Marzo 20th, 2022 Riccardo Fucile
SI MOLTIPLICANO LE VOCI CONTRO: NELLO SHOW DI VLADIMIR SOLOVYOV, L’ANCHOR MAN PIÙ POPOLARE DI RUSSIA, SONO STATI INVITATI DUE OSPITI CRITICI SULL’OPERAZIONE MILITARE… ARIA DI EPURAZIONI: NON APPAIONO PIÙ IN PUBBLICO IL MINISTRO DELLA DIFESA SHOIGU E IL CAPO DI STATO MAGGIORE GERASIMOV
La nebbia di guerra avvolge il Cremlino. E lo rende ancora di più un mistero all’interno di un enigma, tanto per parafrasare Winston Churchill e la sua celebre definizione della Russia. La festa allo stadio Luzniki per l’ottavo anniversario dell’annessione della Crimea sarà ricordata anche per la bizzarra interruzione del discorso di Vladimir Putin.
«Guasto tecnico» ha detto Dmitrij Peskov, il portavoce del presidente. «Oppure sabotaggio» ha chiosato dal carcere il dissidente Aleksej Navalny. È quel che molti hanno pensato.
Durante l’intervento della portavoce del ministero degli Esteri Maria Zakharova, è saltato il sonoro della diretta televisiva per almeno trenta secondi. Scena muta, solo immagini. Ce n’è abbastanza per non escludere un attacco hacker, tesi che riscuote un certo credito presso i siti indipendenti di informazione.
I tempi del conflitto
Putin ripete che «l’operazione militare speciale» procede bene. Ma qualcosa non sta andando come previsto. Come i tempi del conflitto
Il piano iniziale prevedeva una marcia trionfale tra le regioni russofone, salutata con favore dalla popolazione locale pronta a ribellarsi all’esercito «nazista» dell’Ucraina. Al massimo, un mese. Ormai ci siamo quasi. Ancora non si vede la fine.
Fin dai primi giorni, non appaiono in pubblico il ministro della Difesa Sergej Shoigu, il falco che sussurra all’orecchio del presidente, e il capo di Stato Maggiore Valerij Gerasimov. Chissà se è un caso.
Il precedente del licenziamento di alcuni ufficiali di alto grado dell’Fsb, il servizio di sicurezza russo, accusati di aver sbagliato le previsioni, autorizza qualche sospetto. La guerra continua, ma sta cambiando.
Proprio ieri sera gli analisti militari di Russia Today incaricati di commentare da studio le gesta belliche dei soldati russi, spiegavano la relativa importanza strategica di una eventuale conquista di Kiev, ponendo invece l’accento sul corridoio che va dal Donbass alla Crimea, senza mai menzionare le città più importanti dell’Ucraina.
Come a dire, questo sarebbe il sottinteso, che il vero obiettivo è una vittoria parziale e immediata, che eviterebbe il rafforzamento della posizione negoziale di Zelensky e una lunga guerra di occupazione per la quale sembrano mancare mezzi, risorse e rinforzi. Non è una correzione di rotta da poco.
Voci contro
La teoria del complotto non si addice al gesto coraggioso di Marina Ovsyannikova, la giornalista che pochi giorni fa ha fatto irruzione durante il telegiornale della sera per protestare contro la guerra. Ma quel che è successo non sembra avere una spiegazione logica, in un ambiente controllato come quello dell’informazione russa.
Non è stato l’unico segnale mediatico in contrasto con la narrazione di Stato. La scorsa domenica è avvenuta una cosa inaudita, per chi conosce bene Vladimir Solovyov, l’anchor man più popolare di Russia e più vicino a Putin che ci sia, oligarca a sua volta con tanto di villa sul lago di Como oggi sotto sequestro.
Il suo show è registrato. Non passa spillo in scaletta senza il consenso del Cremlino. Eppure, due ospiti anche loro di stretta osservanza presidenziale, il regista Karen Shakhnazarov e il deputato Semyon Bagdasarov, hanno «osato» riconoscere l’impatto forte delle sanzioni e i fallimenti dell’esercito.
Potrebbe essere una messa in scena per mostrare pluralismo. O forse l’inizio di una operazione mediatica per preparare il terreno al racconto di un finale diverso. Ma qui si torna al caro vecchio Churchill. E alla nebbia fitta che circonda il Cremlino.
(da il “Corriere della Sera”)
argomento: Politica | Commenta »
Marzo 20th, 2022 Riccardo Fucile
IN TV I PROGRAMMI DI INTRATTENIMENTO SONO STATI SOSTITUITI DA QUELLI DI INFORMAZIONE IN CUI LA REALTÀ VIENE RIBALTATA: GLI “INVASORI” SONO “LIBERATORI”, LE VITTIME “NAZISTI SABOTATORI” GUIDATI DA UN “FASCISTA DROGATO” E GLI OCCIDENTALI “IPOCRITI BUGIARDI” … NELLE SCUOLE TUTTI DEVONO SEGUIRE DELLE VIDEOLEZIONI DI PROPAGANDA
All’indomani dell’evento allo stadio Luzhniki di Mosca per celebrare la “primavera della
Crimea”, il giudizio degli osservatori è unanime. La festa andata in scena a otto anni dall’annessione, nel pieno dell’offensiva russa in Ucraina, è stata “un’operazione speciale separata”. Una sorta di rito di “auto-epurazione” collettivo, per usare le parole di qualche giorno fa del presidente russo, per coltivare “patrioti” ed estirpare il germe del “tradimento”.
