Destra di Popolo.net

ORA KIEV SPERA NEGLI HIMARS: “SONO L’ARMA DELLA LIBERAZIONE”

Luglio 6th, 2022 Riccardo Fucile

POSSONO COLPIRE A LUNGA DISTANZA DEPOSITI DI MUNIZIONI E CARBURANTE RUSSI CHE INFATTI SALTANO PER ARIA… TELEGUIDATI HANNO UN MARGINE DI ERRORE DI APPENA 8 METRI , CONTRO I 150 DEI RUSSI… DA 4 LANCIARAZZI A 20 ENTRO FINE MESE…SE NE AVESSERO 300 I RUSSI VERREBBERO DISTRUTTI

Il bombardamento di Melitopol per ora è il culmine della guerra degli Himars, i lanciarazzi moderni che l’Amministrazione Biden per mesi ha rifiutato di consegnare agli ucraini, fino a quando a maggio ha cambiato idea davanti alla sproporzione di forze fra russi e ucraini nella battaglia del Donbass.
A giugno una sessantina di soldati ucraini sono andati in Europa per essere addestrati in meno di un mese, «tutti molto giovani – dice una fonte militare ucraina a Repubblica – anche diciottenni perché i giovani assorbono meglio la conoscenza». Sulla spalla i giovani specialisti portano il simbolo del crotalo che non si fa calpestare – ” Don’t tread on me ”
Gli Himars americani hanno le due qualità che gli ucraini desideravano. La prima è la distanza di tiro: possono colpire i depositi di munizioni e di carburante che fino a ieri i russi avevano posizionato con comodo nelle retrovie perché credevano che così sarebbero stati al sicuro. È come se la mappa della guerra fosse cambiata di colpo, non c’è più salvezza nella profondità.
Intere regioni prima inaccessibili ora sono sotto tiro. Persino la ferrovia che da Nord scende verso il Donbass nell’Est del Paese, che è la linea di rifornimento preferita dai russi, ora è esposta.
La seconda è la precisione, che però costa 155mila dollari a razzo: «Colpisce con uno scarto di nove metri quindi in pratica fa sempre centro. Con la precisione degli Himars guidati dal satellite cambia tutto. I russi invece usano lanciarazzi costruiti al tempo dell’Unione Sovietica che hanno un margine di errore di centocinquanta metri, tanto se ne fregano».
I lanciarazzi americani sono arrivati in Ucraina il 23 giugno e da allora ogni giorno ci sono decine di segnalazioni al giorno di esplosioni e bombardamenti in basi russe che in quattro mesi non erano mai state toccate dalla guerra.
Gli ucraini per ora hanno scelto di colpire soprattutto i depositi di munizioni dell’artiglieria russa, secondo un ragionamento ovvio: meno munizioni hanno i russi, meno bombardano.
Per ora hanno soltanto quattro Himars, ma danno l’illusione di essere ubiqui perché continuano a spostarsi lungo il fronte e colpiscono nello stesso giorno a centinaia di chilometri di distanza. Entro la fine del mese da quattro potrebbero diventare venti, perché ne arriveranno da Regno Unito, Germania e Norvegia. «Ce ne vorrebbero trecento, anche per il futuro, così la Russia se ne starebbe lontana».
(da agenzie)

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“AVETE ROTTO IL CAZZO CON LA RETORICA DEI RAGAZZI VIZIATI CHE NON HANNO VOGLIA DI LAVORARE”

Luglio 6th, 2022 Riccardo Fucile

LO SCRITTORE (E CAMERIERE) SANDRO BONVISSUTO: “IL PROBLEMA SONO GLI STIPENDI BASSI. L’IDEA CHE SI DEBBA LAVORARE ANCHE CON UNO STIPENDIO RIDICOLO ALTRIMENTI SEI UN FANCAZZISTA È UN’IDEA OSCURANTISTA”… “I GIOVANI FANNO BENE AD EMIGRARE”

