Destra di Popolo.net

DESTRA DI POPOLO : CI PRENDIAMO QUALCHE GIORNO DI PAUSA

Ottobre 25th, 2021 Riccardo Fucile

CI RIVEDIAMO LUNEDI’ 1 NOVEMBRE

Come avevamo da tempo programmato, ci prendiamo una breve pausa di sei giorni: Il blog riprenderà regolarmente le pubblicazioni lunedi 1 Novembre.
Approfittiamo di un periodo relativamente “tranquillo” per le vicende politiche del nostro Paese per “disintossicarci” per qualche giorno.
Un grazie alle centinaia di amici, comunque la pensino, che ogni giorno visitano il nostro sito, anche dall’estero, gratificandoci del loro interesse.
Essere da oltre 14 anni tra i primi blog di area in Italia, basando la nostra attività solo sul volontariato , con un impegno di aggiornamento costante delle notizie (20 articoli al giorno dal mattino a tarda sera, festivi compresi) è una sfida unica nel panorama nazionale che testimonia che non siete in pochi a pensarla come noi.
Orgogliosi di rappresentare una destra diversa, popolare, sociale, nazionale, antirazzista, solidale, legalitaria, attenta ai diritti civili.
Un abbraccio a tutti e a presto.

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CI SI ACCAPIGLIA PER QUOTA 100 MA I 40ENNI AVRANNO PENSIONI DA FAME

Ottobre 25th, 2021 Riccardo Fucile

LAVORI SALTUARI, PRECARI E MAL PAGATI: “TRA POCHI ANNI SCOPPIERA’ UNA BOMBA SOCIALE”

