Luglio 18th, 2022 Riccardo Fucile
AL CONTRARIO, CHINNICI VINCEREBBE CONTRO GIANFRANCO MICCICHÉ (40% A 38,8%), STEFANIA PRESTIGIACOMO (41,1% A 38,8%) E RAFFAELE STANCANELLI (41,4% A 32%)
Nello Musumeci è l’unico candidato del centrodestra in grado di battere Caterina
Chinnici, nel caso in cui quest’ultima fosse la candidata del centrosinistra. È quanto emerge dall’ultima rilevazione di Euromedia Research, condotta su un campione di 1.000 siciliani.
L’istituto demoscopico ha disegnato quattro scenari differenti, ipotizzando la sfida tra quattro candidati differenti del centrodestra e Caterina Chinnici.
Solo in un caso la coalizione formata da Fdi, Lega e Forza Italia vincerebbe, ovvero quella in cui il candidato fosse proprio il governatore uscente.
Nel dettaglio, Musumeci vincerebbe con il 46,8% contro il 37,6% della Chinnici. Al contrario, Chinnici vincerebbe contro Gianfranco Micciché (40% a 38,8%), Stefania Prestigiacomo (41,1% a 38,8%) e Raffaele Stancanelli (41,4% a 32%).
Interessante notare come, senza Musumeci candidato, il candidato outsider Cateno De Luca guadagnerebbe tra il 4 e l’8% dei voti, a seconda dei differenti scenari.
(da agenzie)
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Luglio 18th, 2022 Riccardo Fucile
I LANCIARAZZI AMERICANI HIMARS STANNO FACENDO MOLTO MALE ALLE RETROVIE RUSSE E PER MOSCA INTERCETTARE I CARICHI DI ARMI DESTINATI ALL’UCRAINA E NEUTRALIZZARLI E’ FONDAMENTALE
È anche una guerra tra spie, quella in Ucraina. Come ai tempi della Guerra Fredda. E travalica i confini. L’allarme lanciato ieri dall’Intelligence di Kiev con poche righe crea agitazione in tutte le cancellerie occidentali […]. Gli addetti militari russi in tutti i Paesi dell’Ue sarebbero stati incaricati non solo di determinare rotte e itinerari delle spedizioni militari verso l’Ucraina, ma anche la quantità delle partite di armi che gli alleati consegnano.
Funzionari e agenti di Mosca in Europa avrebbero inoltre ricevuto, ovviamente attraverso canali di comunicazione criptati, l’ordine di reclutare forze di polizia e civili che in vario modo si occupano degli invii, e nelle regioni a ridosso del confine con l’Ucraina starebbero cercando di coinvolgere membri delle comunità locali e attivisti filo-russi.
Cruciale per i russi intercettare i carichi, seguire le rotte, conoscere i punti d’arrivo e usare missili e droni (anche iraniani?) per neutralizzarli.
In questi giorni le spie militari di Kiev sono concentrate sull’area di Zaporizhzhia per via della centrale nucleare, perché i russi chiedono agli ucraini di arretrare e gli ucraini accusano i russi di utilizzarla come base per lanci di missili. E sempre secondo notizie d’intelligence il ministro della Difesa russo, Shoigu, avrebbe ordinato la nuova fase dell’offensiva, mentre i continui attacchi a Kharkiv (in base anche a intercettazioni tra militari russi) sarebbero una precisa volontà di Putin.
(da “il Messaggero”)
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Luglio 18th, 2022 Riccardo Fucile
PER KIEV HANNO PASSATO INFORMAZIONI SEGRETE AL NEMICO E HANNO COLLABORATO COI SERVIZI SPECIALI RUSSI
Il presidente Volodymyr Zelenskyy ha spiegato, in un discorso serale agli ucraini, le
ragioni della rimozione di Ivan Bakanov dalle funzioni di capo della Sbu e quella di Iryna Venediktova dalla carica di procuratore generale. Secondo quanto riporta l’agenzia ucraina Unian, l’ex capo del dipartimento principale della sicurezza (Sbu) è stato arrestato in Crimea dal’Ufficio investigativo statale. «Questa persona è stata licenziata da me all’inizio dell’invasione su vasta scala e, come si può vedere, tale decisione era assolutamente giustificata», ha dichiarato il presidente ucraino.
