Destra di Popolo.net

CALENDA E RENZI HANNO LASCIATO IL PD MA CONTINUANO A ESSERE OSSESSIONATI DAI DEM

Ottobre 5th, 2021 Riccardo Fucile

IL PD FA SCHIFO, IL M5S PURE, IL CENTRODESTRA QUASI, LA LORO PRESUNZIONE STA STANCANDO: SI ALLEINO CON CHI GLI PARE

La giornata successiva alle elezioni amministrative è una babele di vincitori che si esercitano in acrobatici ragionamenti per convincerci che hanno vinto. Accade sempre così, vincono tutti, vincono quelli che hanno vinto sul serio e vincono perfino quelli che fino a qualche ora fa ci avevano promesso che avrebbero “asfaltato tutti” e ora se ne stanno con le loro risibili percentuali a battersi le pacche sulle spalle.
Quelli che vincono sempre e che è sempre merito loro sono ovviamente gli adepti di Italia Viva (che è una cosa ben diversa dai stimabilissimi elettori del partito) che riescono addirittura a gonfiare il petto dopo un’elezione in cui il presidente del partito Ettore Rosato rivendica l’elezione del sindaco di Terzorio, unico candidato ovviamente eletto con il 100% dei voti che sono 124 in tutto.
In realtà Rosato si è dimenticato di dire che con il 70% dei voti è stato eletto anche il loro sindaco di Garda Davide Bendinelli ma avrebbe dovuto anche raccontarci che il loro sindaco è uno dei tanti prodotti di “Forza Italia Viva”, ex berlusconiani fulminati sulla strada di Renzi e dalle loro parti, si sa, insistono per sembrare di centrosinistra.
Stessa cosa accade per Calenda che incassa un ottimo risultato a Roma ma come al solito non riesce a trattenere il suo machismo politico: confronta i risultati della sua unica lista che lo sosteneva come candidato sindaco con quello del PD che era solo una delle tante liste a sostegno di Gualtieri (che è un po’ come fare la somma dei litri con i chili), confessa di avere preso voti da destra e da sinistra ma vorrebbe essere il federatore del centrosinistra (con la solita presunzione di essere lo spin doctor di tutto l’arco parlamentare) e poi finge di avere fatto una campagna elettorale “senza appoggi e senza media” (fa già ridere così).
Il punto sostanziale però rimane sempre l’ossessione di Renzi e di Calenda per il PD. I calendiani e i renziani più agguerriti addirittura si spingono ad accusare il Partito Democratico di non avere appoggiato Calenda: “se avessero sostenuto lui sarebbe già sindaco” scrivono con il solito vizio di sommare le percentuali com se fosse un travaso di liquidi (come se gli elettori di entrambi non ragionassero ma barrassero semplicemente un nome).
A nessuno viene il dubbio che Calenda (come Renzi) sia lo stesso che ha deciso di lasciare il PD (dopo essere stato comodamente “creato” politicamente dal PD) sbattendo la porta e urlacciando le peggio cose, scappando come se fossero degli appestati e poi costruendo tutta sua campagna elettorale a demonizzare i suoi ex compagni di partito (mentre nel frattempo normalizzava i singulti fascisti che arrivavano da destra).
Qui siamo al capolavoro della presunzione: lasciano il proprio partito e pretendono di essere amati ancora, accusando i democratici di essere troppo scarsi per poter essere amati a lungo e incolpandoli della fine della relazione. Il ragionamento è piuttosto contorto ma viene riproposto in ogni dove: Renzi e Calenda ripetono ossessivamente che il PD fa schifo e indicano come unica possibilità di salvezza del PD il cominciare a fare esattamente quello che vorrebbero loro. Non è un po’ infantile come ragionamento politico, sinceramente?
Il fatto è che in politica le situazioni assumono contorni diversi in base a come vengono raccontate: Calenda, per dire, ha vinto di pochissimo su Virginia Raggi (che avrebbe dovuto essere la sindaca più catastrofica della storia di Roma, proprio secondo la narrazione di Renzi e Calenda) e ha preso qualche voto in più del precedente “candidato civico” Alfio Marchini (ve lo ricordate? Ecco, ricordatevelo, per avere un po’ il senso delle proporzioni).
Che in Italia ci sia uno spazio per i liberali e che i liberali in Italia possano trovare un degno leader in Calenda (per molti aspetti molto più presentabile di Renzi che infatti ha capito benissimo l’aria che tira dopo queste amministrative) è sicuramente un buona notizia.
Ma che Calenda e compagnia cantante vogliano convincere che il liberismo sia la salvezza dell’umanità è qualcosa che lascia più che perplessi.
(da TPI)