Concentrato sulla affannosa ricerca di uno o due miliardi (su una spesa pubblica annuale di oltre 750 miliardi) per finanziare un nuovo isolato intervento su scivoli, deroghe e quote, il dialogo tra partiti e Governo sulle pensioni registra ancora una volta un grande assente: la categoria dei giovani.
Il tema previdenziale non sembra animare particolarmente l’agenda politica del premier Mario Draghi che tra i suoi obiettivi non ha certamente quello di introdurre una nuova riforma del sistema pensionistico quanto piuttosto favorire un non troppo traumatico ritorno a quella ‘vecchia’ targata Fornero.
D’altronde ce lo chiede l’Europa, come si suole dire, che con le sue ultime raccomandazioni pre-Covid ha manifestato il suo disappunto per misure come Quota 100.
Poco importa perché mentre la politica si concentra su interventi di breve orizzonte come quota 102 e quota 104 – che secondo la Fondazione Di Vittorio e Cgil coinvolgerebbero al più 10mila lavoratori – c’è una questione, quella giovanile, che andrebbe affrontata oggi per evitare che scoppi domani.
“Il problema vero è che stiamo andando verso una vera bomba sociale”, dice all’HuffPost Felice Roberto Pizzuti, docente di Economia e Politica del Welfare State presso l’Università “Sapienza” di Roma. “Tra 15 anni più della metà dei lavoratori che hanno iniziato a lavorare dopo il 1996, poco meno del 60% per essere più precisi, avrà una pensione inferiore alla soglia di povertà. Questa non è una possibilità o una probabilità, ma una certezza”
Secondo i calcoli della Ragioneria dello Stato, se oggi l’assegno copre tra l′80% e il 90% dell’ultimo reddito, tra dieci anni i lavoratori dipendenti dovranno fare i conti con il 60-70% sull’ultima retribuzione e quelli autonomi con il 40-50%.
Stime che potrebbero tuttavia rivelarsi anche fin troppo ottimistiche se non si tiene conto del mix letale scaturito dall’applicazione del sistema contributivo puro unito alla discontinuità lavorativa con cui sempre più giovani devono purtroppo fare i conti. “Se proiettiamo il sistema attuale nei prossimi tre lustri e supponiamo, peccando di ottimismo, una continuità lavorativa, il calcolo è matematico. Saranno sotto la soglia di povertà. Peraltro stiamo parlando delle stesse generazioni di lavoratori che già oggi hanno redditi da lavoro più bassi rispetto ai lavoratori più anziani e prossimi alla pensione. Ma se oggi possono sperare in un futuro migliore, quando andranno in pensione potranno sperare solo nella lotteria”, continua Pizzuti.
Ad oggi sono invece circa 300mila i lavoratori che usufruiscono del sistema di calcolo retributivo fino al 2011. Si tratta di quei lavoratori che avevano 18 anni di contributi prima del 1996 e quindi hanno mantenuto il calcolo retributivo fino all’entrata in vigore della legge Fornero. Circa 93mila hanno almeno 65 anni e quindi sono molto vicini alla pensione.
Oggi di regola si va via con 67 anni d’età e almeno 20 anni di contribuzione. L’aggiornamento del parametro Istat sulla aspettativa di vita avviene ogni due anni e può variare da zero a tre mesi, ma non può decrescere, anche in caso di pandemia come avvenuto negli ultimi due anni. Fino al 2026 non sono interessati dall’adeguamento dell’aspettativa di vita le modalità di uscita anticipata, come quello con 42 anni e 10 mesi di contribuzione (un anno in meno per le donne), Ape e Opzione Donna.
Il problema per i giovani lavoratori di oggi tuttavia resta, alle prese con discontinuità, buchi contributivi, paghe più basse, insomma con il lavoro precario.
Come già scritto dall’HuffPost, secondo una simulazione dell’Ufficio Studi Io Investo, un giovane metalmeccanico che a inizio carriera riceve un reddito medio annuo di ventimila euro e a fine carriera di circa 45mila, andrà in pensione con un tasso di sostituzione del 64%. Tradotto: l’assegno sarà di 28800 euro lordi, netti 21.500, con una perdita di più di seimila euro l’anno nel passaggio da reddito da lavoro e reddito da pensione.
La simulazione tuttavia si basa sulla previsione di una continuità lavorativa che oggi per molti giovani un miraggio, e di un’uscita da lavoro a 67 anni e 11 mesi. Secondo un report della Cgil del 2019, i quarantenni di oggi, specie quelli con lavori saltuari, poco remunerati o part-time, rischiano di non andare in pensione prima dei 73 anni. Nel 2035, secondo il sindacato, per andare prima dei 70 anni, precisamente a 69, saranno necessari almeno 20 anni di contributi e una pensione di importo sopra gli attuali 687 euro.
Per andare a 66 anni, sempre nel 2035 e sempre parlando dei ‘contributivi’ puri, serviranno 20 anni di anzianità e una pensione non inferire ai 1.282 euro di oggi. Per la pensione anticipata invece occorreranno 44 o 45 anni di contribuzione (rispettivamente se donna o uomo).
Secondo l’analisi dell’esperto welfare Cgil Ezio Cigna, il caso emblematico è quello di una colf “tipo” di 34-35 anni, avviata al lavoro nel 2014. Andrà in pensione nel 2057, a 73 anni, dopo 43 anni di lavoro e con un assegno di appena 265,49 euro.
Il dibattito in corso tra partiti e Governo sembra muoversi come se il mondo del lavoro fosse totalmente slegato dalla previdenza. “Forse”, continua Pizzuti, ”è ora di smettere di legare l’uscita dal lavoro all’età dei lavoratori in un contesto che si avvia al contributivo puro. Con questo sistema è del tutto ininfluente a quanti anni si va in pensione, dal momento che l’assegno è parametrato sui contributi versati dal lavoratore. Chi va più tardi avrà un assegno più alto, chi va prima lo avrà più basso”. Insomma, il conto è a saldo zero.
“Il problema vero resta quello dei giovani precari. Una possibile soluzione è riconoscere ai disoccupati involontari una contribuzione figurativa commisurata a quella che ricevevano quando erano occupati”, continua il docente della Sapienza. “Le criticità del contributivo puro nascono dalla sua applicazione a salari relativamente bassi e pure periodicamente sospesi. Questa contribuzione per coprire i ‘buchi’ lavorativi sarebbe solo figurativa, quindi senza conseguenze sulla sostenibilità del bilancio, ma contribuirebbe a dare ai più giovani una maggiore sicurezza e fiducia nel futuro, e avrebbe effetti su una maggiore propensione al consumo e minore al risparmio. Dal punto di vista macroeconomico, se i redditi medi si abbassano cala anche la capacità dello Stato di pagare le pensioni future, dal momento che la capacità di spesa previdenziale deriva sempre dal reddito prodotto oggi”.
Il tema però non è presente nell’agenda politica del Governo, né in quella dei partiti completamente assorbiti da come riformare Quota 100: “Forse l’esecutivo attuale sarebbe il più adatto a fare una riforma complessiva della previdenza che risolva le criticità attuali e quelle che arriveranno con il passare degli anni. Le opinioni su Quota 100 sono nel bene e nel male esagerate. Il ricorso alla misura, inferiore alle aspettative di chi l’aveva introdotta, mostra come in un periodo in cui i redditi sono sempre più incerti, le persone siano poco inclini a farsi ritoccare al ribasso l’assegno pensionistico, anche a costo di lavorare qualche anno in più”, conclude Pizzuti.
(da Huffingtonpost)

