Destra di Popolo.net

CENTRODESTRA UNITO? VOLANO GLI STRACCI TRA MULE’ (FORZA ITALIA) E IL CENTRISTA TOTI, GOVERNATORE DELLA LIGURIA

Luglio 23rd, 2022 Riccardo Fucile

SIAMO AGLI INSULTI TRA EX COLLEGHI GIORNALISTI E DI PARTITO… TOTI: “TROVATI UN COLLEGIO CHE TI ABBIAMO MANTENUTO FIN TROPPO”

Non si risparmiano i veleni Giorgio Mulè e Giovanni Toti, ex colleghi di professione come giornalisti e di partito in Forza Italia.
Tutto comincia con un’intervista di Mulé al Secolo XIX nel corso della quale, a proposito delle alleanze in Liguria, l’esponente azzurro osserva che “abbiamo perso il conto dei partiti che fonda Toti, se fa un accordo con la sinistra viene meno l’appoggio del centrodestra”.
Il governatore ligure replica: “4-4-2-1… Non è la formazione di Oronzo Canà, sono gli ultimi risultati di Forza Italia alle elezioni regionali in Liguria, alle Comunali di Genova, La Spezia e Savona. Con questi numeri capisco che l’onorevole Mulè abbia fretta di andare a votare”. E ancora: “Giorgio, cercati un collegio va, che per il contributo che hai dato ti abbiamo mantenuto abbastanza. E lascia tranquilli i liguri, che di guai gliene avete già combinati a sufficienza!”, rincara sempre su Twitter il leader di Italia al Centro.
Un punto per uno, ma c’è il secondo tempo. “Il guaio di Giovanni Toti – controreplica Mulè – è che, poverino, vive da tempo di livore. Non avendo argomenti, dispensa rancore a piene mani nei confronti di chiunque. Sembra un Di Battista un pò sovrappeso. Si prova solo molta pena e nulla più”.
“Ormai siamo arrivati al body shaming”, lamenta Toti, “aspetto con ansia le prossime opinioni politiche dell’onorevole Mulè. Visto il livello, sono indeciso tra ‘Ciccio bomba cannoniere’ e ‘Non mi hai fatto niente, faccia di serpente’. Ecco il suo programma segreto per vincere le elezioni”.
(da agenzie)

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FRANCESCA PASCALE NON LE MANDA A DIRE: “SE DOVESSERO VINCERE I SOVRANISTI VIA DALL’ITALIA SUBITO”

Luglio 23rd, 2022 Riccardo Fucile

“SOGNI, SPERANZE E BAGAGLI PRONTI”

Francesca Pascale pronta a fare le valigie e scappare dall’Italia in caso di trionfo sovranista alle elezioni: l’ex compagna di Silvio Berlusconi, in viaggio di nozze a Santa Monica con la moglie Paola Turci, su Instagram lancia un messaggio ben chiaro: “Se dovessero vincere: sogni, speranze e bagagli pronti”.
Sei anni fa ebbe uno scontro con Matteo Salvini a distanza: Pascale postò su Instagram alcuni vecchi slogan del segretario del Carroccio contro il Sud, e lui in un’intervista a Libero rispose: Caliamo un velo umanamente pietoso. Alla ragazza non starò simpatico. Ma se questa roba ha un’influenza sulle scelte politiche, beh allora siamo messi male”.
Ad ora nessun commento alle parole di Pascale dal centrodestra
(da agenzie)

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LE MANOVRE DI CONTE, SALVINI E BERLUSCONI DANNEGGIANO GLI ITALIANI: DOPO LE DIMISSIONI DI DRAGHI IL DECRETO AIUTI PASSA DA DIECI A TRE MILIARDI

Luglio 23rd, 2022 Riccardo Fucile

I PARTITI DEVONO TROVARE L’ACCORDO SUL BONUS 200 EURO E SUL TAGLIO DELL’IVA… NEL DECRETO NON CI SARÀ IL MINIMO SALARIALE, NÉ IL MINI-TAGLIO DEL CUNEO FISCALE