«Sono state raccolte prove sufficienti per la notifica, a questa persona, di sospetto tradimento. Tutte le sue azioni criminali sono documentate. Tutto ciò che ha fatto in questi mesi e anche prima riceverà un’adeguata valutazione legale. Il presidente ha aggiunto che «saranno ritenuti responsabili anche tutti coloro che assieme a lui facevano parte di un gruppo criminale che ha lavorato nell’interesse della Federazione russa». Il riferimento è al passaggio di informazioni segrete al nemico e ad altre forme di collaborazione coi servizi speciali russi.
«Sono state prese decisioni sul personale nei confronti dei capi regionali del settore della sicurezza Kherson, Kharkiv. Abbiamo anche trattato la locale leadership del potere esecutivo», ha affermato il Zelensky, anticipando che saranno valutate le azioni specifiche e l’eventuale inerzia di ciascun funzionario nel campo della sicurezza e delle forze dell’ordine. Nel video il presidente ucraino segnala che a oggi sono stati avviati 651 procedimenti criminali per tradimento e collaborazionismo. «In particolore, oltre 60 impiegati dell’ufficio del procuratore e del servizio di sicurezzza ucraino (Sbu, ndr)», ha precisato Zelensky, «sono rimasti nel territorio occupato e stanno lavorando contro il nostro Stato».
(da agenzie)
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Luglio 18th, 2022 Riccardo Fucile
E’ PREVISTO DAL REGOLAMENTO UE, LA COMMESSA HA FATTO BENE… FATE ACQUISTI A MOSCA E NON ROMPETE I COGLIONI AI PAESI CIVILI … NOI DOBBIAMO DIFENDERE I CONFINI DALL’IDEOLOGIA SOVRANISTA
Una commessa di una filiale fiorentina del brand italiano di lusso Bottega Veneta è finita nel mirino della rete filorussa sui social, dove da più parti viene accusata di razzismo.
Il caso è scoppiato dopo che è diventato virale un video diffuso ieri, 17 luglio, e girato all’interno del negozio da un cliente russo.
A questo la commessa spiega di non poter vendere alcun prodotto, in base alla policy che già diversi marchi hanno adottato, come racconta il sito di settore La Conceria.
Nel video, la dipendente di Bottega Veneta, ripresa senza il suo consenso (nei primi secondi chiede di non essere inquadrata, ma di registrare solo la sua voce), ribadisce più volte di non poter andare contro le istruzioni ricevute dall’alto che le vietano di concludere transazioni con cittadini russi.
Poi è incalzata dall’uomo che la riprende: «Se venisse un mio amico di Firenze con il passaporto italiano a comprare la giacca e poi la indossassi io andrebbe bene?», «Sì, lo può fare», è la risposta della commessa.
Nonostante l’atteggiamento piuttosto accondiscendente della dipendente, chiaramente priva di ogni potere decisionale, la diffusione del video ha scatenato l’indignazione di diversi utenti di Twitter, che non solo la accusano di «odio sociale e razzismo», ma hanno messo in atto un vero e proprio tentativo di boicottaggio del marchio, scrivendo decine di cattive recensioni sulla pagina Google della boutique e abbassandone così il punteggio.
Ma Bottega Veneta, così come altre griffe di lusso, non sta facendo altro che rispettare il Regolamento europeo 427/2022 che, all’articolo 3, introduce restrizioni alla vendita, fornitura, trasferimento ed esportazione di beni di lusso superiore ai 300 euro per articolo.
Nessuna arbitraria «russofobia» né da parte della commessa né da parte del marchio, quindi, bensì un’applicazione alla lettera delle sanzioni europee nei confronti della Russia.
(da agenzie)
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Luglio 18th, 2022 Riccardo Fucile
LE ENORMI RISERVE DI GAS ALGERINO POSSONO GARANTIRE L’INDIPENDENZA ENERGETICA ITALIANA DALLA RUSSIA DI PUTIN… CON L’ACCORDO DI OGGI IL NOSTRO PAESE PUNTA A DIVENTARE UNA PIATTAFORMA PER RIFORNIRE IL NORD EUROPA, SFRUTTANDO I GASDOTTI FINO IN GERMANIA
Passa dall’Algeria una parte importante della risposta alla crisi energetica per l’Italia.
E, attraverso l’Italia, per l’Europa. Le riserve di gas del Paese nordafricano sono enormi e il governo Draghi ha lavorato in questi mesi per assicurarsi importazioni sempre maggiori.
