Ottobre 19th, 2021 Riccardo Fucile
IL REATO DI BLOCCO STRADALE E’ STATO REINTRODOTTO PROPRIO DA LUI NEL DECRETO SICUREZZA
Fare leggi, firmarle con il proprio nome. Andare in giro a vantarsi per le “migliorie” apportate con queste norme e poi dimenticarsene i contenuti.
Matteo Salvini, ancora una volta, dimostra di non essere a conoscenza di quanto fatto durante il suo anno abbondante trascorso alla guida del Ministero dell’Interno.
In occasione dello sgombero del porto di Trieste (con la manifestazione che poi si è spostata in piazza Unità d’Italia), avvenuto lunedì mattina, il leader della Lega si è scagliato contro il “Viminale” per l’uso degli idranti per allontanare chi si trovava lì – nel molo 4 – da venerdì mattina, rendendo molto difficoltoso il passaggio dei lavoratori. Ma tutto è figlio dei decreti sicurezza, quelli firmati Salvini.
Come ragionano al Viminale? Seguendo la legge che porta il suo nome.
Con il decreto sicurezza (pubblicato in Gazzetta ufficiale il 4 ottobre del 2018, quando il segretario della Lega era Ministro dell’Interno), è stato reintrodotto un reato che era stato depenalizzato nel lontano 1999: quello di blocco stradale.
Di cosa si tratta? Di provvedimenti da parte delle autorità di pubblica sicurezza che, da allora, hanno la possibilità di intervenire in caso (anche) di assembramento fisico atto a bloccare la circolazione: “con la necessità di fronteggiare tutti gli episodi che compromettono la sicurezza dei trasporti e la libera circolazione dei veicoli”.
E il Ministero dell’Interno, sotto la guida del leader della Lega, aveva confermato il tutto anche con una nota esplicativa al decreto sicurezza: “L’articolo 1-bis e’ sostituito dal seguente: «Art. 1-bis. – 1. Chiunque impedisce la libera circolazione su strada ordinaria, ostruendo la stessa con il proprio corpo, e’ punito con la sanzione amministrativa del pagamento di un somma da euro mille a euro quattromila. La medesima sanzione si applica ai promotori ed agli organizzatori»”.
Insomma, i manifestanti di Trieste sono stati sgomberati per un reato reintrodotto dal leader della Lega quando era Ministro. Ma forse lui non lo sa.
(da agenzie)
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Ottobre 19th, 2021 Riccardo Fucile
L’IMPATTO DELL’ABBANDONO DI MORISI: LE INTERAZIONI SUI SOCIAL CROLLATE IN UN ANNO DA 524.000 A 117.000 AL GIORNO
È trascorso circa un mese da quando Morisi, uomo chiave della gestione dei
canali social di Matteo Salvini e creatore di quella che convenzionalmente viene chiamata “la bestia”, ha annunciato le sue dimissioni.
Ecco che allora abbiamo voluto verificare l’impatto dell’abbandono di colui che quasi dieci anni fa era stato scelto dallo stesso Salvini per curare la comunicazione online del Carroccio
Sono state analizzate le performance della pagina Facebook del leader della Lega dal 15 agosto, quando sono successi i noti fatti di “sesso e droga” che hanno portato alle dimissioni di Morisi, al 15 ottobre, confrontandoli con lo stesso periodo dell’anno scorso.
Si è dimezzato il numero di post medi giornalieri che passa dai 18 del 2020 agli attuali 9. Modificato anche il mix di contenuti proposti. Fatto 100 i contenuti proposti da Salvini sulla sua pagina Facebook il peso delle foto cresce di quasi 16 punti percentuali, attestandosi ad oltre il76% del totale.
Praticamente scompaiono i post con link che ora pesano solamente lo 0.04% del totale. Accorgimenti tattici tesi a far aumentare la portata, e dunque la visibilità, della fanpage.
Nonostante tali tattiche, e la forte spinta pubblicitaria in Facebook ads, che lo colloca tra i top spender, sia il numero di interazioni che il relativo tasso di engagement crollano.
Le interazioni passano da circa 32,5 milioni del periodo agosto – ottobre 2020 agli attuali 7,2 milioni, pari ad una media di quasi 117mila interazioni giornaliere rispetto alle 524mila del 2020.