Negli ultimi trent’ anni in Italia gli stipendi sono calati. Ma solo in Italia. Hanno lievitato ovunque. Tranne che qui.
Gli analisti si sono avventurati in cerca di spiegazioni, ma ci vorrebbero speranze adesso. La situazione degli stipendi è forse attribuibile al cuneo fiscale? Probabilmente no.
Altrove ( Francia, ad esempio) questo indice è più importante che qui, o almeno in linea, e le retribuzioni in quei paesi sono più alte delle nostre.
Entriamo dunque nei grandi misteri dell’economia. Come quello del prezzo della benzina, che nel 2008, quando il petrolio aveva raggiunto la quotazione record per barile di tutta la sua storia, aveva determinato un costo per il carburante che era la metà di adesso. Va a capire.
Nel frattempo in tutta Europa trova casa l’idea del salario minimo. Ne hanno parlato anche qui. Solo che non sono d’accordo su chi debba garantirlo, se lo Stato o gli imprenditori.
Quindi mo intanto ne abbiamo parlato, poi vediamo, non c’è fretta. Gli imprenditori vorrebbero pagasse lo stato, quindi eleggeranno qualcuno che renderà fattibile tutto questo, mentre gli stipendi più bassi presto cominceranno a produrre pensioni sempre più basse; e questo è un bel vantaggio per lo Stato.
E allora davanti ad un’economia ora in crescita, ma che incomprensibilmente si accompagna ad un lavoro che non da prospettive, di fronte a aziende che aumentano i fatturati mentre gli stipendi restano inchiodati, per via di prezzi che salgono a dispetto delle buste paga, alla gente comune non resta altro da fare che emigrare.
Da una parte il capitalismo nazionale dovrebbe farsi un esame di coscienza, ed ammettere di aver sbagliato, almeno negli ultimi tre decenni, di essere andato avanti solo ed esclusivamente grazie ai continui aiuti, sussidi, alle tregue fiscali, concordati e prestiti statali.
Intanto la fine del concetto di sindacato lascerà ogni lavoratore completamente solo nella giungla dell’impiego, con l’unica speranza di imbattersi in un imprenditore lungimirante, un qualche mecenate di quelli che finiscono nei libri di storia, qualcuno che sia capace di migliorare in modo autonomo la condizione di chi ha alle proprie dipendenze. Questo per quello che riguarda gli adulti, i giovani, invece, scapperanno da questo paese.
E non perché i ragazzi siano dei viziati ai quali « non gli va di lavorare». Il problema sono gli stipendi bassi, che è un’invenzione vostra, non che i giovani so ignoranti o scansafatiche o che preferiscano percepire il reddito di cittadinanza. L’idea che si debba lavorare comunque anche con uno stipendio ridicolo altrimenti sei un fancazzista è un’idea fortemente oscurantista e conservatrice.
E prendersela col reddito di cittadinanza è una cosa reazionaria; se un imprenditore soffre la concorrenza del RDC (che per un lavoratore giovane sarà sui 500 euro al mese) mi immagino a quale stipendio la sua azienda stia facendo riferimento.
E così mentre Roma è piena di lavoro, piena di turisti, tanto che pare un unico locale, un’unica e immensa tavola calda, il popolo non può beneficiarne, costretto a pagare i costi di una crisi finanziaria della quale non è responsabile, e il capitalismo italiano rimane ancora in mano alla borghesia nazionale, ammantata di cultura progressista ma di esiti chiaramente conservatori, capace solo di esprimere una classe politica a sua immagine: conservatrice e progressista a seconda delle stagioni e delle convenienze.
E se nessuno vuole andare a lavorare per l’elemosina è perché la gente sta uscendo rinnovata da una profonda crisi esistenziale: la pandemia ha insegnato di nuovo alle persone il valore del proprio tempo, perché va tutto bene finchè una mattina non te sveij sotto a un cipresso co la foto de ceramica. I ragazzi oggi sanno che non è il lavoro a nobilitare l’uomo, ma il contrario.
Il Lavoro nel tempo diventerà una cosa da ricchi, qualcosa che potranno praticare ( per ripulirsi la coscienza) solo i figli di papà, i quali avranno studiato nelle migliori scuole del mondo, ma se non potranno dire sui social di aver lavorato almeno mezza giornata in una catena di montaggio, nella vita non saranno mai nessuno.
Intanto l’Italia, ponte naturale verso il Mediterraneo, ha qualcosa di entrambi i continenti che frequenta: tenore di vita mitteleuropeo, e stipendi africani.
(da La Repubblica)

