Marzo 28th, 2022 Riccardo Fucile
IL QUOTIDIANO ERA UNO DEGLI ULTIMI MEDIA INDIPENDENTI RIMASTI NEL PAESE: È IL GIORNALE DOVE SCRIVEVA ANNA POLITKOVSKAJA, E IL CAPOREDATTORE È IL PREMIO NOBEL DMITRY MURATOV
Il più importante quotidiano indipendente russo Novaya Gazeta sospende le sue
pubblicazioni. Lo riferisce lo stesso giornale sul suo sito.
Sul sito del quotidiano, i redattori di Novaya Gazeta, di cui è caporedattore il Premio Nobel per la Pace Dmitry Muratov, hanno reso noto di avere ricevuto un nuovo avviso da Roskomnadzor, l’agenzia statale per il controllo sui media, per il contenuto critico dei loro articoli
“Quindi – aggiungono – sospendiamo la pubblicazione del giornale sul sito Web, nelle reti e sulla carta fino alla fine ‘dell’operazione speciale sul territorio dell’Ucraina’”. Vale a dire l’invasione russa dell’Ucraina, che i redattori citano con la definizione ufficiale imposta dalle autorità di Mosca.
(da agenzie)
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Marzo 28th, 2022 Riccardo Fucile
L’FSB COINVOLTA NELL’ELIMINAZIONE DELL’EX VICE MINISTRO OPPOSITORE DI PUTIN
L’invasione della Crimea del 2014 è stato solo il primo passo, così come le attività di destabilizzazione della regione del Donbass, ma l’aspirante Zar non agiva indisturbato. E in questo scenario Boris Nemtsov, ex vice primo ministro nell’era Boris Eltsin, si era rivelato una vera e propria spina sul fianco opponendosi all’invasione della vicina Ucraina.
Noto anche per le sue denunce contro la corruzione in Russia, Nemtsov venne assassinato a colpi d’arma da fuoco il 27 febbraio 2015, pochi giorni prima di una protesta contro la guerra.
Oggi sappiamo che il principale oppositore di Vladimir Putin veniva pedinato da un uomo appartenente a una squadra segreta del Cremlino putiniano, coinvolto in due tentativi di omicidio di altri due oppositori dell’aspirante Zar: Vladimir Kara-Murza e Alexei Navalny.
La corruzione in Russia è un’arma a doppio taglio. Se da una parte permette di mantenere il potere, dall’altra si possono ottenere documenti appartenenti alla stessa FSB, il Servizio federale per la sicurezza della Federazione russa.
Il gruppo investigativo Bellingcat è riuscito, tramite dei broker, ad acquistare i dati originali di un database chiamato “Magistral“, utilizzato dall’agenzia russa per tracciare non solo i movimenti di persone di interesse come Boris Nemtsov, ma anche di tutti gli agenti dell’FSB.
Tra questi, Bellingcat ha individuato quello che aveva seguito il principale opposizione di Vladimir Putin fino a pochi giorni prima del suo omicidio: l’agente Valery Sukharev.
Bellingcat non è stato l’unico gruppo investigativo ad ottenere i dati di “Magistral“. Tutte le scoperte sono il frutto del materiale raccolto anche da BBC e The Insider, in parte ricevuto gratuitamente da fonti che hanno accesso a copie del database segreto del Cremlino.
Il luogo dell’omicidio, in pieno centro di Mosca
Sukharev, l’uomo chiave dell’FSB in questa indagine, riuscì a pedinare Boris Nemtsov durante 13 viaggi nell’ultimo anno di vita del nemico numero uno di Vladimir Putin. L’agente Sukharev, soprattutto, conosceva “in diretta” gli spostamenti di Nemtsov, come dimostra il fatto che prenotasse in brevissimo tempo i biglietti per gli stessi aerei utili al viaggio. Nell’estate del 2014, infatti, Sukharev aveva prenotato il volo 10 minuti dopo la prenotazione di Nemtsov.
Anche se Sukharev non è stato coinvolto fisicamente nell’affare Navalny, era in contatto con almeno quattro membri della squadra del Cremlino, i quali risulterebbero tra i 7 agenti dell’FSB sanzionati dagli Stati Uniti e il Regno Unito per il tentato omicidio. Dai tabulati telefonici ottenuti dagli investigatori, risultano 145 conversazioni tra Sukharev e gli stessi agenti nei mesi precedenti all’avvelenamento di Navalny.
Come riportato da Bellingcat, Sukharev, le cui utenze telefoniche risultano al momento fuori uso, non era un comune agente dell’FSB. In base alle loro analisi, è stato l’ufficiale con maggiore esperienza nel rintracciare gli oppositori del Cremlino successivamente colpiti negli ultimi anni.