Man mano che “l’operazione speciale”, quella militare, in Ucraina si protrae e che il contraccolpo delle sanzioni provoca zuffe nei supermercati per l’accaparramento dello zucchero, il Cremlino cerca di rinsaldare il consenso. E lo fa con una martellante propaganda che pervade ogni ganglio dello spazio pubblico e privato.
«Davanti ai nostri occhi nascono i canoni dell’era Z», commenta Slava Taroshchina di Novaja Gazeta . «Un nuovo Paese sconosciuto, nuovi compiti, nuovi eroi».
La televisione di Stato Altro che religione. È la tv il nuovo oppio del popolo russo. I talk show hanno soppiantato ogni programma d’intrattenimento.
Il palinsesto delle due reti più seguite, Pervyj Kanal (Primo Canale) e Rossija 1 , è un alternarsi di dibattiti inframmezzati da tg. Si parla solo di “operazione militare speciale”. Tutto è capovolto nella realtà parallela della tv che guardano 4 russi su 5: gli “invasori” sono “liberatori”, le vittime “nazisti sabotatori” guidati da un “fascista drogato” e gli occidentali “ipocriti bugiardi”.
I profughi fuggono dagli ucraini e trovano rifugio in Russia. E i civili sono vittime dei “nazisti” che li usano come “scudi umani”. «Guardando la tv russa, io stesso vengo zombificato. Voglio andare a combattere. Le mie percezioni sono influenzate dalle storie di liberazione dei villaggi ucraini», commenta l’analista tv Serghej Mitrofanov.
Le scuole
Banditi i media indipendenti e ristretto l’accesso allo spazio digitale, controllare la conversazione nelle aule è l’ulteriore passo per rafforzare la narrazione. Le scuole sono state inondate di volantini: «Vogliamo continuare a sostenere un regime fascista in Ucraina o instaurare la pace? ».
Studenti, docenti e genitori sono stati obbligati a seguire tre videolezioni. La direttrice di Rt Margarita Simonjan e la portavoce degli Esteri Maria Zakharova spiegavano come difendersi dalla “manipolazione dell’informazione” dell’Occidente.
Un messaggio che su alcuni fa presa: «I nostri soldati sono eroi. Sconfiggono i nuovi nazisti», ci dice la maestra Aljona Sulemainova. Chi si discosta dalle istruzioni, rischia: un richiamo, il licenziamento o, peggio, un’azione penale. Un insegnante di geografia di Mosca è stato licenziato e ha dovuto lasciare il Paese perché aveva scritto su Instagram: «Non voglio essere specchio della propaganda». E la polizia ha fatto irruzione in casa di uno studente che aveva osato contestare l’insegnante di storia.
I simboli
Il nastro dai colori arancione e nero ricorda la croce di San Giorgio, la più alta onorificenza militare della Russia zarista. Col tempo è diventato il simbolo della vittoria dell’Urss sul nazismo.
Il messaggio è chiaro: i militari russi oggi combattono contro i “nuovi nazisti” in Ucraina proprio come i loro antenati che diedero la vita durante la Grande Guerra Patriottica. “La vittoria sovietica sulla Germania nazista resta forse il più grande elemento unificante dell’identità nazionale”, commenta l’analista Serghej Markov. Ma è la lettera “Z”, che non fa parte dell’alfabeto cirillico, a dominare su t-shirt e decorazioni. Nel Paese si moltiplicano i flash-mob dove impiegati statali, atleti o studenti vengono allineati a formare la lettera divenuta simbolo della cosiddetta operazione speciale.
Gli influencer
Sul palco del Luzhniki si è alternato il gotha. Da Ljube, la band preferita di Putin, alla cantante Polina Gagarina rappresentante russa all’Eurovision 2015. Anche i più giovani si sono uniti a Oleg Gazmanov quando ha intonato “Nato nell’Urss” con i suoi versi che oggi suonano più inquietanti che mai: «Ucraina e Crimea, Bielorussa e Moldova: questo è il mio Paese! Sono nato nell’Urss, sono stato fatto nell’Urss». Serghej “Shnur” Shnurov, il cantante della band Leningrad, nota per la colonna sonora di “Ogni cosa è illuminata”, ha diffuso un nuovo video musicale dove paragona il trattamento dei russi in Europa alla persecuzione degli ebrei. La musicista Alina Oleshova della band Kis-Kis ha denunciato di essere stata contattata per ricordare l’annessione della Crimea sui suoi profili social dietro pagamento. Ma si è rifiutata.
La popolarità Mistificare la realtà per giustificare l’intervento, secondo i primi sondaggi di Fom e Vtsiom, due istituti filogovernativi, avrebbe avuto un impatto positivo sulla popolarità di Putin portandola a inizio marzo dal 64 per cento al 70. Secondo Oleg Ivanov, capo del Centro per la risoluzione dei conflitti sociali, a rafforzare la fiducia nel presidente sarebbe però stata “la reazione dell’Occidente”: «Non fa che riunire il popolo attorno al leader».
