hanno aderito.
«Non c’entriamo niente con questa iniziativa», ha fatto sapere la Cisl Toscana al Resto del Carlino. «Non c’è alcuna rivendicazione sociale, nessun manifesto, non un documento per trattare ai tavoli. C’è solo un tam tam mediatico – ha detto invece Michele Santoni, presidente toscano di Cna Fita – che non si sa da chi sia partito. Non c’è nulla di organizzato, nessun coordinamento».
«Probabilmente qualche camionista aderirà, ma dove? Non c’è un punto di partenza, nessun organizzatore al quale rivolgersi. E questo devo dire mi preoccupa. Perché quando non c’è controllo, basta una scintilla per scatenare disordini e tensioni», ha aggiunto.
Anche perché, fanno sapere i datori di lavoro, l’obbligo di Green pass per i camionisti crea problemi di natura tecnica: i camionisti stanno fuori anche quattro giorni a settimana e controllare ed eventualmente sanzionare chi ha il green pass a tampone scaduto è un problema: «Per questo stiamo lavorando con il governo per avere dei chiarimenti e delle linee guida affinché l’obbligo di controllo non ricada sul datore di lavoro».
Mentre i video che vengono pubblicati in queste ore non mostrano altro che normali file sull’autostrada che di per sé non provano nulla. Insomma, per adesso dello sciopero dei camionisti non c’è traccia.
Anche questa volta sarà per la prossima volta?
(da Open)
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Settembre 27th, 2021 Riccardo Fucile
LA SOLITA GIUSTIZIA DEL GIORNO DOPO, GUAI A SCIOGLIERE UN CORTEO NON AUTORIZZATO CHE COMPIE I REATI DI VIOLENZA PRIVATA, RESISTENZA A PUBBLICO UFFICIALE E INTERRUZIONE DI PUBBLICO SERVIZIO
Per la manifestazione di sabato scorso, 25 settembre, a Milano dei No Green
pass dove si sono verificati momenti di tensione sono 41 al momento le denunce che porteranno ad altrettante iscrizioni nel registro degli indagati.
Durante la protesta un gruppo ha tentato di forzare il cordone della polizia per accedere dal lato di Palazzo Reale all’area del Duomo, dove era in corso il comizio di Giorgia Meloni con il candidato sindaco del centrodestra Luca Bernardo.
Due uomini e una donna (anche ricoverata per lievi contusioni) sono accusati di resistenza a pubblico ufficiale per aver preso parte al tentativo di forzare il cordone della polizia. Gli altri 38, invece, sono stati denunciati per violenza privata, interruzione di pubblico servizio, istigazione a disobbedire alle leggi e manifestazione non autorizzata.
Per le prossime manifestazioni i militanti hanno già promesso di «fare casino» e alzare il livello dello scontro.
Le attenzioni della Digos si stanno concentrando sulla componente anarchica nei cortei contro il Green pass, presente ma in disparte almeno fino all’ultima manifestazione di Milano, il corteo numero 10, quando è invece arrivata in testa alla manifestazione che aveva ormai scavallato il confine della protesta pacifica.
Già perché il corteo di sabato a Milano ha visto tafferugli e feriti e di fatto è riuscito (questa volta sì) a bloccare la città, i mezzi pubblici e il traffico.
«Ogni sabato è peggio, ne ho parlato con il prefetto e mi ha detto che le denunce stanno aumentano», dice il sindaco di Milano Beppe Sala. «Da un lato ci sono le forze dell’ordine che sono costrette, con le tante cose che hanno da fare, ad arginare le manifestazioni, dall’altro ormai il disagio per i cittadini aumenta perché bloccano tram e strade».
Le denunce
E in effetti, scrive il Corriere della Sera, sono fioccate ieri una decina di denunce, le prime: domani verranno vagliate dal capo del pool Antiterrorismo Alberto Nobili, mentre mercoledì la questione della violenza nelle proteste sarà all’ordine del giorno del comitato per l’ordine e la sicurezza in corso Monforte.
Decine di manifestanti sono già stati identificati dalla Digos e altre identificazioni saranno possibili attraverso il lavoro della polizia scientifica.
Tra i reati contestati, anche quello di violenza privata e resistenza a pubblico ufficiale, anche perché sabato scorso secondo le ricostruzioni le forze dell’ordine sarebbero diventate bersaglio di insulti ma anche di lancio di oggetti.
Mentre la protesta sembra non avere colore politico e prendere di mira tutte le leadership: sabato per esempio tra i target c’era anche Giorgia Meloni, i sostenitori di FdI e del candidato Luca Bernardo. «È chiaro che è un problema», prosegue Sala. «Non ho soluzioni e ne stiamo parlando con il questore. La questura vuole evitare incidenti in questa fase in cui siamo usciti da una situazione di grande tensione, però così è difficile andare avanti».
(da agenzie)
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Settembre 27th, 2021 Riccardo Fucile
PER ORA E’ STATO SOLO APERTO UN PROVVEDIMENTO DICIPLINARE… I PRECEDENTI SUL SUO PROFILO SOCIAL, MA NESSUNO AVEVA MOSSO UN DITO
Il nuovo idolo dei numerosi movimenti No Green pass e No Vax si chiama Nunzia Alessandra Schilirò.
Tutto grazie alla divisa della Polizia di Stato indossata in qualità di vice questore a Roma, senza la quale non avrebbe avuto lo stesso clamore nel palco della manifestazione del 25 settembre in Piazza San Giovanni.
Per quell’intervento oggi Schilirò rischia il licenziamento dopo l’apertura di un procedimento disciplinare nei suoi confronti.
Secondo Il Messaggero le si potrebbe contestare in primo luogo la “deplorazione”, ovvero la violazione dell’articolo 5 del Dpr 25 ottobre 1981, che regola le sanzioni disciplinari per il personale della Pubblica Sicurezza.