Giorno dopo giorno si capirà meglio quanto «gli affari correnti» si faranno più flessibili, quanto più ampio sarà il perimetro di azione che Sergio Mattarella ha disegnato per il governo uscente di Mario Draghi. Perché ci sono troppe emergenze da affrontare, e né la crisi politica né la campagna elettorale sotto l’ombrellone possono metterle da parte. Il primo tema che si pone, il più urgente, è il prossimo decreto Aiuti, rimasto in cantiere in attesa che i partiti portassero a compimento il suicidio della legislatura.
E che adesso potrebbe diventare ancora più striminzito se il governo non dovesse ricevere un via libera dalle forze politiche già impegnate in campagna elettorale. Ma al centro delle preoccupazioni di Draghi (e di Mattarella) ci sono anche gli impegni dell’agenda internazionale. Le sfide a cui ha legato il suo nome: il tetto al prezzo del gas, la garanzia dell’invio delle armi a Kiev, la diplomazia energetica per liberarsi dal gas russo. Dopo le indicazioni del presidente della Repubblica, al momento di sciogliere le Camere, è Draghi a dare, in una direttiva indirizzata a tutti i ministri, una cornice di cosa si occuperà il governo. Piano europeo di riforme (il Pnrr), guerra in Ucraina, Covid, nomine in scadenza, ma anche bollette e caro-benzina.
Il costo della crisi politica si riflette già sulle norme allo studio per mitigare gli effetti dell’inflazione sulle famiglie. Al momento, Tesoro e a Palazzo Chigi confermano che il pacchetto di interventi potrebbe essere molto meno forte di ciò che era stato preventivato. Si fermerebbe a poco più di 3 miliardi. Il condizionale è d’obbligo, perché tutto è cambiato nel giro di pochi giorni. Come raccontato da La Stampa, fino allo strappo del M5S del 14 luglio, motivato dal no all’inceneritore di Roma, il governo aveva trovato una disponibilità finanziaria di 23-25 miliardi, da usare per anticipare misure chieste dai partiti e previste per la manovra. Rispetto alla settimana scorsa, a comporre il menu del decreto ora c’è un governo dimissionario, in carica solo per il disbrigo degli affari correnti.
E quindi, il provvedimento arriverà in Consiglio dei ministri in una versione necessariamente light. Molto meno dei 10 miliardi individuati grazie al tesoretto delle entrate fiscali, come certificato dal ddl sull’assestamento di bilancio che il Parlamento voterà nei prossimi giorni.
Nel decreto non ci sarà il minimo salariale, né il mini-taglio del cuneo fiscale. Insomma, tutte le misure politiche che in qualche modo avrebbero dovuto anticipare la legge di bilancio sono state eliminate. Il decreto si occuperà dello stretto necessario e non sarà troppo esteso, anche perché poi bisognerà approvarlo senza fiducia. La crisi ha mozzato le risorse, facendole calare, a quanto pare, a meno di 4 miliardi.
Si sta valutando se riproporre per un altro mese il bonus da 200 euro, che proprio alla fine di questo mese verrà erogato nelle buste paga di 30 milioni di italiani, oppure tagliare l’Iva sui prodotti del carrello della spesa. O altrimenti prorogare solamente il contributo sulle bollette di luce e gas e il credito di imposta per le imprese energivore, che appunto valgono circa 3, 5 miliardi. Il dibattito dentro la ex maggioranza deve ancora cominciare.
Il bonus da 200 euro, per esempio, è un’ipotesi che mette d’accordo tutti, ma costa quasi 7 miliardi, e non è l’unico intervento da fare. Per questo, per procedere, il governo vuole avere il consenso dei partiti. Al Tesoro pensano che non ci saranno problemi: quale forza, in piena campagna elettorale, si esporrebbe agli attacchi per aver fermato una misura che mette soldi in tasca agli elettori?
Se fosse confermato, allora il decreto tornerebbe alla cifra di 10 miliardi. Nella sua versione originaria, l’indennità da 200 euro è rivolta a chi ha un reddito inferiore ai 35 mila euro. Una platea enorme che i sindacati vorrebbero ampliare a favore dei precari. Capitolo a parte, la benzina. Il taglio sulle accise che assicura uno sconto di 30 centesimi alla pompa è stato allungato fino al 21 agosto, un rinvio fino a metà settembre è destinato ad essere varato per via ministeriale.
Fino al 25 settembre, giorno delle elezioni, e poi ancora fino alla formazione del nuovo governo, Draghi avrà il potere di imporre restrizioni, per esempio, se un’altra ondata del virus dovesse renderlo necessario. E sarà lui a dare l’ok al prossimo decreto sugli aiuti militari, il quarto, che il ministro della Difesa Lorenzo Guerini ha già pronto, e che ha ricevuto la massima copertura del Quirinale.
Sul tetto al prezzo del gas sarà corsa contro il tempo perché il Consiglio europeo che ne dovrà discutere è fissato il 20 ottobre. Per quella data l’Italia potrebbe già avere un nuovo presidente del Consiglio. Nelle prossime settimane Draghi intende comunque lavorare sui canali diplomatici con la Commissione Ue che a settembre finalmente definirà una proposta di price cap. Poi, per sperare di superare le resistenze dei partner europei più scettici, gli resterà l’occasione del vertice informale della Ue a Praga, il 6 ottobre. Saranno passati dieci giorni dal voto.
(da la Stampa)

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TRE UOMINI E ZERO PALLE: DAVANTI ALLA CADUTA DEL GOVERNO DRAGHI, I GOVERNATORI DELLA LEGA ZAIA, FEDRIGA E FONTANA SONO RIMASTI IN SILENZIO A SUBIRE LE DECISIONI DI SALVINI

