Luglio 15th, 2022 Riccardo Fucile
SECONDO L’AGENZIA “NOVA”, MOLTI DEPUTATI NON STAREBBERO RISPONDENDO ALLE NUMEROSE CHIAMATE DI CONTE, CHE INTANTO SMENTISCE DI AVER CHIESTO ALLA DELEGAZIONE M5S AL GOVERNO DI LASCIARE
Il presidente del Movimento cinque stelle, Giuseppe Conte, ha chiesto a ministri e sottosegretari del M5s di dimettersi prima delle comunicazioni alle Camere di Mario Draghi, in programma mercoledi’ prossimo, dopo la decisione del presidente del Consiglio di dimettersi. E’ quanto confermano diverse fonti ad Agenzia Nova. L’obiettivo dell’ex premier e’ di staccare la spina all’esecutivo. Quasi tutti gli esponenti pentastellati al governo, riportano ancora le fonti, avrebbero rifiutato. Lo stesso responsabile per le Politiche agricole, alimentari e forestali, Stefano Patuanelli, sarebbe contrario.
Ci sono forti tensioni, dunque, all’interno del Consiglio nazionale del Movimento, e non solo. Sempre secondo le fonti interpellate da Agenzia Nova, Conte sta provando a contattare, invano, i suoi parlamentari: in molti, infatti, non hanno risposto alle telefonate del leader pentastellato.
In tanti, secondo quanto viene riferito, sono poi pronti ad abbandonare i gruppi parlamentari, tanto che potrebbero esserci diversi interventi a titolo personale di senatori e deputati del M5s, al termine delle comunicazioni di Draghi nei due rami del Parlamento, proprio per differenziare le proprie posizioni rispetto a quella di Conte.
In mattinata c’è stato un confronto tra Giuseppe Conte e la delegazione del M5s al governo sulla complessità della situazione. Lo fanno sapere fonti del M5s, spiegando che il confronto ha ribadito l’unità e la compattezza del Movimento. Rispetto ad alcune ricostruzioni apparse sugli organi di stampa, viene aggiunto, si smentisce che il presidente Conte abbia chiesto le dimissioni dei ministri.
Il ministro per i Rapporti con il Parlamento Federico D’Incà, a quanto si apprende, nelle riunioni delle ultime ore con Giuseppe Conte e i vertici del M5s ha esplicitato il proprio dissenso verso la linea dura emersa nel partito.
D’Incà avrebbe chiarito di non condividere la posizione di chi nel Movimento vorrebbe il ritiro dei ministri e, quindi, il tramonto definitivo anche dell’ipotesi di un nuovo sostegno al premier Mario Draghi. Un dissenso, avrebbe spiegato, dovuto alla preoccupazione per il Paese, per le sorti del Pnrr e per le conseguenze europee.
Il ministro già nell’assemblea congiunta di deputati e senatori M5s di mercoledì sera si era detto contrario alla scelta di non partecipare al voto di fiducia ieri al Senato sul dl aiuti.
(da agenzie)
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Luglio 15th, 2022 Riccardo Fucile
MERCOLEDÌ SARÀ ALLA CAMERA DA PREMIER DIMISSIONARIO: NON VUOLE METTERE IN GIOCO “CREDIBILITÀ, AFFIDABILITÀ, REPUTAZIONE”
Mara Carfagna è rimasta colpita dal tono. 
Il tono perentorio con cui Mario Draghi annuncia le proprie dimissioni ai ministri e che lascia davvero poco spazio ai dubbi. «La maggioranza di unità nazionale non c’è più», «è venuto meno il patto di fiducia», «non ci sono più le condizioni per andare avanti». È netto. Risoluto.
Non se l’aspettava Carfagna, né se l’aspettavano gli altri seduti attorno a quel tavolo. Il premier concede appena uno sguardo ad Andrea Orlando, che gli chiede un ripensamento prima di essere travolto dal ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani, voluto da Beppe Grillo e mai amato dai grillini: «È anche colpa vostra che avete dato sponda al M5S». Sono le lacerazioni finali di un governo a pezzi.
Quando Federico D’Incà esce dal retro di Palazzo Chigi ha sul volto tutto lo sconforto di chi ha corso con il secchiello per salvare la casa dallo tsunami: «Io sono un ottimista di natura, ma questa volta sono molto preoccupato per il Paese»
I politici sono abituati ai politici, alle parole che sfumano, perché ogni possibilità e anche il suo contrario possa essere riacciuffata.
«Draghi non è un politico» ripetevano dalla sua cerchia di collaboratori più stretti: «Farà quello che dice».
E c’è da credergli a questo punto. Perché la giornata di ieri racconta di una fermezza che per alcuni è ostinazione, per altri coerenza, termine da pronunciare lontano da questi palazzi se non si vuole essere considerati degli sprovveduti e che fino alle sei di ieri pomeriggio strappava una risata a chi nei partiti è abituato a collezionare crisi di governo.