Di riflesso più che dimezzato il tasso di coinvolgimento che scende dal 0.73% al 0.30%.
Entrando nel dettaglio analitico delle diverse forme di coinvolgimento spicca un drastico calo delle condivisioni e quasi raddoppiano le reaction di scherno con la faccina che sghignazza.
Un ulteriore segnale chiaramente negativo poiché appare chiaro che se le persone condividono meno i post di Salvini è perché con buona probabilità ne condividono meno i contenuti proposti. Inoltre la riduzione delle condivisioni impatta sulla portata dei post e della pagina nel suo complesso riducendone la visibilità nel news feed di Facebook.
Insomma, anche se le indiscrezioni dicono che il sistema ideato e implementato da Morisi sia assolutamente ancora attivo, appare chiaro che “la bestia” se non è morta è certamente gravemente ferita.
(da agenzie)
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Ottobre 19th, 2021 Riccardo Fucile
IL RISULTATO DI AVER FATTO DA SPONDA AI NO VAX
La destra ha perso le elezioni sul territorio. Il voto alle amministrative, che oggi possiamo analizzare a 360 gradi alla luce dei risultati dei ballottaggi in città chiave, come la Capitale, sancisce la vittoria delle coalizioni del centrosinistra.
Che su 6 capoluoghi di Regione, vincono in 5. Risultati schiaccianti a Bologna, Milano, Napoli e vantaggio di circa 20 punti percentuali ai ballottaggi sia a Roma che a Torino. Alla fine il centrodestra riesce a tenere solo Trieste, città protagonista delle proteste No Green Pass di questi giorni. Un dato che pesa anche a livello nazionale e che lascia in eredità qualche spunto di riflessione sullo stato di salute del centrodestra.
Vediamo prima un po’ di numeri. Nei Comuni chiamati alle urne con più di 15 mila abitanti il centrosinistra, dove si è presentato in solitaria, ha trionfato in 42: in altri 16, dove era spalleggiato dal Movimento Cinque Stelle, ha vinto ugualmente. I pentastellati, da soli, si sono affermati in 6 Comuni, anche se in nessun capoluogo. I Comuni andati a sindaci di centrodestra sono invece 30. Infine, i candidati civici hanno prevalso in 18 Comuni.
Le somme a livello nazionale, chiaramente, si tirano guardano ai risultati nelle grandi città. I capoluoghi al voto erano 20: da oggi 15 risultano a guida centrosinistra (che ne ha guadagnati 7), 4 di centrodestra (che ne ha invece persi 3) e 1 rimane al Centro. Al di là di chi ha vinto e chi ha perso, bisogna poi considerare chi non si è nemmeno classificato. Il Movimento Cinque Stelle, che ha ceduto l’amministrazione nelle due grandi città che governava, sia a Roma che a Torino.
Ci sono molte dinamiche dietro questi risultati. Che, per prima cosa, sono impossibili da analizzare al netto della pandemia.
Le strategie, più o meno conclamate, che hanno adottato le diverse forze politiche rispetto all’emergenza sanitaria ed economica hanno ricevuto il verdetto dei cittadini in questa tornata elettorale. E l’ambiguità con cui Matteo Salvini e Giorgia Meloni si sono posti a fronte di No Vax, No Green Pass e chi più ne ha più ne metta, alla fine non ha premiato.
Segno, forse, che quell’elettorato che sembravano aver paura di perdere quando non volevano prendere posizioni chiare sulla campagna vaccinale, sulla necessità delle restrizioni o sui rischi del “liberi tutti”, non era poi così corposo come si credeva.
Ambiguità che, almeno per quanto riguarda la Lega, è sempre più velata da quando il partito di Salvini siede in maggioranza. E prende decisioni, a livello politico, non sempre in linea con la posizione espressa ai comizi o sui social.
Quella di rientrare nel perimetro del governo, poi, è stata una scelta che nei sondaggi politici sembra aver fatto perdere terreno al Carroccio rispetto agli alleati di Fratelli d’Italia: un’altra ragione da tenere a mente quando si considera la disfatta del centrodestra.