Luglio 23rd, 2022 Riccardo Fucile

PROPRIO LORO CHE A DRAGHI HANNO DEDICATO LECCATE DI ALTA QUALITA’ E NONOSTANTE IL MALUMORE DI IMPRENDITORI E TERRITORI

Matteo Salvini si compiace per la compattezza mostrata dalla Lega. Ma con i governatori del Carroccio ci sono state 48 ore di gelo dopo tanti malumori e maldipancia trattenuti a fatica per giorni (vedi il caso del mancato comunicato di sostegno a Draghi).
Perché sui territori l’ipotesi di andare ad elezioni prima e di non votare la fiducia al governo poi ha avuto un peso ben diverso da quello percepito a Roma.
Le categorie economiche e i mondi di riferimento si sono fatti sentire, contavano che prevalesse il senso di responsabilità. Quella linea in Senato, però, non ha retto. Il timore di pagarne le conseguenze è stato avvertito dai governatori che hanno tuttavia preferito annegare la loro rabbia nel silenzio.
Ma ora è già tempo di campagna elettorale. È anche, o soprattutto, per questo che Luca Zaia e Massimiliano Fedriga (ma anche Attilio Fontana, Christian Solinas, Donatella Tesei e il presidente della Provincia autonoma di Trento Maurizio Fugatti), così come Giancarlo Giorgetti e i colleghi ministri Massimo Garavaglia e Erika Stefani, alla fine, pur avendo sostenuto la necessità di garantire appoggio a Draghi, si sono allineati alla scelta del leader, diversamente da quanto è avvenuto in Forza Italia.
La fronda sembra rientrata, pronta a riemergere se le elezioni non dovessero andare come ci si aspetta.
Nella Lega il dissenso esplicito, al di là di non essere gradito, non ha mai fatto la fortuna di chi se ne è reso interprete, fin dai tempi di Umberto Bossi. Del resto, Salvini sapeva che la posizione dei governatori poteva essere insidiosa per lui.
Per questo li ha consultati prima, durante e anche nei momenti decisivi dell’epilogo del governo. E anche ieri, all’avvio di una campagna elettorale che nelle intenzioni dovrebbe riportare il centrodestra nella stanza dei bottoni, il segretario della Lega li ha voluti sentire per un confronto.
La nota diffusa da Salvini sottolinea che «è emersa grande soddisfazione per la compattezza della Lega, a differenza di altri partiti» (annotazione velenosa). E poi aggiunge: «I governatori sono già al lavoro anche per offrire spunti utili in vista dei dossier più interessanti per la campagna elettorale a cominciare dall’autonomia. Grande attenzione per economia, sburocratizzazione, infrastrutture, energia e tasse».
Zaia guarda avanti: «Io capisco la posizione delle categorie economiche, che è quella di chi vorrebbe stabilità e scadenze perfette per le elezioni. Il tempo che manca per avere un nuovo Parlamento e un nuovo governo non è molto e spero che si recuperi velocemente. Mi auguro che ci sia una maggioranza solida e che si continuino a fare le riforme di cui l’Italia ha bisogno».
Fedriga nelle ultime settimana ha preso più volte le difese del presidente del Consiglio. E anche all’interno della Lega si è speso perché non si spezzasse il filo. La linea «governista» non ha prevalso, ma il governatore del Friuli-Venezia Giulia conferma le sue valutazioni: «Secondo me Draghi ha fatto un ottimo percorso in mezzo a molte difficoltà con una maggioranza estremamente eterogenea.
È riuscito a portare a casa il Pnrr, ma penso anche alla lotta alla pandemia, alla crisi con la guerra in Ucraina e la crisi economica, è riuscito ad avere la capacità di dialogare con i Paesi stranieri e ha reso l’Italia protagonista». Fedriga e Zaia rispondono all’unisono su un loro possibile impegno a Roma. «Non vedo l’ipotesi di una mia chiamata» replica il primo. «Io presidente del Consiglio? No, ogni volta che si parla di elezioni sono candidato a tutto quello che passa per strada. Io penso al Veneto» chiude il secondo.
(da il “Corriere della Sera”)

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“L’ESITO DELLE PROSSIME ELEZIONI SI GIOCHERÀ NEI COLLEGI UNINOMINALI DELLA CAMERA E SOPRATTUTTO DEL SENATO”

Luglio 23rd, 2022 Riccardo Fucile

L’ANALISI DI ROBERTO D’ALIMONTE: “MOLTI FATTORI POSSONO CAMBIARE LE COSE. IL PRIMO È LA CRISI DI GOVERNO. M5S, LEGA E FORZA ITALIA SARANNO DANNEGGIATE DAL FATTO DI ESSERSI RESE RESPONSABILI DEL VOTO ANTICIPATO?”… ATTENZIONE ALL’ASTENSIONISMO: GLI ELETTORI CHE NON RISPONDONO ALLA DOMANDA SUL VOTO SONO IL 40%.