Pedinò anche Vladimir Kara-Murza nel 2015, seguendolo fino a due giorni prima dell’avvelenamento. Con una falsa identità, grazie alla quale si faceva chiamare Nikolay Gorokhov, seguì Navalny durante 18 viaggi della campagna presidenziale del 2017. La stessa falsa identità era stata utilizzata da Sukharev tra il 2018 e il 2019 per pedinare lo scrittore Dmitry Bykov, avvelenato e caduto in coma nel 2019.
Secondo Bellingcat, gli agenti pedinatori non erano gli esecutori degli attentati. Avrebbero avuto soltanto la funzione di raccogliere le prove necessarie per stabilire le abitudini delle persone da colpire, fornendo tutte le informazioni agli specialisti di armi chimiche dell’Istituto di Criminalistica dell’FSB, un’unità originariamente istituita dal KGB nel 1977.
Le prove raccolte, così come le ricostruzioni degli eventi, mettono ulteriormente in luce l’impossibilità di una vera e propria azione politica da parte dell’opposizione a Vladimir Putin dalla sua ascesa al potere.
Non si può negare che Boris Nemtsov fosse un vero e proprio ostacolo e un pericolo per il mantenimento del Cremlino. Non solo era contrario all’invasione in Ucraina, ma sosteneva le sanzioni internazionali contro la leadership russa e aveva chiesto un’indagine indipendente sull’abbattimento del volo malese MH17 nell’Ucraina orientale.
La pubblicazione dell’indagine era stata annunciata per oggi, lunedì 28 marzo, dagli investigatori di Bellingcat lo scorso venerdì 25 marzo. Nella giornata di ieri, domenica 27 marzo, è stato individuato Ruslan Geremeev, l’uomo accusato di essere la mente dell’omicidio di Boris Nemtsov.
Non si trova in Cecenia o in qualche altro Paese come latitante (non si è mai presentato al processo), ma alla guida dell’esercito ceceno a Mariupol a sostegno dell’armata russa. Ad annunciarlo è stato il leader Ramzan Kadyrov attraverso un video pubblicato sul suo profilo VK definendolo «il mio caro fratello Ruslan».
A guidare le truppe cecene che partecipano all’assedio di Mariupol c’è Ruslan Geremeyev, sospettato di essere tra i responsabili dell’omicidio di Boris Nemtso
Ponendo in dubbio il coinvolgimento dell’FSB negli attentati e negli omicidi, si potrebbero porre alcune domande logiche: se gli agenti conoscevano a menadito ogni attività svolta dai principali oppositori del Cremlino, come mai non erano riusciti ad intercettare e fermare i ceceni autori dell’uccisione di Boris Nemtsov nel pieno centro di Mosca?
E, se è vero che Ruslan Geremeyev è accusato anche formalmente di essere il mandante dell’omicidio, non è chiaro come mai sfugga al processo, nonostante le capacità di pedinamento dell’FSB, e oggi stia collaborando con Vladimir Putin nella conquista dell’Ucraina.
Una sorte estremamente diversa da quella toccata a Zaur Dadayev, uno degli uomini accusati di aver ucciso Boris Nemstov che, come già denunciato nel 2015, potrebbe essere stato costretto a confessare sotto tortura.
(da agenzie)
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Marzo 28th, 2022 Riccardo Fucile
DIECI MINUTI PER MANGIARE, POI SI TORNA A COMBATTERE… ARRUOLATE INTERE FAMIGLIE
La guerra di Sudest si gioca tutta sulla M14: la lingua d’asfalto tra campi di mais e grano
che collega Odessa con Kherson. Mykolaiv è lì, nel mezzo.
Alle sue spalle arriva vento che odora di terra. Di campi coltivati. Ieri in città è arrivato il gasolio da Odessa. Dal cielo, però, sono arrivati i missili russi. Per tutta la notte tra sabato e domenica i Grad:
«Sono caduti come grandine – racconta un soldato -. Spazzano via tutto proprio come i chicchi d’estate distruggono il grano». Basta questo per capire che chi oggi veste una divisa sino a ieri era un contadino. Ora l’orizzonte che scrutano è cambiato. Non temono più nuvole nere che portano tempesta. I loro occhi cercano sabotatori ai checkpoint; scie bianche in cielo dei caccia e pinnacoli di fumo.
La distruzione ha il colore nero del fumo di una bomba. Odora di polvere da sparo e carburante. Qui, dove i Grad cadono a centinai, i crateri non si contano nemmeno più. Mykolaiv cambia giorno dopo giorno. Sabato tranquilla e pacifica. Domenica in fermento con carri armati e camion zeppi di soldati a muoversi in colonna.