Infatti i candidati presentati, spesso quasi sempre dei perfetti sconosciuti nelle comunità di cui aspiravano a diventare primi cittadini, sono stati il risultato di un compromesso impossibile tra due forze politiche che, nonostante l’alleanza nella coalizione, al suo interno infiammano la contesa per il primato.
Risultato? Gli unici scenari rilevanti a livello nazionale in cui il centrodestra è riuscito a vincere, tra le amministrative e le regionali in Calabria, si sono affermati candidati politici: di Forza Italia, però. I civici, su cui sono ricadute le nomine nelle città più importanti per non rendere ancora più complicate le tensioni interne al centrodestra, si sono rivelati invece un fallimento.
Insomma, chiaramente, è difficile inquadrare in modo nitido una sola ragione dietro il risultato elettorale. E, altrettanto chiaramente, non è solo il modo in cui è stata affrontata la pandemia ad aver guidato gli elettori nel voto. Ma il quadro che emerge non premia sicuramente le forze politiche che durante la ripartenza si sono distinte per ambiguità e confusione, mettendo spesso al primo posto interessi di parte e calcoli politici invece che pensare agli interessi di tutta la comunità in una fase che continua ad essere delicatissima.
(da Fanpage)
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Ottobre 19th, 2021 Riccardo Fucile
COSA NON HA FUNZIONATO
Erano talmente forti che alla fine hanno perso. E pazienza se Matteo Salvini
riesce a dire solo che “nelle grandi città hanno riconfermato gli uscenti“, mentre “nei comuni più piccoli il centrodestra aumenta di due i sindaci che aveva prima del voto”.
Due sindaci di piccoli centri contro cinque su sei capoluoghi. Certo, è normale che il leader della Lega cerchi di guardare quello che per lui è il bicchiere mezzo pieno, anche se di acqua dentro oggi ce n’è pochissima.
E infatti butta subito la palla sulle tribune vuote, cioè sull’affluenza: “Se uno viene eletto da una minoranza della minoranza è un problema non per un partito, ma per la democrazia”.
Uno scudo, quello della scarsa presenza ai seggi, che viene agitato pure da Giorgia Meloni. La leader di Fdi, come era già successo dopo il primo turno, prova a darsi un tono da leader della coalizione: attacca il centrosinistra, difende i candidati sconfitti, richiama all’ordine gli alleati. “Credo che ci si debba vedere questa settimana: ho già parlato con Berlusconi, lo farò con Salvini”, dice Meloni, che a differenza del capo della Lega, non ha paura di pronunciare la parola “sconfitta”: “Il centrodestra esce sconfitto alle amministrative: non riusciamo a strappare al centrosinistra le grandi città, ma non è una debacle“.
La capa di Fdi sembrava quasi sul punto di fare una mezza autocritica, ma poi prima se la prende col centrosinistra (“Ha trasformato la campagna elettorale in una specie di lotta nel fango“) e poi con l’astensione: “Nessun partito può gioire quando una città come Roma elegge il proprio sindaco con queste cifre: c’è una crisi della democrazia, non della politica”.
Il nodo affluenza: la gente non va a votare (per la destra)
Ora: che la bassa affluenza sia un problema di democrazia sarà pure vero. Ma in molte città – come Torino e Roma – i dati raccontano di come a disertare maggiormente le urne siano stati quei quartieri che al primo turno avevano scelto i candidati di centrodestra.
Ecco perché la poca gente ai seggi sarà anche un problema di democrazia, come dicono Salvini e Meloni, ma lo è soprattutto per la coalizione che mette insieme Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia.
D’altra parte è da più di due anni il centrodestra è sempre considerato largamente avanti in tutti i sondaggi: prima dell’estate la vittoria all’amministrative era considerata ineluttabile. Bisognava solo capire di quanto avrebbe trionfato e chi tra Salvini e Meloni avrebbe preso più voti all’interno della coalizione. Dopo il primo turno si è effettivamente verificato l’atteso sorpasso di Fdi sul Carroccio, seppur con una crescita molto inferiore alle attese. I ballottaggi, invece, fanno incassare un secco 5 a 1 all’asse composto da Pd e M5s, che diventa 8 a 2 se oltre ai capoluoghi di regione si contano quelli di provincia.