Il politologo Abbas Galljamov non crede a queste rilevazioni: “È interessante che il Cremlino abbia spento radio Ekho Moskvy e Tv Dozhd proprio nel momento in cui la popolarità di Putin cresceva a ritmi record. Se è tutto ok, allora perché è nervoso?».
(da La Repubblica)
argomento: Politica | Commenta »
Marzo 20th, 2022 Riccardo Fucile
I DUE PATETICI SPOT CON LA “Z”
Le clip che mostrano il simbolo dell’invasione in Ucraina hanno acceso le polemich
Un ragazzo viene sorpreso da due poliziotti mentre sembra imbrattare un manifesto con Vladimir Putin. Ma gli agenti lo graziano, perché accanto al volto del presidente russo il ragazzo sta tracciando una «Z» in segno di vittoria. La scena è racchiusa in uno degli spot che sarebbero stati diffusi dalla polizia di San Pietroburgo, secondo quanto riporta su Twitter il canale di notizie Ukr report.
A questo se ne aggiunge un altro in cui appare un gruppo di persone pronto a manifestare in piazza. Raggiunto dalla polizia, nessuno viene aggredito, come si è visto ormai con costanza quotidiana a San Pietroburgo dallo scorso 24 febbraio, quando è cominciata l’offensiva russa in Ucraina.
Al contrario, gli agenti si affiancano ai manifestanti, si prendono a braccetto con i manganelli e insieme formano una «Z». I due spot hanno portato molti utenti e osservatori a paragonare la propaganda del Cremlino a quella delle dittature naziste.
Nella realtà però le cose stanno andando in modo diverso rispetto a quanto raccontano i due spot di propaganda russa.
Dall’inizio dell’invasione in Ucraina, nei video che riescono a superare la censura del Cremlino, la polizia russa viene mostrata mentre arresta chi semplicemente mostra un cartello che condanni la guerra, termine di fatto vietato e sostituito con «operazione militare speciale» in Ucraina. Gli organi di informazione nazionale, tuttavia, continuano a diffondere sul web video che propongono un’immagine idilliaca delle forze dell’ordine del Cremlino, nei quali gli agenti distribuiscono rose e tulipani mentre le inquadrature indugiano sul simbolo «Z».
La lettera Z è diventata l’emblema del sostegno all’invasione di Mosca. Non è ancora chiara l’origine del simbolo: alcuni analisti militari ipotizzano che le lettere corrispondano a specifiche zone geografiche delle forze russe coinvolte. Sergiy Kyslytsya, ambasciatore dell’Ucraina all’Onu, ha spiegato che «alcuni interpretano “Z” come “Za pobedu” (che sta per vittoria). Altri come “Zapad” (ovvero ovest)». E poi ha aggiunto: «Io insisto sul fatto che è “Z” per bestie». Il simbolo è ormai immancabile su carrarmati, edifici e immagini russe, e persino sulle magliette degli atleti di ginnastica artistica di Mosca. Appena tre giorni dopo l’inizio del conflitto, la rete statale del Cremlino ha annunciato la vendita di svariati prodotti con la Z che esprime il sostegno alle truppe russe, e da allora la lettera è stata protagonista di flash mob e manifestazioni in tutto il Paese a favore della guerra. Tanto da comparire anche sulle giacche del pubblico in occasione del discorso di Putin allo stadio.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Marzo 20th, 2022 Riccardo Fucile
LA RISPOSTA SOCIAL AI RAZZISTI DI CAGLIARI
Ancora una volta il calcio è diventato teatro di episodi di razzismo. 
Dopo il match Cagliari-Milan, cori razzisti contro il portiere rossonero Mike Maignan sono partiti dalla curva sud del Cagliari; tra l’altro, proprio durante un incontro che si discuteva nella giornata contro il razzismo. “Mike mi ha riferito che da dietro la porta lo avevano già insultato durante la partita”, ha confermato l’allenatore del Milan, Pioli, ai microfoni di Sky. “Dispiace quando succedono cose del genere. È un ragazzo che non merita un certo tipo d’insulti, e come lui, nessuno”.
Subito è arrivato il messaggio di condanna da parte dell’AC Milan su Twitter, a cui ha fatto seguito, poco dopo, su Instagram un post molto significativo di Maignan. Il francese ha condiviso due foto: la prima raffigura una scimmia mentre fa il dito medio (probabilmente un riferimento a come alcuni tifosi del Cagliari l’hanno chiamato), mentre nella seconda si vede lo stesso Maignan che si porta le dita alle orecchie, rivolto verso la curva del Cagliari
A corredo un didascalia semplice ma molto significativa: “N.W.A.”, acronimo della banda hip-hop degli anni Novanta ‘Niggaz Wit Attitudes’ (neri con le pa**e). Intanto, il Procuratore Federale della Figc, Giuseppe Chinè ha aperto un’inchiesta in relazione “ai cori di matrice razzista nel corso della partita Cagliari-Milan di ieri sera”, come ha riportato questa mattina l’Ansa.