Certo è che, come si diceva nei giorni scorsi, Sergio Mattarella ci ha provato a placarlo e continuerà a farlo, convinto che non esista una fine finché non è finita.
Draghi non ha aggiunto l’aggettivo «irrevocabile» alle sue dimissioni. Ha acconsentito al Capo dello Stato quando gliel’ha respinte con la motivazione che sarebbe stato opportuno onorare il Parlamento con un discorso in Aula. E così mercoledì Draghi sarà alla Camera da premier dimissionario, due giorni dopo la visita in Algeria, come da agenda. Per i partiti è uno spiraglio: cinque giorni sono un’enormità per tentare di capovolgere l’inevitabile, e scongiurare il voto.
Draghi è salito al Quirinale due volte. Ha rinviato il Cdm e poi è tornato perché da prassi le dimissioni si annunciano ai ministri prima di rassegnarle formalmente al presidente della Repubblica. Il premier sconfina un po’ dal suo ruolo e con una certa irritualità, avvertita anche al Colle, anticipa in Consiglio la decisione che mercoledì farà le sue comunicazioni in Parlamento. Mattarella ha ragionato a rigore di Costituzione.
Il governo non ha perso la fiducia dell’Aula. Anzi, il voto di ieri l’ha confermata. Si tratta di una crisi politica extraparlamentare e parlamentarizzarla serve anche a esplorare la strada della ricomposizione attraverso una verifica. Da qui a mercoledì tutto sarà capire se le resistenze di Draghi verranno scalfite e accetterà di passare da un voto che gli riconfermi la fiducia. Anche perché lo spread, le borse, le pressioni europee e atlantiche avranno un peso.
Al momento, assicurano a Palazzo Chigi, non sarà così. I suoi collaboratori già lavorano al discorso. Che condenserà tutto quanto è successo, cosa ha portato alla scelta del gran rifiuto e perché non ha voluto ripensarci. Molto di quello che dirà lo ha già comunicato al suo staff e durante il confronto con Mattarella. Il primo motivo: «Non avrei più l’agibilità politica». Draghi si è guardato intorno.
Non c’è solo Giuseppe Conte e il M5S che non hanno votato la fiducia collegata a un testo contente l’inceneritore di Roma, per i 5 Stelle invotabile. Ma c’è tutto quello che questo strappo comporta. Il fatto che spalanca le porte a un senso di anarchia nella maggioranza.
Lo prova l’atteggiamento di Matteo Salvini. Negli ultimi due giorni il presidente del Consiglio ha osservato il leader della Lega e vive come una «provocazione» che abbia chiesto uno scostamento di bilancio di 50 miliardi di euro, quando sa benissimo che l’ex numero uno della Banca centrale europea è contrario all’extradeficit.
Draghi non vuole mettere in gioco, dice, «una credibilità, una affidabilità, una reputazione» che si è costruito in tutti questi anni a livello globale.
E fa nulla che gli abbiano riportato che dai vertici del Movimento sono già pronti a sventolare «il Papeete di Draghi» se non rimetterà in discussione le sue dimissioni. «Dovevano pensarci prima», sostiene amareggiato il capo del governo, disgustato da «ripensamenti tardivi» figli di «bizantinismi, ambiguità e alchimie» a cui non ha mai voluto cedere.
I fatti che vede Draghi sono semplici. Ieri il secondo partito della maggioranza, il primo fino a un mese fa, non ha votato la fiducia. Non ha nemmeno accettato il compromesso di far votare una parte dei senatori, come si lasciò fare alla Lega sul Green Pass lo scorso settembre. Anche un ministro, Stefano Patuanelli, senatore, ha disertato l’Aula.
E questo, per il capo del governo, è stato molto grave. E poi ci sono i discorsi, i comunicati, le affermazioni dei leader.
Draghi si aspettava altre parole da Conte, durante l’assemblea dei parlamentari in streaming di mercoledì sera, parole di moderazione e di buona volontà di ricucire. «Non altri ultimatum» come quelli che il M5S ha ribadito anche in Aula. Draghi le ha messe in fila, le dichiarazioni ufficiali: di Conte, ma anche di Salvini, e persino di Enrico Letta: «Ho notato che tutti chiedono le elezioni…».
La conclusione della frase è conseguente: perché non sta al premier deciderlo ma, a questo punto, le forze politiche potrebbero essere accontentati. Per la prima volta anche al Quirinale non lo escludono. Il 10 ottobre, si dice già nella pancia dei partiti, tra la rassegnazione e la speranza di convincere all’ultimo secondo Draghi a restare.