L’esito delle prossime elezioni si giocherà nei collegi uninominali della Camera e soprattutto del Senato. Non è stato così nel 2018. Allora la forza del M5s, in particolare nei collegi del Sud, ha fatto sì che il risultato finale fosse sostanzialmente proporzionale e il governo, come si sa, non uscì dalle urne ma dal negoziato post-voto tra M5s e Lega. Questa volta non andrà così.
Questa volta quasi certamente i collegi uninominali faranno la differenza e molto probabilmente a favore della destra. È questo il vero motivo per cui Berlusconi e Salvini hanno scelto la strada delle elezioni anticipate. Li hanno convinti i sondaggi favorevoli e la divisione che questa crisi ha prodotto tra Pd e M5s.
Guardiamo i dati. La media dei sondaggi della settimana che va dal 10 al 16 Luglio, dice che Fdi, Lega e Fi insieme possono contare sul 46,3% delle intenzioni di voto, mentre Pd, Azione/+Europa, Sinistra/Verdi, Iv arrivano al 34,1%. Il M5s è stimato all’11%. Il partito di Di Maio non è stimato.
Includendo nel centro-sinistra il M5s il distacco in voti con la destra sarebbe modesto. La vera differenza è che la destra è meno frammentata e più coesa, nonostante tutto, del centro-sinistra. È impensabile, pur in un paese in cui ne abbiamo visto e ne vediamo di tutti i colori, che Pd e M5s possano allearsi per presentare candidati comuni nei collegi dopo quanto è successo.
Quindi, con questa distribuzione di voti, il distacco tra i due poli è più o meno di 10 punti percentuali. È vero che il 46 % della destra e il 34 % del centro-sinistra sono medie nazionali e quello che conta per vincere nei collegi sono le percentuali ottenute dai candidati nei singoli collegi, ma anche tenendo conto di questo fattore, con questo distacco non c’è partita.
Però, chi può dire oggi con certezza che questo distacco resterà lo stesso fino al 25 settembre? Molti fattori possono cambiare le cose. Il primo è la crisi di governo. Oggi non è ancora noto quale effetto avrà sulle opinioni degli elettori. Secondo un sondaggio recente di SWG il 50% degli intervistati preferiva che il governo Draghi restasse in carica. Oltre al M5s, Lega e soprattutto Forza Italia saranno danneggiate dal fatto di essersi rese responsabili del voto anticipato?
Le defezioni in Forza Italia e i malumori dentro la Lega sono un segnale. Il secondo è il fattore Draghi.
In un sondaggio di Euromedia del 19 luglio l’indice di fiducia del premier era ancora al 52%. In che misura l’associazione del suo nome e del suo governo al Pd e ai partiti che lo hanno sostenuto fino in fondo può influenzare il voto? Il terzo è l’astensionismo. In tutti i sondaggi la percentuale di elettori che non rispondono oggi alla domanda sul voto è stimata intorno al 40%. Non tutti gli astensionisti di oggi si asterranno il 25 settembre. Il loro voto, che oggi non conosciamo, può cambiare gli equilibri. E lo stesso si può dire a proposito dell’astensionismo aggiuntivo rispetto alle elezioni del 2018 che potrebbe favorire il centro-sinistra. Insomma mobilitazione e smobilitazione incideranno di certo.
Il quarto, e importantissimo, fattore è la composizione delle coalizioni, il modo in cui i partiti si presenteranno davanti agli elettori. Una cosa ben nota è che la domanda, cioè l’espressione del voto, è influenzata dalla offerta, cioè la configurazione delle forze in campo. Come si presenteranno i vari Calenda, Renzi, Di Maio, Gelmini ecc.? Una offerta convincente al centro dello spazio politico potrebbe far lievitare quel 34% stimato oggi come base di partenza del polo di centro-sinistra. Ma non sarà facile trovare la quadra, come già si vede dalle diatribe di queste ore.
In realtà non si sa nemmeno se Pd e Azione decideranno di stare insieme o meno. Se andassero divisi il quadro della competizione cambierebbe completamente. Da ultimo e non da meno, non si può non tener conto che su questa tornata elettorale aleggia in autunno lo spettro di una crisi economica, sociale e forse pandemica che potrebbe incidere pesantemente sugli orientamenti politici e quindi sull’esito del voto. In quale direzione non è dato sapere oggi.
In fondo, quanto abbiamo detto finora si riassume sostanzialmente in un concetto: la campagna elettorale. Il clima politico, i temi, i toni, le alleanze, i candidati nei collegi uninominali possono fare la differenza. Abbiamo già visto campagne elettorali iniziate con un largo vantaggio di uno dei due poli e finite al photofinish. In un periodo come questo in cui le opinioni sono estremamente fluide basterebbe uno spostamento di 4-5 punti percentuali da un campo all’altro per riequilibrare i rapporti tra i due poli e rendere la competizione in molti collegi più incerta.
Detto ciò, alla luce dei dati di sondaggio di oggi non c’è dubbio che il centro-sinistra non sia il favorito per la vittoria finale. Eppure, tutto dipende da cosa succederà in un certo numero di collegi uninominali. In chiusura riproponiamo uno strumento già utilizzato in passato su queste pagine. Serve a rispondere alla domanda: quale combinazione di seggi proporzionali e maggioritari consente di arrivare alla maggioranza assoluta?
Ottenendo il 46% dei seggi proporzionali, che più o meno corrisponde al 46% di voti, la destra dovrebbe ottenere il 65% dei seggi maggioritari per avere un totale di 104 seggi su 200. Questo significa che dovrebbe vincere 48 collegi su 74.
Se invece i seggi/voti proporzionali fossero il 42% dovrebbe vincerne il 70%, vale a dire 52 su 74, per avere 103 seggi totali. Sono percentuali elevate ma non irraggiungibili.
D’altronde, basterebbe che il centro-sinistra vincesse una trentina di seggi uninominali per impedire al centro-destra di conseguire la maggioranza assoluta al Senato. Missione difficile ma non impossibile.
Conclusione: per Pd e alleati la corsa è senza dubbio in salita ma non è persa in partenza. Se riuscissero a fare una campagna elettorale perfetta la destra potrebbe non arrivare alla maggioranza assoluta dei seggi in una delle due camere oppure ottenere maggioranze molto risicate. Ma potrebbe succedere anche il contrario: che la destra, grazie ai collegi uninominali e alle divisioni e agli errori dei partiti di centro-sinistra, possa conseguire una vittoria schiacciante. Aspettiamo la campagna elettorale e capiremo.
Roberto D’Alimonte
(da il “Sole 24 Ore”)

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RINTRONATO DA SALVINI, RONZULLI E MARTA FASCINA, IL CAV VUOLE CANDIDARSI AL SENATO, MAGARI DIVENTARNE PRESIDENTE

Luglio 23rd, 2022 Riccardo Fucile

UGO MAGRI: “AL POSTO DELLA TERRA PROMESSA SIAMO IN UNA TERRA DESOLATA E AD ACCELERARNE LA DESERTIFICAZIONE È STATA PROPRIO LA SCIAGURATA E IRRESPONSABILE DECISIONE DI STACCARE LA SPINA A DRAGHI”