La linea del fronte è a Posad, Oblast di Kherson. La città è in mano russa e gli ucraini sono a meno di 2,5 chilometri. I carristi dormono in un’ex officina per trattori. I carri armati son nascosti. «Mettete l’auto qui – indica uno dei meccanici -. I droni volano e cercano bersagli in continuazione». Li trovano. Lungo questa lingua d’asfalto contesa, i lanciamissili ucraini sono stati colpiti. Erano nascosti nella boscaglia a bordo strada, ma gli occhi elettronici della guerra sanno andare oltre legno e foglie. Ieri, alle 12, le postazioni colpite fumavano come cerini appena spenti. Di giorno gli scoppi si fanno più radi. Si ha quasi l’impressione che i russi cerchino di colpire in modo mirato ciò che è sfuggito alla «grandinata» di Grad notturna.
I carristi hanno manutenuto il loro mezzo per tutta la mattinata. Due notti prima un colpo di mortaio ha colpito il tetto dell’officina e le lamiere son volate via come fogli di carta al vento. La soletta in cemento armato ha tenuto, si è piegata. Regge, ma non ne reggerebbe un secondo. È tempo di mangiare per tutti. Per chi ripara i carri e per quei veterani di questa guerra – per loro è iniziata 8 anni fa – che non sono in turno al fronte. Il pane è fresco e soffice. Arriva da Odessa e ancor prima di essere assaggiato va osservato. Annusato. «Profuma di casa» – l’unico commento di un veterano.
Per pranzo si mangia una gallina bollita. Una zuppa calda di carne, che fa anche brodo, con patate. Le esplosioni per l’orecchio di chi vive in terra di pace sono vicine. Per un soldato da prima linea lontane. Così lontane da non far tremare il cucchiaio; da chiudere lo stomaco. Vietato parlar di strategia. I segreti militari, qui, son visti come cose da ufficiali. Qui si parla di battaglie.
Si raccontano i bombardamenti notturni ed i turni di guardia in trincea. «Oggi i russi hanno sparato a un’auto di civili – spiega un soldato -. Non hanno nemmeno chiesto i documenti. Hanno sparato e basta, ma non hanno ucciso nessuno».
Il pranzo si consuma di fretta. Si mangia in una stanza senza finestre dove una vecchia stufa brucia legna di recupero. L’odore di polvere da sparo resta fuori. Qui si sente l’odore di brace, sigarette, caffè e minestra. È la cucina e la camera da letto dei carristi. Come reti: bancali. Come materassi: gommapiuma. Mentre si mangia i fucili si stendono sul letto
I ripetitori dei cellulari son stati riparati. Dove sabato non c’era segnale domenica è tornato il 4G. Arriva un video da casa. Si festeggia il primo compleanno della figlia più piccola. La quarta nata compie un anno; è in braccio alla nonna e sul tavolo c’è una torta. Festeggerà senza mamma e papà. Tutti e due arruolati. Antony ha 28 anni, 4 figli, anni di trincea in Donbass e una moglie appena arruolata.
Lei è nelle retrovie, ai bambini ucraini va garantito almeno un genitore vivo anche se tutti e due sono in divisa. Si mangia in 10 minuti e si beve un caffè solubile. Finito si può ancora lasciare il fucile sul letto un po’. C’è un cimelio di guerra da mostrare: un bazooka russo. Bastano 20 minuti, una minestra condivisa, per potersi lasciar andare. Solo la radio che gracchia rompe la tregua non dichiarata del pranzo. Stanno ricominciando i bombardamenti e questa torna a essere terra per soldati. I civili è bene che fuggano subito se non vogliono morire. C’è da correre. Basta un cenno con la mano da un’auto in corsa per far capire a chi è di guardia che non si è russi. Nel tempo di una zuppa l’M14 è stata bombardata ancora. Le carcasse dei Grad son lì sull’asfalto che fuma. Chi guida spera di non forare uno pneumatico, fermarsi diventa una roulette russa. In serata, i missili non danno tregua: Odessa è colpita, otto volte.
(da La Stampa)
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Marzo 28th, 2022 Riccardo Fucile
IL CAMPIONE DEL MONDO UCRAINO DI KICKBOXING MAKSYM KAGAL MUORE DA EROE IN BATTAGLIA A MARIUPOL: AVEVA 30 ANNI E FACEVA PARTE DEL BATTAGLIONE AZOV
È caduto da eroe nella battaglia di Mariupol, la città più martoriata dal conflitto. Maksym Kagal detto «The Piston» era il campione del mondo di kickboxing Iska (International sport karate association), aveva 30 anni ed è morto combattendo. Originario di Kremenchug, pure questa devastata dalla bombe, Kagal faceva parte delle forze speciali di Azov, il battaglione dichiaratamente nazionalista inserito nell’esercito di Kiev e impegnato dal 2014 nelle manovre militari nel Donbass.