(da “la Stampa”)
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Luglio 15th, 2022 Riccardo Fucile
L’IMPORTANZA DI AVERE DRAGHI: “SE NON CI FOSSE PIÙ IL GOVERNO, LE RESISTENZE TEDESCHE ALLA CONCESSIONE DI UNO STRUMENTO ANTISPECULATIVO AUMENTEREBBERO”
La controprova della crisi al buio scoppiata a Roma sarà giovedì prossimo, quando a Francoforte si incontreranno i diciannove governatori della zona euro.
Sul tavolo di legno pregiato all’ultimo piano del grattacielo sul Meno ci saranno due questioni rilevanti per l’Italia: la decisione di aumentare per la prima volta da anni i tassi di interesse e lo strumento grazie al quale evitare strappi al rendimento dei titoli più deboli sui mercati.
La Banca centrale europea possiede ormai un quarto del debito italiano, e ciò eviterà contraccolpi finanziari gravi, almeno nel breve periodo, persino in caso di elezioni anticipate. Ma l’uscita dei Cinque Stelle dalla maggioranza di governo non poteva capitare in un momento peggiore. Prima di una riunione cruciale dei banchieri europei, del decreto che anticiperà la Finanziaria, nel pieno dello stop alle forniture di gas russo e del lavoro sul piano delle riforme.
Ieri la Borsa di Milano ha perso tre punti e mezzo, e il differenziale sui titoli decennali rispetto al solido Bund tedesco è cresciuto fino a venti punti, salvo arretrare sulle voci di una soluzione parlamentare alla crisi: è il segno che gli investitori non sono ancora convinti che per Draghi sia suonato il gong. Filippo Taddei, capo della ricerca per il Sud Europa di Goldman Sachs, lo ha scritto in una nota: «Il rischio di elezioni anticipate resta basso, più facile che il governo duri fino alla primavera». In giro per le capitali europee nessuno però ha capito perché Giuseppe Conte abbia fatto venir meno il suo sostegno in pieno luglio.
Quanto più incomprensibili risultano le ragioni di una crisi, peggiori sono le conseguenze sulla credibilità italiana. Spiega un investitore sotto la garanzia dell’anonimato: «Se la prossima settimana non ci fosse più il governo, le resistenze tedesche alla concessione di uno strumento antispeculativo aumenterebbero».
L’incubo dell’inflazione, mai così alta negli ultimi quarant’ anni, sta spingendo Berlino a invocare aumenti più rapidi dei tassi e maggiore disciplina fiscale. Ieri lo ha detto apertamente il capofila dei rigoristi a Bruxelles e numero due della Commissione Valdis Dombrovskis: «L’Italia deve trovare equilibrio».
Nessuno pensa che il voto per l’Italia sarebbe una tragedia. Negli ultimi mesi è accaduto in Portogallo, Ungheria, in Francia si sono svolte presidenziali e politiche. Ma se venisse meno il governo ora, fino all’autunno l’Italia rimarrebbe senza un governo e un Parlamento nella pienezza delle funzioni. Per dirla con le parole del commissario italiano Paolo Gentiloni una crisi in luglio «non favorisce» in nessun caso l’Italia.
Ieri è slittato il consiglio dei ministri che avrebbe dovuto affrontare il piano contro la siccità. A fine mese c’è in programma un decreto da dieci miliardi per confermare gli sconti sui carburanti, gli aiuti contro il caro energia, forse un provvedimento per ridurre l’Iva. Fin qui, provvedimenti che potrebbero essere firmati anche da un governo dimissionario. Se scivolassimo verso le urne, la conseguenza più grave sarebbe lo stop al Recovery Plan.
Le regole europee non lo vietano, ma significherebbe non incassare la seconda rata di quest’ anno, venti e più miliardi di euro. Per chi investe e fa previsioni sulla tenuta del debito italiano, equivale a un punto percentuale in meno di ricchezza prodotta. Né è chiaro se lo stop a Nord Stream, il tubo che porta in Germania la gran parte del gas, sia momentaneo o se lo Zar di Russia si appresti a lasciare la locomotiva del Continente senza la principale fonte di energia: l’economia più interconnessa con quella tedesca era e resta quella italiana.
Il destino ha voluto che quasi dieci anni fa – era il 26 luglio del 2012 – Mario Draghi pronunciò il famoso discorso del «whatever it takes». Senza ciò che ne seguì, l’Italia sarebbe probabilmente finita in default e costretta a fare uso del fondo Salva-Stati, come allora accadde a Spagna, Portogallo, Grecia, Irlanda. Ieri i grandi investitori in titoli italiani non hanno venduto quasi nulla.
La fiducia nell’emittente Italia non è ancora venuta meno. Allora l’Italia era in piena recessione, oggi cresce ad un ritmo del due per cento. Ciò non significa che l’Italia non corra pericoli. I più avveduti sanno che la legge elettorale in vigore non garantisce una vittoria piena del centrodestra. E la guerra in Ucraina resta un enorme punto interrogativo per tutti. Ne sono consapevoli a Palazzo Chigi, lo sanno al Quirinale. Resta da capire se lo abbiano compreso fino in fondo i partiti della maggioranza delle larghe intese.