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L’ISS SMONTA LA BUFALA SUI DECESSI IN PANDEMIA: “SOLO IL 2,9% CAUSATO DAL COVID? FALSO, ECCO COSA DICONO I NUMERI”

Ottobre 25th, 2021 Riccardo Fucile

IL DATO SI RIFERISCE SOLO AI DECEDUTI CHE NON AVEVANO ALTRE PATOLOGIE DIAGNOSTICATE PRIMA DELL’INFEZIONE

L’Istituto superiore di sanità smentisce seccamente quanto riportato da alcuni giornali in merito ai dati contenuti nel report sui pazienti positivi al Covid deceduti in Italia. Non è vero che solo il 2,9 per cento dei morti sia riconducibile al virus, chiarisce l’Iss. I contenuti del report (pubblicato lo scorso 19 ottobre) – come già scritto da Open – sono stati travisati.
Nel report sulla mortalità da Covid dell’Iss «non è affermato che solo il 2,9 per cento dei decessi attribuiti al Covid-19 è dovuto al virus. Il dato del 2,9 per cento, peraltro riportata anche nelle edizioni precedenti, si riferisce alla percentuale di pazienti deceduti con positività per SARS-CoV-2 che non avevano altre patologie diagnosticate prima dell’infezione».
L’Iss, dunque, conferma che «avere patologie preesistenti costituisce un fattore di rischio» da non sottovalutare per nessuna ragione. Peraltro, i rapporti congiunti di Istat e Iss, stilati in base ai certificati di morte, riportano chiaramente come il Covid sia «la causa direttamente responsabile della morte nell’89 per cento dei decessi di persone positive al test SARS-CoV-2».
A prescindere dal Covid, tra l’altro, l’Iss spiega che la presenza di patologie croniche nella popolazione anziana è assai comune.
L’Istat, numeri alla mano, dice che solo il 15 per cento della popolazione anziana non soffrirebbe di patologie croniche e che circa il 52 per cento soffrirebbe addirittura di tre o più patologie croniche (che da sempre costituiscono un fattore di rischio per decesso da Covid).
Quindi «non deve sorprendere l’alta frequenza di queste condizioni nella popolazione deceduta SARS-CoV-2 positiva». «Non è inoltre corretto affermare – prosegue l’Iss – che le patologie riscontrate nei deceduti SARS-CoV-2 positivi avrebbero comunque portato a decesso “in tempi brevi”.
La concomitanza di più patologie croniche nella stessa persona costituisce di per sé elemento di fragilità in genere compensato con appropriate terapie: il contrarre un’infezione come SARS-CoV-2 si traduce in un aumentato rischio di complicanze e di morte», si legge. L’Iss, infine, ribadisce che «sin dall’inizio della pandemia è stato censito un eccesso di mortalità nella popolazione, cioè un numero di deceduti superiore a quello degli anni precedenti, le cui stime sono periodicamente riportate nel rapporto congiunto Iss-Istat».
(da Open)