Se tra qualche settimana o in autunno Vladimir Putin chiudesse del tutto i rubinetti dalla Russia, il metano algerino darebbe una grossa mano a tamponare l’emergenza. Di più. L’Italia potrebbe farlo transitare dai suoi gasdotti fino in Germania.
Una prospettiva che, fanno notare fonti di governo e diplomatiche, potrebbe anche diventare nei prossimi mesi un argomento di non poco conto per vincere le resistenze di Berlino sulla fissazione di un tetto europeo al prezzo del gas.
Basterebbe questa premessa a spiegare perché Mario Draghi, pur con la crisi di governo alle porte, abbia deciso di confermare il vertice intergovernativo che lo porterà oggi ad Algeri con ben sei ministri. Doveva restare due giorni, ha compresso il programma e stasera sarà già di ritorno a Roma, al termine di quello che potrebbe essere il suo ultimo appuntamento internazionale prima delle dimissioni.
In programma ci sono un colloquio con il presidente Abdelmadjid Tebboune, che spazierà dall’immigrazione alla crisi del grano ucraino, fino al Sahel, poi i due leader inaugureranno il business forum italo-algerino. Ma il piatto forte è l’energia e una cooperazione che già ad aprile, nella precedente visita del premier italiano nella capitale algerina, i due si erano impegnati a rafforzare anche sulle rinnovabili.
Il gas è al cuore di accordi cresciuti esponenzialmente negli ultimi mesi. Ad aprile il paese nordafricano – da decenni partner del gruppo Eni – ha già assicurato al governo italiano una fornitura di 9 miliardi di metri cubi aggiuntivi da qui al 2024, di cui 3 miliardi già per questo inverno.
Ma negli ultimi giorni c’è stato un nuovo sviluppo, anticipato dai vertici di Sonatrach: la società di stato algerina – di fatto anticipando gli accordi che verranno annunciati oggi – invierà entro l’inverno altri 4 miliardi aggiuntivi.
L’Algeria, che ha le più grandi riserve di gas naturale di tutta l’Africa, si conferma così come il principale paese esportatore di gas naturale verso l’Italia: un sorpasso sulla Russia avvenuto già nella prima parte dell’anno, anche prima che Gazprom – il colosso energetico controllato dal Cremlino – cominciasse a ridurre i flussi verso l’Unione europea.
Alla base c’è un forte rapporto tra Eni e Sonatrach, ma non si tratta solo di una alleanza commerciale: grazie al Transmed, il gasdotto sottomarino che passando dalla Tunisia arriva in Sicilia a Mazara del Vallo, Algeria e Italia possono costituire una sorta di ponte del Mediterraneo per garantire materia prima anche ai paesi del Nord Europa. Almeno, questo il progetto italiano.
Non è affatto semplice anche perché il Paese nordafricano sconta problemi e ritardi ma, viene spiegato, con gli adeguati investimenti, ai quali potrebbe collaborare anche il nostro Paese, le infrastrutture possono essere migliorate, così da aumentare le quote di estrazione.
L’ambizione sarebbe quella di far viaggiare il gas in Europa non più sulla rotta settentrionale e orientale (dalla Russia), ma sulla rotta meridionale. E rendere l’Italia, anche grazie agli investimenti sulla rete attraverso Snam, sempre più in grado non solo di “spingere il gas da nord a sud, ma anche in senso contrario” (il cosiddetto reverse flow).
Ma non solo gas, dicevamo. Draghi sarà accompagnato al vertice intergovernativo dai ministri Luigi Di Maio, Luciana Lamorgese, Marta Cartabia, Roberto Cingolani, Enrico Giovannini, Elena Bonetti. Saranno loro, dopo incontri bilaterali con gli omologhi algerini, a firmare accordi e memorandum d’intesa, oltre a una dichiarazione congiunta tra i due Paesi.
Si parla di infrastrutture e trasporti, giustizia e sostegno allo sviluppo sociale, microimprese e start up, cooperazione industriale, protezione del patrimonio culturale. Bonetti firmerà un’intesa su cooperazione e scambio di buone pratiche sull’empowerment femminile e la protezione delle donne.
