Aprile 29th, 2022 Riccardo Fucile
QUASI TUTTI MOSTRANO I TRATTI SOMATICI TIPICI DEI BURIATI, POPOLAZIONE CHE VIVE TRA RUSSIA, MONGOLIA E CINA
Ora i macellai di Bucha, almeno alcuni di loro, hanno un nome ed
un volto. A svelare la loro identità la procuratrice generale di Kiev, Iryna Venediktova, che su Facebook ha postato generalità e fotografie di dieci ufficiali e sottufficiali della famigerata 64ma brigata di fucilieri motorizzati russi proveniente dalla Siberia.
Apre la lista il sergente Vyacheslav Lavrentyev, poco più giù il caporale Andriy Bizyaev, e nel gruppo anche un generale, Albert Radnaev. Quasi tutti, come il loro feroce leader, il tenente colonnello Omurbekov Azatbek Asanbekovich, mostrano i tratti somatici tipici dei buriati, popolazione tra Russia, Mongolia e Cina che rappresenta la più grande minoranza etnica siberiana.
Contro di loro le autorità ucraine hanno spiccato i primi capi di accusa per crimini di guerra, chiedendo a chiunque li riconosca di fornire prove sul loro coinvolgimento nella strage di civili compiuta nella regione di Kiev. Qui si trova Bucha, dove dopo la ritirata delle truppe di Mosca sono stati trovati almeno 400 cadaveri in strada, nelle case, nelle fosse comuni.
Alcuni con le mani legate dietro la schiena e un colpo alla nuca, vittime di vere e proprie esecuzioni. A giustiziarli gli stessi uomini a cui pochi giorni fa Vladimir Putin ha conferito una delle più alte onorificenze della Russia, elogiandoli per il loro eroismo.
“E’ la prova che ad orchestrare i massacri è stato proprio il Cremlino”, spiega la procuratrice ucraina, che nel post descrive le violenze compiute dai dieci aguzzini identificati. Alcuni di loro appaiono molto giovani, chi ritratto in mimetica e in tenuta da combattimento chi in abiti civili.
In base a quanto stabilito dalle indagini, scrive Venediktova, “durante l’occupazione di Bucha hanno preso in ostaggio civili disarmati, li hanno fatti morire di fame e sete, li hanno derubati, tenuti in ginocchio con le mani legate e gli occhi bendati, derisi e picchiati. Sono stati usati pugni e mozziconi.
Le persone – prosegue la procuratrice – sono state malmenate per avere informazioni e alcune sono state torturate senza motivo”. I militari russi avrebbero anche “minacciato di uccidere le vittime e persino inscenato l’esecuzione dei loro prigionieri”.
Sempre la procura di Kiev, nelle ore in cui il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres era in visita nei luoghi dell’orrore della guerra in Ucraina, ha reso noto di aver identificato dall’inizio del conflitto oltre 8 mila crimini di guerra russi. Il bilancio delle vittime civili, solo nella regione di Kiev, sale invece ad oltre 1.150.
(da agenzie)
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Aprile 29th, 2022 Riccardo Fucile
IL PIANO DI PUTIN PER FARE A PEZZI L’UCRAINA
Il Donbass non basterà. Il piano di Vladimir Putin per smembrare l’Ucraina non si fermerà all’annessione delle regioni separatiste di Donetsk. Ma prevede che il Sud del paese rientri «in uno spazio russo» a prescindere dalla formula utilizzata. Per creare uno o più stati-cuscinetto che proteggano la Russia dalla Nato. Il primo passo saranno i referendum che Mosca vuole far svolgere nelle sedicenti repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk mentre Cherson dichiarerà l’indipendenza dall’Ucraina. Poi toccherà alla costruzione di un’autorità nei territori attualmente occupati da Mosca. Con la prospettiva ultima di una Repubblica Popolare dell’Ucraina sotto il controllo, diretto o indiretto, della Russia.