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TANTO IL PROSSIMO CAPO DELLO STATO LO DECIDERA’ DRAGHI

Ottobre 25th, 2021 Riccardo Fucile

I PARTITI DIPENDONO DALLE SUE SCELTE

Da alcuni giorni si consuma sui giornali e via agenzie di stampa un negoziato ormai scoperto che ha come oggetto Mario Draghi: deve rimanere a palazzo Chigi per sempre? Deve essere traslocato, volente o nolente al Quirinale? O magari tenuto a bagno maria un paio d’anni con la promessa del Colle dopo un breve bis di Sergio Mattarella? Oppure ancora ammansito con promesse impossibili da mantenere di presidenze della Commissione europea o del Consiglio europeo nel 2024?
Quando il premier ha detto che era “offensivo” speculare sulla successione a Mattarella ha inteso, in modo neanche troppo implicito, che era altrettanto offensivo discutere del suo futuro come se fosse un oggetto passivo della discussione.
Alla fine, sarà Draghi a decidere che fare.
Non perché siamo in un presidenzialismo di fatto, ma perché si tratta del primo presidente del Consiglio che dà la fiducia ai partiti della coalizione di maggioranza invece che riceverla. Si tratta di rapporti di forza, puri e semplici.
Se Draghi dicesse: «Mi dimetto perché con questi partiti non si possono fare le riforme e realizzare gli obiettivi del Pnrr», all’istante la percezione (troppo) idilliaca degli investitori e dei partner internazionali di questa Italia draghiana si ribalterebbe. Con le conseguenze immaginabili, tra aumento del costo del debito, ostilità da Bruxelles, fuga degli investitori.
Se invece Draghi sceglie di trasmettere un messaggio rassicurante, di riforme ben avviate, imbullonate al Pnrr e non reversibili, crea il contesto perché anche una nuova maggioranza con dentro tutti i sovranismi residui – Fratelli d’Italia e Lega – può essere considerata accettabile da chi teme una replica del caos gialloverde.
Il Pd, in questi scenari, è quasi soltanto spettatore, costretto al sostegno responsabile al governo e alle riforme e anche ad accettare le scelte di un premier che vorrebbe tenere a palazzo Chigi il più a lungo possibile.
Di certo Draghi non gradisce sentirsi merce di scambio in un suk quotidiano animato dalle ambizioni personali dei vari capicorrente che pensando di usare il Quirinale per sciogliere i tanti nodi interni al partito, dalla legge elettorale al futuro dei parlamentari che non saranno rieletti causa taglio dei seggi.
Peraltro, nessuno ha pensato di chiedere a Draghi se lui sarebbe disposto a rimanere alla guida di questa singolare coalizione di partiti in caso al Quirinale arrivasse un presidente della Repubblica diverso da Mattarella (e da Draghi).
Il premier continuerebbe come se niente fosse senza più il suo dante causa? O agirebbe come molti amministratori delegati quando cambia l’azionista, cioè andrebbe a rimettere il mandato considerando comunque chiusa una fase di eccezione?
Il secondo scenario sarebbe destabilizzante e renderebbe nulli i giochi parlamentari per prorogare in modo surrettizio la legislatura evitando il passaggio di Draghi al Colle, ma nessuno sembra considerare questa ipotesi.
Il fatto che il sistema dei partiti non sia stato rigenerato dalla cura Draghi è provato dal fatto che nessuno può far a meno di lui. E neanche controllarlo. Quando Draghi avrà deciso cosa fare, lo capiremo.
(da Domani)

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DOPO LE PROTESTE NO VAX, RECORD DI CONTAGI A TRIESTE

Ottobre 25th, 2021 Riccardo Fucile

L’IMMUNOLOGO MINELLI: “PESANO ASSEMBRAMENTI, PERCENTUALE DI VACCINATI, MA ANCHE POLVERI SOTTILI DELL’AREA PORTUALE”