A dare la notizia è stato il giornale ucraino The Kyiv Independent, secondo cui l’atleta sarebbe deceduto lo scorso 26 marzo.
«Dormi tranquillo, fratello, la terra è tua, ti vendicheremo», è stata la reazione del suo allenatore, Oleg Skirt, raccolta da Ukrinform.
Faceva parte della squadra nazionale, con la quale aveva gareggiato ottenendo il primo successo mondiale ucraino in questa disciplina.
Aveva deciso di difendere la sua patria al fronte, nei sanguinosi scontri che da settimane stanno mettendo a ferro e fuoco Mariupol, città strategica che si affaccia sul Mar d’Azov.
Con Kagal sono scesi in battaglia molti sportivi in attività ed ex ucraini. Fra questi l’ex stella del basket Sasha Volkov, 58 anni, di origini siberiane ma profondamente legato all’Ucraina dove la sua famiglia si era trasferita quando era ancora bambino. Volkov è stato campione con la nazionale di basket dell’Urss e primo fra i sovietici ad approdare nella Nba dopo la caduta del muro.
Oggi Volkov, che giocò anche in Italia, a Reggio Calabria, fa la ronda per le strade di Kiev.
Con lui hanno preso le armi anche i tennisti Sergey Stakhovsky e l’ex numero 4 del mondo Andrei Medvedev. E dell’esercito fanno pure parte vari ex pugili, primo fra tutti Vlodimir Klitschko, campione del mondo dei pesi massimi come il fratello Vitalji, sindaco di Kiev da quasi otto anni.
(da agenzie)
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Marzo 28th, 2022 Riccardo Fucile
IL GENERALE VINCENZO CAMPORINI, EX CAPO DI STATO MAGGIORE DELLA DIFESA: “QUANDO SI PASSA DAI PROGETTI AI PROTOTIPI E DA QUESTI AI PRODOTTI IN SERIE VENGONO ALLA LUCI GRAVI CARENZE NELLA QUALITÀ DEI MATERIALI E IN QUELLA DEI PROCESSI DI FABBRICAZIONE”… “SENZA UNA LOGISTICA EFFICIENTE LE GUERRE NON SI VINCONO E QUESTO SEMBRA PROPRIO IL TALLONE D’ACHILLE DELLE FORZE RUSSE”
La logistica, arte negletta. Secondo le valutazioni di analisti occidentali, almeno il 60 %
delle armi e del munizionamento impiegati dalle forze russe nella loro offensiva in Ucraina ha evidenziato gravi malfunzionamenti con una grande quantità di ordigni inesplosi.
Si tratta di valutazioni basate sull’esame di quanto trovato sul terreno, la cui attendibilità, quindi, è ragionevolmente elevata e che fa sorgere seri dubbi sull’efficienza della macchina militare di Mosca.
Pessima manutenzione
Non si tratta però di una sorpresa: senza andare troppo indietro nel tempo, una situazione analoga si presentò durante il breve conflitto tra Georgia e Russia nell’agosto del 2008.
Si trattava di una situazione che presenta singolari analogie con quella che stiamo vivendo in queste settimane: due territori rivendicati dai georgiani, l’Abkhazia e l’Ossetia Meridionale, dove fin dai tempi dell’URSS erano in corso scontri interetnici, avevano proclamato la loro indipendenza; Tbilisi lanciò un’operazione militare che provocò un pesante intervento russo.
Il conflitto durò solo cinque giorni e si concluse con una disfatta delle forze georgiane, ma l’analisi degli eventi evidenziò che oltre il 50 % del munizionamento impiegato dalle forze di Mosca non esplose, principalmente a causa del pessimo stato di manutenzione delle spolette: le esperienze del passato dovrebbero essere lezioni per il futuro, ma sembra che la logistica delle forze armate russe non ne abbia tratto il necessario giovamento.
Progetti eccellenti, ma prodotti finali carenti
Esiste a monte un problema generalizzato di qualità. Gli uffici progetto dell’industria russa degli armamenti dispongono di qualità eccellenti, a volte al di sopra di quanto disponibile in Occidente: le conoscenze nel campo della fluidodinamica tridimensionale hanno consentito l’elaborazione di straordinari programmi aeronautici; purtroppo però, quando si passa dai progetti ai prototipi e da questi ai prodotti in serie vengono alla luci gravi carenze nella qualità dei materiali e in quella dei processi di fabbricazione.
È accaduto, ad esempio, che l’esame dei rottami di un velivolo da combattimento russo abbia evidenziato l’utilizzo di leghe del tutto analoghe nella loro formulazione a quelle impiegate nelle nostre industrie aerospaziali, ma con un livello di omogeneità così scadente da richiedere spessori doppi a quelli possibili, con un incremento dei pesi a tutto scapito delle prestazioni finali del sistema d’arma.