Il voto di metà maggio
A parlare della volontà russa di tenere due referendum a Donetsk e Lugansk è stato nei giorni scorsi il media indipendente Meduza. Le fonti vicine a Putin citate hanno fornito anche una data approssimativa: tra il 14 e il 15 maggio dovrebbero tenersi le consultazioni. Che coinvolgerebbero anche Cherson, dove dal primo maggio la moneta ufficiale sarà il rublo.
In quest’ultimo caso però non si voterà per l’annessione alla Russia ma per l’indipendenza dall’Ucraina. Secondo Meduza i referendum avrebbero dovuto tenersi alla fine di aprile, ma sono stati rimandati per la situazione militare. Dalle parti del Cremlino c’è però anche qualche resistenza, che nasce da preoccupazioni di natura economica. Alcuni funzionari pensano che annettere regioni povere comporterebbe un successivo sostegno che Mosca non può permettersi.
Ma che il piano della Russia preveda lo smembramento dell’Ucraina è indubbio.
Si tratta dello “scenario coreano” di cui l’intelligence di Kiev parlava già a marzo. E che oggi viene apertamente e pubblicamente sostenuto da personalità vicine allo Zar. Come Dmitry Rodionov, direttore del centro di ricerche dell’Istituto dell’Innovazione, che dipende dal ministero della Difesa russo.
In un’intervista rilasciata al Corriere della Sera Rodionov oggi dice apertamente che prendere il solo Donbass non basta più a Mosca: «Non si tratta più di impedire all’Ucraina di entrare nella Nato. Ma di creare una nuova nazione che ci protegga dalle manovre occidentali».
Rodionov spiega che ci sono due diversi progetti: «Il primo, proposto dai politici della Crimea, riguarda la creazione di un governatorato della Tauride che comprenda la regione di Cherson, una parte della regione di Mykolaiv, fino a Zaporizhzhia. Sono territori ormai sotto il nostro controllo. Ovviamente verranno uniti alla Crimea e a Sebastopoli, che è una entità amministrativa separata».
I due progetti
Il secondo «è la nascita di un Distretto federale crimeano che ingloberebbe gli stessi territori. Oltre al Donbass in entrambi i casi, ovviamente». La differenza tra i due progetti è che nel primo caso l’amministrazione potrebbe essere guidata da un nuovo stato-cuscinetto formalmente indipendente con base in Crimea. Nel secondo caso si tratterebbe di una vera e propria annessione alla Russia. L’obiettivo finale, per Mosca, prevede anche la caduta dell’attuale regime di Kiev e la creazione di «una Ucraina federale, un’Unione di repubbliche popolari o magari una Repubblica ucraina dentro la Russia. Questo lo deve decidere in primo luogo la popolazione dei territori liberati. Quel che conta per noi è il Sud e la sua riunificazione in un unico complesso economico e sociale. Come, lo dirà il tempo».
Un piano confermato a grandi linee anche da Andrej Klimov, senatore del partito di Putin Russia Unita, in un colloquio con Repubblica: «In Ucraina c’è tanta gente stufa di questa guerra civile che cerca soluzioni per garantirsi una vita pacifica. Ma spetta a loro decidere come sistemare la loro vita. Noi rispetteremo la loro decisione». Klimov, che è autore della legge del 2001 che consente l’incorporazione di nuovi territori e la formazione di stati federali all’interno della Russia, sottolinea però che prima di tutto bisognerà ascoltare la volontà popolare: «Il primo passo? Deve tenersi un referendum». Ovvero proprio quello che è in arrivo a metà maggio.
(da agenzie)
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Aprile 29th, 2022 Riccardo Fucile
IL GENERALE BREEDLOVE, GIA’ CAPO DELLA NATO IN EUROPA, NON HA DUBBI
Secondo il generale americano Philip M. Breedlove, ex comandante
della Nato in Europa durante l’annessione russa della Crimea nel 2014, l’Ucraina può vincere la guerra con la Russia.