Lamorgese porrà le basi per la firma in autunno di un accordo sulla cybersicurezza, la lotta al terrorismo e il contrasto dell’immigrazione clandestina, anche se i dati sui flussi da Algeri verso le coste italiane, fanno notare dal governo, sono incoraggianti: sono quasi dimezzati nel 2022 rispetto al 2021 (303 in tutto, – 46%).
(da agenzie)
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Luglio 18th, 2022 Riccardo Fucile
L’IPOTESI SCISSIONE IN FORZA ITALIA
Dicono di aspettare, ma preparano il voto. Matteo Salvini è volato in Costa Smeralda per serrare i ranghi con Silvio Berlusconi, dettando condizioni a Mario Draghi che di fatto avvicinano le elezioni in autunno. Lo dicono ancora con formule dubitative, per non passare come i responsabili di una crisi che viene addebitata tutta a Giuseppe Conte, ma di fatto ogni tentativo di soluzione è complicato dai paletti posti dal centrodestra.
La strategia tenuta fino adesso da Lega e Forza Italia esce rafforzata dal pranzo in Sardegna: «O noi o il Movimento 5 Stelle». Una pretesa che a Roma viene letta come il sabotaggio di ogni flebile margine di trattativa, visto che la condizione che Draghi ha posto per andare avanti è proprio la presenza del M5S in maggioranza.
Se ne sono accorti i ministri di Forza Italia, in testa Mariastella Gelmini, che denunciano, in pubblico o in privato, la sudditanza del proprio partito ai disegni di Salvini.
La partita non è chiusa e oggi Berlusconi dovrebbe sbarcare a Roma per seguire di persona le delicate trattative dei prossimi giorni. Ieri il Cavaliere ha invitato il leader della Lega a Villa Certosa per un pranzo di lavoro. Il discorso di Conte di sabato sera è stato letto come una chiusura e il vertice, previsto per oggi, è stato anticipato. Manca poco allo snodo decisivo di questa strana crisi e il centrodestra vede vicino il traguardo, mostrando il volto dell’unità. In realtà le posizioni non sono esattamente identiche.
Il segretario del Carroccio vuole votare subito, come dice in serata durante un comizio nella Bergamasca: «L’attuale Parlamento è di sei ere geologiche fa. Impossibile governare anche con il Pd. Meglio restituire la parola agli italiani», anche se ancora non sa cosa fare mercoledì: «Decideremo in piena libertà».
Il fondatore di Forza Italia è meno sicuro, sa che l’occasione elettorale è ghiotta, ma non può restare indifferente agli appelli che gli vengono rivolti da più parti, primo fra tutti Gianni Letta, il consigliere di una vita, che non smette di ripetere che andare a votare subito farebbe precipitare il Paese nel caos.
Prima del pranzo con il leader della Lega, Berlusconi è stato aggiornato sugli sviluppi della crisi dai capigruppo Annamaria Bernini e Paolo Barelli, dal coordinatore Antonio Tajani e dalla senatrice Licia Ronzulli, una riunione telematica con lo scopo di controbilanciare le pressioni che Berlusconi sta subendo dai consiglieri e dai manager delle sue aziende. Non è un caso che alla riunione su Zoom abbia partecipato anche Niccolò Ghedini, storico avvocato del Cavaliere, con opinioni opposte a quelle di Letta.
Anche Salvini ha i suoi interlocutori da ascoltare: i governatori del Nord, che vedono messa a repentaglio parte dei soldi del Pnrr, le aziende e le categorie, spina dorsale della vecchia Lega, terrorizzate dalle conseguenze di una crisi che scoppia alla vigilia di una tempesta annunciata per l’autunno. Come convincere tutti questi mondi che è meglio andare a votare? Per prima cosa cercando di smentire le previsioni più catastrofiste in caso di elezioni anticipate: «Non sono a rischio né l’attuazione del Pnrr, né le Olimpiadi, né i fondi contro il caro energia ed il caro carburanti», spiegano i viceministri della Lega, Federico Freni (Economia) e Alessandro Morelli (Trasporti).
La nota congiunta diffusa dai due partiti al termine del pranzo non cambia nella sostanza la linea degli ultimi giorni. Per prima cosa c’è una fotografia della situazione: «Le nuove dichiarazioni di Conte – contraddistinte da ultimatum e minacce – confermano la rottura di quel “patto di fiducia” alla base delle dimissioni di Draghi». Poi c’è l’aut aut: «È da escludere la possibilità di governare ulteriormente con i 5 stelle per la loro incompetenza e la loro inaffidabilità».