Scarsa vita operativa
Un’altra conseguenza di questi insoddisfacenti livelli quantitativi è la scarsa vita operativa dei prodotti: il MiG29 Fulcrum, al suo esordio alla fine degli anni ’70, inizio degli ’80, era una macchina stupefacente e tutt’ora conserva una rilevante capacità operativa, ma deve cambiare i motori dopo pochissime centinaia di ore di volo, il che moltiplica i costi e la complessità della logistica e di conseguenza la sua disponibilità operativa. In estrema sintesi: senza una logistica efficiente le guerre non si vincono e questo sembra proprio il tallone d’Achille delle forze russe.
(da il Corriere della Sera)
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Marzo 28th, 2022 Riccardo Fucile
LA FESTA ESCLUSIVA ORGANIZZATA NEGLI EMIRATI ARABI DALL’EX GENERO DI PUTIN, KIRILL SHAMALOV, PER I SUOI 40 ANNI… IL MILIARDARIO SI E’ TRASFERITO A DUBAI GIA’ DA UNA SETTIMANA CON LA NUOVA FIDANZATA, FIGLIA DI UN GENERALE DEI SERVIZI SEGRETI, IN ATTESA DELLA FINE DELLA GUERRA
La notizia della festa esclusiva è stata diffusa tramite il canale Telegram VChK-OGPU che ha aggiunto che si trattava di un party «solo per l’élite che e si è svolto in condizioni di maggiore segretezza, visti gli eventi attuali in Ucraina». Un fatto che ha suscitato scalpore in tutta la Russia dove la popolazione è in ginocchio per le sanzioni, l’inflazione fuori controllo e le restrizioni dovute alla guerra.
Kirill Shamalov è un azionista miliardario del gigante petrolchimico russo Sibur ed è uno degli oligarchi russi colpito dalle sanzioni occidentali varate come ritorsione per la Russia a seguito dell’invasione dell’Ucraina.
Il padre di Kirill, Nikolay Shamalov, 72 anni era un dentista durante l’era sovietica ed è uno dei migliori amici del presidente Putin, considerato membro del “cerchio magico”: erano vicini di casa vicino a San Pietroburgo negli anni ’90.
Il giovane miliardario Shamalov aveva sposato la seconda figlia del presidente, Katerina Tikhonova, ballerina di rock’n roll di 35 anni. Dopo la separazione tra i due l’oligarca aveva avuto una relazione con Zhanna Volkova, 44 anni e ora avrebbe una nuova fiamma: Anastasia Zadorina, figlia di un generale dell’FSB.
Secondo quanto riporta il Daily Mirror, la relazione con Anastasia Zadorina sarebbe nata poco dopo il divorzio con Volkova e ora «le fonti dicono che presto ci sarà un matrimonio». Zadorina è figlia del potente colonnello dell’Fsb Mikhail Shekin e si è laureata presso l’Istituto statale di relazioni internazionali di Mosca (MGIMO), un campo di addestramento per futuri alti diplomatici e spie.
Inoltre, è la fondatrice di un marchio di haute couture “AnastasiAZadorina” e del marchio “ZASPORT”, sponsor ufficiale della squadra olimpica russa.
Nelle prime ore della guerra è stata anche autrice di alcune magliette di propaganda patriottica russa in cui si leggeva la scritta: «Topol non ha paura delle sanzioni», riferendosi al missile balistico intercontinentale russo chiamato Topol, e «Sanzioni? Non prendere in giro i miei Iskander».
Se prima dello scoppio della guerra i miliardari russi avevano come principale meta Londra, ora è Dubai il luogo dove lasciarsi andare a una vita nel lusso e a feste
Secondo il canale telegram VChK-OGPU la coppia di super ricchi attende la fine della guerra e di questi tempi difficili «riposandosi sulla spiaggia al mattino e divertendosi al karaoke la sera».
(da agenzie)
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Marzo 28th, 2022 Riccardo Fucile
QUANTE POSSIBILITÀ CI SONO CHE PUTIN SIA ROVESCIATO? NON MOLTE. ESERCITA UN CONTROLLO FERREO SUL GRUPPO DIRIGENTE
Affermando che Putin non può restare al potere, Joe Biden dice una cosa condivisa dai
più ma rende anche pressoché impossibile un negoziato col Cremlino. Errore o sortita meditata?
«La frase era fuori dal discorso ufficiale, ma riflette il pensiero profondo del presidente e, francamente, di chiunque abbia a cuore democrazia e libertà», risponde il politologo Ian Bremmer, fondatore e capo di Eurasia. «Come si può tornare a discutere, accogliendolo di nuovo nella comunità internazionale, con un leader che ha attaccato un Paese di 44 milioni di abitanti per nulla minaccioso, e l’ha distrutto massacrando anche la popolazione civile?»