Nel senso che può riuscire a respingere l’attacco armato di Mosca sul suo territorio, riportando la lancetta dell’orologio al 24 febbraio 2022. Breedlove, che parla oggi con Alberto Simoni de La Stampa, non crede nemmeno che il conflitto possa durare per anni.
Questo però a patto che gli Stati Uniti continuino a sostenerla in ogni modo possibile: «Gli ucraini hanno bisogno di molto di più. Hanno pezzi di artiglieria, munizioni. Di questi ne servono di più. E poi c’è bisogno di missili Cruise, di unità per la difesa delle coste per impedire alla Marina Russa di entrare decisamente nel conflitto e avere un impatto. Kiev deve rafforzare e potenziare la difesa aerea per azzerare la superiorità russa nei cieli. E poi servono strumenti per migliorare gli attacchi su lunga gittata. Cannoni, artiglieria di precisione e ovviamente radar e strutture di intelligence di supporto».
E c’è anche un’altra condizione che secondo Breedlove va rispettata: «La mia speranza è che gli europei rimangano allineati e concentrati sulla missione: ovvero continuare a supportare Kiev perché gli ucraini stanno combattendo anche per la libertà in Europa, non solo per la loro. Diciamo quindi che spero che il messaggio venga recepito come lo è stato finora». Breedlove, che prima dell’attacco aveva raccontato i tre scenari della guerra in arrivo, oggi dice che la cosiddetta intransigenza della Nato denunciata da Putin non è un problema: «Guardiamo come è iniziato tutto. Usa e Nato non erano in Ucraina, nessuno minacciava la Russia. È stata Mosca ad ammassare le truppe ai confini, parliamo di 190 mila uomini. E Putin poi ha avviato l’invasione, i russi hanno stuprato e torturato i loro vicini. Non credo proprio dovremmo preoccuparci di quello che dice perché non è credibile».
(da agenzie)
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Aprile 29th, 2022 Riccardo Fucile
IERI A PIAZZA PULITA LO SCONTRO CON MIELI: “LA RUSSIA IERI HA BOMBARDATO KIEV QUANDO C’ERA IL SEGRETARIO ONU, MA NON L’HA MICA COLPITO”
Quei missili piovuti su Kyiv poco dopo il termine della conferenza stampa di Volodymyr Zelensky e il segretario dell’Onu Antonio Guterres sono stati oggetto di discussione nel corso dell’ultima puntata di PiazzaPulita (La7).
In studio due decani del giornalismo come Paolo Mieli e Michele Santoro hanno dimostrato di avere due punti di vista completamente differenti su quel che sta accadendo in Ucraina, partendo proprio dall’episodio di ieri.
“Oggi (ieri, ndr) Putin ha bombardato il segretario delle Nazioni Unite”. Inizia così la prima replica di Paolo Mieli alla domanda del conduttore Corrado Formigli. E subito arriva la controreplica da parte di Michele Santoro: “Vabbè, lo ha bombardato non lo ha mica colpito”.
Mieli riprende la parola e sottolinea come l’obiettivo russo – secondo lui – non era quello di colpire Antonio Guterres, ma di mandare un segnale. Ed è qui che inizia il confronto acceso tra i due giornalista con uno scambio di battute sul tipo di narrazione che si fa di questa guerra in Ucraina.
“È curioso – dice Paolo Mieli – che tu gli domandi ‘a che punto siamo?’. E lui ti risponde: ‘Biden, le armi e tutte queste cose qua. Oggi è successa una cosa terza. Vorrei vedere se fosse stato Biden a bombardare il segretario dell’ONU. Tu saresti stato qui a rotolarti su questo tavolo. Poi la storia dell’informazione unica e monocorde, con me no. Citami una trasmissione dove non ci sono filmati. A parte che è un’offesa ai giornalisti che sono lì inviati. Che sono, tutti pagati? E poi non c’è una trasmissione in cui non ci sia tu o uno come te”.