C’era una volta (seppure un po’ a singhiozzo e a geometrie alquanto variabili) una Forza Italia moderata, liberalconservatrice – ma con sprazzi di apertura sui diritti civili – ed europeista. Ecco, c’era una volta, e non c’è più, definitivamente. Come mostrano le uscite eccellenti di queste giornate e i drammi personali di figure che avevano contribuito alla sua fondazione, credendo che costituisse comunque la finestra di opportunità per dare vita a una destra liberale in Italia (che continua invariabilmente a confermarsi più simile a un incrocio fra una chimera e l’araba fenice che a una realtà effettuale).
Mentre è sempre in campo, eterno ritorno indistinguibile dall’assenza di soluzione di continuità, lui: Silvio Berlusconi, già dominus indiscusso del centrodestra che, da qualche anno, si è compiutamente convertito in destracentro a trazione populista, e teatro delle aspre liti di condominio per la successione tra i suoi un tempo junior partner Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Con la presidente di Fratelli d’Italia – già lasciata in solitudine all’opposizione, e attualmente col vento in poppa dei sondaggi – il sempiterno leader di Forza Italia si è infine incontrato a pranzo nelle scorse ore.
E ha dichiarato la sua intenzione di candidarsi al Senato, con il desiderio sussurrato a bassa voce di poter concludere la sua carriera di Highlander accomodandosi sullo scranno più alto, e l’aspirazione manifesta di prendersi la rivincita sulla giornata dell’ira funesta del 23 novembre 2013, quando la Camera alta votò la sua decadenza dopo la condanna definitiva per frode fiscale nel processo Mediaset. Obiettivi per il cui conseguimento l’uomo che ha inaugurato la Seconda Repubblica ha scelto di assecondare la «mutazione genetica» (come l’ha definita un deluso e furente Renato Brunetta) della sua creatura politica, pianificata all’interno del femminile cerchio magico filosalviniano.
E di dismettere i panni del responsabile uomo delle istituzioni e dell’interlocutore riabilitato dal Partito popolare europeo per tramutarsi in uno dei principali congiurati del draghicidio. Perciò risulta di grande interesse leggere il colloquio di ieri con Massimo Giannini, nel quale il capo di Fi si è prodotto nelle sue «Berlusconarie», un tentativo di riscrittura della storia della congiura antiDraghi per accreditarsi come suo difensore nonostante l’evidenza dei fatti (e la flagranza di reato). E a dispetto del timore, molto malcelato (e decisamente infondato), di ritrovarsi un giorno l’ex banchiere centrale quale potenziale competitor nel segmento di mercato politico moderato.
Il voto anticipato rappresenta, altresì, un’iniezione di Gerovital per colui che, alla metà degli anni Novanta del secolo scorso, ha introdotto in Europa il paradigma del partito personale e in Italia le pratiche e gli strumenti della campagna elettorale permanente. E che del populismo postmoderno è stato il padre putativo, anche se – una differenza non di poco conto rispetto alla stagione odierna – si trattava di una sua versione ottimistica, quella dell’uomo col sole in fronte e della terra promessa a portata di mano. Mentre dagli anni della Grande recessione in poi – per non parlare di quello che si prospetta già dall’autunno caldo del nostro scontento dietro l’angolo -, il populismo si è fatto nettamente regressivo, reattivo e rabbioso, e ha bandito le speranze (irrealizzabili e irrealizzate) dentro le quali Silvio l’illusionista aveva cullato tanti cittadini-elettori.
Le passioni tristi, come le chiamava Spinoza, hanno preso così il sopravvento insieme ai rancori, relegando un po’ in soffitta il berlusconismo. Sempre pensiero magico, beninteso, ma cupo anziché solare e ciarliero. Memore, sulla scorta dei risultati calcistici del Monza, della massima per cui «squadra che vince non si cambia», l’ennesima discesa in campo del «Bba» (Berlusconi back again) avviene così a suon di annunci miracolistici.
E della prospettiva di un’Italia di nuovo terra promessa con pensioni elevate “almeno” a mille euro per 13 mensilità, «la pensione alle nostre mamme, che sono le persone che hanno lavorato di più alla sera, al sabato, alla domenica, nei periodi delle ferie e che hanno diritto di avere una vecchiaia serena e dignitosa». Come pure dell’impegno alla piantumazione ogni anno di un milione di alberi – col dettaglio non esattamente trascurabile che nel Pnrr è già contemplata la messa a dimora di 6 milioni di piante.
Un colpo (elettoralistico) al cerchio e uno alla botte: pantere grigie e generazione Greta. Un Berlusconi anti-aging e “ritornante” da par suo, dunque. Soltanto che al posto della terra promessa ci stiamo inoltrando sempre di più in una eliotiana terra desolata, socialmente e finanziariamente, e ad accelerarne vieppiù la desertificazione è stata proprio la sciagurata e irresponsabile decisione di staccare la spina a Draghi. «Il centrodestra sono io», ha detto l’ultraottuagenario ex pluripremier al direttore di questo giornale.
Peccato, però, per l’appunto, che il centrodestra come cultura politica di riferimento non ci sia più. Puf!, volatilizzata. E che il centrodestra cosiddetto di governo abbia fornito il contributo decisivo proprio per buttare giù il governo. Sulle sue fondamenta è cresciuto nel frattempo, e ora si è irreversibilmente consolidato, il destradestra-centro, la Casa delle libertà delle destre populiste. Ma anche del perdurare, dietro i sorrisi e la riconciliazione propiziata dai sondaggi, dei litigi e dei machiavelli, almeno fino a quando verrà stabilita con precisione a prova di bomba la metodologia di investitura del possibile inquilino (o inquilina) di palazzo Chigi.
Ugo Magri
(da “la Stampa”)

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LEGA E FORZA ITALIA PUNTANO SULLA “ROSA DI NOMI” PER IMPEDIRE ALLA MELONI DI DIVENTARE PREMIER