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CONTE CERCA UN MODO NON MOLTO ESPLICITO PER APPOGGIARE GUALTIERI

Ottobre 5th, 2021 Riccardo Fucile

RAGGI CONTRARIA, CONTE MEDIA

Arriverà l’endorsement, non si sa dove, non si sa come, non si sa quando ma arriverà. Giuseppe Conte è persuaso che la scelta giusta sia favorire la vittoria a Roma di Roberto Gualtieri, a Torino la partita è più complicata, ma a Roma la si deve giocare tutta.
Per la rilevanza politica nazionale e la possibilità di infliggere un duro colpo al fronte sovranista, per la figura del candidato, ministro del secondo governo dell’ex premier, per la prospettiva nazionale di alleanza con il Pd. Ma anche quella del Campidoglio non è una vicenda semplice.
Virginia Raggi è inamovibile nella sua contrarietà, la diplomazia del capo politico si è già messa in moto per un’opera di moral suasion, l’esito è incertissimo.
Per questo nell’entourage di Conte si tende a scartare per il momento la scelta di un’investitura ufficiale. No a un apparentamento, niente palco condiviso con il candidato sindaco e con l’alleato Enrico Letta. La formula sarà più sfumata, un post, una dichiarazione, una semplice risposta alla domanda se preferisca Gualtieri o Enrico Michetti.
E d’altronde oggi Conte un po’ l’ha detto, che è un tema di cui si discuterà, escludendo però categoricamente un appoggio alla destra. “Su Gualtieri ci ragioneremo”, ha spiegato prudente subito prima di sbilanciarsi: “È un ministro che ha lavorato con me, c’è da tenere in conto un’esperienza passata al governo in modo positivo, sicuramente è una persona di valore”.
Il dado è tratto ma rimane in tasca. Mentre a Torino il sostegno a Stefano Lo Russo, firmatario di alcune delle denunce che hanno portato in tribunale Chiara Appendino, è probabilmente da escludersi per l’opposizione di tutto il partito torinese nella capitale la situazione è più complessa.
Anzitutto perché non scegliere tra Gualtieri e Michetti avrebbe un’eco nazionale non indifferente, e potrebbe compromettere l’appoggio degli alleati. Ma anche perché rimane ferma l’opposizione della prima cittadina uscente a questa ipotesi. “Virginia non darà mai il via libera al centrosinistra dopo come l’hanno trattata in questi cinque anni”, dice chi le sta vicino. Con questa sinistra mai, è il ragionamento che la sindaca affida ai suoi, che nel discorso della sconfitta ha condito con un “i cittadini non sono mandrie da portare al pascolo”, chiaro riferimento a chi spinge per un endorsement.
“Conte sta già provando a convincere Raggi – racconta una fonte del partito romano – e secondo me la prossima settimana potrebbe sbilanciarsi per Gualtieri”. Il timore è quello di un contro canto della sindaca, che dilanierebbe ancor più il partito romano. “Conte non ha paura che intacchi la sua leadership – continua il dirigente M5s – ma lui è così, non vuole strappi violenti, cercherà fino all’ultimo una mediazione”.
Il tam-tam 5 stelle spinge su un sicuro coinvolgimento di Raggi nella struttura del partito, anche se l’elezione nel Comitato di garanzia è un problema per chi la vorrebbe in un incarico più operativo, un modo per riassorbire quella che comunque è stata una personalità molto in vista dei pentastellati e che fra due settimane rimarrà appiedata.
Nel Pd si osserva interessati quel che succede.
La convinzione è quella che un’indicazione di Conte sia importante ma non decisiva, la sicurezza è quella che se Raggi continuasse a non schierarsi sarebbe meglio. Un parlamentare romano ragiona: “Non so nemmeno quanto ci convenga, potrebbe avere un effetto opposto a quello desiderato”. Per gli alleati Dem l’era di Virginia è già archiviata.
(da Huffingtonpost)