“La dimostrazione di ciò che la deriva antivaccinista può produrre arriva da Trieste, un fortino decaduto”. Così l’immunologo Mauro Minelli analizza con l’HuffPost quello che sta accadendo nel capoluogo del Friuli Venezia Giulia su cui, dopo i giorni di fuoco delle proteste No Green Pass, ora pende la scure dell’incidenza Covid settimanale più alta d’Italia con 139 positivi ogni 100 mila abitanti.
Mentre la media nazionale è al di sotto dei 50 casi per 100 mila abitanti, rimanendo in Regione Udine e Gorizia si attestano a meno di un quarto del dato dei cugini triestini. Il dato del capoluogo friulano, da maglia nera, è raffrontabile soltanto con quello registrato a Vibo Valentia, in Calabria, dove l’incidenza è a quota 91.
“A Trieste non solo c’è solo l’incidenza dei contagi più alta del Paese: anche per quanto riguarda le vaccinazioni, rispetto all’ottima media italiana, la città presenta tassi poco incoraggianti”, ricorda Minelli, coordinatore per il Sud Italia della Fondazione per la Medicina personalizzata, riferendosi a una percentuale di triestini vaccinati con una dose pari a circa il 71% della popolazione contro la media nazionale che si attesta ormai sull′85%.
Non è un caso che Riccardo Riccardi, vicepresidente del Friuli Venezia Giulia con delega alla Salute, nei giorni scorsi abbia lanciato l’allarme per il capoluogo di Regione dicendo che “la crescita dei casi è simile a quella del mese di ottobre dell’anno scorso”.
Un ottobre che, in questo 2021, è stato caldissimo. Le ultime settimane ci hanno consegnato immagini delle strade e del porto di Trieste gremiti di persone e di lavoratori portuali che protestavano contro il Green Pass, uniti, non distanziati, impegnati a scandire slogan, a presidiare, chiedendo a gran voce “libertà di scelta” rispetto alla certificazione verde.
Così molti si domandano se sull’aumento dei casi di Covid-19 abbia pesato l’effetto cortei. Il professor Minelli risponde che “il rischio contagio purtroppo non esiste solo negli ambienti chiusi.
L’anno scorso è stato pubblicato un nostro studio condotto con epidemiologi e statistici dell’Università dell’Aquila che ha dimostrato come, in particolari aree e condizioni, anche all’esterno il rischio di contrarre il virus esista e non sia da sottovalutare.
Per esempio, in prossimità di agglomerati industriali, produttivi e con intensi traffici veicolari (e il porto di Trieste con i suoi intensissimi traffici navali certamente non è esente da questi rischi), dove è più elevata la concentrazione atmosferica di una particolare tipologia di polveri sottili (PM 2.5), il virus riesce a diffondersi e penetrare più facilmente”.
“A dimostrarlo è stata la stessa grande incidenza che il Covid-19 ha avuto all’inizio della pandemia nelle grandi aree industriali del Nord Italia. A questo va aggiunto il fatto che nel capoluogo del Friuli Venezia Giulia sono venute meno le basilari misure anti-contagio con assembramenti, mancato distanziamento interpersonale, poche mascherine. Fattori a cui va aggiunta la presenza di persone non vaccinate. Tutti questi elementi hanno creato un habitat sfortunatamente ‘ideale’ per il virus”, spiega l’immunologo.
“Trieste deve essere un monito. I vaccini sono sicuri, gli ultimi dati Aifa lo ribadiscono: il vero pericolo per la salute è il Sars-Cov-2. E fatta eccezione per chi non può riceverlo a causa di particolari condizioni cliniche, è bene che tutti coloro che possono farlo si vaccinino, abbandonando l’idea del tampone quotidiano. Inoltre, dobbiamo evitare in Italia comportamenti che in Gran Bretagna hanno portato allo scenario attuale. Quindi anche le buone abitudini come il mantenimento della distanza interpersonale e le mascherine devono continuare ad essere nostre compagne per il prossimo inverno”, conclude l’esperto.
(da Huffingtonpost)

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BALLOTTAGGI SICILIA, IL CENTROSINISTRA BISSA IL SUCCESSO DEL PRIMO TURNO

Ottobre 25th, 2021 Riccardo Fucile

TRIONFO A VITTORIA, FAVARA, LENTINI E SAN CATALDO

I giallorossi vanno verso il bis del successo delle Amministrative. Mentre le operazioni di scrutinio sono ancora in corso il centrosinistra va verso il trionfo in tutti e quattro i comuni chiave.
A Vittoria è dato per probabile il successo dell’immarcescibile Francesco Aiello, 75 anni, deputato già ai tempi del Partito comunista e poi assessore regionale nell’era di Raffaele Lombardo: quando è stato scrutinato un quarto delle sezioni Aiello – che al primo turno si è trovato contro un candidato del Movimento 5 Stelle – ha il 53 per cento dei consensi contro il 47 del suo avversario, Salvo Sallemi.
Stando ai conteggi dei comitati elettorali il centrosinistra sarebbe avanti anche a San Cataldo, con Gioacchino Comparato, a Favara, con Antonio Palumbo, e a Lentini, con Rosario Lo Faro.
“Il Pd – esulta il segretario Anthony Barbagallo – vince tutti i ballottaggi: insieme al M5S a San Cataldo con Gioacchino Comparato e a Lentini con Rosario Lo Faro, dove si ripropone l’alleanza con i 5 Stelle. Vinciamo anche a Favara in una sfida difficilissima che premia Antonio Palumbo e la sentitissima sfida di Vittoria con Francesco Aiello. Anche nei ballottaggi il Partito democratico marchia la differenza e da oggi inizia la riscossa che ci porterà verso le prossime elezioni regionali”.
A Canicattì, in una delle due sfide tutte a destra, vince Vincenzo Corbo, mentre a Porto Empedocle, dove la partita era civica, potrebbe spuntarla Calogero Martello.
A Rosolini, in una sfida meno leggibile in chiave regionale, Giovanni Di Spadola è in vantaggio su Tino Di Rosolini, separati da una ventina di voti. Ancora da definire il risultato di Adrano, dove Fabio Mancuso è in vantaggio su Carmelo Pellegriti.
Il primo verdetto definitivo delle Amministrative siciliane è intanto una sconfitta per i neo-leghisti Valeria Sudano e Luca Sammartino: a Misterbianco, la popolosa cittadina alle porte di Catania che i due ex renziani considerano un loro feudo, il nuovo sindaco è Marco Corsaro, sostenuto dal resto del centrodestra e in particolare dall’assessore regionale alle Infrastrutture Marco Falcone.
Corsaro raggiunge il 40 per cento sufficiente in Sicilia per vincere e batte dunque il candidato dei leghisti Ernesto Calogero (24), l’ex sindaco dem Nino Di Guardo (23) e il Cinquestelle Massimo La Piana 13. Flop anche del Pd, che manca l’accesso in Consiglio comunale. L’altro risultato definitivo viene invece dalla più piccola Torretta, in provincia di Palermo: qui, in una sfida a due, si afferma il civico Damiano Scalici.
(da agenzie)