La deplorazione comporta «il ritardo di un anno nell’aumento periodico dello stipendio o nell’attribuzione della classe di stipendio superiore, a decorrere dal giorno in cui verrebbe a maturare il primo beneficio successivo alla data nella quale la mancanza è stata rilevata».
Il suo ruolo è il punto di forza sfruttato dalla propaganda dei contestatori, per chi la conosce sa benissimo che non si può in alcun modo parlare male del suo trascorso nella Polizia, ma tutto questo risulta essere il suo punto debole che la pone sulla stessa linea di chi condivide nel suo canale Telegram.
Nunzia Alessandra Schilirò ha diretto, con indubbio successo, la quarta sezione della squadra mobile di Roma occupandosi di reati come la pedofilia e i reati sessuali contro le donne. Le sue capacità di indagine e la sua competenza le hanno fornito una tale credibilità e rispetto non solo all’interno della stessa Polizia, ma anche all’esterno diventando un simbolo nella lotta contro le violenze.
La vice questore, citando anche il Mahatma Gandhi, ha parlato di «regimi dittatoriali» e di «Stato dispotico e corrotto». In qualità di funzionario della Polizia di Stato e sostenuta dai suoi fedelissimi, aveva la facoltà di indagare per scoperchiare la presunta ed enorme corruzione in atto nel nostro Paese ai danni dei cittadini e della loro salute. Dal palco ha citato Falcone e Borsellino, due simboli della lotta contro il male che nonostante tutto hanno continuato a indagare piuttosto che lasciar correre.
Perché non ha seguito il loro esempio ben sapendo di avere dalla sua molti colleghi che la stimavano?
Fossimo realmente in una dittatura, nessuno avrebbe avuto la possibilità di manifestare in piazza e alla stessa Schilirò le sarebbe stato impedito ogni forma di espressione del proprio pensiero.
Ha esercitato il suo diritto, come lo stanno esercitando tanti altri cittadini italiani dal 2020 ad oggi, ma il problema resta il ruolo che riveste e che, nonostante abbia sostenuto di essere intervenuta in piazza come libera cittadina, ha comunque rimarcato servendolo su un piatto d’argento ai soggetti organizzatori della manifestazione.
La ministra dell’Interno, Luciana Lamorgese, ha dichiarato di seguire personalmente la vicenda della vice questore per accertarne ogni responsabilità. Dopo l’apertura dell’azione disciplinare nei suoi confronti rischierebbe, nel peggiore dei casi, l’addio alla divisa. Ma una sanzione potrebbe alimentare ancora di più l’esaltazione dei suoi sostenitori, facendola diventare da un lato un martire di una “causa più grande”, ma perdendo nello stesso momento colei che poteva indagare dall’interno per smascherare il fantomatico complotto.
Nel peggiore dei casi, il rischio è quello di diventare una nuova versione del “Generale Pappalardo“. Il Messaggero scrive proprio che Schilirò rischia la destituzione, tenuto conto del danno d’immagine arrecato alla Polizia. Di certo la sua carriera è incrinata.
C’è da dire che le gesta della vice questore erano premeditate e alla luce del Sole. Un suo post Facebook dell’11 agosto 2021, fissato in alto nella timeline del suo profilo, riporta gli stessi contenuti del suo intervento in Piazza San Giovanni con ulteriori elementi.
Scopriamo che in tale data era stata avviata un’altra iniziativa. Quale? La ricerca parte da un post pubblicato il 26 settembre dove pubblicizza il manifesto di un’associazione chiamata O.S.A. Italia (Operatori Sicurezza Associati Italia).
All’interno del manifesto condiviso nel canale di Nunzia Alessandra Schilirò vengono invitati a far parte dell’associazione tutti gli «appartenenti alle Forze Armate, alle Forze di Polizia e alle categorie che concorrono alla Sicurezza Pubblica e alla Giustizia della società civile», ma solo coloro che la pensano come i suoi fondatori. Così viene specificato in un post del canale Telegram dell’associazione: «Attenzione! DOBBIAMO arrivare ai colleghi che la pensano come noi ma che non hanno telegram. Usare questa locandina con tutti i colleghi con cui siamo in contatto, SOLO se la pensano come noi, x farli aderire e iscrivere».
Il canale Telegram risulta creato l’11 agosto 2021, lo stesso giorno del post Facebook di Nunzia Alessandra Schilirò, dove riscontriamo numerosi contenuti simili a quelli pubblicati dalla vice questore di Roma.
Notiamo condivisioni del canale complottista e negazionista Libera Espressione, mentre il 9 settembre viene condiviso un post del canale di Stefano Montanari con le 4 foto del Presidente della Regione Liguria Toti usata dai complottisti per sostenere che abbia fatto finta di vaccinarsi (ne parliamo qui).
Tra i contenuti condivisi troviamo anche il post del canale Telegram R2020 di Davide Barillari e Sara Cunial, proprio quello relativo all’interrogazione parlamentare sui vaccini Pfizer e l’ossido di grafene presentata dalla deputata ex M5s (ne parliamo qui).
Il dominio Osaitalia.org è stato registrato 26 agosto 2021, mentre l’associazione risulta essere stata fondata, secondo lo Statuto, l’8 settembre 2021.
La data dell’11 agosto viene creato il canale Telegram di un associazione che verrà fondata nel mese di settembre 2021
La pagina Facebook risulta creata in data 17 settembre 2021 e il primo contenuto condiviso è quello relativo all’intervento della vice questore di Roma alla manifestazione dei No Green pass del 25 settembre.
Nel canale Telegram, invece, la vice questore viene presentata con il logo dell’associazione.
(da Open)
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