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DELEGA FISCALE, DIETRO LO STRAPPO DI SALVINI LA PAURA DI PERDERE ANCORA

Ottobre 5th, 2021 Riccardo Fucile

ALZA IL TIRO SUL FISCO, PROTESTANDO SUL RITARDO PRESUNTO DEL TESTO DEL GOVERNO, DRAGHI GELIDO

Penalizzato più di FdI dall’astensionismo nelle urne e assediato dall’ala governista del suo partito, Matteo Salvini si sente prigioniero della ragnatela che egli stesso ha tessuto.
Ha di fronte due settimane decisive per la battaglia dei ballottaggi, sul collo il fiato di Giorgia Meloni che invoca ranghi serrati e Silvio Berlusconi che incombe.
Strappa: ordina al suo Garavaglia di lasciare la cabina di regia e disertare il consiglio dei ministri che vara (comunque) la delega fiscale con l’ipotesi di riforma del catasto. Difficile non leggere la mossa come reazione al tracollo delle comunali
E’ un déja-vu di aprile, quando i tre ministri leghisti si astennero sul decreto riaperture e coprifuoco Covid suscitando l’ira di Draghi.
Per la prima volta, però, oggetto delle critiche è direttamente il premier, il suo operato e il suo “metodo”. Il Capitano alza il tiro. Si erge a difensore dei tartassati dalle imposte, per quanto Draghi garantisca che “nessuno pagherà di più”
Il leader leghista lascia cadere lì che del premier “si fida” ma tra sei mesi o un anno – chissà – potrebbe esserci qualcun altro a Palazzo Chigi. Sarà casuale, ma la deadline non è la scadenza naturale della legislatura.
Silenzio ufficiale di ministri e sottosegretari. Non sarebbe comunque il momento di distinguo. E c’è un problema di metodo: “Non possiamo avere alle 13,30 un testo da varare alle 14, in mezz’ora. Non è l’oroscopo” protesta Salvini.
Draghi ha reagito gelido, tirando dritto: “Salvini spiegherà i suoi motivi”. L’interessato, centrato l’obiettivo di visibilità, minimizza: “Strappo? No, serve un chiarimento”. I titoli di giornali e tg sterzano, l’autocritica alle comunali, la débacle di Milano passa in secondo piano.
“Se Salvini uscisse farebbe un favore doppio – ragiona un forzista di rito draghiano – A noi e ai centristi perché ci consegnerebbe il voto dei moderati. E a FdI che potrebbe dire: avevamo ragione sin dall’inizio”. Ecco perché pochi scommettono sulla rottura. Il capogruppo alla Camera Molinari lo dice apertamente: “Stiamo al governo, ma vogliamo incidere di più. Nell’esecutivo gialloverde i voti erano cresciuti, non calati. Dobbiamo essere più visibili”. Alzare la voce. Farci sentire. Crescere, insomma, ma in fretta.
Il Pd non si lascia sfuggire l’occasione di alzare a sua volta la temperatura: le regole del ballottaggio valgono per tutti. Né è un mistero che azzurri e Dem metterebbero la firma su una “maggioranza Ursula”.
Letta convoca la war room al Nazareno: “Gravissimo, Draghi vada avanti” tambureggia. Alla Lega fa gioco. Il partito, in apparenza, fa quadrato intorno al Capitano. Non è il momento di aprire processi.
Ma comunque vada, il 18 ottobre segnerà l’apertura del congresso di fatto della Lega: “Cosa succederà? Niente fino a febbraio – pronostica un leghista lombardo di rito giorgettiano – Serve tempo per lanciare l’operazione centrista”.
(da Huffingtonpost)

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IL CONSIGLIO DEI MINISTRI APPROVA LA DELEGA FISCALE, LA LEGA NON PARTECIPA, DRAGHI VA AVANTI LO STESSO: “NESSUNO PAGHERA’ DI PIU'”

Ottobre 5th, 2021 Riccardo Fucile

“UNO DEGLI OBIETTIVI E’ IL CONTRASTO ALL’EVASIONE FISCALE”… E COME POTEVA LA LEGA ESSERE A FAVORE?