Luglio 23rd, 2022 Riccardo Fucile

ASPETTATEVI DI TUTTO, IL CIRCO BARNUM DEVE ANCORA INIZIARE LO SPETTACOLO

Intervistata da La Stampa, Giorgia Meloni spiega che da tempo lavora al programma di Fratelli d’Italia, mentre in quello comune ci si dovrà concentrare su quello che si può fare: «Meglio mettere una cosa in meno, che una in più che non si può realizzare».
Sui ministri nessun totonomi, ma se si andasse al governo «si dovrebbe prendere tutto il meglio». Mentre su Palazzo Chigi ufficialmente nessun dubbio: «Questa regola ha sempre funzionato: chi vince governa. Non abbiamo nemmeno il tempo di cambiarla».
E sul famoso discorso al comizio di Vox, «cambierei il tono, non il contenuto, perché quelle sono cose che ho detto molte volte. Quando dici cose decise vanno dette con un altro tono». E questo perché «quando mi sono rivista non mi sono piaciuta. Quando io sono molto stanca, mi capita di non riuscire a modulare un tono appassionato che non sia aggressivo».
L’inghippo della regola e della coalizione
Ma intanto proprio un retroscena de La Stampa a firma di Alessandro Di Matteo dice che su chi andrà a Palazzo Chigi le cose appaiono più complicate, come spiega un parlamentare berlusconiano.
«Del candidato premier parleremo più in là, adesso concentriamoci sulla costruzione della coalizione. Perché dovremmo regalare al Pd la possibilità di fare campagna elettorale contro la “fascista” Meloni? È chiaro che loro useranno questi argomenti…».
Per questo, semmai, la candidatura di Meloni a Palazzo Chigi verrà formalizzata dopo il voto. Ma tra i dubbiosi c’è anche la Lega: un deputato del Carroccio spiega che spetterà a chi prende più voti indicare «il nome o una rosa di nomi».
Perché quello di Giorgia, è il ragionamento, potrebbe provocare una brutta reazione sui mercati e nelle cancellerie straniere. Potrebbe quindi indicare lei il premier che garantirà una navigazione tranquilla al nuovo governo. Infine, c’è anche un’ipotesi che la porterebbe invece lontano dalla premiership: la stessa regola dice che indica il premier chi prende la maggioranza dei voti della coalizione. E se Forza Italia e Lega si presentano insieme, la somma dei voti potrebbe superare quella di Fdi. Con tutte le conseguenze del caso.
(da agenzie)

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CRONACA DI UNO SFASCIO, VERDERAMI RICOSTRUISCE I PASSAGGI DELLA CRISI DI GOVERNO: “IN DRAGHI IL TENTATIVO GENUINO DI PROVARE A RIMETTERE INSIEME I COCCI DELLA MAGGIORANZA SI SCONTRAVA CON LA PERCEZIONE CHE MANCASSE LA VOLONTÀ DEI PARTITI DI COLLABORARE”

Luglio 23rd, 2022 Riccardo Fucile

IL PREMIER SI È CONVINTO CHE NON SAREBBE SERVITO A NULLA “UN APPROCCIO PIÙ MELLIFLUO” NEL DISCORSO AL SENATO, “PERCHÉ TUTTO ERA STATO DECISO”… I GRILLINI “NON VOLEVANO RICUCIRE” E SALVINI, CHE SI VEDE A CENA CON L’AMBASCIATORE RUSSO E SENTIVA “LA PORTA SPALANCATA” DELLE URNE, AVEVA GIÀ STRETTO L’ACCORDO CON BERLUSCONI”