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CONTE INGRANA LA RETROMARCIA: “RESTIAMO AL GOVERNO. ABBIAMO ACCUMULATO UN FORTE DISAGIO, SIAMO DISPONIBILI A CONDIVIDERE UNA RESPONSABILITÀ MA OCCORRE UN FORTE SEGNO DI DISCONTINUITÀ”

Luglio 6th, 2022 Riccardo Fucile

“NON PERMETTIAMO PIÙ CHE IL REDDITO DI CITTADINANZA SIA MESSO IN DISCUSSIONE, VA TAGLIATO IL CUNEO FISCALE E DOBBIAMO INTERVENIRE PER I LAVORATORI E SUL SALARIO MINIMO. LA FIDUCIA SUL SUPERBONUS? NE PARLEREMO, E VEDREMO”

“Abbiamo parlato con Draghi, gli abbiamo consegnato un documento a nome del M5s, abbiamo accumulato un forte disagio politico. Noi siamo disponibili a condividere una responsabilità di governo come abbiamo fatto fino a qui in modo leale e costruttivo ma occorre un forte segno di discontinuità”. Lo ha detto il presidente M5s Giuseppe Conte al termine dell’incontro con il premier Mario Draghi.
“Non permettiamo più che il reddito di cittadinanza sia messo quotidianamente in discussione”.
“Dobbiamo intervenire a favore di famiglie e imprese con un intervento straordinario. 200 euro di bonus non servono. Va tagliato il Cuneo fiscale. Dobbiamo intervenire per i lavoratori e sul salario minimo”.
“Draghi si prenderà un po’ di tempo per valutare le nostre richieste, non mi aspettavo una risposta immediata, non sarebbe neanche stato serio”.
“Se la fiducia sul superbonus potrebbe compromettere la permanenza del M5s nel governo? Ne parleremo in riunione di capigruppo e definiremo la nostra posizione sul punto. I nostri ministri già non hanno partecipato al voto” in Cdm “per una norma del tutto eccentrica. Non siamo qui per predicare transizione ecologica di giorno e consentire nuove trivellazioni di notte”. Lo ha detto il leader del M5s Giuseppe Conte al termine dell’incontro con il premier Mario Draghi.
(da agenzie)

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FOGGIA, ARRESTATI 6 GIOVANI ITALIANI CHE PESTARONO UN CARABINIERE IN UN BAR, UNO DEL BRANCO DOVEVA ESSERE AI DOMICILIARI

Luglio 6th, 2022 Riccardo Fucile

IL MILITARE LO AVEVA RICONOSCIUTO… MA IN GALERA NON CI FINISCE NESSUNO: 4 AI DOMICILIARI E 2 CON L’OBBLIGO DI FIRMA

Aggredirono e picchiarono brutalmente un carabiniere a Torremaggiore (Foggia), poi provarono a rubare il suo cellulare: a distanza di sei mesi, i presunti autori del pestaggio sono stati individuati e sono scattate le misure disposte nei loro confronti.
Si tratta di sei giovani foggiani, accusati a vario titolo di tentata rapina in concorso e di lesioni personali aggravate.
Le misure cautelari, che prevedono gli arresti domiciliari per quattro di loro e l’obbligo di firma per gli altri due, sono arrivate nelle prime ore della notte di oggi, 6 luglio.
Il pestaggio
I fatti risalgono però allo scorso 9 gennaio, quando un militare libero dal servizio aveva sorpreso un membro del branco in un locale di Torremaggiore.
Il ragazzo, già noto alle forze dell’ordine per il pestaggio dell’inviato di Striscia la Notizia Vittorio Brumotti, era infatti sottoposto all’obbligo di dimora a San Severo.
Il carabiniere, riconoscendolo, aveva iniziato a filmarlo con il telefono per provare la violazione del provvedimento giudiziario. Era stato però notato da uno degli amici del ragazzo, che aveva iniziato a inveire contro di lui attirando l’attenzione del resto del branco. I ragazzi avevano quindi iniziato a prendere il militare a calci e pugni, nel tentativo di sottrargli il telefono, provocandogli lesioni alle costole e al volto.
Anche i gestori del locale, intervenuti in difesa del carabiniere, erano rimasti feriti, riuscendo tuttavia a mettere in fuga il gruppo. Il giorno dopo però, secondo quanto ricordano le cronache locali, avevano annunciato sui social di voler vendere l’attività, in preda allo sconforto. Dopo l’episodio, il locale è effettivamente rimasto chiuso per qualche giorno. Ma i molti messaggi di vicinanza e incoraggiamento ricevuti in seguito dai concittadini hanno convinto i suoi titolari a riaprire.
(da agenzie)