La Lega chiede tempo per analizzare i contenuti della delega fiscale, lascia la cabina di regia e non prende parte al Cdm, che però approva lo stesso.
Il partito di Matteo Salvini chiede di togliere la revisione degli estimi catastali
“Per noi – spiega un ‘big’ del partito di via Bellerio – questa riforma è invotabile”.
Lo strappo leghista riguarda anche una questione di metodo, perché la Lega lamenta di aver ricevuto il testo della delega un’ora prima che iniziasse la cabina di regia che ha preceduto il consiglio dei ministri: non si possono ricevere le carte solo all’ultimo, “non è serio”, è il ragionamento, votare “sulla fiducia”, senza avere avuto modo di leggere i testi.
Sull’assenza leghista in Cdm Lega, Draghi dice che le motivazioni “ce le spiegherà l’onorevole Salvini oggi o domani. Noi avevamo dato informazione sufficiente a valutare questa legge delega, che è una scatola che si ispira a certi principi che ritengo condivisi anche dalla Lega”. Il premier riconosce che “ci sono diversità di governo”, ma chiarisce che “l’azione di governo non è stata interotta, è andata avanti. Certamente è un gesto serio, su quali siano le sue implicazioni bisognerà aspettare di capire cosa dirà la Lega stessa”.
“Vorrei puntualizzare una cosa” dice Mario Draghi in conferenza stampa, ”è una legge delega molto generale che poi andrà riempita dai contenuti nei decreti delegati. Ci saranno ulteriori momenti di confronto nei vari consigli dei ministri che li discuteranno e la stessa legge delega sarà oggetto di confronto in Parlamento. Non è l’ultima parola sul fisco, il processo non è così semplice e richiederà”, ha sottolineato.
Altro messaggio del premier sulla revisione del catasto. “Non è una revisione del Catasto ma una riformulazione, il governo si impegna ad accatastare tutto quello che non è accatastato, terreni, abitazioni, e procede a una revisione delle rendite catastali adeguandole alle rendite di mercato. Il Governo si impegna che nessuno pagherà di più o di meno, le rendite restano invariate. Non cambia assolutamente l’imposizione fiscale sulle case e sui terreni” ha spiegato ancora, è “un’operazione di trasparenza per cui ci vorranno cinque anni”.
Sulla riforma del catasto ci sono due strade completamente diverse: “la prima è costruire una base di informazioni adeguata, la seconda è decidere se cambiare le tasse e questa decisione oggi non la abbiamo fatta”. Insomma, sulle rendite “ci sono accertamenti in questo periodo e solo nel 2026 se ne riparlerà”.
Nel complesso, dice ancora Draghi, “il sistema a cui si mira non intende aumentare il gettito complessivo ma diminuirlo, perché oggi è fuori linea rispetto agli altri Paesi”.
Il ministro dell’Economia, Daniele Franco, ha detto che la riforma ”è un’opportunità verso un sistema che sia più efficiente e meno distorsivo”; i pilastri della struttura fiscale come Irpef e Iva resteranno “ma verranno riconsiderati”.
Uno degli obiettivi della delega fiscale è il “contrasto all’evasione e all’elusione fiscale. È un problema non nuovo in Italia” ha detto Franco, al termine del cdm spiegando che la differenza tra gettito teorico e gettito effettivo “si stima sia di circa 100 miliardi”. “Il contenimento è misura necessaria per ridurre le aliquote e avere una distribuzione del carico più favorevole alla crescita economica”.
(da agenzie)