(da la Stampa)
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Luglio 15th, 2022 Riccardo Fucile
CONTE PRONTO A COSPARGERSI IL CAPINO DI CENERE CHIEDE SEGNALI SU SUPERBONUS O SALARIO MINIMO PER DIRE DI NUOVO SI’ A DRAGHI… DIENA MASSACRA PATANUELLI: “SE UNO NON VOTA LA FIDUCIA, POI SI DIMETTE, NON FA FINTA DI NULLA”
«E ora scusate, dopo tutto questo casino dovremmo votare una nuova
fiducia a Mario Draghi? Ma stiamo scherzando?», è la domanda che pone ai propri colleghi riuniti in Consiglio nazionale un big del Movimento. «Così non ci capisce più nessuno…».
La prima reazione è il silenzio, compreso quello di Giuseppe Conte; eppure sì, l’opzione è sul tavolo, un rinnovato appoggio ad un Draghi bis ma a determinate condizioni: in pratica una telenovela.
La scelta di ieri di non votare la fiducia in aula al Senato – condita però allo stesso tempo da aperture per il futuro, in pratica il gioco dell’usciamo-non usciamo dal governo – alla fine ha portato ad un esito che in realtà non era così inaspettato.
Che il capo del governo ne avesse le scatole piene era risaputo ma in casa 5 Stelle il comunicato letto dal presidente del Consiglio durante il cdm è suonato durissimo, anche troppo; poi le dimissioni respinte da Sergio Mattarella e l’annuncio delle comunicazioni alle Camere mercoledì di Draghi hanno fatto capire che ci sono davanti altri cinque giorni per capire cosa fare. «Ci prenderemo tutto il tempo necessario per arrivare a una decisione», è il ragionamento che si fa in via di Campo Marzio.
Ma la verità è che si tratta di un percorso al buio, perché nessuno sa cosa potrebbe dire davanti ai parlamentari Draghi.
I punti fermi di Conte sono comunque due. Il primo: le responsabilità della crisi non sono addebitabili al M5S, «sul termovalorizzatore ci eravamo astenuti in Consiglio dei ministri, abbiamo tentato diverse mediazioni, tutte rifiutate».
L’ultima – è il ragionamento – è stata quella messa in campo sin da ieri notte dal ministro per i Rapporti con il Parlamento Federico D’Incà, che aveva proposto di non mettere la fiducia sul decreto aiuti, sminando insomma il campo. Anche quella fallita.
Il secondo: l’elenco delle nove richieste portate da Conte a Draghi la scorsa settimana non decade, perlomeno per il Movimento. «Su quello vogliamo delle risposte», ripete Conte ai suoi. A conti fatti basterebbe una bella apertura sui crediti per il superbonus, o una generica promessa sul salario minimo, per accontentare i 5 Stelle.
Messa così la situazione, però, il pallino non è più davvero in mano a Conte e ai suoi. Anche perché anche senza il Movimento una maggioranza, perlomeno coi numeri, c’è.
Nel frattempo, uscito Luigi Di Maio dal M5S, si è subito ricreata una nuova spaccatura interna tra chi preme per andare all’opposizione e chi invece confida in più miti consigli. Giusto ieri un’altra senatrice, Cinzia Leone, ha lasciato per accasarsi con Insieme per il futuro; due giorni fa era stato il turno di Francesco Berti, deputato.
Uno stillicidio. È ormai quasi fuori dai radar della disciplina di partito anche il capogruppo alla Camera Davide Crippa, che ormai manifesta apertamente il proprio disagio per la piega barricadera che sta prendendo il partito. E poi che dire delle parole di Federica Dieni, rivolte al collega di partito e ministro delle Politiche agricole Stefano Patuanelli: «A proposito di coerenza, se uno non vota la fiducia poi si dimette».
E poi: Carlo Sibilia, Alessandra Todde, Stefano Buffagni, Fabiana Dadone, tutti poco convinti che rompere, così e adesso, sia (stata) la scelta giusta. Infine Beppe Grillo, lontano e poco attento, che avrebbe dato il benestare allo strappo, ma le versioni sono discordanti e del resto il garante ha insegnato che è capace di dire tutto e il contrario di tutto nel giro di poche ore. In questo imitando Conte.
Così ieri, a beneficio dei fotografi appollaiati sugli spalti di Palazzo Madama, il senatore Alberto Airola, vecchio attivista No Tav, sul blocco note, in stampatello e a caratteri cubitali, scriveva che «qui tutti hanno paura di restare soli con Draghi e con se stessi». Un po’ criptico forse. Ma è lo stato d’animo generale dei 5S, fuori ma dentro, dentro ma fuori.