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NE RESTERA’ SOLO UNO: SFIDA APERTA DI GIORGETTI A SALVINI “IL SUO CERCHIO MAGICO È UN PROBLEMA PER LA LEGA”

Luglio 6th, 2022 Riccardo Fucile

IL MINISTRO LEGHISTA ATTACCA I CATTIVI CONSIGLIERI ESTERNI AL CARROCCIO E MINACCIA DI “TOGLIERE IL DISTURBO” – ANCHE I SINDACI BERGAMASCHI CRITICANO IL CAPITONE: BASTA NOMINE DALL’ALTO

Il segretario a discutere con i senatori delle condizioni necessarie per rimanere nel governo, il vice segretario e ministro dello Sviluppo economico a lavorare per portare avanti le proposte dell’esecutivo, lanciando un fondo da 45 milioni per imprese e centri di ricerca che vorranno investire in intelligenza artificiale, blockchain e internet delle cose, e presentandosi all’assemblea dell’Ania per chiedere al settore assicurativo di «restituire un minimo di certezze alle famiglie e alle imprese disorientate».
La distanza fra Matteo Salvini e Giancarlo Giorgetti è apparsa evidente anche ieri mattina, quando entrambi erano impegnati a Roma nei rispettivi ruoli di possibile incendiario (se non otterrà da Draghi risultati entro settembre su lavoro, pensioni, salari, pace fiscale, legge quadro sull’autonomia, revisione del reddito di cittadinanza) e di pompiere in servizio permanente effettivo.
Ma, come ha ripetuto più volte lunedì durante la «segreteria allargata» in via Bellerio, Giorgetti è pronto a tutto pur di farsi ascoltare. Anche a rimanere isolato. Da cattolico abituato alle omelie domenicali, infatti, conosce bene le fatiche di San Giovanni Battista, e l’importanza di incarnare, quando serve, «la voce di colui che grida nel deserto».
«Io parlo a un certo mondo – ha detto Giorgetti davanti agli altri colonnelli del Carroccio, impietriti dalla durezza e dalla fermezza del suo intervento -. Se vi fa schifo, se non serve e se non è utile, amen. Io tolgo il disturbo».
Ma chi pensa che dietro queste parole ci sia una sfida aperta a Salvini, un «o me o lui», è sulla cattiva strada. E non solo perché l’idea di trasformarsi in un frontman è estranea alla psicologia di Giorgetti, da vent’ anni orgogliosamente numero due del Carroccio .
Il tema è soprattutto di strategia e di linea politica, di riflessioni sul ruolo della Lega. Sulla direzione da inserire nel navigatore prima di riaccendere l’auto più che sull’autista. Anzi, chi li conosce entrambi, al netto dei dissidi degli ultimi mesi, giura che Giancarlo voglia bene a Matteo e che lo consideri «decisamente avanti rispetto a tanti altri che lo circondano».
L’obiettivo dunque non sarebbe quello di sostituire il leader, ma di aiutare lui e tutto il partito a prendere coscienza dell’attuale situazione politica, economica e sociale. «Per ripartire servono responsabilità, umiltà e dialogo – questo il succo del ragionamento di Giorgetti -. La politica non è filosofia, è l’arte del possibile. Se volete fare la rivoluzione, auguri».
Messaggi rivolti a Salvini, certo, ma anche al suo «cerchio magico» e ai suoi «cattivi consiglieri» fuori dalla Lega.
E infatti pare che alla fine fosse proprio Salvini il più sollevato davanti a tanta franchezza. Fatte le debite proporzioni, del resto, queste sono più o meno le stesse cose che hanno portato una decina di amministratori e dirigenti locali bergamaschi della Lega a lanciare una raccolta firme per sottoporre al segretario una «critica costruttiva».
La protesta è partita dalla zona di Isola, dalla Valle Imagna e dalla Val Brembana, ma i ribelli giurano che le adesioni stanno crescendo in tutta la provincia. «Il mio nome sul documento ci sarà – conferma Andrea Previtali, 52 anni, ex sindaco di Cisano bergamasco, il comune in cui vive l’ex ministro Roberto Castelli e dove la Lega ha appena perso le amministrative -. Noi abbiamo a che fare tutti i giorni con i problemi reali dei cittadini e i vertici devono ascoltarci. Se abbiamo perso, a Cisano, è anche perché il simbolo del partito non tira più come prima. È ora di finirla con i commissari nominati dall’alto che fanno orecchie da mercante e con i parlamentari che vengono qui, inaugurano quello che c’è da inaugurare, e poi se ne tornano a Roma. Stasera (ieri, ndr) ci vedremo davanti a una birra e decideremo cosa organizzare. Meglio fare tre passi indietro e riprendere la strada giusta, piuttosto che andare avanti così».
(da agenzie)