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FORZA ITALIA: “NO ALL’IPOTESI DELLA MELONI PER VOTARE DRAGHI AL QUIRINALE”

Ottobre 5th, 2021 Riccardo Fucile

CENTRODESTRA DIVISO SU TUTTO

Che il risultato elettorale abbia segnato una ferita profonda nel centrodestra è un dato di fatto. Ma all’indomani del conteggio dei voti delle consultazioni amministrative, la coalizione affronta nervosamente la questione di chi sarà il successore di Mattarella alla guida del Quirinale.
L’apertura di Giorgia Meloni al Pd sull’ipotesi di Mario Draghi come nome papabile per il Colle non piace a Forza Italia, da sempre decisa a votare, in prima istanza, il suo leader Silvio Berlusconi.
Da Forza Italia, infatti, viene fatto trapelare che “non c’è nessun accordo nel centrodestra sull’ipotesi, avanzata da Giorgia Meloni, che Mario Draghi diventi il prossimo presidente della Repubblica e che quindi si torni al voto subito”.
Parole che, come riferiscono fonti del partito del Cavaliere, testimoniano un certo “stupore” per la posizione della leader di FdI, decisamente “non concordata all’interno della coalizione”.
Forza Italia fa inolte notare che recentemente Silvio Berlusconi ha ribadito “che Draghi dovrebbe restare al governo fino a fine legislatura e che nel partito nessuno lo ha mai indicato al Quirinale”.
(da agenzie)

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DIFFAMO’ LA RAGGI, NIENTE CARCERE PER FELTRI, SE LA CAVA CON UNA MULTA DI 11.000 EURO E RISARCIMENTO IN SEDE CIVILE

Ottobre 5th, 2021 Riccardo Fucile

LA PROCURA AVEVA CHIESTO LA CONDANNA A 3 ANNI E 4 MESI DI RECLUSIONE

La terza sezione penale del Tribunale monocratico di Catania ha condannato a una multa di 11mila euro per diffamazione il giornalista Vittorio Feltri per il suo articolo sulla prima pagina di Libero del 10 febbraio 2017 dal titolo “Patata bollente” sulla sindaca di Roma, Virginia Raggi.
Il giudice ha stabilito un risarcimento danni da stabilire in sede civile, fissando una provvisionale di 5.000 euro, il pagamento delle spese legali e la pubblicazione della sentenza sui maggiori quotidiani nazionali.
Con Feltri era a processo, per omesso controllo, anche il direttore responsabile del quotidiano Pietro Senaldi, condannato con una multa di 5.000 euro pena sospesa. La Procura aveva chiesto la condanna a tre anni e quattro mesi di reclusione per Feltri e a otto mesi per Senaldi. La competenza del caso è radicata Catania perché è la città in cui è stata stampata per prima la copia del quotidiano.
Feltri era stato rinviato a giudizio, dopo la querela di Virginia Raggi che nel processo si è costituita parte civile, in qualità di «direttore editoriale e di autore del pezzo», per avere «offeso la reputazione di Virginia Raggi» con l’articolo in prima pagina, ricorda il giudice, dal «titolo “Patata bollente” preceduto dal sopratitolo “La vita agrodolce della Raggi” e seguito dal catenaccio “La sindaca di Roma nell’occhio del ciclone per le sue vicende comunali e personali. La sua storia ricorda l’epopea di Berlusconi con le Olgettine, che finì malissimo”».
Il pezzo fu anche ripreso sul sito libero.it e sulla pagina Facebook e sul profilo Twitter del quotidiano. Senaldi era stato rinviato a giudizio per «avere omesso di esercitare» sull’articolo, «il controllo necessario ad impedire che con esso venisse offeso la reputazione» di Virginia Raggi.
(da agenzie)

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INCHIESTA LOBBY NERA DI FDI, INDAGATI CARLO FIDANZA E ROBERTO JONGHI LAVARINI