Si arriva così alla conclusione: «I leader di Forza Italia e Lega, con il consueto senso di responsabilità, hanno concordato di attendere l’evoluzione della situazione, pronti a sottoporsi anche a brevissima scadenza al giudizio dei cittadini».
Quindi si resta in attesa, palla a Draghi, ma lo scenario elettorale viene collocato in un arco temporale «brevissimo», un superlativo assoluto che non è messo lì per caso. La porta non viene completamente chiusa a una soluzione intermedia: proseguire con i fuoriusciti del M5S. Tra le resistenze interne ai partiti ci sono quelle dei ministri.
Mariastella Gelmini è tornata a criticare la linea del partito, chiedendo, un’intervista a Repubblica, di «non mettere condizioni a Draghi». La ministra degli Affari regionali è stata criticata da Giorgio Mulè, sottosegretario alla Difesa, che ha definito la sua posizione, «rispettabile, ma personale». In difesa di Gelmini sono intervenuti cinque parlamentari azzurri.
La ministra è delusa dalla posizione dei vertici di FI e ritiene che i margini per vincere la battaglia “antisovranista” dentro al partito siano quasi nulli. Gelmini, i suoi fedelissimi ne sono certi, non esclude più la possibilità di lasciare presto il partito.
Mara Carfagna mantiene una linea più prudente, ma ai suoi interlocutori di questi giorni ha spiegato che l’immagine di un Parlamento che manda a casa uno dei premier più rispettati al mondo, avrà ripercussioni negative sulla credibilità del Paese. Sono posizioni distanti da quelle dei vertici del partito. Una cosa sola mette d’accordo tutti: «Da qui a mercoledì può succedere di tutto».
(da agenzie)
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Luglio 18th, 2022 Riccardo Fucile
L’EX SINDACA NO VOX VUOLE GUIDARE UN MOVIMENTO DI LOTTA E DI PAGNOTTA IN TANDEM CON ALESSANDRO DI BATTISTA, CHE COSI’ POTRA’ TORNARE IN PARLAMENTO E SMETTERE LA VITA DA STUDENTE ERASMUS FANCAZZISTA
E Virginia Raggi, in tutto questo, che fa? Un po’ gufa e un po’ briga, fomenta,
indirizza i grillini ribelli. Insorgete, fatelo cadere questo schifo di governo. Forza, qui serve una bella sfiducia e via, subito all’opposizione. O direttamente al voto. E comunque smettetela di stare ad ascoltare quello lì, che nemmeno è dei nostri. Quello lì: cioè Giuseppe Conte (che, tra i suoi parlamentari rivoltosi e arrabbiati, è ormai chiamato con il soprannome di «sughero», come lo battezzò Maurizio Gasparri, l’altro giorno, al Senato, «per quel talento di provare a galleggiare sempre»).
La vocina di Virginia è una lama tagliente. Dalla penombra. Non si fa vedere, tutti la sentono. Il piano dell’ex sindaca di Roma è: aspettare che Conte vada a sbattere politicamente e poi prendere il suo posto. Prendersi il Movimento 5 Stelle.
Non ridete: il progetto è, esattamente, questo. Dettaglio: Virgy sa bene che – dopo quanto accadrà mercoledì – la scena grillina potrebbe essere nuovamente scossa da un ulteriore esodo verso il partito di Luigi Di Maio. Ma questo non la preoccupa: anzi.
La sua idea è infatti quella di guidare un Movimento «depurato» da governisti e parlamentari che hanno ceduto al fascino del potere. Si immagina alla guida d’un partito di nuovo furibondo contro tutti e contro tutto.
Ne ha parlato con Alessandro Di Battista: e lui è d’accordo. Anche a lasciarle il palco. Dopo aver provato vari mestieri – imprenditore ramo sanitari in porcellana nell’azienda di famiglia (conti in rosso), il falegname (troppo faticoso), il barman (troppo ripetitivo) – Dibba ora s’ è messo in testa di scrivere reportage (capriccioso, eh): tornare in Parlamento gli garantirebbe uno stipendio sicuro, ma non vorrebbe farsi coinvolgere troppo. Virginia, invece, è lì che aspetta la gloria del comando.