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“BASTA CON I RIVOLUZIONARI DA SCUOLA RADIO ELETTRA, SALVINI NON ASCOLTI CHI VUOLE USCIRE DAL GOVERNO”. GIORGETTI DIFENDE DRAGHI E CHIEDE AL “CAPITONE” DI NON FARE CAZZATE

Luglio 6th, 2022 Riccardo Fucile

“È UN MOMENTO PARTICOLARE CHE TRAVAGLIA IMPRESE E FAMIGLIE. OCCORRE SAPER COGLIERE IL SENSO STORICO DEL MOMENTO”…“ALLE MIE SPALLE MI ACCUSATE DI ESSERE UNA SORTA DI INCROCIO FRA RASPUTIN E ANDREOTTI. BENISSIMO, BASTA CHE LO DICIATE”

Il giorno dopo lo show down a via Bellerio – il primo vero confronto interno alla Lega dopo la sconfitta alle amministrative – Giancarlo Giorgetti è volato ad Ankara con Mario Draghi per il vertice con Erdogan e mezzo governo turco.
Aerei diversi, poi chissà se c’è stato il tempo di approfondire con il premier la situazione di “pre-crisi” che nel frattempo stava deflagrando a Roma. Eppure Giorgetti, il leghista più vicino a Draghi, prima di partire aveva lanciato un avviso chiaro a tutti i naviganti, a partire da quei «rivoluzionari della scuola Radio Elettra» (in privato ha preso a chiamarli così) che spingono Salvini a rompere con il governo.
Nell’intervento a braccio fatto ieri mattina davanti agli assicuratori di Ania, il ministro aveva mandato il suo warning: «È un momento molto particolare, di incertezza, che travaglia imprese e famiglie. A queste bisogna restituire un minimo di garanzie». E ancora, parlando a nuora perché suocera intenda: «Occorre saper cogliere il senso storico del momento. Ed essere all’altezza». Esattamente il contrario cioè di quella rotta sfascia-tutto verso cui il “cerchio magico” salviniano – l’irrefrenabile Claudio Borghi insieme a tanti altri – sta indirizzando la corazzata leghista.
Giorgetti non ce l’ha con il segretario, anzi tende a separarlo da coloro che lo consigliano per il tanto peggio tanto meglio. «Matteo – dice in queste ore a chi lo raggiunge per saggiarne l’umore – è decisamente avanti rispetto a tanti altri che lo circondano». Sa tuttavia che la politica ha le sue regole e ha paura che Salvini possa cedere al richiamo della foresta. Se una volta la regola del Pci era pas d’ennemis à gauche , per una parte della Lega in questi anni la norma è stata la continua rincorsa del populismo, fosse quello a cinque stelle oppure quello sovranista di Fratelli d’Italia. Mai farsi scavalcare
Così il salire dello scontro tra Giuseppe Conte e Mario Draghi ha provocato una speculare tensione tra la Lega e il governo, come testimoniato dalla giornata di ieri. Mentre l’ala barricadera della Lega spinge per rompere subito, mettendosi in scia con i grillini, la tesi di Giorgetti è opposta. Dovrebbe essere proprio il Carroccio il più coerente nel puntellare il governo dell’ex presidente della Bce, per raccogliere finalmente i frutti di questa «scelta di responsabilità».
Invece il ministro ha la sgradevole sensazione che il suo partito si vergogni dell’appartenenza al gabinetto Draghi e non rivendichi mai con orgoglio i provvedimenti conquistati.
Cose concrete, come gli incentivi alla filiera dell’automotive, la cabina per gli investimenti che permette il re-shoring, ovvero il ritorno delle produzioni in Italia, il potenziamento dei contratti di sviluppo che, saltando mille pastoie burocratiche, adesso permettono di realizzare progetti innovativi con aziende importanti. Tutto questo e tanto altro (le mille cose fatte passare in Consiglio dei ministri) non è mai finito nella comunicazione leghista.
