Luglio 6th, 2022 Riccardo Fucile
NEI LUOGHI CHIUSI DOVREBBE ESSERE OBBLIGATORIA LA MASCHERINA MA C’E’ UNA MASSA DI IMBECILLI CHE SALE SUI BUS SENZA PROTEZIONE E I CONTROLLI NON CI SONO
La nuova ondata di Omicron 5 fa toccare il record dei contagi estivi da
Coronavirus. Mentre una nuova sottovariante “indiana” è in arrivo. E se il picco è previsto tra il 10 e il 15 luglio, 30 milioni di italiani sono a rischio. Ovvero i non vaccinati, che ammontano a 3,4 milioni. Quelli che hanno fatto la seconda dose da più di sei mesi, che sono 5,3 milioni. I bambini con meno di due anni (2,2 milioni). E infine i 19,7 milioni che hanno ricevuto la terza dose da più di sei mesi.
Intanto gli ospedali cominciano a dare segnali di sofferenza. E i medici si appellano ai Maneskin per fermare il concerto del Circo Massimo, previsto proprio alla vigilia del picco.
Intanto il ministro della Salute Roberto Speranza annuncia un ampliamento della platea delle persone vaccinabili con il secondo booster in autunno. Tra le ipotesi ci sarebbe quella di un’estensione del richiamo agli over60. Ma la chiamata potrebbe includere anche i cinquantenni.
I contagi come a febbraio e il plateau
Con ordine. Ieri il bollettino del ministero sull’emergenza Coronavirus ha contato 132.274 casi e 94 morti. Con un tasso di positività che ha sfiorato il 29%. Negli ospedali il tasso di occupazione medio dei reparti ordinari è al 12%. Nelle terapie intensive siamo ancora al 3%.
E secondo la Fiaso (Federazione di Asl e ospedali) citati oggi da La Stampa sono 30 milioni gli italiani a rischio contagio. Mentre cinque regioni sono oltre la soglia di allerta: Basilicata, Calabria, Liguria, Sicilia e Umbria. Quest’ultima, con la soglia d’allerta ben oltre il 15%, con le vecchie regole sarebbe precipitata in zona arancione.
Il plateau è previsto per il 15 luglio. «In vista dell’autunno abbiamo bisogno di una popolazione protetta, anche se solo per 2 o 3 mesi, in attesa dell’arrivo di vaccini più specifici contro Omicron», ha spiegato Giovanni Migliore della Fiaso.
«Per questo, chi non lo ha fatto dovrebbe completare il ciclo vaccinale con la terza dose dei vaccini oggi disponibili, che comunque evitano molti ricoveri e rianimazione. Ma auspichiamo si preveda la possibilità di somministrare la quarta dose o secondo richiamo, anche a tutti gli over 60», ha proposto. Nel frattempo aumentano i vaccini anti-Covid disponibili per i più giovani.
L’azienda Novavax ha annunciato che la Commissione Europea ha approvato l’autorizzazione all’Immissione in commercio condizionata estesa per Nuvaxovid negli adolescenti in Europa di età compresa tra i 12 e i 17 anni, dopo il parere positivo dell’Agenzia europea per i medicinali (Ema).
La nuova variante indiana
Nel frattempo in India è stata individuata una nuova sottovariante di Omicron, la BA.2.75. Comunemente chiamata “variante indiana”. Il genetista Massimo Zollo, coordinatore della Task force Covid-19 del Ceinge, ha detto ieri all’agenzia di stampa Ansa che non è stata ancora rilevata in Italia. Ma la nuova sottovariante ha già una piccola famiglia, con le sorelle BA.2.74 e BA.2.76, identificate in India. Tutte e tre starebbero spingendo verso l’alto la curva dei contagi nel paese, con una rapidità considerata del 18% superiore rispetto a quella delle varianti finora note.
Delle nove mutazioni, sono due quelle che al momento attirano un’attenzione maggiore: si chiamano G446S e R493Q e sembrerebbero entrambe legate alla capacità di sfuggire agli anticorpi, sia quelli acquisiti con l’infezione sia quelli generati dal vaccino. Anche questa pare più contagiosa ma meno pericolosa. Anche se per il virologo del Cnr Giovanni Maga «la tendenza del Sars- Cov-2 è di aumentare la propria capacità nel diffondersi senza generare patologie più gravi. Non per questo il virus diventa meno patogeno, la differenza la fa essere ben vaccinati oppure no».
Come proteggersi dal virus in vacanza
Intanto Carlo Signorelli, docente di igiene e sanità pubblica al San Raffaele di Milano, racconta quali strumenti ci sono per evitare il contagio anche nei luoghi di vacanza dove le positività sono in crescita. I luoghi chiusi, spiega oggi l’esperto a Repubblica, andrebbero evitati il più possibile. Bar, ristoranti e locali da ballo sono i preferiti per lo sviluppo dei focolai. Poi, è meglio stare all’aperto. Mentre nei luoghi chiusi è necessario indossare la mascherina Ffp2. Con una postilla: quando si sale a bordo dei treni o degli aerei è facile trovarsi a contatto con gli altri.