(da La Repubblica)
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Luglio 15th, 2022 Riccardo Fucile
“UN AFFRONTO DI CONTE, UNA VENDETTA PERSONALE”… “CRISI INCOMPRENSIBILE”… “ATTO IRRESPONSABILE”
La crisi di governo in corso in Italia, dalle dimissioni di Mario Draghi alla parlamentarizzazione chiesta da Sergio Mattarella, è al centro delle attenzioni della cronaca internazionale. «La coalizione è andata in pezzi», titola l’emittente britannica Bbc.
Il quadro delimitato dalla testata è a tinte fosche: «L’Italia si trova ora ad affrontare un periodo di incertezza politica, che potrebbe mettere a repentaglio i suoi sforzi per affrontare una crisi energetica incombente e assicurarsi i finanziamenti dell’UE». Il Guardian parla invece di un «affronto» da parte del suo «partner di coalizione».
Il New York Times riporta le voci di «alcuni membri del Parlamento», secondo cui Giuseppe Conte avrebbe agito per motivazioni personali: «è ancora amareggiato per essere stato espulso dalla carica di primo ministro nel 2021, quando è stato sostituito da Draghi, e desidera disperatamente ricostruire un partito che si è consumato, perdendo metà del suo sostegno».
In Francia, le Figaro scrive che la decisione di Giuseppe Conte di avviare la crisi risulta «incomprensibile», e la sua manovra un «tentativo disperato di portare alle urne il Movimento 5 stelle».
France24 ricorda come dalle elezioni del 2018 i pentastellati abbiano «subito defezioni e una perdita di sostegno pubblico». Draghi, d’altro canto, a detta dell’emittente francese risultava «una rassicurazione» per i mercati europei.
La testata tedesca Süddeutsche Zeitung ritiene che l’Italia stia «scivolando in una crisi di governo senza una soluzione facilmente prevedibile». Anche a detta di Bild, «L’Italia sta scivolando in una profonda crisi politica nel mezzo di un’emergenza siccità ed energia, la guerra in Ucraina e importanti decisioni in sospeso sui fondi Ue».
Secondo Der Spiegel, è stata una «giornata pazza» per la politica italiana.
Fa eco dalla Spagna El Mundo, che racconta la «giornata di massima tensione» avvenuta oggi a Roma.
Secondo El Paìs, «la colluttazione su varie questioni – la guerra in Ucraina, le misure contro l’inflazione, il reddito di cittadinanza… – scaldava gli animi da giorni». E aggiunge: «Un atto di enorme irresponsabilità, vista la situazione del Paese e le ragioni addotte della rottura, che lascia poco spazio per evitare elezioni anticipate in autunno».
(da agenzie)
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Luglio 15th, 2022 Riccardo Fucile
LA MADRE L’AVEVA PORTATA IN UN CENTRO EDUCATIVO RITENUTO SICURO, MA I TERRORISTI DI PUTIN HANNO BOMBARDATO ANCHE UN ASILO… NESSUNA PIETA’ PER QUESTA FECCIA DELL’UMANITA’
Ha compiuto 4 anni nel bel mezzo della guerra in Ucraina. Ed è diventata
il simbolo di un conflitto ingiusto. È la storia di Liza Dmitrieva, una bambina morta in un attacco missilistico russo nella città di Vinnytsia, in Ucraina centrale. Sui social si stanno diffondendo foto e video delle sue ultime ore.
La madre Iryna Dmitrieva aveva portato la figlia in un centro educativo ritenuto sicuro e lontano da possibili esplosioni. Un primo filmato catturato dalle storie instagram della madre e che risale al mattino, alle ore 9:38, mostra la bimba vestita con pantaloni bianchi e giacca di jeans mentre spinge la propria carrozzina con accanto la madre.
Nelle immagini successive si vede Liza che si trova dentro il centro educativo mentre gioca con dei fogli colorati, durante una seduta di logopedia.
Poco prima delle 11 madre e figlia escono, si dirigono verso la piazza centrale di Vinnytsia e passano accanto a un ex edificio sovietico utilizzato come centro culturale per concerti ed eventi.
Subito dopo le 11 arriva l’attacco: 3 missili vengono sparati nella piazza ed esplodono vicino al centro culturale. Qui, alcune immagini, mostrano la bambina deceduta a terra con il passeggino rovesciato.
La madre è rimasta gravemente ferita, ma è sopravvissuta. Secondo quanto riferisce il ministero dell’Interno ucraino, l’attacco a Vinnytsia ha ucciso 23 persone, di cui 3 bambini. 71 persone si trovano ricoverate in ospedale e 18 sono disperse.
Olena Zelenska, la moglie del presidente ucraino, ha riferito di aver riconosciuto Liza Dmitrieva. Su twitter ha raccontato di averla incontrata durante la registrazione di un video per le vacanze di Natale. «È riuscita a dipingere non solo se stessa, il suo vestito da festa, ma anche tutti gli altri bambini, io, i cameramen e il regista con i colori», ha scritto Zelenska pubblicando il video sui suoi social.