Perché il centrodestra ha perso
Salvini ha straperso a Milano, casa sua, senza neanche sfiorare, neppure lontanamente, dal ballottaggio. Giorgia Meloni viene sconfitta nella sua Roma col suo candidato, Enrico Michetti, travolto da Roberto Gualtieri. Ma il centrosinistra vince pure a Torino, altra città che come la Capitale era amministrata dai 5 stelle e dove il centrodestra aveva espresso un candidato considerato molto valido.
Simile la situazione a Napoli, dove l’ex sindaco, Luigi De Magistris, non apparteneva a nessuno dei partiti che sostenevano Gaetano Manfredi. Quindi non è sempre vero che le grandi città hanno confermato gli uscenti. E anche dove questo avviene sono le modalità a certificare l’oggettiva sconfitta della destra.
A Trieste, per dire, hanno sì confermato per la quarta volta Roberto Dipiazza, ma lo stesso Salvini – solo un mese fa – parlava di una vittoria al primo turno del sindaco di centrodestra. Che invece non solo ha dovuto aspettare il ballottaggio, ma si è pure fatto recuperare 16 punti dallo sfidante di centrosinistra. Va poi segnalato che il Pd riesce a tenere città simbolo della Lega e del centrodestra come Varese e Latina: erano già passate a sinistra cinque anni fa, ora confermano quella scelta che all’epoca qualcuno considerà solo un “errore”. E che dire di Cosenza, roccaforte del centrodestra che è passata a sinistra, dopo sole due settimane dalla “promozione” a governatore dell’ex sindaco Roberto Occhiuto
Le candidature al ribasso
La domanda è: come mai il centrodestra è maggioranza netta nei sondaggi e alla fine si trova minoranza nelle città? La risposta, probabilmente, non è una sola. Intanto c’è da considerare l’ovvio: alle comunali si vota spesso considerando la qualità del candidato, senza seguire gli “ordini di scuderia” dei partiti che si scelgono di solito. La prima causa del tracollo, a destra, è dunque da ricercare nei nomi messi in campo nelle grandi città. Dopo una serie di veti incrociati, e vista l’indisponibilità di molti dirigenti a correre alle comunali, alla fine si è optato per candidature al ribasso.
Sono i dati a dirlo: nella Milano di Salvini e Berlusconi, Bernardo era un candidato che – come hanno mostrato i dialoghi carpiti dall’inchiesta di Fanpage – non piaceva neanche ai colonnelli che avrebbero dovuto farlo votare.
A Roma, Enrico Michetti era stato praticamente scaricato da tre quarti della coalizione già al primo turno: da Forza Italia, con Silvio Berlusconi che non lo ha quasi mai nominato, a Giancarlo Giorgetti che ha dichiarato esplicitamente di aver preferito Guido Bertolaso.
D’altra parte Michetti era l’uomo che Meloni ha definito “il mister Wolf giusto per Roma“: il fatto che sia riuscito a prendere solo 35mila voti in più rispetto al primo turno (il saldo di Gualtieri è positivo di 257mila preferenze) è un flop che Lega e Forza Italia addebitano tutto a Fratelli d’Italia. Così come Fdi – ma pure Berlusconi – aveva fatto passare come figli del Carroccio i tonfi di Milano e Napoli.
Il dualismo
E qui si scorge un’altra possibile risposta alla domanda sul flop del centrodestra: le continue liti tra i due aspiranti leader della coalizione. Tutta la campagna elettorale è stata costellata da attriti tra Meloni e Salvini. Tra ritardi della prima e fughe del secondo, incontri riparatori con sorrisi smaglianti a favore di selfie, il dibattito era tutto orientato su chi alla fine sarebbe riuscito a prendere un voto più dell’altro.
Una situazione che ha oggettivamente danneggiato la coalizione, influenzando soprattutto Salvini. A capo di una forza che sostiene il governo di Mario Draghi, il leader della Lega mostra da mesi di essere a disagio. Anche perché mentre lui dovrebbe comportarsi da leader di maggioranza, Meloni invece ha le mani libere per bersagliare il governo. E vedere crescere il suo partito nei sondaggi. Una situazione dalla quale Salvini non riesce a uscire. Anche perché quando ha inseguito Fdi su temi delicati come l’obbligo di Green pass e i vaccini ha seriamente rischiato di spaccare il suo partito.