Al riguardo – riporta sempre l’agenzia – sono già in corso contatti con la Digos, saranno acquisite le immagini della gara e saranno disposte audizioni dei tesserati coinvolti in quanto accaduto dopo la vittoria rossonera sul Cagliari e il finale concitato causato dagli insulti razzisti rivolti al portiere Maignan ed a Tomori da parte di alcuni tifosi del Cagliari.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Marzo 20th, 2022 Riccardo Fucile
“LA COMUNITA’ INTERNAZIONALE SI IMPEGNI PER FARLO CESSARE“
“Quando la cronaca nera ci opprime e ci sentiamo impotenti dinanzi al male, spesso viene da chiedersi: si tratta forse di un castigo di Dio? È lui a mandare una guerra o una pandemia per punirci dei nostri peccati? E perché il Signore non interviene?”. All’Angelus Papa Francesco ha risposto a questi interrogativi con i 30mila fedeli presenti in piazza San Pietro. Bergoglio ha spiegato che “dobbiamo stare attenti: quando il male ci opprime rischiamo di perdere lucidità e, per trovare una risposta facile a quanto non riusciamo a spiegarci, finiamo per incolpare Dio. E tante volte la brutta e cattiva abitudine delle bestemmie viene da qui. Quante volte attribuiamo a lui le nostre disgrazie, attribuiamo le sventure del mondo a lui che, invece, ci lascia sempre liberi e dunque non interviene mai imponendosi, solo proponendosi; a lui che non usa mai violenza e, anzi, soffre per noi e con noi! Gesù, infatti, rifiuta e contesta con forza l’idea di imputare a Dio i nostri mali”.
Dal Papa anche un nuovo appello per la pace: “Non si arresta, purtroppo, la violenta aggressione contro l’Ucraina, un massacro insensato dove ogni giorno si ripetono scempi e atrocità. Non c’è giustificazione per questo! Supplico tutti gli attori della comunità internazionale perché si impegnino davvero nel far cessare questa guerra ripugnante. Anche questa settimana missili e bombe si sono abbattuti su civili, anziani, bambini e madri incinte. Sono andato a trovare i bambini feriti che sono qui a Roma. A uno manca un braccio, l’altro è ferito alla testa. Bambini innocenti. Penso ai milioni di rifugiati ucraini che devono fuggire lasciando indietro tutto e provo un grande dolore per quanti non hanno nemmeno la possibilità di scappare. Tanti nonni, ammalati e poveri, separati dai propri familiari, tanti bambini e persone fragili restano a morire sotto le bombe, senza poter ricevere aiuto e senza trovare sicurezza nemmeno nei rifugi antiaerei. Tutto questo è disumano! Anzi, è anche sacrilego, perché va contro la sacralità della vita umana, soprattutto contro la vita umana indifesa, che va rispettata e protetta, non eliminata, e che viene prima di qualsiasi strategia! Non dimentichiamo: è una crudeltà, disumana e sacrilega”.
“Mi consola sapere – ha aggiunto Francesco – che alla popolazione rimasta sotto le bombe non manca la vicinanza dei pastori, che in questi giorni tragici stanno vivendo il Vangelo della carità e della fraternità. Ho sentito in questi giorni alcuni di loro al telefono, come sono vicini al popolo di Dio. Grazie, cari fratelli, care sorelle, per questa testimonianza e per il sostegno concreto che state offrendo con coraggio a tanta gente disperata! Penso anche al nunzio apostolico, appena fatto nunzio, monsignor Visvaldas Kulbokas, che dall’inizio della guerra è rimasto a Kyiv insieme ai suoi collaboratori e con la sua presenza mi rende vicino ogni giorno al martoriato popolo ucraino. Stiamo vicini a questo popolo, abbracciamolo con l’affetto e con l’impegno concreto e con la preghiera. E, per favore, non abituiamoci alla guerra e alla violenza! Non stanchiamoci di accogliere con generosità, come si sta facendo: non solo ora, nell’emergenza, ma anche nelle settimane e nei mesi che verranno. Perché voi sapete che al primo momento, tutti ce la mettiamo tutta per accogliere, ma poi, l’abitudine ci raffredda un po’ il cuore e ci dimentichiamo. Pensiamo a queste donne, a questi bambini che con il tempo, senza lavoro, separate dai loro mariti, saranno cercate dagli ‘avvoltoi’ della società. Proteggiamoli, per favore”. Dal Papa, infine, l’invito a “ogni comunità e a ogni fedele a unirsi a me venerdì 25 marzo, solennità dell’Annunciazione, nel compiere un solenne atto di consacrazione dell’umanità, specialmente della Russia e dell’Ucraina, al cuore immacolato di Maria, affinché lei, la regina della pace, ottenga al mondo la pace”.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Marzo 20th, 2022 Riccardo Fucile
IL GELO DEI FIGLI DEL CAV, IL DISCORSO PER LA SPOSA: “IL MIO PER TE, MARTA, È UN AMORE GRANDE. È QUALCOSA CHE NON HO MAI PROVATO PRIMA”… L’ELOGIO A SALVINI CHE FA STORCERE IL NASO AGLI AZZURRI: ASSENTI LA MELONI E I MINISTRI DI FORZA ITALIA
Del matrimonio è mancato solo il certificato ufficiale. Ma tutto il resto, nella giornata
speciale che si sono voluti regalare Silvio Berlusconi e Marta Fascina, c’è stato. Come in vere nozze. Alle quali ha partecipato – creando malumori fra gli azzurri – Matteo Salvini, incoronato dall’ex premier «unico leader vero d’Italia». Quasi un suo successore.