Dall’inizio dell’invasione russa in Ucraina sono morti o rimasti feriti più di 1000 bambini. Secondo quando riferito dal procuratore generale del Paese, sono almeno 352 quelli rimasti uccisi e 657 i feriti, per un totale di 1.009.
(da agenzie)
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Luglio 15th, 2022 Riccardo Fucile
SCOMPAIONO ANCHE I SOLDI IN PIU’ IN BUSTA PAGA PER I LAVORATORI E GLI AIUTI AL CAROVITA
Spread in salita, rendimento del Btp decennale a 3,34%. E la Borsa di Milano, maglia nera d’Europa, che brucia 17 miliardi.
Anche se per l’addio ufficiale si dovrà attendere mercoledì 20 luglio, la caduta del governo Draghi ha già cominciato a provocare una piccola tempesta sui mercati. Nella quale a pagare il prezzo più alto sono le banche.
Ma l’addio del premier a Palazzo Chigi si porta dietro anche molte incognite su un’altra borsa: quella della spesa.
Perché a questo punto non si sa che fine farà il decreto “corposo” che doveva portare un taglio del cuneo fiscale pari a 100-150 euro in più nelle buste paga. Così come gli aiuti su bollette e benzina. E i tagli (annunciati) dell’Iva. Mentre l’inflazione continua la sua corsa. Impoverendo il portafogli degli italiani.
Spread e Credit Default Swap
Con ordine. Lo spread è il differenziale di rendimento tra i titoli di Stato italiani e tedeschi. Ieri ha chiuso intorno a 220, oggi ci si aspetta uno scatto ancora superiore. Il dato è importante perché definisce la fiducia nei confronti del paese. E una sua crescita è una brutta notizia. Ma c’è anche un altro modo per valutare il rischio-paese. Ovvero guardare il prezzo dei Credit Default Swap (Cds). Si tratta delle “polizze assicurative” contro il (teorico) default di un paese. Spiega oggi il Sole 24 Ore che esistono due tipologie di Cds: quelli che coprono chi li acquista dal default e quelli che coprono anche dal rischio di ridenominazione del debito. Ovvero, nel caso dell’Italia, quelli che proteggono gli investitori da un’uscita dall’euro.
Ieri, fa sapere il quotidiano, sono salite entrambe le tipologie. Ma molto di più i secondi: i vecchi Cds hanno aumentato il premio da 72 a 77 punti base. Oggi quindi bisogna pagare lo 0,77% per assicurarsi dal rischio-default. I nuovi Cds invece sono cresciuti da 148 a 161. Si tratta ancora di livelli contenuti. Ma è un segnale d’allarme piuttosto chiaro. Da segnalare infine le tensioni sulle banche. Ieri tutte le maggiori (Unicredit, Intesa, Mps) hanno perso tra il 7 e il 5,5%. Ma c’è chi, come Bpm, ha perso il 12% da lunedì. Questo potrebbe essere un segnale. Visto che lo scudo della Bce è in arrivo, la speculazione sui buoni del Tesoro è complicata. Quello sui titoli succedanei del rischio-paese no.
Mutui, inflazione, bollette e benzina
Già oggi l’Italia deve subire il record dell’inflazione. Mentre i mutui sono in crescita per l’aumento dei tassi di interesse da parte della Banca Centrale Europea. A fine mese il governo avrebbe dovuto varare un decreto con tagli alle bollette per i meno abbienti e proroghe dello sconto sulle accise della benzina. Si attendeva l’estensione al terzo trimestre del cosiddetto bonus bollette riconosciuto nella misura del 15% dei maggiori costi sostenuti dalle piccole aziende e attività che consumano fino a 16,5 Kw. Mentre il taglio di 30 centesimi al litro oggi è garantito fino al 2 agosto. In attesa di sapere che fine farà la crisi di governo, è lecito attendersi che queste scadenze non verranno rispettate. Anche per i tempi tecnici necessari a varare eventualmente un nuovo esecutivo.
C’è poi il taglio del cuneo fiscale.
Avrebbe dovuto portare tra i 100 e i 150 euro in più nelle tasche degli italiani. In attesa della riforma promessa con la legge di bilancio 2023. Con la nuova rimodulazione del cuneo i vantaggi sarebbero stati estesi fino a 35 mila euro, con un aumento nelle buste paga che dovrebbe attestarsi sui 1.200 euro all’anno in media. Ovvero circa 100 euro in più al mese. Di queste norme si perderanno le tracce. Così come del salario minimo e del Trattamente Economico Complessivo (Tec) che avrebbe dovuto ridurre la precarietà e gli stipendi da fame.