Ottobre 5th, 2021 Riccardo Fucile

PERQUISITA L’ABITAZIONE E L’UFFICIO MILANESE DEL BARONE NERO DOPO L’INCHIESTA DI FANPAGE

Carlo Fidanza, eurodeputato di Fratelli d’Italia, e Roberto Jonghi Lavarini, noto come il ‘Barone nero’ sono indagati per le ipotesi di finanziamento illecito e riciclaggio nell’indagine milanese nata dall’inchiesta giornalistica realizzata da Fanpage su presunti fondi neri per finanziare la campagna elettorale di FdI a Milano.
Il nucleo di polizia economico-finanziaria della GdF, su delega della procura di Milano, ha perquisito l’abitazione ma anche altri luoghi nella disponibilità di Jonghi Lavarini, sequestrando materiale informatico.
Non perquisita, visto il suo ruolo istituzionale, l’abitazione di Fidanza che si è autosospeso dal suo partito dopo la messa in onda della prima puntata dell’inchiesta, sulla base della quale i pm Piero Basilone e Giovanni Polizzi, coordinati dal procuratore aggiunto Maurizio Romanelli, hanno aperto un fascicolo d’indagine con le ipotesi di reato di finanziamento illecito e riciclaggio. Al momento non risultano altri indagati.
(da agenzie)

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BALLOTTAGGI, SECONDO PREGLIASCO E D’ALIMONTE FAVORITI GUALTIERI A ROMA E LO RUSSO A TORINO

Ottobre 5th, 2021 Riccardo Fucile

I DUE ESPERTI POLITOLOGI: “IL CENTROSINISTRA HA PIU’ CAPACITA’ DI MOBILITARE IL PROPRIO ELETTORATO E I DUE LORO CANDIDATI HANNO MAGGIORI MARGINI DI CRESCITA”