Scambio delle fedi
C’è stata la cerimonia nella cappella privata di Villa Gernetto, con lei vestita in abito bianco di pizzo francese con strascico di Antonio Riva, accompagnata fino all’altare dal padre che le ha scoperto il volto dal velo, le ha baciato la fronte e l’ha lasciata con il suo uomo. C’è stato lui, in abito blu Armani, che ha raccontato come è nata la loro storia tre anni fa, chiudendo così: «Il mio per te, Marta, è un amore grande. È qualcosa che non ho mai provato prima, e ora per me tu sei indispensabile, irrinunciabile. Mi sei stata vicina in momenti duri, mi hai aiutato. Tu mi completi, non potrei vivere senza di te, riempi la mia vita».
C’è stato lo scambio delle fedi, portate ai quasi sposi da Vittoria, la figlia di Licia Ronzulli, e la formula di rito che è risuonata tra le panche allestite con ortensie e rose bianche e azzurre: «Questo anello, segno del mio amore e della mia fedeltà, ci unirà eternamente».
Il ruolo dei figli
C’è stato un «viva gli sposi!», lanciato dal fratello del Cavaliere, Paolo, tra gli applausi di tutti i 60 invitati, fra i quali i figli di Berlusconi – tranne Pier Silvio, che aveva fatto sapere di voler evitare luoghi a rischio Covid – che pure erano stati contrari a un matrimonio vero e anche questo simbolico (rimasto in bilico a lungo), ma che alla fine sono stati vicini al padre: Marina seduta accanto a lui al grande tavolo da pranzo unico per tutti gli ospiti e Barbara a fianco di Marta, in questo mega evento curato in tutti i particolari da Massimo D’Ascanio e Daniela Russo.
Ci sono stati le bomboniere azzurre, i confetti, i tovaglioli con ricamato il nome di ciascun invitato, la torta bianca a tre piani, i regali arrivati (quadri, statue, vino), tutti gli amici di una vita entrati in auto scure davanti all’ingresso dove era presente un solo fan, il signor Donato: Gianni Letta, Dell’Utri, Confalonieri, Galliani, Ghedini, Zangrillo, e poi Tajani, Bernini, non Barelli impedito dal Covid, Sgarbi che sembra si sia auto-invitato la sera prima chiamando il Cavaliere. E c’era soprattutto, a sorpresa, Matteo Salvini
Il «caso Matteo»
Una presenza del tutto inattesa quella del leader della Lega, tenuta segreta per evitare polemiche interne a coalizione, visto che è stato l’unico alleato invitato, e partito. Arrivato tra gli ultimi e il primo ad andarsene, è stato omaggiato in pubblico dal Cavaliere: «Lui è l’unico leader vero che c’è in Italia: è sincero, è una persona sincera, per questo lo ammiro e gli voglio molto bene», ha detto durante il taglio della torta, in giardino, facendo sobbalzare molti azzurri che non hanno gradito né la scelta delle presenze e le rispettive esclusioni e tantomeno il ruolo riservato all’alleato, in un rapporto così stretto che nessuno immaginava in un momento in cui FI cerca il suo spazio autonomo sulla scena.
Nessun ministro era stato invitato, né leader alleati, ma Salvini – non un amico di vecchia data – sì. A testimonianza del fatto che esistono a dir poco due linee in una FI di cui Berlusconi sembra occuparsi sempre più a distanza.
Il pranzo e i canti
E quindi anche Salvini, tra un «Forza Milan» e un «viva Silvio» ha partecipato, nella villa arredata da 150 statue, con giochi d’acqua e valzer di aperitivi, al pranzo griffato Da Vittorio nel salone delle feste. Mondeghili gourmet, gnocchetti di ricotta, paccheri, manzo al vino rosso e un gelato, il tutto innaffiato da vini Aneri e tra musiche prima istituzionali, un romantico violino, poi più consone a una festa che prende vita dopo i primi momenti più tesi, quando un Berlusconi comunque agitato e una Marta emozionatissima erano arrivati sapendo che la cerimonia era qualcosa di dirompente a suo modo, per la freddezza dei figli, per la contrarietà degli amici visto il momento politico scandito dalla guerra.
Ma appunto il ghiaccio si è sciolto presto, e a contribuire sicuramente la benevolenza dei figli che hanno incontrato i familiari di Fascina, e alla fine canticchiato con il padre che ha voluto come ospite musicale d’onore l’amico Gigi D’Alessio: «Mi ha fatto un grande regalo a esserci, insieme abbiamo scritto quasi 130 canzoni». Poi sono stati il Cavaliere e Confalonieri ad esibirsi nei loro pezzi forti: le canzoni francesi e un finale O mia bela Madunina.