Lei stesso, però, ha notato che ora le possibilità di trattativa sono azzerate o quasi.
«Sì, ma la svolta non è quella di ieri. La partita è cambiata quando Biden ha bollato Putin come un criminale di guerra e il dipartimento di Stato ha subito ribadito questa definizione. La ratifica di un dato di fatto: impossibile negoziare coi massacratori».
Ieri, però, dopo il discorso del presidente, il segretario di Stato, Antony Blinken, si è affrettato a precisare che gli Usa non puntano al regime change in Russia.
«C’è una differenza tra un regime change e lo sforzo di destabilizzare la Russia, che è in atto dall’inizio della guerra con sanzioni economiche che mettono il Paese in ginocchio, misure che colpiscono personalmente i principali esponenti del regime di Mosca e lo sforzo diplomatico di isolare il Cremlino. Di questo sforzo, la constatazione che Putin non può restare al potere è parte integrante, benché estrema. Un regime change presuppone interventi diretti per tentare di rovesciare un intero assetto politico. Non siamo a questo e non è la politica degli Stati Uniti. Soprattutto nei confronti di una potenza nucleare».
Se l’obiettivo è quello di indebolire Putin all’interno del gruppo dirigente del Cremlino favorendo un avvicendamento al vertice, la durezza di Biden non rischia di rafforzare i sentimenti nazionalisti di molti russi, alla base del consenso del quale il presidente ancora gode nel suo Paese?
«È vero, ma Putin godeva già di un ampio consenso popolare da parte dei moltissimi russi che si sentono umiliati da come il loro Paese è stato trattato negli ultimi trent’ anni. Se la domanda è quante possibilità ci sono che Putin sia rovesciato, la risposta è non molte: può accadere, ma, al di là dell’evidente frustrazione e sconcerto per una guerra che sta andando in modo molto diverso dalle previsioni, non vedo segnali di scollamento in un gruppo dirigente su cui il presidente esercita un controllo ferreo».
Si dovrà pur trovare un modo di uscire da questo stallo politico, anche per disinnescare una guerra che rischia sempre di allargarsi oltre i confini dell’Ucraina.
«La realtà con la quale l’Europa deve confrontarsi è che il dividendo della pace della quale ha goduto per tre quarti di secolo si è esaurito. D’ora in poi il confronto tra Russia e Nato sarà molto più duro e instabile. Con tutti i rischi che ciò comporta».
Intanto c’è una guerra da fermare. Se non si negozia con Mosca come se ne esce?
«La guerra finirà perché la Russia l’ha impostata male e gestita peggio. Le sue forze armate sono esauste. Conquistato qualche altro centro strategico al sud, diranno che la prima fase è stata completata con successo. Il che non significa pace, ma congelamento del conflitto».
Per l’Europa, e anche per l’America, un Putin ferito ma non sconfitto può essere ancor più pericoloso. All’Onu temono che Mosca, col suo diritto di veto in Consiglio di sicurezza, comincerà a sabotare tutte le missioni di peacekeeping in giro per il mondo, a cominciare dalla Bosnia dove i separatisti serbi, appoggiati più dal Cremlino che dal governo di Belgrado, sono in fermento.
«Non c’è dubbio che, con un’altra guerra fredda, dovremo prepararci ad affrontare nuove crisi, sarà più difficile spegnere i focolai. Il rischio di una nuova esplosione nei Balcani è molto forte. Ma io temo molto anche la crisi interna che indebolisce gli Stati Uniti. Purtroppo questo Paese è ormai profondamente diviso e i repubblicani sono pronti a fare di tutto per minare Biden e la sua politica estera, quindi il ruolo stesso del Paese nel mondo, se capiscono che questo può far vincere loro le elezioni di midterm e aumentare le loro chance nelle presidenziali del 2024. Questa non è più l’America che dopo gli attentati dell’11 settembre si unì attorno a un presidente che, pure, molti detestavano. È una situazione molto pericolosa. Per tutto l’Occidente, non solo per gli Usa».
L’unica, fioca, luce in un quadro così cupo è che nessuno, comunque, dovrebbe ricorrere agli arsenali nucleari. Ma dopo questa guerra non si moltiplicheranno, dalla Turchia, all’Iran, a Taiwan, le tentazioni di proliferazione nucleare? Sono in tanti a dire che, se dopo la dissoluzione dell’Urss l’Ucraina non avesse dato a Mosca le bombe atomiche che erano sul suo territorio, oggi Putin non l’avrebbe attaccata.