I ballottaggi a Roma e Torino, le due città un tempo simbolo dell’exploit del Movimento 5 Stelle? «Andranno al centrosinistra. A Roma vince Roberto Gualtieri di sicuro». Non ha dubbi Roberto D’Alimonte, politologo ed esperto di sistemi elettorali. «Giorgia Meloni non sarà contenta di queste mia parole e di questa certezza, ma per la Capitale posso usare l’indicativo», dice il professore a Open.
Anche se Roberto Gualtieri, il dem in lizza per la corsa al Campidoglio, «non è un candidato di grande fascino, secondo me con Michetti non avrà problemi».
Il giorno dopo la tornata elettorale è, ovviamente, quello delle analisi e dei pronostici per il futuro. E se in alcune città italiane, Milano inclusa, la sfida si è risolta senza grandi discussioni, due delle tre capitali d’Italia che andavano al voto il 3 e 4 ottobre dovranno affrontare il ballottaggio.
Scontato a Roma, dice il professor D’Alimonte, più incerta a Torino. «Non mi sbilancio come su Roma», spiega l’esperto, ma il fatto che il candidato del centrosinistra, Stefano Lo Russo, abbia superato il 43% «e sia davanti al suo sfidante è un fatto positivo per lui».
Anche perché in questo caso il nome del centrodestra, a differenza di quanto accade a Roma, prosegue l’esperto, «è quello di un candidato forte. Se devo fare una previsione dico che anche a Torino è più probabile che vinca Lo Russo rispetto a Paolo Damilano».
Le incognite
I candidati del centrodestra – Enrico Michetti, avvocato, professore di Diritto degli enti locali all’Università di Cassino e conoscitore della vita amministrativa della Capitale, e Paolo Damilano, imprenditore e produttore di Barolo, a Torino – sono al momento, per loro storia, ancora un’incognita politica. «Dovranno cercare di tenere insieme quella che possiamo definire una coalizione di voti per arrivare al 50% +1», dice Lorenzo Pregliasco, docente all’Università di Bologna e fondatore di YouTrend. Per Torino «questo significa confermare i segnali buoni arrivati per Damilano dalle aree centrali». Dall’analisi delle mappe del voto in città, il candidato del centrodestra – rispetto allo storico della sua coalizione negli ultimi anni – «è andato molto bene in centro e in altre zone benestanti: quindi è un’operazione che ha convinto quel pezzo di città».
Per Pregliasco quello che a Damilano è mancato «è stato il traino dei partiti nelle periferie». Manco a dirlo, il traino di Fratelli d’Italia e della Lega che non sembrano aver convinto tutti i potenziali elettori ad andare a votare.
«Ora avrebbe bisogno di tenere dentro il buon risultato personale nel centro e una mobilitazione nelle aree più esterne della città». Mobilitazione che però, se non c’è stata al primo turno, sarà molto difficile vedere al secondo. Anche perché, nota ancora Pregliasco, il candidato del centrosinistra Lo Russo «ha sulla carta più margini di crescita, visto che sono rimasti fuori dal ballottaggio diversi candidati della sinistra radicale».
Dove vanno i grillini?
A Torino la candidata dei 5s, Valentina Sganga, è fuori dai giochi. «Una parte dei suoi elettori è probabile che confluisca su Lo Russo, anche se non è il più amato esponente del Pd dal M5s a Torino», prosegue Pregliasco. I ballottaggi del capoluogo piemontese e di Roma assumono un valore simbolico per la galassia grillina. «Anche perché cinque anni fa erano le due città dove il Movimento era arrivato al ballottaggio e aveva poi stravinto», ragiona il fondatore di YouTrend.« Sicuramente a Roma è più facile valutare il “dato” Raggi, giacché è rimasta lei la candidata», mentre per Torino, come noto, Chiara Appendino non si è ricandidata, «quindi la sua “eredità politica” è un po’ più difficile da misurare».
Centro contro periferia
A Roma il centrodestra cercherà la conferma nelle zone dove ha raggiunto dei buoni risultati nel primo turno – sostanzialmente periferie e aree più esterne, prosegue Pregliasco. «Dovrà cercare evidentemente di prendere un bel pezzo di voti sia del Movimento che di Carlo Calenda», che si è piazzato terzo con il 19,82%. Non è semplice, «perché i due elettorati sono quasi opposti anche socialmente». L’operazione Calenda in periferia «è stata un fallimento, come peraltro prevedibile, al di fuori della bolla mediatica, politica e di Twitter. Era evidente che la sfida per l’ex ministro fosse molto in salita nelle zone periferiche, e questo è stato confermato in pieno dai dati».
Il dem Gualtieri, che pure è leggermente più indietro al primo turno, dal canto suo ha sulla carta per Pregliasco «più margini di crescita». Sul candidato del centrosinistra, per D’Alimonte, «confluirà più il voto di Calenda rispetto a quello dei 5 stelle». «Ci sarà un astensionismo elevato, ma saranno di più quelli che andranno a votare per Gualtieri che quelli che andranno a votare per Michetti», spiega il professore. «Una buona fetta dell’elettorato di Calenda voterà Gualtieri», mentre quanti elettori dell’ormai ex sindaca Virginia Raggi voteranno il candidato dem al ballottaggio «è una open question: tanti per me si asterranno ma alla fine ci sarà qualche elettore in più per il PD».
Ballottaggio «elezione a sè»
C’è anche un tema di affluenze, avvertono gli esperti: sia a Torino sia a Roma, «in molti quartieri dove nel 2016 i Cinque stelle avevano costruito il loro successo – aree mediamente difficili a livello sociale ed economico – stavolta sono andati a votare molto meno», dice Pregliasco. Quel voto che si era canalizzato sul movimento fondato da Beppe Grillo oggi si è in parte spostato sul centrodestra. Il resto è andato in astensione. E i ballottaggi sono elezioni a sè, avvertono Pregliasco e D’Alimonte. «Non è che si contano anche le schede del primo turno», chiosa il fondatore di YouTrend. «Gli elettori scelgono da zero». E l’affluenza quasi certamente non migliorerà, anzi: «è molto raro che salga tra il primo e il secondo turno: a parte nel 2011 a Milano, all’epoca di Giuliano Pisapia, storicamente è molto probabile che scenda rispetto al primo turno. E andare sotto al 48% sarebbe ancora più desolante».
Mentre «bene ha fatto» Matteo Salvini a fare mea culpa sulla scelta dei candidati della coalizione di centrodestra, troppo tardi e tranne che nel caso di Torino, «neppure i nomi più azzeccati», per D’Alimonte c’è «anche un altro fattore: il centrosinistra ha tendenzialmente più capacità di mobilitazione, di portare al voto i suoi elettori ». Il ballottaggio «è un’elezione completamente diversa, e la sfida è portare al voto i tuoi elettori. Questa è la prima regola per vincere: se non porti al voto i tuoi elettori sei finito. Storicamente sappiamo che il centrosinistra ha maggiori capacità di mobilitazione al secondo turno rispetto al centrodestra».
(da Open)