Sembra pazzesco possa avere una tale ambizione. Cinque anni alla guida di Roma trascorsi entrando e uscendo dagli uffici della Procura, 15 assessori cambiati, 131 bus in fiamme, buche come trincee, una città soffocata dal traffico e dai miasmi dei cassonetti infetti (problema che, purtroppo, persiste anche con l’attuale giunta), i primi branchi di cinghiali nei vicoli di Trastevere (i romani, rassegnati, li considerano ormai animali domestici) e le attrici comiche che, in tivù, avevano smesso di imitarla, perché la Raggi originale era inarrivabile (salì sul tetto del Campidoglio: «Riunione riservata»). Certo sarebbe interessante chiedere un commento a Paola Taverna. Ma, purtroppo, lo spazio è finito.
(da Il Crorriere della Sera)
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Luglio 18th, 2022 Riccardo Fucile
SI TRATTA DI 35-40 PARLAMENTARI GUIDATI DAL CAPOGRUPPO DAVIDE CRIPPA
La strada è stretta ma il tentativo è concreto. E lo si capisce per prima cosa stando ben attenti all’utilizzo delle parole in questi ultimi giorni. Cioè da quando, subito dopo le dimissioni di Mario Draghi, nelle sue varie dichiarazioni pubbliche il ministro degli Esteri Luigi Di Maio e agli altri ex hanno smesso di parlare del M5S per definirlo sempre e solo il “partito di Conte”.
Raccontava ieri pomeriggio un transfuga dimaiano: «Affinché l’operazione funzioni bisogna arrivare a mercoledì in aula con la scissione già bella e fatta». Secondo, «ci serve il cinghialone, l’uomo simbolo, di peso». Cioè Davide Crippa : l’abbandono del M5S da parte del capogruppo a Montecitorio – molto stimato da Beppe Grillo – assieme a tutto il direttivo della Camera avrebbe una rilevanza simbolica enorme. Se poi si unissero altri componenti del governo, compresi dei ministri (Federico D’Incà, Fabiana Dadone?), meglio ancora. A quel punto davvero i 5 Stelle in quanto tali avrebbero sì il simbolo, ma nei fatti rimarrebbero il soggetto politico di un singolo e dei suoi fedelissimi. Appunto, il “partito di Conte”.
Le sentinelle di Di Maio rimaste nel partito ormai da giorni si sono attivate, trasferiscono informazioni agli ex compagni, sondano umori dei colleghi. Il deputato Luigi Gallo, sprezzante, in assemblea l’ha definiti «i piccioni viaggiatori». Con lo spettro del tutti a casa i contatti sono diventati febbrili e c’è un vero e proprio coordinamento in corso.
Come detto l’idea non sarebbe neanche quella di un semplice transito degli scontenti in Insieme per il futuro, ma la creazione di un altro gruppo ancora, anche nominalmente più vicino all’idea, o al ricordo, del Movimento.
(da La Repubblica)
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Luglio 18th, 2022 Riccardo Fucile
L’ULTIMA CHANCE PER TENERE IN VITA IL GOVERNO E’ LA FUORIUSCITA DAL M5S DEL GOVERNISTI
È inutile girarci intorno: la sopravvivenza del governo Draghi, al di là della scelta
finale del più diretto interessato che è tutta da verificare, poggia in questo momento soprattutto su quella che qualcuno definisce l’operazione Crippa, cioè la possibilità di fuoriuscita dal Movimento 5 Stelle di un congruo numero di deputati (praticamente tutto il direttivo alla camera a partire dal capogruppo).
Si parla di una lista di venti/trenta deputati. Nella speranza di chi dall’esterno tifa per questa ipotesi (il Pd lettiano, Di Maio e i suoi, l’ala draghista di Forza Italia e Lega) la nuova scissione dovrebbe convincere Draghi a considerare che la gran parte del “M5s originario” continua a sostenere il governo
Strada stretta, carica di “se”, a cominciare dall’esito di questa pirandelliana assemblea congiunta degli eletti 5 stelle, che passa di aggiornamento in rinvio da almeno tre giorni, e che forse finirà stasera. Con un ulteriore elemento di incertezza: che sarà dei tre ministri del Movimento? Si dà per scontato che Patuanelli si dimetterà, e che D’Incà resterà al suo posto. E Dadone? Vedremo, forse.
(da Open)
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