Il futuro
Nessun riferimento se non vaghissimo ai «tempi bui che stiamo vivendo», subito superato da un «l’amore vince sempre su tutto». Alla fine, tutti soddisfatti, pare. La mediazione in qualche modo ha funzionato, poi chissà se un giorno non tornerà la tentazione di regolarizzare l’unione, o se finirà così, senza foto ufficiali e carte bollate ma con l’ufficiosa certezza che una signora Berlusconi c’è. Con tutto quello che significherà.
(da il “Corriere della Sera”)
argomento: Politica | Commenta »
Marzo 20th, 2022 Riccardo Fucile
COSA SAREBBE ACCADUTO SENZA IL LORO EROISMO?
Che cosa sarebbe successo se invece di rispondere con le armi all’invasione russa gli ucraini non avessero mosso un dito e avessero lasciato che l’esercito di Putin occupasse tranquillamente Kiev determinando ovviamente la caduta, e magari anche la cattura, di Zelensky?
È questa la domanda che bisogna porre a coloro che continuano a esprimere dubbi sull’opportunità e sul senso della resistenza del popolo di quel Paese agli invasori. Che bisogna porre a coloro che con sussiegoso disprezzo hanno parlato addirittura di «mistica della resistenza» di cui sarebbero affetti quegli sciocchi di ucraini.
Sulla risposta alla domanda posta all’inizio è difficile avere dubbi. Non resistere avrebbe voluto dire semplicemente la vittoria totale di Putin nel giro di 48 ore e quindi la sorte dell’Ucraina alla sua mercé.
E a quel punto, molto probabilmente, non sarebbero seguite neppure le sanzioni da parte dell’Occidente (o al più finte sanzioni come quelle dopo la Crimea).
Invece la resistenza in armi del popolo ucraino c’è stata, vasta e coraggiosa. Ed essa non solo ha già avuto l’effetto di determinare la sconfitta del piano russo (è davvero una cosa così trascurabile?) ma sta pure gettando le premesse per una durissima sconfitta politica dello stesso Putin, con il conseguente forte indebolimento della sua leadership e in prospettiva, chissà, la sua stessa caduta.
È stata la resistenza armata del popolo ucraino, infatti, con la sua stessa esistenza che ha mostrato al mondo sia il fallimento dei servizi d’intelligence sulle cui informazioni il Cremlino ha deciso tre settimane fa l’invasione credendo che si trattasse di una passeggiata, sia le carenze materiali (perfino la mancanza delle razioni alimentari!), il marasma organizzativo e strategico, lo scarso rendimento operativo e la scarsa combattività dell’organismo militare russo.
Lo sappiamo tutti che la resistenza ucraina non può vincere. Ma non può vincere militarmente. Politicamente invece essa ha già stravinto.
Già oggi infatti essa ha messo Putin con le spalle al muro. Nella condizione cioè di non avere alternative: o tratta con colui che tre settimane fa voleva distruggere (ma se vuole concludere le trattative deve per forza rinunciare al suo progetto iniziale e cedere su questo o quel punto), oppure può andare avanti con la guerra. E
vincere sì, alla fine, ma proprio per la presenza della resistenza sarà costretto a fare dell’Ucraina un mare di rovine abitate da un popolo che lo odia. Ma in un Paese da lui ridotto a un mare di rovine e di morti riuscirà mai a trovare un Quisling che accetti e sia in grado di governare a suo nome?
E quanti soldati gli ci vorranno, dopo la cosiddetta vittoria, per presidiare un territorio grande circa due volte la Francia? Quanti soldati dovrà mettere in conto di perdere ogni notte, probabili vittime di un agguato dietro ogni portone, ad ogni angolo di strada?
E allora chiediamoci: tutto ciò — questa vera e propria catastrofe politica — di che cosa sarà il frutto se non del fatto che c’è stata una resistenza armata? Del fatto che gli ucraini hanno imbracciato le armi, hanno chiesto le armi per combattere, e l’Occidente gliele ha date? Altro che le condizioni di successo «francamente improbabili» di cui in tanti si sono riempiti la bocca in questi giorni.
È fin dall’inizio, infatti, che dalle più diverse parti, qui in Italia (soprattutto qui in Italia, mi pare) si levano voci sull’inutilità e perfino l’immoralità della resistenza, sull’assoluta inopportunità di rifornirla di armi, sull’«assurdità» della guerra, di ogni guerra in quanto produttrice solo di morte e distruzione.
Voci intente a convincerci che di fronte all’eventualità della guerra ogni altra considerazione deve passare in secondo piano di fronte alla necessità della pace: qui, subito, a qualunque costo, e dunque trattare, trattare, trattare. Sempre, con chiunque e comunque.
Dietro tutto ciò c’è molto più di una semplice presa di posizione politica. Si sente una profonda trasformazione del panorama culturale del nostro Paese, in specie delle sue classi colte.
Si sente l’oblio ormai diffusissimo del passato, la cancellazione della storia come elemento strutturante dell’esperienza e della mentalità. Si sente l’oblio del carattere tragicamente drammatico che può avere la storia.
L’oblio dell’asprezza ultimativa, non compromissoria, dei valori politici collettivi (l’indipendenza nazionale, l’autodeterminazione, la sovranità) cui le scelte dei popoli e dei governi spesso sono chiamate.