«Le cose andavano bene e bisognava farle andare male». L’altro ieri, per commentare la fine del governo, Draghi si è ispirato alle leggi di Murphy e le ha adattate alla sua indole romana. Così, con una battuta, ha smontato la tesi in voga nel Palazzo: l’idea che la crisi sia stata frutto di un divorzio consensuale tra il premier e le forze della maggioranza, che avrebbero tacitamente convenuto di non poter più andare avanti perché l’agenda Draghi non coincideva con l’agenda elettorale dei partiti.
Il presidente del Consiglio – che la crisi l’ha vista da vicino – sostiene invece si sia trattato di un «divorzio unilaterale», deciso dal centrodestra dopo l’«ingenuità» dei Cinque Stelle.
Salvini e Berlusconi (la cui ricostruzione degli eventi avrebbe suscitato «stupore» al Quirinale) hanno subito sfruttato l’occasione offerta da Conte. Altrimenti non avrebbero rotto, timorosi com’ erano della reazione del loro elettorato. È l’imperizia del Movimento, insomma, ad aver compromesso irrimediabilmente l’equilibrio.
E sempre da lì parte ogni qualvolta ripercorre la fine delle larghe intese. E rivede l’atteggiamento sempre più conflittuale del leader della Lega che nemmeno rispondeva alle telefonate, il gioco a specchio del Cavaliere, certe reazioni stizzite di una parte del mondo accademico geloso dei risultati del suo gabinetto.ù
LA SCELTA DEL MOVIMENTO
Senza la «sciocchezza» del Movimento resta convinto che avrebbe proseguito, anche nelle difficoltà prodotte dai partiti che – avvicinandosi la scadenza elettorale – ogni giorno avanzavano nuove richieste. «Siete dei rompiscatole», diceva Draghi al termine delle telefonate: «Tanto lo so che domani vi inventerete un’altra cosa». Sarà stato forse un eccesso di razionalizzazione dei processi, ma era persuaso che la maggioranza gli avrebbe fatto completare il programma e gestire le rogne: dalla Finanziaria al rigassificatore di Piombino, contro cui hanno protestato tutti i partiti della coalizione, insieme al sindaco della città che è di Fratelli d’Italia.
È dopo «l’errore di Conte» che ha cambiato idea. Perciò era salito al Quirinale per rassegnare il mandato: «Ma Mattarella – disse ai suoi collaboratori – mi ha chiesto di andare in Parlamento e io ci vado». Le cinque giornate di Draghi, vissute tra le dimissioni e il dibattito al Senato, sono state la testimonianza che non c’era più nulla da fare. «In quella fase – raccontano a Palazzo Chigi – era un susseguirsi continuo di telefonate con il capo dello Stato: cinque, sei, sette… A un certo punto abbiamo perso il conto».
In Draghi il «tentativo genuino» di provare a rimettere insieme i cocci della maggioranza si scontrava con la percezione che mancasse la volontà dei partiti di collaborare. E che questo fosse «l’epilogo naturale delle elezioni del 2018». Dopo il definitivo commiato dall’incarico, il premier ha ricostruito la sequenza degli eventi e si è convinto che non sarebbe servito a nulla «un approccio più mellifluo» nel discorso al Senato, «perché tutto era stato deciso». I grillini «non volevano ricucire» e Salvini – che vedeva «la porta spalancata» delle urne – aveva già stretto l’accordo con Berlusconi.
Ne ebbe la certezza la sera in cui ricevette a Palazzo Chigi la delegazione del centrodestra, che protestò perché in mattinata Draghi aveva incontrato il segretario del Pd.
«Letta aveva chiesto di vedermi», rispose il premier: «Allora gli ho detto di venire qui. Sarà stato un errore ma…». «Mario», lo interruppe Tajani: «Nessuno di noi ha mai messo in dubbio la tua malafede». E dopo quel lapsus freudiano, iniziò una lunga sequenza di richieste per dar vita a un nuovo governo e andare al voto a marzo. «Fosse per me anche a febbraio», spiegò il capo del governo: «Ma questa decisione spetta a Mattarella, non posso stabilirla io».
Il profilo super-partes Tutti sapevano che Draghi non avrebbe mai accettato di guidare un Draghi-bis, né nella versione proposta dal centrodestra né nella versione poi auspicata dal centrosinistra. Il motivo è chiaro, e non è legato solo al fatto che questo nuovo esecutivo non sarebbe durato «nemmeno un giorno». Il punto è che l’ex capo della Bce, dicendo sì, avrebbe perso il suo profilo super-partes. E non intendeva consegnarsi al gioco dei partiti, nemmeno indirettamente.
Infatti quando alcuni esponenti politici nei giorni scorsi gli hanno chiesto di poter usare il suo nome per la loro lista, il premier li ha dispensati con una battuta, prima di chiedere di «lasciarmi fuori»: «Basta con la politica. Ho altre idee per me in futuro».
Eppure quando entrò al Senato per il suo ultimo intervento, avrebbe proseguito «se i partiti avessero preso coscienza degli errori». Certo, «aveva le tasche piene» dell’andazzo, «ma non ero stanco» come ha sostenuto il Cavaliere. E non voleva i «pieni poteri», anche se «quella frase sugli italiani che ho pronunciato in Aula potevamo migliorarla», ha detto poi ai collaboratori. Ma la richiesta di restare a Palazzo Chigi giunta dal Paese, l’aveva condivisa.
Quanto le parole dei suoi familiari che – dopo aver inizialmente accolto con sollievo le sue dimissioni – gli avevano intimato: «Non puoi star fermo».
Quel discorso a Palazzo Madama parve però a tutto l’emiciclo un’entrata a gamba tesa sulla politica, come se il premier cercasse di farsi «espellere». Nelle intenzioni di Draghi era invece l’unico modo per dire le cose come stavano: «Bisogna ricominciare a trivellare per estrarre il gas. E Piombino, i balneari, i tassisti…». E infine il passaggio su Putin, che non poteva esimersi dal fare e che sapeva avrebbe fatto imbestialire Salvini, intento ancora a coltivare stretti rapporti con l’ambasciatore russo, con cui si vede a cena.
I RAPPORTI RUVIDI
È finita com’ è finita. Ma dopo le cinque giornate, Draghi ha potuto constatare com’ erano cambiati nel tempo i rapporti in seno al Consiglio dei ministri, anche con le persone con cui nell’anno e mezzo di governo aveva avuto «rapporti ruvidi» e che però nell’ultima fase si erano mostrati «collaborativi».
Per esempio Franceschini. I loro duelli in seno al governo sono noti, ma il premier riconosce che il ministro della Cultura si è «adoperato per ricucire» ed evitare la crisi. Quando arrivò a Palazzo Chigi non si capacitava del fatto che i media venissero a sapere quasi in tempo reale di quanto accadeva durante le riunioni. Tanto che un giorno avvisò i ministri: «Non costringetemi a farvi lasciare i cellulari fuori dal salone».
Ora che sta per congedarsi farà «il possibile» per garantire la transizione con il prossimo esecutivo sui temi in agenda: dal Pnrr alla contabilità di Stato. E non vede scossoni a livello internazionale per l’Italia.
È vero, dai partner occidentali sono arrivati molti appelli pubblici e molte telefonate private perché non mollasse. Ha gestito tutto direttamente, con il suo cellulare, senza mai passare attraverso i canali diplomatici. E quando gli hanno chiesto se anche Biden l’avesse chiamato, ha tergiversato un attimo prima di rispondere «no».
Le cinque giornate sono state molto dure. In quella fase è parso taciturno e guardingo anche con le persone dello staff: «D’altronde – sussurrano a Palazzo Chigi – era la prima volta nella sua lunga esperienza che si trovava con tante persone intorno. Nemmeno alla Bce».
Così si viene a sapere che a Francoforte circolava una definizione sul suo conto: «Draghi è ovunque ma non è qui». Il premier non ne era (ovviamente) al corrente, ma l’ha trovata simile a quella che fece un suo amico negli anni della giovinezza: «Mario è altrove, impegnato».
Le idee per il futuro Adesso sono tornate le battute e si concede a discutere di politica leggendo i sondaggi, che prevedono un risultato elettorale chiaro e che però fanno anche trasparire un desiderio di centro nella pubblica opinione. Perciò si informa sulle dinamiche dei partiti e sui processi di aggregazione che dovrebbero verificarsi in vista del voto. È un modo per prepararsi al distacco, in attesa delle «idee che ho per il mio futuro». E che non prevedono alcun tipo di coinvolgimento nella sfida delle urne.
Semmai è rammaricato per non aver completato la missione, perché – per esempio – sulla politica energetica, dopo essersi speso per garantire un progressivo distacco dalla dipendenza russa, teme che a novembre non parta il rigassificatore di Piombino. Un vero chiodo fisso.
Al pari della Roma. L’acquisto di Dybala l’ha galvanizzato, il fantasista argentino gli piace tanto. E il fatto che abbia segnato il primo gol della squadra in allenamento è per lui una sorta di premonizione. Ma è Mourinho l’uomo che «ha cambiato tutto».
Dopo la vittoria della Conference league, Draghi sostenne che il tecnico portoghese avesse «trasformato un gruppo di abili giocolieri in una squadra». Non c’era alcun riferimento alle vicende politiche.
Francesco Verderami
(da il “Corriere della Sera”)