«La mascherina Ffp2 blocca in teoria il 95% dei virus che potrebbero essere attorno a noi. Quando tutti la indossano, lo scudo è doppio. Chi è positivo non diffonde il virus e chi è negativo non lo respira». Se invece la portiamo solo noi, la barriera non è più insuperabile: «Su un treno affollato dove gli altri passeggeri hanno bocca e naso scoperti corriamo qualche rischio in più. Ma una mascherina ben indossata, nuova e stretta sul naso resta un’ottima barriera». Mentre si mangia o si beve però di solito la mascherina si toglie. Quello è un rischio. A salvare dal contagio dovrebbero essere gli impianti di aerazione dei mezzi.
(da agenzie)
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Luglio 6th, 2022 Riccardo Fucile
GRAZIE ANCHE ALLA ONLUS SOLETERRE I BAMBINI VENGONO PORTATI IN ITALIA PER CURARSI
Un aereo Gulfstream G-550 immatricolato I-Gmp che fa avanti e indietro dall’aeroporto da Milano Linate a Resovia in Polonia.
Di proprietà della Alba Servizi Aerotrasporti, società di Fininvest.
E una missione della ong Soleterre in collaborazione con Regione Lombardia. Che prevede l’evacuazione di bambini malati di cancro dagli ospedali di Kiev all’Italia per venire a curarsi insieme ai genitori.
Ci sono tutti gli elementi per raccontare una storia e oggi lo fa il Fatto Quotidiano in un articolo a firma di Giampiero Calapà.
Ovvero la storia dell’aereo di Silvio Berlusconi usato per salvare i bambini ucraini. Il “Berlusconi Force One” è volato da Linate a Resovia l’8, il 14, il 16, il 18 e il 20 marzo. E poi ancora il 14, il 17 e il 24 maggio.
La missione a Resovia
L’ultima missione il 4 luglio, con partenza da Linate alle 15 e 24. Dal momento della partenza a quello dell’atterraggio non passa mai più di un’ora. Nello stesso aeroporto in cui le forze Nato inviano regolarmente le armi a Kiev. Fondazione Soleterre è una Ong che dal 2003, insieme alla Fondazione Zaporuka, lavora in Ucraina da prima della guerra.
Il Fatto ha raccontato subito dopo lo scoppio del conflitto che l’Ong ha realizzato interventi strutturali, garantito strumentazione medica e forniture di farmaci nei reparti dell’Istituto del Cancro e dell’Istituto di Neurochirurgia di Kiev. Infine, ha aperto una casa d’accoglienza per ospitare gratuitamente i tanti bambini malati in cura a Kiev, ma che provengono da zone remote del paese.
Le nove missioni compiute servono esattamente a evacuare i bambini malati di cancro dell’Ucraina. Una fonte spiega al quotidiano che la famiglia di Berlusconi ha mantenuto il più stretto riserbo «per evitare strumentalizzazioni di qualsiasi tipo».
Il direttore Marco Travaglio ha detto che la fondazione del Fatto ha raccolto con Soleterre 250 mila euro per i bambini malati di Kiev.
(da agenzie)
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Luglio 6th, 2022 Riccardo Fucile
IL RACCONTO DI NATALIA NEI LUOGHI DELL’ECCIDIO
Gli otto uomini camminano rapidi in fila indiana, il corpo piegato in avanti. Con
una mano tengono coperti i loro volti, l’altra è agganciata al compagno di fronte. Sono comandati dai loro aguzzini che li precedono, in due, e li seguono con i fucili spianati.
La telecamera di un’abitazione privata piazzata sulla via Yablunska ulica riprende quel passaggio quasi di corsa, pochi secondi poi quel gruppo di ostaggi scompare dal frame.
Il breve video è stato pubblicato lo scorso aprile dal New York Times e ha rappresentato l’ennesima prova schiacciante, se ce ne fosse bisogno, dei crimini di guerra commessi dall’esercito russo a marzo, durante il mese dell’occupazione della cittadina di Bucha, a nord di Kiev.