Nasce anche da qui il malessere di Giorgetti, che due giorni fa è sfociato nel redde rationem a porte chiuse con l’ala dei Borghi&Bagnai. Toni accesi, sguardi duri. Un clima molto diverso dalla parte recitata di fronte alle telecamere dallo stesso Giorgetti all’uscita da via Bellerio. «La politica non è filosofia, è l’arte del possibile. Se volete fare la rivoluzione, auguri».
E ancora, rispondendo alle critiche sull’eccesso di pragmatismo: «Io parlo in un certo modo. Se vi fa schifo, se non serve e pensate non sia utile, amen. Tolgo il disturbo ». A quel punto, di fronte a una platea ammutolita e spaventata dalla possibilità che la riunione potesse concludersi con le dimissioni del ministro più prestigioso della Lega, Giorgetti ha piazzato l’ultima mina: «Voi pensate che io sia parte del problema. Alle mie spalle mi accusate di essere una sorta di incrocio fra Rasputin e Andreotti. Benissimo, basta che lo diciate. Mi è già successo in passato con Umberto Bossi di non essere considerato “in linea”: sono stato a casa qualche mese e mi sono riposato. Che problema c’è?».
Un fiume in piena, Giorgetti: «E gli alleati del centrodestra? Forza Italia e centristi, ci avete pensato? Sono tutte merde? Ma che dite? Come pensate di avere la maggioranza dopo le elezioni, con Conte e Letta?». La reazione a queste parole è stata di gelo assoluto, occhi persi, sguardi in alto per non incrociare quelli del ministro, mentre Salvini, a centro del tavolo, increspava le labbra in un impercettibile sorriso.
Che a Giorgetti è parso nascondere un moto di soddisfazione del segretario per la sfuriata contro «i rivoluzionari della scuola Radio Elettra», quasi fosse sollevato dal fatto che finalmente qualcuno li obbligasse a un confronto brutale con la realtà. E la “realtà”, nel mondo del ministro, è fatta di una situazione di crisi impressionante, a cui la politica è chiamata a far fronte. I cittadini, «vanno rassicurati, non spaventati, agitando paure e pericoli inesistenti».
Ci sono invece situazioni reali a cui dare risposte: l’inflazione, i salari al palo, i mercati impazziti. Ce n’è abbastanza per far sbandare Paesi molto più solidi del nostro, figuriamoci l’Italia. Per questo, ora, l’ultima cosa da fare è aggiungere l’instabilità politica all’instabilità economica e finanziaria che stiamo subendo.
E se i Cinque Stelle andranno avanti nella loro strategia di sganciamento, per Giorgetti la Lega dovrebbe comportarsi in maniera opposta: essere l’ultimo baluardo a difesa del premier e del governo. Contro i grillini, ma anche contro il Pd che «prova a piantare le sue bandiere come lo ius scholae e la cannabis, sapendo benissimo che non andranno da nessuna parte». Chissà se nella Lega gli daranno ascolto. Giorgetti tuttavia è convinto che, stavolta, nessuno potrà dire di non aver capito.
(da la Repubblica)

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PER UN GIUDICE SPAGNOLO LA VITA DI UN RAGAZZO DI 22 ANNI VALE APPENA 15 ANNI DI CARCERE: LA SENTENZA È L’ULTIMO SCHIAFFO A NICCOLÒ CIATTI, UCCISO IN UNA DISCOTECA DAL CECENO RASSOUL BISSOULTANOV

Luglio 6th, 2022 Riccardo Fucile

IL MAGISTRATO HA DATO IL MINIMO DELLA PENA PERCHÉ “NON C’È STATO ACCANIMENTO”, SCATENANDO LA RABBIA DEL PAPÀ DELLA VITTIMA: “SIETE LA VERGOGNA DI UN MONDO CIVILE”