L’Iva e il Pnrr
Infine ci sono l’Iva e il Recovery Plan. Nei giorni scorsi, ricorda oggi il Resto del Carlino, la viceministra dell’Economia Laura Castelli aveva detto che il governo aveva intenzione di ridurre l’imposta sul valore aggiunto sui beni della grande distribuzione per andare incontro ai problemi delle famiglie. La riduzione di un punto percentuale sulle aliquote ordinarie e agevolate avrebbe prodotto un risparmio di 4,5 miliardi nell’acquisto dei beni da parte degli italiani. Sul Pnrr, nel primo semestre il governo è riuscito a tagliare 45 dei 100 traguardi previsti per il 2022. Ma ora bisognerebbe correre per raggiungere tutti gli altri obiettivi e arrivare al 31 dicembre con le carte in regola. In bilico c’è una tranche di 22 miliardi.
(da Open)
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Luglio 15th, 2022 Riccardo Fucile
DRAGHI VERSO L’ADDIO MERCOLEDI’ CON ELEZIONI A OTTOBRE
«Per me questa esperienza è esaurita. Non ci sono le condizioni per
andare avanti». E ancora: «Non avrei più l’agibilità politica per proseguire». Nei due colloqui al Quirinale Mario Draghi è stato chiarissimo con Sergio Mattarella sulla crisi di governo.
Tanto chiaro che le dimissioni respinte dal Colle potrebbero cambiare poco o nulla: i suoi collaboratori sono già al lavoro per il discorso di mercoledì 20 luglio. Nel quale confermerà il rifiuto ad andare avanti in ogni caso.
Dal Quirinale parlano di «totale identità di vedute» tra i due e di nessun contrasto con il presidente della Repubblica. I retroscena raccontano una storia diversa. E puntano sulla caduta definitiva mercoledì. Con le elezioni il 10 ottobre sullo sfondo.
La cronistoria
Prima di tutto la cronistoria. Il presidente della Repubblica riceve per la prima volta al Quirinale il presidente del Consiglio quando è ancora in corso la seconda chiama al Senato. L’agenzia di stampa Ansa parla di un colloquio «teso, a tratti anche ruvido». Le dimissioni il premier ce le ha già in tasca. E a Mattarella spiega che i ricatti e i distinguo della maggioranza di unità nazionale non possono continuare. Il primo colloquio è interlocutorio: il Senato intanto gli conferma la fiducia, la crisi di governo è extraparlamentare, il Cdm sconvocato viene riconvocato per le 18, quando le Borse sono chiuse.
Draghi prende la parola solo per leggere la dichiarazione che viene subito dopo diffusa alla stampa. Il patto di fiducia è venuto meno, dice ai ministri, non si può più continuare. Il tempo di ricevere un applauso e il premier lascia la sala della riunione. Intanto parte un battibecco tra il dem Andrea Orlando e il tecnico Cingolani. Per il secondo, il primo è stato troppo tenero con Conte e il M5s. Intanto il premier sale di nuovo al Colle e stavolta consegna le dimissioni. Che Mattarella respinge, anche nella speranza che alcuni giorni di ulteriore riflessione, anche da parte dei partiti, possano portare a un esito diverso che eviti la fine della legislatura. Una «cesura» chiara, e poi un Draghi bis, peraltro, era uno dei suggerimenti lanciati dal leader Iv Matteo Renzi, che aveva richiamato in Aula alla responsabilità non solo i partiti, ma anche il premier.
I retroscena
Fin qui la cronaca. I retroscena invece raccontano anche qualcos’altro. Il colloquio tra i due è teso e il rapporto ormai logorato, scrive il Fatto Quotidiano. Secondo fonti di governo Draghi avrebbe proposto a Mattarella Daniele Franco come suo successore, proprio mentre i giornali raccontavano dell’intramontabile Ipotesi Amato. Il rinvio alle Camere è una cortesia istituzionale che però potrebbe essere inutile. Visto che Draghi vorrebbe confermare le dimissioni e definirle “irrevocabili” nel suo discorso prima del voto. E La Stampa spiega che il problema, per Draghi, non è solo il M5s. Il fatto che Matteo Salvini abbia chiesto uno scostamento di bilancio pari a 50 miliardi viene visto come una provocazione. Draghi non vuole «mettere in gioco un’affidabilità, una reputazione» che si è costruito in questi anni.
E quando gli fanno sapere che il Movimento è pronto a sventolare “Il Papeete di Draghi” – ovvero proprio il titolo del Fatto Quotidiano di oggi – non si spaventa: «Dovevano pensarci prima», è il virgolettato riportato. Il capo del governo è «disgustato» dai «ripensamenti tardivi» e da «bizantinismi e alchimie».
Dopo il viaggio in Algeria ci sarà quindi il vertice intergovernativo, che è confermato ma potrebbe essere condensato in una sola giornata. Quindi arriverà il definitivo showdown, scommettono tutti a Palazzo Chigi. Dopo le comunicazioni in Parlamento, il presidente del Consiglio dovrebbe annunciare di voler salire nuovamente al Quirinale per dimettersi. Bloccando così il voto parlamentare sul suo intervento. Poi toccherà a Mattarella decidere. Con le urne sullo sfondo.