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MEZZA EUROPA RIPARLA DI RESTRIZIONI, ORA IL MODELLO E’ IL GREEN PASS ITALIANO

Ottobre 25th, 2021 Riccardo Fucile

PIU’ CONTAGI E DECESSI NELL’EST EUROPEO, SCATTANO CONTROMISURE… PERFINO IL REGNO UNITO VALUTA IL GREEN PASS

Austria, Bulgaria e Russia hanno introdotto il Green Pass, l’Inghilterra sta valutando di introdurre una versione “light” della certificazione verde, e gran parte dell’Europa dell’Est ha inasprito le misure di restrizione anticovid.
Il tutto per fronteggiare il nuovo aumento di contagi e decessi registrato nelle ultime settimane, che preoccupa soprattutto in vista della stagione invernale.
Un incremento che riguarda, anche se in misura minore, anche l’Italia, che dopo oltre due mesi torna a vedere il segno più sui dati settimanali dei contagi. Ci sono però aree dell’Europa centrale e orientale in cui Covid torna a mordere e che ritornano a parlare di restrizioni, coprifuoco, lockdown e di green pass.
In Austria i contagi hanno continuato a salire nelle ultime settimane: l’incidenza su sette giorni del contagio di Covid-19 ha raggiunto 183 casi su 100mila abitanti, dopo essere rimasta sotto 150 per diverse settimane. E il numero di vaccinati resta basso: solo il 61,7 per cento della popolazione generale è pienamente immunizzata. Tanto che la scorsa settimana il governo austriaco del nuovo cancelliere Alexander Schallenberg ha annunciato un pacchetto di nuove misure anticovid, che entrerà in vigore dal primo novembre. Per lavorare a contatto con altre persone sarà necessario esibire il passaporto verde.
Le autorità sanitarie faranno dei controlli a campione, per verificare il rispetto delle nuove regole. In caso di mancato possesso del green pass, il datore di lavoro dovrà pagare un’ammenda di 3600 euro e il dipendenti di 500, ha annunciato il ministro del Lavoro, Martin Kocher.
La chiamano “regola del 3G”: il Green Pass all’austriaca che varrà per ‘Geimpft’ (vaccinati), ‘Genesen’ (guariti da sei mesi) o Getestet (sottoposti a tampone, molecolare o rapido). Se i ricoveri dovessero aumentare e raggiungere i 400 pazienti in intensiva scatterà un altro livello di allerta, e la regola del “2.5G”: il Green Pass sarà valido sempre per i vaccinati e i guariti, ma i tamponi rapidi non varranno più. Solo molecolari.
Anche il Regno Unito, dopo il boom di contagi registrati nelle ultime settimane, ha capito che il vaccino da solo non basta, nemmeno se ad averlo in doppia dose è ormai l’80 per cento della popolazione over 12. La scorsa settimana, una persona ogni 55 era ammalata di Covid, il numero più alto dalla fine di gennaio. L’arrivo dell’inverno poi, e delle influenze che porta con sé, potrebbe contribuire a un incremento nelle trasmissioni.
Boris Johnson sta valutando il passaggio a un più stringente “Piano B”, che potrebbe consistere in un ripensamento morbido delle misure, dalle mascherine allo smart working, e nell’adozione di una versione “light” del Green Pass. Si teme che il vaccino da solo non sia abbastanza efficace contro la minaccia della sotto-variante del ceppo Delta, l’ormai nota e ancora più aggressiva “Delta Plus”. Il piano segnerebbe anche il ritorno delle mascherine nei luoghi pubblici, come trasporti e luoghi affollati, che dal 19 luglio non erano più obbligatorie ma raccomandate. Londra sta valutando anche l’obbligo vaccinale per il personale sanitario.
(da agenzie)