Quanto vale la vita di un ragazzo di 22 anni, ucciso a calci e pugni, per la giustizia spagnola? È di ieri la sentenza del tribunale di Girona per l’omicidio volontario di Niccolò Ciatti, ucciso in una discoteca da un calcio sferrato con tutta la violenza possibile su un corpo inerme. Ebbene, sono 15 anni.
Questa la sentenza a carico del cittadino ceceno Rassoul Bissoultanov, che ha lo status di rifugiato politico. E il padre di Niccolò, il signor Luigi Ciatti, da Scandicci in provincia di Firenze, non ci sta. Non ci può stare. «Ci troviamo di fronte persone – si sfoga – che dovrebbero essere dalla nostra parte, ma che invece sono al fianco degli assassini. Siete la vergogna di un mondo civile. Quando tornate a casa, avete il coraggio di guardare negli occhi i vostri figli?». Dice: «Continueremo a lottare. Agli assassini si dà l’ergastolo».
È lo sfogo di un padre che in Spagna ha visto snodarsi un processo con lentezza esasperante, poi incomprensibili favoritismi per l’imputato (scarcerato nonostante tutto, e subito fuggito in Germania), e che ora, quando finalmente una giuria popolare ha stabilito che si tratta di omicidio volontario e non di semplice leggerezza come s’ è difeso Bissoultanov, vede applicare la pena minima. «Incomprensibile. Quali sarebbero le attenuanti per non dare il massimo?».
La procura ne aveva chiesti ventiquattro, considerando che in Spagna non esiste ergastolo e il massimo possibile sono 25 anni. «Ed era quanto ci aspettavamo», dice il giovane Alessandro Marconi, che quella sera del 2017 era in discoteca con Niccolò, e non si capacita di come siano andate le cose. Invece no. Il presidente del tribunale di Girona ha deciso per il minimo.
Da quel che trapela della sentenza, ha deciso che non si poteva applicare il massimo della pena perché Niccolò è morto per un solo calcio e quindi non ci sarebbe stato accanimento. Per il babbo di Niccolò, però, una pena così lieve è inaccettabile.
«Penso che questo Presidente del Tribunale dovrebbe studiare la parola Giustizia. Giustificare una sentenza del genere con “per quanto possa sembrare duro ai parenti”… credo che veramente dovrebbe cambiare lavoro». È perfino ovvio che il signor Ciatti faccia un confronto con il processo ai due fratelli Bianchi che hanno ucciso di botte il povero Willy Montero. «Hanno preso due ergastoli. Eppure i fatti sono gli stessi».
Tra Girona e Colleferro, i due casi si somigliano per tanti aspetti.
Vent’ anni la vittima, picchiatori di professione i carnefici. Simili le dinamiche processuali.
«Quando sono andato a Girona a testimoniare – racconta l’amico Alessandro – vedere in aula Bissoultanov, impassibile, mi ha dato i brividi». «Siamo dispiaciuti, amareggiati, arrabbiati: sono cinque anni che chiediamo giustizia, non capisco come i giudici non siano riusciti a vedere la gravità dell’omicidio», commenta anche Filippo Verniani, un altro amico. Parenti e amici si attendono molto dal processo parallelo che si tiene a Roma, istruito dal pm Erminio Amelio: venerdì inizia l’istruttoria, la sentenza di primo grado è attesa per l’inizio di autunno.
Ha sempre detto il papà: «Le indagini in Italia sono state serie e potrebbero portare a una condanna davvero giusta». Tra le due giustizie s’ è innescata una gara a chi arriverà per primo alla sentenza definitiva. E la famiglia ha tutto l’interesse a tenere aperto il processo in Spagna per permettere l’avanzamento di quello italiano. Perciò faranno ricorso. «Nel giro di 10 giorni valuteremo l’impugnazione», commenta Agnese Usai, legale dei Ciatti.
(da La Stampa)

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DOPO LA CONDANNA ALL’ERGASTOLO PER L’OMICIDIO DI WILLY MONTEIRO, I FRATELLI BIANCHI VENGONO SEPARATI: SCONTERANNO LA PENA IN DUE CARCERI DIVERSE