Nell’Italia contemporanea, viceversa, si è diffusa una mentalità che in alternativa alla storia è andata sempre più ispirandosi non già ai valori politici di cui sopra bensì ai diritti individuali visti come sostanza di una presunta, pacificatrice, etica universale. Una mentalità nella quale, come si capisce, per la guerra e per tutto ciò che è in essa di razionale e di irrazionale, e anche di morale, sì di morale, non può esserci posto.
Nella quale la dimensione del conflitto, dei meccanismi e dei sentimenti fatali che lo determinano, la dimensione del coraggio delle persone e delle aspirazioni dei popoli, l’elemento dell’eroismo e della malvagità, appaiono tutte entità dal tratto primitivo da esorcizzare.
In questo modo tutto finisce per essere posto sullo stesso piano: i ventenni ucraini che si preparano a combattere i tank russi e Putin che li ha mandati a Kiev, chi lancia i missili e chi li riceve sulla testa. Ed è così che sotto l’urto delle armi che si affrontavano nelle pianure dell’Est l’oblio della storia è divenuto oblio puro e semplice della realtà.
E allo stesso modo, priva dell’ancoraggio nella stessa realtà, l’etica si è mutata fatalmente in moralismo: ipocrita come tutti i moralismi. Un’irrealtà moralista dove regna l’algida ragionevolezza del rifiuto della forza, il rifiuto di aiutare il debole e l’aggredito, perché così si violerebbe l’obbligo supremo e della «pace» della «trattativa».
Sicché alla fine — paradossalmente ma non troppo — la cultura che pretende di parlare in nome delle vittime, della loro assoluta centralità, diviene di fatto l’alleata della tirannide che produce le vittime stesse.
Non intendo turbare la beata sicurezza dei critici della «mistica della resistenza» così preoccupati di scongiurare le luttuose conseguenze che essa comporta. Forse farebbero bene a ricordare però che la loro libertà odierna di pensare e di scrivere ciò che vogliono non è dipesa da nessuna «trattativa», da nessuna sollecitudine per morti e feriti. La loro libertà è stata pagata anche dal sangue di migliaia di bambini tedeschi massacrati dai bombardieri alleati, è stata pagata anche dal dolore di migliaia di donne tedesche stuprate dai soldati dall’Armata Rossa.
Perché la storia è fatta di queste cose terribili: non delle chiacchiere di chi parla per compiacersi dei propri buoni sentimenti.
Ernesto Galli della Loggia
(da Il Corriere.it)
argomento: Politica | Commenta »
Marzo 20th, 2022 Riccardo Fucile
IL FIGLIO E’ PRIGIONIERO, IL CRIMINALE MANDA AL FRONTE DEI RAGAZZINI DI LEVA A LORO INSAPUTA
«Qui va tutto bene mamma», poi più nulla fino al quel 27 febbraio quando sul cellulare
della madre Lyuba si fa vivo un ufficiale ucraino. «È nostro prigioniero».
Da allora nessuno dell’esercito di Mosca ha più dato spiegazioni
Giovanissimi, impauriti e trascinati in una guerra che non vogliono combattere, sono questi molti dei soldati dell’esercito di Putin, le cui storie continuano a trapelare dai pochi giornalisti russi indipendenti rimasti sul territorio.
«Qui va tutto bene mamma». Prima di quel terribile 27 febbraio le telefonate di Danya, 20 anni, fatte dall’unità dell’esercito russo erano di rassicurazione per la povera madre Lyuba, chiusa in casa a Sokol, cittadina russa vicino a Vologda.
«Dopo la smobilitazione entrerò nella facoltà di medicina per diventare neurochirurgo, starò con te per due settimane, mamma, e ti farò conoscere anche Zhenya».
La speranza di riabbracciarsi però si interrompe quando le telefonate di Danya cominciano a non esserci più. «Danya è qui in sede, non è partito per l’Ucraina», a rispondere al telefono ora sono i colleghi dell’unità. Poi neanche più quelli.
La famiglia del ragazzo continua a chiamare ma ora dall’altra parte della cornetta una musichetta allegra ha perfino preso il posto del segnale acustico per lasciare messaggi. Da lì il silenzio più assoluto fino a quel terribile 27 febbraio.
«Stavo andando al lavoro, avevo il turno di notte», ricorda Lyuba intervistata da Novaya Gazeta, il periodico russo indipendente con ancora qualche giornalista sfuggito agli arresti di Putin. «Arriva un sms: “Sono un ufficiale dell’esercito ucraino, sai dov’è tuo figlio?”». Di seguito il nome, il cognome, la data di nascita di Danya. «È nostro prigioniero, in Ucraina».
Il messaggio continua con la foto di un giovane bendato. «L’ho subito riconosciuto», racconta Lyuba che va avanti a ricordare. «Subito dopo hanno chiamato in collegamento video, lui era senza volto coperto e ci hanno fatto parlare. La prima cosa che ho chiesto è stata: “Figlio, hai firmato il contratto?”. Ha detto: “No, mamma, non ho firmato”».
