Aprile 3rd, 2022 Riccardo Fucile
DEI DELINQUENTI CHE RUBANO PERSINO NELLE CASE DENARO E OGGETTI PER RIVENDERLI IN BIELORUSSIA
Sono stati ritrovati altri 57 corpi a Bucha, dove solo ieri il sindaco aveva denunciato di aver dovuto seppellire quasi 300 cadaveri di civili raccolti dalle strade della cittadina alle porte di Kiev, dopo che l’esercito russo aveva cominciato il ritiro dalla regione della capitale ucraina.
Il capo dei soccorritori a Bucha, Serhii Kaplytchny, ha spiegato di aver ritrovato la fossa comune con una dozzina di corpi che erano ancora visibili, mentre altri erano solo parzialmente sepolti.
Rapporti di questo tenore si stanno accumulando sulle scrivanie delle autorità di Kiev, tracciando un «quadro post-apocalittico» di quel che è accaduto sotto l’occupazione russa, ha detto il consigliere presidenziale Oleksiy Arestovych citato dall’agenzia ucraina Unian. «Questo è un appello speciale volto ad attirare l’attenzione del mondo su quei crimini di guerra, crimini contro l’umanità, che sono stati commessi dalle truppe russe a Bucha, Irpin e Hostomel».
Le immagini diffuse sui social, rilanciate anche dal capo delegazione ucraino Podolyak, sembrano: «scene da film horror – ha detto Arestovych – Le vittime di questi crimini di guerra sono già state trovate, tra cui donne violentate che hanno cercato di bruciare, funzionari del governo locale uccisi, bambini uccisi, anziani uccisi, uomini uccisi, molti di loro con le mani legate, tracce di tortura e colpi alla nuca. Rapine, tentativi di prendere oro, oggetti di valore, tappeti, lavatrici».
(da agenzie)
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Aprile 3rd, 2022 Riccardo Fucile
LO SFOGO DEL CAPO DELEGAZIONE UCRAINO ALL’UE SULLA STRAGE DI BUCHA
Le atrocità sui civili a Bucha dell’esercito russo poco prima che lasciasse la regione di Kiev
dovrebbero essere un promemoria sufficiente per l’Ue a ricordare gli orrori che hanno sconvolto l’Europa nelle guerre vissute negli ultimi 70 anni.
È un attacco durissimo quello del capo negoziatore ucraino Mikhailo Podolyak, che su Telegram ha diffuso alcuni scatti agghiaccianti delle strade di Bucha, alle porte di Kiev: «Ora il mondo ha ricevuto una paura totale e indicibile dell’anti-umanità a Bucha, Irpen, Gostomel – scrive Podolyak – Centinaia, migliaia di persone uccise, dilaniate, violentate, legate, violentate e uccise di nuovo. Centinaia, migliaia di civili ucraini. Vuoi la Srebrenica del 21° secolo? Fatto? Sei soddisfatto?».
«Volevi ricordare qual è l’orrore infernale di lavorare nei forni crematori, che le persone vengono bruciate vive perché ucraine? – scrive nel suo messaggio il consigliere di Volodymyr Zelensky – Proverai a voltarti di nuovo? Organizzare un altro vertice per esprimere preoccupazione e scuotere la testa? Dai un’altra occhiata da vicino alle migliaia di ucraini dilaniati, violentati e bruciati. Nel XXI secolo. Nell’ambito dell’”operazione speciale”. Dilaniato dai russi. E ora dì ancora una volta al mondo intero che la Russia è normale. Guardare e dire. O voltare le spalle. Dopotutto, l’importante è non provocare. E lasciamo massacrare gli ucraini…».
(da agenzie)
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Aprile 3rd, 2022 Riccardo Fucile
I SOSTENITORI DEL CRIMINALE HANNO URLATO “ZETA, ZETA”
Non c’è limite alla vergogna: a Modena i manifestanti No Vax che sono scesi per strada
sfoggiavano sul petto la ‘Z’ simbolo dell’invasione russa. Insomma, il cortocircuito tra i deliri no vax e la propaganda putiniana alla fine è avvenuta.
Il non credere a nulla alla fine conduce a questo: i No Vax adesso sostengono la guerra di Putin. Infarciti di complottismo, di ‘non ce lo dicono’, di deliri ideologici che li portano a negare ciò che i nostri giornalisti stanno vedendo sul campo ogni giorno: una guerra micidiale e devastante portata avanti da un folle.
La stampa locale ha riportato anche che, dopo essersi radunati mostrando la lettera sulle proprie magliette, su “consiglio” della Digos i manifestanti filo-russi hanno preferito sfilare senza, salvo poi urlare a più riprese “Zeta, zeta!”.
In tutto sono stati 50 gli attivisti che, dopo mesi di silenzio, sono tornati in piazza per dire no al certificato verde, ma anche per protestare contro il presidente del Consiglio, Mario Draghi, il governatore dell’Emilia Romagna Stefano Bonaccini. E, a quanto pare, a favore della guerra in Ucraina.
(da Globalist)
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Aprile 3rd, 2022 Riccardo Fucile
I RACCONTI DRAMMATICI DALLA CITTA’ MARTIRE
La ragazza si muove veloce, precisa. Riempie il bicchierone di plastica con il brodo, lo
mette con gli altri per non lasciare spazi vuoti. Intanto controlla che dal tavolo non manchino mai 5 piattini di riso e gulasch. Ha l’atteggiamento zelante di chi è alla sua prima ora di lavoro e invece è qui da una settimana. Ieri aveva una maglia nera con le braccia scoperte e i jeans grigi.
Chi stava servendo invece indossava minimo tre maglie più cappelli e giacconi. Loro sono i fuggiaschi da Mariupol, i dimenticati dal mondo, gli assediati, i bombardati, gli affamati col freddo nelle ossa. La ragazza si chiama Olga e si è caricata sulle spalle il senso di colpa di tutti noi. Se li guardasse negli occhi scoppierebbe a piangere e allora li serve. Veloce per schivare il magone. Da una settimana.
Roxana Bogdanova, invece, è pediatra. Sta a pochi metri dalle minestre di Olga in una sorta di minuscolo ambulatorio. È lì per chi vuole una pastiglia, un consiglio. «Il loro corpo non riesce a produrre abbastanza calore. Hanno bronchiti e polmoniti.
Un’enorme quantità di malattie della pelle. Un mese senza lavarsi lascia il segno. Di denutriti ne ho visti pochi, disidratati di più, ma io posso controllare solo l’involucro.
Hanno bevuto l’acqua dalle pozzanghere o, quando andava bene, dal fiume. Non so cos’ è finito nei reni. E gli esplosivi che hanno respirato per settimane? Cosa faranno ai polmoni? E poi, li ha visti? Cos’ hanno vissuto? Qui non serve lo psicologo, prima devono realizzare che sono vivi».
Arrivano a Zaporizhzhia con il contagocce. Venerdì ne sono filtrati dal Mare d’Azov 6.200, di cui 3.071 da Mariupol. Sabato forse altrettanti. La Turchia sta proponendo di inviare una nave. Il porto di Mariupol sarebbe agibile ed è molto vicino all’area controllata dagli ucraini. Basterebbe un cessate il fuoco e, senza controlli, chiunque potrebbe imbarcarsi.
Via terra, invece, il «corridoio umanitario» che la Croce Rossa sta cercando di aprire, per il momento, è solo una crepa nell’assedio russo. Visto che i pullman non arrivano, visto che le automobili funzionanti sono quasi finite, la gente scappa a piedi. «Abbiamo resistito 30 giorni. Nascosti nella botola della cantina, con la casa senza tetto. I vicini morti come la cagna colpita dalle schegge. Avevamo scorte per restare ancora – dice Ivan, padre di Ilona, 15 anni, e Milan 10 -, ma non ce la facevamo più mentalmente. Capivamo dal rumore dove sarebbero cadute le bombe. Mentre cucinavamo all’aperto, avevamo 6 secondi per nasconderci prima dell’esplosione». Troppo. E allora via, a piedi, in mezzo alla battaglia. Per superare il fiume hanno strisciato sulle condutture del riscaldamento, per passare tra i cecchini hanno solo pregato. «Sulla strada i cadaveri di chi ha avuto un trattamento diverso. Da Mariupol a Berdnyansk sono 40 chilometri con decine di check point russi. Ogni volta Ivan è stato fatto spogliare e, ogni volta, senza tatuaggi sospetti, è sopravvissuto.
Nella zona della città già sotto controllo russo, invece, ci sono bus che partono regolarmente verso la Russia. Basta iscriversi e si sale. Cosa succeda a destinazione non è chiaro.
(da il Corriere della Sera)
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Aprile 3rd, 2022 Riccardo Fucile
SONO DOTAZIONI DI “QUARTA MANO” ED È PROBABILE CHE ABBIANO BISOGNO DI REVISIONE. NON È DA ESCLUDERE CHE ALCUNI SIANO USATI COME PEZZI DI RICAMBIO PER AGGIUSTARE QUELLI ABBANDONATI DAI RUSSI
Washington è pronta a fornire, in via indiretta, carri armati all’Ucraina. Questa mossa, rivelata dal New York Times , può permettere a Zelensky di rendere ancora più difficile la missione russa: l’aumento dello scudo può consentire a Kiev di replicare all’aggressione, ma anche ridurre il divario tra i contendenti e convincerli che sia meglio negoziare.
Sono già in corso i contatti per favorire quello che viene definito «un trasferimento», in quanto non si tratta di componenti americane.
A Kiev il supporto serve subito, non c’è troppo tempo per l’addestramento: la resistenza deve saper usare i mezzi che riceverà. Dunque – come spiega il New York Times e conferma la logica – gli Stati Uniti si rivolgeranno all’infinito mercato dell’Est Europa, dove possono trovare materiale compatibile con quello già in possesso degli ucraini.
Tra i «candidati» ci sono i carri armati T-72 di progettazione sovietica e Pt- 91 polacchi: Varsavia ne possiede centinaia e potrebbe partecipate allo sforzo. Tra l’altro ha appena ordinato i più moderni Abrams americani e dunque potrà rimpiazzarli in seguito. Nessuno però vuole sguarnire le proprie difese: gli slovacchi, per esempio, si sono impegnati a inviare i sistemi anti-aerei S-300, ma prima vogliono in cambio i Patriot (già promessi da olandesi e tedeschi).
Sempre nella parte orientale del continente – Bulgaria, Romania, Repubblica Ceca, Slovacchia – possono essere individuati altri corazzati (ancora T72), ma anche cannoni e munizioni. Quarta mano Complicato, ma non raro, il «giro» che coinvolge una cinquantina di blindo Pvb-501. Di concezione sovietica, usati dalla Germania Est, acquisiti con la riunificazione dalla Germania Ovest e rimodernati, sono stati venduti alla Svezia che poi li ha esportati nella Repubblica Ceca.
Adesso saranno spediti a Kiev – come racconta The War Zone – con il placet di Berlino: sono di «quarta mano» ed è probabile che abbiano bisogno di una profonda revisione. Non è da escludere che alcuni siano usati come pezzi di ricambio per aggiustare quelli abbandonati dai russi: gli ucraini hanno messo in piedi da tempo officine per il «recupero» delle prede belliche (almeno 160 «pezzi» secondo stime ufficiose).
L’Australia ha invece annunciato che metterà a disposizione dei blindo Bushmaster che dovrebbero essere di qualità superiore, mentre Londra spedirà mezzi analoghi e artiglieria semovente As-90 Braveheart. La discriminante, tuttavia, è sempre il reale stato di efficienza.
Le indiscrezioni sui carri armati – e vedremo se avranno conferme – sono state accompagnate dall’annuncio di un nuovo pacchetto da parte degli Stati Uniti in favore di Kiev. Interessante la lista: razzi per artiglieria a guida laser (permettono un tiro accurato); i ben noti droni kamikaze Switchblade utilizzabili da un solo soldato; droni da ricognizione Puma, necessari per garantire la sorveglianza e la ricerca di target; sistemi anti-droni per contrastare le incursioni avversarie; apparati radio criptati; mitragliatrici; munizioni; ricambi; materiale medico.
Poi, anche se gli Stati Uniti lo lasciano sempre in fondo alla lista, c’è un elemento fondamentale legato al supporto dell’intelligence: le immagini satellitari.
Un aspetto su cui vegliare è la catena di approvvigionamento: le sorprese sono in agguato, il diavolo è nei dettagli. C’è chi può essere tentato di liberarsi di vecchi residuati o di piazzare «prodotti» non proprio a norma. In passato, poi, sono emerse vicende nebulose che hanno coinvolto ditte private poco affidabili, azioni sotto coperture e fornitori (bulgari, bielorussi).
Nel 2015, ad esempio, un militare americano perse la vita mentre testava un missile contro-carro Konkurs in Bulgaria, parte di un lotto destinato ai ribelli siriani nell’ambito di un’operazione «segreta». Nel 2008 un’inchiesta ha smascherato un imprenditore della Florida di soli 22 anni che aveva vinto un contratto da 300 milioni di dollari per fornire proiettili all’esercito afghano: aveva sostenuto che fossero cartucce albanesi, invece erano cinesi. L’episodio è remoto, ma rivela un certo mondo sommerso. L’urgenza di sostenere la resistenza ucraina potrebbe indurre a prendere delle scorciatoie.
(da il Corriere della Sera)
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Aprile 3rd, 2022 Riccardo Fucile
“PUTIN HA PASSATO LA VITA CORROMPENDO O RICATTANDO LA GENTE. RICORRE A FIDUCIARI E PRESTANOME CHE ALTRI NON SONO CHE I FAMOSI E FAMIGERATI OLIGARCHI RUSSI“…“QUELLA GENTE CUSTODISCE I SOLDI PER LUI. IL 50% DELLE RICCHEZZE DEGLI OLIGARCHI SONO IN REALTÀ DI PUTIN”
Sono anni che il Cremlino gli dà la caccia: Bill Browder è la bestia nera di Putin, il
finanziere anglo-americano che è stato il promotore del Magnitsky Act, la legge voluta da Obama che sanziona la corruzione e le violazioni dei diritti umani in Russia. Sergej Magnitsky era l’avvocato e socio russo di Browder: venne fatto morire in carcere dopo che aveva portato alla luce una maxi-frode di Stato da 230 milioni di dollari.
E una parte di quel malloppo, sostiene Browder nel suo libro Freezing Order , in uscita in questi giorni, finì direttamente nelle tasche di Putin.
È da allora che Browder si batte per rendere giustizia a Magnitsky e fare luce sul tesoro nascosto del leader russo. Mosca ha emesso un mandato di cattura contro di lui tramite l’Interpol e ha cercato più volte di farlo arrestare: ma il Cremlino, quando deve sbarazzarsi di personaggi scomodi, sa ricorrere a metodi ben più sinistri.
Nonostante ciò, Browder non si nasconde: all’ingresso del suo ufficio, all’ultimo piano di un palazzo nel cuore della City di Londra, non ci sono misure di sicurezza né guardie del corpo. Ed è lui stesso, mano tesa e modi affabili, che viene incontro a ricevere il visitatore.
Il finanziere 57enne ha fatto la sua fortuna nel Far West delle privatizzazioni nella Russia post-sovietica a cavallo del secolo: ed è già allora che aveva avuto a che fare con Putin. Il leader russo, racconta, «ha cominciato tutta la sua carriera come un tipo al quale piacciono i soldi: e nessuno entra nella carriera pubblica in Russia con altri obiettivi che non siano rubare quanti più soldi possibile».
La Russia, spiega Browder, «è organizzata come i Soprano»: ossia un sistema di mafie che si spartisce i territori e manda il denaro al capo dei capi, ovvero Putin. In questo modo, lo zar del Cremlino «ha accumulato ben oltre 200 miliardi di dollari da quando è diventato presidente: cosa che ne fa l’uomo più ricco del mondo».
Ma ovviamente non ci sarà mai un pezzo di carta in grado di dimostrarlo: «Putin è anche un agente del Kgb molto efficace: e ha passato tutta la sua vita corrompendo o ricattando la gente perché diventassero parte del suo sistema. Per cui sa che chiunque avesse un documento col suo nome sopra potrebbe ricattarlo: così non è mai nella posizione di essere formalmente il proprietario di qualche bene».
PRESTANOME E SODALI
Il sistema escogitato è dunque quello di ricorrere a dei fiduciari, dei prestanome: che altri non sono che i famosi e famigerati oligarchi russi. «Quando vuoi scoprire dove Putin tiene i suoi soldi – sostiene Browder – devi partire dagli oligarchi: perché quella gente custodisce i soldi per lui. Stimo che il 50% delle ricchezze degli oligarchi sia in realtà di Putin. Chi sono? Nella lista di Forbes ci sono 118 miliardari in Russia: e 110 di loro sono fiduciari di Putin».
La stessa cosa vale anche per i magnati che stanno a Londra, che in tanti casi proclamano di non aver nulla a che fare con lo zar del Cremlino: «Ma la realtà è che nessuno di loro sarebbe potuto diventare ricco o rimanerlo senza il beneplacito di Putin. Lui è quello che dà loro il permesso di essere ricchi: e il permesso è elargito in cambio della custodia di beni e della fornitura di ogni tipo di servizi finanziari che lui richieda».
È per questo che sanzionare gli oligarchi è l’unico modo di colpire Putin direttamente: mettere lui sulla lista delle sanzioni è un gesto simbolico, ma di nessun impatto, mentre colpire gli oligarchi devasta la capacità di Putin di accedere a capitali esteri. E tuttavia, avverte Browder, «bisogna sottolineare che gli oligarchi non sono attori politici: chiunque creda che in qualche modo gli oligarchi complotteranno per rovesciarlo resterà amaramente deluso, questo non accadrà mai».
E lo stesso vale per gli uomini della cerchia ristretta che sta attorno a Putin, i «ministri della forza» e i capi dei servizi di sicurezza: «Neanche queste persone muoveranno contro di lui, perché Putin è un piccolo uomo paranoico che va alla ricerca della slealtà anche dove non esiste: non si fida di queste persone, ognuno è monitorato dagli altri, nessuno si fida di nessuno e se lui avvertisse il minimo segno di slealtà, queste persone sarebbero spedite in Siberia o uccise».ù
Non è dunque per nulla ottimista, Browder: «Putin è un piccolo criminale paranoico, a capo di quella che è fondamentalmente una organizzazione criminale: non ci dobbiamo aspettare null’altro che miserie, perché alla fine non ha costrizioni da parte della storia o della morale. Sarebbe assolutamente capace di usare l’arma nucleare: l’Ucraina è solo l’inizio delle sue ambizioni».
Una realtà che ha cambiato anche il calcolo di sicurezza del finanziere: non ha paura di essere ammazzato? «Putin mi dà la caccia da un decennio – sorride – dopo l’approvazione del Magnitsky Act. L’unica ragione per cui sto seduto qui è che lui ha tenuto sempre un piede nel mondo civilizzato e uno nel mondo criminale: da quest’ ultimo lato arrivavano le minacce di morte contro di me, ma dall’altro lato gli piaceva apparire al G20 e ai summit internazionali. Questo è ciò che mi ha tenuto in vita: ma ora che ha messo tutti e due i piedi nel mondo criminale, c’è un rischio esponenziale di violenza nei miei confronti, perché lui non ha più nulla da perdere. Quindi sì, devo essere in uno stato di allerta diverso rispetto a prima».
(da agenzie)
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Aprile 3rd, 2022 Riccardo Fucile
KHARKIV LA CACCIA AI SABOTATORI “SPIE AL SOLDO DI MOSCA”
«Diamo la caccia ai sabotatori russi, ne abbiamo presi 26 dall’inizio dell’invasione ma la minaccia rimane costante». La Special unit investigation della polizia di Kharkiv controlla il territorio cittadino giorno e notte nel tentativo di stanare gli infiltrati russi che da prima dell’invasione si mescolano tra i residenti con un solo obiettivo: facilitare l’invasione delle truppe di Mosca. Abbiamo seguito la Sui durante un venerdì notte di pattugliamento per capire che clima si respira durante il coprifuoco di Kharkiv.
L’oscuramento scatta alle otto di sera, tutte le luci delle abitazioni devono essere spente e i cittadini barricati dentro casa: ogni persona trovata a girare per la città senza autorizzazione speciale da parte dell’esercito sarà considerata una minaccia alla sicurezza dell’Ucraina. Il pattugliamento inizia intorno alle 22, il comandante Andry impartisce le ultime istruzioni ai suoi uomini prima dell’inizio delle operazioni.
«Abbiamo il totale controllo del territorio cittadino – spiega indossando un passamontagna per proteggere la sua identità – Dobbiamo far rispettare il coprifuoco e le leggi marziali entrate in vigore all’inizio dell’invasione».
Ordini impartiti, può iniziare il nostro viaggio nella città fantasma. Un clima spettrale tra strade vuote e buio totale, edifici distrutti dai bombardamenti e il silenzio interrotto soltanto dai colpi d’artiglieria.
La missione è sempre la stessa, scovare i sabotatori che spesso si muovono di notte: «Il loro obiettivo principale è distruggere le nostre infrastrutture strategiche». Reti elettriche, torri di comunicazione, ma anche sistemi del gas che da un momento all’altro smettono di funzionare. Nessun guasto, nessun incidente, ma veri e propri sabotaggi a regola d’arte in grado di mettere in ginocchio queste infrastrutture anche per diverse settimane.
E poi ci sono le geolocalizzazioni: «Inviano informazioni al nemico su quello che accade in città: le posizioni dei nostri soldati, delle scuole e delle folle di persone da colpire con i bombardamenti».
Come in ogni guerra le spie giocano un ruolo fondamentale. Sapere con precisione dove si trova un sindaco, un generale o anche solo un avamposto militare può avere un ruolo strategico determinante. Il comandante Andry racconta che «per marcare gli obiettivi usano dispositivi elettronici, vernici speciali e ovviamente i droni».
L’unico metodo per le forze speciali è fermare e controllare qualsiasi persona sospetta. Ci spostiamo nell’area a sud di Kharkiv, è passata da poco la mezzanotte, un uomo sospetto si nasconde al passaggio della volante: un segnale inequivocabile per gli agenti della Sui.
L’allerta è massima, la squadra si innervosisce subito e scatta l’identificazione. Dopo qualche minuto di tensione passa l’allarme: si tratta di uomo ucraino anziano, in evidente stato d’ebrezza, che viene caricato in macchina e portato in caserma. Passerà la notte in galera per aver violato il coprifuoco.
«Per fortuna non ci sono tante persone come lui – commenta Andry – la maggior parte dei cittadini capisce la situazione e rispetta le regole».
L’IRRUZIONE
Passa qualche ora e gli agenti sono chiamati a un nuovo intervento. La Sui fa irruzione in una palazzina a sud di Kharkiv, i condomini hanno segnalato la presenza di sconosciuti nel palazzo e hanno chiamato la polizia, potrebbe essere un covo di sabotatori. Arrivati davanti all’appartamento sospetto i classici tre pugni alla porta: «Polizia, aprite».
Gli agenti caricano tutti contemporaneamente i kalashnikov, è il segnale che stanno per sfondare la porta. La squadra fa irruzione nel monolocale a fucili spiegati: «Tutti a terra». In totale sei ragazzi e tre ragazze vengono arrestati. Nessun sabotatore ma solo una festa tra giovani in barba alle leggi marziali riguardanti il coprifuoco e l’utilizzo di alcolici. «Siamo in guerra e il nostro compito è far rispettare la legge – conclude il capitano – abbiamo dovuto arrestarli».
(da il Messaggero)
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Aprile 3rd, 2022 Riccardo Fucile
PER RAGGIUNGERE LA MAGGIORANZA DEI 199 SEGGI NELL’ASSEMBLEA NAZIONALE, LE OPPOSIZIONI DOVREBBERO TOTALIZZARE IL 54-55% DEL VOTO POPOLARE…A ORBÁN, PER LO STESSO RISULTATO, BASTEREBBE IL 43-44%
L’Ungheria è una democrazia: oggi vota. Come dice il suo primo ministro, è però
«illiberale». È probabile che il risultato delle urne lo confermi: strappare il potere a Viktor Orbán, anche dopo 12 anni, è un’impresa come in nessun altro Paese europeo. La rete di garanzie che il premier ha costruito per vincere sempre è solida.
Calcoli indipendenti stimano che i sei gruppi di opposizione – che si sono alleati e hanno un candidato comune per battere il partito dominante, Fidesz – per raggiungere la maggioranza dei 199 seggi nell’Assemblea Nazionale per la quale si vota dovrebbero totalizzare il 54-55% del voto popolare; a Orbán, per lo stesso risultato, basterebbe il 43-44%.
Alle elezioni di quattro anni fa, Fidesz raggiunse poco più del 49% ma in termini di seggi superò la cosiddetta Super-maggioranza, due terzi dei voti che consentono di cambiare la Costituzione.
La ragione di questa asimmetria sta nel fatto che, dal 2010, il primo ministro ungherese ha ridisegnato i collegi elettorali che eleggono 106 parlamentari: i collegi che tendono a sinistra sono molto popolati ed eleggono un deputato, quelli conservatori sono piccoli ma eleggono sempre un deputato.
Anche i 93 parlamentari eletti con il sistema proporzionale favoriscono Fidesz attraverso un sistema complicato. Orbán parte così con un vantaggio non da poco.
Ma ovviamente c’è dell’altro. Ci sono le politiche che usano un po’ tutti i partiti al governo, cioè spesa pubblica: nel caso in questione, aumento del salario minimo, tredicesima ai pensionati. E qui siamo più o meno nella normalità.
Poi, c’è che gli abitanti di etnia magiara che vivono nei Paesi confinanti, in particolare in Romania, in maggioranza conservatori, possono votare per posta.
Quelli che vivono più lontano, molto più di sinistra, devono recarsi fisicamente a un consolato ungherese.
Poi ci sono i media: le maggiori reti tv sono di Stato o possedute da amici del premier, stile oligarchi, i quali controllano anche buona parte della stampa.
L’opposizione che appoggia Péter Marki-Zay – anch’ egli un conservatore ma sostenuto da sei partiti che vanno dalla destra alla sinistra ai verdi – hanno avuto spazi televisivi, calcolano gli esperti, pari a un quarto di quelli di Fidesz. In più, il governo Orbán fa propaganda per il candidato Orbán: ha anche usato gli strumenti digitali anti-Covid per fargli propaganda. Ci saranno anche brogli?
Possibile: vicino al confine, in Romania, sono già state trovate schede inviate per posta bruciacchiate, gettate nei campi, per lo più favorevoli all’opposizione.
Ci sono osservatori indipendenti in ogni seggio: il rischio che, nel caso di risultato finale testa a testa, la correttezza dell’elezione venga contestata formalmente non può essere escluso. Sarebbe una prima volta, nella Ue.
(da il Corriere della Sera)
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Aprile 3rd, 2022 Riccardo Fucile
“I FILO-PUTIN IN ITALIA? DESTINATI ALLA SCONFITTA“
In un’intervista a Lorenzo Cremonesi del Corriere della Sera, il ministro degli Esteri ucraino Dmytro Kuleba ha chiesto al nostro Paese di inviare il prima possibile nuove armi. Secondo Kuleba, sul fronte militare il peggio deve ancora venire, e i negoziati di pace non hanno portato ad alcun risultato. «Tutti i problemi chiave restano irrisolti, sul campo l’esercito russo continua ad attaccare, sparo missili sulle nostre città, i loro soldati compiono crimini contro l’umanità», spiega Kuleba secondo cui il presidente russo Vladimir Putin «comprende soltanto il linguaggio della forza».
Per fermarlo serve l’aiuto dell’Europa, servono nuove armi, dice, anche perché nelle prossime settimane la situazione potrebbe precipitare: «Siamo nel mezzo della guerra, il peggio deve ancora venire. L’Ucraina ha vinto la battaglia di Kiev ma quella per il Donbass e nel Sud sta per cominciare e sarà terribile, devastante. Lo prova lo scempio di Mariupol. Noi siamo pronti, non ci tireremo indietro e speriamo nel vostro sostegno».
I rapporti con il governo italiano
Kuleba ha mostrato apprezzamento per le attività finora svolte dall’Italia. «Chi rifiuta l’invio di armi all’Ucraina in realtà sostiene la continuazione della guerra. Noi apprezziamo molto Mario Draghi e il mio collega Luigi Di Maio: si sono schierati dalla parte giusta della storia sin dal primo giorno di guerra», ha detto Kuleba.
«Noi ci aspettiamo dall’Italia le armi necessarie a difenderci e siamo felici si sia assunta il ruolo di Paese guida nello sforzo di farci entrare in Europa. La loro scelta di farsi garanti della nostra sicurezza negli assetti eventualmente nati dal processo di pace è un segno di grande amicizia e serietà», ha aggiunto.
Un’esposizione, quella dell’Italia che si fa da garante per l’Ucraina, che potrebbe mettere a rischio le relazioni del nostro Paese con la Russia: «Vorrei rassicurare gli italiani: si possono trovare modi per cui le garanzie non comportano automaticamente il vostro coinvolgimento bellico diretto. Ad esempio, l’Italia si impegna a mandarci armi e munizioni necessarie a difenderci ma non soldati o piloti e ciò non intaccherà la sicurezza italiana. Di questo stiamo parlando».
Kuleba ha paura che i russi possano tornare, anche dopo il raggiungimento della pace: «Dobbiamo essere certi che non tornino a invaderci nel futuro e per questo devono assumersi un impegno di fronte al mondo, con clausole precise, anche legalmente definite dal diritto internazionale. Non ci fidiamo».
«Sappiamo che in Italia ci sono forze vicino a Putin: vorrei dire che ciò è immorale, illegale e politicamente perdente. Chi sta con Putin sostiene i crimini di guerra», ha tuonato.
E cosa pensa, invece, della Cina che non ha voluto schierarsi apertamente contro la Russia? «È rimasta cautamente neutrale, non abbiamo, però, prove di sostegno alla Russia. Il suo maggior interesse è bloccare la guerra che danneggia l’economia mondiale e noi lo condividiamo».
Kuleba, poi, ha detto che apprezzerebbe molto la visita di Papa Francesco a Kiev, un segnale forte e chiaro per tutto il mondo e che lo accoglierebbe «a braccia aperte». Al momento, però, non ci sono date per la sua visita in Ucraina.
Infine non ha voluto commentare l’attacco al deposito di petrolio di Belgorod che, secondo i russi, sarebbe stato fatto dall’esercito ucraino: «Non ho elementi per fare altri commenti, ho visto i video del blitz e sono molto poco chiari», ha tagliato corto. Zelensky, ieri 2 aprile, aveva detto: «Mi dispiace, ma non parlo dei miei ordini come comandante, leader di questo Stato. Ci sono cose che condivido solo con le forze armate quando parlano con me».
(da agenzie)
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