Natalia Verboviyna, in quel video, ha individuato suo marito Andreij: è il secondo uomo in fila indiana. In realtà la donna aveva già vissuto l’orrore qualche giorno prima: “L’ho riconosciuto dal sopra della tuta, in parte rosa, era la sua tenuta sportiva. A inizio aprile un sito web del posto ha pubblicato una foto del massacro commesso alla sede della Agrobudpostach, al civico 144 di Yablunska ulica. Nel cortile posteriore c’erano dei corpi a terra e in mezzo a quell’orrore ho visto quello insanguinato di Andreij. Così ho preso coscienza che era morto, visto che non rispondeva più al telefono da settimane. Il video nel New York Times? In pratica è stata l’ultima volta che ho visto mio marito vivo. Una volta usciti dall’inquadratura della telecamera lui e i compagni della squadra di Difesa Civile sono stati portati nell’area della Agrobudpostach, torturati e poi uccisi. È stata un’esecuzione di massa, il sangue a terra, i segni dei proiettili sulle pareti dell’edificio e sugli scalini. I corpi abbandonati in quel cortile per settimane, fino a quando i russi non sono scappati e la forza ucraina non li ha trovati”.
Yablunska ulica, la via della morte, diventata tristemente famosa per le immagini delle esecuzioni di civili compiute dall’esercito occupante. Sulla stessa strada, lunga svariati chilometri, c’è anche il sito dove Andreij Verboviy e gli altri sono stati uccisi, un edificio su tre piani diventato il quartier generale dei russi durante l’occupazione: “Al piano terra c’erano i prigionieri, al primo il ricovero per i soldati feriti e nei due superiori gli alloggi degli occupanti”, continua Natalia Verboviyna al Fatto.it davanti alla Agrobudpostach. “Mio marito e gli altri sette uccisi a inizio marzo sono rimasti prigionieri poche ore, il tempo delle torture barbare e poi le esecuzioni, in un punto nascosto – il cortile appunto – che dà verso terreni e case basse di campagna. Il giorno in cui i russi hanno invaso l’Ucraina e sono arrivati da nord verso Bucha è stato uno choc per la popolazione. Io, Andreij e nostro figlio abbiamo preparato gli effetti personali e ci siamo preparati a partire. Io e mio figlio siamo fuggiti a Kiev e poi verso la regione dei Carpazi il giorno successivo, la notte tra il 25 e il 26 febbraio. Andreij ha promesso che ci avrebbe raggiunto i giorni successivi, voleva impacchettare le ultime cose, ma quando ci siamo salutati a Bucha quel giorno è stata l’ultima volta che lo abbiamo visto vivo. Andreij la città invasa dai russi non l’ha mai lasciata, da vivo e da morto. Lui si è unito alla Difesa Civile di Bucha”, aggiunge Natalia Verboviyna, “per dare una mano all’esercito che si stava organizzando in difesa della capitale. Non sapeva combattere, non aveva mai maneggiato armi, la sua arte era quella di rigenerare vecchi oggetti abbandonati e logori. Un lavoro il suo, restauratore e falegname, che era al tempo stesso una passione. In città lo cercavano tutti per sistemare un mobile, rigenerarne un altro, aveva le mani d’oro. La sua squadra di Difesa Civile ha organizzato delle trappole e dei blocchi per impedire l’avanzata nemica, ma non avevano forze per opporsi, solo le molotov artigianali, qualche coltello e neppure un’arma. La prima settimana di marzo i russi, entrati a Bucha coi carri armati, li hanno fatti prigionieri tutti e l’epilogo lo conosciamo”.
Tre mesi dopo la fuga degli invasori, ricacciati in Bielorussia, la Agrobudpostach, una società multi servizi, sta tornando operativa. Le macerie lasciate dagli occupanti sono state rimosse e il cortile degli orrori ripulito.
Ora a terra i parenti delle vittime hanno piantato o appoggiato dei vasi pieni di fiori che periodicamente vengono a cambiare. “Io ci vengo quasi tutti i giorni, mi faccio un bel pianto, accendo il lumino, tolgo l’acqua vecchia e sostituisco i fiori rinsecchiti dal caldo. Presto qui io e i familiari delle altre vittime erigeremo un sito a ricordo dell’eccidio. Il proprietario della società e dell’edificio non ha opposto alcuna resistenza. Deve restare a futura memoria. Intanto io aspetto che la giustizia faccia il suo corso. Voglio guardare i carnefici di mio marito negli occhi e trasmettere loro la mia rabbia e il mio dolore”.
In fila indiana in quel drammatico video del New York Times c’è anche Sviatoslav Turowski, 35 anni, la seconda vittima più giovane del gruppo. Il suo corpo è caduto vicino al muro del palazzo e in quel punto suo padre Oleksandr ha appoggiato un mazzo di splendidi fiori gialli. Si china per sistemarli dentro il vaso e poi scoppia in lacrime, un pianto disperato.
Quando si riprende Oleksandr, 72 anni, ci racconta un dettaglio terrificante: “Prima di ucciderlo i ceceni gli hanno strappato gli occhi dalle orbite e poi gli hanno sparato. I soldati che hanno seminato terrore a Bucha erano tutti ceceni e buriati (abitanti di una piccola repubblica russa nella zona siberiana di Ulan-Ude, ndr), dei selvaggi e degli assassini. Non avrò pace fino a quando non verrà fatta giustizia”.
(da agenzie)
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