«Taiwan non si doterà dell’atomica: supererebbe una linea rossa che scatenerebbe la reazione di Pechino. Nel resto del mondo le tentazioni aumenteranno sicuramente, soprattutto in Medio Oriente. Molto dipenderà dall’accordo in Iran. È vicino, nonostante i tentativi di sabotaggio dei russi, ma anche il regime di Teheran è diviso».
(da il Corriere della Sera)
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Marzo 28th, 2022 Riccardo Fucile
IL FATTORE TEMPO È DECISIVO: C’È CHI LO CONSIDERA UN PUNTO A FAVORE DELLA RUSSIA (RISCHIA SOLO SOLDATI, GLI UCRAINI MOLTO DI PIÙ) E CHI INVECE RITIENE CHE IL PANTANO ALLA LUNGA DIA RAGIONE ALLA CAPARBIETÀ DELL’UCRAINA
Il presidente ucraino Zelensky insiste: dateci tank e caccia. Gli Stati Uniti, insieme ai partner, finora hanno resistito. Il premier britannico Johnson lo ha ribadito due giorni fa: farlo è molto complesso. Ma fino a quando lo sarà? L’invio di questo tipo di armi è ritenuto indispensabile dagli ucraini per difendere le proprie posizioni, rimpiazzare le perdite subite – non poche – e tentare di guadagnare posizioni.
I soli missili anti-carro, i Javelin, e quelli portatili anti-aerei, gli Stinger, al massimo permettono un «contenimento», ma non sono in grado di imprimere una svolta. Il pericolo – già evidente – è di una crisi che si trascina mentre la grande resistenza comporta un sacrificio enorme. Ora ad aiutare la richiesta di Kiev potrebbe esserci un fattore evidente, tragico, innegabile. Il massacro di Mariupol, le distruzioni in altre città, i continui bombardamenti – sabato 70, un record – estesi anche a Leopoli sono intollerabili perché coinvolgono sempre di più i civili.
Proprio questa strategia deliberata di Putin può indurre Biden e gli altri leader occidentali a considerare forniture finora negate. La mossa avrebbe tuttavia un peso politico rilevante e dovrebbe mettere in conto la reazione del Cremlino, che ha lanciato minacce di intervento contro questa ipotesi.
Nel fine settimana, però, il ministro della Difesa ucraino Dmytro Kuleba avrebbe dichiarato – secondo l’Afp – che gli Stati Uniti non si oppongono più alla consegna di caccia Mig all’Ucraina da parte della Polonia: «Ora la palla è nel campo di Varsavia».
Passaggio che, se confermato, rappresenterebbe un’evoluzione significativa. In questo conflitto, abbiamo visto come sia stato proprio il campo a determinare alcune decisioni, soprattutto sul fronte delle forniture belliche. Per mobilitarsi in modo massiccio l’Occidente ha aspettato l’assalto dell’Armata, inviando poi decine di migliaia di pezzi anti-carro e anti-aerei: la tenuta degli ucraini li ha convinti che non era un’assistenza tardiva.
L’intelligence Usa, pur capace di prevedere l’assalto, era convinta che i soldati di Zelensky sarebbero stati travolti e lo aveva comunicato alla leadership politica di Washington. Invece l’operazione speciale si è tramutata in una lotta d’attrito.
Ecco quindi che la resistenza potrebbe convincere la Casa Bianca a rivedere l’agenda dando luce verde per materiale importante che permetta agli aggrediti di rendere la vita ancora più ardua all’aggressore.
Il fattore tempo è, per molti, decisivo: c’è chi lo considera un punto a favore della Russia (rischia solo soldati, gli ucraini molto di più) e chi invece ritiene che il pantano alla lunga dia ragione alla caparbietà dell’Ucraina. Molto dipenderà da vittorie e sconfitte sul terreno.
Non c’è dubbio che Kiev abbia bisogno di tanto: cannoni a lunga gittata, radar che permettano di scoprire artiglierie, carri armati, missili terra-terra, velivoli da combattimento, droni d’attacco (in numero maggiore rispetto ai Bayraktar Tb2 turchi), apparati per contrastare caccia a quote alte e medie.
ualcosa è stato promesso, come i sistemi anti-aerei Sa-8 e i S-300 di progettazione sovietica, per utilizzare i quali gli ucraini non hanno bisogno di un lungo addestramento, altro sarebbe arrivato in modo non dichiarato – dicono alcune fonti – ma il «grosso» è ancora da decidere: ci possono essere però problemi di training e di preferenze, essendo mezzi che richiedono conoscenza, preparazione e, ovviamente, disponibilità.
Il punto di fondo resta sempre quello dell’eventuale rappresaglia dello Zar: l’ampliamento dello scudo ucraino da parte dell’Occidente potrebbe essere interpretato da Putin come un atto ostile diretto.
(da Il Corriere della Sera)
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Marzo 28th, 2022 Riccardo Fucile
UN CALO DOVUTO ANCHE DELLE SUE BATTUTE SUI DISABILI (“BASTA CON L’OSSESSIONE DELL’INCLUSIONE”) E DELL’AMMIRAZIONE PER PUTIN
Éric Zemmour prende toni a metà tra Giovanna d’Arco e il Messia quando si rivolge ai
giovani: «Lo racconterete ai vostri figli: un giorno, nel 2022, un uomo ha preso il cammino. Ho ascoltato il mio cuore e l’ho seguito»
Quell’uomo pronto a tutto «perché la Francia resti la Francia», come dicono gli striscioni, è lui, Éric Zemmour, l’ex opinionista del Figaro pluricondannato per incitazione all’odio che ieri ha riempito il Trocadéro di Parigi per cercare di ridare slancio alla sua corsa all’Eliseo.
Il luogo scelto per il comizio decisivo dice molto: sullo sfondo c’è la Tour Eiffel simbolo della Francia nel mondo e poco più lontano ecco il duomo des Invalides, dove è sepolto Napoleone, il grande idolo di Zemmour (l’altro era e forse è ancora Putin).
Il Trocadéro, nel molto borghese XVI arrondissement di Parigi, è una piazza simbolo della destra gollista e Zemmour rivendica subito di averla espugnata: «Sono l’unico vero candidato di destra a queste elezioni», perché Marine Le Pen sarebbe ormai «una socialista» con la sua ossessione per il potere d’acquisto e la difesa delle classi più deboli, e la gollista Valérie Pécresse «una centrista».
Lui, che rifiuta un’etichetta di estrema destra pur ampiamente meritata, è fiero di avere fatto arrivare autobus da tutta la Francia per portare «centomila patrioti» (in realtà sono meno della metà) al Trocadéro.
Una simile adunata era riuscita nel 2012 al presidente uscente Nicolas Sarkozy e nel 2017 all’ex favorito François Fillon: entrambi poi sconfitti (rispettivamente da Hollande e Macron), nonostante l’analogo mare di bandiere tricolori.
Zemmour è in calo nei sondaggi, non hanno aiutato le uscite delle ultime settimane sui disabili («basta con l’ossessione dell’inclusione»), l’ammirazione per Putin («ci vorrebbe uno come lui anche in Francia», diceva poco tempo fa) e l’auspicio che i profughi ucraini rimangano in Polonia «dove stanno sicuramente meglio».
A due settimane dal primo turno del 10 aprile, Zemmour è fermo all’11 per cento delle intenzioni di voto, al quinto posto dietro il grande favorito Macron (28%), Marine Le Pen (20,5%), il candidato della sinistra radicale Jean-Luc Mélenchon (14%) e Valérie Pécresse (11,5%), ma «impossibile non è francese», si legge nell’enorme striscione sotto il palco e «niente e nessuno potrà rubarci questa elezione», ripete Zemmour di fronte ai sostenitori – molti giovani – che gli tributano una devozione assoluta.
L’idea che l’elezione sia già vinta e che qualcuno – i media, il sistema, i politici di professione – stia cercando di sottrarla al popolo è molto trumpiana, come anche lo slogan nazionalista On est chez nous!, questa è casa nostra!, che la folla scandisce quando Zemmour si rivolge agli stranieri e ai musulmani per ribadire che sono loro a doversi adattare alla cultura francese e non il contrario.
Zemmour non ha a disposizione la macchina del partito repubblicano Usa, ma spera di ripetere comunque l’impresa riuscita a Trump nel 2016, ovvero sovvertire ogni pronostico, approfittare del «voto nascosto» non intercettato dai sondaggisti e conquistare la presidenza della Repubblica.
Zemmour ieri non ha cambiato nulla della sua proposta politica – il rimpianto per la Francia che fu da Brigitte Bardot a Louis de Funès, l’ossessione per l’identità francese minacciata dagli stranieri – ma ha rinunciato alla tetra «Z» dei primi manifesti elettorali, che ora ricorderebbe l’ancor più sinistra «Z» dell’invasione russa.
Quando Zemmour evoca le vittime dei criminali e incolpa il lassismo del governo, i suoi sostenitori gridano in coro Macron assassin! Macron assassin!, e lui non li ferma (dirà poi che non aveva compreso lo slogan e condannerà l’accaduto)
Al confronto di Zemmour, Marine Le Pen sembra ormai una specie di pacata e rassicurante Merkel francese, e infatti sale nei sondaggi. Macron ha la vittoria in tasca, ma un eccesso di sicurezza, l’attenzione rivolta soprattutto alla crisi internazionale e poco alla politica interna e una forte astensione potrebbero ridare un po’ di incertezza al secondo turno del 24 aprile.
(da il “Corriere della Sera)
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