Poi la contesa si sposta sulle diverse trasmissioni in cui Santoro è andato ospite per esprimere il proprio pensiero sulla guerra in Ucraina (come al Maurizio Costanzo Show dove si è confrontato con Enrico Mentana).
(da agenzie)
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Aprile 29th, 2022 Riccardo Fucile
C’E’ ANCORA QUALCUNO CHE NON SI VENDE ALLE TEORIE PUTINIANE
All’inizio era arrivato il via libera, poi il passo indietro. Attorno alla
decisione del Teatro Goldoni di Livorno di rifiutarsi di ospitare lo spettacolo-monologo con protagonista Alessandro Orsini si sta scatenando un vero e proprio caso politico.
Il tutto è stato reso pubblico da Il Fatto Quotidiano, il giornale per cui collabora il professore di Sociologia della Luiss e che – attraverso la Seif, la società che edita il quotidiano – organizza quello spettacolo.
Il quotidiano diretto da Marco Travaglio ha pubblicato la comunicazione arrivata nella giornata di ieri da parte dei vertici del Teatro Goldoni di Livorno: “Siamo spiacenti di comunicarvi l’indisponibilità della struttura a ospitare l’evento. Ciò è conseguente alla natura e al tema che proponete per l’occasione (‘Ucraina – critica della politica internazionale’): se ne fossimo stati a conoscenza subito, prima della stipula dell’atto, in cui non compare detto titolo, vi avremmo indicato come da anni il teatro non possa essere dato in concessione per dibattere temi di natura politica in senso ampio”.
E da lì il polverone. Mentre Seif ha deciso di cercare un altro teatro per ospitare lo spettacolo-monologo di Alessandro Orsini, sono arrivate le prime reazioni. Lo stesso Fatto Quotidiano ha pubblicato, per esempio, la risposta dell’assessore alla Cultura del Comune di Livorno, Simone Lenzi: “La direzione del Goldoni è autonoma e ha piena libertà nello scegliere cosa fare . Se mi chiede cosa ne penso, dico che sono d’accordo con la decisione del teatro. Non ho stima di quello che dice Orsini e in questo momento lo ritengo un propagandista di Putin. Il fatto che avrebbe potuto riempire il teatro va in secondo piano”.
(da agenzie)
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Aprile 29th, 2022 Riccardo Fucile
ECCO COME FUNZIONA NEL RESTO D’EUROPA
Con la sentenza di oggi, 27 aprile, la Corte Costituzionale ha dichiarato illegittime, oltre che discriminatorie e lesive dell’identità del figlio, le norme che attribuiscono automaticamente il cognome del padre ai bambini.
Dopo decenni di sentenze, richiami dalle istituzioni europee e disegni di leggi mai discussi o approvati, la sentenza di oggi stabilisce una volta per tutte che ai figli deve essere attribuito il cognome di entrambi i genitori, salvo che si si stabilisca di comune accordo di attribuire soltanto il cognome di uno dei due. In Italia ci sono voluti 40 anni, ma a che punto sono nel resto d’Europa?
In Portogallo fino a quattro cognomi
L’Italia, finora, ha rappresentato un caso piuttosto isolato. Infatti, in quasi tutti i Paesi europei esistono delle leggi che, seppur diverse tra loro, sono ispirate al principio secondo il quale si è liberi di attribuire ai propri figli il cognome paterno, materno o quello di entrambi i genitori. In Francia e in Belgio, ad esempio, in mancanza di un accordo tra i genitori, si assegnano entrambi i cognomi in ordine alfabetico, mentre in Lussemburgo si sceglie con un sorteggio.
In Portogallo i genitori sono liberi di scegliere quale e quanti cognomi mettere, fino a un massimo di quattro.
In Danimarca, Norvegia, Svezia, Finlandia e Austria il cognome della madre viene attribuito automaticamente dall’anagrafe, a meno che si dia indicazione della propria scelta.
Il caso del Regno Unito
Nei Paesi Bassi si attribuisce di comune accordo uno dei due cognomi.