Quella conversazione con suo figlio Lyuba l’ha registrata. Il video che conferma la cattura è la sua principale prova di quanto l’esercito russo abbia mentito e stia tuttora mentendo. «Le richieste scritte sono state inviate agli uffici della procura militare e distrettuale, al comando del distretto militare occidentale, all’FSB, all’unità militare. Siamo stati nell’ufficio di registrazione e arruolamento militare, nell’ufficio del procuratore militare, alla Croce Rossa», elenca l’avvocato Anna Smirnova che aiuta Lyuba Vorobyeva gratuitamente.
«Per il momento non c’è alcuna conferma ufficiale della cattura del soldato Vorobyov da parte del Ministero della Difesa ma non c’è nemmeno una confutazione. Se tutto quello che Lyuba ha visto è un fotomontaggio o un falso, che si mostri alla madre un figlio vivo e sano», continua Smirnova.
«Ho dato loro un figlio»
«Vi chiedo di trovare mio figlio, di informarmi su dove si trova e sullo stato di salute. Vi chiedo di prendere urgentemente misure per riportare mio figlio nel territorio della Federazione Russa. Vi chiedo di verificare la legittimità del suo coinvolgimento in un’operazione militare sul territorio dell’Ucraina e di riferire sui risultati di tale controllo».
L’appello della madre del giovanissimo soldato ora si rivolge a chiunque possa aiutarla. Dove esattamente Danya sia stato fatto prigioniero e dove si trovi ora Lyuba non lo sa.
«Da un messaggio di un numero ucraino sconosciuto sappiamo solo del trasferimento di Danya per opera della polizia militare ucraina ma niente di più», continua la madre. Nel frattempo l’esercito russo tace, non una mezza parola. «È questa indifferenza e indifferenza per i nostri figli – non solo per mio figlio – che colpisce», denuncia Lyuba. «Ho dato loro un figlio per adempiere al dovere verso la Patria e guardate come lo trattano».
«La pressione per non farci parlare
Oltre al dolore per la scomparsa di Danya la famiglia del giovane soldato ora subisce una forte pressione mediatica dal Paese che dovrebbe aiutarla. Quando sulle reti televisive sono apparse le prime notizie di un connazionale che era stato fatto prigioniero, sui Vorobyov si è riversato fango: accusati di costruire falsi e di mentire su tutta linea.
«Ci sono stati appelli che consigliavano di non ricevere giornalisti. Sentivamo che si temeva una protesta pubblica, perciò hanno tentato in tutti i modi di evitare il rilascio di informazioni al di fuori della famiglia e della regione», racconta Smirnova.
Tutta Sokol e una buona metà della regione conoscono già la storia di Danya. I volontari hanno creato un gruppo di aiuto sui social network cercando come possono di scambiarsi informazioni. Lyuba chiede senza sosta sullo scambio di prigionieri ma le uniche strade sono quelle non ufficiali.
Quelle ufficiali, sia russe che ucraine, scelgono ancora di non confermare nessuno scambio. «Danya tornerà. Pregherò. Riuscite a immaginare quante madri stanno pregando in questo momento? Dio non potrà farlo per tutte credo».
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Marzo 20th, 2022 Riccardo Fucile
AL MOMENTO CI SONO 19 PICCOLI PAZIENTI: LE ULTIME QUATTRO BIMBE SONO SOPRAVVISSUTE AI BOMBARDAMENTI DI BUCHA, DUE HANNO PERSO IL BRACCIO SINISTRO
Visita a sorpresa, sabato pomeriggio intorno alle 16, di Papa Francesco all’Ospedale
Pediatrico Bambino Gesù per visitare il reparto dove si trovano i bambini ricoverati arrivati dall’Ucraina in questi ultimi giorni.
In questo momento sono 19 i bambini ucraini nei reparti dell’ospedale e nella sede dì Palidoro, mentre quelli arrivati dall’inizio della guerra sono circa 50″.
Alle 5 del mattino di martedì 15 marzo quattro bambine di Bucha – Lydia Felice Sergeevna e Kateryna Martynenko Anatoliyivna, 7 anni, Oleksandra Filipchuk Antonivna, 9 anni, Sofia Isaeva Valerievna, 13 anni – sopravvissute per miracolo ai bombardamenti sono arrivate a Roma, dopo un viaggio di 48 ore da Kiev a bordo di un’ambulanza e due auto, grazie all’aiuto dei volontari dell’associazione Pro Sma onlus. Le prime due erano le più gravi, con ferite da arma da fuoco al cervello. Le altre due hanno perso un arto, entrambe il braccio sinistro.
Al contrario degli altri piccoli pazienti ucraini che già erano ricoverati all’ospedale – con loro il conto è salito a 33, di cui 6 già dimessi e altri 9 seguiti in day hospital ambulatoriale – le quattro bambine non sono affette da patologie pregresse.
Fino a pochi giorni fa la loro era una vita perfettamente normale. “Lydia non aveva nemmeno i vestiti indosso, solo una canottiera sporca di sangue, ma nel giro di un’ora l’ospedale le ha fornito tutto, persino qualche giocattolo”, racconta Liliya Sobrino Palashchuk, fondatrice dell’associazione che dell’inizio del conflitto è riuscita a portare in salvo a Roma 40 bambini.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »