Destra di Popolo.net

IL GOVERNO BULGARO DENUNCIA: “ABBIAMO LE PROVE CHE MOSCA PAGA PERSONAGGI PUBBLICI PER DIFFONDERE PROPAGANDA”

Luglio 4th, 2022 Riccardo Fucile

FIGURE DI SPICCO DEL PAESE PAGATE 2.000 EURO AL MESE: POLITICI E GIORNALISTI… QUANDO IN ITALIA I SERVIZI CI RENDERANNO NOTI CASI ANALOGHI NEL NOSTRO PAESE?

I servizi segreti bulgari avrebbero dati che dimostrano che il Cremlino paga uno stipendio di circa 2000 euro al mese a figure di spicco del Paese, tra cui giornalisti, politici, e analisti, affinché diffondano la propaganda di Mosca in Bulgaria.
Lo riporta Euractiv, citando le parole della capa di gabinetto del Primo Ministro Lena Borislavova a Darik Radio, la maggior emittente privata bulgara.
«Tutti voi, che sputate gratis sull’Unione Europea e sulla Nato e supportate l’operato di Putin, dovreste sapere che siete fregati. Quelli che vi ispirano a pensare così sono pagati un tanto al mese», ha dichiarato Borislova.
La funzionaria ha spiegato che la propaganda verrebbe trasmessa giocando con equivoci e paure che vengono «fatti passare come elementi di interesse nazionale», facendo anche notare che la Russia si è messa di traverso nel momento in cui ha saputo che Sofia era intenzionata a espellere 70 diplomatici russi.
Le pressioni sono giunte dall’ambasciatrice del Cremlino in Bulgaria, Eleonora Mitrofanova. Dopo il rifiuto della Bulgaria, l’ambasciatrice ha lasciato il suo ufficio e si è diretta a Mosca, nella giornata di domenica 3 luglio, minacciando di far chiudere l’ambasciata.
Secondo quanto riporta Politico, da tempo la propaganda russa trova terreno fertile in Bulgaria. I sondaggi indicano che a giugno 2022, il 38% dei bulgari avrebbero votato per uscire dalla Nato, il 57% non considera la Russia una minaccia, nonostante l’invasione dell’Ucraina.
Infine, il 30% considera Mosca il più importante partner strategico di Sofia. D’altro canto, sono anche aumentati i bulgari che considerano la Russia una minaccia, arrivando al 33% (rispetto al 3% del 2021). La stessa percentuale, però, considera gli Stati Uniti una minaccia (rispetto al 16% nel 2021).
La Bulgaria è da anni nel mirino di campagne di disinformazione sistematiche, ha dichiarato a Politico l’analista Goran Georgiev, del Centro per gli Studi sulla Democrazia di Sofia. «Alcuni bulgari credono inequivocabilmente alle teorie del complotto e hanno perso fiducia nei media tradizionali». Nel febbraio 2022, poco dopo l’inizio della guerra, il ministro della difesa bulgaro Stefan Yanev aveva definito la guerra in Ucraina una «operazione militare», prima di essere redarguito dal primo ministro Kiril Petkov.
(da agenzie)

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CONDANNATI ALL’ERGASTOLO I FRATELLI BIANCHI PER L’OMICIDIO DI WILLY

Luglio 4th, 2022 Riccardo Fucile

ORA BUTTATE LA CHIAVE

Sono stati condannati all’ergastolo i fratelli Marco e Gabriele Bianchi per l’omicidio di Willy Monteiro Duarte avvenuto nel settembre del 2020.
I giudici della Corte d’Assiste di Frosinone hanno accolto la richiesta dei pm, che avevano chiesto il massimo della pena per i Bianchi e 24 anni per Mario Pincarelli e Francesco Belleggia.
Per loro la richiesta della procura è stata parzialmente accolta, con la condanna dei giudici a 23 anni di carcere per Belleggia e 21 per Pincarelli.
Disposta anche una provvisionale di 200mila euro a ogni imputato per i genitori di Willy e 150mila euro per la sorella della vittima. L’accusa per gli imputati era di omicidio volontario, così come per gli altri due componenti del gruppo, Belleggia e Pincarelli.
Agli applausi scroscianti partiti in aula dopo la lettura della sentenza da parte dei numerosi amici di Willy commossi, gli imputati nel gabbiotto di sicurezza hanno gridato e imprecato contro gli agenti della polizia penitenziaria, che li hanno portati via.
Samuele Cenciarelli, amico di Willy e testimone nel processo, racconta ad AdnKronos cosa si attende dal verdetto: «Quella notte ero lì, al di là delle scuse e delle giustificazioni sulla poca illuminazione si vedeva bene tutto e ricordo bene, anche se cerco di rimuovere, che hanno infierito tutti e quattro sul mio amico». Cenciarelli ricorda che era lì con Willy quando lo hanno colpito: «Quando ho visto il primo calcio ho provato a intervenire, ma sono stato respinto anche io con un calcio. Ora si stanno arrampicando sugli specchi, ma sono colpevoli tutti e quattro e per loro, senza distinzioni, mi auguro sia ergastolo».
(da agenzie)

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L’UCRAINA FINALMENTE LANCIA MISSILI SULLE CITTÀ RUSSE OLTRE CONFINE

Luglio 4th, 2022 Riccardo Fucile

MOSCA, IN QUESTI MESI, HA DEVASTATO AREE ABITATE, CENTRI COMMERCIALI, STAZIONI, ORA KIEV RISPONDE ALLO STESSO MODO MINACCIANDO DEPOSITI, STRADE, FERROVIE

Belgorod, Melitopol, Odessa, Kiev, Sloviansk. Sono solo alcune delle località intrappolate nella guerra delle città, un confronto con molti risvolti per i contendenti.
L’Ucraina, dopo aver subito bombardamenti estesi, risponde con la stessa moneta prendendo di mira il territorio russo. È un modo per coinvolgere le retrovie, civili inclusi, e sottolineare che l’aggressione ha un prezzo. Inoltre prova ad attenuare le proprie sconfitte incalzando l’avversario nella sua stessa «tana».
Portando il conflitto in terra nemica, Vladimir Putin ha forse sperato (o pensato) che i suoi cittadini sarebbe stati risparmiati dalle operazioni. Invece non è stato così. Nel contempo Mosca, in questi mesi, ha picchiato con brutalità, ha devastato caserme ma anche aree abitate, centri commerciali, stazioni, impianti per il carburante. Una combinazione di tattica militare e terrore, pressione e distruzione.
Putin per colpire, la resistenza impiega tre armi. I vecchi missili terra-terra Tochka, i droni, i sabotatori. Se i target sono all’interno dei confini russi evita il ricorso agli Himars e ai lanciarazzi a lunga portata forniti dalla Nato: c’è una promessa – per quanto vale – in questo senso. Ma gli stessi sistemi sono impiegati invece su obiettivi nelle zone occupate: è stato così per l’Isola dei Serpenti, si è ripetuto in apparenza a Melitopol.
Le forze di Zelensky acquistano una profondità, minacciano i depositi di munizioni, le strade, le ferrovie usate dagli invasori. In questo modo, insieme all’azione dei partigiani, mettono in discussione il controllo che a fatica il neo-zar prova a imporre a sud e nelle regioni orientali. I russi si affidano ai missili sparati da navi, sommergibili, aviazione: l’obiettivo è sempre quello di sconvolgere la vita.
L’utilizzo dei droni da parte degli ucraini permette, in alcuni casi, la negabilità: girano i dubbi, Kiev non rivendica e lascia che sia l’avversario a denunciare lo strike. Non mancano, neppure questa volta, le tesi contrastanti. Gli ucraini, dopo ore, hanno sostenuto che sarebbero stati gli stessi russi a colpire Belgorod. Forse perché vi sono stati morti tra gli abitanti.
Lo raccontano altre crisi, vicine e lontane nel tempo. Iran e Iraq, negli anni ’80, diedero vita a un duello intenso a colpi di missili Scud mirando i centri urbani. Saddam fece lo stesso attaccando Tel Aviv e dintorni nel gennaio-febbraio 1991. Israele condusse centinaia di raid su Gaza, le fazioni palestinesi risposero con razzi su cittadine dall’altra parte del confine e comunità agricole.
Scenari replicati nella sfida tra guerriglieri sciiti e monarchie sunnite del Golfo. L’impatto bellico esiste, però è molto più significativo quello politico-economico perché porta la battaglia nelle case. Letteralmente, con evidenti riflessi sulle comunità.
I due campi potrebbero prendere una pausa nel Donbass per riorganizzare le truppe ma continuare a fare danni da lontano impiegando ordigni neppure troppo sofisticati. Con scambi di accuse sulle conseguenze, i morti, gli edifici ridotti in macerie.
(da agenzie)

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PERCHE’ L’UCRAINA SI E’ RITIRATA DA LYSYCHANSK: “UNA SCELTA STRATEGICA”

Luglio 4th, 2022 Riccardo Fucile

“RISCHIAVAMO DI FINIRE IMBOTTIGLIATI E CIRCONDATI, LA RICONQUISTEREMO CON ARMI PIU’ MODERNE”

Dopo l’annuncio dell’esercito ucraino sulla città di Lysychansk, un carrista spiega oggi al Corriere della Sera il motivo del ritiro. «Siamo usciti tre giorni fa. Non era più possibile tenere le posizioni. Non tanto per il cannoneggiamento. Quello toglie solo il sonno, ma i russi non sarebbero comunque riusciti a prenderci. Eravamo trincerati molto bene. Ci siamo ritirati per non restare imbottigliati. I russi avevano attraversato il fiume a nord e mandavano le forze speciali in città. Avrebbero potuto prenderci alle spalle in qualsiasi momento».
Il carrista, sotto la protezione dell’anonimato, racconta com’è andata: «Siamo scappati di notte, senza luci, a piccoli gruppi e in silenzio radio. Il comandante è sempre stato con noi, poi è tornato indietro a prendere gli altri. Nel nostro Battaglione non ci sono stati incidenti. Tutti salvi».
Il militare spiega perché non sono ripiegati a Kramatorsk: «Facciamo fuoco di sbarramento in modo che i russi non pensino di avere il via libera per avanzare».
Intanto secondo l’intelligence del ministero della Difesa britannico ora «l’attenzione della Russia si sposterà quasi certamente sulla cattura della regione di Donetsk, la cui gran parte rimane sotto il controllo delle forze ucraine. I combattimenti per il Donbass sono stati logoranti ed è altamente improbabile che la situazione cambi nelle prossime settimane».
Il presidente Volodymyr Zelensky nel suo tradizionale discorso serale ha voluto rassicurare il suo popolo annunciando che le truppe ucraine torneranno a Lysychansk grazie alla tattica e alla fornitura di armi moderne. «Proteggiamo la vita dei soldati e del nostro popolo. Ricostruiremo le mura e riconquisteremo la terra e questo vale anche per Lysychansk», ha detto, dove «torneremo grazie alle nostre tattiche, aumentando la fornitura di armi moderne».
(da agenzie)

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LA BUONA NOTIZIA E’ CHE L’AMBASCIATORE RUSSO RAZOV E’ IN PARTENZA

Luglio 4th, 2022 Riccardo Fucile

LA CATTIVA NOTIZIA E’ CHE NE ARRIVERA’ UN ALTRO DEGNO DI LUI

Il posto di Sergey Razov è a rischio. L’ambasciatore russo in Italia è infatti in bilico e il Cremlino pensa a una sua sostituzione.
A Roma dal 2013, adesso potrebbero costargli care le polemiche sulla missione della Russia in Italia e la vicenda della denuncia (archiviata) a La Stampa per l’articolo su Uccidere Putin.
Proprio il quotidiano di Torino scrive che il suo sostituto potrebbe essere Alexey Paramonov, classe 1962, direttore per l’Europa al Ministero degli esteri russo ed ex console a Milano.
Ovvero un altro dei nomi che abbiamo incontrato all’epoca dell’escalation tra Russia e Italia. Il 19 marzo scorso infatti, parlando con Ria Novosti, Paramonov definì l’Italia «uno dei paesi più ostili». Minacciando «conseguenze irreversibili» in caso di adesione al sistema di sanzioni contro Mosca.
Chi è Paramonov
All’epoca Paramonov attaccò anche il ministro della Difesa Lorenzo Guerini. Definendolo «uno dei principali ‘falchi’ e ispiratori della campagna antirussa nel governo italiano». E collegando in maniera piuttosto sibillina il sostegno della Russia all’Italia all’inizio della pandemia di Covid-19: «In accordo con l’intesa raggiunta a livello di Presidente della Russia e Presidente del Consiglio dei Ministri d’Italia nel marzo-aprile 2020, all’Italia è stata fornita un’assistenza significativa attraverso il Ministero della Difesa, il Ministero dell’Industria e Commercio e Ministero della Salute della Russia».
C’è quindi la questione del gradimento. Viene di regola trasmesso dal ministero degli Esteri al presidente della Repubblica, che ha l’ultima parola in base all’articolo 87 della Costituzione.
Ed è difficile, visti i precedenti, che Paramonov lo ottenga. Forse proprio per questo a metà giugno corresse il tiro sull’Italia.
Intervenendo sull’importanza dei negoziati di pace e sul ruolo del Vaticano. Proprio nei giorni in cui si parlava di un suo possibile incarico presso la Santa Sede.
Ma ci sono anche altri candidati. Uno di questi è Alexander Nurizade, anche lui ex console a Milano. E Andrey Maslov, oggi ambasciatore russo ad Atene ed ex consigliere proprio a Roma. Intanto Razov è diventato l’immagine dell’incomunicabilità tra i due paesi. Per questo non è ancora chiara la scelta di sostituirlo. Si tenta di aprire nuovi orizzonti tra Roma e Mosca? O è soltanto una mossa per alimentare la propaganda?
(da agenzie)

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STRAGE A COPENAGHEN: IL CRIMINALE E’ UN SUPREMATISTA BIANCO DI 22 ANNI

Luglio 4th, 2022 Riccardo Fucile

E’ MEMBRO DI STRAM KURS, UN PARTITO SOVRANISTA DANESE XENOFOBO

Un 22enne danese è stato fermato e arrestato dalla polizia a Copenaghen, vicino al centro commerciale Field’s, con l’accusa di essere il responsabile della sparatoria avvenuta questo pomeriggio nella capitale. Il responsabile della strage sarebbe un suprematista bianco, Noah Esbensen.
Il 22enne sarebbe membro di Stram Kurs, un partito politico danese di estrema destra con posizioni anti-Islam e xenofobe.
Nelle scorse ore, il presunto responsabile della strage, aveva caricato su un canale YouTube diversi video in cui si riprendeva mentre mostrava e si puntava alla testa diverse armi, tra cui pistole e fucili. I video sono stati rimossi nelle ultime ore dalla piattaforma video di Google.
Nella didascalia di un video intitolato “I don’t care” (“Non mi interessa“) in cui il 22enne si puntava un fucile alla tempia, si poteva leggere: «La quetiapina non funziona». Il farmaco è utilizzato prevalentemente in pazienti affetti da schizofrenia, da disturbo bipolare e per altre patologie psichiatriche.
La sparatoria e le indagini della polizi
Nel frattempo il capo della polizia di Copenaghen, l’ispettore Soren Thomassen, in conferenza stampa ha dichiarato: «Non abbiamo informazioni che altre persone siano coinvolte, questo è ciò che sappiamo adesso». L’ispettore Thomassen ha poi aggiunto: «Diverse persone sono state colpite, ci sono morti e feriti». La polizia, al momento, non esclude che la sparatoria sia un atto di terrorismo e che il 22enne non abbia avuto dei complici. La sindaca di Copenaghen, Sophie H.Andersen, ha annunciato di avere attivato il piano di crisi: «Arrivano rapporti terribili sulla sparatorie al Field’s. Non sappiamo ancora con certezza quanti siano rimasti feriti o morti, ma è molto grave».
(da agenzie)

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L’ACCUSA DEL GEOLOGO MARIO TOZZI: “QUEL CHE E’ SUCCESSO SULLA MARMOLADA HA UN COLPEVOLE”

Luglio 4th, 2022 Riccardo Fucile

“NESSUN FULMINE A CIEL SERENO, L’UOMO STA DISTRUGGENDO L’ECOSISTEMA”

Quel che è accaduto nel primo pomeriggio di domenica sulla Marmolada è solo una delle tante facce della medaglia della stato di salute del pianeta Terra. A dirlo è il geologo e divulgatore scientifico Mario Tozzi che ha puntato il dito nei confronti dell’homo sapiens, reo di aver consumato, inquinato e preso a schiaffi l’ambiente pensando più al profitto che alla salvaguardia della natura.
E il distaccamento di quel ghiacciaio – anzi, di quel che resta – è solamente l’esatta risposta della natura a questi stravolgimenti che vanno avanti da decenni.
Nella sua analisi pubblicata sul quotidiano La Stampa, Mario Tozzi spiega: “La spaventosa valanga di neve, ghiaccio e roccia che si è staccata ieri alla Marmolada non è stata certo un fulmine a ciel sereno, talmente tante e tali sono state la frane e le slavine registrate negli ultimi anni, soprattutto i crolli in roccia, palmare testimonianza dell’arretramento esponenziale delle coltri glaciali in tutte le Alpi”.
Il geologo fa riferimento ad altri episodi (due a Belluno e altri sparsi per le Alpi) che, nel passato più o meno recente hanno provocato frane, scioglimenti di ghiacciai e morte. Tutti eventi provocati dall’uomo, con una reazione prevedibile (ma non nel tempo) da parte del pianeta:“Il fatto è che il clima assomiglia a un orso in letargo infastidito dagli esperimenti dei Sapiens: sulle prime risponderà alle sollecitazioni infastidito, ma ancora pesantemente addormentato, e si girerà magari sull’altro lato continuando a dormire. Ma non possiamo sapere quando si sveglierà di soprassalto per reagire all’ennesima azione con una reazione apparentemente sorprendente, ma ampiamente prevedibile, visto che, comunque, prima o poi, dal letargo si esce”.
La metafora dell’orso in letargo è quella che più si avvicina al continuo atteggiamento dell’uomo che per anni non si è accorto (o lo ha fatto, facendo spallucce) di star calpestando l’equilibrio dell’ecosistema che lo ospita. E il caso della Marmolada, ma anche la siccità e l’emergenza idrica di quest’anno, sono la cartina di tornasole di questa reazione. Che non è un fulmine e ciel sereno.
(da agenzie)

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COS’E’ UN SERACCO E PERCHE’ IL SUO DISTACCO HA CAUSATO LA TRAGEDIA DELLA MARMOLADA

Luglio 4th, 2022 Riccardo Fucile

IL CROLLO E’ DIFFICILE DA PREVEDERE, LA CAUSA E’ IL CAMBIAMENTO CLIMATICO

I soccorritori hanno sospeso a mezzanotte le ricerche nella tragedia della Marmolada. Le vittime al momento sono 6, i dispersi 15. Alle prime luci del giorno verrà effettuato un nuovo briefing presso la sala operativa allestita presso la caserma dei vigili del fuoco di Canazei. A causarla è stato il distacco di un seracco, ovvero un ghiacciaio a forma di torre o pinnacolo che di solito deriva dall’apertura di crepacci.
Al contrario della valanghe, il crollo di un seracco è più difficile da prevedere. Perché di norma non dipende dalle condizioni meteorologiche del momento, ma dai meccanismi che regolano il movimento del ghiacciaio.
Nel caso della tragedia della Marmolada gli esperti individuano un chiaro colpevole: il cambiamento climatico. Nella zona ieri è stata registrata la temperatura record di 10,3 gradi, con la minima che la scorsa notte è rimasta sempre sopra i 5 gradi. Lo zero termico è oltre i 4 mila metri.
Un crollo a 300 chilometri l’ora
Secondo i tecnici del Soccorso Alpino il seracco è sceso a valle con una velocità di 300 chilometri l’ora. La mappatura dell’area ha consentito di affermare che una parte consistente del ghiacciaio è ancora attaccata alla montagna.
A venire giù è stata proprio una parte della cima della Marmolada, un ghiacciaio che ha centinaia di anni: il crollo si è verificato attorno ai 3 mila metri, 300 metri sotto la vetta, mentre le ricerche si sono concentrate ad una quota più bassa, tra i 2.500 e i 2.800 metri.
Un fronte di ghiaccio di 200 metri con un’altezza di 60 metri ed una profondità di 80. Il tutto esposto a 45 gradi di pendenza. Il materiale che si è staccato è invece esteso su un fronte di due chilometri sulla via normale ad un’altezza di circa 2.800 metri: e questo significa, appunto, che la massa di materiale staccatosi ha percorso almeno 500 metri con una velocità stimata dai tecnici pari a 300 km l’ora.
Il glaciologo del Cnr Renato Colucci ha confermato ieri che la tragedia della Marmolada è stata causata dal distacco del seracco: «C’è stata cioè la frattura con relativo scorrimento verso valle, di un grosso pezzo di ghiacciaio, nei pressi della cima della Marmolada».
Una frattura dovuta «a diverse cause, una di lungo periodo e due di breve periodo. Quella di lungo periodo è ascrivibile al riscaldamento globale, al fatto cioè che il ghiacciaio si sta riducendo e quindi è sempre più fragile». A cui si aggiunge «il fatto che quest’anno ha nevicato poco, quindi c’è poca neve residua che protegge il ghiacciaio dal caldo estivo, ma soprattutto che sono settimane e settimane nel corso delle quali abbiamo registrato valori di temperatura straordinariamente elevati, molto al di sopra delle medie normali di giugno e luglio».
La Marmolada a rischio scomparsa
Il professor Massimo Frezzotti, docente a Roma Tre e per 7 anni presidente del Comitato Glaciologico Italiano, conferma il maggiore indiziato. «Negli ultimi 70 anni quel ghiacciaio ha perso oltre l’80% del suo volume. La sua superficie è passata dai circa 500 ettari stimati nel 1888 ai 123 ettari del 2018. Dal 2010 al 2020 il fronte è arretrato in media di 10 metri l’anno. E questo significa che, con l’andamento del cambiamento climatico che ben conosciamo, la sorte della Marmolada è segnata», spiega in un’intervista a il Resto del Carlino. E pronostica: «Con il trend degli ultimi 3 anni, 9 ettari all’anno, buona parte del ghiacciaio potrebbe scomparire già nel 2031-2033. Diciamo che quel ghiacciaio scomparirà tra il 2.030 e il 2.050 e questo vale per tutti i ghiacciai alpini al di sotto dei tremila metri».
Il procuratore di Trento Sandro Raimondi sulla vicenda ha aperto un fascicolo per disastro colposo. Le domande alle quali il pm dovrà rispondere sono: è davvero solo colpa del clima o c’è anche qualche responsabilità umana? Si poteva prevedere il disastro della Marmolada? Il geologo Mario Tozzi su La Stampa prova a dare una risposta: il passaggio da condizioni sotto lo zero a condizioni sopra lo zero termico risulta determinante per determinare i distacchi, premette. Poi spiega: «È sempre il cambiamento climatico che ci sta mostrando le sue diverse facce. Da un lato la siccità oltre ogni memoria che si registra nella Valle del Po, le ondate di calore nelle aree urbane, la mancanza di piogge, dall’altro la fusione accelerata di nevi e ghiacci che ha portato già all’estinzione del ghiacciaio più meridionale d’Europa (il Calderone, al Gran Sasso d’Italia) e porterà, nei prossimi anni, alla fine di quelli alpini».
I seracchi crollano d’inverno e d’estate
Il climatologo Luca Mercalli su il Fatto Quotidiano aggiunge che di norma i seracchi si staccano collassando per il movimento su se stessi indotto dalla pendenza, ma il ghiaccio basale rimane incollato alla roccia per via delle temperature che dovrebbero essere sotto lo zero. «Ma sulla Marmolada non eravamo in presenza di una vasta seraccata sospesa – spiega – bensì di un bacino di alimentazione glaciale di versante, percorso solamente da alcuni crepacci. Ecco dunque che il caldo, con zero termico che da una settimana è oltre i 4.000 metri con punte di 4.700 ma mezzogiorno di sabato 2 luglio, e più di una decina di gradi a 3.000 metri giorno e notte, può essere stato il fattore scatenante per l’accumulo di acqua di fusione penetrata nei crepacci».
Secondo Mercalli le vittime non si sarebbero potute evitare: «Prevedere con precisione luogo e modalità di un simile evento non era possibile. Certamente lo stato critico di tutti i ghiacciai per la carenza di neve e il caldo anomalo costituivano elementi di ulteriore prudenza per gli alpinisti, ma si sarebbero dovuti chiudere i ghiacciai di tutte le Alpi, dalla Francia all’Austria, a scopo preventivo. Un provvedimento irrealistico».
La tragedia più grave
Sono state intanto identificate quattro delle sei vittime della tragedia della Marmolada. Si tratta di tre cittadini italiani, mentre il quarto è di nazionalità ceca. Restano da identificare un uomo ed una donna. Fra i dispersi ci sono sicuramente italiani, tedeschi e cechi, e probabilmente anche romeni. Per questo il numero dei morti potrebbe ancora aumentare. La tragedia più grave sulla Marmolada risale a oltre un secolo fa.
L’agenzia di stampa Agi ricorda che erano le ore 5,30 del 13 dicembre del 1916 quando una slavina staccatasi da Punta Penia causò la morte sul colpo di 272 soldati austriaci che si trovavano nel baraccamento nella conca del Gran Poz. Il numero totale delle vittime restò ignoto a causa del segreto militare. A perire i soldati della 90ma Divisione di Fanteria dell’esercito austro-ungarico. Una valanga provocata dalle forti nevicate: erano sette giorni che nevicava interrottamente.
(da Open)

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MARMOLADA, LE VITTIME POTREBBERO ESSERE PIU’ DI TRENTA

Luglio 4th, 2022 Riccardo Fucile

LA STIMA DEI SOCCORRITORI MENTRE PROSEGUONO LE RICERCHE DEI DISPERSI

Le verifiche dei soccorritori sono concentrate nel ricostruire l’esatto elenco di chi era presente sulla Marmolada nel momento del crollo. Secondo il meteorologo della provincia di Bolzano, Dieter Peterlin, quella di ieri è stata la giornata più calda del 2022 sul ghiacciaio
Sono almeno 30 i potenziali dispersi nella tragedia della Marmolada secondo fonti vicine ai soccorritori. Si tratta della stima della quantità di persone che ieri 3 luglio si trovava sul ghiacciaio al momento del crollo del seracco sommitale.
Non è ancora possibile definire con certezza però quante di quelle trenta persone siano effettivamente disperse. I vigili del fuoco hanno presidiato tutta la notte il luogo. Nei sopralluoghi è stato impegnato personale della Protezione Civile trentina, con il supporto del soccorso alpino e dei droni dei Vigili del fuoco dotati di termocamere, in grado di individuare anche al buio la fonte di calore emessa da una persona. I cadaveri sono tutte al Palaghiaccio di Canazei, dove è stata allestita la camera ardente e dove i parenti, in mattinata, inizieranno il doloroso rito dei riconoscimenti dei corpi.
Al momento sono 6 le vittime confermate: tre italiani, un cecoslovacco, più un uomo ed una donna non ancora identificati, ma il bilancio è verosimilmente destinato ad aggravarsi. Così come ci sono poche speranze di trovare altri sopravvissuti. In mattinata il presidente del Consiglio Mario Draghi è atteso a Canazei.
Intanto Jeffrey Sachs, economista della Columbia University di New York, per 15 anni direttore dell’Earth Institute e consulente dell’Onu per le tematiche ambientali punta il dito contro l’uomo. «La tragedia sulle Alpi, in una montagna che conosco bene, è il risultato del riscaldamento globale indotto dall’uomo: i nostri amati ecosistemi – ghiacciai montani, foreste pluviali, aree umide, barriere coralline – sono in via di distruzione per la conseguenza diretta di folli comportamenti umani», dice oggi a Repubblica.
Il riscaldamento globale, ricorda Sachs, fino a pochi anni fa è stato di 0,18 gradi centigradi per decennio, ma ora «ha accelerato bruscamente raddoppiando la sua velocità: 0,36 gradi per ogni decennio»
Questo, spiega l’esperto, porterà al superamento «con larghissimo anticipo, dei limiti previsti dall’accordo di Parigi Che prevedevano la neutralità climatica entro il 2050. Nulla di più lontano. Non ce la faremo mai a ridurre le emissioni di almeno il 55% entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990».
E questo perché «entro pochissimi anni, nei fatti, l’umanità supererà il limite superiore previsto dall’accordo di Parigi. Che era di limitare ben al di sotto dei 2 gradi il riscaldamento medio globale rispetto al periodo preindustriale. Puntando a un aumento massimo della temperatura pari a 1,5 gradi». Ciò che sta accadendo, dice l’economista, è «la vera minaccia per l’umanità, quella per cui rischiamo tutti quanti l’estinzione».
(da agenzie)

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