In Germania, Svizzera, Grecia, Ungheria, Romania e Croazia viene assegnato ai figli il cognome scelto dai genitori per tutta la famiglia. Tuttavia, nel caso in cui i due coniugi abbiano mantenuto i rispettivi cognomi, si può scegliere liberamente quale dei due attribuire.
Nel Regno Unito, invece, i genitori possono attribuire addirittura un cognome diverso dai propri.
La Spagna, come la maggior parte dei Paesi dell’America latina, rappresenta un’eccezione opposta: c’è la regola del «doppio cognome», per cui è obbligatorio che i figli portino i cognomi di entrami i genitori, che possono solo deciderne l’ordine.
(da agenzie)
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Aprile 28th, 2022 Riccardo Fucile
L’EX AGENTE DEL KGB HA UNA VILLA IN SVIZZERA, CONTI BANCARI IN ITALIA, AUSTRIA E SPAGNA E UNA REGGIA SUL MAR NERO VICINO ALLA VILLA DI PUTIN: IL SUO PATRIMONIO PERSONALE VIENE STIMATO TRA I 4 E GLI 8 MILIARDI DI DOLLARI FRUTTO DEL TRAFFICO DI TABACCO
No, Kirill non è Francesco. Non nel senso del romano Pontefice,
papa Bergoglio. Ma nel senso del Santo poverello di Assisi.
Il Patriarca di Mosca e di tutta la Russia, colui che nel 2012 ha definito Vladimir Putin “il miracolo di Dio”, che ha benedetto nella cattedrale di Cristo Salvatore i missili nucleari, e che ha dichiarato la guerra santa in Ucraina, è tutt’altro che un asceta, è anche lui un oligarca. Con un patrimonio stimato da oppositori in 4 miliardi di dollari.
Per questo i ministri degli Esteri della Ue stanno studiando sanzioni anche nei suoi confronti, come per gli altri oligarchi. Il 24 aprile il ministro degli Esteri lituano Gabrielius Landsbergis ha pubblicamente chiesto restrizioni.
Pericolo tanto concreto che, su Interfax, la Chiesa ortodossa russa ha definito “un non senso” la proposta di Vilnius di chiedere sanzioni contro Kirill. “Un non senso imporre sanzioni su leader religiosi, è contrario al senso comune”. Con ciò stesso confermando, però, l’esistenza di un patrimonio personale di Kirill aggredibile all’estero. Il Patriarca ha sempre negato alla radice di essere ricco, parlando di “non sense”.
Certo sarebbe un non senso sanzionare il Santo poverello di Assisi, ma certamente non è questo il caso, visto che chi ha benedetto la guerra in Ucraina avrebbe, secondo un report del 2006 pubblicato da Forbes nel 2020 un patrimonio di 4 miliardi di dollari, mentre un articolo di Novaya Gazeta (la rivista su cui scriveva la giornalista uccisa Anna Politkovskaja e diretta dal premio Nobel Dmitri Muratov, chiusa il 5 aprile scorso) stimava nel 2019 una ricchezza tra 4 e 8 miliardi di dollari.
Il consistente patrimonio personale sarebbe frutto dalle esenzioni fiscali statali russe su una porzione consistente della manifattura di tabacco e di birra, almeno in passato.
Quando Forbes France gli ha posto domande sulla sua ricchezza il Patriarca Kirill ha risposto: “L’ascesi è soprattutto diretta alla lotta con le passioni. La passione è un problema in quanto può inghiottirci e renderci suoi schiavi. La sete inestinguibile di potere, di certe cose materiali o di denaro sono esempi distruttivi delle passioni di cui molte persone soffrono oggi”.
Il capo religioso è quindi sospettato di possedere ricchezze personali, parte delle quali all’estero, anche in Svizzera e in paradisi offshore. Alcuni sospettano addirittura che il Patriarca sia perfino l’intestatario fittizio di beni di Putin, Lavrov e altri.