La linea incerta su vaccini e Green pass
Senza considerare che l’incerta linea sul passaporto verde non sembra promettere bene a livello elettorale. E infatti, secondo i retroscena, l’accusa che Berlusconi fa agli altri due leader è proprio quella di aver spinto sui temi invisi all’elettorato moderato. Sono i numeri a dirlo: tutti i sondaggi raccontano di come la stragrande maggioranza della popolazione sia favorevole all’obbligo al Green pass, mentre sono più di 46 i milioni di italiani che hanno fatto almeno una dose di vaccino anti Covid.
Si tratta dell’85 percento della popolazione che statisticamente sceglierebbe principalmente i partiti di centrodestra, come indicato dalle rilevazioni elettorali degli ultimi due anni.
Tutta gente che probabilmente ha altre urgenze – il lavoro, la sanità, le tasse – e si è probabilmente sentita poco rappresentata dalle ultime settimane di polemica sul passaporto verde. E dunque alla fine ha evitato di uscire da casa per andare a votare al ballottaggio. È quello che sembra essere successo a Torino con Damilano, indicato da molti come il candidato più spendibile tra quelli presentati dalla destra a questa tornata: dato in vantaggio da tutti i sondaggi della vigilia, a sorpresa è arrivato al ballottaggio da secondo classificato.
Al secondo turno ha addirittura incassato ottomila voti in meno rispetto a 15 giorni fa. A guardare i dati sull’affluenza chi l’ha scelto al primo turno al secondo non ha cambiato candidato: è rimasto a casa. Segno che forse non è sempre colpa della qualità dei candidati: a volte pesa pure quella dei leader.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Ottobre 19th, 2021 Riccardo Fucile
IL GOVERNATORE ACCUSA LA LEGA: “SIETE VOI A PERDERE CONSENSI”
Nella città ligure il candidato di centrodestra Angelo Schirru ha perso di 25 punti. “L’eccessivo protagonismo di Cambiamo! ha portato a una gestione poco efficace della campagna elettorale”, dettano alle agenzie non meglio specificate “fonti della Lega”.
Il governatore replica a brutto muso: “Devono lavorare per trovare la sintonia con gli elettori”.
Da un lato l’accusa di “eccessivo protagonismo“, dall’altro la punzecchiatura sui voti persi. Volano scintille tra la Lega e Giovanni Toti dopo la débâcle di Savona, dove il candidato del centrodestra Angelo Schirru ha perso con ben 25 punti di distacco (62,2% a 37,7%) dal rivale Marco Russo.
La città ligure torna così amministrata dal centrosinistra dopo il quinquennio di Ilaria Caprioglio, l’ex modella che nel 2016 la strappò a sorpresa al Pd. E a farne le spese (mediatiche) è il presidente della Regione, che più di tutti si è speso con volto e simbolo per la candidatura di Schirru, chirurgo che però durante la campagna non è mai riuscito a scaldare l’elettorato.
La rumorosa sconfitta solleva la polvere da sotto il tappeto: “Si vince e si perde tutti insieme. L’eccessivo protagonismo di Cambiamo! (la lista del governatore, ndr) mostrato per la prima volta alle elezioni comunali di Savona, ha portato a una gestione poco efficace della campagna elettorale”, dettano alle agenzie non meglio specificate “fonti della Lega”. Che chiudono: “Auspichiamo che Toti torni a fare il federatore per puntare ancora una volta alla vittoria nelle sfide che ci attendono nei prossimi mesi”.
Un attacco frontale che il capo della giunta non può lasciarsi scivolare addosso. “Direi che le liste civiche espressione del territorio, della pragmaticità e del governo della Liguria, hanno avuto una tenuta elettorale a Savona sostanzialmente non scontata, mentre altri partiti devono lavorare per trovare una sintonia con gli elettori e fanno fatica a trovarla”, replica a brutto muso. Ricordando che “Cambiamo! (in realtà il simbolo era “Toti per Savona”, ndr) è la prima lista (del centrodestra, ndr), la lista Schirru ha ottenuto un ottimo successo, altri partiti hanno perso voti“.
Il riferimento è proprio alla Lega, scesa dai 3.421 voti con l’11,8% di cinque anni fa (quando ancora si chiamava Lega Nord) ai 2.444 e 10,3% di oggi.
(da agenzie)
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