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IL DELIRIO DEL PREMIER SOVRANISTA POLACCO: “SE L’UE CI SCATENERA’ LA TERZA GUERRA MONDIALE, PRONTI A DIFENDERCI”

Ottobre 25th, 2021 Riccardo Fucile

INTANTO COMINCIA A RESTITUIRE TUTTI I MILIARDI DI EURO CHE L’EUROPA DEI PAESI CIVILI VI HA DATO, VISTO CHE SIETE ENTRATI NELLE UE CHE AVEVATE LE PEZZE AL CULO … POI LA RETROMARCIA: “ERA SOLO UN’IPERBOLE”

Il premier polacco Mateusz Morawiecki al Financial Times si era detto pronto a difendersi: «Con tutte le armi a nostra disposizione», se l’Unione europea avesse avviato: «la terza guerra mondiale» sul tema dello stato di diritto.
Toni che si andavano ad aggiungere ai nervi tesissimi lungo l’asse Bruxelles-Varsavia, dopo la sentenza della Corte costituzionale polacca che aveva stabilito la priorità delle leggi nazionali sui trattati europei.
Un eccesso di Morawiecki che ha costretto il governo polacco a una sostanziale marcia indietro, almeno sul livello dello scontro.
Quel riferimento alla: «terza guerra mondiale» non è stata altro che: «un’iperbole – ha provato a spiegare il portavoce del governo di Varsavia, Piotr Muller – una figura retorica che viene utilizzata in varie situazione e non va presa alla lettera».
Morawiecki aveva fatto largo uso del linguaggio bellico nell’intervista al Financial Times, anche a proposito della strategia che la Polonia avrebbe potuto seguire sui prossimi provvedimenti dell’Ue, come ad esempio un possibile pacchetto di regole severe sulle politiche ambientali: «Se qualcuno ci attaccherà in modo assolutamente ingiusto – ha aggiunto – ci difenderemo in ogni modo possibile. Riteniamo che questo sia già un approccio discriminatorio e un diktat».
Linguaggio duramente condannato da Bruxelles, così come dall’opposizione polacca. In cima a tutti Donald Tusk, ex presidente del Consiglio europeo e oggi presidente del Partito popolare europeo, che più delle figure retoriche su Twitter ha fatto ricorso a un’amara sentenza: «In politica la stupidità è causa delle più gravi disgrazie».
(da agenzie)

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L’ULTIMA FOLLIA DI BOLSONARO: “VACCINATI PIU’ ESPOSTI ALL’AIDS”. E FACEBOOK CANCELLA IL POST DELIRANTE

Ottobre 25th, 2021 Riccardo Fucile

UN’AFFERMAZIONE PRIVA DI QUALSIASI SUPPORTO SCIENTIFICO

Facebook ha deciso di ritirare la notte scorsa un messaggio in cui il presidente brasiliano Jair Bolonaro sostiene l’esistenza di un non meglio precisato legame tra vaccini anti-Covid e sindrome da immunodeficienza acquisita, per cui persone che hanno completato il ciclo vaccinale contro il Coronavirus stanno sviluppando l’Aids molto più rapidamente del previsto.
Un’affermazione immediatamente contestata come falsa e assurda dalle autorità sanitarie
Le dichiarazioni di Bolsonaro sono arrivate nel corso di una diretta giovedì.
“Le nostre politiche non consentono di affermare che i vaccini contro il Coronavirus uccidono o causano gravi danni alle persone”, ha affermato il social network per giustificare la rimozione del video sia da Facebook sia da Instagram, secondo quanto riportato dal “Folha de Sao Paulo”.
Si tratta del secondo messaggio ritirato da Facebook dopo quello del mese di marzo 2020 in cui il presidente brasiliano promuoveva l’assunzione della clorochina, farmaco contro la malaria, come trattamento preventivo anti-Covid.
(da agenzie)

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