Secondo alcune fonti pubbliche (peraltro difficili da verificare, data la natura altamente confidenziale della clientela bancaria) Kirill avrebbe conti bancari anche in Italia, Austria e Spagna. A chiedere le sanzioni a suo carico è oggi su Repubblica l’esperta di diritti umani Hanna Hopko che ha definito il patriarca Kirill “in realtà uno dei politici di più alto rango della Russia di Putin”. §
Indagini sono in corso in tutt’ Europa. A tutto ciò si aggiungono i beni in Russia: una villa vicina quella di Putin a Gelendzhik sul Mar nero e un superyatch su cui è stato fotografato in costume da bagno. La passione di Kirill per gli orologi di lusso ha dato luogo in passato a curiosi photoshop delle immagini del Patriarca, che hanno eliminato l’orologio al suo polso, ma non il suo riflesso. In ogni caso è molto interessante il sistema di finanziamento della Chiesa ortodossa russa grazie alle esenzioni fiscali sulla produzione di tabacco e di birra, che sarebbe alla base di tanta ricchezza.
La prima attività di import di sigarette e tabacco è valsa a Kirilli, il “Papa di Putin”, il nomignolo di “Tobacco Metropolitan”. Kirill sostiene di aver preso le distanze da questi affari. Ma secondo gli oppositori di Putin sono queste attivita economiche milionarie che hanno permesso a tutta la Chiesa ortodossa russa di prosperare, già a partire dai primi anni Novanta.
(da Huffiongtonpost)
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Aprile 28th, 2022 Riccardo Fucile
NON POTREBBE PIU’ PAGARE I PROPRI DIPENDENTI, TRA I QUALI I SOLDATI IMPEGNATI NELL’OPERAZIONE MILITARE SPECIALE
Anche la voce del padrone può nascondere qualche debolezza. Soprattutto quando urla più forte.
Vladimir Putin ha agito per primo, facendo ricorso al taglio del gas nei confronti di Polonia e Bulgaria, due Stati confinanti e sempre più schierati con l’Occidente. La chiusura dei rubinetti, dovuta al rifiuto del pagamento in rubli come richiesto dal Cremlino, potrebbe estendersi ben presto al resto dell’Europa, così dipendente dall’energia fornita da Mosca.
E per questo è stata accolta con il consueto giubilo in Russia, giudicata come una prova di forza del presidente russo, fedele alla sua immagine ormai consolidata di nuovo zar in missione contro l’intero Occidente, considerato una causa persa, una entità con la quale al momento non vale la pena conservare alcuna forma di rapporto.
Tanto vale infliggersi da solo questa prima e parziale mutilazione, senza aspettare che l’Unione europea si decida per la mossa uguale e contraria, ovvero la rinuncia alle forniture russe, che sarebbero l’arma totale. Perché senza i soldi incamerati con gas e petrolio e le riserve aurifere e monetarie all’estero bloccate dalle sanzioni, l’autonomia dello Stato russo per pagare i propri dipendenti, tra i quali i soldati impegnati nell’Operazione militare speciale, viene stimata intorno ai 2-3 mesi.
Ma è proprio questo dettaglio che rivela la debolezza nascosta dietro la decisione annunciata ieri da Gazprom. La scelta di richiedere il pagamento in rubli ai Paesi europei non è una impuntatura, ma una necessità. La Russia ha bisogno di moneta corrente. Le sanzioni stanno avendo l’effetto della goccia cinese, scavano ogni giorno di più.
Mentre il resto del mondo è impegnato in analisi militari per cercare di capire quale sarà il futuro prossimo, il messaggio che viene veicolato in modo quasi ossessivo dal Cremlino e dei suoi organi di informazione riguarda invece l’economia. Tranquilli, sta andando tutto bene, stiamo vincendo anche la battaglia del grano. Non è così. Persino il ministero delle Finanze è stato costretto ad ammettere che le cose vanno male. Prima della guerra, stimava una crescita annuale del 3 per cento. Adesso, è invece attesa una contrazione del Pil fino al 12,4 per cento.