La spinta a un ripensamento
Il quirinalista Marzio Breda sul Corriere della Sera entra ancora più nel dettaglio. E spiega che il primo colloquio è servito a Mattarella proprio per spingere Draghi a un ripensamento. «Capisco le difficoltà e comprendo le ragioni che mi hai elencato. La scelta è tua, ma ti invito a rifletterci su ancora. Dopotutto non sei stato sfiduciato. Le dimissioni mettiamole da parte fino a mercoledì. Pensaci. Poi vai in Parlamento a valutare la situazione, per doverosa trasparenza. Io spero che tu cambi idea», è il virgolettato attribuito al Capo dello Stato. Le parole di Draghi però non hanno lasciato molti spiragli: «Presidente, mi dimetto. Ma non per farmi riaffidare l’incarico. Lascio e basta. Definitivamente. Mi dispiace». E ancora: «Non ha senso che io insista a farmi logorare».
Storie tese nel M5s
Repubblica spiega che il percorso costruito da Mattarella per parlamentarizzare la crisi ha un chiaro sottotesto. Ovvero che si trova un accordo per riprendere da dove si è interrotto o si va al voto. Non si tratta solo di un messaggio implicito nella scelta del Quirinale di respingere le dimissioni e rimandare il premier alle Camere. Per il quotidiano Mattarella non vede come delle forze incapaci di riaggregarsi intorno a Draghi possano in pochi giorni trovare programmi e convinzione per farlo su una soluzione alternativa. E quindi chi si sfila deve sapere quali saranno le conseguenze.
Intanto l’agenzia di stampa AdnKronos parla di nervi tesi alla riunione del Consiglio nazionale M5S, durato quasi tre ore e aggiornato a oggi. Bocche cucite dai membri dell’organismo pentastellato, ma alcuni presenti raccontano all’agenzia di momenti di grande tensione. «Meglio dormirci su, sennò finisce male», taglia corto uno dei partecipanti lasciando l’incontro. Poche parole dal leader del Movimento Conte, che ha lasciato la sede di via di Campo Marzio inseguito dai cronisti: «Ci siamo confrontati e abbiamo preso atto delle dimissioni del presidente Draghi. Ha preso questa decisione e ne prendiamo atto. Ci aggiorniamo domani».
(da Open)
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Luglio 15th, 2022 Riccardo Fucile
LA 23ENNE CAMPIONESSA DI PALLAVOLO RACCONTA GLI EPISODI DI RAZZISMO SUBITI QUANDO AVEVA 14 ANNI… ORA CHE E’ FAMOSA SONO DIVENTATI TUTTI GENTILI, TIPICO DEI SERVI RAZZISTI
“Avevo 14 anni e i genitori delle ragazze dell’altra squadra iniziarono a insultarmi: frasi razziste, cattive, davanti alle loro figlie. Un ricordo orribile. Certe meschinità sono difficili da ingoiare”: Paola Egonu racconta a Oggi del razzismo vissuto sulla propria pelle, che ha l’unica colpa di essere scura.
“È brutto – spiega la 23enne pallavolista della Nazionale – ma io sono arrivata a odiare il Veneto. Ora la gente invece è più aperta, e sono felice quando torno a casa e finalmente sto a mio agio”.
Con le sue compagne di squadra è arrivata in semifinale della Nations League, un traguardo mai raggiunto dall’Italia da quando il torneo si chiama così (cioè dal 2017). Nei quarti contro la Cina Egonu ha realizzato 36 punti rimarcando ancora di più la sua centralità all’interno della squadra.
Un successo che le ha permesso, in parte, di non essere più vittima di episodi di discriminazione: “A me non capita più di subire torti – spiega – ma succede ai miei cari: mi indigno e soffro per loro. Qualche tempo fa mia mamma ha preso un caffè in un bar. Le hanno allungato una tazzina fredda, che stava sul bancone, fatta per qualcun altro. Ha protestato. La risposta è stata odiosa: ‘Se vuoi ti bevi quello’. Con un bianco non si sarebbero permessi”.
E sul suo coming out: “Mi hanno fatto una domanda e ho risposto con sincerità. Finita l’intervista la mia agente mi ha detto: ‘Ma ti sei resa conto di quello che hai appena detto?’ Ho chiamato i miei genitori: all’inizio si sono irrigiditi, ma poi hanno accettato la situazione. Ho spiegato loro che a me piacciono le persone, e il genere mi interessa poco”. “Sono innamorata di un ragazzo – conclude – e mi è sembrato del tutto normale. Adesso, sì, sono innamorata, felice e spaventata. Controllo frustrazioni, rabbia, dolore, ma l’emozione che mi dà questa persona è così forte… Non mi chieda se è un uomo o una donna, non ha importanza”.
(da NextQuotidiano)
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