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IL VOTO DELLE COMUNALI PREMIA PD E FDI E CAMBIA I RAPPORTI DI FORZA NELLE COALIZIONI

Ottobre 5th, 2021 Riccardo Fucile

L’ESAME DEI DATI DISEGNA UNA NUOVA REALTA’

Non guardate solo il dato delle coalizioni: guardate i rapporti di forza nelle coalizioni. Fino ad oggi i protagonisti del duello amministrative erano Beppe Grillo (e le sue candidate vincenti nelle grandi città, Virginia Raggi e Chiara Appendino) e Matteo Salvini (che in questi anni ha conquistato tutte le grandi regioni del nord al centrodestra con i suoi governatori, da Luca Zaia ad Attilio Fontana).
Da ieri, invece, i due partiti-cardine della coalizione si reggono su Enrico Letta e su Giorgia Meloni, ovvero sul ruolo cardine di Partito Democratico e Fratelli d’Italia.
Ecco perché bisogna leggere questi dati con molta attenzione. Fare la tara delle liste civiche, della dispersione, dell’astensionismo.
Ma il primo segnale che si stacca dalla contabilità spiccia è la crescita (o il recupero) di questi due partiti nello spazio breve di una legislatura, il ribaltamento nei rapporti di forza che impongono alle rispettive coalizioni.
Prendete ad esempio Fratelli d’Italia nel passaggio tra le europee scorse e queste amministrative: a Milano Fdi era al 5.2% oggi è al 10%. A Torino Fdi era al 5,5% oggi arriva anche lì al 10% (quasi decuplicando i suoi consensi rispetto alle comunali precedenti, in cui era all’1,5%).
A Roma, nella sua roccaforte la Meloni era all’8% oggi supera il 17% (e la lista Michetti, che pesca molto nel suo elettorato è al 2,5%). A Napoli, dove il partito è andato meno bene, Fratelli d’Italia era all’4,9% oggi é al 4,4% (ma alle comunali precedenti era all’1,5%). A Bologna la Meloni era già arrivata al 9%, adesso, dato sorprendente in una città rossa, è al 12%.
La Lega in questo stesso lasso di tempo ha fatto un percorso esattamente inverso: alle europee 2019 a Torino era al 26.9% oggi è al 10.2%. A Milano (nella sua capitale) era al 27.4% oggi è al 10.8%. A Roma era al 25.8% oggi è al 5.9%.
Dati che proiettati sulla scena nazionale ridimensionano bruscamente le ambizioni del Carroccio.
Un fenomeno speculare ed opposto è quello che si registra tra M5s (che ancora non beneficia a livello elettorale della cura di Giuseppe Conte), con il recupero per il partito di Letta. Ma a Bologna e a Napoli la cosiddetta “coalizione vasta” diventa potenzialmente vincente (per la prima volta) anche in vista delle politiche.
Ed è andato molto bene (leggi come) anche l’esperimento pilota di Roma, dove per la prima volta in una voto politico il M5s ha fatto desistenza con un candidato del Pd. Nel centrodestra, però, quei numeri pesano il doppio, perché per una regola interna della coalizione chi arriva primo ottiene la leadership. Ecco perché questo voto è così importante: perché decide chi da le carte in vista delle politiche. Dove le candidature si fanno collegio per collegio, e a turno unico.
(da TPI)

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