Peggio della crisi subprime del 2008 (-7,8%) e quasi al livello della grande crisi del 1992, (-14,5%), un trauma che ancora perseguita il popolo russo. Putin ha imposto alla Banca di Russia di aiutare l’economia contenendo il rialzo dei prezzi. Ma anche lui sa di non poter stampare moneta oltre un certo limite, pena l’ulteriore impennata dell’inflazione. Il pagamento in rubli dall’estero sarebbe l’unico modo di immettere denaro sul mercato senza alterare il fragilissimo equilibrio sul quale si regge oggi l’economia del Paese. Nonostante le apparenze, nel braccio di ferro in corso con l’Europa, la leva più forte non è in mano al Cremlino.
(da il Corriere della Sera)
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Aprile 28th, 2022 Riccardo Fucile
“MIO MARITO FERITO MI HA DETTO CHE MEGLIO MORIRE CON LE ARMI IN PUGNO E CHE IN UN OSPEDALE”
«Sto bene, sono ancora vivo. Chiama mia madre e dille che sto
bene, se lo faccio io si mette a piangere». Dall’acciaieria Azovstal, Pavlo riesce a sentire la sua Olya una volta a settimana. «Lui mi dice che va tutto bene, ma io lo so che non è vero: stanno finendo il cibo e le munizioni. Non c’è più tempo da perdere», lei all’ANSA.
Appena 20 anni come suo marito, sposato da uno, la moglie del soldato del battaglione Azov circondato dai russi a Mariupol, è venuta apposta a Kiev da Ternopil, nell’ovest dell’Ucraina, per manifestare nella celebre Maidan insieme ad altre dieci di mogli, madri, sorelle.
Chiedono di far evacuare i civili ei feriti, di salvare i loro uomini intrappolati o di fargli arrivare più armi perché possono resistere ancora. Il viso dipinto di rosso sangue o dei colori della bandiera nazionale, in braccio dei peluche, anche questi insanguinati, per ricordare che nei cunicoli dell’acciaieria ci sono anche dei bambini.
Intonano l’inno nazionale, scandiscono slogan, innalzano cartelli rivolti al governo ucraino, all’Onu, alla Croce Rossa, ma anche a Joe Biden, a Emmanuel Macron, a chiunque sia disposto ad aiutarle. «Salvate Mariupol», «Salvate i nostri soldati», «Salvate Azovstal», «Salvate Azov» recita un altro poster con la foto di un uomo che piange un bambino, mentre nella piazza altri bimbi, ignari e fortunati, giocano a rincorrersi tra file di tulipani rossi e alberi in fiore.
La bandiera gialla e blu sulle spalle, Valentina, 26 anni, nasconde le lacrime dietro a grandi occhiali da sole. Il suo Valery, come lei originaria di Mykolaiv, «due settimane fa è stato ferito alle gambe e al volto. Ha detto che non vedeva più niente. Però mi ripete che “è meglio morire con le armi in pugno che morire in un ospedale”».
«Devono mandargli altre armi, garantire corridoi umanitari o scambi di prigionieri”, dice ancora Valentina, che con Valery progetta «una grande famiglia, con tanti figli, quando tutto questo sarà finito». «Mio marito deve tornare sano e salvo», si commuove e abbraccia l’ amica.
Le compagne di sventura cantano sempre più forte. Tra loro riescono a sorridere ma davanti alle telecamere dei giornalisti sanno accomodarsi in posa, i volti tesi, gli sguardi corrucciati o assenti.
Due anziani si godono il sole di una primavera incombente seduti su una panchina nel centro di Maidan ancora svuotata dalla guerra e circondati da sacchi di sabbia e cavalli di Frisia. Dall’altro lato Khreshchatyk, lo stradone a sei corsie che taglia in due la piazza e dove emergono quelle due stele che riportano il numero delle vittime: 4.436 ucraini uccisi.
(da La Stampa)
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