Luglio 6th, 2022 Riccardo Fucile

GABRIELE RESTERA’ A REBIBBIA, MARCO ANDRA’ ALTROVE: SARANNO COSTRETTI A FARE I CONTI CON GLI ALTRI DETENUTI SENZA POTERSI SPALLEGGIARE UNO CON L’ALTRO … MINACCIATI E INSULTATI DAGLI ALTRI RECLUSI: ALCUNI GLI AVREBBERO SPUTATO ADDOSSO, ALTRI GLI HANNO MESSO UN CHIODO DENTRO IL DENTIFRICIO

Separati. I fratelli Bianchi, condannati all’ergastolo per l’omicidio di Willy Duarte Monteiro, non sono più una sola entità. Solo Gabriele resta nel carcere romano di Rebibbia. Il fratello minore, Marco, è già in via di trasferimento in altra sede. Dopo la condanna all’ergastolo ciascuno sconterà la pena singolarmente.
Ventisette anni Gabriele, ventisei Marco, i «gemelli» esperti di Mma, l’arte marziale mista portata alle estreme conseguenze, che venivano chiamati per spedizioni punitive, ora saranno costretti a fare i conti con gli altri detenuti senza potersi spalleggiare uno con l’altro. Gabriele ha iniziato a lavorare come volontario come «aiuto scrivano spesa». Figura di sostegno all’amministrazione. Dal carcere riferiscono un comportamento corretto.
Erano scattati i flash venerdì al loro abbraccio lungo, commosso, vigoroso, nella gabbia degli imputati appena pronunciata la sentenza che li ha ritenuti i maggiori colpevoli di quel pestaggio brutale che ha lasciato Willy a terra con il cuore spaccato a metà. Un primo istante di umanità mostrata da bulli tatuati, palestrati e violenti, da sempre mobilitati a dare di sé un’immagine minacciosa e arrogante.
Poi le grida e le imprecazioni che avevano fatto scattare l’allarme nel personale penitenziario. Almeno per ora quell’abbraccio sarà l’ultimo. Subito dopo l’arresto i due fratelli sono stati minacciati e insultati dagli altri reclusi. Sono state le stesse intercettazioni depositate dall’accusa durante il processo a rivelarlo. Gabriele lo racconta al terzo fratello che è andato a trovarlo: «Marco sta sempre da solo, si fa i capelli da solo, cucina da solo, lava da solo. Lo chiamano “infame”».
Secondo quanto poi ricostruito alcuni avrebbero sputato addosso, altri gli avrebbero messo un chiodo dentro il dentifricio, altri ancora gli avrebbe sputato nella pasta, come aveva scritto «Frosinone Today».
(da il Corriere della Sera)

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GAME OVER PER BORIS JOHNSON?

Luglio 6th, 2022 Riccardo Fucile

IL TIMES: “PER IL BENE DEL PAESE DOVREBBE ANDARSENE”

Game over per Boris Johnson? Dopo che Rishi Sunak si è dimesso da Cancelliere dello Scacchiere (l’equivalente del ministro delle Finanze) e Sajid Javid ha lasciato l’incarico di segretario alla Salute anche Bim Afolami, uno dei vicepresidenti dei Tory, ha deciso di rinunciare al posto in polemica con lui.
E oggi il Times apre proprio con “Game over” l’articolo in cui racconta la crisi strisciante del governo di BoJo.
Per il quotidiano non c’è nessuna chance che Johnson, il quale non è riuscito ad assicurarsi il sostegno di 148 parlamentari nel voto di fiducia del mese scorso, possa recuperare la leadership.
«Per il bene del paese dovrebbe andarsene», aggiunge il Times. Mentre il columnist Iain Martin spiega il caos che regna nel governo: Johnson rischia di trascinare giù con sé il partito e il governo e altri ministri starebbero pensando all’addio.
Per la successione ci sono l’ex segretario alla Salute Jeremy Hunt e il segretario alla Difesa Ben Wallace.
Intanto sette britannici su 10 ritengono che il premier britannico debba lasciare: è il risultato di un sondaggio realizzato da YouGov su oltre 3 mila persone. Ma il premier appare intenzionato a resistere e lo avrebbe anche detto ai suoi uomini.
(da agenzie)

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