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PENSIONI A MILLE EURO? LA PROPOSTA DI BERLUSCONI COSTA ALLO STATO 18 MILIARDI DI EURO

Luglio 23rd, 2022 Riccardo Fucile

CORRETTEZZA VORREBBE CHE INDICASSE DOVE INTENDE PRENDERE I QUATTRINI… SE LI CERCASSE TRA GLI EVASORI FISCALI SAREMMO ANCHE D’ACCORDO, PECCATO CHE SIANO QUELLI CHE LUI E SALVINI VOGLIONO PREMIARE CON I CONDONI

Nessuno può dire che Silvio Berlusconi non sia una persona costante. Il Cavaliere, entrato da ieri in mood campagna elettorale, ha fatto sapere che il centrodestra ha già pronti i ministri del prossimo governo e che vuole piantare un milione di alberi a settimana.
Ma soprattutto, ha rispolverato un evergreen delle sue corse alle urne. Ha infatti (ri)proposto «l’aumento di tutte le pensioni ad almeno 1.000 euro al mese», tredicesima inclusa, così come «la pensione alle nostre mamme che sono le persone che hanno lavorato di più alla sera, al sabato, alla domenica, nei periodi delle ferie e che hanno diritto di avere una vecchiaia serena e dignitosa». E, come diceva Rossini, nella sua proposta c’è del bello e c’è del nuovo. Solo che quel che è nuovo non è bello e quel che è bello non è nuovo.
Un cavallo di battaglia
Cominciamo con quello che non è nuovo. Già nel 2001 Berlusconi aveva proposto di alzare le pensioni minime. All’epoca l’importo da raggiungere, secondo il leader di Forza Italia, era di un milione di lire tondo tondo.
Con l’entrata in vigore dell’euro Silvio non ha lasciato, ma raddoppiato. Tanto che la proposta è entrata a pieno titolo nel programma elettorale di Forza Italia. Quello delle elezioni del 25 settembre 2022? No. In quello del 2018.
Come spiegò all’epoca il Cavaliere su Twitter, «avevo alzato a 1 milione di lire le pensioni minime a 1.835.000 pensionati. Poi è arrivato l’euro e con quel cambio sbagliato ha dimezzato il potere di acquisto dei pensionati e degli italiani».
La stessa promessa la fece all’epoca delle elezioni amministrative, nel 2017: «Oggi nessuno anziano può vivere con una pensione minima di 500 euro: oggi è doveroso e indispensabile aumentare almeno a mille euro i minimi pensionistici. Nessun anziano deve essere escluso da questa misura, comprese le nostre mamme che hanno lavorato tutti i giorni a casa e che devono poter avere vecchiaia dignitoso». E poi nel 2019: «Una delle cose che faremo noi col prossimo governo è aumentare a 1000 euro, per tredici mensilità, le pensioni minime».
Quanto ci costa?
E ora veniamo a quello che non è bello. L’agenzia di stampa Askanews ricorda come è finita la promessa elettorale del 2001. L’innalzamento delle pensioni minime a un milione di lire portò una spesa aggiuntiva di due miliardi di euro per le casse dello Stato.
La platea di beneficiari alla fine si ridusse a 1,8 milioni di pensionati rispetto a una platea potenziale di 6 milioni.
E questo perché l’innalzamento fu subordinato a una serie di criteri. Il primo era che il beneficiario dovesse avere più di 70 anni. Poi che avesse un reddito personale non superiore a 6.714 euro l’anno. Nel caso di coniugi l’asticella fu fissata a circa 11 mila euro totali. Ma soprattutto, Askanews ha calcolato quanto sarebbe costato l’intervento. Le pensioni fino a 500 euro ammontano a 1,7 milioni. Sono 4,1 milioni quelle tra 500 e mille euro. L’assegno a mille per tutti costerebbe quindi 10,8 miliardi. Con gli assegni sociali si sommano altri 6 miliardi. L’innalzamento per l’invalidità totale invece costerebbe altri 3,4 miliardi.
Per le casse dello Stato si spenderebbero quindi all’incirca 18 miliardi di euro. Quel che non è bello è non dire con quali coperture si reperirebbero questi soldi.
(da agenzie)

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